Visualizzazione post con etichetta Frederick Forsyth. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Frederick Forsyth. Mostra tutti i post

13 marzo 2026

La vendetta di Odessa di Frederick Forsyth, Tony Kent


 

Prologo Washington D.C., Stati Uniti d’America Venerdì 23 maggio 2025 Il senatore Jack Johnson si rimirò allo specchio nel suo nuovo smoking sartoriale. Gli stava alla perfezione, e non poteva essere altrimenti: era costato più della sua prima automobile, ma valeva senza dubbio il prezzo.

Organizzazione degli ex appartenenti alle SS, in tedesco Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen: è il nome dell'organizzazione che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quando era chiara la sconfitta dell'esercito tedesco, si occupò di mettere in salvo gli alti gerarchi delle SS consapevoli che, altrimenti, sarebbero stati chiamati a rispondere dei loro crimini.

Odessa, tra gli altri, consentià la fuga in Argentina di Adolf Eichmann, il burocrate dello sterminio, l'organizzatore della soluzione finale per lo sterminio degli ebrei in Europa.

Nel suo primo romanzo, Dossier Odessa (che considero una pietra miliare per questo genere di romanzi), Frederick Forsyth aveva raccontato, attraverso l'indagine del giornalista Peter Miller, di come Odessa fosse coinvolta in un piano per un attacco missilistico contro Israele.

Per un semplice caso, la notizia dell'attentato al presidente Kennedy il 23 ottobew 1963, la storia prese una direzione anziché un'altra. Odessa fu stroncata anche grazie a Peter Miller e alla sua determinazione nel voler dar la caccia a Edoard Roshmann, il boia di Riga. Responsabile della morte di 300 mila ebrei e anche di qualcuno che era molto vicino a lui.

In questo romanzo, ambientato ai giorni nostri, ritorna Odessa e ritorna anche Peter Miller, assieme al nipote Georg, anche lui giornalista. Ancora una volta è il caso a guidare il destino delle persone: se Georg Miller non si fosse fermato a parlare con quel malato che lo guardava fisso fuori dall’ospedale di Stoccarda, forse a quest’ora avremmo un partito nazista alla guida della Germania (e non è detto che non accada in un futuro)…

Ma andiamo per ordine: la storia si sdoppia in due filoni che sembrano muoversi su piani diversi.

A Stoccarda un gruppo di terroristi spara sugli spalti della curva dello stadio causando una strage: è l’ennesimo attentato di matrice islamica, in un momento di tensione (contro gli immigrati) per il paese per la scia di sangue che ha lasciato.

Riuscì finalmente a vedere uno degli uomini che stavano sparando. Registrò i suoi lineamenti in un istante: era un arabo, concluse, vestito con capi di tipo militare di color marrone che sembravano una tuta da volo.

Il giornalista Georg Miller si reca proprio a Stoccarda, all’ospedale, a raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti, per scrivere un articolo che racconti i fatti, non il solito articolo di accusa contro gli immigrati e le politiche di accoglienza.

.. il paese era una polveriera pronta a esplodere in una direzione che Georg considerava impensabile. E per calmare la tempesta non era possibile affidarsi ai politici, un tempo tra i più liberali del mondo occidentale.

Georg se ne rende conto dalle impressioni che raccoglie in ospedale, questo attentato è colpa di quelli come lei – gli viene rinfacciato: quelli che hanno accolto tutte queste persone, che ci odiano, che sono la feccia del mondo e che adesso ci ammazzano.

Ma un uomo attira la sua attenzione: lo sta guardando fisso e gli dice qualcosa che sconvolge il gjornalista

«Ma tu sei morto» disse, più a sé stesso che a Georg. «Sei morto.»
Perché quell’uomo lo chiama Horst? Perché gli dice che è stato lui ad uccidere questo Horst.. Horst era il nome del padre di Georg, morto in un incidente.

Da questo incontro nasce l’indagine che porterà Georg Miller, giornalista del Komet, sulle tracce di Odessa, l’organizzazione criminale che si era insediata nel corpo della Germania Democratica e che si credeva morta proprio dopo le inchieste di Peter Miller, il nonno di Georg.
Georg si troverà, assieme alla fidanza, anche lei giornalista, al nonno, il mitico Peter Miller, di fronte alla più grave minaccia per la Germania.

Washington D.C., Stati Uniti d’America Vanessa Price terminò la frase che stava digitando e guardò il suo Apple Watch. Le 17.15. Per gran parte del mondo occidentale quell’orario rappresentava la fine della giornata lavorativa

A Washington, Vanessa Price lavora nello staff di Cole Grisham, astro nascente del partito Repubblicano, appena paracadutato al Senato dopo la morte del senatore Jack Johnson, ucciso per un incendio scoppiato nella sua villa assieme ad un’altra ragazza del suo staff. Lo scandalo era stato messo a tacere fin da subito, un senatore morto nella sua stanza assieme ad una giovane ragazza. Questa morte era stata il trampolino di lancio per Cole Grisham, considerato un outsider per Washington, uno che non fa parte del sistema, uno che dice le cose che la gente pensa. Un politico molto a destra, molto di più rispetto al presidente repubblicano (che ricorda da vicino l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump).
Il clima nello staff non è dei migliori: i vecchi membri dello staff di Johnson (che Grisham ha ereditato) sono stati cacciati tutti anche con pretesti poco puliti.

La stessa Vanessa comprende che stare dentro quel mondo, ipocrita, razzista, falso, è alla causa degli attacchi di panico sempre più frequenti.

«Ma in che modo? È il più giovane dei senatori junior del Campidoglio.» «È già sistemato. Prima di fine ottobre, Cole Grisham sarà vicepresidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, ho bisogno che tu tenga in riga il team.

Avrebbe anche deciso di andarsene, abbandonare quel gruppo dove non è riuscita a socializzare con nessuno, finché una scoperta sui finanziamenti del candidato Cole Grisham non la mettono di fronte alla scelta: far finta di niente oppure andar fino in fondo per capire meglio chi siano le persone dietro la carriera fulminante di Grisham.

Anche a costo di rimetterci la vita.

Le due indagini, quella di Georg, nata casualmente dall’incontro col malato dentro l’ospedale di Stoccarda e quella di Vanessa procederanno parallele: dietro l’attentato allo stadio, la morte di quel malato, ricoverato per demenza all’ospedale, la morte del senatore Johnson, si cela un piano preparato con tanta pazienza nel corso degli anni. Un piano preparato dai più grandi nemici della democrazia in Germania. Odessa non è morta.

Per bloccare questo piano bisogna essere pronti a rischiare la propria vita e ad uccidere per non essere uccisi. Perché il nemico che si ha di fronte non ha scrupoli.

Mi è piaciuto l’inizio di questo romanzo, con questi storie che procedono in parallelo e dove sembra di rivedere episodi della storia recente: gli attacchi di gruppi terroristici islamici, la crescita delle destre in Germania e in tutta Europa che dettano l’agenda politica nelle democrazia occidentali nel segno della xenofobia e del nazionalismo.

Nella seconda parte del libro ci si ritrova dentro un romanzo di azione: non ho trovato in queste pagine il Forsyth che ho amato in Dossier Odessa e ne Il giorno dello sciacallo. Manca lo stile giornalistico, apparentemente freddo e distaccato, con cui lo scrittore inglese prendeva spunto dalla realtà (e da fatti di cui era venuto a conoscenza come giornalista) per raccontare storie romanzate ma allo stesso tempo molto verosimili.

«Pensaci, Georg» continuò Peter. «Lo hai visto tu stesso: la rinascita dell’estrema destra, l’ascesa dell’AfD. Credi davvero che siano arrivate dal nulla?»

Uno stile che solo in parte ho ritrovato in queste pagine, in particolare quando a parlare è proprio l’anziano giornalista, Peter Miller: anziano ma ancora capace nel mettere assieme i puntini. L’avanzata delle destre, lo sdoganamento di slogan, idee, che pensavamo fossero banditi nelle democrazie moderne (e non perché esiste la cultura woke). Il declino delle democrazie e la crescita di leader politici populisti attorno a cui si consolida il culto della persona, come una religione.

«Ricorda che, se Hitler negli anni Venti e Trenta non avesse avuto i comunisti a spaventare le pecore, avrebbe dovuto inventarli.»

I comunisti ieri, gli immigrati oggi. Sono tutti spunti che dovrebbero far riflettere con molta attenzione.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

30 gennaio 2025

Dossier Odessa di Frederick Forsyth

 

Tutti sembrano ricordare con grande precisione quello che stavano facendo il 22 novembre 1963, nel preciso istante in cui apprendevano la notizia della morte di Kennedy. Il presidente era stato colpito alle 12.22 ora di Dallas, e l’annuncio della sua morte era arrivato mezz’ora dopo…

Non sono molti i romanzi che riescono ad essere, allo stesso tempo, avvincenti, emozionanti e ben curati dal punto di vista storico come questo Dossier Odessa che considero una pietra miliari del genere thriller.
Per scrivere questo romanzo l’autore, ex pilota della Raf, cronista per la Reuters nei giorni degli attentanti dell’OAS a De Gaulle, si è documentato partendo dalle carte dell’inchiesta su Odessa, questa poco conosciuta organizzazione di ex appartenenti alle SS di cui poco si sapeva negli anni sessanta. Forsyth è perfino andato a Vienna per avere un supporto da Simon Wiesenthal: fu proprio l’ex detenuto di Mauthausen a suggerirgli di basare la sua storia, un ex ufficiale delle SS che era riuscito a cambiare identità, su un vero criminale di guerra nazista, il capitano Eduard Roschmann, comandante del ghetto di Riga.

Se volete approfondire questo pezzo della storia, reale non un’invenzione letteraria (sebbene questo romanzo si basi su fonti storiche) vi consiglio di leggervi “Giustizia non vendetta” scritto proprio da Wiesenthal.

C’è sempre la tentazione di domandarsi quello che sarebbe successo se... quanti libri usano questa espressione per spiegare come la Storia, quella con la S maiuscola, possa essere influenzata da piccoli eventi insignificanti. Come il fatto che il giornalista (oggi diremmo freelance) Peter Miller si fosse fermato ai margini della strada per ascoltare la notizia della morte di Kennedy (“come se d’un tratto la guida e l’ascolto della radio fossero diventate due attività incompatibili”). Non avrebbe visto passare l’ambulanza, non avrebbe saputo della morte di un ex internato ebreo, Salomon Tauber, non ne avrebbe letto il diario, raccolto nei lunghi mesi della detenzione nel ghetto di Riga. Non avrebbe conosciuto Eduard Roschmann, il comandante del ghetto, responsabile della morte di 80 mila ebrei, su cui si divertiva a sfogare la sua brutalità, come un dio in terra, un dio in grado di decidere a proprio piacimento della vita e della morte delle persone che avevano avuto la sfortuna di finire sotto il suo controllo.

Salomon Tauber, la voce che racconta queste vicende, scelse di raccogliere queste brutalità in un diario, appuntandosi nomi e fatti sulle bende, per non dimenticare. Perché tutto quello che succedeva in quell’inferno sulla terra doveva arrivare al mondo là fuori, per avere giustizia:

«Ebreo, figlio mio,» sussurrò «tu devi vivere. Giurami che vivrai. Giurami che uscirai vivo da questo posto. Devi vivere, per poter riferire a loro, a quelli che stanno fuori nell’altro mondo, che cosa è successo al nostro popolo qui dentro.

Promettimelo, giuralo sul Sfer Torah.»

E così giurai che sarei vissuto, in qualche modo, a qualsiasi costo. Poi mi lasciò andare. M'incamminai con passo incerto lungo la strada che portava al ghetto, e a metà strada svenni..

Inizia così, da un diario, la caccia all’uomo del giornalista Peter Miller: nelle ultime pagine del racconto Tauber racconta la sua frustrazione per aver visto il suo carnefice girare libero per le strade di Amburgo e non aver così potuto raggiungere l’obiettivo che si era dato nel ghetto di Riga, portare il suo carnefice di fronte alla giustizia, frustrazione poi sfogata in quel gesto estremo del suicidio

Ma se mai queste righe dovessero essere lette in terra di Israele, che io non vedrò mai, ci sarà qualcuno che vorrà recitare il kaddish per me?

Ma come è possibile che una persona come Roschmann sia ancora libera?
Miller si rende subito conto di quanto sia difficile, nella Germania del 1963, fare un’inchiesta su un’appartenente alle SS, seppure responsabile della morte di migliaia di persone, molte delle quali ebrei tedeschi.

La generazione che ha visto il nazismo non vuole più sentir parlare di queste storie: tutti conoscevano una persona ebrea, una famiglia, che viveva vicino a loro e che all’improvviso era sparita. Tutti in Germania si ricordavano degli articoli antisemiti che uscivano sui giornali del regime. Eppure in tanti hanno voltato la testa dall’altra parte, hanno preferito non vedere.

Ma c’è un’altra cosa: le SS, mentre l’esercito tedesco era in rotta sul fronte orientale e su quello occidentale, si preparavano alla fuga, utilizzando le enormi ricchezze che avevano rubato agli ebrei e a tutte le vittime e che erano state nascoste nelle casse delle banche svizzere.
Ecco allora l’Organizzazione Odessa, ovvero “Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen”: “Organizzazione degli ex membri delle SS”.

Un’organizzazione che si era data diversi obiettivi: proteggere la fuga dei grandi criminali di guerra, approfittando anche dell’aiuto delle associazioni caritatevoli e anche di un certo occhio di riguardo da parte di esponenti del clero cattolico.
Poi, una volta passata la buriana, con la fine dell’occupazione alleata sul territorio tedesco, far rientrare gli ex kamerad dentro le istituzioni della Germania Federale: nei land, nei tribunali, negli studi di avvocati. Poi l’infiltrazione dentro la politica perché, come in Italia, “non esisteva alcuna legge che proibisse a ex nazisti di iscriversi a un partito politico”.

«È una questione di matematica elettorale. Sei milioni di ebrei morti non votano. Cinque milioni di ex nazisti possono farlo e lo fanno, a ogni elezione».

Poi l’influenza sull’opinione pubblica e sui giornali andando a finanziare quelle testate che mandavano messaggi concilianti sulle ex SS: si doveva far passare il messaggio (che ancora oggi sentiamo girare dagli esponenti dei partiti di estrema destra) che le SS erano solo soldati che obbedivano agli ordini.

Le ricchezze di sei milioni di ebrei morti, passati per il camino, oltre all’avvento della guerra fredda che spostò il focus dell’attenzione contro il comunismo, ha permesso tutto questo.
Questo è il nemico contro cui il giovane Peter Miller si sta scontrando: ancora non lo sa ma Roschmann, dopo un passato in Sudamerica, è tornato in Germania e ricopre oggi un ruolo importante dentro un’industria di elettronica.

Un ruolo che Odessa deve proteggere a tutti i costi, perché legato ad un progetto militare che lega ex gerarchi nazisti all’Egitto di Nasser nella sua lotta contro Israele, il nemico di sempre.
Ancora una volta, saremo spettatori di un pezzo di storia: la storia del sito militare Factory 333 in Egitto e l’operazione Damocle del Mossad, con cui si colpirono diversi scienziati e tecnici tedeschi che erano già impiegati nel progetto missilistico della Germania nazista.

Scopriremo di come tutta la responsabilità dello sterminio degli ebrei (e degli altri soggetti indegni di vivere) si possa ricondurre a pochi ben specifici uffici delle SS, una sorta di Stato nello Stato, a cominciare dall’ufficio amministrativo, che aveva il compito di trarre il maggior beneficio economico dalle loro vittime, sfruttandone i beni, facendoli poi lavorare per le industrie tedesche, infine sfruttandone il corpo.

C’era l’ufficio sicurezza (nei regimi la parola sicurezza assume sempre un significato sinistro), ovvero l’RSHA con a capo Heydrich, dentro cui troviamo gli uffici della Gestapo e delle SD, fautori della soluzione finale, lo sterminio a livello industriale dei milioni di ebrei (e zingari, omosessuali..) presenti nell’Europa occupata da Hitler.

Nemmeno Wiesenthal credeva alla colpa collettiva del popolo tedesco, tutto questo a prescindere da quanti non avevano voluto vedere quello che era il vero volto del nazismo:

.. finché la teoria della colpa collettiva non viene posta in discussione, nessuno si metterà a cercare i singoli assassini, o perlomeno, non con la sufficiente durezza. Per questo, gli assassini delle SS si nascondono ancora oggi dietro la teoria della colpa collettiva.

Nella sua caccia, passaggio dopo passaggio, Miller riuscirà a ricostruire questa storia, quella della sua preda, il capitano delle SS Roschmann, e quella storia della macchina dello sterminio e la storia di Odessa.

Piccole note: il finale del libro è diverso da quello scelto dagli sceneggiatori del film tratto da questo romanzo, con John Voight nei panni del giornalista.

Il vero Roshmann morì nel 1977 in Argentina, isolato dalla comunità tedesca, dopo l’uscita del libro (ancora una volta, se volete saperne di più leggete “Giustizia non vendetta”).

Ancora oggi ci si chiede se Odessa sia esistita o esista davvero: l’unica cosa che è certa è che il germe del nazismo, come del fascismo, non è morto.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


27 gennaio 2025

La memoria selettiva oggi - riflessioni sulla giornata della memoria


«Raccatta quella vecchia strega e portala al furgone» abbaiò.

E così, pochi minuti prima che arrivassero le altre centi vittime, sollevai la vecchia e l'accompagnai lungo la strada della Collinetta fino al cancello dove era parcheggiato il furgone, imbrattandola del sangue che mi colava dal mento. Quando la feci sedere sul retro del furgone e mi girai per andarmene, ella si aggrappò al mio polso con le dita contratte dall'ansia e con una forza che non avrei mai immaginato possedesse ancora.

Mi tirò in giù verso di lei, rannicchiata sul pavimento del furgone della morte, e con un piccolo fazzoletto di percalle, che doveva essere il ricordo di tempi migliori, tamponò un po’ del sangue che continuava a colare.

Alzò lo sguardo verso di me, la faccia rigata dal mascara, dal belletto, dalle lacrime, dalla sabbia, ma i suoi occhi scuri splendevano come stelle.

«Ebreo, figlio mio,» sussurrò «tu devi vivere. Giurami che vivrai. Giurami che uscirai vivo da questo posto. Devi vivere, per poter riferire a loro, a quelli che stanno fuori nell’altro mondo, che cosa è successo al nostro popolo qui dentro.

Promettimelo, giuralo sul Sfer Torah.»

E così giurai che sarei vissuto, in qualche modo, a qualsiasi costo. Poi mi lasciò andare. M'incamminai con passo incerto lungo la strada che portava al ghetto, e a metà strada svenni..

Poco dopo essere tornato al lavoro, presi due decisioni. La prima fu quella di tenere un diario segreto, tatuandomi di notte parole e date con uno spillo e dell'inchiostro nero sulla pelle dei piedi e delle gambe, così che un giorno sarei stato in grado di trascrivere tutto quello che era successo a Riga  e fornire prove precise contro i responsabili.

La seconda decisione fu quella di diventare un kapò, cioè membro della polizia ebraica.

Fu una decisione dura da prendere, dato che questi uomini scortavano i loro compagni ebrei al lavoro, e spesso ai posti di esecuzione.

Dal diario di Salomon Tauber - Dossier Odessa di Frederick Forsyth Mondadori

Giurami che ricorderai quanto è successo: queste le parole la donna anziana rivolge a Salomon Tauber, un nome di fantasia per rappresentare le migliaia di ebrei passati per il ghetto di Riga. Ricorda cosa è successo al nostro popolo qua dentro.

Dentro i ghetti, nei campi di concentramento e, prima ancora, le persecuzioni che subirono al lavoro, nelle case, nelle strade.

Il thriller di Frederick Forsyth, dove è difficile distinguere il confine tra realtà e invenzione letteraria, si basa su fatti e dati reali: è esistito veramente un Eduard Roshmann, capitano delle SS chiamato il macellaio di Riga. Sono state tremendamente reali le violenze, le umiliazioni, subite dagli ebrei raccolti nel ghetto (non solo dalle SS ma anche dai volenterosi carnefici lettoni).

Come è esistita veramente Odella, l'organizzazione degli ex membri delle SS che, usando l'enorme fortuna che aveva rubato alle loro vittime e che era stata ben custodita nelle banche svizzere (e non solo), riuscì a garantire ai suoi membri di sfuggire alla giustizia, di rifarsi una vita, in sudamerica (come Eichmann o Roshmann) ma anche nella stessa Germania.

Viviamo tempi difficili oggi: un brutto vento di destra sta soffiando nel mondo, si torna a parlare di deportazioni di immigrati, si sente dire da candidati politici che le SS erano solo soldati che ubbidivano agli ordini, accettiamo che trafficanti di esseri umani e torturatori siano trattati coi guanti bianchi e riaccompagnati a casa con tanto di aereo di stato.

Cosa c'entra questo con la giornata della memoria?

Non dimenticare significa anche questo: ricordare come negli anni trenta e quaranta del secolo passato si è accettato che esistessero persone Non degne di vivere, che potevano essere sfruttate fino alla morte. 

Colpevoli di queste violenze non sono tutti i tedeschi, o tutti gli italiani, nemmeno Simon Wiesenthal (che pure appare nel romanzo di Forsyth) credeva nella colpa collettiva.

Ma tanti hanno girato la testa dall'altra parte, preferito non vedere. Non vedere le famiglie ebree che perdevano il lavoro, la possibilità di andare a scuola. Che improvvisamente partivano e sparivano, dalla mattina alla sera.

Il fumo del camino si vedeva salire, nei campi di sterminio e nemmeno troppo lontano da noi: in Italia ne avevamo uno di forno crematorio, a Trieste, alla Risiera di San Sabba.

Dopo la seconda guerra mondiale si era detto mai più: mai più accettare l'idea che a talune persone non fossero garantiti gli stessi diritti solo per il fatto di essere nati, oppure nati dalla parte sbagliata del mondo.

La memoria, se dobbiamo coltivarla, non possiamo accettare che sia selettiva.

Oggi ci si è divisi in tifo, o di qua o di là, pro o contro un governo, quello di Israele, senza saper distinguere, senza saper cogliere le differenze tra le scelte di un governo e i suoi abitanti.

E  mentre ci si attacca ogni giorno, scontrandosi attorno ad una parola, persone muoiono sotto le bombe. I migranti vengono respinti nei lager, messi all'indice e indicati come i nemici del popolo, da mettere in catene e mandare via, lontano.

Come lo vogliamo chiamare questo?

23 febbraio 2019

La Volpe, di Frederick Forsyth



Nessuno li vide. E nessuno li sentì. Come da copione.I soldati delle Forze Speciali, in uniformi total black, avanzarono furtivi nelle tenebre diretti alla casa che rappresentava il loro obiettivo.Nella maggior parte dei centri abitati c’è sempre un po’ di luce, anche nel cuore della notte, ma lì si trovavano alla periferia di una città inglese di provincia e l’intera illuminazione pubblica veniva spenta intorno all’una. Non c’era neppure una lampadina accesa a infrangere l’oscurità. Quella era l’ora più buia, le due del mattino.Una volpe solitaria rimase a guardarli mentre passavano ma l’istinto le suggerì di non interferire con quei compagni predatori.Sulla strada incontrarono soltanto due esseri umani, entrambi a piedi, entrambi ubriachi dopo aver fatto baldoria fino a tardi con gli amici. I soldati si appiattirono rapidi tra i cespugli, mimetizzandosi completamente, finché quei tizi non si allontanarono a passo incerto verso le loro abitazioni.  

Cosa ci fanno dei soldati delle forze speciali inglesi e americane, in una cittadina della periferia londinese? A quale pericoloso terrorista stanno dando la caccia? Qual è la minaccia che devono sventare?
Per scoprirlo, Frederick Forsyth parte da un po' più lontano, da quel 11 settembre che ha cambiato per sempre la percezione del terrorismo che avevamo nel mondo occidentale.
Dall'11 settembre la spesa per la sicurezza per la raccolta dei dati (da tutte le possibili fonti) nei paesi occidentali è esplosa come anche è esplosa la massa di dati custoditi, non più archivi cartacei, ma in enormi data center con supercomputer e protetti da firewall sofisticati.

Si pensa che il defezionista e traditore Edward Snowden, fuggito a Mosca, abbia portato con sé più di un milione e mezzo di rapporti su una chiavetta abbastanza piccola da poter essere inserita nell’ano prima dei controlli alla frontiera. “Ai nostri tempi”, come direbbero i veterani, ci sarebbe voluta una colonna di camion, e una colonna di camion che esce da un cancello difficilmente passa inosservata.

Le battaglie della nuova guerra fredda, tra paesi occidentali e Russia, Iran o Corea, si combattono con armi diverse: si parla di cyberterrorismo, di virus e malware usati come armi per distruggere i sistemi informativi dei paesi nemici, per rubare dei dati o peggio ancora. In un mondo governato da computer, dove la gestione di ospedali, reti elettriche, strutture militari è in mano ad algoritmi e non più a persone, intrufolarsi in un sistema informatico può essere estremamente pericoloso.
Ecco perché gli americani si sono allertati dopo essersi accorti che qualcuno era entrato nella struttura super segreta e super controllata di Fort Meade, il fortino della NSA, l'agenzia di sicurezza americana.
Un hacker abilissimo, se è riuscito a penetrare i loro firewall, ma anche uno strano hacker: non solo non ha lasciato tracce dietro di sé, ma non ha nemmeno portato via nulla.
Un hacker che viene rintracciato in Inghilterra grazie al lavoro del Government Communication HeadQuarters, l'agenzia inglese per la sicurezza dove lavora il dottor Hendricks

Anche le volpi commettono errori. Non molti, giusto uno ogni tanto. Quella che Hendricks aveva individuato era una parte di un IP che completava l’impronta parziale scoperta nel database degli alleati. Insieme le due metà formavano un intero. Seguirono quella pista e, con grande imbarazzo dei rappresentanti britannici, scoprirono che portava in Inghilterra.Per gli americani si trattava della prova che il Regno Unito aveva subito un qualche tipo di intrusione a opera di sabotatori stranieri incredibilmente preparati, forse mercenari che operavano per conto di un governo ostile, verosimilmente armati. Occorreva quindi compiere un’irruzione in forze.I britannici, invece, visto che l’hacker sembrava risiedere in una casetta di un tranquillo quartiere di periferia di Luton, nella contea di Bedfordshire

Questo spiega l'azione dei commando e anche la telefonata del primo ministro Marjory Graham al suo consigliere per la sicurezza, un ex parà ma soprattutto ex agente dell'MI6, Adrian Weston.
Una vita passata a combattere i servizi segreti russi, il KGB nei paesi oltre la Cortina di Ferro affinché si occupasse della caccia a questo hacker abilissimo, chiamato “La volpe”.
Ma quando i soldati delle forze speciali fanno irruzione nella casa di Luton si trovano davanti una sorpresa:
Non trovarono stranieri, né mercenari o killer. Soltanto una famiglia di quattro persone che dormivano pesantemente. Un commercialista, già identificato come Harold Jennings, sua moglie Sue, e i suoi due figli, Luke di diciotto anni e Marcus di tredici. 
Per questo alle tre del mattino il sergente del SAS aveva pronunciato stupefatto la frase: «Non crederete mai...».

La Volpe è in realtà un ragazzo di diciotto anni con problemi di autismo, incapace di comunicare col mondo esterno ma abilissimo nel muoversi all'interno della rete.
Che fare ora di questo ragazzo? Sbatterlo in cella per tutta la vita come vorrebbe l'irascibile inquilino della Casa Bianca, col rischio di infilarsi in una causa decennale per lo scontro con gli avvocati della difesa?
Ad Adrian Weston viene in mente una soluzione congeniale per tutti: usare le abilità di Luke per controbattere agli attacchi informatici dei nemici dell'Inghilterra, perché la “guerra fredda” non è mai finita, si è solo interrotta dopo gli anni di Gorbaciov.

In Russia per esempio c'è un presidente, un ex agente dagli occhi di ghiaccio, un passato nei servizi russi, cresciuto all'ombra di Eltsin che ha basato il suo potere sul controllo della polizia, degli oligarchi che possiedono le ricchezze del paese e alla mafia russa.
Mentre Eltsin sprofondava sempre di più nel suo stupore alcolico, notò nella sua ombra un ex bullo della polizia segreta, un piccoletto dagli occhi gelidi che nutriva un'insana passione per foto omoerotiche di sé stesso

L'Iran degli Ayatollah, che ha preso in giro l'occidente promettendo che avrebbe smantellato il suo programma nucleare.

E poi la Corea del nord, il paese governato, anzi, mal governato dalla dinastia dei Kim, dove dietro l'apparenza di felicità, di pulizia, si nasconde una profonda povertà che l'occidente non può vedere.
Alla base della sconcertante docilità dei nordcoreani c'era la totale ignoranza di quanto accadeva nel mondo esterno. L'isolamento del paese da qualunque cosa era, a suo dire, totale. Non avevano radio da cui ascoltare trasmissioni straniere, né TV, né IPAD. Dal mattino alla sera e dalla sera al mattino erano bombardati dalla propaganda filogovernativa.

Sir Adrian decide di trasformare Luke in una nuova arma al servizio di sua maestà, per un'operazione dal nome “Cavallo di Troia”, scelta paradossale poiché ricorda le gesta dell'astuto Ulisse, per una sfida in cui si affrontano le più moderne tecnologie informatiche.

Luke e la sua famiglia vengono trasferiti in una casa di campagna, lontano da occhi indiscreti: qui potrà usare la sua abilità nel violare le difese informatiche per sfidare questi paesi, Russia, Iran e Corea appunto. Ma sarà una sfida pericolosa: dall'altra parte della Cortina c'è un altro uomo, anche lui cresciuto negli anni della guerra fredda a dar la caccia alle spie, a capo del servizio russo estero, SRV, erede del vecchio KGB.
Si chiama Yevgeni Krilov: quella tra Krilov e Winston sarà una vera e propria partita a scacchi, dove ogni mossa deve essere preparata bene, pensando alle strategie dell'avversario, cercando di immedesimarsi nell'altra persona.
Una sfida che lascerà dietro anche una serie di cadaveri: perché il presidente russo è stato categorico, quell'arma, quel ragazzo a cui nessun codice d'accesso sembra resistere, deve morire.
«Cosa vuole?» chiese Krilov alla figura incorniciata alla finestra.L'uomo si voltò, attraversò la stanza a grandi passi e posò le mani sulle spalle della spia seduca che, alzando lo sguardo, incrociò quei due occhi gelidi e furenti.«Voglio che finisca, Yevgeni Sergeivich, voglio che finisca. Non mi interessa come fai, di chi ti servi. E' la tua ultima occasione. L'ultima.»Krilov aveva ricevuto i suoi ordini. E anche l'ultimatum.

Anche in quest'ultimo romanzo, Forsyth si dimostra il maestro del genere spy thriller: possiamo leggere “La Volpe” come un romanzo di cappa e spada, di ricatti, spie, azioni di commando e sabotaggi.
Ma ci sono tanti rimandi all'attualità che fanno sorgere tante domande, sulle guerre sotterranee che avvengono nel mondo d'oggi e di cui non siamo a conoscenza.
Oppure di cui conosciamo la punta dell'Iceberg.
L'avvelenamento dell'ex spia Skripal.
L'abbattimento dell'aereo Malese sui cieli dell'Ucraina nel 2014.

Forsyth ci racconta anche delle fragilità delle dittature, in cui prima o poi si arriva al “momento Ceausescu”; e della corrispettiva fragilità delle democrazie, vulnerabili ai ricatti energetici (nel romanzo si parla dei gasdotti russi usati per condizionare le economie dei paesi occidentali), agli attacchi della cyber guerra.
All'insana passione che abbiamo, noi occidentali, per le dittature, dimenticandoci degli errori che Francia e Inghilterra commisero negli anni '30 quando sottovalutarono quel cancelliere tedesco coi baffetti.

Altri spunti
- La guerra al cyberterrorismo

La scheda del libro sul sito di Mondadori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

21 febbraio 2019

La libertà in Corea del nord – da La Volpe (F. Forsyth)

Dopo la Russia, la Corea del nord, altro paese dove vige una feroce dittatura e dove la vita delle persone è costantemente monitorata da una polizia segreta.

Nel suo romanzo, Frederick Forsyth ci racconta di come il regime è riuscito a controllare questo paese di 20 ml di abitanti.


Alla base della sconcertante docilità dei nordcoreani c'era la totale ignoranza di quanto accadeva nel mondo esterno. L'isolamento del paese da qualunque cosa era, a suo dire, totale. Non avevano radio da cui ascoltare trasmissioni straniere, né TV, né IPAD. Dal mattino alla sera e dalla sera al mattino erano bombardati dalla propaganda filogovernativa. Privati di un metro di paragone, erano convinti che le loro esistenze fossero normali, e non potevano invece rendersi conto di quanto fossero grottesche e distorte.Su ventitré milioni di abitanti, uno soltanto era composto da privilegiati di Stato che vivevano ragionevolmente bene. Costoro non pativano le periodiche carestie che producevano cumuli di cadaveri nelle strade perché i sopravvissuti erano troppo deboli per seppellire i morti.Era il prezzo che il popolo pagava per la sua assoluta, totale lealtà alla dinastia dei Kim. Il venti per cento circa dei cittadini, bambini compresi, era costituito da informatori, spalleggiati da circa un milione di uomini della polizia segreta, sempre pronti a cogliere il minimo sospetto di eversione o disobbedienza.Sarebbero potuti cambiare – sarebbero cambiati – se qualcuno avesse potuto spiegare loro quant'era bella la vita in libertà. Il suo dovere era cercare di informarli.[..]Sir Adrian si ricordò della storia che aveva sentito a proposito del defunto Kim Jong-il e del suo segreto timore di un “momento Ceausescu”, quando il popolo smette di acclamarti e, uno dopo l'altro, i cittadini cominciano a fischiarti.[La volpe, Frederick Forsyth]


Altri spunti- La guerra al cyberterrorismo- I tre pilastri del potere in Russia

18 febbraio 2019

I tre pilastri del potere in Russia - da La Volpe, di F. Forsyth

L'ultimo romanzo di Frederick Forsyth è ambientato nell'età di oggi: la guerra fredda è finita, ufficialmente, ma Inghilterra (e America) devono comunqnue guardarsi dal vecchio nemico, la Russia guidata dall'uomo dagli occhi di ghiaccio, il presidente della federazione russa.
Non viene mai nominato, ma si capisce subito a chi si riferisce, quando parla di lui chiamandolo Vozhd.

Come ha costruito il suo potere, questo ex funzionario del KGB russo?
Forsyth torna al suo mestiere di giornalista (negli anni '60) aveva lavorato alla Reuters a Parigi, e ce lo spiega:
Durante gli anni del governo Eltsin, l'attuale capo aveva assistito alla sistematica spoliazione della sua terra natia, derubata di tutte le risorse minerarie e naturali e consegnata da funzionari corrotti nelle mani di opportunisti e malavitosi.Allora però non aveva modo di impedirlo. Ottenuta la presidenza, invece, aveva imparato a conoscere e comprendere i tre pilastri del potere in Russia, che non erano cambiati dai tempi degli zar.Al diavolo la democrazia. Era una finzione, una farsa, e comunque il popolo non la voleva per davvero. Se riuscivi a creare un'alleanza tra il governo, con la sua polizia segreta, i detentori della ricchezza e la criminalità organizzata potevi governare il paese per sempre. E lui lo fece.Controllando l'FSB, la nuova polizia segreta, eri in grado di far arrestare, incriminare, processare e condannare  chiunque to ostacolasse. Questo tipo di potere ti garantiva la vittoria in qualunque elezione, truccandola se necessario; e significava che i media avrebbero fatto e pubblicato quel che gli veniva ordinato, mentre la Duma, il parlamento, avrebbe approvato qualsiasi legge in tuo favore. Aggiungici le forze armate, la polizia e la magistratura, e il paese era tuo.
In quanto al secondo pilastro, mettere la mani sulle grandi ricchezze era facile. l'ex agente della polizia segreta poteva anche essersi indignato spogliato dalle proprie risorse, ma non ebbe alcuna esitazione a unirsi all'mergente rete di oligarchi miliardari. Yevgeni Krilov [capo FSB nel romanzo] era consapevole di trovarsi al cospetto dell'uomo più ricco della Russia e forse del pianeta. Nessuno all'interno della nazione concludeva un affare, fosse anche per un rublo, senza pagare una percentuale al capo supremo, magari attraverso una complicata rete di prestanome e società di comodo.
Il terzo pilastro, infine, era quello rappresentato dagli spiegati "ladri nella legge", che esistevano fin dai tempi degli zar e avevano gestito su tutto il territorio con grande succesos i campi di lavoro, i terribili Gulag. Nell'era del post comunismo, la società parallela dei Vory v Zakone si era diffusa nella maggior parte delle metropoli del mondo, in particolare a New York e a Londra, dove avevano aperto grandi e redditizie succursali. Certi soggetti risultavano molto utili per svolgere il lavoro sporco, una disciplinata somministrazione di di violenza dove e quando era necessaria.[La Volpe, di Frederick Forsyth]

Altri spunti di lettura:
- La guerra al cyberterrorismo

15 febbraio 2019

La guerra al cyper terrorismo - da La volpe Forsyth

Cosa c'entra l'11 settembre con la guerra al cyber terrorismo fatta dai servizi segreti di tutto il mondo?
E come mai un reparto di soldati inglesi e americani del SAS sta accerchiando quella casetta alla periferia nord di Londra?
Chi è la volpe, quel temibile hacker che è riuscito a violare la fortezza dell'NSA a Fort Meade, a superare i firewall della difesa americana?
Come ha fatto, cosa ha in mente?

Tutto era cominciato con l'11 settembre:

Quel giorno, oggi noto semplicemente come l'11 settembre, prima che il tramonto calasse avevano perso la vita all'incirca tremila persone, di origini americane ma anche di altre nazionalità. Tra di loro c'erano gli equipaggi e i passeggeri dei quattro aerei, quasi tutti i presenti nelle due torri del World Trade Center e i centoventicinque morti del Pentagono. Più i diciannove terroristi che si erano suicidati. Quegli avvenimenti lasciarono gli Stati Uniti non solo senza parole, ma letteralmente traumatizzati.Quando il paese viene colpito così duramente, il governo americano in genere fa due mosse: si vendica e spende denaro. 
Negli otto anni della presidenza di George W. Bush e nei primi quattro anni di quella di Barack Obama, gli stati Uniti dilapidarono mille miliardi di dollari per costruire il più grande, il più farraginoso, il più ridondante e, con buona probabilità, il più inefficiente sistema di sicurezza nazionale che il mondo abbia mai visto.Se le nove agenzie di intelligence interna e le sette agenzie straniere avessero fatto il loro lavoro nel 2011, l'11 settembre non sarebbe mai avvenuto. C'erano stati segnali, indizi, rapporti, soffiate, indicazioni e anomalie: tutti rilevati, segnalati, archiviati e ignorati. 
Dopo quella data ci fu un'esplosione di investimenti a dir poco impressionante. Bisognava far qualcosa, qualcosa che gli americani potessero vedere, e così fu. Vennero create un'enormità di nuove agenzie con funzioni che replicavano e rispecchiavano l'operato di quelle già esistenti. sorsero migliaia di grattacieli, per lo più di proprietà di imprese private - impazienti di mettere le mani su quell'enorme quantità di denaro - alle quali fu appaltata anche la gestione.La spesa pubblica associata a quell'unica, epidemica parola, "sicurezza", esplose come un ordigno nucleare sopra l'atollo di Bikini, il tutto finanziato senza alcuna lamentela dagli ingenui, fiduciosi e sprovveduti contribuenti americani. Quell'incremento di attività generò un aumento dei rapporti - cartacei e online - talmente importante che solo un dieci per cento di essi  è stato effettivamente letto. 
Mancava il tempo e, nonostante l’enorme numero di dipendenti, anche il personale necessario ad affrontare una tale massa di informazioni.In quei dodici anni, inoltre, era accaduto anche qualcos'altro: i computer e i loro archivi - le banche dati - erano diventati i padroni del mondo.[La volpe, di Frederick Forsyth Mondadori]

La volpe è il titolo del thriller appena uscito di Frederick Forsyth: spionaggio, cyber terrorismo, le sicurezze e i punti nevralgici delle democrazie di oggi.
Come in altri romanzi del maestro del thriller, realtà e invezione narrativa si mescolano facendo nascere nel lettore tante domande ..

Buona lettura!

20 novembre 2013

La lista nera di Frederick Forsyth

L'incipit (e qui potete leggere il primo capitolo):
Nell’oscuro e segreto cuore di Washington si custodisce un elenco breve ed estremamente riservato. Contiene i nomi di terroristi ritenuti così pericolosi per gli Stati Uniti, i suoi cittadini e i suoi interessi da essere condannati a morte senza tentare neppure di arrestarli e sottoporli a giudizio o a giusto processo. Viene chiamato la “lista nera”.
Ogni martedì mattina nello Studio Ovale la lista viene esaminata, per apportarvi eventuali modifiche, dal presidente e da altri sei uomini; non uno di più, non uno di meno. Tra loro vi sono il direttore della CIA e il generale a quattro stelle che comanda il più grande e temibile esercito privato al mondo. Si tratta del JSOC, il Comando congiunto delle operazioni speciali, un’agenzia che ufficialmente non esiste.

Una fredda mattina di primavera del 2014 un altro soggetto si aggiunse alla lista. Quell’uomo era così misterioso che non se ne conosceva neppure il vero nome, e la gigantesca macchina dell’antiterrorismo americano non aveva sue foto. Come Anwar al-Awlaki, il fanatico americano-yemenita che diffondeva su internet sermoni inneggianti all’odio, già presente nella lista nera ed eliminato nel 2011 con un missile sganciato da un drone nel Nord dello Yemen, anche il nuovo entrato predicava online. Le sue parole erano così potenti che i giovani musulmani sparsi in tutto il mondo si convertivano a un Islam ultraradicale e commettevano omicidi in suo nome.
Al pari di Al-Awlaki, il nuovo entrato si esprimeva in un inglese perfetto. Non avendo nome, era noto semplicemente come “il Predicatore”.
La missione fu affidata al JSOC, il cui comandante la passò alla TOSA, un’organizzazione così segreta che il novantotto per cento degli ufficiali statunitensi in servizio non ne ha mai sentito parlare.
In realtà la TOSA è un piccolissimo dipartimento, con sede nella Virginia settentrionale, il cui compito è quello di scovare i terroristi che cercano di sottrarsi alla giustizia punitiva americana.

Quel pomeriggio il direttore della TOSA, conosciuto in tutti i rapporti ufficiali come Volpe Grigia, entrò nell’ufficio del suo cacciatore di uomini più esperto e gli mise un foglio sulla scrivania. C’erano scritte poche, semplici parole:
Il Predicatore. Identificarlo. Localizzarlo. Eliminarlo.

Sotto c’era la firma del comandante in capo, il presidente. Il che rendeva quel documento un ordine esecutivo presidenziale, un EXORD.

L’uomo che aveva davanti a sé quell’ordine era un enigmatico tenente colonnello del corpo dei marine di quarantacinque anni, a sua volta noto, dentro e fuori quell’edificio, solo con il nome in codice. Lo chiamavano “il Segugio”.
Non smette mai di stancare, Forsyth e, a mio avviso, rimane un punto di riferimento per quanto riguarda la scrittura di thriller e spy story.
Come in altri suoi libri, per scrivere La lista nera, Forsyth si è ispirato a fatti ispirati ed accadimenti del mondo reale: la lotta all'islam radicale da parte dei servizi di sicurezza occidentali e quanto la nostra sicurezza è in pericolo per colpa dei terroristi, istigati all'odio da parte di predicatori come il personaggio inventato (ma non tanto) in questo romanzo.
Ma c'è spazio anche per altre riflessioni: fino a che punto possiamo abbassare l'asticella della nostra privacy e consentire alle agenzie di sicurezza di spiare e intercettare le nostre conversazioni, pur di difendere la nostra incolumità?

Al centro del racconto c'è una caccia all'uomo: un uomo che inonda la rete internet con i suoi sermoni pieni di odio nei confronti degli infedeli e per questo è stato chiamato Il predicatore. Un uomo che nasconde il suo volto dietro un velo e di cui si conoscono solo i suoi occhi color ambra.
Il predicatore entra nella lista dei nemici dell'America, la “Lista nera”, dopo una serie di omicidi sia in America che in Inghilterra. Persone di origine orientale che, all'improvviso si sono trasformati in assassini, dopo essere stati indottrinati dalle parole del Predicatore, che incita via web all’odio contro degli infedeli:
Il messaggio del Predicatore era semplice quanto mortale. Ogni Vero Credente doveva individuare un kaffir dalla posizione sociale rilevante nel luogo in cui viveva e spedirlo all’inferno

Il JSOC, una delle agenzie di sicurezza governative (ma che risponde direttamente solo al presidente), ordina così al TOSA (una piccola struttura semisconosciuta dai più che si occupa della caccia e dell'eliminazione dei terroristi sulla black list) di rintracciare quest'uomo e di neutralizzarlo.
Il suo direttore, nome in codice Volpe Grigia, assegna questo incarico al suo cacciatore migliore: il Segugio. Un ex marine (figlio di marine) che ha passato anni dando la caccia ai terroristi di Al Qaeda, che conosce il mondo arabo avendo studiato a Il Cairo,
Qui ha avuto modo di comprendere da dove nasce l'odio verso l'occidente:
«Perché lo hanno fatto?» chiese Kit Carson.
«Perché vi odiano» rispose in tono pacato il vecchio erudito.
«Ma perché? Che gli abbiamo fatto?»
«A loro personalmente? Ai loro paesi? Alle loro famiglie? Niente. Tranne forse spargere dollari. Ma non è questo il punto. Parlando di terrorismo non lo è mai. Con i terroristi, che siano di Al-Fatah, di Settembre nero o del nuovo sedicente ramo religioso, la rabbia e l’odio sono in cima alla lista. Poi viene la giustificazione. Per l’IRA è il patriottismo, per le Brigate rosse la politica, per i jihadisti salafiti la devozione. Una falsa devozione.»

«I jihadisti prendono una o due frasi fuori contesto, le distorcono ulteriormente e poi pretendono di avere una giustificazione divina. Invece no. Non c’è nulla in tutto il nostro Libro sacro che ordini di massacrare donne e bambini per compiacere colui che chiamiamo Allah, il Misericordioso, il Compassionevole. Tutti gli estremisti lo fanno, compresi i cristiani e gli ebrei. Ma non lasciamo raffreddare il tè. Va bevuto bollente.»
«Eppure non capisco. Perché tanto odio?»
«Perché non siete loro. Provano una profonda rabbia per chi è diverso. Gli ebrei, i cristiani, quelli che chiamiamo i “kuffar”, i miscredenti che non si convertono all’unica vera fede. Ma anche quelli che non sono abbastanza musulmani. In Algeria i jihadisti massacrano interi villaggi di fellagha, contadini, tra cui donne e bambini, nella loro guerra santa contro Algeri. Non lo dimentichi, tenente. Prima vengono la rabbia e l’odio. Poi la giustificazione, l’esibizione di una profonda pietà, tutta una messinscena.»
Kit Carson ha anche visto in faccia la guerra in Medio Oriente, avendo partecipato alla missione in Afghanistan. Ora deve rintracciare e dare un nome ad una figura che ha visto solo in video e che ha fatto di tutto per nascondere la sua identità e celare anche l'ip da cui trasmette i video.

Per questo chiede aiuto ad un giovane Hacker, nome in codice
Ariel: un ragazzo che trascorre tutto il suo tempo rinchiuso in soffitta per colpa dell'agorafobia ma che in compenso conosce tutti i segreti dell'universo di internet.
«Roger, c’è un uomo che si nasconde da qualche parte nel cyberspazio. Odia il nostro paese. Lo chiamano il Predicatore
Ho il compito di trovarlo e fermarlo. Ma non ci riesco. In quel campo è più astuto di me. Si considera il più abile navigatore del cyberspazio.»

La caccia al predicatore diventerà per il Segugio anche una questione personale, per motivi che non anticipo: cercando di sfruttare tutte le risorse messe a disposizione e i pochi passi falsi del predicatore, il Segugio escogiterà un piano per portarlo allo scoperto ed annientarlo, che coinvolgerà i servizi americani, britannici e anche israeliani.
La lista nera è un racconto che, come ho cercato di spiegare prima, è una spy story che pesca molto dalla realtà: si incrociano nel racconto pirati somali e gruppi tribali africani in lotta tra loro:
“I somali, gli aveva spiegato, hanno una scala di valori immutabile. Prima di tutto viene l’interesse personale. Dopo la famiglia, quindi il clan, poi la tribù. In ultimo c’è la nazione, infine la religione”.

Vecchi spioni cresciuti ai tempi della guerra fredda e hacker dalle mani abili a perforare tutti i sistemi di sicurezza informatica. Guerriglieri dalla pelle bruciata dal sole e moderni soldati capaci di lanciarsi da 8000 metri e atterrare silenziosamente alle spalle del nemico (I ricognitori inglesi).

Perché la guerra al terrore è fatta sia andando alla ricerca delle più moderne tecnologie per captare le informazioni del nemico, ma anche andando ad inseguire la pista del denaro, ovvero dei finanziatori dei gruppi terroristici.
Aspettatevi un finale ad alta tensione: la caccia è aperta!

La scheda sul sito di Mondadori
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

19 febbraio 2012

Il giorno dello sciacallo di Frederick Forsyth

L'incipit
Fa freddo a Parigi, alle sei e quarante di mattina in una giornata di marzo, e il freddo sembra ancora più intenso quando sta per essere giustiziato un uomo. L’11 marzo 1963, a quell’ora, nel cortile principale di Fort d’Ivry, un colonnello dell’aviazione francese era in piedi davanti a un palo conficcato nella ghiaia gelida e mentre gli legavano le mani fissava con incredulità sempre meno evidente il plotone di fronte a lui, a una ventina di metri.Un piede strisciò sui sassi, imprecettibile sollievo alla tensione, nell’attimo in cui la benda veniva avvicinata agli occhi del tenente colonello Jean-Marie Bastien-Thriy, a nascondergli definitivamente la luce. Il mormorio del sacerdote fu il vano contrappunto al crepitare degli otturatori, quando i soldati caricarono e armarono i fucili.Al di là del muro di cinta, un clacson insistente: un autocarro Berliet chiedeva strada a qualche veicolo più piccolo che lo intralciava nella sua corsa verso il centro della città. Il suono si spense lontano, confondendosi con il “Puntate!” dell’ufficiale al comando del plotone. La scarica di fucileria, quando fu il momento, non provocò alcuna increspatura sulla superficie della città al risveglio; soltanto uno stormo di piccioni si levò in volo verso il cielo, per pochi attimi. L’eco del singolo coup-de-grace, qualche secondo più tardi, si perse nella crescente confusione del traffico al di là del muro.La morte dell’ufficiale, capo di una banda di assassini della Organisation de l’Armée Secrète che avevano tentato di uccidere il presidente francese, doveva significare una fine – la fine di nuovi attentati alla vita del presidente. Per uno scherzo del destino segnava invece un inizio, e per spiegarne perché è necessario spiegare prima perché un corpo crivellato di proiettili si trovasse, legato a un palo, nel cortile del carcere militare, a pochi chilometri da Parigi, in quella mattina di marzo…

E' veramente esistito un cittadino inglese che portò il nome in codice di “Sciacallo” per uccidere per conto dell'OAS (Organisation de l'armée secrète, un organizzazione di ex militari che vedevano nella cessione dell'Algeria da parte di Charles de Gaulle del 1962 un tradimento alla patria)? In molti hanno pensato che l'opera di Forsyth è troppo realistica per essere soltanto il frutto della fantasia, che il protagonista della vicenda non può essere nato dall'immaginazione, e che soltanto il caso e la fortuna del presidente francese De Gaulle hanno impedito che le vicende raccontate ne “Il giorno dello sciacallo ” finissero a caratteri cubitali sulle prime pagine dei giornali.

Forsyth, è vero, ha lavorato come corrispondente della Reuters a Parigi agli inizi degli anni 60, col compito particolare di “stare vicino a De Gaulle nell'eventualità di un attentato”.
E così, come si può apprezzare leggendo questo capolavoro del thriller, riuscì ad osservare in azione e molto da vicino i servizi di sicurezza francesi.

È questo lavoro di studio a rendere estremamente verosimile e coinvolgente questo libro che inizia con l'ennesimo fallimento di un attentato alla vita del presidente francese, nell'agosto 1962, da parte dell'organizzazione eversiva OAS. I vertici scampati agli arresti decidono così di rivolgersi questa volta ad un professionista esterno: un killer inglese, con alle spalle diversi omicidi politici, di cui nemmeno si conosce la vera identità.
Una persona sconosciuta da tutte le polizie del mondo, un uomo invisibile, capace di penetrare in tutti gli sbarramenti eretti attorno alla figura del presidente per compiere la sua missione e dileguarsi.

Scoperto casualmente questo piano, inizia una febbrile caccia all'uomo da parte dei vertici governativi e della polizia francese: un uomo senza nome, senza volto, di cui si sa solo che ha come missione entrare in Francia per uccidere.

«A me sembra, signor ministro, che lo SDECE non può scoprire quest'uomo per mezzo dei suoi agenti infiltrati nell'OAS, dal momento che neppure l'OAS ne conosce l'identità; e che il Servizio d'azione non riuscirà a eliminarlo, in quanto non sa chi deve eliminare. Il DST non può bloccarlo alle frontiere perché non ha un'idea della persona da fermare, e l'RG non ci può fornire la documentazione su di lui, perché gli impiegati non sono in grado di cercare dei documenti specifici. La polizia non può arrestarlo, dal momento che non sa chi arrestare ; e il CRS non può mettersi alle sue calcagna, perché non conosce la persona che dovrebbe seguire. L'intera struttura delle forze di sicurezza francesi è imponente, in mancanza di un nome. Di conseguenza, a me sembra che il nostro primo problema sia quello di dare un nome a quest'uomo: senza, ogni altra proposta non ha alcun senso. Con un nome abbiamo una faccia, con una faccia abbiamo un passaporto, con un passaporto un arresto. Ma trovare il nome, e farlo in segreto, è puro e semplice lavoro da agente investigativo.»Tacque di nuovo e si infilò il cannello della pipa fra i denti.
Quello che aveva detto fu assimilato e meditato da ognuno degli uomini intorno alla tavola. E tutti lo giudicarono ineccepibile. Sanguinetti, a lato del ministro, annuì lentamente.«E chi è il miglior agente investigativo di Francia, commissario?» domandò il ministro, con voce ferma. Bouvier si concentrò qualche secondo, prima di togliersi un'altra volta la pipa dalla bocca.«il miglior agente investigativo di Francia, messieurs, è il mio vice, il commissario Claude Lebel.»«Lo mandi a chiamare» disse il ministro degli interni.pagina 224-225.

La prima parte del libro, "anatomia di un complotto", è solo una preparazione per la caccia a questo spietato assassino, da parte di Lebel (il commissario incaricato di questo compito) anche con l'aiuto delle forze di polizia straniere, in particolar modo Scotland Yard arrivando a coinvolgere il Foreign Office e il Primo ministro.

Ma nelle ultime due, "anatomia di una caccia all'uomo" e "anatomia di un assassinio", il ritmo del racconto prende piede e diventa un incredibile crescendo di tensione e colpi di scena. Per l'astuzia da parte del killer nel sapersi trasformare, per l'intelligenza e la costanza da parte degli investigatori, a seguire tutte le sue tracce.

Nonostante sappiamo come la storia è andata a finire, rimane alla fine della pagine la domanda: è tutto inventato?

Il link per ordinare il libro su ibs.
Technorati: