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03 agosto 2014

Caccia al tesoro, di Nunzia Penelope

Il più grosso bottino della storia: 30000 miliardi sottratti alle casse pubbliche da multinazionali, banche, evasori. Dov'è nascosto, come possiamo recuperarlo.


Il tesoro di cui parla la giornalista Nunzia Penelope è quello che si è accumulato in vari decenni nei paradisi fiscali in Europa e nel mondo: una montagna di miliardi finiti nei circuiti dell'offshore, soldi che anziché aiutare l'economia reale dei paesi diventano ricchezza occulta sottratta al fisco. Sono soldi che potrebbero far comodo ai governi per abbassare la pressione fiscale e far ripartire la domanda interna. Per poter garantire ai cittadini quei servizi pubblici oggi a rischio.

Sono soldi che potrebbero risolvere i problemi del debito pubblico, per paesi come l'Italia, sempre sotto la minaccia di una nuova guerra a colpi di punti di spread. Guerra che ha portato al commissariamento dei governi, alle riforme fatte al grido “ce lo chiede l'Europa”: salari ai minimi, pensioni rinviate nel futuro, il dogma della precarietà nel lavoro, gli stati che privatizzano i loro asset.
Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di offshore? Ecco: ma cosa diversa è capire cosa si nasconde dietro questa formula dal senso molto esotico.

Il pregio di questo libro è proprio questo, la chiarezza: in pochi capitoli spiega il sistema dei paradisi fiscali, usando la formula giornalistica del chi, cosa, come, dove e quando.

“Il PIL dell’Italia è circa 1500 miliardi di euro annui: nei paradisi fiscali ci sarebbe quindi, grossomodo, l’equivalente di vent’anni della nostra ricchezza nazionale. Vent’anni di lavoro e di stipendio di tutti i nostri lavoratori, di prodotto di tutte le nostre fabbriche e aziende, di tutte le attività commerciali, di tutti i beni comprati e venduti, di tutte le case costruite, di tutta la spesa pubblica per sanità, scuola”.

Cosa sono i paradisi fiscali e dove si trovano.
Iniziamo col dire che i paradisi fiscali sono il paradiso solo per quelli che riescono così a sfuggire alla tassazione cui sono sottoposti i comuni mortali.
Sono paesi che attraggono beni e capitali garantendo l'anonimato dei proprietari, ben nascosti dietro società fittizie (molto virtuali), dietro la privacy del segreto bancario, dietro la macchina burocratica delle rogatorie internazionali, quelle procedure che i magistrati sono costretti a rispettare per capire dove sono finiti i soldi di tizio o caio.
Non sempre possiamo parlare di evasione fiscale (soldi non dichiarati al fisco): spesso è più corretto parlare di elusione. Ovvero la ricerca del posto migliore dove si pagano meno tasse e i governi fanno meno questioni sulla provenienza del denaro.
I paradisi non sono solo le Cayman: qui in Europa possiamo dire che ce ne sono molti, troppi, vicini a noi. I furbetti italiani possono andare rivolgersi alla Svizzera a San Marino e lo Ior.
I francesi ad Andorra. In piena Europa troviamo il Liechtenstein, vero paradiso fiscale per super ricchi selezionati, da dove proviene l'attuale presidente del Consiglio europeo Juncker.
L'Irlanda è famosa per il double Irish, il sistema che permette alla Apple di pagare il minimo consentito di tasse sugli enormi profitti.
Ma anche negli Stati Uniti ci sono paesi a fiscalità agevolata, come il Delaware.
Il futuro si dice che sia nell'estremo oriente, ovvero la piazza di Singapore.

Chi sono i signori dell'offshore.
Diversamente da quello che pensavo, solo il 30% dei capitali che finiscono nei paradisi fiscali sono di proprietà delle mafie. La maggior parte sono profitti delle multinazionali come Apple e Google. Di banche internazionali come Ubs e Credit Suisse. Nei paradisi troviamo le ricchezze dei super ricchi della terra che hanno deciso di nascondere dietro un Trust (uno scudo fiduciario) i loro beni.
Anche molte imprese italiane hanno società in paradiso (fiscale) o in paesi dalla fiscalità agevolata: dalla Fiat a Marcegaglia. Da Parlamat a Luxottica, Ferrero, Prada, Bulgari. I Riva avevano il loro gruzzolo nell'isola di Jersey mentre a Taranto la città soffocava sotto l'inquinamento dell'Ilva per le bonifiche che non si sono fatte. Dolce e Gabbana, condannati in appello per la “esterovestizione” del loro marchio.
Infine le banche italiane, specie quelle di sistema come Intesa San Paolo.
L'offshore:
“È un’industria globale molto redditizia e ingegnosamente strutturata, progettata e gestita in primo luogo dalle più grandi banche del mondo, da una miriade di studi legali e società di revisione contabile dai nomi prestigiosi, con base a New York, Londra, Ginevra, Francoforte, Milano”.
Come funziona il meccanismo dell'offshore.
Il libro parte con una immagine: l'incontro del G8 all'Aquila del 2009, quando i grandi della terra (Berlusconi compreso) dichiararono la loro guerra ai paradisi fiscali.
Va chiarita una cosa: se esistono i paradisi fiscali è perché i governi per lunghi anni lo hanno permesso. Perché un grosso pezzo dell'economia e della politica si appoggia ad essi.
Mentre i cittadini soffocano sotto le tasse e le piccole aziende sotto i controlli e la burocrazia, le grandi imprese possono sfruttare tutti i cavilli e le regole (che non ci sono), per fare i loro comodi.
Ovvero: i governi non possono fare oggi la guerra all'evasione e all'elusione perché in realtà dovrebbero far la guerra a loro stessi.
Gli USA alle loro multinazionali come Google e Facebook, con sede in Irlanda ma i lobbisti a Washington.
In Italia non parliamo: il presidente del Consiglio del G8 a l'Aquila è stato condannato per frode fiscale avendo creato un impero offshore con cui creare fondi neri (il sistema B Fininvest).
Nel buco nero da 30000 miliardi di dollari ci sono dentro le tangenti dei politici, i profitti delle mafie, le plusvalenze delle multinazionali che poi finanziano le campagne elettorali dei politici.
Magari proprio quelli del rigore per i comuni mortali.
Sono le leggi che permettono questo: non è un caso che la famosa legge sull'autoriciclaggio, presentata dal governo Letta, sia stata lasciata morire dallo stesso Parlamento con la sua caduta. Renzi, l'innovatore, il rottamatore, nemmeno parla più di volontary disclosure, anticorruzione e autoriciclaggio.
Altrimenti le riforme con Berlusconi non passerebbero:
“Il governo è costantemente in cerca di soldi. Ma dei paradisi fiscali, delle enormi ricchezze che contengono, di chi le possiede, di come vi arrivano, non si parla affatto; ed è perfino inutile sottolineare che l’argomento non entra mai, nemmeno per sbaglio, nel dibattito politico italiano: da cui, piuttosto, sono ormai usciti anche i termini evasione fiscale e corruzione”.
Da quando si parla di paradisi fiscale.
Sembra incredibile ma esiste una pista, sull'omicidio di Kennedy, che porta proprio ai paradisi fiscali, che già nel 1962 erano pozzi neri capaci di risucchiare i profitti delle grandi aziende americane.
Kennedy intendeva porre fine a questi privilegi. Ma non ne ebbe modo.

La guerra ai paradisi
Non tutti hanno ancora capito come la guerra ai paradisi fiscali sia una guerra per la difesa della democrazia. Il mondo oggi si sta trasformando in un enorme club di pochi super ricchi, cui tutto è concesso e, sotto, una marea di cittadini di democrazie svuotate.
Perché se è vero che le tasse in molti paesi (non solo l'Italia) sono alte, non è vero che i soldi sottratti alla fiscalità, cioè a noi, servono poi per creare posti di lavoro, per fare investimenti, per creare ricchezza.
Non è così almeno da noi in Italia, che si sta trasformanda dal paese dei capitalisti senza capitali al paese dei capitalisti coi capitali all'estero. E dove le tasse sono in crescita proprio per colpa di quelli che non le pagano.
Fino ad oggi la guerra ai paradisi è stata solo una foglia di fico.
Ma le persone all'Ocse con cui Nunzia Peneloper ha parlato ci credono, ora. Perché i governi, sempre più in crisi, non possono più far finta di niente.
Se fino ad oggi il sistema offshore era il lato B dell'economia mondiale, ora non è più tollerabile: chi sta dietro i fondi alle Virgin Island (uno dei paradisi), che stanno invendo in Cina, il maggior proprietario dei titoli di stato americani?
Possiamo accettare che i cinesi mettano le mani sui pezzi pregiati delle nostre industrie energetiche?
Possiamo accettare che il fondo Black Rock continui a fare shopping in Italia?
Come vedete, c'è un forte intreccio tra la salute delle democrazie e il mondo dell'offshore.

Ma per fare questa guerra serve una politica che non sia più complice o alleata al partito degli evasori ma che sia forte.
Il rischio, altrimenti, è arrivare ad un mondo a due velocità: come nel palazzo in Downtown Abbey (la serie TV incentrata su una famiglia aristocratica inglese), con la servitù sotto e gli aristocratici sopra. Separati non solo da un piano ma da un abisso sociale, economico.
Sarebbe paradossale ammettere che il nostro futuro è ritornare all'ottocento, non credete.
Come lo si spiega alle persone che pagano le tasse sempre e comunque? Alle imprese che rimangono in Italia, e che rispettano tutti gli adempimenti fiscali? Agli imprenditori che, piuttosto che al profitto a tutti i costi, pensano al futuro, ai tempi lunghi, ai posti di lavoro reali?



Alcuni spunti per la lettura:



La scheda del libro sul sito dell'editore Ponte alle grazie.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

30 luglio 2014

Il senso degli imprenditori italiani per l'export

Dal capitolo "Italiani all'estero - la grande fuga" del libro "La caccia al tesoro" di Nunzia Penelope (Ponte alle Grazie).
Capitali italiani nei paradisi fiscali al 2014: 180-200 miliardi di euro (Bankitalia)
Capitali sanati  con lo scudo fiscale del 2010: 104 miliardi di euro (Ministero del Tesoro)
Stima non ufficiale dei capitali italiani in Svizzera: 900-1000 miliardi di euro


Se chiedi agli imprenditori italiani cosa pensano delle nostre debolissime leggi anticorruzione e antiriciclaggio, della mancata reintroduzione del reato di falso in bilancio, dei tanti scandali economici che hanno al centro i migliori nomi dell'ex salotto buono (Ilva, Ligresti, Monte dei Paschi, per citarne solo alcuni), della devastabnte evasione fiscale , delle montagne di quattrini che si accumulano all'estero mentre il paese stringe la cinghia, ti guardano perplessi: «Oggi il nostro problema è cercare di tenere aperte le aziende massacrrate dalla crisi», spiegano con la cortesia forzata che si deve a chi fa una domanda un po' stupida; il resto sono dettagli.
Eppure tra le cuse principali della crescita zero del Paese - e della fragilità e del disastro della nostra economia - c'è, per l'appunto, l'intensificarsi di quella giostra di abusi che rientra sotto l'etichetta di «criminalità economica»: evasione fiscale, corruzione, falso in bilancio, riciclaggio. Anche quando ci si lamenta della cronica assenza d'investimenti esteri in Italia, quindi, sarebbe bene chiedersi qualcosa a proposito dell'inarrestabile tendenza dei capitali italiani ad espatriare, anziché essere reinvestiti nelle aziende che li hanno prodotti: se non ci credono gli imprenditori nazionali, in questo paese, perché mai dovrebbero farlo gli stranieri?
La stessa Confindustria, molto sensibile al tema della competitività e della produttività delle aziende italiane, non collega questi deficit al basso livello di legalità del nostro sistema economico, preferendo imputare le debolezze italiane all'alto costo del lavoro, al peso del fisco, della burocrazia, dei sindacati. Anche questi sono problemi reali, naturalmente. Ma non sono i soli, e forse nemmeno i più gravi.
[..]
Molto più calore è speso dal sistema imprenditoriale per ottenere un'altra legge ritenuta, questa sì, fondamentale: quella che modifica l'attuale impostazione del reato di «abuso di diritto», anticamera dell'elusione fiscale, detta anche, per semplificare, l'evasione dei ricchi e delle imprese.
Nel settembre del 2011, una lettera firmata dall'allora presidente Emma Marcegaglia assieme ai rappresentanti delle banche e delle compagnie di assicurazioni e indirizzata all'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti, parlava di «oppressione da controlli fiscali» e ammoniva così:
"Gli effetti degli accertamenti fiscali sono pesanti e potrebbero rilevarsi devastanti. I bilanci delle imprese, colpiti per centinaia di milioni di euro, soffrono: gli obiettivi di fuoriuscita dalla crisi diventano ancor più difficili da raggiungere".

E' nonostante questo, ancora non siamo usciti dalla crisi. Forse perché i vecchi manager sono rimasti al loro posto. Perché le leggi anticorruzione e antiriciclaggio ancora latitano. Perché il reato di falso in bilancio ancora è da ripristinare.
E l'evasione e l'elusione servono appunto per creare le riserve dei fondi neri da cui attingere per la solita corruzione.
Ma i problemi sono sempre gli stessi, come scrive la giornalista Nunzia Penelope: è colpa del costo del lavoro, dei sindacati, della burocrazia ..

29 luglio 2014

Le tasse di Google

Torniamo al buco nero dell'evasione, i miliardi di soldi che finiscono nei paesi offshore e che sono sottratti alla fiscalità dei paesi occidentali, di cui parla Nunzia Penelope ne "La caccia al tesoro".
Lo sapete che solo il 30% delle migliaia di miliardi che si trovano in questi paradisi (non solo le cayman, ma anche Svizzera, Jersey, Irlanda) sono della criminalità organizzata?
Il resto è composto anche dai guadagni delle multinazionali che spostano la loro fiscalità dove è più conveniente.
Più conveniente per i grossi manager, non per i paesi di origine.
E' tutto a norma di legge: lo spiega su Punto-informatico Luca Annunziata

I dati relativi al 2013 dipingono un margine risicato e spese fuori controllo. Ma è solo questione di come far tornare i conti, e dove mandare i profitti
Roma - Nel 2013 il fatturato della divisione europea di Google si aggira sui 17 miliardi di dollari, poco meno di 12 miliardi di euro: i profitti derivanti dal mercato pubblicitario (soprattutto) e dalle altre attività di Big G nel Vecchio Continente raggiungono un nuovo massimo storico, così come l'entità dei margini e delle tasse pagate da Mountain View. Rispettivamente 189,1 milioni e 27,7 milioni di euro, con oltre 10 milioni in più di tasse pagate rispetto al 2012. Un nuovo record, che tuttavia stride col totale del fatturato: ma niente di quanto fatto in Europa da Google è meno che legale.

Il merito di questa enorme sproporzione tra tasse e fatturato risiede nel modo in cui Google gestisce la contabilità: la stragrande maggioranza degli introiti finisce in "costi amministrativi", ovvero costi che Google sostiene per coprire lo sfruttamento del logo e pagare royalty sulle tecnologie collegate al business che porta avanti. Il "trucco", per altro già ampiamente conosciuto come "double irish", risiede nel modo in cui viene gestita la contabilità: tutti gli introiti transitano dalle filiali locali alla divisione irlandese di Google, che poi provvede a girare i pagamenti alle società con sede alle Bermuda a cui fanno capo tutte le sue attività (le tasse locali sulle società sono tra le più basse del mondo).

Non c'è niente di illegale in tutto questo: Google opera all'interno del mercato unico europeo, e dunque può tranquillamente vendere beni e servizi attraverso una sola ragione sociale di diritto irlandese. I soldi finiscono alle Bermuda, e lì restano: ci sarebbe modo di farli rientrare negli USA, e pagare le tasse, così come ha fatto eBay lo scorso anno. Per ora però non vi è alcuna indicazione sulle intenzioni di Google per il futuro.

Sulla questione da tempo si dibatte anche sul piano politico, in particolare in Italia, e ora è intervenuto persino Barack Obama: "Si tratta di approfittare di un regime fiscale tecnicamente legale, ma credo che molte persone direbbero che se fai affari qui sei semplicemente un'azienda statunitense. Stai semplicemente cambiando il tuo indirizzo per evitare di pagare le tasse, ma non stai facendo del bene al paese e ai cittadini americani". Se è questo l'orientamento dell'amministrazione USA non si potrà fare altro che prenderne atto, ma questa faccenda non mancherà di gettare altra benzina sul fuoco di una polemica che al di qua dell'Atlantico non si è mai davvero sopita.

28 luglio 2014

Il tesoro offshore

Ci sono circa (è una stima dell'ex economista Mc Kinsey James Henry) 30000 miliardi di dollari nascosti nei paesi offshore.
E' una cifra enorme, per cercare di capirne le dimensioni, la giornalista Nunzia Penelope usa come riferimento il nostro PIL:

“Il PIL dell’Italia è circa 1500 miliardi di euro annui: nei paradisi fiscali ci sarebbe quindi, grossomodo, l’equivalente di vent’anni della nostra ricchezza nazionale. Vent’anni di lavoro e di stipendio di tutti i nostri lavoratori, di prodotto di tutte le nostre fabbriche e aziende, di tutte le attività commerciali, di tutti i beni comprati e venduti, di tutte le case costruite, di tutta la spesa pubblica per sanità, scuola”.
Oppure, se vogliamo usare un altro termine di paragone, sono circa 15 volte il nostro debito pubblico, quello per cui siamo sempre sotto la spada di Damocle dello spread, quello che l'europa ci chiede di ridurre, quello del fiscal compact.
Sono tanti soldi, accumulati dalla criminalità organizzata ma anche dalle grandi multinazionali che spostano le sedi legali dove più comodo, dai super ricchi che decidono (perché consentito dalle leggi) di nascondere i loro beni dietro dei Trust per non pagare le tasse.
Sono soldi che passano dal mondo reale, abitato da gente che paga le tasse e che si deve sobbarcare il peso dei debiti nazionali, al mondo offshore.
Che non è costituito solo dalle isole nei Caraibi come le Cayman.
No: il mondo offshore è molto vicino a noi, tremendamente vicino e facilmente accessibile.
E' l'Irlanda e l'Inghilterra, dove Google e Fiat hanno spostato le sedi fiscali.
Sono San Marino e lo Ior, dove tanti italiani nascondono i loro conti.

E' un tesoro su cui, in tempi di crisi, i governo dovrebbero andare a caccia. Per risollevare l'economia e tagliare i debiti.
Ma i governo nazionali, si sono dimostrati molti più complici in questa lotta di classe condonna dai ceti più ricchi nei confronti dei più poveri.
Tutto questo nell'ultimo libro di Nunzia Penelope "Caccia al tesoro" Ponte alle Grazie.

20 giugno 2014

La caccia al tesoro (degli evasori)

Bene il 730 precompilato, bene lo snellimento delle procedure col fisco.
Ma sulla lotta all'evasione manca sempre qualcosa perché, così come per la lotta corruzione, è anche un discorso di regole che non ci sono, sono di etica.
Perché, per esempio, si fa così fatica ad approvare la legge del "voluntary disclosure" per costringere gli evasori ad autodenunciarsi?
Nunzia Penelope racconta i retroscena dietro questa “legge morta due volte” nel libro "Caccia al tesoro"
Un colossale furto planetario, un bottino senza precedenti. Spicciolo più spicciolo meno, stiamo parlando di circa trentamila miliardi di dollari: il doppio della ricchezza prodotta ogni anno dagli Stati Uniti o dall’Europa, venti volte quella prodotta in Italia. È un capitale che sfugge a qualunque controllo e a qualunque fisco, una sottrazione di risorse inarrestabile che sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale. Una buona metà di questo tesoro è posseduta da meno di centomila soggetti: una élite globale tanto potente quanto difficilmente identificabile, in cui ai soliti noti – evasori del fisco, speculatori di ogni risma e organizzazioni criminali – si affiancano grandi multinazionali e banche d’affari, non esclusi i «campioni» della nostra industria nazionale o i promotori del capitalismo «virtuoso» della Silicon Valley. Tutti, sia pure con modalità differenti, rappresentano i clienti ideali dei paradisi fiscali: un mondo parallelo le cui dimensioni non sono mai state calcolate adeguatamente, ma che si ritiene contenga oltre un terzo di tutta la ricchezza mondiale.
Nunzia Penelope, attingendo come sempre a fonti e documenti di solida attendibilità, prosegue la sua indagine sul lato oscuro del capitalismo contemporaneo, stavolta su scala globale. Caccia al tesoro, oltre a offrire una chiave di lettura inedita della gigantesca redistribuzione della ricchezza verso l’alto cui stiamo assistendo negli ultimi anni, traccia il profilo di una nuova guerra mondiale, quella del fisco, che vedrà confrontarsi l’esercito di coloro che pagano le tasse e quello di un’economia che vive al riparo da ogni regola.
Del libro e della caccia agli evasori (protetti dalla politica) ne parla Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano:
La politica lenta che aiuta gli evasori di Stefano Feltri
   Secondo voi perché ci stanno mettendo così tanto tempo ad approvare le norme sul rientro dei capitali? Perché così chi vuole mettersi al riparo ha modo di riuscirci, per un italiano che vuole continuare a sottrarsi al fisco basta prendere la cittadinanza svizzera o meglio ancora di Panama”, racconta al Fatto Quotidiano un banchiere svizzero che da Lugano osserva il dibattito parlamentare che si trascina da oltre un anno sul rimpatrio dei capitali dai paradisi fiscali. Prima la norma sulla voluntary disclosure, cioè sull’autodenuncia di chi rivela al fisco i soldi custoditi all’estero prima che scattino i nuovi accordi che spingeranno le banche a dare tutte le informazioni, era in un decreto legge del governo Letta. Poi è stata stralciata, ufficialmente perché il decreto rischiava di decadere senza approvazione. E allora si ricomincia come disegno di legge alla Camera, in commissione Finanze, qualche emendamento lo migliora, qualche altro (del Pd e avallato dal governo) cerca di trasformare una misura concepita per sanzionare gli evasori in un condono. I tempi restano incerti, chi ha i soldi su un conto svizzero o li ha affidati a un trust ha tutto il tempo per prendere le sue contromisure.

   UN LIBRO APPENA uscito della giornalista Nunzia Penelope, Caccia al tesoro (Ponte alle Grazie), ci rivela i retroscena della “legge morta due volte”, cioè quella sulla voluntary disclosure che prevede un’aliquota del 27 per cento sulle somme che si autodenunciano al fisco più una certa protezione legale sui reati connessi (almeno quelli fiscali, non quelli che hanno permesso di accumulare la somma, tipo traffico di droga o frodi finanziarie). Nel libro di Nunzia Penelope si racconta di cosa sta succedendo in Svizzera mentre noi perdiamo tempo, come dimostrano i brani riportati dell’audizione in Parlamento della Unione Fiduciaria, una società costituita da otto banche popolari che offre servizi di “protezione di patrimoni”, quelli di cui ha bisogno che vuole mantenere una certa discrezione sull’esistenza e la provenienza di somme consistenti. I rappresentanti della Unione Fiduciaria, il direttore generale Filippo Cappio e l’avvocato Fabrizio Vedana, spiegano ai parlamentari che per come era concepita nella prima versione la voluntary disclosure avrebbe creato parecchi problemi agli evasori in Svizzera che avessero fatto emergere le loro somme, perché rischiavano di trovarsi subito imputati per riciclaggio, “il tema non è semplice, è una bomba che gira e che rischia di scoppiare in mano all’ultimo che la maneggia”. E spiegano anche che “se al contribuente si chiede troppo c’è il rischio di non ottenere niente: invece di aderire alla sanatoria, se ne andrà a stare all’estero anche lui, trasferendo la residenza oltre ai soldi. Ci risulta che lo stiano facendo già in tanti”. Se poi il modulo da compilare, com’era previsto, ha 40 pagine e basta un errore per essere accusati di falso, allora gli incentivi a partecipare all’operazione trasparenza si riducono ancora. Insomma: una norma troppo tenera è un regalo agli evasori, una troppo dura rischia di spaventarli e di farli rimanere nell’anonimato. Ma la cosa peggiore è una norma troppo dura adottata con enorme lentezza che permette ai titolari di depositi di origine illecita di organizzarsi per essere sicuri di farla franca quando scatteranno le nuove regole. E anche le banche, costrette controvoglia a cooperare, hanno modo di individuare quelle scappatoie che permettono di rispettare formalmente la trasparenza senza perdere i capitali degli evasori, magari trasferendoli in una filiale di Singapore o nascondendoli in un trust blindato.

   “NON SI SA ESATTAMENTE quale parte di 42 minuti circa di audizione dell’Unione Fiduciaria abbia colpito maggiormente i parlamentari; sta di fatto che il 29 marzo 2014 il decreto sulla voluntary disclosure viene lasciato morire. Una forma pietosa di eutanasia, tanto era già chiaro che il Parlamento non lo avrebbe mai approvato”, commenta Nunzia Penelope nel suo libro. E a proposito delle alternative ora sottoposte alla Camera, dopo l’abbandono del decreto originario, la Penelope nota anche che “uno dei disegni di legge, tra l’altro, recepisce perfettamente tutte le richieste di ‘sconto’ avanzate dei fiduciari, e un secondo propone addirittura di allargare il beneficio ai capitali evasi ma rimasti in patria, lasciando cinque anni di tempo per decidere se aderire o meno”. Insomma, siamo passati da una norma forse troppo dura al progetto di un condono. È la lotta all’evasione secondo i politici italiani.

10 luglio 2013

Il gioco d'azzardo e gli evasori fiscali (Nunzia Penelope)

L'articolo di Nunzia Penelope sul FQ sul gioco d'azzardo e sui concessionari: c'è ancora molto da fare per rendere trasparente e pulito il settore.
Mentre il paese ha bisogno di soldi, questo è proprio un settore dove andarli a prendere.
“Il gioco d’azzardo mi fa più paura degli evasori fiscali”LUIGI MAGISTRO Il capo della lotta ai ladri del Fisco è passato ai Monopoli di Stato per combattere le infiltrazioni criminali nel settore di slot machine e lotteriedi Nunzia Penelope
   Ripulire il settore del gioco, tra i più a rischio di infiltrazioni criminali, e renderlo innocente come il giardinetto di un asilo. Luigi Magistro, da un anno a capo dei Monopoli, è convinto che la sfida si possa vincere: “Entro il 2014 puntiamo a ottenere la massima pulizia nei concessionari”. Il punto debole, infatti, è proprio lì: lo Stato appalta la gestione a società private, con gara europea ed esame dei requisiti, ma non è impossibile aggirarli. “Il gioco – spiega Magistro – è un business con grossi giri di contante, si presta a infiltrazioni di ogni genere. Fino al 2003 era quasi completamente in nero. Poi, con l’ingresso dello Stato, c’è stata l’emersione, ed è venuto a galla di tutto. Ora si tratta di selezionare, e noi stiamo facendo un grosso sforzo. Effettuiamo controlli sistematici su concessionari, soci, amministratori, assetti proprietari. Se individuiamo qualcosa che non va, scatta la revoca della concessione”.   L’affare Bplus   Il settore più delicato è quello delle slot ma-chine, da cui arrivano ben 4 degli 8 miliardi che lo Stato incassa dai giochi. Qui operano 13 concessionari, e qui c’è stato anche il primo effetto dell’operazione pulizia: l’affaire Bplus. Bplus è la maggiore dei concessionari autorizzati, ogni giorno garantisce allo Stato entrate per 3 milioni, un miliardo all’anno, è in attività dal 2004. A marzo sul patron, Francesco Corallo, è piombata l’interdittiva del prefetto di Roma, per tentativi di infiltrazione del crimine organizzato. La concessione è stata revocata, ma a Bplus è stato concesso di operare fino al 20 settembre,inattesa di trovare una soluzione che salvi quel 25 per cento di mercato che rappresenta, evitando che ripiombi nel nero con pesanti ricadute sulle entrate dello Stato. L’ipotesi allo studio è conferire la società a un blind trust con sede a Londra, separando la proprietà dalla gestione. Sarà sufficiente? Magistro non ne è convinto: “Ritengo che il blind trust, per di più estero, non dia abbastanza garanzie. Diverso sarebbe se fosse affiancato da un ufficio di controllo presieduto da una personalità di alta levatura. Ma si tratta di una soluzione ponte: solo il passaggio della società a un soggetto diverso, in tempi brevi, potrebbe scongiurare il tentativo di infiltrazione mafiosa su cui è basata l’interdittiva del prefetto”. La Bplus ha fatto ricorso al Tar e invoca il risarcimento di possibili danni per centinaia di milioni di euro. Altre esclusioni sono arrivate nel settore delle scommesse, sia per tentativi di infiltrazione mafiosa che per criminalità comune.   Da Mani Pulite all’a zz a rd o   Magistro, ex Guardia di Finanza, non è comunque un novellino in certe faccende. Negli anni Ottanta, al fianco del giudice Gherardo Colombo, dava la caccia ai fondi neri dell’Iri, nei Novanta collaborava col pool Mani Pulite. Poi, da direttore dell’accertamento all’Agenzia delle Entrate, si è inventato il nuovo redditometro e si è battuto per consentire al fisco l’accesso ai conti correnti. Provvedimenti poco popolari, ma che hanno triplicato il recupero dell’evasione fiscale. Tenere a bada il settore dei giochi è diverso, ma non meno complicato: “Gli evasori li devi stanare in una platea gigantesca, qui è molto più ristretta, ma anche le nostre forze sono ridotte rispetto all’Agenzia delle Entrate”. I Monopoli hanno un organico di 2500 persone, di queste appena 500 per i controlli, che comprendono anche i tabacchi. I soli giochi sono un mondo di 2 mila concessionari, 5 mila gestori, 100 mila esercizi, 400 mila slot machine: “Col gioco di Stato siamo entrati in un settore nuovo forse impreparati – osserva Magistro – Abbiamo dovuto formare il personale e col blocco delle assunzioni non c’è ricambio da dieci anni. Rispetto alla macchina che ci hanno chiesto di organizzare, non ci hanno dato molto. Eppure, garantiamo allo Stato 24 miliardi di entrate l’anno”. Il che riporta alle polemiche sullo Stato biscazziere, ma Magistro spiega che demonizzare il gioco è sbagliato: si tratta di una redistribuzione di ricchezza, la spesa di uno diventa il reddito di un altro: “La maggior parte di quanto speso torna indietro in premi. Su 87 miliardi giocati lo scorso anno, lo Stato ne ha incassati 8, i giocatori se ne sono divisi 70”.   Ludopatie esagerate   Quanto all’allarme sulle ludopatie, “circolano numeri che ci lasciano perplessi. I tecnici ci dicono che le persone veramente a rischio dipendenza sono decisamente meno rispetto alle cifre che si leggono”. E come spiega le barricate contro la legge Balduzzi che limita le slot? “Il divieto di collocarle a 500 metri da scuole, chiese e ospedali era eccessivo: a Roma significava eliminarle quasi del tutto. Ma qualcosa va fatto: la dislocazione delle slot è fin troppo libera, chiunque può metterne una. Qui accanto c’è una lavanderia con otto apparecchi: si porta il bucato e si gioca. Stiamo studiando un riposizionamento sul territorio , con la segregazione degli spazi destinati al gioco. È importante, soprattutto per i minori, non avere la tentazione sotto gli occhi. Così come individuare e curare i casi di vera dipendenza, ed è quello che stiamo facendo con l’Osservatorio previsto proprio dal decreto Balduzzi. Però faccio notare il paradosso: l’opinione pubblica si concentra sulle ludopatie, mentre c’è assai meno attenzione sul fatto che noi, qui, ci confrontiamo quotidianamente con un sistema a grosso rischio di infiltrazioni criminali. Non è una cosa singolare?”.

In Lombardia ci sono 77414 apparecchi per giocare e , solo qui, lo Stato raccoglie 10 miliardi di euro. La raccolta totale delle giocate è di 48,7 miliardi di euro, per una media di spesa pro capite di 804 euro  .

06 dicembre 2012

Ricchi e poveri, un'inchiesta di Nunzia Penelope


Il 10% degli italiani possiede metà della ricchezza nazionale, il 90% si divide quel che resta. La prima inchiesta sulla disuguaglianza: come vive chi può spendere 10000 euro al giorno, come sopravvive che ne guadagna 1000 al mese.

L'Italia immaginata come un grande condominio, dove ai piani alti e altissimi vivono ricchi e super ricchi, e poi, man mano che si scende, quello che rimane del ceto medio, per arrivare ai piani bassi dei poveri. Ma anche a quelli che, in questa metafora, vivono sul marciapiede perché nemmeno si possono permettere un posto in condominio.

"La metà della ricchezza nazionale, e cioè oltre 4 mila miliardi di euro, appartiene a una piccola minoranza pari al 10% della popolazione: sei milioni di persone che vivono nell’assoluto benessere. Al 90% dei cittadini, 54 milioni di persone, resta da dividersi l’altra metà. Sembra quasi un gioco di parole, ma spiega la ragione fondamentale per cui l’Italia è quel paradosso che è: un paese ricco, abitato da poveri." 

L'inchiesta di Nunzia Penelope è una radiografia del paese suffragata da cifre, analisi e episodi di vita reale: un paese che sempre più, per colpa della crisi mondiale ma soprattutto dei rimedi posti in atto dalla politica, si sta dividendo in ricchi da una parte e poveri, sempre più poveri dall'altra. Un paese con una ricchezza privata da 8640 miliardi di euro, che è privata appunto, ma con un debito pubblico, in crescita (come corruzione e evasione) e pari a 1972 miliardi.
L'Italia non è più una repubblica democratica basata sul lavoro, come sancisce la Costituzione, che pure garantisce cure sanitarie e istruzione (fino ad una certa età) gratuite e per tutti.
L'Italia, rischia di diventare un paese costruito per ricchi, a discapito dei poveri. Ricchezza che non si può misurare solo con la dichiarazione dei reddtiti che, invece parla di un paese di poveri (ricchi). Bisogna guardare al patrimonio delle famiglie del condominio Italia.
“Le famiglie superricche rappresentano appena l'1% della popolazione, hanno un patrimonio 65 volte superiore alla media e da sole si spartiscono il 13% della torta, pari a 1120 miliardi di euro. Se sommiamo gli abitanti di attico e superattico, scopriamo che il 10% della popolazione italiana controlla il 50% dell'intera ricchezza nazionale per un totale di circa 4 miliardi e spicci, mentre alla metà della popolazione (quelli del piano terra e del marciapiede) tocca solo il 10%, poco più di 800 miliardi.I più ricchi, tra l'altro, sono anche i più vecchi. Diversamente che dal passato, per la prima volta negli ultimi decenni il rapporto tradizionale si è invertito: le nuove generazioni viaggiano inesorabilmente verso la miseria mentre le anziane si godono i frutti dell'accumulazione concessa loro da anni di benessere pre crisi.[pagina 19]

Come si misurano queste diversità?
Si comincia dal mondo del lavoro e dalle buste paga: ad aumentare la forbice contribuisce l'eccesso di precariato, le buste paga più basse d'Europa. Questi sono redditi tassati fino all'ultimo centesimo. Cosa che non succede con le famiglie che vivono invece di rendita finanziaria. 

Il dato che colpisce è che le somme stabilite dagli indicatori di povertà [1011,13 euro al mese ] sono molto vicine alle medie delle retribuzioni nazionali: 1286 euro per un lavoratore a tempo pieno indeterminato, 700 per un lavoro part-time, 800 per un precario. Il che spiega la recessione che sta vivendo il paese: se sei povero non hai soldi da consumare, quindi le aziende non vendono le loro merci, non hanno fatturato e chiudono; quindi licenziano e creano altri poveri.”[pagina 23]
Ai piani alti chi troviamo, dunque? I manager delle aziende pubbliche, i burocrati della macchina pubblica (che oggi magari sono pure diventati ministri tecnici) e, in cima, i super manager delle aziende private (in special modo i banchieri). Una forbice, quella dei salari e delle tutele, che fa pesare la crisi di più su chi abita ai piani bassi.

“Basta guardare le retribuzioni di altri suoi fedeli servitori, dal capo della polizia ai dirigenti dei ministeri, fino ai presidenti delle authority.La busta paga più pesante è quella del capo della polizia, Antonio Manganelli: 621000 euro. Molto al di sopra del comandante generale dell'arma dei Carabinieri, che si ferma a 462.642 euro.[..] Il compenso le forze dell'ordine italiane sono tra le peggio pagate d'Europa: 1200 come primo stipendio, che con gli scatti d'anzianità arriva poi a circa 1600 euro, contro le cifre ben più consistenti che ricevono in Francia (1680 euro come primo stipendio), Spagna (1420 euro), Germania (1626), Gran Bretagna (3200).”[pagina 58] 

Mentre nel paese infuria la polemica sulla casta e sui costi della politica, ci si dimentica di un'altra super casta: i top manager delle imprese private. Quelli che preferiscono evitare (a differenza dei politici) le prime pagine e l'ostentazione della ricchezza.
“.. i soli primi venti top manager italiani nel 2011 hanno incassato circa 90 milioni di euro; i primi 43 superburocrati dello Stato, come abbiamo visto, si fermano a 16 milioni complessivamente; i venti ministri del governo Monti, sempre complessivamente, arrivano a 4 milioni. Il solo Marco Tronchetti Provera, nel suo dorato 2011, con 22 milioni ha guadagnato l'equivalente di tutti i 43 superburocrati più tutti i venti ministri, premier compreso. Complessivamente, amministratori delegati, presidenti e dirigenti di primo livello delle prime 38 aziende italiane nell'anno di crisi 2011 si sono portati a casa ben 364 milioni di euro. E non solo quelli che hanno lavorato duro: 80 milioni sono andati, infatti, ad amministratori «non esecutivi», cioè con incarichi poco più che di rappresentanza.[..].. Esaminando le 38 società comprese nell'indice FTSE MIB [..] si evidenzia che, a fronte di aumento complessivo degli emolumenti dei vari manager pari al 15% in un anno, le società hanno perso il 19% in termini sia di valore delle azioni che di dividendi distribuiti agli azionisti.”[pagina 68-69] 
E anche i banchieri:
“A livello europeo quello delle retribuzioni dei banchieri è un problema considerato serissimo, da risolvere ad ogni costo. Il capo dei verdi del Belgio, Philippe Lamberts, ha dichiarato di non riuscire a trovare alcuna prova ce le politiche di remunerazione di banche come Deurtsche Bank o Societé Générale corrispondessero a una reale «creazione di valore». Anzi, era vero il contrario: «Siamo stufi – ha detto il parlamentare europeo – di gente che sostiene che questo è un discorso populista: non credo proprio che i banchieri abbiano bisogno di prendere due, tre, dieci volte lo stipendio base per poter fare un buon lavoro».”[pagina 75]
Altro punto analizzato, la piaga dell'evasione: Cleptocrazia la chiama la giornalista, ovvero “la gestione del potere politico da parte di un'elite avente come obiettivo primario il furto e la spoliazione sistematica di risorse ai danni della popolazione amministrata” (dalla Treccani).
Come definire altrimenti un sistema in cui questa elite, gli evasori, hanno possibilità e mezzi per evadere il fisco, sottraendo risorse per il pubblico?

Si parte dalla “Relazione finale del gruppo di lavoro sull'Economia non osservata e l'evasione fiscale”, del governo Berlusconi:
Entrate fiscali 2010: 406 miliardi
Contribuenti: 41,8 milioni.
Persone che dichiarano da 0 a 15000 euro: 20 ml
Da 15000 a 35000: 17 ml
Da 35000 a 100000: 3,5 ml
Sopra i 100000: 398000 persone.
Sopra i 300000 euro: 30000
Sopra i 500000: 3106
Sopra il milione di euro: 682.

E la domanda, nasce spontanea:
[..] Ma chi diavolo sono, allora, quei 30 milioni di persone ricche o superricche, o anche semplicemente benestanti, che vivono nei piani alti del condominio Italia e sono dotate di patrimoni medi che vanno da 5 milioni a un minimo di 40000 euro?[pagina 86]

Effetto della grande evasione: un paese povero con aziende che dichiarano bilanci da onlus. Non solo per colpa della crisi, ovviamente.
“Lo conferma una relazione della Procura di Milano secondo cui dal 2009 al 2011 i reati fiscali sono quintuplicati. Non stiamo parlando di baristi che non rilasciano lo scontrino del caffè: qui si parla di imprese di medie dimensioni e di reati penali, che presuppongono quindi l'evasione di somme molto consistenti, attraverso sistemi molto sofisticati. Nelle pratiche aperte dal primo dipartimento della Procura di Milano, che si occupa di illeciti economici e finanziari, emerge l'impennata di reati come: omessa dichiarazione fiscale, emissione di fatture false, mancati versamenti IVA, false scritture contabili.[..]I grandi evasori li portano altrove: nelle banche e nei caveau della sola Svizzera ci sono tra i 150 e i 200 miliardi di euro che battono bandiera tricolore. Ma ancora non si è trovato il modo di riportarli a casa.”[pagina 89]
Nella seconda parte del libro “Il denaro non fa la felicità. Ma fa la differenza”, l'autrice si sofferma su come cambia la vita, per gli utenti dei piani alti, rispetto a quelli dei piani bassi. L'acquisto della casa, e le difficoltà nel pagare il mutuo: da una parte famiglie con case in ogni dove, alle famiglie costrette a vivere nelle roulotte o nei camping, come successo ad Azzate, in provincia di Varese.
Lo scandalo di affittopoli e le relative svendite di beni previdenziali:
“Le compagnie di assicurazione, gli enti previdenziali, le banche hanno affittato per anni a prezzo di favore , nel vero senso della parola: cioè facendo un favore ai politici, amici di politici, parenti di politici. Poi, di colpo, dalla seconda metà degli anni novanta hanno messo in vendita lo sconfinato patrimonio immobiliare, sfrattando senza tante storie gli inquilini che non potevano acquistare la casa in cui vivevano; mentre i soliti noti acquistavano appartamenti a dozzine, a prezzi stracciati, e le grandi compagnie immobiliari private facevano affari d'oro rilevando in blocco interi stabili.”[pagina 122] 

Come la crisi ha cambiato anche le abitudini alimentati:
“Gli unici che quanto a cibo non badano a spese né a quantità sono i politici. Non è un problema di Casta o anti-casta, ma un dato di fatto: onorevoli, assessori, presidenti di regioni, enti locali, municipalizzate, sono gli ultimi privilegiati che si attovagliano nei templi del cibo del lusso.”[pagina 137]
La scuola, quella pubblica per tutti e sempre più misera, e quella privata per le elite, dove si possono coltivare le relazioni utili poi quando si entrerà nel mondo del lavoro:
“La scuola italiana è pubblica, gratuita e obbligatoria fino a una certa età. Lo stabilisce la Costituzione, ed è un elemento fondamentale per ridurre le differenze tra ricchi e poveri; i costi dell'Istruzione, così come quelli per la salute, sono tali che se non intervenisse la mano dello Stato solo i ceti più benestanti sarebbero in grado di coprirli.”[pagina 139]
La scuola dovrebbe avere una funzione basilare in una democrazia: garantire a tutti, a prescindere dal reddito, le stesse possibilità di carriera. Di raggiungere i propri obiettivi. Ma non è così:
“Proprio dalla scuola, infatti, deriva la straordinaria lentezza dell'ascensore sociale italiano, ormai del tutto fuori servizio. Come si potrebbe rimediare? Rinforzando l'istruzione pubblica e riversandovi il massimo delle risorse economiche e umane, come fanno tutte le nazioni sviluppate dal nord al sud del mondo: dalla Svezia che, grazie ai generosi investimenti nel sapere ha ottenuto l'eccellenza della sua industria tecnologica, al Brasile, che investe tutti i proventi dei ricchi giacimenti di petrolio in un grandioso programma di istruzione generale, fino alla Cina.” [pagina 149]

E ancora:

Presa diretta su Rai3, ha calcolatoche in Lombardia il contributo agli istituti privati ammonta a 51 milioni e 460 mila euro, contro i 24 milioni e 589 mila euro che la stessa regione eroga alle scuole pubbliche. Gli iscritti alle scuole pubbliche sono quasi un milione, quelli delle private 98000, e il conto è dunque semplice: solo 3 euro e 30 centesimi per gli studenti pubblici, 478 per quelli privati.Il finale della storia è altrettanto semplice: la scuola pubblica sarà sempre più povera, più piccola, più basica, mentre l'eccellenza, l'innovazione, le opportunità saranno riservate al mondo privato e a chi se lo può permettere; ai soli inquilini dell'attico e super attico del condominio Italia.[pagina 150] 

Dopo la scuola, la salute: con la sanità pubblica finita al centro degli scandali, e sotto i tagli degli ultimi governi. Per arrivare alla domanda che ci viene posta: ce la possiamo permettere una sanità pubblica efficiente e per tutti? Prima di smontare la Costituzione, magari esistono altre soluzioni:
“Ma c'è anche chi ripropone il problema di come finanziare la spesa sanitaria e, soprattutto, per chi finanziarla: è giusto, è possibile, continuare a fornire un servizio universale a tutti, indipendentemente dal reddito? O sarebbe il caso di far pagare in base alla disponibilità, magari con ticket differenziati rispetto al reddito, come da proposta del governo Monti? In altre parole: si potrebbe immaginare di far pagare ai ricchi la loro parte?”[pagina 166] 
Anche se rimane il problema dell'evasione:

“Giusto, ma anche facendo pagare ai ricchi la loro parte, il problema degli evasori resterebbe intatto. [..] Prima di far pagare la sanità a chi se lo può permettere, quindi, occorre risolvere il solito, antico problema: quello che in Italia non consente di distinguere tra ricchi veri e poveri finti, nemmeno nella malattia.”[pagina 167] 
Infine, l'ultima parte: "Effetti collaterali della povertà". Calo delle nascite, per chi abita i piani bassi; calo dei matrimoni. E chi non ha altri mezzi, si affida alla fortuna per cercare di cambiare la sorte.
Riprodursi, in questo paese, sta diventando (come comprare casa, come studiare, come andare all'università come farsi una vacanza), una cosa da ricchi.
E non solo: lo scandalo dei festini, o cene eleganti ad Arcore, ha raccontato di un cambio di mentalità da parte delle nuove generazioni e delle rispettive famiglie. In assenza di meritocrazia, per andare avanti occorre affidarsi a quello che madre natura ti ha dato. 
Oltre alla prostituzione occasionale, frutto avvelenato della crisi sono anche gli aumenti dei piccoli reati, in un contesto in cui le stesse forze dell'ordine hanno subito dei tagli. 
“L'effetto collaterale più evidente di questi ultimi mesi di crisi è 'impennata di reati comuni, soprattutto furti e rapine. [..] I reati sono aumentati complessivamente del 5,4%, arrivando a quota 2 milioni 760 mila. Aumentano in modo esponenziale soprattutto i reati di tipo predatorio, cioè furti, rapine e microcriminalità: quelli che rappresentano il miglior indicatore della miseria. Si notano poco, in un?Italia scassata da scandali, furti in ben pi grande stile, corruzione di milioni di euro, che coinvolgono la classe politica di ogni colore, ma anche buona parte del salotto buon dell'economia e delle grandi famiglie del capitale.” [pagina 211]
Con situazioni da neorealismo:
“A Palermo altra scena stile Ladri di biciclette: un controllore trova un portafoglio con 350 euro sul bus, si rivolge ai passeggeri a bordo e chiede se a qualcuno di loro lo abbia smarrito. Non l'avesse mai fatto: tutti sono scattati in piedi per rivendicarne il possesso. Botte da orbi, insulti, calci. Intervento della polizia, il portafoglio in Questura, fine dei giochi.”[pagina 212]
Se il lavoro vale poco (a meno di non appartenere ai piani alti del condominio, banchieri, manager ..), in questa Italia di ricchi e poveri, vale poco anche la vita di chi lavora. Nunzia Penelope ricorda alcuni episodi di questi anni: la strage della Thyssen, l'operaio in nero morto per montare il palco della Pausini. Gli abitanti di Taranto. 
“[..] questo capitolo cercherà di contabilizzare il valore economico riconosciuto alla vita umana nel contesto italiano di questi ultimi anni. Un valore che procede in parallelo con la svalorizzazione del lavoro stesso, ma anche con l'assurgere, come mai prima d'ora, del posto del lavoro e del denaro a simboli del diritto di stare, o non stare, in questo mondo. Gli effetti collaterali, diciamo così, sono pesanti: nell'Italia della crisi si ripaga con pochi spiccioli la morte sul lavoro di un giovane che veniva pagato per il suo lavoro con altrettanti pochi spiccioli; ci si uccide perché si è perso il lavoro, perché si teme di perderlo; e infine si uccide per denaro, poco o tanto, ma senza troppi scrupoli. Tutto ha un prezzo, e spesso è un prezzo molto basso.”[..]“Il legame vita-lavoro-denaro è infatti strettissimo nel caso Thyssen: i sette operai morti carbonizzati – alcuni in pochi minuti, altri, più sfortunati ancora, dopo giorni o settimane, di sofferenze – sono stati sacrificati in nome del risparmio dell'azienda, che aveva scelto (scelto: non c'è stata alcuna casualità nelle decisioni, come vedremo) di non rinnovare i sistemi antiincendio ritenendola una spesa inutile.”[pagina 221] 
Infine, l'ultimo importante capitolo: il ruolo di chi possiede i soldi (e se li tiene al sicuro nei paradisi fiscali), e che oggi è persino in grado di manovrare una democrazia. Ma siamo ancora in democrazia? Siamo sicuri che il mondo dell'informazione (che, ricordiamo, oggi è in mano a banche, assicurazioni, imprenditori del mattone o della sanità) ci sta raccontando tutta la verità?

La lettera firmata dal giurista Guido Rossi:
“«Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei – afferma il testo – sono all'origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel dopoguerra, e vengono rappresentate non soltanto dalle forze politiche che le condividono, ma anche dai maggiori mezzi di informazione, compreso il servizio pubblico, come comportamenti obbligati, determinati da una crisi a sua volta conseguenza dell'eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare». Di fatto, «viene nascosto all'opinione pubblica che, lungi dall'essere un'evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito, e cioè quello che si basa sulla teoria economica neoliberale, oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori».[..] In questo furto di informazione, i sottoscrittori dell'appello non esitano a mettere sotto accusa la politica e le istituzioni, ai massimo livelli. […]Insomma tutti complici, in questo gioco. E proprio questo, concludono, «costituisce ai nostri occhi un attacco alla democrazia repubblicana di inaudita gravità, che ai pesantissimi effetti materiali della crisi e di una sua gestione politica volta a determinare una redistribuzione del potere e della ricchezza a beneficio della speculazione finanziaria e dei ceti più abbienti assomma un furto di informazione e di conoscenza gravido di devastanti conseguenze per la democrazia».”[pagina 252]

Per deviare l'attenzione dai problemi e dai responsabili veri (la politica, la finanza, le banche), ecco le armi di distrazione di massa:scandali e scandaletti, i ladri di polli del momento.
“E si distoglie lo sguardo, per esempio, dal fatto che la principale istituzione finanziaria italiana, Mediobanca, negli ultimi mesi è stata protagonista di episodi degni di un film noir americano: a base di finanza corrotta, famiglie siciliane, microspie, registratori nascosti nei push up di giovani imprenditrici, accordi segreti firmati da congiurati e chiusi in cassaforte. Così come sfugge che le principali banche non sono affatto estranee al sistema perverso dei derivati, e nemmeno da quel piccolo vizio nazionale che è l'evasione fiscale.”[pagina 254]
Fino a quando, si chiede l'autrice, andrà avanti questo sistema? L'autrice cita l'effetto tunnel di Hirschman. Prima o poi, scoccherà la rivolta e la gente, esasperata, supererà la linea bianca che separa i ricchi (intesi come i privilegiati) dai poveri (intesi come quelli che oggi sono sfruttati).


Indice.
Parte prima.
Un paese ricco abitato da poveri.
Buste paga
Cleptocrazia.

Parte seconda: il denaro non fa la felicità. Ma fa la differenza.
Se la casa dei sogni diventa un incubo.
La dieta della crisi.
Non è una scuola per poveri.
Il metro che misura il benessere dei popoli.

Vacanze indimenticabili.

Shopping.

Parte terza.
Effetti collaterali della povertà.
Quanto vale una vita.
Chi governa il denaro governa il mondo.



L'intervista all'autrice sul sito Cadoinpiedi
La scheda del libro sul sito Ponte alle grazie.

Il link per ordinare il libro su ibs.

Technorati:

15 novembre 2012

Ricchi e poveri


Il paese a due velocità: i ricchi e i poveri, che non solo è il titolo della puntata di stasera di Servizio pubblico, ma anche il titolo del prossimo libro di Nunzia Penelope, per Ponte delle Grazie.

Il Fatto quotidiano oggi ne pubblica alcuni stralci: buona lettura!

COSÌ L’ITALIA DIVENNE UN PAESE RICCO ABITATO DA POVERI
OGGI C’È PERSINO PIÙ PROSPERITÀ RISPETTO AGLI ANNI DEL BOOM ECONOMICO, ANCHE A LIVELLO INTERNAZIONALE MA IL DEBITO È DI TUTTI, I SOLDI DI POCHI
di Nunzia Penelope
Nunzia Penelope torna in libreria con “Ricchi e poveri” (Ponte alle Grazie, 265 pagine, 13,50 euro): la prima inchiesta sulla diseguaglianza in Italia. Come vive chi può spendere 10 mila euro al giorno? E come sopravvive chi ne guadagna 1.000 al mese? Ne esce un Paese in cui convivono chi colleziona case e chi vive in camper, chi fa shopping col jet privato e chi non riesce a fare la spesa

Se la ricchezza italiana fosse una montagna, sarebbe alta quanto il K2, mentre il debito pubblico, al confronto, risulterebbe come il monte Pisanino nelle Alpi Apuane: 8611 metri contro poco meno di 2000. La ricchezza di cui stiamo parlando costituisce il tesoro privato degli italiani, tra denaro contante, case, azioni e titoli, per un totale di 8640 miliardi di euro netti, cioè oltre quattro volte il debito, con i suoi 1972 miliardi registrati ad agosto 2012.

SE L’ITALIA FOSSE UN’AZIENDA

Un’azienda con rapporti analoghi tra passivo e patrimonio non rischierebbe il fallimento, anzi, avrebbe risorse sufficienti anche per investire, crescere, arricchirsi ulteriormente. L’Italia, invece, è costantemente sull’orlo del default, costretta a tirare la cinghia, a tagliare la spesa, a non avere mai un soldo. I molti e diversi motivi di questa situazione, spiegati diffusamente da economisti di ogni orientamento, ce n’è però anche uno molto semplice: il debito è di tutti, al contrario della ricchezza, che è di pochi.

Il debito pubblico è spalmato su 60 milioni di cittadini, per una quota di circa 32 mila euro ciascuno: inizia al momento della nascita e finisce solo con la morte. Per una famiglia di tre persone equivale a un fardello da quasi 100 mila euro, che si trascinerà a vita perché impossibile da estinguere. Non funziona nello stesso modo per la ricchezza nazionale. La metà, e cioè oltre 4 mila miliardi di euro, appartiene a una piccola minoranza pari al 10 per cento della popolazione: sei milioni di persone che vivono nell’assoluto benessere. Al 90 per cento dei cittadini, 54 milioni di persone, resta da dividersi l’altra metà. Sembra quasi un gioco di parole, ma spiega la ragione fondamentale per cui l’Italia è quel paradosso che è: un paese ricco, abitato da poveri. Teoricamente, infatti, siamo molto più ricchi di quanto non fossimo negli anni del boom economico; nel 1965 la ricchezza complessiva era pari all’equivalente di un miliardo e 137 milioni di euro, contro gli oltre 8 mila miliardi del 2011; quella pro capite pari superava di poco i 21 mila euro, contro i 142 mila dei nostri giorni. E siamo ricchi anche nel confronto internazionale: la ricchezza delle famiglie italiane nel 2010 era pari a 8,3 volte il reddito disponibile, contro il 7,5 della Francia, il 7,8 della Germania, il 7 del Giappone, il 5,5 del Canada e il 4,9 degli USA.

DOVE SONO I SOLDI?

Da una parte ci sono gli 8600 miliardi dei patrimoni privati conteggiati dalla Banca d’Italia, dall’altra i patrimoni, ancor più privati, dell’economia illegale. I grandi evasori portano i soldi altrove. Nelle banche e nei caveau della sola Svizzera ci sono tra i 150 e i 200 miliardi di euro che battono bandiera tricolore. Ma ancora non si è trovato un modo di riportarli a casa: le lunghe discussioni sulla possibilità di accordi tra il governo italiano e quello svizzero, finalizzate a tassare quei capitali, si sono arenate di fronte alla considerazione che un accordo del genere rappresenterebbe l’ennesimo condono. L’esodo di capitali oltre confine si è intensificato, spinto soprattutto dalla possibilità, pur remotissima, che prima o poi i conti pubblici richiedano la cura urto della patrimoniale. Non si tratta dei capitali di mafia e camorra, o almeno non solo: al riciclaggio ricorrono in massa anche imprese e professionisti, e il vero sport nazionale, ormai, non è ripulire i soldi sporchi, ma nascondere quelli puliti per non pagarci le tasse.

DALLA ROULOTTE...

Nell’ultimo censimento dell’ISTAT risulta che sono oltre 71 mila gli italiani che vivono in baracche, tende, roulotte. Nel 2001 erano appena 23 mila, sono più che triplicati in un decennio. Un aumento che lo stesso ISTAT ha definito “vertiginoso”, ma la notizia non ha avuto dai media il rilievo che sarebbe stato necessario; eppure, settantamila persone equivalgonoallapopolazionediunacittànemmenotanto piccola, come Trapani, Pavia, Cosenza.

...AL JET PRIVATO

Con 60 mila euro si può fare il giro del mondo in jet privato. Partenza da Londra e poi a zonzo: dal Mali allo Zambia, dalle Maldive alla Cambogia, dall’India a Lisbona. Il viaggio si chiama “Impero ed esploratori”. Ma queste sono stravaganze da nuovi ricchi. Quelli veri, consolidati, viaggiano discreti e sotto traccia con i loro jet personali, che ormai in tutto il mondo sono una flotta forse perfino più numerosa di quella in dotazione alle compagnie aeree commerciali. Gioiellini volanti, di cui il più bello, dicono gli esperti, è quello che Diego Della Valle si è regalato nel 2011: un Gulfstream 55 bireattore, 13 mila chilometri di autonomia senza scalo. Gli interni sono all’altezza della reputazione: salottino privato, due divanetti con schermi tv da 24 pollici e sei posti singoli. Il tutto per poco più di 50 milioni di dollari. Quelli che non possono spendere nemmeno la benzina per la macchina, invece, restano a casa. Ed è ormai questa, da qualche tempo, la scelta obbligata per metà della popolazione italiana.

07 settembre 2011

Soldi rubati

Domanda, da dove prendere i soldi per mettere al sicuri conti del paese?
Una risposta la da la giornalista Nunzia Penelope nel libro "Soldi rubati".

Se ne parla sul Fatto quotidiano con Vladimiro Giacchè e qui c'è l'intervista all'autrice dal sito di Beppe Grillo.

“Ogni anno in Italia abbiamo 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione, e 350 miliardi di economia sommersa, pari ormai a quasi il 20 per cento della ricchezza nazionale. Ma varrebbe la pena di aggiungere gli oltre 500 miliardi nascosti da proprietari italiani nei paradisi fiscali e su cui non si pagano tasse. Sessanta miliardi di corruzione e 120 di evasione fanno 180 miliardi l’anno. In 10 anni sarebbero 1800 miliardi: esattamente quanto l’intero stock del debito pubblico”.

Questa citazione e queste cifre sono tratte dal libro Soldi rubati, scritto da Nunzia Penelope e appena pubblicato da Ponte alle Grazie.

In questo testo – una sorta di viaggio nei gironi infernali dell’illegalità economica all’italiana – ho trovato di grande interesse soprattutto l’approccio al problema. L’illegalità economica non è vista come una questione essenzialmente giudiziaria e neppure principalmente come un problema morale. L’autrice ci dimostra, dati alla mano, che l’illegalità è prima di tutto un problema di giustizia sociale. L’illegalità economica infatti è quella cosa per cui qualcuno paga i conti di qualcun altro. E questo vale anche quando apparentemente quel qualcuno è lo “Stato”.

(Per inciso, chi “da sinistra” non perde occasione di attaccare il Fatto Quotidiano per il suo presunto “giustizialismo”, farebbe bene a riflettere su questi aspetti dell’illegalità, che oggi rendono la battaglia per la legalità nel nostro Paese un elemento essenziale della lotta per la giustizia sociale).

Un paio di esempi per rendere più concreto il discorso:

“Nel solo anno 2010, se l’illegalità non avesse sottratto una montagna di soldi, il nostro paese avrebbe potuto evitare la manovra da 25 miliardi che ha comportato 13 miliardi di tagli alle regioni (con un conseguente taglio alle prestazioni sanitarie pubbliche dell’11 per cento, aumento del biglietto del bus, e altre amenità) e 8 miliardi di tagli alla spesa pubblica, lasciando senza lavoro 130.000 insegnanti precari”.

“Le centinaia di miliardi che ogni anno finiscono nel buco nero dell’illegalità… non sono un’entità astratta: …sono il nostro debito pubblico, sono i treni dei pendolari tagliati, i biglietti degli autobus che aumentano di prezzo, la lista d’attesa di sei mesi per una TAC, l’insegnante di sostegno per i bambini disabili eliminato, la cronica mancanza di asili nido che ostacola l’accesso al lavoro delle donne”.

“La madre di tutte le illegalità” secondo l’autrice – e per parte mia sono assolutamente d’accordo – è l’evasione fiscale. A causa di questa illegalità, ciascun contribuente in regola paga 3.000 euro all’anno di più; in concreto, negli ultimi 30 anni il lavoro dipendente ha pagato tasse maggiori di quelle che avrebbe potuto pagare per 870 miliardi di euro. Altro che la ricorrente frottola della “riduzione delle tasse”, che vediamo riproposta proprio in questi giorni…

Vale la pena di riflettere su questi dati, mentre ci apprestiamo a subire manovre correttive di entità mostruosa (35 miliardi di euro?) – e poche settimane fa il governo, con straordinario tempismo, ha varato il cosiddetto “decreto sviluppo”, dando la massima pubblicità alla misura più innovativa che contiene: le sanzioni ai funzionari governativi colpevoli… di importunare le imprese con controlli fiscali troppo puntigliosi.

Ma l’evasione fiscale non è la sola forma di illegalità economica trattata nel libro.

C’è il lavoro nero: 2.996.000 i lavoratori al nero stimati nel 2009, in gran parte lavoratori dipendenti (cifra confermata pochi giorni fa dal rapporto Istat sul 2010). A questo proposito sono magistrali le pagine che il libro della Penelope dedica ai retroscena della rivolta dei lavoratori extracomunitari al nero di Rosarno, che intascavano 350 euro netti al mese e garantivano al consorzio agricolo che li faceva lavorare (formato da normali e rispettati agricoltori) guadagni netti per 10 milioni al mese.

Ci sono la distruzione dell’ambiente, la corruzione, le truffe finanziarie su vasta scala, il riciclaggio.

E ci sono gli assassinii sul lavoro: per un totale di 10.000 morti negli ultimi 5 anni, se si includono le malattie professionali. Qualche settimana fa abbiamo letto dell’applauso scrosciante tributato in un’assemblea pubblica di Confindustria all’amministratore delegato della Thyssen da poco condannato in primo grado a 16 anni. Le pagine dedicate a questa vicenda giudiziaria in Soldi rubati contengono le motivazioni tutt’altro che bislacche della sentenza, e in particolare la quantificazione dei risparmi sulle misure di sicurezza che sono costati la vita nel modo che sappiamo a 7 operai: 800 mila euro.

L’ultimo capitolo del libro si intitola “il senso degli imprenditori per la legalità”. Sul punto, quando si leggono notizie del genere, è davvero difficile non essere pessimisti.

Il link per ordinare il libro si ibs.


Sono soldi nostri anzi, sono soldi rubati a noi.