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11 dicembre 2024

La memoria strabica - da Verranno di notte (lo spettro della barbarie in Europa) di Paolo Rumiz

Sono ottant'anni che la Germania chiede scusa. L'Italia no, quei conti non li ha fatti. Con la memoria fa la furba, le dedica non una ma due giornate, un record europeo solo che non chiede scusa di un bel niente, anzi, è l'Italia che chiede agli altri di scusarsi

agli slavi per le vendette del dopoguerra

e ai tedeschi per i campi di sterminio

perché gli italiani, non lo si dice abbastanza, sono brava gente

e non hanno invaso la Russia,

non hanno attaccato la Grecia,

non hanno assassinato gli jugoslavi

non hanno vinto gli etiopi col gas

non hanno avuto campi di concentramento

non hanno collaborato con i nazisti per spedire gli ebrei a Bergen-Belsen.

Il capo del governo italiano, Meloni, partecipa al rito della memoria dei morti nelle Foibe, ma ci va anche per sorvolare sulla ferocia italo-fascista che ha innescato quelle atroci vendette.

Poco dopo, il premier ribadisce il concetto alla stazione Centrale di Trieste, inaugurando il treno della memoria dedicato alla tragedia degli esuli italiani dalla Jugoslavia.

Ma nel farlo glissa sulla realtà degli esuli di oggi, che il suo governo obbliga a languire in quella stessa stazione a pochi metri di distanza.

Memoria strabica, dunque. Anzi, cecità volontaria se è vero che il treno è stato trasferito su un binario più appartato, perché la vergogna fosse meno visibile.

In questo l'Italia è imbattibile. Finge con disinvoltura di non aver perso la guerra e convive con i suoi fascisti perdonati, mobilitati in massa contro l'impero del male con la benedizione dell'America.

Da Verranno di notte, di Paolo Rumiz, Feltrinelli

31 gennaio 2020

Il virus della memoria

Sempre più italiani ritengono che sia una bufala l'olocausto, che sia tutta una montatura, dai campi di sterminio alla responsabilità degli italiani.
E di Mussolini, il dittatore che fece anche cose buone (e sappiamo che non è vero, nel caso leggetevi il libro di Filippi).
Non solo Auschwitz non è mai esistita, ma nemmeno le complicità dei fascisti della repubblica sociale nel rastrellamento delle famiglie ebree, della polizia italiana, dei carabinieri, della guardia di Finanza.
Italiani brava gente?
No italiani senza memoria.
Senza memoria delle 8000 famiglie ebree deportate nei campi e di cui sono tornati in Italia solo in 600 (tra cui Liliana Segre).
I fascisti pagavano 5000 lire per ogni delazione utile ad individuare una famiglia ebrea che si nascondeva.

Ma senza arrivare agli anni bui della repubblica sociale, le leggi razziali in Italia che discriminavano i cittadini italiani di religione ebraica sono del 1938.
In quegli anni usciva "La difesa della razza", un giornale che raccontava agli italiani brava gente i rischi del meticciato e la superiorità della razza bianca.
Era scritto da quell'Almirante a cui adesso dedichiamo strade.

Uno spettro si aggira per l'Europa .. ed è lo spettro della perdita della memoria, che oggi, un passetto alla volta, in modo impercepibile, ci fa tornare indietro.
Si inizia coi citofoni, poi con le scritte sui muri, poi con i bar vandalizzati.
E come andremo a finire?

09 ottobre 2018

Vajont 55 anni dopo: il nodo si è sciolto

9 ottobre 1963, Vajont: 55 anni fa avveniva la più grave sciagura avvenuta in Italia in epoca moderna.
Una tragedia che di naturale aveva ben poco, se non l'effetto finale, la frana caduta dal Monte Toc sull'invaso della diga di Longarone, sollevando un'onda che si era abbattuta su Longarone e altri paesi della valle del Piave.
2000 morti, la metà dei quali nemmeno più ritrovati, spazzati via dal fango e dalle acque. Un effetto falla out pari a due bombe atomiche di Hiroschima.
Dopo la serata su Rai2, il teatro della memoria di Marco Paolini, per diversi anni il nodo al fazzoletto aveva funzionato: anno dopo anno, ogni 9 ottobre ci ricordavamo della tragedia e delle sue cause tremendamente umane.
L'aver messo davanti a tutto, anche davanti al buon senso, il guadagno, il denaro.
Nulla poteva fermare una delle più grandi opere di ingegneria idraulica al mondo, fatta da noi italiani.
Perché noi eravamo bravi una volta, a realizzare queste grandi opere.
Meno bravi a comprendere i segnali che la natura ci aveva lanciato, molti anni prima di quel maledetto 9 ottobre.
La frana ad Ortisei poco lontano. La frattura in cima al monte Toc. I rumori dalla montagna. La prima frana sul Toc.



La Sade era uno Stato nello Stato, poteva decidere di spostare geologi scomodi, di tenere nel cassetto relazioni troppo allarmistiche (come quella di Ghetti, docente di idraulica a Padova), poteva mettersi al di sopra di presidenti di provincia, sindaci. Poteva permettersi di zittire giornali (quelli di cui non era proprietaria, come l'Unità di Tina Merlin).
Perché era il progresso, e il progresso non si poteva fermare per quattro montanari ignoranti, come venivano considerati gli abitanti di Erto e Casso che per anni hanno portato avanti una loro battaglia contro la Sade.
Per gli espropri.
Per i pochi soldi dati.
Per le mancate rassicurazioni sui rischi della frana.



Il progresso non poteva essere bloccato nemmeno da quei giornalisti che, il giorno dopo la tragedia, cercavano di uscire dal canovaccio che ripeteva è solo colpa della natura.
"Un sasso è caduto nel bicchiere ..." (Dino Buzzati)

Sciacalli venivano chiamati i giornalisti come la Merlin che si ostinavano a ripetere che era tutto previsto, che non è vero che questa era una strage senza colpevoli.
Per anni, dopo quel nodo alla memoria, ci siamo ricordati del Vajont, di Longarone e di Erto e Casso.
Oggi, se parli di Vajont, viene in mente la faccia di Mauro Corona che pure era presente quella sera del 9 ottobre 1997.
Il nodo al fazzoletto purtroppo si è sciolto e così, anno dopo anno, siamo costretti a rivivere (per fortuna in piccolo) quella storia attraverso tutti gli eventi "imprevisti" drammatici che si ripetono sul nostro territorio.
Alluvioni, frane, montagne che scivolano a valle. Ponti che crollano (non pensate che quello che è successo a Genova questa estate sia così diverso).
E ogni volta altre morti da piangere.

12 settembre 2017

Il tiro a segno come al luna park – da La notte della rabbia Riccardi

Ne “La notte della rabbia” il colonnello dell'arma Roberto Riccardi ci porta indietro nel tempo, nel 1974, negli anni di piombo: mescolando fiction e pezzi di storia, il racconto parte dal rapimento di un consulente del governo, aspirante ministro, da parte di un commando delle SAP, a Roma.
A mettersi sulle tracce dei terroristi c'è il comandante del nucleo antieversione del carabinieri, il colonnello Leone Ascoli.
Ma alla sfida tra Stato e anti-stato, tra legalità ed eversione, si affiancherà una seconda sfida, perché in quell'Italia si stava combattendo anche una seconda guerra, tra spie, servizi e agenti doppiogiochisti.
E così Leone si trova di fronte un suo antico nemico, l'ex tenente delle SS, aguzzino nel campo di Auschwitz in cui Leone fu rinchiuso, in quanto ebreo, in quanto uomo non degno di vivere.
Lì, nel campo, Leone e Helmut Brandauer si sono già incontrati, quando un suo compagno di prigionia, Bepi, gli aveva salvato la vita.
Era l'estate del 1944 e dentro il campo di sterminio la vita, la dignità della persona, era regolata dai capricci delle SS, che come delle divinità decidevano della vita o della morte delle persone che avevano davanti (come ci ha raccontato Levi in “Se questo è un uomo”).


Auschwitz, estate 1944
Sulla Judenrampe lui e Bepi si guardarono a lungo. Un debole sole scaldava appena le ossa, regalando una parvenza fugace di benessere. [..]
Sinistro non era il treno, ma il concentrato di ferocia che lo attendeva sulla banchina: le SS, i kapò e perfino loro, i derelitti dalle tute a strisce, compagni di sventura divisi solo dalla data di arrivo al campo, emblema di ordine fame e paura. Bepi si avvicinò perché i sorveglianti non sentissero. - A te chi tocca oggi?
- I bambini. A te?
- Lo stesso.
Parlavano a voce bassa con le labbra socchiuse, comunicare era vietato e sulle punizioni non potevi sbagliarti. Per le mancanze ordinarie il bastone, la frusta o i morsi dei cani. Per quelle più gravi la forca. Il ragazzo ebreo si piegò come per raccogliere un oggetto, un altro dei loro trucchi per parlare senza essere uditi.
- Hai visto chi comanda? - domandò.
Il Bepi non fece in tempo a rispondere e Leone a rialzarsi, un colpo terribile lo raggiunse alla testa. Cadde, il sangue gli colava sul volto. [..]
Quel giorno era stato assegnato ai bambini. Il compito più ingrato, caricarli sui carretti che li avrebbero condotti alle camere a gas. Nessuno di loro si sarebbe salvato, all'economia del lager non portava profitto.
Da tanto dolore non riusciva mai a rialzarsi. Meglio così, per un po' avrebbe scansato la fatica.
Il Bepi si era avviato con gli altri, chino per terra ne distinse le gambe all'interno del flusso. Lo vide avvicinarsi a una donna che teneva in braccio un neonato e battagliare con lei per farsi consegnare la creatura. Inventava scuse per convincerla e nel frattempo si guardava intorno, le SS non dovevano vedere.
Insisteva così nel tentativo di sottrarla alla morte. Secondo le regole del campo una giovane sola poteva salvarsi, mentre una mamma a cui toglievano il figlio era considerata persa e quindi inutile. Se i medici l'avessero vista col bambino lei sarebbe finita al gas.
Non era mai facile e non lo fu quella volta, la madre non voleva cedere. Il Bepi allora si avventò, perse di forza il neonato e si dileguò protetto dalla massa. La donna, trattenuta da altri, non potè seguirlo. Il partigiano filava a passo svelto verso un carretto, ma qualcuno ne deviò il percorso.
Il dolore dominuiva e la vista tornò ad assisterlo, così Leone alzò gli occhi in tempo per scorgere una SS che spingeva il Bepi verso un gruppo di commilitoni. Due di loro li conosceva: sempre in prima fila nel torturare i progionieri, sempre pronti ad ubriacarsi la sera, una volta finito il loro sporco lavoro.
L'ufficiale che guidava le operazioni sorrise mel guardare il piccolo, portato in braccio dal prigioniero. Avanzò, i suoi occhi mandavano i lampi. Bepi intuì il pericolo e provò a tornare sul suo percorso abituale. Il carretto era a poca distanza, gli bastava qualche passo per raggiungerlo e adagiarvi il bambino.
Il tenente si piantò a gambe larghe davanti al giovane impedendogli di proseguire. Si spiegò a gesti, mimò un ordine e perfino Leone, lontano com'era, realizzò cosa volesse. Il neonato non dovea essere posato sul carretto ma lanciato per aria. Dio mio, pensò, a cosa serve quel gioco?
Bepi tentò l'unica difesa possibile, finse di non aver capito. L'ufficiale estrasse la pistola e gliela puntò alla tempia. Leone non seppe mai a quale impulso risposero le sue gambe, senza deciderlo si trovò in piedi.
Camminava verso le SS con le braccia lungo i fianchi e i pugni serrati. Il tedesco gli dava le spalle. Bepi era immobile, con l'arma a contatto con la pelle e un'espressione gelida sul viso. Fissò il compagno per un istante che parve eterno, intuendo i suoi disegni. Quel pazzo di un ebreo voleva affrontare il tenente, lo avrebbero ucciso e non sarebbe servito, per il piccolo non c'erano speranze.
Senza guardare scagliò il bambino più in alto che poteva. Fu un lancio incredibile, che il gruppo SS seguì con ammirato stupore. La Luger che avrebbe ucciso Leone si puntò verso il cielo. Uno sparo, un centro perfetto. Egli chiuse gli occhi perché la scena potesse svanire, avrebbe preferito che a dissolversi fosse l'intero universo.
Il resto della storia glielo raccontarono in seguito: il Bepi costretto a posare il cadaverino insanguinato sul carretto, fra gli altri bambini che piangevano chiamando le madri; i tedeschi che radunavano fascette di marchi da consegnare a chi aveva sparato; l'aguzzino soddisfatto che impugnava la sua pistola fumante.
Era un tiro a segno, come al luna park, con un bersaglio umano che contava pochi giorni di vita. [..]
Leone rimase a occhi chiusi, incapace di urlare o di muoversi. Poco dopo gli arrivò una bastonata sulla schiena. Misurata, per provocare dolore senza farlo cadere. Si sentì spingere verso la banchina, lo costringevano a riprendere il lavoro.
Fece in tempo a vedere chi lo aveva colpito. Era l'artefice dell'orrore di prima, l'uomo che la notte sognavano di uccidere e la mattina pregavano di non incontrare.
Il suo nome era Helmut Brandauer.
La notte della rabbia – Roberto Riccardi, Einaudi editore

16 marzo 2014

Dietro le solenni ovvietà del rapimento Moro

Le celebrazioni per il rapimento dell'onorevole Aldo Moro e la strage della sua scorta in via Fani, del 16 marzo 1978, rischiano di diventare il momento in cui tutta la tragedia viene sepolta dalle solenni ovvietà (cito Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo). Il non abbassare la guardia contro il terrorismo, il sacrificio di Moro (e della scorta), l'orrore del terrorismo rosso.

Nel corso degli anni, l'agguato in via Fani (e più in generale il rapimento del presidente DC) è diventato un altro dei misteri d'Italia. Pezzi della nostra storia in cui verità e menzogne si sono così mescolati assieme al punto da rende impossibile fare chiarezza e mettere in luce la verità storica (per quella giudiziaria è troppo tardi, forse).

La geometrica potenza delle BR, che in poche decine di secondi hanno liquidato cinque persone tra agenti di polizia e carabinieri, col colpo di grazia per evitare che qualcuno di questi potesse sopravvivere.
Le Br raccontano di aver fatto tutto da sole.
49 colpi su di un totale di 93 proiettili ritrovati dalle forze dell'ordine, sono stati sparati da una sola arma, che non era né quella di Moretti né quella di Morucci avendo entrambi dichiarato che le loro armi si erano inceppate.
Il covo in via Montalcini, molto lontano dal luogo del ritrovamento del cadavere in via Caetani.
L'altro covo, in via Caetani, “fatto” scoprire grazie ad una perdita d'acqua e subito bruciato dalle forze dell'ordine.
Il modo in cui lo stato hanno risposto al rapimento: i comitati dentro il Viminale i cui verbali si sono persi. I posti di blocco in tutta Italia che non hanno impedito ai postini delle Br (e alla Renault4) di muoversi per Roma.
La presenza di uomini della P2 sul luogo dell'agguato, nei comitati di crisi, ai vertici dei servizi, della polizia, dei carabinieri e dell'esercito.
Le parole dell'esperto venuto dall'america, Steve Pieczenick che, anni dopo, dichiarò di essere stato mandato a Roma per spingere lo stato italiano nella direzione “giusta”.
Ovvero la linea della fermezza.
L'esatto contrario di quanto, solo pochi anni dopo, lo stesso stato democratico fece per salvare l'assessore regionale Ciro Cirillo.
Con il trascorrere degli anni e l'acquisizione di nuove prove – afferma Imposimato – e soprattutto dopo il lavoro di redazione di questo libro mi appare chiara una cosa: il sequestro Moro, partito come azione brigatista alla quale non è estranea l'appoggio della Raf e l'interessamento, per motivi opposti, di Cia e Kgb, è stato gestito direttamente dal Comitato di crisi costituito presso il Viminale. Il delitto Moro non ha avuto una sola causa. Ma ha rappresentato il punto di convergenza di interessi disparati. In questa operazione perfettamente riuscita, sono intervenuti la massoneria internazionale, agenti della Cia [Ferracuti, criminologo che tracciò il profilo del Moro non più Moro dentro il covo delle Br], del Kgb [l'agente Sokolov presentatosi a Moro come studente borsista], la mafia [Pippo Calò che si interessò con i suoi contatti con la Banda della Magliana per scoprire il covo] ed esponenti del governo [Cossiga ministro dell'interno ed Andreotti pres. Del Consiglio], gli stessi inseriti nel comitato di crisi. Tutti questi dopo il 16 marzo, hanno vanificato le opportunità emerse per salvare la vita di Moro, spingendo di fatto le Br ad ucciderlo”
La citazione è presa dal libro “Doveva morire” Sandro Provvisionato: sono le parole dell'ex giudice Imposimato, testimone dei fatti, avendo istruito il processo sul rapimento.

Anche quest'anno si perderà forse l'occasione per parlare in modo più completo di cosa è successo quella mattina di 36 anni fa. Del percorso che aveva portato a quella mattina, le convergenze parallele tra i due grandi partiti di massa italiani.
Un'operazione osteggiata da America e Russia per motivi diversi.
Un'operazione osteggiata dalle Br, il cui rapimento di Aldo Moro segnò l'inizio del loro declino.
Un'operazione che avrebbe forse portato l'Italia fuori dalla situazione di blocco politico (solo la DC poteva governare, essendo l'Italia dentro l'area di influenza atlantica). Un ricambio politico.
O forse no.
Non lo sapremo.
Dopo il 1978 l'Italia entrò negli anni 80, i ruggenti anni ottanta, quelli del pentapartito, del debito e della loggia P2.

Oggi possiamo continuare con le celebrazioni al monumento silenziosi. Non dimentichiamoci che dietro, oltre all'inganno e alle solenni ovvietà, ci sono le persone: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, i brigadieri Domenico Ricci e Francesco Zizzi, gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.

A futura memoria, consiglio le letture
- Doveva morire di Sandro Provvisionato
- Il golpe di via Fani, di Giuseppe de Lutiis

28 maggio 2010

La memoria a Brescia

Ieri, a Brescia, l'incontro pubblico a 36 anni dalla strage di Piazza della Loggia. Incontro in cui ha parlato anche Benedetta Tobagi: il padre Walter fu ucciso 6 anni dopo, il 27 maggio; in quella stessa mattinata, a Roma, l'appuntato Franco Evangelista, cadeva a Roma sotto il piombo dei Nar, formazione di estrema destra.

La memoria, il ricordo, la ricerca della verità.
Ricerca appesa ad un filo: l'ultimo processo utile è quello relativo alla bomba di Brescia che si sta celebrando oggi.
Processo da cui emergono, come per Piazza Fontana, le responsabilità dei gruppi di estrema destra e dei servizi. L'ombra della P2, i depistaggi, le coperture, la ragion di stato.

31 luglio 2009

La staffetta della memoria

I podisti della memoria sono partiti anche da Milano, e arriveranno il 2 agosto a Bologna.
Un lungo e forte abbraccio tra le due città, da Piazza Fontana a Milano, a Brescia (piazza della Loggia ), a Bologna (la strage alla stazione), ma anche Pistoia, Savona e Trento .
Per non dimenticare.

18 marzo 2009

Il giorno della memoria a Milano

A Milano si ricordano Fausto e Iaio.
Li ricordano Biacchesi, I grillini milanesi, Reti invisibili.

E, alzandosi in volo sopra la madunina, vogliamo ricordarci di Don Peppino Diana, morto in terra di
Gomorra nel 1994.

27 gennaio 2009

Percorsi per la memoria

La zona grigia di Tim Blake Nelson: il film basato sulle memorie del medico ungherese di Aushwitz.
“Io prendo fuoco in fretta .. la prima parte di me si solleva in un fumo denso che si mischia col fumo degli altri. Poi ci sono le ossa che si depositano in cenere .. E, infine, piccole parti della nostra polvere galleggiano nell'aria, intorno al lavoro del nuovo gruppo [il nuovo Sonderkommando] Sono parti di polvere grigie che si depositano sulle loro scarpe, sui loro vestiti, sui loro volti, nei loro polmoni. Si abituano così tanto alla nostra presenza che non se ne accorgono più che non ci spazzolano più via. A questo punto si muovono e basta, respirano e si muovono, come chiunque altro ancora vivo in quel posto. E questo è come il lavoro, continua”.

Dossier Odessa di Frederick Forsyth: cosa è Odessa, in che modo le ex SS riuscirono a sfuggire alla giustizia e a riprendere un ruolo nell'economia e società tedesca? Nel romanzo di Forsyth, una storia vera scritta con la consulenza di Simon Wisenthal, del comandante del ghetto di Riga.

Gli specialisti della morte di Richard Rhodes: la storia degli Einsatzgruppen e dello sterminio degli ebrei nei paesi dell'est, prima della soluzione finale.

Why we fight: il capitolo della serie Band Of Brothers dedicato alla tragica scoperta dei campi di concentramento in Germania.

Se questo è un uomo di Primo Levi.
Necropoli di Boris Pahor.
E tanti altri libri che ci ricordano quanto è stato. E non deve più accadere.

La memoria

Perchè è così importante mantenere viva la memoria di ciò che è stato?

Del genocidio degli ebrei?
Perchè persa la conoscenza del nostro passato, perdiamo la consapevolezza (e l'identità) di ciò che siamo oggi e non sappiamo cosa ci riserverà il domani.

E nel nostro oggi, la memoria è quantomai a rischio: tra vescovi negazionisti accolti nella chiesa; una proposta di legge che equipara repubblichini e partigiani; una parte politica che aizza all'odio razziale contro una etnia; classi ponte, schedature ... ex carnefici delle SS presidente di concorsi di bellezza; ex fascisti che manifestano a favore della guerra a Gaza.

Una guerra di cui, scrive Grossmann "ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall'esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore".

Ecco allora il valore della memoria: non permettere ad un certo passato di tornare a bussare alla porta.Le persecuzioni, i manifesti in difesa della razza, le leggi razziali.

I volenterosi carnefici del fuhrer che resero possibile campi di sterminio, camere a gas, i treni per i campi, le schedature ...
Ricordare che tutto questo è stato.

E non pensate che non ci riguardi.
Tutti noi siamo stati strappati dalle nostre case.
Tutti noi siamo stati derisi, spogliati, tolti di ogni dignità.
Tutti noi siamo stati caricati in carri piombati.
Tutti noi siamo entrati nelle camere a gas.
Tutti noi siamo usciti dal camino.

28 novembre 2008

La nevicata dell'85 ..


Nel 1985, aveva incominciato così, con una nevicata precoce novembrina.
Poi la nevicata del secolo, che ha dato anche il titolo al libro di Colaprico Valpreda.


Mi ricordo la gioia di quelle giornate: sembrava una eterna vacanza, dove tutto era come sospeso, bloccato.

Macchine lasciate ai margini della strada, autobus bloccati, cumuli giganti di neve.

Si andava a scuola a piedi .. chi voleva andare andava e gli altri a casa.


Poi uno cresce, e associa la neve a ritardi, blocchi dei treni, l'odissea di andare al lavoro e tornare a casa.
E i bei ricordi passano in fretta ...


22 giugno 2008

Il paese dei misteri

Non fai in tempo a scrivere dell'Italia come paese dei misteri dei crimini, parlando della raccolta di noir curata da Giancarlo De Cataldo, che ecco che si torna a parlare di due casi di cronaca italiana, entrati nell'area dei grandi misteri italiani. Quelli per intenderci raccontati da Carlo Lucarelli nella sua tramissione Blu Notte.

Ustica, per cui la procura ha deciso di riaprire l'inchiesta (archiviata dalla Cassazione nel gennaio scorso), e il caso di Emanuela Orlandi, anch'esso riaperto grazie alle rivelazioni della compagna di un boss della Banda della Magliana.

Da una parte la vicenda dell'abbattimento di una aereo civile (l'I-Tigi dell'Itavia) nei cieli del Mediterraneo, in un quadro complesso di tensioni internazionali tra Libia, Francia e USA. Cui i nostri vertici militari sono stati complici per ciò che hanno omesso di dire o fare. In nome di quale sicurezza nazionale si possono sacrificare 81 persone? Cosa è successo quella notte nei cieli di Ustica?

Il caso Emanuela Orlandi invece lega assieme Banda della Magliana, massoneria, eversione nera e l'area oscura del Vaticano. Del caso se ne torna ad occupare Chi l'ha visto, domani.
Chissà se le rivelazioni della pentita serviranno a far luce:
«Portai la Orlando in auto dai boss della Magliana».

La madre di Emanuela si è rivolta anche al papa:
«se papa Ratzinger facesse un appello, anche se è passato tanto tempo, oltre che a fare piacere servirebbe a smuovere le coscienze».

09 maggio 2008

L'ipocrisia (del giorno) della memoria

Mi chiedo cosa serva avere una giornata della memoria, in un paese senza memoria, etica e coscienza.
Forse solo a lavarci la coscienza.
Eccoli lì i politici, a piangere per Aldo Moro (e non per le altre vittime del terrorismo, o della mafia) con le solite parole cui ormai siamo stancati, magari qualcuno anche mezzo addormentato, come il neopremier.
Domani è un altro giorno.

27 aprile 2008

Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy

In questi giorni dove si deve festeggiare la nostra Liberazione dalla dittatura nazifascista, ricordando gran parte dei diritti e delle cose che possediamo, c'è stato un tempo in cui ne eravamo privi, mi sono chiesto quale film potesse rappresentare quel clima e quel periodo.
Ho scelto “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy, la cronistoria dei 4 giorni di lotta della popolazione napoletana contro l'occupazione dell'esercito tedesco. Una guerra che vedeva da una parte le truppe scelte della divisione Hermann Goering, i panzer, i cannoni, dall'altra scugnizzi, straccioni, soldati sbandati. Eppure quest'ultimi costrinsero il colonello Scholl alla resa, il 29 settembre 1943.
Forse pochi lo sanno, ma a chiedere la resa al comandante della piazza fu l'antifascista Masullo di Bagnoli. I nomi dei combattenti eroici di quei giorni non hanno nomi: sono passati alla storia come 'o capitano, 'o professore. Una battaglia popolare, in tutti i sensi.

Eppure alcuni nomi dobbiamo ricordarceli: i nomi degli scugnizzi che fronteggiarono l'esercito germanico, bloccandolo sulle barricate. Tra questi Gennaro Capuozzo (12 anni) e Filippo Illuminato (14 anni), medaglie d'oro al Valor Militare.
Eppure di questa battaglia gloriosa, battaglia popolare, si è persa la memoria.
Chi lo dice che la storia la scrivono i vincitori?
O forse è vero che in Italia, il fascismo non è mai stato veramente sconfitto.
Il link per ordinare il DVD su internetbookshop.
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18 marzo 2008

In ricordo di Fausto e Iaio

“Radio Popolare, sono le 21.17, interrompiamo le trasmissioni per una notizia che c’è appena arrivata. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due giovani di 19 anni sono stati uccisi...”

Quell'anno maledetto (o che noi ricordiamo come maledetto) non ci ha portato via solo Aldo Moro, la sua scorta.
Anche giovani ragazzi impegnati contro la mafia come Peppino Impastato.

E quei due ragazzi, uno schivo e timido, l'altro ridente e solare, uccisi non si sa bene ancora perchè e da chi.
Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, uccisi in via Mancinelli, mentre si accingevano a scrivere un libro bianco sullo spaccio della droga a Milano.
Una storia che potrebbe essere la storia dei misteri d'Italia: depistaggi, eversione, indagini a sinnghiozzo, un giornalista che indagava sulla loro morte ucciso a sua volta in modo oscuro.

Stasera Radio Popolare ricorda Fausto e Iaio, quegli anni, dove due ragazzi nemmeno vent'enni volevano cambiare il mondo.
"Fausto e Iaio trent'anni dopo" è il libro che Daniele Biacchessi ha dedicato alla loro memoria.

10 febbraio 2008

Per la memoria, contro le liste di proscrizione

Ieri la notizia di liste di proscrizione contro insegnanti di religione ebraica, pubblicate su internet, sul blog della vergogna.
Oggi la giornata a ricordo delle vittime delle Foibe.
Una pulizia etnica a lungo taciuta, contro persone la cui unica colpa era l'essere italiani.

L'altro ieri la giornata della memoria contro la Shoà, che veniva presentata come un atto di barbarie dei nazisti, senza ricordare l'aiuto da parte della popolazione, di vasti strati della stessa (intellettuali, industriali). Senza ricordare come le leggi razziali in Italia del 38, a firma del Re, crearono le basi per le deportazioni anche in Italia.
Senza ricordare che le basi dell'antisemitismo avevano radici profonde in Europa, precedenti all'avvento del nazismo.
Oggi come allora esistevano delle sinistre liste,
che significavano violenza, odio, morte.

Triste il paese che non conserva la memoria, dove anzi questa viene usata come merce di scambio (come le fiction), per le lotte politiche.

31 gennaio 2008

Il paese della vergogna di Daniele Biacchessi

Dallo spettaoclo teatrale che Daniele Biacchessi porta in giro per l'Italia, un libro, che sotto forma di racconto mette assieme vicende distanti nel tempo, ma accumunate dal comun denominatore, quello della giustizia incompiuta.
In 125 pagine si ripercorre parte della storia recente del belpaese, in realtà il paese senza vergogna, senza verità, senza giustizia.

Che non avendo chiuso i conti con un certo passato sarà condannato a ripeterlo.
Non vivono forse in mezzo a noi (e sono anche saliti al potere) i nostalgici del fez e del manganello?
Non è stato forse un ministro di questa repubblica ad aver detto che con la mafia bisogna convivere?
Strage di Portella della Ginestra, l'omicidio di Ambrosoli, le stragi della strategia della tensione, le vittime del terrorismo e della mafia, fino ad arrivare all'estate delle bombe del 93.

Ciascun episodio è ricordato a volte in modo riduttivo (l'autore stesso rimanda ad altre fonti per avere ulteriori approfondimenti), ma l'idea è di dare la sensazione (anche fisica, dei rumori, delle voci) dell'evento.

Non è un libro di inchiesta su Piazza Fontana o sulla stagione dei Golpe: alla base c'è il concetto della memoria perduta (così come della dignità di uno stato inteso come insieme dei suoi rappresentati). Non a caso il libro parte con un armadio, scoperto per caso nel decennio scorso, in un palazzo del settecento: l'armadio della Vergogna nel quale sono stati rinchiusi i fascicoli sulle stragi compiute dai nazifascisti nella seconda guerra mondiale.

Un armadio con le ante rivolte verso il muro, a nascondere quella verità imbarazzante (per l'Italia, per il governo dell'epoca e quelli che si sono succeduti, per la Democrazia Cristiana), in nome di una superiore Ragione di Stato. Di uno stato che si è dimostrato impotente nel difendere i suoi cittadini: bambini, donne, anziani, ragazzi ..

Un paese senza memoria è un paese che non sa interpertare il suo presente e prevedere il suo futuro. Un paese della vergogna, appunto.
Oggi si parla tanto di una memoria condivisa, di pacificazione, di condivisione. Ma su quali basi questo può accadere?I nostalgici del fascismo hanno forse fatto abiura del loro passato?
Abbiamo chiuso i conti con i tanti misteri della nostra storia (Ustica, Gladio, rapimento Moro, ...)?
La politica ha deciso di tagliare i rapporti con la mafia?Non mi sembra: e allora quale pacificazione si può avere in questo caso?

E' come un gioco a somma zero, si tratta di rinunciare a qualcosa: la nostra libertà, la nostra dignità, la nostra giustizia.

Come è stato possibile che per tutte le stragi, tutte le morti, tutti questi misteri spessi non si sia riusciti ad arrivare ad una verità giudiziaria?

Delitti e stragi perfetti nella loro imperfezione.
Corrado Guerzoni, il collaboratore più stretto di Aldo Moro, provò a spiegare un giorno una teoria: quella dei cerchi concentrici.

Dice Guerzoni:
“Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare.
Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba.Non accade così.
Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.
Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?
Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.
Poi succede quello che deve succedere.
Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.
Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini
[si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].
Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.
E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no.In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.

Quello che va ricostruito è il contesto politico di questo insieme di progetti e di iniziative. L’obiettivo non è il colpo di stato, ma la stabilizzazione imperniata sulla DC. Il modello non è Santiago 1973 (il golpe del generale Pinochet in Cile) ma Parigi 1968 (la riscossa elettorale gollista dopo il “maggio francese”): non la repressione militare, quindi, ma un plebiscito stabilizzatore.

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Il sito di Daniele Biacchessi; il post sul sito di Chiare lettere ed altre recensioni.
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27 gennaio 2008

La memoria della giornata della memoria

Furono esclusi dalle scuole, dalle università, cacciati dagli incarichi pubblici.
Privati man mano delle loro proprietà e dei loro diritti.
I loro nomi inseriti in lunghe liste.In nome della legge, di una legge che parlava di una presunta superiorità razziale.
E poi, quando arrivò il momento, tutto il lavoro burocratico preparatorio, permise alla macchina dello sterminio di essere applicata anche in Italia.
Parliamo della Shoa.
Del genocidio degli ebrei in Italia e anche in Europa.
Tutto questo è stato: e il ricordo e la testimonianza non sono mai a sufficienza.
Un solo giorno della memoria, specie in Italia, paese senza (memoria, dignità, etica, senso dello stato).

E' stato anche che, nella fabbrica dello sterminio, messa in piedi dai nazisti (con la collaborazione dell'elitè industriale, scientifica, ma a che della popolazione), un gruppo di stessi ebrei fosse incaricato della fase operativa dello sterminio, nei lager. I Soderkommando (la cui storia è raccontata anche nel film La Zona grigia).
Che dovevano occuparsi della raccolta dei cadaveri gassati, del recupero dei capelli, dell'oro dai denti e della loro cremazione.
Anche questo è stato: lo ricordava Shlomo Venezia, nelle sue memorie raccolte nel suo libro, "Sonderkommando Auschwitz".
Impossibile riuscire a dimenticare, diceva il signor Venezia.
Che fu preso, rinchiuso su un treno e dopo un viaggio di 11 giorni, spedito ad
Auschwitz.
Separato dalla madre senza nemmeno la possibilità di un saluto o di un addio.
Il signor Venezia aveva 20 anni.

Si può dimenticare e cosa si può fare perchè non accada più?
“Tutto mi riporta al campo [..] il mio spirito ritorna sempre la. Non si esce mai dal crematorio”.

Quello che possiamo fare è ricordare. È nostro obbligo morale, affinchè questo non sia solo un ricordo storico da archiviare, ma parte di noi stessi. Della nostra memoria.

02 novembre 2007

Diceva Pasolini .....

Nella notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975 veniva ucciso Pier Paolo Pasolini.

Testimone scomodo, proprio perchè intellettuale, dei cambiamenti sociali, politici della nostra società.
Eliminato perchè testimone scomodo contro la classe politica, di cui diceva:
«accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna […], distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani […], responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono ‘selvaggio’ delle campagne…».
(articolo in cui si chiedeva di mettere sotto processo la D.C.).

Con quel io so, scritto nientemeno sul corriere, inchiodava alle proprie responsabilità un pezzo dello stato, per le stragi degli anni 70:

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Cosa direbbe oggi, Pier Paolo, di questa società dei consumi, della televisione, di una casta politica che vive nella propria immunità, come una larva protetta dal proprio bozzolo?
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