Ne “La
notte della rabbia” il colonnello dell'arma Roberto
Riccardi ci porta indietro nel tempo, nel 1974, negli anni di
piombo: mescolando fiction e pezzi di storia, il racconto parte dal
rapimento di un consulente del governo, aspirante ministro, da parte
di un commando delle SAP, a Roma.
A mettersi sulle tracce dei terroristi
c'è il comandante del nucleo antieversione del carabinieri, il
colonnello Leone Ascoli.
Ma alla sfida tra Stato e anti-stato,
tra legalità ed eversione, si affiancherà una seconda sfida, perché
in quell'Italia si stava combattendo anche una seconda guerra, tra
spie, servizi e agenti doppiogiochisti.
E così Leone si trova di fronte un suo
antico nemico, l'ex tenente delle SS, aguzzino nel campo di Auschwitz
in cui Leone fu rinchiuso, in quanto ebreo, in quanto uomo non degno
di vivere.
Lì, nel campo, Leone e Helmut
Brandauer si sono già incontrati, quando un suo compagno di
prigionia, Bepi, gli aveva salvato la vita.
Era l'estate del 1944 e dentro il campo
di sterminio la vita, la dignità della persona, era regolata dai
capricci delle SS, che come delle divinità decidevano della vita o
della morte delle persone che avevano davanti (come ci ha raccontato
Levi in “Se questo è un uomo”).

Auschwitz, estate 1944
Sulla Judenrampe lui e Bepi si
guardarono a lungo. Un debole sole scaldava appena le ossa, regalando
una parvenza fugace di benessere. [..]
Sinistro non era il treno, ma il
concentrato di ferocia che lo attendeva sulla banchina: le SS, i kapò
e perfino loro, i derelitti dalle tute a strisce, compagni di
sventura divisi solo dalla data di arrivo al campo, emblema di ordine
fame e paura. Bepi si avvicinò perché i sorveglianti non
sentissero. - A te chi tocca oggi?
- I bambini. A te?
- Lo
stesso.
Parlavano a voce bassa con le labbra socchiuse, comunicare
era vietato e sulle punizioni non potevi sbagliarti. Per le mancanze
ordinarie il bastone, la frusta o i morsi dei cani. Per quelle più
gravi la forca. Il ragazzo ebreo si piegò come per raccogliere un
oggetto, un altro dei loro trucchi per parlare senza essere uditi.
- Hai visto chi comanda? - domandò.
Il
Bepi non fece in tempo a rispondere e Leone a rialzarsi, un colpo
terribile lo raggiunse alla testa. Cadde, il sangue gli colava sul
volto. [..]
Quel giorno era stato assegnato ai
bambini. Il compito più ingrato, caricarli sui carretti che li
avrebbero condotti alle camere a gas. Nessuno di loro si sarebbe
salvato, all'economia del lager non portava profitto.
Da tanto dolore non riusciva mai a
rialzarsi. Meglio così, per un po' avrebbe scansato la fatica.
Il Bepi si era avviato con gli altri,
chino per terra ne distinse le gambe all'interno del flusso. Lo vide
avvicinarsi a una donna che teneva in braccio un neonato e
battagliare con lei per farsi consegnare la creatura. Inventava scuse
per convincerla e nel frattempo si guardava intorno, le SS non
dovevano vedere.
Insisteva così nel tentativo di
sottrarla alla morte. Secondo le regole del campo una giovane sola
poteva salvarsi, mentre una mamma a cui toglievano il figlio era
considerata persa e quindi inutile. Se i medici l'avessero vista col
bambino lei sarebbe finita al gas.
Non era mai facile e non lo fu quella
volta, la madre non voleva cedere. Il Bepi allora si avventò, perse
di forza il neonato e si dileguò protetto dalla massa. La donna,
trattenuta da altri, non potè seguirlo. Il partigiano filava a passo
svelto verso un carretto, ma qualcuno ne deviò il percorso.
Il dolore dominuiva e la vista tornò
ad assisterlo, così Leone alzò gli occhi in tempo per scorgere una
SS che spingeva il Bepi verso un gruppo di commilitoni. Due di loro
li conosceva: sempre in prima fila nel torturare i progionieri,
sempre pronti ad ubriacarsi la sera, una volta finito il loro sporco
lavoro.
L'ufficiale che guidava le operazioni
sorrise mel guardare il piccolo, portato in braccio dal prigioniero.
Avanzò, i suoi occhi mandavano i lampi. Bepi intuì il pericolo e
provò a tornare sul suo percorso abituale. Il carretto era a poca
distanza, gli bastava qualche passo per raggiungerlo e adagiarvi il
bambino.
Il tenente si piantò a gambe larghe
davanti al giovane impedendogli di proseguire. Si spiegò a gesti,
mimò un ordine e perfino Leone, lontano com'era, realizzò cosa
volesse. Il neonato non dovea essere posato sul carretto ma lanciato
per aria. Dio mio, pensò, a cosa serve quel gioco?
Bepi tentò l'unica difesa possibile,
finse di non aver capito. L'ufficiale estrasse la pistola e gliela
puntò alla tempia. Leone non seppe mai a quale impulso risposero le
sue gambe, senza deciderlo si trovò in piedi.
Camminava verso le SS con le braccia
lungo i fianchi e i pugni serrati. Il tedesco gli dava le spalle.
Bepi era immobile, con l'arma a contatto con la pelle e
un'espressione gelida sul viso. Fissò il compagno per un istante che
parve eterno, intuendo i suoi disegni. Quel pazzo di un ebreo voleva
affrontare il tenente, lo avrebbero ucciso e non sarebbe servito, per
il piccolo non c'erano speranze.
Senza guardare scagliò il bambino più
in alto che poteva. Fu un lancio incredibile, che il gruppo SS seguì
con ammirato stupore. La Luger che avrebbe ucciso Leone si puntò
verso il cielo. Uno sparo, un centro perfetto. Egli chiuse gli occhi
perché la scena potesse svanire, avrebbe preferito che a dissolversi
fosse l'intero universo.
Il resto della storia glielo
raccontarono in seguito: il Bepi costretto a posare il cadaverino
insanguinato sul carretto, fra gli altri bambini che piangevano
chiamando le madri; i tedeschi che radunavano fascette di marchi da
consegnare a chi aveva sparato; l'aguzzino soddisfatto che impugnava
la sua pistola fumante.
Era un tiro a segno, come al luna park,
con un bersaglio umano che contava pochi giorni di vita. [..]
Leone rimase a occhi chiusi, incapace
di urlare o di muoversi. Poco dopo gli arrivò una bastonata sulla
schiena. Misurata, per provocare dolore senza farlo cadere. Si sentì
spingere verso la banchina, lo costringevano a riprendere il lavoro.
Fece in tempo a vedere chi lo aveva
colpito. Era l'artefice dell'orrore di prima, l'uomo che la notte
sognavano di uccidere e la mattina pregavano di non incontrare.
Il suo nome era Helmut Brandauer.