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10 dicembre 2025

Luci nel bosco, Massimo Gardella


 

Strada Provinciale 1.

Sulla sinistra il torrente Stabina, un affluente del fiume Brembo, scorreva ai piedi del pendio erboso vicino alla carreggiata, con la massa di vegetazione lussureggiante che occupava la sponda opposta. [..] Sullo sfondo, a chiudere la conca dove sorgeva Piazzatorre, con la sua cima a punta di freccia incensata dal riverbero rosato del tramonto imminente, il Monte Secco torreggiava

Non è facile scrivere un romanzo giallo che ha dentro un’anima legata al mistero, che richiama antiche ritualità vecchie di secoli. Un giallo ambientato nei boschi della val Brembana, una delle zone più selvagge delle nostre Alpi, che può apparire splendida e lucente di giorno, ma che di notte, nel buio e con le voci del bosco, può fare paura. Ma forse non sono le forze della natura quelle che devono spaventarci..

Proprio nei boschi millenari sopra Piazzatore viene trovato il corpo di una ragazza adagiata su un masso erratico: è stata prima strozzata e affogata nell’acqua per poi essere stata adagiata su quel masso, nuda e lavata, coi polsi tagliati per far sgorgare il sangue per terra. Come se fosse rituale antico, forse. Di sicuro un omicidio su cui devono indagare i carabinieri di Piazza Brembana, guidati dal capitano Pavone, appena arrivato in caserma in sostituzione del vecchio comandante:

Poco oltre videro un masso più levigato e dalla cima piatta, su cui era adagiato il corpo della donna. Aveva le braccia a penzoloni lungo i fianchi, le gambe chiuse e i piedi dritti all’insù, completamente nuda.

I carabinieri, coadiuvati dai colleghi della Forestale, trovano anche una tenda poco lontano con dentro una piccola scarpa da bambino, un album da disegno ma senza alcun effetto della ragazza morta. Oltre alla ragazza morta c’è anche un ragazzino scomparso? Forse si tratta solo di un falso allarme, perché la ragazza – di cui solo in seguito si scoprirà il nome – aveva comprato scarpine e album da disegno per farne dono al figlio di una migrante.

Non era mai successo nulla di simile in quella valle, un posto dove tutti conoscono tutti ma dove, almeno inizialmente, nessuno sembra aver mai visto quella ragazza (che pure non doveva essere caduta dal cielo): il capitano Pavone, coadiuvato dai forestali e dal giovane brigadiere Stefano Milesi, inizia ad informarsi su fatti di sangue avvenuti nel passato. Viene invitato a consultarsi col vecchio Bottazzi, ultimo esponente di una famiglia di costruttori arrivata in valle a fine ottocento e che, fino a poco tempo prima, erano i padroni di tutto.

«Qualcosa non va?» chiese. La dottoressa piegò la testa. «Non so perché, ma la delicatezza con cui è stato trattato il corpo dopo il decesso... la compostezza. Non so, mi ricorda certe pratiche con cui nell’antichità si preparavano i defunti per il loro viaggio nell’oltretomba.

L’indagine su questo strano omicidio – rituale ci viene raccontata attraverso gli occhi dei due protagonisti: da una parte il capitano Pavone, che inizia una sua indagine proprio su questo strano personaggio, Marzio Bottazzi, esperto della storia della valle, che vive in una casa che sembra un museo per i tanti cimeli del passato (fascista ma non solo) di cui si sente l’ultimo testimone.
Ma c’è anche una seconda indagine, meno ufficiale ed è quella seguita dal brigadiere Milesi: come mai il capitano si sta muovendo con questa strana lentezza sulla morte della ragazza? È come se non avesse veramente voglia di trovare l’assassino seguendo tutta l’ufficialità del caso, il coinvolgimento del pm, del nucleo investigativo dei Carabinieri.

.. a prescindere dalla presunta incapacità del capitano, c’erano aspetti inspiegabili. Il fatto che il caso non fosse passato al ROS e il mancato rispetto delle ordinarie procedure per indagare su un crimine del genere, tanto per cominciare. La completa estraneità della magistratura.

C’è il mistero della morte di questa ragazza – che si scoprirà essere poi una terapeuta per persone in difficoltà che aveva girato il mondo – uccisa e poi adagiata con estrema delicatezza, con rispetto quasi, su quel masso. E c’è anche un mistero sullo stesso investigatore, il capitano Pavone. Forse anche lo stesso Bottazzi nasconde un mistero dietro quel suo personale culto dello spirito “arboreo” che permane in quei boschi, capace di creare una suggestione che allo stesso tempo cattura, affascina e spaventa chi vi si avventura dentro.

«Vede, capitano, se Agnes Mittens avesse incontrato un lupo o un altro animale pericoloso sono sicuro che il suo corpo dilaniato avrebbe fatto più scalpore, invece del misterioso e offensivo silenzio che sembra avvolgere la sua morte violenta. Ora, mi chiedo cosa è peggio. Finire sbranati perché la bestia che ci troviamo di fronte agisce con brutalità per un meccanismo primordiale di paura e difesa, [..] Oppure, come nel nostro caso specifico, essere lasciati a morire a faccia in giù in un torrentello di montagna, uccisi da un altro animale con cui dovrebbe essere possibile comunicare?»

Tutto troverà una spiegazione ma solo una volta arrivati alla fine della storia, con la rivelazione del mistero che porta ad una visione di “giustizia”, una giustizia che necessariamente deve usare la violenza, essere maligna, per proteggere il suo territorio.

Pecca forse di poco ritmo nella prima parte che però cresce man mano che si arriva fino in fondo, quando l’indagine sulla ragazza morta diventa un’indagine sull’indagine con un cambio di contesto che spiazza il lettore. Ho molto apprezzato la cura con cui viene raccontato il contesto naturale, questi luoghi della Val Brembana che l’uomo ha attraversato per secoli per collegare il nord, la Svizzera, l’Austria, con la pianura Padana. Non lo sapevo, ma la parola taxi nasce proprio da questi luoghi:

.. i nobili Thurn und Taxis, erano originari di Cornello dei Tasso, una frazione di Camerata Cornello, e avevano inventato e sviluppato il sistema dei corrieri postali nel Medioevo.

La scheda del libro sul sito di Tre60.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

22 gennaio 2012

Il male quotidiano di Massimo Gardella

Un giallo anormale : anormale per l'ambientazione, la provincia pavese e non una grande metropoli, e per il protagonista, l'ispettore di polizia Remo Jacobi. Un poliziotto, di origini romene per parte di padre, che per delle vicissitudini che si scoprono man mano nel libro ha abbandonato l'idea di combattere il male nel mondo.
Male che si identifica nel caso che ora deve affrontare: il ritrovamento del cadavere di una bambina di cinque anni, uccisa e fatta a pezzi, dentro lo stomaco di un pesce siluro

"Un pesce siluro di almeno tre metri che un gruppo di canottieri aveva trovato morto, a pancia in sù nel fiume, e dalla cui bocca spuntava la mano di un bambino"
pagina 16
Un caso assolutamente insolito, che potrebbe accendere sul piccolo commissariato di provincia le luci della cronaca, con tutti i problemi che comportano in genere ma anche con la possibilità di acquisire notorietà per la propria carriera. Tutto questo se l'ispettore non si chiamasse
Remo Jacobi, separato dalla moglie, che vive assieme al vecchio padre Johan:
"Jacobi era convinto che la realtà di tutti i giorni fosse sempre più contaminata da un universo alternativo di orrore puro. Contagiava ogni cellula di umanità rimasta nell'ordine naturale delle cose. Il vizio ormai consolidato di accostare il sangue all'ambrosia nella più totale indifferenza: unico vaccino universale , forse l'unica forma di salvezza possibile. Per questo aveva senso rifugiarsi nella finzione, a volte persino orchestrata e consapevole, di una vita parallela: forse passata, o forse mai vissuta. Era necessario, anzi. Per adattarsi e quindi sopravvivere, dimostrando di essere davvero una specie intelligente. Jacobi ne era convinto, il male aveva vinto, non c'era bisogno di girarci intorno. Era imbattibile. L'ispettore sentì bussare alla porta del cervello la parola che negli ultimi tempi, ormai diversi anni, condensava il significato di quella specie di mondo parallelo in cui viveva. Un semplice avverbio interrogativo, che racchiudeva il non-senso dei suoi rapporti col genere umano e i suoi bizzarri costumi. Perché?"
pagina 25
Per sopravvivere al proprio
“male quotidiano”, Jacobi si era costruito una propria vita parallela, lontano dai casi e dal dolore: casi che lasciava affossare prendendo per le lunghe le indagini, in attesa che l'attenzione su di essi si stemperasse. Una vita lontano dalle relazioni, lontano dagli uomini, lontano dalla vita:
"Che compito era quello di risolvere la follia collettiva? Forse non il suo, stabilì Jacobi nel tripudio di clacson e incroci occlusi da veicoli e pedoni. Allora lasciamo che questo orrore ci inondi, pensò sconfitto, per farlo scorrere e prima o poi si esaurirà. O forse no. Remo Jacobi era un ispettore di provincia, non aveva l'ambizione del vendicatore, per lui in alcune occasioni era meglio osservare il male dopo che si era manifestato. Non per codardia, ma perché era così esagerato da essere inutile, e impossibile da «curare» perché privo di qualsiasi senso."
pagina 65
Ma nonostante questo scudo, non riesce a sottrarsi agli incubi marini, che il cadavere della bambina fa crescere nella sua mente. D'altronde l'acqua e la morte dentro l'acqua hanno nella sua storia un ruolo importante, ma anche questo lo scopriremo solo in là nella storia.

L'indagine lo porta a scoprire un giro di pescatori del pesce siluro, più o meno abusivi: pescatori che arrivano dall'est dell'Europa e anche imprenditori che affittano bungalow a pescatori in vacanza sul fiume e forse anche per altro. 
Ma, soprattutto, un traffico di minori, per i più turpi dei reati, che ha radici che arrivano fino alla missione di pace in Somalia (l'ossimoro dietro cui la nostra ipocrisia nasconde altri interessi meno nobili) e ad altre missioni di soccorso:

"Con la scusa delle missioni di soccorso, nascosti tra veri operatori umanitari di ONG e fondazioni filantropiche di tutto il mondo, c'erano anche trafficanti di bambini e schiavisti assortiti. Con le loro guardie del corpo e mercenari, di cui faceva parte anche lui. Per loro, il cataclisma era stato una manna."
pagina 222
Traffico che vede coinvolti ex militari italiani e mercenari dell'est, provenienti dai teatri di guerra, riuniti attorno una strana sigla Baba Jaga, la strega cattiva delle favole russe.

Jacobi, con l'aiuto del vice Borghesi e di una giornalista Barbara Moroni, si metterà sulle tracce di questi traffici: un modo per affrontare i fantasmi del proprio passato. Ma non aspettiamoci lieto fine, per questa storia torbida come l'acqua di un fiume può esserlo.

Qui potete leggere un estratto del libro

«Ciao, tata.»
Johan ricambiò mugugnando mentre leccava la cartina per sigillarla. «Vuoi un caffè?»
«Non ho tempo.»
Infilò la sigaretta tra le labbra, poi la accese con uno svedese da cucina, stringendo il fiammifero tra le dita screpolate da più di sessant'anni di lavoro nei cantieri, segnate dalla calce e ruvide come la pellaccia di uno squalo.
Jacobi aprì il frigorifero e si versò un bicchiere di succo di pompelmo, buttò dentro una dose abbondante di zucchero e lo mandò giù d'un sorso.
«La pillola non la prendi?» Johan indicò con uno sbuffo di fumo una confezione di medicinali sul banco della cucina.
«Dopo. Ora devo scappare.» Jacobi raccolse da una ciotola di legno le chiavi dell'auto e aprì la porta della cucina che si affacciava sul cortile. Vivevano in una cascina che il padre aveva rimesso in sesto nell'arco di trent'anni, e dove lui aveva vissuto fin da ragazzino. C'era tornato dopo il divorzio da Monica. Ora lui e Johan si facevano compagnia a vicenda, e Remo si sentiva più vicino all'età morale del padre che ai suoi effettivi cinquant'anni. Tra lui e il vedovo Johan si era instaurato un rapporto che andava oltre il legame di sangue, erano compatibili a livello più emotivo: entrambi soli, a loro modo tacitamente disperati per quelle assenze che un tempo avevano impreziosito la loro esistenza.
«Ti chiamo più tardi.» Remo salutò il padre dalla soglia. Johan sorrise a labbra strette, per Remo era come un vecchio cane lupo che sa di essere amato e accudito. Il figlio faceva un lavoro di merda, proprio com'era stato il suo, e con la stessa dedizione e caparbietà. Era l'unica cosa che sapesse fare, ed era bravo a farla. Non eccezionale, ma capace. Erano tutti e due uomini semplici, onesti. Gran lavoratori.
«Copriti che fuori fa fresco» lo avvisò inutilmente Johan. Dopo due terzi della sua vita su suolo italiano, Johan non aveva ancora del tutto perso una vaga ma inequivocabile inflessione rumena, che a suo modo lo rendeva esotico.
Remo annuì e chiuse la porta alle sue spalle.
Per fortuna Johan non gli aveva chiesto il perché della sua uscita mattutina, di certo non così usuale come ci si aspetterebbe da un ispettore della polizia criminale. Remo non aveva mai mentito ai genitori, e non avrebbe saputo come mascherare la notizia. Un pesce siluro di almeno tre metri che un gruppo di canottieri aveva trovato morto, a pancia in su nel fiume, e dalla cui bocca spuntava la mano di un bambino.


La scheda del libro su Guanda

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