Forse non tutto è perduto.
Forse è vero che il tempo è galantuomo.
Il nuovo processo sul caso Cucchi sta facendo emergere, grazie alla forza di quella persona incredibile che è Ilaria Cucchi, tutta l'omertà, i depistaggi dentro l'arma (e non solo) che hanno fatto sì che per anni Stefano Cucchi fosse morto per caso.
L'inchiesta sulle spese pazze dell'ex capogruppo leghista Rixi: ha usato fondi pubblici per spese personali. Che è l'accusa che i leghisti hanno fatto al sindaco di Riace, Mimmo Lucano.
E poi l'esito delle elezioni in Baviera che ci dice come il grande centro, la grande coalizione ha fatto i suoi giorni, dopo aver, di fatto, aiutato all'ascesa i partiti dell'estrema destra. Vi ricordare quando dicevano siamo l'argine ai fascismi e ai populismi?
Ecco, leggendo le principali notizie dai quotidiani di oggi (un riassunto lo fa Gilioli) mi è tornato il buon umore.
Fino a che ho letto di un nuovo rogo in un centro rifiuti in Lombardia (questo alla Bovisasca): non è il primo e non sarà l'ultimo, finché non si capirà cosa c'è dietro.
Ecco.
Nessuno io mi chiamo; nessuno è il nome che mi danno il padre e la madre e inoltre tutti gli amici
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15 ottobre 2018
11 dicembre 2016
Stefano Cucchi e Giulio Regeni – due storie simili (da Il Corpo del reato di Carlo Bonini)
![]() |
| Giulio Regeni - foto presa dal sito di Repubblica |
Martedì 29 marzo 2016. Pomeriggio Roma. Corso Rinascimento Senato della repubblica. Sala Caduti di Nassiryia
In marzo, l’autopsia di Vittorio Fineschi sul corpo di Giulio Regeni aveva cancellato ogni dubbio. Era stato torturato per giorni dagli uomini del regime di al Sisi. Il suo corpo si era rivelato una lavagna dell’orrore, su cui i suoi carnefici avevano impresso persino una lettera che voleva essere un marchio. E in quella parola – tortura – era ora il cortocircuito tra i destini di due giovani uomini con storie, vite, aspirazioni, pure opposte. Un ricercatore di Cambridge cittadino del mondo. Un tossico di Morena. Due giovani uomini oltraggiati in luoghi che erano agli antipodi del rispetto dei diritti umani. Il regime militare di al Sisi. La Repubblica italiana nata dalla Resistenza. Eppure entrambi i corpi diventati testimoni incoercibili di un abuso di Stato.[Il Corpo del reato di Carlo Bonini]
Stefano Cucchi e Giulio Regeni: ad
unire le sue storie non è solo il caso, che ha voluto che ad
eseguire una perizia sui due corpi sia stato il dottor Fineschi.
Sono due storie che, seppur partendo
dagli estremi opposti, l'Egitto di al Sisi e la nostra Repubblica,
raccontano della mancanza di rispetto dei diritti umani.
Due storie di ragazzi completamente
opposti: Stefano coi suoi problemi di tossicodipendenza da cui ne era
uscito in un primo momento. Per poi ricaderci, tradendo anche la
fiducia dei genitori e della sorella.
Giulio, cittadino del mondo, curioso,
finito in Egitto per una ricerca della sua università.
Raccontano le storie di due famiglie
che si sono battute per avere giustizia, che non si sono rassegnate
all'evidenza, di fronte al potere. Davide contro Golia: dove Golia
era in un caso l'Arma, il corpo dei medici. Nell'altro caso la
dittatura del generale al Sisi.
Sette anni prima, una donna aveva chiesto allo Stato di rispettare se stesso e la sua ragion d’essere individuando e punendo i suoi servitori infedeli. Ora, una donna chiedeva allo Stato di abdicare alla tentazione cinica di mettere la ricerca della verità sulla tortura e la morte di suo figlio sulla bilancia della diplomazia, degli interessi commerciali o strategici. Di una ragione di Stato che avrebbe solo finito per negarne l'esistenza. In quella sala, c'erano, ancora una volta, Davide e Golia.
Il marzo scorso, i
genitori di Giulio Regeni hanno tenuto una conferenza stampa nella
sala caduti di Nassiyia, i genitori di Giulio Regeni, assieme al
portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury, all'avvocato Alessandra
Ballerini e al senatore Luigi Manconi.
Diversamente da
Ilaria, Paola e Claudio Regeni hanno scelto di non mostrare alcuna
foto del figlio, come è stato restituito loro. Ma lo stesso hanno
voluto ricordare a tutti sia dei depistaggi del regime, che delle
torture che quel Corpo ha subito.
Il volto di Giulio era piccolo. Piccolo piccolo. Io e Claudio, quando lo abbiamo visto nell'obitorio a Roma, quando ho deciso che mi sarei sentita una vigliacca a non volerlo guardare dopo tutto quello che aveva subito, lo abbiamo baciato e accarezzato.
Non vi dico cosa non hanno fatto a quel viso. Io, su quel viso, ho visto il Male, tutto il Male del mondo. E di quel viso ho riconosciuto una sola cosa. La punta del naso. Per il resto, credetemi, non era più lui. Noi non lo avremo più, Giulio. Il Giulio giovane uomo curioso del mondo, che stava approfondendo gli aspetti economici, sindacali – anche se oggi sembra che sia diventata una brutta parola da dire – dell'Egitto. Ma Giulio non è il solo a non esserci più. Ha condiviso il destino di tanti giovani egiziani. Per questo non mi stancherò mai di chiedere la verità. Ora, il 5 aprile arriverà a Roma la delegazione degli investigatori italiani. Ma mi chiedo: cosa porteranno? Mi aspetto, se non porteranno nulla, una risposta forte del governo italiano.
Perché in Egitto la gente scompare,
finisce nel nulla, rapita e torturata dai servizi del regime: quello
di Giulio non è stato un caso isolato:
Ebbene, nel 2015 ci sono stati 464 casi di sparizione forzata in carceri segrete e basi militari. Ci sono stati 1676 casi di tortura, 500 dei quali terminati con la morte della persona torturata.
Questi
sono i numeri portati da Amnesty (citando come fonte
un'organizzazione non governativa affidabile, il centro El Nadeem)
tramite Riccardo Noury. Che ha concluso il suo intervento tirando in
ballo nuovamente la questione dei diritti umani:
È dunque reale, alla luce delle circostanze in cui Giulio è scomparso, in cui è stato ritrovato, che il suo sia l’ennesimo caso di violazione dei diritti umani. Ecco perché continuiamo e continueremo a chiedere verità per Giulio.
E il governo italiano cosa ha fatto
in questi mesi? Molto poco in verità. Qualche dichiarazione di
facciata da parte del presidente del Consiglio e da parte del
ministro degli Esteri (che oggi, dopo la crisi di governo potrebbe
assumere l'incarico di guidare un nuovo esecutivo).
C'è la “ragione di Stato”, ci sono
i rapporti commerciali, c'è il bacino petrolifero scoperto dall'Eni
nelle acque di fronte l'Egitto.
Ma c'è anche altro, che riguarda ancora una volta le nostre istituzioni, la nostra democrazia, le nostre leggi. In cui manca ancora il reato di tortura:
C’era qualcosa di indecente nella constatazione che il Paese che ora legittimamente chiedeva a un regime di consegnargli i suoi carnefici, continuasse a essere in ostaggio del ricatto morale ed elettorale di settori delle forze di polizia e della propaganda sgangherata di chi riteneva che la tortura fosse o dovesse essere considerata tale, chiamata e punita con il suo nome proprio, solo se consumata in qualche lurida camera della morte in Medio Oriente o in Asia. E non, come pure era accaduto, in una caserma della polizia stradale a Genova (a Bolzaneto, nei giorni del G8 a Genova del luglio del 2001), sulla panchina di una piazza di Ferrara (Federico Aldrovandi), o in quella stazione dei carabinieri dove Stefano Cucchi aveva cominciato a morire.
Tutti
i virgolettati sono presi dal libro Il
Corpo del reato, di Carlo Bonini – Feltrinelli
(qui
potete sfogliare il primo capitolo)
Il Corpo del reato di Carlo Bonini
L'incipit
Sabato 6 febbraio 2016. PomeriggioRoma. Viale ReginaPadiglione del pronto soccorso radiologico del Policlinico universitario Umberto I
Disteso su una lettiga in acciaio, il Corpo del ragazzo era al centro della stanza. Avvolto nel sudario di cotone bianco e garza in cui era stato composto e che ne lasciava scoperti solo l'ovale del volto e una barba incolta e nera.Ricordava un Cristo.Aveva viaggiato in una bara di legno chiaro laccato. Dal Cairo all'aeroporto di Fiumicino. E, di lì, su un carro della polizia mortuaria, all'istituto di medicina legale di Roma. [..] Incollato alla bene e meglio con dello scotch, un foglio A4 stampato con inchiostro nero indicava il nome dell'impresario funebre, e quello della salma.Giulio Regeni.Ventotto anni.
Il Corpo del reato è il corpo di
Stefano
Cucchi, il fantasma, lo scheletro, morto nell'ospedalePertini, dopo sette giorni di agonia il 22 ottobre 2009.
Il racconto di Carlo Bonini ci porta
dentro le carte dei vari processi che si sono tenuti dopo la sua
morte e che hanno cercato di stabilire chi fossero i responsabili
della sua morte.
I carabinieri che lo hanno arrestato e
che ora sono accusati del pestaggio, nella caserma di Casilina a
Roma, che molto probabilmente ne ha poi causato la morte.
I medici e gli infermieri del Pertini,
l'ospedale legato al carcere di Regina Coeli, dove è rimasto per
giorni, prono sul letto, senza tutta quell'assistenza di cui avrebbe
avuto bisogno.
Attraverso la storia di Stefano
Cucchi (e di Giulio Regeni, le storie di questi due ragazzi
sfortunati si incrociano all'inizio e alla fine), Carlo Bonini mostra
il volto oscuro delle istituzioni, di uno Stato di diritto che non ha
saputo proteggere una persona che erano sotto la sua tutela.
La morte di Stefano Cucchi diventa un
sintomo di una malattia profonda delle istituzioni dunque, una
storia che doveva essere raccontata:
“Ci sono storie come quella di
Stefano Cucchi che sanno raccontare assieme il destino di una persona
e anche del destino di una collettività ..”
La storia di un'inchiesta che almeno
all'inizio è stata incompleta, dei depistaggi e le manipolazioni
degli uomini in divisa, della mancanza di umanità da parte del
personale medico e degli infermieri che dovevano prendersi cura di
Stefano. Delle perizie e controperizie che si sono scontrate.
Carlo Bonini fa parlare i
personaggi attraverso le carte dei processi che si sono tenuti dal
2009 ad oggi, attraverso le testimonianze delle persone che a vario
titolo sono venute in contatto con Stefano. E attraverso le perizie
eseguite (in tempi diversi e con risultati diversi) sul suo corpo:
nonostante depistaggi, gli errori, le dimenticanze, il corpo di
Stefano ha parlato a chi ha voluto ascoltarlo.
Ha parlato ai genitori Rita e
Giovanni e alla sorella Ilaria, che per sette giorni non hanno
potuto incontrarlo (se non al processo per direttissima) e chi
l'hanno rivisto solo da morto, nel giorno dell'autopsia.
Ma ha parlato anche al dottor Vittorio
Fineschi, il medico che per conto della famiglia Cucchi ha
stilato la relazione di parte civile. Dove si mette nero su bianco le
percosse e le due fratture alle vertebre e la relazione causa
effetto tra il pestaggio e la morte in ospedale: Stefano non era
morto di fame e di sete, ma di brachicardia (il cuore era arrivato a
battere 46 colpi al minuto), causato dal trauma lombo-sacrale, la
testi della vescica neurologica.
Quel corpo ha parlato soprattutto
all'avvocato Fabio Anselmo che, in sette anni, non si è mai
rassegnato alla mancanza di una giustizia per Stefano.
Nonostante le altre relazioni che
negavano la relazione causale tra percosse e morte, che raccontavano
che Stefano era morto di fame.
Carlo Bonini racconta tutte le
difficoltà affrontate da Ilaria e dall'avvocato Anselmo: i primi
attriti con la procura, la sensazione di incompiutezza dell'indagine,
la scelta di separare in due i reati, il pestaggio imputato alle
guardie penitenziarie e la negligenza dei medici. La perizia dei pm
che escludeva il nesso causale tra le percosse e la morte, le
fratture non recenti, i medici imputati di abbandono colposo e che
hanno cercato di sistemare i loro errori con le carte ..
“Lei pubblico ministero il
processo lo perderà ..” - le profetiche parole di uno dei
difensori delle guardie del carcere.
La sentenza di primo grado mandò
assolte le guardie, non ritenute responsabili del fatto (il
pestaggio) e anche gli infermieri. I medici del Pertini furono
invece condannati.
La sentenza di Appello, che
arrivò nel giorno di Halloween, che manda tutti assolti:
Nella sua notte di Halloween, lo Stato si dimostrava capace di riconoscere a se stesso ciò che aveva ferocemente negato a una sua giovane vittima: la rigorosa applicazione delle garanzie processuali, l’habeas corpus, l'intangibilità fisica e psicologica di chi è accusato di un reato, la presunzione della sua innocenza.Quei princìpi trovavano applicazione nei confronti di agenti penitenziari, medici e infermieri del “reparto protetto” dell’ospedale Sandro Pertini.
Ma non erano valsi mai, neppure per un istante, per un ragazzo la cui unica colpa era stata quella di consegnare docilmente i propri polsi alle manette di chi lo aveva arrestato per piccolo spaccio.Sì. Si era fatto buio pesto.
Tutto finito, tutto chiuso? No,
non per uno come Fabio Anselmo, che intuisce come nelle due perizie
usate nei primi due processi, intuisce che la frattura alla vertebra
L3 non è stata vista poiché hanno considerato solo metà vertebra
(la metà sezionata dopo l'autopsia), mentre la perizia di Fineschi
si era basata sulle radiografie fatte appena dopo la morte.
Con queste carte, con la consulenza del
radiologo Masciocchi, il procuratore di Roma Musarò
ha riaperto il faldone delle indagini:
“... Da sei anni si discute e si è andati a sentenza girando intorno a una vertebra di cui è stata tagliata via la sola parte di interesse scientifico. Come è possibile?”
“Ci ho pensato, dottor Musarò. Ma sinceramente non ho una risposta. Posso solo ribadirle che essendo la frattura di L3 la chiave di questa vicenda sarebbe stato necessario esaminare l’intera vertebra. Non una parte soltanto. E per giunta quella sbagliata.”[..]Il Corpo di Stefano aveva parlato un’ultima volta. Il Corpo di Stefano diceva la verità.
Sono arrivate anche le testimonianze
di due carabinieri che avevano assistito all'ingresso nella loro
caserma del maresciallo Mandolini (comandante della caserma
di via Appia che aveva seguito l'arresto di Stefano): “era
agitato e disse a Mastronardi del fatto di Cucchi. Disse che
l'avevano massacrato di botte .. i carabinieri”.
In questa storia entrano in scena i
militari dell'Arma: secondo il racconto di questi due testimoni
che hanno deciso di rompere il muro d'omertà, nel corpo tutti
sapevano e tutti se ne sono stati zitti:
“Avvocato, le devo dire la verità. Non mi sarebbe mai venuto in mente di andare da un superiore e dire: ‘Guardate, è successo questo’… Anche perché secondo me tutti sapevano tutto. Quindi, mi dissi: ‘Perché deve spettare a me dire e indagare su una cosa che ho sentito solo come esclamazione?’.” “E quindi perché ora si è decisa a raccontare questa storia?”
Come mai l'inchiesta interna dell'Arma
non aveva fatto emergere tutte le discrepanze e le stranezze della
ricostruzione data dai militari che avevano proceduto all'arresto
prima e avevano avuto in custodia Stefano nella prima notte?
L'ipotesi di Bonini tira in ballo un altro caso, avvenuto pochi mesiprima:
“Era un fatto la coincidenza temporale tra il pestaggio e la morte di Stefano Cucchi e lo svelamento dell’estorsione di segno sessuale per mano di carabinieri che aveva fatto cadere l’allora governatore del Lazio, Piero Marrazzo”.
Il resto lo hanno fatto i tre
carabinieri stessi, per cui la procura di Roma si è detta pronta a
chiedere il processo, nelle intercettazioni cui sono stati
sottoposti.
C'è n'è una, in particolare, che fa
venire i brividi, tra Raffaele D'Alessandro e la ex moglie Anna
Era stato ancora una volta un sms di Anna ad innescare l'epilogo.“Devi solo essere contento se i tuoi figli fanno delle cose e si divertono. Preoccupati di più se ti vedono perché ti arrestano”.D'Alessandro le aveva telefonato fuori di sé.“Che volevi dire, eh? Perché mi dovrebbero arrestare, fammi capire? Ma che dici, eh?”E questa volta Anna aveva parlato chiaro.“Non ti preoccupare, perché poco alla volta ci arriveranno. Perché quello che hai raccontato a me lo hai raccontato a tanta gente. Hai raccontato della perquisizione, Raffae’. Hai raccontato di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda!”
Perché era un “drogato di merda”:
così si esprime un uomo
dello stato, uno di
quelli che doveva prendersi cura proprio di Stefano e che invece si
divertiva, così raccontava alla moglie, a picchiarli, questi ultimi.
Un drogato di merda.Già il calvario di Stefano Cucchi, sei anni di menzogne, il balbettio confuso della scienza medica di fronte a un Corpo martoriato era in quell'aggettivo e predicato.
Drogato di merda.Dunque, ultimo degli ultimi. Dunque, privo di diritti. Dunque, non uguale di fronte alla legge degli uomini.
Un diverso. Un corpo a perdere. Uno di quelli di cui si dice, nel gergo di certi sbirri, che abbiano il nome all'anagrafe scritto a matita. Perché cancellarlo è un attimo. E nessuno verrà a reclamare.Non era la prima volta. Era già successo. Nel 2001, a Genova, nei giorni del G8. Nella caserma della polizia stradale di Bolzaneto. A Napoli, nella caserma Raniero. A Ferrara, a un ragazzo chiamato Federico Aldrovandi. A Varese, a un operaio che di nome faceva Giuseppe Uva.Drogati di merda. Comunisti e zecche di merda. Froci e lesbiche di merda. Immigrati di merda.
Giuseppe Uva, Cucchi, Bolzaneto:
sono racconti che testimoniano la fragilità del nostro stato di
diritto, e la violenza di cui è capace il “potere”,
dell'incapacità dello stesso Stato di saper giudicare e fare
giustizia.
Giustizia che a Stefano Cucchi (e a
tutte le altre persone citate) è stata finora negata perché uno
degli ultimi, perché un disperato, perché “drogato di merda”.
Il libro termina allacciando le due
storie, quella di Stefano Cucchi e quella di Giulio Regeni,
torturato e ucciso in Egitto, probabilmente da persone dei
servizi egiziani, perché ritenuto un nemico del regime.
Una morte, scrive il giornalista, così
diversa e così simile a quella di Stefano Cucchi.
Un caso ha voluto che ad occuparsi dei
due morti sia stato lo stesso medico, il dottor Vittorio Fineschi:
a lui, ancora una volta, il corpo martoriato ha parlato e gli ha
raccontato tutto il calvario cui è stato sottoposto.
Come per Stefano, anche per Giulio
stiamo aspettando giustizia. Non ci arrenderemo, come in questi anni
non si sono arresi Ilaria, l'avvocato Anselmo, i
genitori di Giulio Regeni e i tanti che hanno deciso che non si può
mettere da parte il rispetto dei diritti civili in nessun caso,
nemmeno per una ragione di stato (o per interessi commerciali con un
paese dall'altra parte del Mediterraneo).
Sarebbe bastato che Stefano fosse
portato in carcere e non in una caserma, quella notte. Che gli fosse
consentito di parlare col suo avvocato. O un suo familiare. Come era
suo diritto.
Ce lo chiede quel corpo, di pretendere
una giustizia che ci dia ancora fiducia nello Stato.
Il Corpo del reato, di Carlo Bonini –
Feltrinelli
(qui
potete sfogliare il primo capitolo)
07 dicembre 2016
Il Corpo del reato – lo spettro
![]() |
| Stefano Cucchi |
Il Corpo del reato: un titolo,
quello del libro di Carlo Bonini, che si presta a diverse
letture. Il corpo è quello di Stefano
Cucchi, entrato vivo dentro una cella, dopo un arresto per
spaccio, ed uscito cadavere, morto. Per arresto cardiaco. Una formula
che non vuol dire nulla.
Corpo del reato è anche la formula
che, in ambito investigativo, indica l'oggetto dell'omicidio.
Omicidio negato dalle prime ricostruzioni che parlavano di soggetto
poco collaborativo, che aveva rifiutato il cibo. E le fratture alle
vertebre causate da una caduta dalle scale ..
Per capire cosa sia successo a Stefano,
occorre allora osservare quel povero corpo: usando le parole del
medico legale Vittorio Fineschi “il cadavere è un testimone
. Il primo e il più importante. Quello che non mente mai”.
Ecco cosa ha visto e riportato il
dottor Mario Tancredi, dell'Istituto di medicina legale di
Roma, durante l'autopsia
Passò quindi a descrivere l'essere umano che gli giaceva di fronte nel suo rigor mortis. Un corpo scheletrico e offeso. Uno spettro. “Soggetto di sesso maschile, di età apparente 30-35 anni, del peso di chilogrammi 37 e della lunghezza di cm 162, in condizioni di notevole magrezza, con pannicolo adiposo sostanzialmente assente e masse muscolari marcatamente ipotrofiche.”Un metro e sessantadue centimetri per trentasette chili. Sì, uno spettro.“Si rileva, alla linea di impianto del capillizio, piccola escoriazione ricoperta da crosta delle dimensioni di mm 0,4 circa. In sede fronto-temporale, bilateralmente, si apprezza apparente sfumata soffusione ecchimotica, di colorito rosso-bluastro. [..] In sede periorbitaria, bilateralmente, a fronte di cute distrettuale esente da aspetti discontinuativi, si rilevano ecchimosi rosso-bluastre rotondeggianti , simmetriche e a margini netti – come distribuite secondo il decorso dei muscoli orbicolari degli occhi - a sinistra inoltre apprezzandosi, appena inferiormente all'estremo medio-laterale dell'arcata sopraccigliare, tumefazione grossolanamente rotondeggiante.. ”L'ispezione esterna annotò ogni piccola lesione esterna della cute. Quella interna, una volta inciso il Corpo, nell'elencare lo stato degli organi, non indugiò su quello che pure appariva un dato macroscopico.“Vescica con pareti integre. Completamente distesa come per globo vescicale, al taglio contenente 1400 centimetri cubi di urina limpida ..”Mille a quattrocento centimetri cubi. Un pallone. Tre volte le dimensioni che rendono qualsiasi essere umano incapace di trattenere lo stimolo. Oltre la soglia di un dolore umanamente sopportabile.Il dottor Tancredi chiuse il verbale sugli esiti dell'esame della schiena di Stefano, di cui venivano segnalate le fratture di due vertebre, documentate da una lastra effettuata prima della morte.
Il Corpo del reato, di Carlo Bonini –
Feltrinelli
(qui
potete sfogliare il primo capitolo)
“Ci sono storie come quella di
Stefano Cucchi che sanno raccontare assieme il destino di una persona
e anche del destino di una collettività ..” - così spiega l'autore il
perché di questo libro.
Destino che è legato anche a come
viene amministrato il potere, dai suoi organi, nei confronti dei
cittadini posti sotto la sua tutela. Tutti i cittadini. Anche quelli
che consideriamo gli ultimi, i drogati, i diversi.
05 gennaio 2016
Sulla gogna di Facebook
Sono d'accordo: la gogna mediatica (dopo la pubblicazione delle foto degli agenti su FB da parte di Ilaria Cucchi) è una cosa ingiusta, specie oggi dove, in un click un'immagine viene condivisa con migliaia di persone.
E le bacheche diventano così degli sfogatoi, posti dove infierire pro o contro. Contro i carabinieri presunti responsabili del pestaggio di Stefano Cucchi.
Ma anche contro Ilaria Cucchi (e la sorella di Giovanni Uva), colpevole per la sua ostinazione nel voler giustizia. Nel non rassegnarsi alla verità di comodo.
Ma dobbiamo aggiungere anche qualcos'altro, se vogliamo essere onesti fino in fondo: se Ilaria non avesse pubblicato quella foto del cadavere di Stefano, non saremmo qui a parlare della violenza subita dal fratello. Quelle foto non mentono.
Se non le avesse pubblicate, saremmo ancora qui a voler riaprire i casi Cucchi e Uva? O forse non li avremmo già archiviati e dimenticati, come successo per le violenze alla Diaz?
Sto dicendo che qualcosa, nel meccanismo ufficiale del sistema democratico in cui viviamo, si è inceppato.
Nella giustizia, dentro le forze dell'ordine.
Ci dobbiamo indignare per quelle foto postate su FB.
Ma anche per non aver dato giustizia e protezione a persone mentre nelle mani dello Stato.
E le bacheche diventano così degli sfogatoi, posti dove infierire pro o contro. Contro i carabinieri presunti responsabili del pestaggio di Stefano Cucchi.
Ma anche contro Ilaria Cucchi (e la sorella di Giovanni Uva), colpevole per la sua ostinazione nel voler giustizia. Nel non rassegnarsi alla verità di comodo.
Ma dobbiamo aggiungere anche qualcos'altro, se vogliamo essere onesti fino in fondo: se Ilaria non avesse pubblicato quella foto del cadavere di Stefano, non saremmo qui a parlare della violenza subita dal fratello. Quelle foto non mentono.
Se non le avesse pubblicate, saremmo ancora qui a voler riaprire i casi Cucchi e Uva? O forse non li avremmo già archiviati e dimenticati, come successo per le violenze alla Diaz?
Sto dicendo che qualcosa, nel meccanismo ufficiale del sistema democratico in cui viviamo, si è inceppato.
Nella giustizia, dentro le forze dell'ordine.
Ci dobbiamo indignare per quelle foto postate su FB.
Ma anche per non aver dato giustizia e protezione a persone mentre nelle mani dello Stato.
07 febbraio 2010
Caro Francesco - l'ultima lettera di Stefano Cucchi
"Caro Francesco sono al Sandro Pertini, in stato d'arresto. Scusa se stasera sono di poche parole ma sono giù di morale e posso muovermi poco.
Volevo sapere se potevi fare qualcosa per me. Adesso ti saluto, a te e agli altri operatori.
Ps per favore rispondimi"
Cosa dire, cosa fare, dopo aver letto queste righe? Solo cacciar dentro le lacrime e la la rabbia.
30 ottobre 2009
Carcerati di serie B
Stefano Cucchi finisce in carcere sano, perchè in possesso di una modica quantità di droga.
E dal carcere ne è uscito morto .
Dove sono i garantisti, oggi?
E dal carcere ne è uscito morto .
Dove sono i garantisti, oggi?
Quelli che ad ogni avviso di garanzia per il potente di turno, parlano di giustizialismo, criticano le misure eccessive dei PM (senza aver letto le carte)?
L'ex governatore Del Turco finisce in carcere, dopo l'inchiesta sulla corruzione in Abruzzo. Misure eccessive, si disse.
Il sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso (PD), finito in carcere e scarcerato dopo una settimana. Il fatto che il gip avesse cambiato idea dopo una settimana fu usato come arma per attaccare i magistrati.
Franco Pacenza, il capogruppo dei Ds in consiglio regionale della Calabria : tutto i parlamentari dell'allora Unione eletti in Calabria han fatto visita a Pacenza nel carcere di Cosenza.
Si potrebbe andare avanti.
L'ex governatore Del Turco finisce in carcere, dopo l'inchiesta sulla corruzione in Abruzzo. Misure eccessive, si disse.
Il sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso (PD), finito in carcere e scarcerato dopo una settimana. Il fatto che il gip avesse cambiato idea dopo una settimana fu usato come arma per attaccare i magistrati.
Franco Pacenza, il capogruppo dei Ds in consiglio regionale della Calabria : tutto i parlamentari dell'allora Unione eletti in Calabria han fatto visita a Pacenza nel carcere di Cosenza.
Si potrebbe andare avanti.
Rimaniamo in attesa di un chiarimenti da parte dei carabinieri.
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