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08 novembre 2025

Anteprima inchieste di Report – il costo del garante, l’antimafia della destra, i finanziamenti alla cultura

Che fine fanno i nostri panni sporchi?

Quello che qui in Europa si chiama fast fashion altrove si chiama sfruttamento della manodopera, inquinamento ambientale, finte filiere sostenibili.

Abiti comprati e gettati subito dopo perché fuori moda e perché tanto costano poco, abiti che fanno il giro del mondo (se ne era occupata anche Presadiretta in diversi servizi nelle edizioni passate).

Basterebbe caricare sui produttori la responsabilità di dare una seconda vita a queste capi, attraverso il loro riciclo. Perché se i panni non sono riciclati e finiscono nelle mega discariche, inquini di più e devi pagare di più.

LAB REPORT:PANNI SPORCHI

Di Lucina Paternesi
Collaborazione Cristiana Mastronicola, Silvia Scognamiglio

Che fine fanno gli abiti che non indossiamo più e che gettiamo nei cassonetti per la raccolta del tessile? Assieme a Greenpeace Report ha provato a seguire la filiera dei rifiuti tessili, un vero e proprio viaggio intercontinentale che racconta come una camicia di marca può finire nei mercatini dell’usato e del vintage del nord Europa, mentre gli indumenti fast fashion possono finire in discariche a cielo aperto nel sud del mondo. Dal mercato degli stracci di Ercolano fino al second hand in Olanda, gli abiti che non indossiamo più macinano chilometri su chilometri, mentre gli operatori della raccolta soffrono la crisi del mercato e all’orizzonte si affaccia l’introduzione della Responsabilità estesa dei produttori per far pagare chi più inquina.

Il costo del garante

Visto che la destra di governo si è sempre preoccupata dei costi del superbonus, dei costi del reddito di cittadinanza, Report ha avuto la premura di verificare quanto ci costa questa authority, a tutela dei nostri dati personali che si è scoperto essere molto poco indipendente e molto attenta alle richieste dei referenti politici.

Thomas Mackinson ha pubblicato sul Fatto Quotidiano una anticipazione del servizio che riguarda i rapporti tra l’Italia e le grandi piattaforme tecnologiche americane: il garante dovrebbe tutelare come queste piattaforme, Meta ad esempio, accedono e usano i nostri dati personali. Il garante – racconterà il servizio di Report – avrebbe ammorbidito la sua posizione nei confronti di Meta, abbassando la multa da 44 ml di euro a 12,5 ml, un bello sconto frutto anche delle pressioni da Palazzo Chigi

Nei verbali interni del Garante, mostrati da Report, Ginevra Cerrina Feroni – vicepresidente dell’Authority – sottolinea il rischio di un possibile danno erariale: “Qui una sanzione di 44 milioni che noi non irroghiamo… ci possono essere altri profili di responsabilità, perché quei soldi entrano nelle casse dello Stato”. Il 16 ottobre 2024 Ghiglia e Mazzetti vengono immortalati insieme a ComoLake 2024, il forum sull’innovazione digitale promosso dalla Presidenza del Consiglio. Il giorno dopo il collegio ammorbidisce la posizione verso Meta e la sanzione scende dallo 1% allo 0,28% del fatturato annuo. Un episodio che, secondo Report, solleva nuove ombre sull’indipendenza dell’Autorità e sui rapporti tra il Garante e le Big Tech che dovrebbe controllare.

C’è anche dell’altro: l’ex parlamentare missino poi entrato nel collegio del Garante, Agostino Ghiglia, avrebbe avvisato in diretta l’allora esponente della minoranza, Giorgia Meloni, di alcune criticità emerse dal “decreto riapertura” del governo Draghi

Gravi criticità per i pass vaccinali”. Così scriveva il Garante per la Privacy il 23 aprile 2021, nel pieno della pandemia, inviando un formale invito al governo Draghi a correggere il decreto “Riaperture”. Ma qualcuno sollecita a guardare l’ammonimento l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, allora leader di Fratelli d’Italia, partito di opposizione tra i più duri contro l’introduzione del Green Pass.

Secondo documenti esclusivi in possesso di Report, che anticipa un’inchiesta in onda domenica, il componente del Collegio del Garante Agostino Ghiglia, nominato su indicazione di FdI, ha avvisato Meloni della decisione praticamente in diretta.

La leader di FdI avrebbe risposto con un messaggio laconico: “Visto, ora esco”. E poi “bravo“. Ghiglia – racconta l’inchiesta – avrebbe poi informato gli uffici del Garante di quell’interlocuzione. La nota di Meloni esce solo dopo, ma è la prima e sola a commentare: “Il Garante per la Privacy boccia le cosiddette ‘certificazioni verdi’ introdotte dal governo Draghi e critica duramente il decreto ‘Riaperture’ (…). È l’ennesima falla di un decreto inaccettabile, che calpesta le più elementari libertà degli italiani e che Fratelli d’Italia contrasterà con forza in Parlamento e non solo”.

GARANTE ACHI?
di Chiara De Luca
Collaborazione Eleonora Numico

Report ritorna sul Garante della privacy e sulle spese che sostiene, anche di rappresentanza. Come vengono spesi i soldi del Garante?

L’antimafia secondo la destra

A parole siamo tutti contro la mafia. Poi però: separazione delle carriere (anticamera del controllo della politica sulla magistratura come diceva quel Borsellino per cui Meloni ha iniziato a fare politica), limite alle intercettazioni, limiti alle indagini sui colletti bianchi.

E poi questa commissione antimafia che è diventata un terreno di scontro politico contro i partiti di opposizione e contro certe figure chiave, come l’ex magistrato Roberto Scarpinato.

Colpevole di essere una delle ultime memorie storiche degli anni delle bombe, dello scontro frontale della mafia con lo Stato, della trattativa.
Tutto per nascondere la famosa "pista nera" di cui Report si è occupata più volte, una pista investigativa che lega assieme estremismo di destra, servizi, mafia e le logge coperte.

LACOMMISSIONE DELLA DISCORDIA
di Giorgio Mottola
Collaborazione Norma Ferrara, Greta Orsi

Da quando si è insediata la nuova presidente Chiara Colosimo, la Commissione parlamentare Antimafia è diventata un terreno di scontro, veleni e veti incrociati. Lo scorso ottobre la maggioranza ha presentato un disegno di legge in Senato per escludere dall’organo parlamentare d’inchiesta due tra i membri più autorevoli e competenti: Federico De Raho e Roberto Scarpinato. Opposizioni e associazioni dei familiari delle vittime di mafia e delle stragi neofasciste contestano invece il potenziale conflitto di interessi della presidente Colosimo sui presunti rapporti con esponenti della destra eversiva e con lo zio Paolo, condannato per aver fatto da tramite tra Gennaro Mokbel e le cosche di ‘ndrangheta. La deputata di Fratelli d’Italia ha sempre dichiarato di aver interrotto i rapporti con il fratello di suo padre subito dopo l’arresto. Ma Report ha raccolto nuove testimonianze e documenti che sembrano raccontare una storia diversa. Nella lunga intervista che ha rilasciato alla nostra trasmissione, Chiara Colosimo racconta la sua versione sui rapporti con gli ex terroristi neofascisti, su Paolo Colosimo e su alcune foto che rispuntano fuori dal passato.

I finanziamenti alla cultura

Come vengono spesi i soldi del ministero della cultura o da altri ministeri?

Continuano le inchieste di Report sul nuovo corso meloniano, tra conflitti di interesse e un occhio di riguardo per associazioni amiche.

GIÙ LA MASCHERA!
di Luca Bertazzoni
Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Dopo il declassamento de La Pergola di Firenze da teatro nazionale a teatro cittadino, scelta che ha portato alle dimissioni di tre membri della Commissione consultiva per il teatro del Ministero della Cultura, l’inchiesta di Report fa luce sulle associazioni che hanno ottenuto dei finanziamenti statali. E poi accende un faro sulla Commissione consultiva per il circo, dopo un esposto presentato in Procura per possibili conflitti di interesse da parte di alcuni membri.

19 luglio 2024

L'antimafia di facciata - pensieri in occasione dell'anniversario di via D'Amelio

La presidente del consiglio ha sempre ripetuto la storia per cui ha scelto di entrare in politica dopo l'attentato di via D'Amelio, il 19 luglio 1992. Quando venne ucciso il giudice Paolo Borsellino assieme alla sua scorta.

Dobbiamo credergli certo. Ma poi, vedendo quella che è stata la politica del suo partito, o dei suoi partiti, da Alleanza Nazionale a Popolo delle libertà fino a quest'ultimo Fratelli d'Italia, viene da chiedersi se abbia mai letto qualcosa, se abbia mai sentito un discorso di Borsellino.

Per esempio questa è la famosa lezione di Paolo Borsellino agli studenti di un istituto a Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989:

“L’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.

Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto… ma dimmi un poco… tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perché non ci sono le prove per condannarla? C’è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquietanti…”. 

Se vedete tutte le leggi approvate in questo governo in tema di corruzione, di trasparenza negli appalti, si stanno smontando tutte le leggi in nome di un garantismo di facciata.

Mafia e corruzione vanno a braccetto.

Va aggiunta anche un'altra cosa: in commissione antimafia questo governo ha sposato la linea ancora una volta "garantista" (e comoda) secondo cui Borsellino sarebbe stato ucciso perché stava indagando sul rapporto mafia e appalti del Ros.

Una tesi che farebbe comodo a tanti perché spazzerebbe via tutto il tema della trattativa stato mafia, la storia (infame) del finto pentito Scarantino (costruito da uomini dello stato).

No, non basta mettere in pista un'antimafia di facciata per combattere le mafie. 

23 maggio 2020

Il sacrificio di Falcone, l'esigenza di verità

Una volta messo sull'altarino, una volta creata l'icona, poi diventa difficile riportare fatti e persone alla realtà.
Mi riferisco alla storia personale e professionale del giudice Giovanni Falcone di cui oggi ricorre l'anniversario della morte, a Capaci, l'attentatuni che lo uccise assieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della sua scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo .


C'è l'icona Falcone, il giudice che lottò contro la mafia, riservato, che non parlava con la stampa, che non seguiva la cultura del sospetto.
E poi c'è la storia vera di un magistrato che, in vita, subì ogni genere di accuse, perfino da ambienti dell'antimafia (penso alle accuse del sindaco Orlando): dalle lettere del corvo che lo accusavano di usare i pentiti per fare omicidi di stato alle accuse di disturbare la quiete pubblica per il suono delle sirene della scorta.

Falcone, che viveva sotto scorta sin dall'inizio degli anni '80, quanto entrò nell'Ufficio Istruzione a Palermo (ufficio poi cancellato dalla riforma penale del 1989) doveva guardarsi le spalle da Cosa Nostra e anche dai nemici all'interno dello Stato. Bocciato al ruolo di capo ufficio Istruzione, dopo Caponnetto, bocciata la sua candidatura al CSM, bocciato al ruolo di capo della Procura Nazionale Antimafia (da lui voluta quando fu chiamato al ministero della Giustizia da Martelli).

Falcone, con Borsellino, dovette rispondere di fronte al CSM per delle sue dichiarazioni alla stampa quando, dopo il maxi processo, il famoso pool antimafia fu smantellato.
Falcone che fu accusato, davanti a milioni di italiani, da un giovane democristiano Salvatore Cuffaro al Costanzo Show, di fare indagini solo per attaccare la Democrazia Cristiana.
Indagini politiche.

Il metodo Falcone, che poi era il metodo del Pool, inventato dal giudice Chinnici (e ripreso da quanto aveva fatto Caselli a Torino contro il terrorismo), aveva per la prima volta fotografato la mafia, le dato una struttura, aveva capito il suo modo di ragionare, di prendere delle decisioni.
Aveva messo assieme tanti episodi criminali che una volta venivano giudicati singolarmente, senza riuscire a comprenderli.

Anche grazie al contributo di pentiti come Buscetta, Contorno, Mannoia (l'ala perdente di Cosa nostra, distrutta dal golpe dei corleonesi di Riina e Provenzano) il pool di Palermo portò alla sbarra e alla condanna per ergastolo, decine di mafiosi importanti.

Non solo, aveva capito il gioco grande del potere, di come dietro molti dei delitti politici avvenuti in Sicilia e a Palermo dalla fine degli anni settanta (una scia di sangue unica in Italia e al mondo) non c'era solo Cosa nostra. Gladio, massoneria, il mondo finanziari e il mondo politico.
E quelle “menti raffinatissime”capaci di colpire l'immagine di un giudice scomodo, fargli arrivare certi messaggi: i cadaveri lasciati davanti alle caserme dei carabinieri come successo al prefetto Dalla Chiesa, le lettere del corvo, l'attentato fallito all'Addaura (che si era fatto da solo, scrissero i calunniatori).

Non c'erano solo personaggi singolari come Totò Riina, il congato Bagarella, Bernardo Provenzano.
Ce lo dicono i buchi neri rimasti, a 28 anni di distanza, sulla strage di Capaci (e sulle stragi successive, da quella di via D'Amelio a quelle in continente nel 1993).
Non può essere stata la mafia a lasciare quei pizzini vicino al cratere sull'autostrada con numeri che riportano al Sisde.
Non può essere stata la mafia ad entrare nel pc di Falcone (e nel suo palmare) a cancellare i dati.
Come non può essere stata la mafia ad inventarsi il depistaggio di Stato con Scarantino.

Ancora oggi mettere in discussione la verità ufficiale su Capaci (e sulla strage in cui morirono Borsellino e la sua scorta, e sulla trattativa non più “presunta”) è fonte di notevoli polemiche.
A Capaci è stata solo la mafia, lo Stato ha vinto la sua battaglia e oggi la mafia molto meno potente.
Una verità falsa che dopo tanti annidà solo fastidio (se non peggio, facendo sollevare brutti sospetti di non voler toccare certi argomenti ancora tabù, come il rapporto mafia politica e imprenditoria).

E' un dovere dello Stato fare giustizia sulla strage di Capaci, nonostante siano passati tutti questi anni. E' un dovere nei confronti delle vittime.
E' un dovere nei confronti del paese che non può più convivere con certi segreti, zone grigie.
Zone grigie che sopravvivono ancora oggi: ce lo dice la latitanza di Messina Denaro (iniziata in quel 1992), la sua rete di prestanome, tra cui l'imprenditore Nicastri (e i suoi rapporti con Arata Sr).

17 luglio 2019

Le parole di Paolo Borsellino

Le parole di Paolo Borsellino alla commissione antimafia non ci aiuteranno, forse, a far luce su tutti i misteri sulle stragi di mafia (e sui perché dei depistaggi di Stato).
Ma ci raccontano della solitudine dei magistrati antimafia come lui, costretti ad usare l'auto personale per tornare a casa, perché c'era una sola macchina blindata in quei primi anni del pool e non poteva bastare a tutti.
Raccontano della carenza di personale, civile per la gestione degli atti e, in un altro audio, di magistrati alla procura di Marsala.
Sono parole che dovrebbero far riflettere sul vero impegno che ci ha messo lo Stato nella lotta alla mafia e su quanti sacrifici sia costata ai giudici del pool che oggi consideriamo delle icone, dei santini intoccabili.
Ma che quando erano ancora vivi erano soggetti ad insulti e a polemiche sterili, per esempio per il fastidio che davano le sirene delle scorte.

Ora, dopo gli atti della commissione antimafia desecretati, tocca ad altri documenti, come quelli dell'ex Sisde di Contrada che, con una procedura irregolare, fu incaricato dal procuratore di Caltanissetta Tinebra di indagare per primo sulla strage di via D'Amelio.
Lo stesso Contrada su cui gli stessi giudici di Palermo, compreso Borsellino, avevano indizi sui suoi legami coi boss mafiosi (come poi emerso dal processo per concorso esterno e che la sentenza della CEDU non ha smentito).

Tra pochi giorni ci sarà l'anniversario della morte di Paolo Borsellino e della sua scorta e so già che ci toccherà risentire le inutile parole di circostanza di ministri e politici sui due eroi, Falcone e Borsellino.
Ministri e politici che non si fanno problemi a frequentare (e chiedere voti) a personaggi equivoci, prestanome di mafiosi.

30 aprile 2019

Pio La Torre, la mafia, la politica del gattopardo


Nato nel 1927 in una frazione miserabile di Palermo, Altabello di Baida, La Torre è stato mandato a lavorare nei campi fin da bambino, ha diviso la sua stanza con una folla di fratelli e una capra, ha conosciuto la luce elettrica solo da ragazzo e la scuola solo per le insistenze di sua madre.Dal 1945 è iscritto al Partito Comunista, organizzatore di braccianti, detenuto al carcere dell'Ucciardone per diciassette mesi per occupazione di terre, consigliere comunale a Palermo, deputato nazionale, membro della Commissione antimafia, segretario regionale del PCI siciliano. Sa che cosa è la mafia, perché la vede da quanto è bambino, conosce a memoria i nomi di sindacalisti e attivisti ammazzati. Non è un banchiere, ma sa come circolano i soldi e conosce tutti gli appalti che hanno cementificato la città di Palermo. Non è un sociologo, ma sa quanto si guadagna con la droga e la strada che prendono i soldi, verso Milano e verso New York. Non è un politologo, ma è rimasto allibito quando quando è stato stabilito che nella città di Comiso, in provincia di Ragusa, verrà costruita una grande base americana, dotata di missili nucleari per contrastare quelli dell'Unione Sovietica. Ha spiegato al suo partito che sarà la mafia a gestirlo, ma quando parla di queste cose nelle riunioni di Botteghe Oscure non sente il calore della lotta e dell'impegno; e anche a Palermo nel suo partito lo giudicano un uomo all'antica, un romantico. E anche un po' un disturbatore.Nel 1980 ha presentato una proposta di legge tanto semplice quanto rivoluzionaria: la mafia va considerata «associazione a delinquere» e i beni dei mafiosi vanno confiscati. Tutto il testo non è più lungo dii una paginetta, ma non ha trovato nessuno nel partito che mettesse la firma accanto alla sua.Gli unici che gli sono stati vicini sono stati un giornalista, Alfonso Madeo, e due giovani sostituti procuratori di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La sua legge è finita nel cassetto. Allora ha scritto una lettera al presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, in cui gli ha spiegato come stanno le cose – in breve: l'Italia sta per essere divorata dalla mafia – e Spadolini lo ha cortesemente ricevuto e ha ascoltato stupito; ha garantito che farà avanzare l'iter della sua proposta di legge. Poi Pio La Torre è tornato a Palermo e ha organizzato una manifestazione da centomila persone a Comiso – la più estrema delle periferie – in cui, il 4 aprile, hanno sfilato comunisti, pacifisti, monaci buddisti, ragazze inglesi molto determinate. Ovvero la solita schiuma della terra che si oppone al corso della Storia.Da Patria, di Enrico Deaglio

Il 30 aprile 1982 la mafia uccideva Pio La Torre assieme al suo autista, Rosario di Salvo: la sua colpa (agli occhi della mafia gravissima) era quella di aver portato avanti una proposta di legge rivoluzionaria.
Essere mafiosi era reato e, per quel reato, lo Stato poteva confiscarti tutti i beni.
Sembra una cosa semplice, ma questa legge rimase nel cassetto per mesi e ci volle l'indignazione per un altro cadavere eccellente, il prefetto Dalla Chiesa, affinché il PCI e il governo la ritirasse fuori.
Conosceva la mafia avendola vista da vicino, Pio La Torre, ma era anche un uomo solitario nella sua battaglia: nemmeno nel suo partito quella lotta a viso aperto contro la mafia si voleva portare avanti.
Significava mettersi contro un pezzo dello Stato, il mondo delle banche e della finanza (attraverso cui passavano i miliardi dei mafiosi), dei costruttori (che usavano l'arma del ricatto del lavoro) e anche mettersi contro un pezzo vasto di politica.
La legge Rognoni La Torre, il 416 bis, è stata una rivoluzione come anche una rivoluzione la stagione antimafia seguita alle stragi di Falcone e Borsellino.
Ma una rivoluzione serve a poco se non c'è vera discontinuità politica (e anche nelle imprese e nella finanza) tra un prima e un dopo: si dice che la Sicilia sia un laboratorio politico dove sperimentare nuove alleanze. Qui si è preparato il 61 a zero di Forza Italia nel 2001, qui i partiti sono in mano ai soliti capibastone, che si rivendono al miglior offerente.
Fino a pochi anni fa era il PD ad essere chiamato “partito acchiappavoti” per la campagna acquisti di ex lombardiani, cuffariani e altro.
Oggi tocca al nuovo che arriva (e che sa già di vecchio): quel Salvini che fa il pienone nelle piazze della Sicilia sperando di prendere il posto di Berlusconi.
Ieri sera Report ci ha raccontato del sistema Montante, della sua ragnatela di spioni, magistrati, giornalisti, con cui consolidava il suo potere e portava avanti la sua finta immagine di paladino dell'antimafia.
Combattere la mafia costa fatica, costa sacrifici, significa rischiare la pelle, anche l'isolamento da parte della politica ignava che preferisce non vedere.
Finché la lotta alla mafia sarà fatta solo da chiacchiere e chiacchieroni, avremmo purtroppo ancora bisogno di eroi come Pio La Torre (che pure ci sono, penso all'ex presidente del parco dei Nebrodi, Antoci).

Report – il codice Montante (e la differenziata nelle catene di ristorazione)

La centrale di spionaggio messa in piedi dall'ex numero uno di Montante, che porta all'intercettazione tra Mancino e Napolitano e la trattativa stato mafia.
La scuola dei sovranisti in una Abbazia del 1200 ottenuta dando false informazioni.

Nell'anteprima come fare differenziata e creare anche posti di lavoro.

Fare la differenza di Antonella Cignarale immagini di Chiara D’Ambrosio

Mangiamo fast, veloce e consumiamo più plastica per forchette e piatti: sono rifiuti che poi dobbiamo gestire. Dobbiamo far cambiare abitudini alle catene i fast food, come ha fatto il governo francese che ha imposto a queste catene di produrre un piano per potenziare la differenziata.
E in Italia?
Pochi gestiscono correttamente i rifiuti, differenziando: la carta con la carta, anche se unta e la plastica con la plastica.
Servono contenitori nei negozi, imballaggi riciclabili e una corretta formazione dei clienti e del personale nei locali: basta versare tutto dentro l'indifferenziata!

I dipendenti Mc Donald's a Milano (ma anche a Napoli), in un locale dove la giornalista è entrata, buttavano tutto assieme.
Ma a Napoli si sono dimostrati poco inclini ad accettare consigli.

Nessuna formazione per gli addetti Mc Donald's e nemmeno da Burger King (per par condicio): allora la formazione la deve fare lo Stato, la televisione (come Report e questo servizio di Antonella Cignarale che ha dovuto rovistare tra i sacchi della spazzatura), perché differenziando si ha un risparmio sui costi per i rifiuti, paghiamo noi anche per quelli che non fanno correttamente la differenziata.

Addirittura un manager di Mc Donald's voleva denunciare la giornalista ai carabinieri e voleva pure licenziare il dipendente. Ma come si permette a parlare con la stampa ..

Tu vuò fà l'americano di Giorgio Mottola

Bannon sta finanziando e aiutando partiti italiani in vista delle prossime elezioni: Bannon ha incontrato Salvini tramite Arata ed era presente alla festa di Fratelli d'Italia della Meloni.
Bannon, in un documentario mostrato da Report, parla di strategie elettorali con Arata: a che titolo?
Che cosa lega Bannon, Arata con Nicastri fino a Salvini?

Il codice Montante, di Paolo Mondani

Pochi giorni fa i magistrati di Caltanissetta hanno chiesto dieci anni di carcere per Antonello Montante, l'uomo della legalità di Confindustria, l'apostolo dell'antimafia.
Tutto falso, come la laura e la fabbrica di bici.
Oggi è indagato per concorso esterno in mafia: Report riparte da dove era finita la prima parte dell'inchiesta di novembre scorso.
Con la storia di Banca Nuova (la banca siciliana del gruppo bancario di Zonin) che aveva sede proprio nell'ex ufficio di Pio Pompa, uomo del Sismi di Pollari.

I conti dei servizi stavano da Banca Nuova, una banca creata dai servizi – racconta un suo ex manager: Montante aveva ereditato un meccanismo oliato, creato dai servizi (come anche Montante è una creatura dei servizi).
Nella filiale di Roma agenti cia e uomini dell'ambasciata erano di casa: Adriano Cauduro è stato ex direttore generali della banca, nell'intervista con Mondani racconta di aver visto Pollari nella filiale della banca di Roma, nella scrivania del direttore.
Era il 2017.

In quel palazzo Pollari aveva installato Pio Pompa lì, per creare dossier contro politici e magistrati ostili al governo Berlusconi.

Un altro manager, che si è fatto riprendere, racconta di un ricevimento con Lombardo, Schifani, i magistrati De Francisci, Anna Palma, Basile della KSM e Antonello Montante.
Magistrati, politici e imprenditori.
Altri incontri tra Montante e questori, uomini dei servizi, generali: molti spioni, parenti di questi personaggi sono poi stati assunti in Banca Nuova.

Lo stesso Manager racconta dei fratelli Gualdami, uno dei fratelli funzionario della banca, un altro un politico: sarebbero loro i contatti col generale Piccirillo, per portare in quella banca i conti dei servizi.

Ci sono poi storie di crediti concessi agli amici (Ardizzone, Ciancio, Romano, Mannino) che poi non sono stati restituiti o restituiti con difficoltà.
Zonin (a capo del gruppo bancario che ha fondato anche Banca Nuova) nel 2016 piomba in Sicilia per fermare Cauduro, l'ex DG, che cercava di far rientrare nei debiti questi personaggi eccellenti.

Un altro testimone racconta di una banca di Trapani, che custodirebbe i soldi dei mafiosi, poi comprata da Zonin e messa dentro Banca Nuova: con questo acquisto sarebbe poi diventato intoccabile.

Banca Nuova finanziava i giornali, teneva i conti di un boss, i politici coinvolti nella trattativa stato mafia, i conti del capocentro della DIA e i conti dei servizi.
Lo hanno raccontato due giornalisti, Bonazzi e Borghi, che oggi per questo sono accusati di violazione di segreto di stato e rischiano dieci anni di carcere.

Nel 2017 Banca Nuova chiude e così Montante vola in America alla festa dell'associazione italo americana (NIAF) pur essendo già indagato.
Montante è cresciuto con Arnone, un altro personaggio molto chiacchierato, con condanne per mafia: ha fatto lui da testimone al matrimonio di Montante che oggi viene difeso dall'avvocato Taormina.

Che oggi difende il suo assistito puntando sul fatto che i giudici che lo accusano erano a fianco di lui e non si accorgono di niente, come di niente si è accorto l'ex ministro Alfano, che aveva affidato a Montante il ruolo di gestione dei beni sequestrati alla mafia.

A Palermo Mondani ha incontrato Vincenzo Monticello, ex proprietario dell'Antica Focacceria, simbolo della resistenza alla mafia nel capoluogo ai tempi di Montante e della finta rivoluzione degli imprenditori dell'isola: oggi ha ceduto la focacceria, ed è un dipendente della Regione.
Ha provato, in regione, a bloccare un viaggio di Montante a Washington nel 2017, perché non opportuno (Montante era già indagato all'epoca): non solo non è stato ascoltato (e Montante è volato in America come ospite riverito alla cena della National Italian American Association) ma gli è anche stata tolta la scorta, nonostante con le sue denunce abbia mandato in carcere 5 estorsori.

Passata la breve stagione della vera lotta al racket, tra il 2007 e il 2009, oggi tutti continuano a pagare il pizzo a Palermo e non solo.
A Mondani, Monticello racconta di come sia stato strumentalizzato ai tempi di Montante: ad ogni intervista, ogni volta che arrivava la televisione, succedevano cose strane, auto vecchie che venivano sostituite, come se lo Stato volesse fare bella figura, quello Stato (politici, imprenditori) che oggi però lo hanno schivato, allontanato.
Nemmeno l'assessorato alle attività produttive ha sostenuto Conticello: a capo dell'assessorato c'era una persona messa lì da Montante stesso, Linda Vancheri.
Ai tempi di Expo 2015, Vancheri (funzionaria di Confindustria) ha firmato una convenzione con Montante (a capo di Confindustria), con dietro una certa somma di risorse pubbliche, affinché Unioncamere promuova l'immagine di diverse imprese siciliane all'Expo.
Montante aveva messo in piedi un sistema che ricorda quello della P2 – ricorda l'europarlamentare Fava.

Montante e Lo Bello sono soci di una società di cui faceva parte anche un avvocato, Francesco Agnello, un nome che viene fuori anche nell'inchiesta che ha coinvolto il politico lombardo Penati e che, “si dice”, fosse legato al politico regionale Beppe Lumia.

Lumia ha smentito tutti i fatti, questo tentativo di mascariare un politico: per timore di mascariare qualcuno l'imprenditore Venturi è andato a denunciare Montante e il suo sistema ai magistrati.
Marco Venturi è uscito da Confindustria nel 2015, dopo una intervista con Repubblica e parla di un vero e proprio imbroglio di Confindustria, una stagione che era partita bene, per fare la lotta alla mafia, la lotta al racket nel 2006. Lotta che subito si inceppò “perché quando si cominciò a parlare di lotta al lavoro nero, lotta agli imprenditori che non pagavano gli stipendi o davano il 50% delle buste paga, lì cominciarono dei freni, cominciò la paura di molti”.
Montante era uno che spaventava le persone: Galli (oggi deputato PD, all'epoca dirigente in Confindustria) cercò di ostacolarlo e dovette smettere, era protetto dalla Marcegaglia.
Un anonimo ex dirigente di Confindustria racconta a Mondani altri dettagli sconcertanti: “Riuscì ad imporre il suo capo della sicurezza personale come capo della sicurezza di tutta Confindustria. Ma pensi che poco prima dei suoi guai giudiziari a Confindustria arrivò uno scatolone pieno di cassette registrate, inviato a Giancarlo Coccia da Montante. Furono messe nel caveau di Confindustria. Sarà stato verso l’agosto del 2017”.

Mondani ha chiesto all'ex manager: “E la polizia non sa nulla dello scatolone?”. “No”.
Montante aveva imposto alla Marcegaglia l’assunzione di Diego Di Simone, ex commissario di Polizia della squadra mobile di Palermo, arrestato con lui il 14 maggio dello scorso anno. Il 31 marzo 2016 Di Simone è intercettato mentre comunica festante a un fornitore, Salvatore Calì, la notizia dell’elezione di Vincenzo Boccia che, annotano gli inquirenti, “rappresentava la continuità con la pregressa gestione”. “Boccia, quello di Salerno… è bellissimo”, dice Di Simone, e Calì felice: “Quindi rimaniamo tutti, giusto?”. L’unico inconsapevole (apparentemente) è proprio Boccia, come Squinzi prima di lui. È proprio strana la deriva della Confindustria. (dall'articolo di Meletti sul FQ).

C'è poi la storia della mafia agricola, quella contro cui si è battuto Antonino Antoci, vittima di un attentato fallito: un attentato di mafia o un attentato fatto dalla politica, per mascariare Antoci?
Chi ha ordinato l'attentato? Perché Antoci, uomo di Crocetta e Lumia, non parla mai di Montante?

Fabio Venezia, padre del protocollo adottato nel parco, racconta al giornalista che oggi forse ha fatto più danni l'antimafia che la mafia in Sicilia.
I magistrati sospettano che Montante abbia usato i suoi dossier, le informazioni che arrivavano dalle sue fonti, per ricattare, distruggere carriere e aumentare il suo potere.

Tra i segreti a disposizione da Montante anche pezzi dell'intercettazione tra Mancino e Napoletano: intercettazioni che dovevano essere distrutte, o forse no.
Intercettazioni dove si parla della trattativa stato mafia, quando un pezzo dello Stato si piegò ai desiderata della mafia: in primo grado sono stati condannati uomini dello stato e politici come Del'Utri.

Era una trattativa politica – racconta Di Matteo, non si fermava agli ufficiali del ROS: nelle indagini fu intercettato anche l'ex ministro Mancino quando telefonava all'ex consigliere D'Ambrosio e alcune con Napolitano.
Quest'ultimo aprì un conflitto con la procura di Palermo, chiedendone la distruzione.
Oggi i magistrati che indagano su Montante sospettano che quelle siano finite nella disponibilità di Montante, arrivategli dal colonnello D'Agata (capo centro della DIA).
D’Agata a un certo punto viene portato a lavorare per i servizi segreti dal generale Arturo Esposito, direttore dell’Aisi. Entrambi sono indagati con Montante, con l’ipotesi che abbiano fornito al sedicente eroe antimafia notizie riservate sull’inchiesta a suo carico. “Il figlio di D’Agata è poi stato assunto a Banca Nuova, la moglie viene piazzata da Montante in un ente regionale”.

D'Agata avrebbe fatto un uso improprio di quelle intercettazioni per fare carriera?
Se fosse vero avrebbe tradito lo Stato e i suoi uomini – ha commentato così il giudice Di Matteo.

Chi è allora Montante? Un personaggio creato ad arte per nascondere il vero volto della mafia e creare un'immagine finta dell'antimafia?
Saprà lo Stato processare sé stesso per combattere la mafia che deve la sua forza proprio grazie ai suoi rapporti con uomini dello Stato, imprenditori, professionisti?

13 novembre 2018

Report: la rete di Montante (l'apostolo dell'antimafia)

Siamo il numero uno per l'uso di integratori, fanno bene o male?
La rete di Antonello Montante, che era una centrale di spionaggio.
Infine come faremo a conservare i nostri dati a lungo?

269 miliardi di mail, produciamo ogni giorno miliardi di miliardi di dati: si parla di zettabyte l'anno: ci sarà spazio per salvarli tutti?

Di questo si parla nell'anteprima della puntata, col servizio di Cecilia Bacci: conservare date significa consumare energia e anche acqua.
Chi deciderà cosa buttare e cosa tenere nei grandi data center che spesso sono dislocati lontano dai paesi che producono dati.

Per Vinton Cerf l'unica possibilità è stampare su carta, l'unico modo per salvare per sempre l'informazione: i dati salvati sui supporti non sono eterni e si deteriorano dopo un certo numero di anni.

Dove sono salvati i nostri dati? Nei Data center che sono grandi strutture che consumano energia, hanno cioè un impatto ambientale (circa il 7% dell'energia mondiale, un dato che potrebbe arrivare al 20%).
Un'ora di film significa consumare 3 GB di film, con conseguente consumo energetico: tutte le più grandi piattaforme sono state bocciate (Netflix, Amazon) per trasparenza energetica.

Quello di Aruba sulle rive del Brembo consuma come un paese da 500mila abitanti: hanno puntato tutto sui pannelli fotovoltaici e su una centrale idroelettrica, tutte fonti rinnovabili.

Al centro di ricerca CNRS di Strasburgo stanno studiando su come ridurre gli spazi di archiviazione sui supporti: qui si lavora sullo studio delle molecole.
Nella biblioteca del Congresso hanno deciso di non conservare tutti i tweet, ma solo quelli con valore pubblico: hanno deciso di non registrare tutto.

Ma chi deciderà cosa conservare o meno?
Saranno i privati o sarà un ente pubblico?
Ma i governi sono attrezzati per affrontare questo argomento: un giorno potremmo arrivare ad una situazione da dittatura digitale, dove si cancellano parti della storia e si usano delle informazioni per ricattare..

L'apostolo dell'antimafia – di Paolo Mondani

Antonello Montante era considerato l'apostolo dell'antimafia: imprenditore nel ramo delle bici, ne ha regalate tante nella sua ascesa verso la cima di Confindustria.
Fino all'accusa della procura di Caltanissetta: avrebbe spiato magistrati, giornalisti (Bolzoni) per ricatti, condizionare le indagini, danneggiare altri imprenditori.
Ha recitato il mantra della legalità, imbrigliando nella sua rete anche i giornalisti: ma dietro questa rete c'è l'ombra della mafia.

Il 14 maggio scorso è stato arrestato per spionaggio ad un sistema informatico: chi ha creato questo eroe?
Montante ha regalato bici a tante personaggi illustri, da Camilleri ai presidenti del Senato e della Repubblica (Marini e Napolitano).
Ma a Serradifalco non c'è mai stata una fabbrica di bici: il nonno di Antonello aveva un negozio di riparazione bici, sulla storia raccontata dal maestro c'è tanta invenzione.
Invenzione anche la laurea alla Sapienza, ricevuta da Ciampi.

LA rete di spie sarebbe stata costruita per difendersi dai suoi nemici, giornalisti imprenditori e politici. In questa rete sono presenti spie, ex governatori (Crocetta), senatore Schifani e anche un boss mafioso, Vincenzo Arnone.
La ditta di autotrasporto di Arnone lavora per Montante e nonostante gli arresti, lavora per Confindustria Caltanissetta.
Dopo l'ennesimo arresto di Arnone, Montante scrive al colonnello dei carabinieri che aveva condotto l'operazione dicendogli di stare attento, che gli avrebbe rotto i denti.

Uno dei nemici di Montante si chiama De Vincenzo: nel 1996 i suoi cantieri subiscono degli attentati, e Montante si presenta assieme al compare Arnone, per difendersi dagli attentati.

Michele Tornatore, ristoratore, racconta della valigia piena di soldi che Montante doveva dare a Paola Patti, figlia del proprietario dei villaggi Valtour, considerato prestanome della mafia di Matteo Messina Denaro.

Ma come ha fatto la scalata a Confindustria, Montante?
Con delle lettere di minacce che, racconta il giornalista, sarebbero da ricondurre a Montante stesso. E gli imprenditori che rompono con Montante e con Confindustria si ritrovano la Finanza a fargli delle ispezioni.

“In Sicilia o scegli la legalità o l'illegalità”: la sua figura da martire dell'antimafia è stata costruita con arte e invenzione, false le minacce, falsa l'industria, falsa la laurea.
Avrebbe usato le forze dell'ordine per mettere in riga gli imprenditori e selezionare una classe dirigente non limpida, ha portato il boss Arnone dentro Confindustria.
Questa almeno la versione dell'imprenditore De Vincenzo, il suo accusatore.

Montante aveva capito che si poteva fare business con l'antimafia: Ivan Lo Bello e Montante erano, ad inizio del duemila dovevano cacciare i mafiosi dalle imprese siciliane.
In realtà gli imprenditori cacciati erano quelli che non pagavano il dovuto a Confindustria.

Eppure in Sicilia si continuava a pagare la mafia: anche al petrolchimico dell'Eni, anche a Termini Imerese. Eni smentisce e Fiat non risponde.

Giovanni Crescente ex DG di Confindustria racconta di regali a ufficiali della Finanza, dei carabinieri e di assunzioni di parenti di magistrati.

Totò Moncada è un imprenditore nel settore dell'eolico: lasciò la Sicilia quando Montante gli disse “lavori solo con il nostro permesso”.
Il permessi significava prendersi un pezzetto dell'affare: così, per non aver a che fare con la mafia dei colletti bianchi, Moncata se ne è andato.
Catanzaro è il re delle discariche ed è oggi imputato nello stesso processo di Montante: si sono scontrati con Nino Grippaldi, che parla della legalità di facciata usata per coprire i loro affari sporchi.
Nelle piane di Enna, dove si produce il grano per il pane DOP, Catanzaro voleva realizzare la discarica.

Una nuova discarica dopo quella di Siculiana, cresciuta senza alcuna gara pubblica, senza controlli.

Quello di Montante era un sistema da cui non si poteva uscire: così raccontano Marco Venturi (ex assessore alle attività produttive), oggi accusatore di Montante assieme ad Alfonso Cicero.
Alfonso Cicero fa un repulisti nell'Irsap, cacciando gli imprenditori collusi che venivano denunciati all'antimafia, revocando lotti e appalti a seguito delle interdittive antimafia.

Se Montante è riuscito ad arrivare in cima a Confindustria è per il silenzio degli imprenditori, per il silenzio di molti giornalisti che hanno abdicato al loro dovere.
Confindustria nazionale non ha voluto o potuto vedere: “noi non siamo giustizialisti” la risposta del presidente Boccia, noi non potevamo accorgercene, non se ne era accorto nessuno.
Non se ne era accorto Alfano (che lo nomina all'agenzia dei beni confiscati), non se ne era accorta la Cancellieri.
Non se ne erano accorti nemmeno giornalisti: Attilio Bolzoni racconta dei tanti amici giornalisti di Montante, come Garullo del Sole 24 ore, come Filippo Astone, Giuseppe Sottile (una volta era vicino ai Salvo), Mulè di Panorama.
“Sono colleghi che hanno dimostrato una promiscuità ambigua” - conclude Bolzoni.

Vincenzo Morgante, ex direttore TGR si era raccomandato proprio con Montante: la raccomandazione fu fatta dopo la sua accusa per mafia, perché “lui continuava a tenere le sue cariche..”.

Anche Libera è stata tradita da questa antimafia: “l'antimafia è un fiume impetuoso che nel corso raccoglie anche i detriti” la spiegazione che non spiega di Caselli.

Un fiume che voleva prendersi la AST, l'azienda siciliana dei trasporti: chi si opponeva a questa privatizzazione veniva accusato con del fango, come successo a Cusumano ex vicepresidente.
Il plico inviato al presidente Lombardo era stato inviato da Montante, racconta Cusumano.

I bilanci dell'azienda che produceva ammortizzatori erano manipolati – lo racconta l'ex procuratore di Asti, inchiesta poi mandata ad Agrigento e poi archiviata dal giudice Di Natale.

Le sue aziende fanno utili per pochi milioni: anni fa voleva investire in Macedonia, sfruttando la tassazione favorevole e mostrando dei dati sui suoi conti un po' strani.
Che soldi sono arrivati in Macedonia da Montante? Soldi puliti o con l'odore di riciclaggio?

Nicolò Marino considera Crocetta un pupo nelle mani di Montante che avrebbe finanziato la sua campagna elettorale: “ma io ho ricevuto solo una scatola di torrone” è la difesa dell'ex governatore.
Marco Venturi racconta che Lumia avrebbe chiesto finanziamenti in nero per Crocetta: tutto falso, dice il senatore, che non si era accorto di chi fosse Montante.
“Era una persona double face”..

Una persona che usava la banca dati del Viminale per danneggiare gli avversari, potendo vantare delle amicizie nei vertici dei servizi.
E infatti Crocetta, a Mondani dice “pensavo fosse dei servizi”.

Chi ha costruito questo personaggio? Le parole di Crocetta fanno pensare male.
Tra gli amici di Montante, politici trasversali, da Lumia a Schifani.
Cosa li lega assieme?
Una banca piena di personaggi particolari, con la sede in una via esclusiva che aveva dentro una vecchia conoscenza della nostra storia recente.

Gianni Zonin fonda nel 2002 Banca Nuova in Sicilia, la banca che ospita i conti dei servizi segreti e di Montante.
Qui si nasconderebbe la genesi di questa storia: lo racconta una fonte anonima a Mondani.
La banca è stata creata da Pollari (Sismi) e Piccirillo (Aisi) e dal generale Esposito.
Una banca di sistema, anzi, noi eravamo il sistema, noi creavamo la classe dirigente: un potere che collegava Cuffaro, Letta e i servizi.
Dentro la banca arrivano i parenti dei magistrati e poi anche i parenti dei politici.
A Roma in via Nazionale 230 Pollari aveva piazzato Pio Pompa a costruire dossier contro i politici: qui aveva sede la banca.
Montante era un investimento per i servizi, aveva usato questa struttura e le informazioni per i suoi affari.
Pollari smentisce i rapporti, ma al giornalista risultano dei rapporti tra l'ex spione e l'imprenditore.
Rapporti tra Montante e l'ex magistrato Saguto, altra icona dell'antimafia che si occupava di misure di prevenzione.
Saguto racconta di parenti di magistrati assunti nella struttura che amministra i beni giudiziari: persone assunte per amicizia.

Una storia di spie, dossier, ricatti, dossieraggi (contro i nemici del governo Berlusconi), una banca di sistema.
Allora Montante sarebbe l'erede di Pio Pompa?
Un'ipotesi tutta da dimostrare, certo.
La lotta alla mafia che fine ha fatto oggi? E in cosa si è trasformata la mafia? Chi sono i mafiosi oggi? Persone con la coppola storta oppure imprenditori coi soldi che si muovono sicuri tra le istituzioni, le imprese, le associazioni di categoria?
E cosa fa lo Stato contro la mafia?
Col decreto sicurezza si dà la possibilità ai mafiosi di ricomprarsi i suoi beni.
Non una bella cosa...

11 giugno 2015

Il codice Chiaromonte (Damilano e quel garantista di Gerardo Chiaromonte)

Il codice Chiaromonte,di Marco Damilano (l'Espresso): lettura interessante, che consiglio a tutti i garantisti di convenienza, quelli che la Bindi fa i processi in piazza, non si fanno le liste di proscrizione, la Bindi usa l'antimafia per vendicarsi di Renzi....

Gerardo Chiaromonte, da senatore PDS, è stato presidente dell'antimafia nel 1991 e si occupò di vagliare le liste sia per elezioni regionali in Sicilia del 1991 che nelle elezioni del 1992.
Anche allora si chiedeva ai partiti di candidare solo persone senza pendenze e anche allora, come per la Bindi oggi, si registrarono molte polemiche sulle liste:
La domenica elettorale è il 5 aprile 1992. Nella settimana del voto (esattamente com'è succeduto per la Commissione Bindi), il 31 marzo, l'Antimafia pubblica la lista dei nomi «che dimostrano come da parte della maggioranza dei partiti non sia stata data un' interpretazione rigorosa dell' impegno a non presentare candidati che pur non essendo stati rinviati a giudizio hanno pendenze giudiziarie in corso». I nomi sono 33: 8 per il Msi, 6 per il Psdi, 4 per Psi, Pli e Lega, uno per Dc, Rifondazione Comunista, Pri, Verdi, Verdi Federalisti, Lega delle Leghe e Lista Civica di Taranto (ovvero Giancarlo Cito). Il primo in elenco è il missino Massimo Abbateangelo, condannato in primo grado all'ergastolo per banda armata, l'ultimo è il liberale Gianluigi Zelli, condannato per ricettazione e per detenzione e spaccio di droga.Il giorno dopo infuriano le polemiche. «L'Antimafia ha svolto un lavoro fazioso utilizzato da 'giornali e telegiornali per gettare in abbondanza fango sul Msi-Dn, presenteremo querele per diffamazione», reagisce il portavoce del partito, Francesco Storace. Un paio di nomi vengono depennati perché non rientrano nei requisiti indicati. E l'Antimafia viene lasciata sola. «La decisione di procedere alla pubblicazione prima delle elezioni era stata assunta dalla commissione in una seduta a gennaio, era universalmente nota e noi eravamo tenuti a rispettarla. Per la pubblicazione dei nomi ci siamo attenuti a un criterio assai rigoroso, facendo riferimento soltanto a persone condannate o rinviate a giudizio. Non possiamo esercitare noi una qualsiasi valutazione sull'entità dei reati per i quali erano state emanate condanne o decisi rinvii a giudizio», si difende Chiaromonte usando quasi le stesse parole utilizzate oggi dalla Bindi.È il 2 aprile 1992. Chiaromonte morirà un anno dopo, il 7 aprile 1993. La legislatura che comincia nell'indifferenza dei partiti per l'inquinamento delle liste eleggerà il Parlamento di Tangentopoli e delle stragi di mafia, Falcone, Borsellino, le bombe del 1993, i parlamentari siciliani rinchiusi a Roma con la paura di essere uccisi. De Luca era un comunista campano, immaginiamo devoto di Chiaromonte. Oggi il Pd lo applaude e isola Rosy Bindi, nessuno ha sentito il bisogno di chiederle scusa. E forse stasera in commissione Antimafia ci sarà un inedito processo, con la presidente nelle vesti dell'imputata e un pezzo di Pd sui banchi dell'accusa. Eppure, a distanza di anni, è lecito chiedersi chi è in continuità con la storia politica della sinistra e con quella istituzionale dell'Antimafia che fu di Gerardo Chiaromonte: Rosy Bindi o Vincenzo De Luca?

05 maggio 2014

La città dei saltatori di muri

La città di cui non si dice il nome è Torino. Le industrie nel vecchio e glorioso passato sono ora dei cimiteri di cemento e acciaio, al cui interno di nascondono, dagli occhi dei benpensanti e dalle mire dei costruttori, gli immigrati. Che, la notte, di nascosto, saltano dai muri per entrare nella città, per lavoro o per far finta di farne parte.
Dalla strada non si vedono i fuochi, frustati dal vento che batte gl scheletri d'acciaio. Prima erano i trempli del lavoro, capannoni alti come basiliche o grattacieli, centrali d'energia al servizio di un sogno d'industria, officine, luoghi della fatica feriale difeso con orgoglio da quelli che dentro sbuffavano e smadonnavano almeno otto ore al giorno almeno, su tre turni, ogni giorno che Dio posava sulla terra. Luoghi dannati eppure desiderati. Ora la città vive una sua vita sghemba da insetto, o da serpe bastonata, un nuovo sogno sognato con meno tenacia, che moltiplica i cantieri, parassiti di un futuro terziario promesso ogni sera e rimandato, e la sua gente ora cammina di lat, scarta ad ogni passo cambiando preghiera. Il sogno ha la forma di scatole di calce a poco prezzo, arancione e azzurro a sedici piani, da tirare su in fretta perché arrivano le olimpiadi e allora tutto cambierà.

Si muovono veloci, come fanno i tarli nel legno o i castori quando costruiscono in mezzo all'acqua, ma su un territorio vasto, e tanta parte rimane inesplorata, protetta per decenni dalle mura delle fabbriche, accessibili solo ad orari precisi a livelli diversi, da persone con diversa qualifica. Adesso quel territorio è aperto, gli spazi un tempo inviolabili se ne stanno violati, sventrati a ridosso delle strade, la vegetazione li invade, oscena anche d'inverno, e si aprono trappole proprio vicino ai piedi di chi passa. La vecchia industria ha perso il suo pudore e si offre a chiunque, per un'ultima emozione segreta prima delle ruspe: rimane sempre qualche angolo selvatico, fra le macerie e i rovi, dove sopravvive un intero popolo alla macchia, come le blatte nelle crepe dei muri, in lenta fuga dalla colonizzazione immobiliare.

Sono i saltatori di muri. Sono loro che accendono i fuochi la notte, per scaldare buchi provvisoriamente scampati al progresso: amano le erbacce, bruciano bene quando l'inverno le ha seccate, se sono abbastanza folte ricoprono le loro case alla vista delle avanguardie nemiche , assi e putrelle abbandonate nei cantieri. Sono lenoni e lavoranti in nero, badanti, aspiranti puttane, piccoli ragazzi con le idee confuse, gente che chiede elemosina e gente che sfrutta e gente che fa le pulizie negli uffici vuoti la notte. E poi intere famiglie, con i vecchi: arrostiscono ali di pollo rimediatea chiusura dei mercati all'ingrosso, dove arrivano a piedi o sui pullman, pronti a piangere o saltare alla vista dei controllori.

Non andarli a cercare: la loro è una terra pericolosa, sottratta alle abitudini della città. Basta appostarsi la sera sul marciapiede e guardare le murate delle vecchie fabbriche, e allora li vedi saltare. Volano al di sopra dei muri e atterrano sul marciapiede flettendo le ginocchia, scarpe da ginnastica o talloni nudi: iniziano il turno oppure hanno due soldi da spendere e vogliono per sé almeno una fetta della grassa notte di questa città occidentale. Saltano a uno a uno, per non farsi vedere troppo, hanno capito la mente del luogo che rifiuta quel che si nota e apprezza chi tace. Hanno addossato pedane di fortuna alle mura die loro fortini, sul lato interno, e le usano come trampolini. Sono pochi a vederli, per ora: la città ha gli occhi impastati del suo magnifico futuro, pattini d'argento, sorrisi di architetti, la cravatta dell'assessore ottimista.
[..]
Pagano anche l'affitto: di tanto in tanto arrivano i mediatori, uomini esperti, con la giacca, e tengono lo sguardo un po' di lato, per assicurarsi che non venga nessuno ad interrompere. Portano sempre la stessa notizia: i costruttori si avvicinano, bisogna togliere le tende, smontare le mensole, ma c'è un altro piccolo spazio un po' più in là, più in fondo, appena al di là dei rovi. E allora gli abitanti delle vecchie fabbriche riprendono la ritirata del fango, come fanti slavi di un imperatore già morto. Magari c'è posto anche dietro il carroponte, è solo questione di soldi, pochi per altro. E intorno fioriscono ancora nuovi parallelepipedi arancioazzurri per classi medie, disposte alla proprietà a prezzo contenuto, che per ora non esistono. Verranno su anche loro, come i rovi, l'assessore e l'architetto a ricordargli di esistere, accordarli sul diapason del brillante futuro cablato, terziario e fluido. In città il denaro gira soltanto attraverso le mani dei costruttori.
Pagina 54-55
La descrizione di questi “saltatori di muri” è di Luca Rastello, nel libro “I buoni” (Chiarelettere editore): tra questi saltatori, anche Raza, la protagonista del libro. Che dalle sottofondi di una città dell'est, finisce dentro la onlus I piedi in terra, di don Silvano, il santo. Il prete impegnato nell'antimafia, nel sociale, nel fare del bene. Assieme a tutti i suoi volontari. O almeno, questa è l'immagine che viene proiettata all'esterno, dalle televisioni, dai comunicati stampa.