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11 luglio 2019

Sventurata la terra

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi - Brecht

Nell'anniversario dell'omicidio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della banca di Sindona fatto uccidere da quest'ultimo perché si opponeva al suo piano di salvataggio, non può non tornare in mente l'aforisma di Brecht.
Siamo un paese sfortunato perché bisognoso di eroi a cui aggrapparci, ma che allo stesso tempo insegue il capetto del momento, l'uomo forte, vincente.
L'uomo che ha la ricetta facile per tutti i problemi: colpa dei comunisti (o dei giudici comunisti), colpa dell'Europa, colpa dei migranti (la variante moderna).

Paragonato ai quaquaraqua di oggi, una persona integerrima, dalla schiena dritta come Ambrosoli, appare un gigante.
Non si era fatto intimidire dalle pressioni, che erano tante, per assecondare Sindona, il salvatore della lira, con tutte le protezioni che aveva (fino ad Andreotti, il sette volte presidente del consiglio, condannato per mafia).
Avrebbe potuto salvare la banca privata con soldi pubblici e invece ci ha lasciato un esempio, estremo per il sacrificio che gli è costato: lo scrive alla moglie in una lettera in cui traspare la consapevolezza del destino che lo attende

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [..] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi 
Sfortunato il nostro paese dove il discorso politico sembra un disco rotto, monopolizzato da chi urla più forte su migranti, ONG, buonisti nemici dell'Italia.
Sfortunato questo paese pieno di sovranisti che però non difendono gli interessi di questo paese.
Sfortunato il nostro paese dove, letteralmente, continua a piovere sul bagnato, perfino a Taranto.

11 luglio 2016

L'eroe di Stato Giorgio Ambrosoli

« Anna carissima,è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. 
E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. 
Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. 
I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...)Giorgio »
La Banca Privata di cui Giorgio Ambrosoli, avvocato, parla nella lettera alla moglie, è la banca di Michele Sindona, il banchiere di Dio, il riciclatore dei soldi della mafia, bancarottiere. Banca di cui era stato nominato commissario liquidatore nel 1974.
Considerato da Andreotti il salvatore della lira che su Ambrosoli una volta ebbe a dire che "se l'era cercata" (Andreotti condannato per i suoi rapporti con la mafia fino al 1980, reato finito in prescrizione).

L'insegnamento che ci lascia, Ambrosoli (non Andreotti né sindona) è di un'onesta che va oltre il rispetto delle leggi.
Scrisse di lui il figlio Umberto:
“E' stato solo il senso del dovere a impedirgli un compromesso, anche con se stesso? È stata la fedeltà, l'obbedienza alle leggi e allo Stato? Io penso di no, credo che mio padre lasci, più di ogni altro esempio, quello di un uomo capace di affermare la propria libertà.Con se stesso, rimanendo coerente al proprio pensiero, alle proprie convinzioni. Con gli altri, quando ha respinto blandizie e ricatti senza cercare protezioni 'politiche', nella consapevolezza che anche quelle potevano avere un prezzo. È stato un uomo libero nel senso più completo del termine, quello che include la consapevolezza del proprio ruolo. Non istituzionale, di commissario liquidatore, ma di uomo, di marito, di padre, di cittadino”.
Giorgio Ambrosoli, l'eroe di Stato.
Dove lo Stato è ancora oggi quello dove le banche sono usate come bancomat dai politici e dai dirigenti per i loro interessi.
Dove spesso esistono canali privilegiati per le mafie, sia per il riciclaggio che per i prestiti.

02 dicembre 2014

Come l'Italia tratta i suoi eroi

Carlo Azeglio Ciampi abbraccia il mar. Silvio Novembre
Vorrei aggiungere un piccolo particolare, sulla fiction trasmessa ieri da Rai1 su Giorgio Ambrosoli.
L'eroe borghese come lo definì Corrado Stajano. Un esempio per l'Italia, come hanno scritto altri.
Eroe che assieme al maresciallo Silvio Novembre riuscì a resistere a tutte le pressioni ricevute per far bene il suo lavoro di liquidatore.
Oggi li chiamiamo eroi, tardivamente.
Al funerale di Ambrosoli nessun esponente del governo era presente.
E il maresciallo Novembre non fece carriera nel corpo della Gdf.
L'ultimo capitolo del libro "Capitalismo di rapina" (Chiarelettere) è infatti dedicato agli eroi della lotta alla criminalità, alla corruzione, alla mafia, alle tangenti.
Questi i loro nomi, persone che prendono uno stipendio pari a quanto Fiorani (vi ricordate i furbetti del quartierino?) spendeva al mese per affittare la sua Ferrari.
Maresciallo Silvio Novembre, angelo custode di Giorgio Ambrosoli.
Aronne Orsicolo e Pietro Di Giovanni, agenti della Guardia di Finanza.
Il carabiniere Vincenzo Morgera.
Maurizio Rosa, vigile urbano.

Ecco come l'Italia tratta gli eroi.
Chissà quanti altri marescialli Novembre, quanti altri sottufficiali ne l'Arma, nella polizia hanno fatto onestamente il loro dovere e si sono visti per questo la loro carriera bloccata.


Per essere scavalcati da altri uomini in divisa più accondiscenti verso il potere.

29 maggio 2014

Vi aspettavo - Giorgio Ambrosoli

Commissario liquidatore della banca privata di Michele Sindona, Giorgio Ambrosoli avrebbe potuto assecondare le richieste di Sindona, di essere salvato coi soldi pubblici. Avrebbe potuto girarsi dall'altra parte, lasciare che le cose seguissero il corso che il banchiere amico di Andreotti aveva tracciato.
Non gli sarebbe costato niente: eppure Ambrosoli resistette alle pressioni, alle minacce, al senso di solitudine. Questo per un alto senso delle istituzioni.
Eroe borghese, e anche eroe solitario.

Il figlio Umberto, scrisse queste righe sul padre:
E' stato solo il senso del dovere a impedirgli un compromesso, anche con se stesso? È stata la fedeltà, l'obbedienza alle leggi e allo Stato? Io penso di no, credo che mio padre lasci, più di ogni altro esempio, quello di un uomo capace di affermare la propria libertà.
Con se stesso, rimandendo corerente al proprio pensiero, alle proprie convinzioni. Con gli altri, quando ha respinto blandizie e ricatti senza cercare protezioni 'politiche', nella consapevolezza che anche quelle potevano avere un prezzo. È stato un uomo libero nel senso più completo del termine, quello che include la consapevolezza del proprio ruolo. Non istituzionale, di commissario liquidatore, ma di uomo, di marito, di padre, di cittadino”.
Fu ucciso da un sicario su ordine di Sindona, l'11 luglio 1979 a Milano.
Eroe libero, eroe solitario, come gli altri raccontati da Antonella Mascali in “Vi aspettavo”.

11 luglio 2013

L'eroe borghese



Giorgio Ambrosoli, nel film di Michele Placido "L'eroe borghese": la lettera alla moglie
« Anna carissima,

è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese. Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo. I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...) Giorgio »
 Peccato che anziché essere il paese degli Ambrosoli, questo sia diventato il paese dei Sindona.

11 luglio 2011

Giorgio Ambrosoli - l'eroe borghese

« Anna carissima,

è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I., atto che ovviamente non soddisferà molti e che è costato una bella fatica.
Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto.

E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.
Ricordi i giorni dell'Umi, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro.. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi (...)


Giorgio »

09 settembre 2010

Ambrosoli se l'era cercata

L'articolo del corriere (qui il link originale) non più disponibile online.

La frase choc di Andreotti in tv sul legale ucciso nel centro di Milano nel '79

MILANO - Giulio Andreotti ha il colletto un po' aperto e il nodo della cravatta è allentato. Ma come sempre il senatore a vita non tradisce emozioni particolari. Le labbra sottili sembrano muoversi impercettibilmente e gli occhi non cambiano espressione quando, alla domanda su perché Giorgio Ambrosoli è stato ucciso, risponde così: «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».
Una frase che sembra buttata lì senza pensarci troppo, ma quelle parole che colpiscono al cuore rappresentano forse il momento più importante e doloroso della puntata de «La storia siamo noi» che Giovanni Minoli ha dedicato ad Ambrosoli, il liquidatore dell'impero di Michele Sindona, e che andrà in onda stasera alle 23,50 su RaiDue. Più importante perché appare l'ennesima e più chiara manifestazione del fatto che Andreotti nello scontro fra Ambrosoli e il bancarottiere Sindona, da lui salutato come il «salvatore della lira», ha saputo per chi schierarsi fin dal primo momento.

E più dolorosa perché tutti, compreso lui, sa poi cosa alla fine Ambrosoli abbia trovato nella notte dell'11 luglio 1979. Dopo una cena in trattoria e durante l'ultima ripresa dell'incontro di box che Ambrosoli segue in compagnia, arriva una telefonata: dall'altra parte c'è il silenzio. Poco dopo lui scende ad accompagnare gli amici, e mentre sta rincasando il killer Joseph Arico gli dice: «Mi scusi, avvocato Ambrosoli». E spara 4 colpi, portando a termine la missione che gli ha affidato Sindona per 50 mila dollari. Minoli racconta tutto, anche riprendendo dai suoi archivi una intervista a Sindona, in carcere in America per bancarotta. Ne illustra soprattutto l'ascesa dal nulla e ne spiega il «contesto». Gli anni ruggenti nei quali sorprende la provinciale piazza finanziaria milanese con operazioni «all'americana»: Opa, conglomerate, perfino il private equity. «Importa» tutto da Wall Street e sembra che nessuno possa fermare la sua irresistibile ascesa. Nonostante i suoi rapporti quasi esibiti con il clan Gambino e con altre famiglie mafiosi. Ma gli anni ruggenti durano poco. L'Opa sulla finanziaria Bastogi nel '71 segna il suo tramonto. L'opposizione di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca, fa fallire l'operazione.

E dopo il crollo in America la crisi dilaga nel suo fragile impero in Italia, finché la sera di martedì 24 settembre 1974 alle 23 un funzionario di Banca d'Italia telefona a casa Ambrosoli. Alle 17 del giorno dopo il Governatore Guido Carli conferisce a Giorgio Ambrosoli l'incarico di «unico commissario liquidatore», come dirà lui stesso alla moglie Annalori, della Banca Privata Italiana di Sindona. Ambrosoli fa il suo dovere fino in fondo, con l'aiuto di Silvio Novembre, ufficiale della Guardia di Finanza. Ma come testimoniano i suoi diari e quelli del Governatore Paolo Baffi «mezza Italia» si muove per salvare Sindona. Ambrosoli, Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli fanno muro. Baffi e Sarcinelli, che respingono improbabili piani di salvataggio presentati loro anche da Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, e svelano con ispezioni e rapporti le trame di Roberto Calvi, pagheranno carissima onestà e determinazione: Sarcinelli viene arrestato e a Baffi è risparmiato il carcere solo per l'età. Saranno poi prosciolti ma Baffi lascerà Via Nazionale. Le minacce e la violenza di Sindona e dell'Italia piduista non fermano Ambrosoli.
Perciò il sicario venuto dall'America lo uccide. Nella lettera-testamento alla moglie scrive il 25 febbraio 1975: «In ogni caso pagherò a caro prezzo l'incarico». E pensare che, come ha detto il figlio Umberto: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non prendere posizione. Avrebbe avuta salva la vita». Ma Andreotti non ha dubbi: l'avvocato liquidatore se l'è proprio andata a cercare.

29 luglio 2009

Il caffè di Sindona di Gianni Simoni e Giuliano Turone

Ascesa e fine del finanziere di Patti, il salvatore della lira, il banchiere di Dio (o del diavolo), assieme all'altro banchiere Roberto Calvi. Il primo morto per un suicidio fatto passare per omicidio, il secondo morto ucciso, fatto passare per suicidio.
Il libro dei due magistrati Simioni e Turone (entrambi han lavorato sull'omicidio Ambrosoli) racconta, citando fonti giudiziarie, articoli, interviste e lettere scritte da Sindona, dell'ascesa e morte di Michele Sindona. A partire dalla ricostruzione del finto rapimento dell'estate del 1979 in cui, copiando le modalità del tragico caso Moro rapito delle Br, si finge in mano a terroristi di sinistra.

E' tutto falso: sarà il gesto estremo di un genio della finanza (criminale) per salvarsi dalle accuse di bancarotta in Italia (per la Banca Privata Finanziaria) e in America (per la Franklin National Bank ). E soprattutto per l'omicidio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli.
Un piano folle in cui Sindona cercò di coinvolgere perfino la mafia, l'ala moderata di Bontade e Inzerillo, ventolando loro un piano di separazione dell'isola dall'Italia.

Pagherà cara la sua strategia, i suoi ricatti (il voler rivelare la lista dei 500): sarà abbandonato da tutti. Dai referenti politici (la corrente Andreottiana), ai fratelli massoni della Loggia P2, al Vaticano. E il suicidio nel carcere di Voghera, dopo la sentenza di ergastolo del 18 marzo 1986 sarà l'ultimo colpo di teatro di Sindona.
Su questo i due autori sono molto sicuri: dell'ipotesi di suicidio Sindona ne aveva già parlato (col cappellano, in alcune lettere). Temeva delle ripercussioni per la sua famiglia. E temeva una lunga vecchiaia in carcere, ristretto in quelle condizioni, senza aver contatti e le sue ricchezze a disposizione.
Un uscita di scena spettacolare, avvelenato col caffè come Gaspare Pisciotta, con cui mattere in difficoltà i suoi nemici.

Lui, che aveva riciclato soldi per la mafia, usando lo IOR come tramite (per i suoi poteri di extraterrotorialità, che sfuggivano alle leggi che valevano per le banche italiane). Che aveva finanziato molti esponenti politici, le attività della Loggia P2.
Che era stato capace di costruire una fortuna finanziaria (che ebbe l'apice con la fallita scalata alla Bastogi nel 1972), basata sul nulla. O meglio, capace di far sparire intere fortune finaziarie (per i personaggi citati prima) con i suoi abili giochi di prestigio finanziari.
Finchè, nel 1974, la Banca di Italia, e il ministro del Tesoro La Malfa, decise di opporsi al piano di salvataggio della banca, col commissariamento della banca: un piano che faceva ricadere i debiti sul contribuente.
Sindona e Calvi.
Sindona tenta di bloccare il provvedimento di liquidazione minacciando il neogovernatore della Banca d’Italia Baffi, il vicepresidente e lo stesso Ambrosoli, poi ucciso da un sicario mafioso, su mandato di Sindona, l’11 luglio 1979. Marcinkus e Calvi tentano di liberarsi dagli ingombranti legami che hanno con il banchiere, ormai prossimo al tracollo […]



I due scorpioni nella bottiglia: l'ultimo capitolo del libro è dedicato al rapporto con Roberto Calvi, suo successore nella loggia P2 di Gelli e Ortolani come finanziere di fiducia.
Una collaborazione nata nel 1970 e consolidata negli anni, con la presentazione di Calvi a Licio Gelli; col l'affare Zitropo (la finanziaria passata da Sindona a Calvi). Una storia che presenta molte similitudini: entrambi i banchieri finiscono abbandonati, con delle condanne da scontare. Entrambi cercheranno di giocare col ricatto le loro ultime carte: Calvi arrivò perfino a scrivere al papa; a chiedere aiuto all'alla fazione legata all'Opus Dei (ostile all'ala della massoneria di Marcinkus, Casaroli).

Dice il figlio di Roberto Calvi:
“Una delle carte che mio padre conservava con maggior cura era la famosa lettera di Luigi Cavallo in cui si parla dei due scorpioni e della bottiglia. I due scorpioni erano Sindona e Calvi, che poi si uccidono reciprocamente. Mio padre la conservava nella sua cassaforte alle Bahamas. Ora è in mio possesso”. È un documento scritto a macchina, ricevuto da Calvi poco prima delle vacanze natalizie del 1977. “Egregio dottor Calvi, tra le tribù dell’Uganda è ben nota la tavoletta dei due scorpioni in una bottiglia. Se i due scorpioni impegnano una lotta a oltranza, questa ha, inevitabilmente, un esito letale, per ambedue i contendenti. Io sono fuori della bottiglia ma – diversamente da certi Suoi consiglieri – non ho alcun interesse nella continuazione e nell’aggravamento della lotta

Entrambi schiacciati dal potere, e dai poeri forti, dopo essere stati spremuti e usati.

Il merito più importante del libro (come ho già detto, ricco di citazioni) e il ricordo che fa della figura di Giorgio Ambrosoli.

In un paese dove, come spiega Vito Mancuso, manca una religione civile che è quella che lega il cittadino al suo paese, spiccano gli eroi borghesi come il commissario liquidatore della banca privata.
Il suo spirito di servizio, il suo saper lavorare e voler lavorare per il paese e non per un partito.

Non possiamo ricordare le sue parole alla moglie:
Ricordi i giorni dell'Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

Il link per ordinare il libro su ibs.
La scheda sul sito della Rizzoli.
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10 luglio 2009

L'eroe borghese dimenticato

A 30 anni dalla morte di Giorgio Ambrosoli, l'eroe borghese come lo definì Stajano, solo la7 dedicherà parte del suo palinsesto alla sua memoria.
L'eroe dimenticato, scrive Famiglia Cristiana, in una intervista alla vedova, del commissario liquidatore della banca di Michele Sindona.

«Vedo nuovamente intorno una mancata valorizzazione dell’esempio di Giorgio e delle tante vittime a lui simili. Eppure il suo esempio è importantissimo per i giovani».

Sono passati trent’anni da quell’11 luglio del 1979, in cui Giorgio Ambrosoli fu assassinato da un sicario con tre colpi di pistola sotto la sua abitazione milanese. Cinque anni prima, come avvocato esperto in diritto societario e fallimentare, Ambrosoli era stato nominato dalla Banca d’Italia commissario liquidatore della Banca privata italiana, portata al fallimento dal preteso "mago della finanza" Michele Sindona. Un compito che si annunciava difficilissimo, sia per la difficoltà di dipanare un groviglio finanziario inestricabile, sia, soprattutto, per le protezioni di cui godeva Sindona fra i poteri forti e occulti del Paese. Proprio la capacità e la caparbietà del commissario, coadiuvato da pochi fidati collaboratori, nello scandagliare i meandri della banca dissestata, non solo per accertarne lo stato patrimoniale, ma anche per scoprirne le modalità illegali con cui agiva, gli costarono la vita. Trent’anni dopo, la vedova di Giorgio Ambrosoli Annalori Gorla, accetta di ripercorrere la cronaca di quei giorni terribili e degli anni che sono seguiti.

Signora Annalori , in questo trentesimo anniversario del delitto che le ha strappato il marito e il padre dei suoi figli si attiva la memoria pubblica, delle istituzioni e dei giornali, su Giorgio Ambrosoli. Diverse commemorazioni, rievocazioni, testimonianze. Lei ha notato negli anni una qualche evoluzione di questa memoria?

«Il 12 luglio del 1979, pochi amici intimi, i professionisti impegnati con lui, sapevano quale gravoso impegno professionale e pubblico pesasse sulle spalle di Giorgio; alcuni politici ne erano a conoscenza, anche perché si erano adoperati sul fronte opposto (salvare Sindona e il suo modo di operare). Non mi sono stupita, quindi, che nella basilica di San Vittore, gremita di parenti e amici, brillassero per assenza la maggior parte delle istituzioni. Il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il direttore generale Antonino Occhiuto c’erano a rappresentare l’istituto che aveva nominato Giorgio commissario liquidatore della Banca privata italiana. Il 15 luglio, tre giorni dopo, l’economista Marco Vitale aveva descritto in un’analisi molto incisiva per quale motivo e dove andavano cercate le ragioni per le quali Giorgio era stato ucciso. Una riflessione appassionata e molto chiara, dove Vitale paragonava Giorgio a un operaio impegnato a installare un depuratore per far tornare il Ticino inquinato nuovamente azzurro. Poi il silenzio».

Silenzio interrotto nel 1983 da Giampaolo Pansa...

«Pansa ripercorse con chiarezza il cammino professionale di Giorgio descrivendone il percorso anche umano. Subito dopo, però, di nuovo il silenzio, rotto solo dall’esito dei due processi (quello per bancarotta e quello per omicidio), ma – all’inizio degli anni ’90 – il lavoro serio, onesto e appassionato di Corrado Stajano, con il suo libro Un eroe borghese, da cui è stato tratto il bel film di Michele Placido, segna il momento di maggiore attenzione sull’esempio di Giorgio. Il film, per volere dell’allora ministro dell’Istruzione Giancarlo Lombardi, venne proiettato nelle scuole, dove venne anche consigliata la lettura del libro. Da allora, è iniziato un percorso di sensibilità e di attenzione nei confronti di questa storia e anche molti Comuni hanno voluto ricordare Giorgio, dedicandogli vie e piazze, scuole e biblioteche, aule di tribunale e di università».

Che ragione si è data dell’oblio che per anni c’è stato verso la figura di suo marito, della mancata valorizzazione dell’esempio che costituiva?

«Non è un caso, a mio parere, che il libro di Corrado Stajano sia stato realizzato e accolto con tanta attenzione subito prima dell’inizio di "mani pulite": momento durante il quale l’esigenza di legalità è stata maggiormente sentita e condivisa. In assenza di tale clima, esempi come quello di Giorgio non venivano affatto promossi: erano "scomodi" nel rappresentare un modo alternativo di intendere la pubblica responsabilità, rispetto al metodo maggiormente praticato».

E oggi?

«Di nuovo, vedo intorno a me una mancata valorizzazione dell’esempio di Giorgio e delle tante vittime a lui simili: sempre più i media occupano pagine e pagine di storie da operetta che vedono come interpreti anche persone che dovrebbero essere, invece, impegnate a far funzionare questo nostro Paese».

Come ha seguito, dopo l’uccisione di suo marito, le tante esecuzioni per mano della mafia di servitori dello Stato o privati cittadini che la contrastavano? Ha trovato qualche caso che ha analogie con quello di suo marito?

«Penso che siano tanti gli esempi in questi trent’anni e bisogna educare le nuove generazioni al discernimento, far loro capire che amare l’Italia, il proprio Paese, vuole dire anche saper distinguere il bene dal male, vuole dire essere liberi di scegliere nella coerenza delle proprie idee».
C’è stato un processo contro esecutore e mandante del delitto che ha permesso di accertare le responsabilità, sembra, in maniera definitiva. Lei pensa che ci siano ancora aspetti su cui far luce?
«I giudici Olivio Urbisci, Bruno Apicella e Guido Viola per il processo di bancarotta e Giuliano Turone e Gherardo Colombo poi per il processo di omicidio hanno sicuramente fatto chiarezza e non penso che ci siano fatti che non siano venuti alla luce».


Al processo, lei ottenne che suo figlio più piccolo, Umberto, 14enne, fosse sollevato dal divieto per i minori di assistervi. Qual era l’insegnamento che voleva ne ricevesse?

«Umberto, già da subito, malgrado fosse il più piccolo, ha voluto conoscere e capire ed è per questo che appena adolescente ha chiesto di partecipare a un paio di udienze in tribunale: ne aveva diritto. Non ha mai smesso di interessarsi a tutto ciò che riguardava l’operato di suo papà. Ho condiviso il suo desiderio di conoscere suo padre anche attraverso il processo, in maniera tale che potesse cogliere direttamente lo spirito che ha animato Giorgio, la consapevolezza con la quale ha vissuto la responsabilità che gli era stata affidata».

Ora, Umberto ha appena pubblicato col titolo Qualunque cosa succeda un libro su suo padre, su come portò avanti l’incarico ricevuto dallo Stato e sulla dinamica criminale che lo schiacciò. E dichiara di averlo scritto per i suoi figli: «Perché non ne disperdano memoria ed esempio».

«Umberto vuole far capire alle nuove generazioni come si può essere cittadini e professionisti avendo sempre rispetto dell'interesse pubblico: con responsabilità, limpidezza e libertà. Durante la presentazione del libro, a Milano, alla presenza di circa 700 persone, la maggior parte delle quali della mia generazione, è spuntato come un folletto e ha preso la parola Sebastiano, secondo anno di Economia, interprete del film Un eroe borghese, proprio nella parte di Umberto. È stata una ventata di speranza: il suo bellissimo intervento, appassionato, fresco, è una richiesta gridata che esempi come quello di Giorgio siano più presenti nelle scuole e nella società, se questa vuole essere civile. Se vogliamo vivere nel rispetto di quei valori, dobbiamo parlarne di più. Mi auguro ci sia sempre più attenzione e spazio per i tanti modelli positivi che il Paese ha offerto in questi trent’anni: deve, la nostra generazione, farli conoscere e tramandarli».

02 giugno 2009

Eroi di stato: Giorgio Ambrosoli

La lettera che il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona, Giorgio Ambrosoli scrisse alla moglie, nel febbraio 1975.
Anna carissima,
è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d. r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica.
Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto.
E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.
Ricordi i giorni dell'Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.
I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro [... ]
Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi.
Hai degli amici, Franco Marcellino, Giorgio Balzaretti, Ferdinando Tesi, Francesco Rosica, che ti potranno aiutare: sul piano economico non sarà facile. ma - a parte l'assicurazione vita – (…)
Giorgio
Il libro che il figlio Umberto Ambrosoli ha scritto sulla vita del padre "Qualunque cosa succeda".
Link dedicati alla vita di Giorgio Ambrosoli: