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25 febbraio 2024

Indovina chi viene a cena – la sostenibilità dell’ecobonus e della moda

La sostenibilità dell’ecobonus.

Avremo tonnellate di polistirolo da smaltire, al prossimo ecobonus: il bonus doveva rilanciare il settore delle costruzioni per rifare le case degli italiani, ma ha in parte fallito nel suo scopo.

Sabrina Giannini ha mostrato come si potevano costruire i cappotti con la canapa: ma i produttori dei cappotti con questo materiale naturale sono stati tagliati fuori dalle leggi fatte per il bonus.

Esistevano altre opzioni al polistirolo, al poliuretano, meno costosi per i produttori, ma più inquinanti: la canapa o anche gli scarti del riso, che potevano essere usati nell’edilizia, ma forse era troppo bello per essere vero.

E pensare che una volta eravamo grandi produttori di canapa, poi l’ideologia contro questo prodotto ha rovinato un settore, costringendoci ad importarla dalla Francia.

Anche il riso ha una storia antica: le cascine in Piemonte venivano fatte una volta con gli scarti di riso.
Potevamo fare come la Francia, che ha imposto per i prossimi anni che il 50% degli edifici pubblici sia fatto con materiali naturali, come il riso appunto.

Se avessimo usato per il bonus casa il riso, avremmo evitato di buttarlo via, come scarto.

Ma resti della pula di riso sono state trovate dentro la grande muraglia cinese: la guerra tra i partiti fatta sul superbonus è stata tutta una truffa, ci si doveva concentrare sui materiali naturali per la bioedilizia.

La sostenibilità della moda

Che fine fanno gli abiti usati? Quanto è sostenibile la moda e il settore del fast fashion? È un tema importante nei giorni della moda a Milano.

Le influencer intervistate dalla trasmissione non ne sapevano nulla: ci riempiamo la bocca di sostenibilità ambientale, di green, ma spesso è greenwashing.

Nemmeno la celebre influencer Ferragni ha voluto rilasciare una intervista a Sabrina Giannini, meglio far finta di rivolgersi ai suoi follower in modo unidirezionale: il messaggio è sempre lo stesso, desidera, compra e consuma. E poi getta via.

Le influencer da milioni di follower non conoscono la tracciabilità della pelle dei cavalli, si spaventano di fronte a queste domande: “oddio non sono preparata” “magari facciamo dopo”..

Eppure potrebbero lanciare messaggi importanti, sulla vera sostenibilità, sull’origine della pelle usata per le borsette, queste influencer.

Ma a parlare di queste cose, a fare domande scomode, si rischia di rimanere fuori dagli spazi dove si mostrano i nuovi capi delle collezioni.


Collezioni che sono prodotte sempre più fuori dall’Italia, come ha fatto Rosso con la sua Diesel, che ha delocalizzato in Marocco. Si sposta la produzione fuori ma poi si continua a chiamare made in Italy. In che modo si produce all’estero? È una produzione rispettosa dei diritti dei lavoratori? È una produzione sostenibile?

Quante domande scomode, mentre è così comodo produrre in Marocco.

Una camicia costa 2,5 euro, in Italia si vende a 65 euro: nell’etichetta c’è scritto che dentro il prezzo c’è un contributo per mantenere il “green” nel pianeta.

I capi di diversi marchi italiano sono prodotti in capannoni dove si lavora in scantinati senza finestre, dove le donne lavorano per nove ore al giorno.
La metà dei lavoratori tessili lavora in nero in Marocco, per uno stipendio inferiore a quello minimo: anche i sindacati fanno fatica ad esporsi, hanno paura del datore del lavoro, per la possibilità di essere licenziati.

Signori, il greenwashing è servito: in questi scantinati si usano prodotti chimici senza porsi troppi problemi, con trattamenti che in Italia non sarebbero usati o proibiti.

Come il permanganato di potassio spruzzato sui pantaloni per scolorirli: servirebbero le protezioni dentro i laboratori che producono i jeans, ma in quello visitato dalla giornalista, non si usano particolari precauzioni.

Poi sull’etichetta del capo basta scrivere “basso impatto ambientale” e la coscienza è a posto.

La ricerca del maggior profitto porta i grandi brand a trovare paese dove il costo del lavoro è più basso: dal Marocco, alla Turchia, al Bangladesh, perché quando un capo piace al consumatore, viene prodotto in milioni di capi e allora serve la produzione di massa.

Sabrina Giannini ha ricordato il crollo di un’azienda tessile in Bangladesh in cui morirono tante lavoratrici: producevano capi per marchi italiani che poi fanno campagne contro il razzismo, per l’ambiente.

Come ha stabilito uno studio dell’Unione Europea, il 50% delle etichette dei capi è fuorviante o falsa: le aziende stesse si sono create delle regole – l’indice di sostenibilità ambientale - per potersi poi dare il marchio di green, di sostenibile, in mancanza di un regolamento mondiale.

Esiste il cotone veramente Green, come quello della Puredenim, a Inveruno: il cotone naturale ha un colore bianco, il problema è quando lo devi colorare. Alla Puredenim usano coloranti ottenuti dalla elettrolisi (e non dalla chimica), una tecnica svizzera adattata da Luigi Caccia nella sua tessitura.

Una tecnica molto innovativa che fa a meno dei metalli pesanti, come l’idrosolfito (lo stesso usato nei vini).

L’Europa lascia che siano gli imprenditori a scegliere il sistema di tintura, quello meno inquinante: non tutti faranno come il signor Caccia, che per la sua scelta è stato penalizzato, perché i suoi jeans sono solo in color indaco, non hanno altri colori, per evitare l’uso della chimica.

Non basta etichettare il pantalone come cotone organico o cotone biologico: se poi usi la chimica per colorare i pantaloni. Non c’è molta etica in questo settore, né ambientale né sociale – racconta a Sabrina Giannini Luigi Caccia, è solo greenwashing, una bella narrazione che dietro non ha niente.

L’innovazione della sua industria non è stata finanziata da nessuno, in Italia o in Europa e nemmeno dai grandi brand.

Ma non è il caso della Dondup a Fossombrone, azienda che produce capi con tessuti che non usano la chimica: essere un’azienda sostenibile, per davvero, è stato un minus nei primi anni dell’attività, hanno dovuto tenere un basso profilo sul marketing, ma investendo molto nella manodopera.

Perché i grandi brand delocalizzano allora, visto che le competenze non le abbiamo ancora perse in Italia?

Ma forse conviene investire nel mercato delle influencer, spingere sul modello fast fashion, sul modello usa e getta, tanto alla peggio il capo si butta.

I capi non venduti dal marchio Shein, cinese, vengono gettati: anche i capi sintetici, prodotti dal petrolio, con grandi problemi ambientali.

Eppure, come testimonia il caso dell’azienda LSJH in Finlandia, riciclare i capi può essere anche un business: si possono creare nuovi tessuti per nuovi vestiti, ma anche pannelli isolanti.

È un settore promettente, che consente di arrivare preparati per la regolamentazione europea sul riciclo dei vestiti.

Ma anche in Italia abbiamo il più grande distretto del riciclo dei capi, a Prato: si cerca di non usare la chimica, di riciclare quanto più possibile, anche la lana che viene riciclata per 5 ml di kg ogni anno.

In Italia non sappiamo quanti capi sono gettati in discarica, si stima che solo l’1% dei capi in Italia venga riciclato: un problema che diventerà sempre più importante in un settore, quello del tessile, che è tra i più inquinanti.

Ecco perché è importante il lavoro di Caterina Grieco che, con la sua Catheclisma, produce le sue collezioni partendo da tessuti invenduti: coi suoi capi si ha veramente un guardaroba sostenibile.

Alla Appleskin producono una “pelle” a partire dalla buccia della pelle: purtroppo si deve ancora fare uso della chimica, per il 70%, per un prodotto che ha comunque un costo di produzione importante.

Altre aziende usano il cactus e il mais, oltre alla mela, per produrre prodotti in pelle: si riesce ad arrivare ad un prodotto naturale fino al 60%, il 40% ancora deriva dalla chimica.

10 settembre 2019

Presadiretta – panni sporchi

L'impatto ambientale dell'industriatessile, quanto è inquinata l'aria che respiriamo e quello che possiamo fare. Ma prima la consueta (da questa stagione) pagina di Sabrina Giannini sull'alimentazione.

Indovina chi viene a cena

Dalla Cina della scorsa puntata, agli Stati Uniti, dentro il laboratorio di Minneapolis: qui stanno lavorando ad un progetto per far battere il cuore fuori dal corpo umano.
A cosa serve? Per i trapianti di organi, per consentire il trasporto del cuore, che spesso necessita di qualche ora, prima di arrivare al paziente.
Si sono ispirati al cuore dell'orso, anzi a mamma orsa che fa nascere i cuccioli mentre è ancora in letargo: li hanno studiati, i cuori degli orsi, i loro acidi biliari che proteggono i loro cuori.
Ricerche fatte in modo scientifico senza danneggiare la salute degli orsi.
Diversamente da quanto accade in Cina con la presunta medicina tradizionale, che prescrive la bile degli orsi senza alcuna valutazione scientifica.
Il professor Iaizzo cosparge il cuore di questa bile sintetico e una miscela di acidi, per consentire il suo battito anche una volta trapiantato, anche per sette ore.
Tutte sostanze sintetiche, più affidabili ed etiche rispetto a quelle prelevate dagli orsi allevati.

A Taiwan troviamo la più grande fabbrica cinese di farmaci, sempre realizzati secondo la medicina tradizionale: le medicine derivano da piante, processate e dosate con formule antiche ma con macchinari moderni.
La medicina tradizionale è molto in voga in Cina, i medici prescrivono queste cure in alternativa alla medicina moderna.
Erbe e radici come ginseng e liquirizia, da noi usate per caramelle e dolci: in Cina si usano per le mestruazioni, per la menopausa, per lo stress.
Ad essere segreto è la dose, non gli ingredienti.
Ma funzioneranno?
Che prove hanno per dire che una certa miscela di vegetali cura una patologia?

Questa medicina, che va usata assieme alla medicina moderna, potrebbe curare anche il cancro, la malattia dei nostri giorni?
Alla Yale University, il professor Cheng sta studiando un rimedio per il cancro partendo da antiche formule della medicina del suo paese: forse ha veramente trovato la formula giusta, andando a leggersi antichi testi, vecchi di centinaia di anni.
Nella pillola 906 si trovano i 4 ingredienti vegetali ed è stata testata su diversi tipi di tumori e aiuterebbe l'azione di altri farmaci antitumorali.
L'obiettivo è dare scientificità alla medicina antica cinese, alla fitoterapia: non basta l'esperienza, serve un processo controllato, serve un impianto che certifichi il prodotto finale.

La Cina vuole conquistare il mercato della fitoterapia nel mondo, coi suoi prodotti.
Come l'Artemisimina, scoperta da una professoressa cinese, che cura la malaria.

Presadiretta – panni sporchi

Il governo Conte bis forse raccoglierà la proposta di Presadiretta, creare nuovi asili per sconfiggere la crisi demografica.
Vedremo se ascolterà anche quanto racconterà stasera, a proposito di inquinamento, microplastiche, gli abiti prodotti dalla nostra industria tessile.

Ma l'industria tessile è la secondo industria più inquinante, dopo quella petrolifera, produce capi che sono difficilmente riciclabili: il forte impatto ambientale di questa industria della moda, 1,2 miliardi di co2 emessa, dovrebbe costringere le aziende a sentirsi responsabili dei cambiamenti climatici.
Una T-shirt prodotta da fibre sintetiche, come il poliestere ha un forte impatto, più del cotone, che però in fase di coltivazione è molto più idroesigente.
Le fibre tessili però possono essere riciclate solo all'1%: molti dei capi che acquistiamo per poco provengono dall'estero, Cina o Bangladesh.
I campioni presi dalla giornalista Teresa Paoli, sono stati analizzati in uno studio di Prato, il BuzziLab: il cashmere dichiarato nell'etichetta non è presente, ma sono presenti viscosa e poliestere.
In molti dei capi, le etichette non erano valide, erano frodi del commercio: è un problema per il compratore, ma è un problema anche di riciclo, perché capi con viscosa o nylon non sono rigenerabili.

Altri test sono stato fatti a Prato, dall'associazione riciclo: bassi prezzo significa bassa qualità, i capi multicolore e multi fibra non si riciclano, racconta alla giornalista l'esperto.
Sono vestiti che possono finire nel mercato di seconda mano, certo, ma essendo capi di cattiva qualità non avranno vita lunga: significa che andranno in discarica creando altri rifiuti.

Il fast fashion occupa il 20% del mercato: quanti di questi hanno etichette false?
La produzione tessile è raddoppiata ma nello stesso tempo la durata di questi indumenti è calata: ma dove finisce la spazzatura tessile?

A Cercole in Campania, la GDF sta facendo una indagine sulle aziende che riciclano prodotti tessili: uno di questi impianti era stato trasformato in una discarica abusiva.
300 tonnellate di abiti usati, quel 99% di cui si parlava sopra: materiale non vendibile né riciclabile che dovrebbe finire in discarica o incenerito e che invece è stato ammassato in questo impianto, creando una bomba ecologica.
Altro capannone di un'altra società che avrebbe dovuto occuparsi del recupero dei materiali tessili: anche qui una bomba ecologica, una discarica abusiva per un totale di 300 tonnellate.

In questo momento gli abiti dismessi, gli scarti tessili alimentano la terra dei fuochi, sempre in Campania: è un problema ambientale, di aziende che frodano le leggi, di un business illegale che interessa anche le mafie (come era emerso anche dall'inchiesta Mafia Capitale a Roma).

Ma ci sono anche piccoli illeciti: a Milano i rifiuti tessili possono essere raccolti solo da due società autorizzate dal comune, ma si trovano ancora cassonetti abusivi.

Roberto Cavallo è un esperto di sostenibilità: ha fatto assieme alla giornalista di Presadiretta un test, ha messo un localizzatore dentro una giacca messa in un cassonetto a Milano, uno in Piemonte e altri nel Lazio.
Ha scoperto che i due giacconi di Milano sono finiti ad Aversa e i due del Lazio a Casoria: in ogni fase della filiera, trasporto, raccolta e deposito finale, ha scoperto una frode.
Manca il monitoraggio e il controllo, le norme ci sono, ma vanno fatte rispettare.

LA raccolta di indumenti usati se fatta bene, può essere virtuosa: spesso dietro ci sono cooperative, come la Humana: coi vestiti rivenduti nel sud del mondo si finanziano opere in questi paesi.

Ma la sostenibilità economica di questa filiera è bassa: per fare una raccolta secondo le regole ci sono costi alti, la qualità dei prodotti raccolti è bassa (il fast fashion), la percentuale di prodotti riciclabili è bassa.

La commissione parlamentare sui rifiuti sta investigando anche sulla filiera del riciclo del tessile, e questa è una buona notizia.
L'economia circolare nel tessile ci serve per diminuire le emissioni di co2, per evitare che i prodotti da riciclare si ammassino nei depositi, per evitare che si inquini l'aria e l'acqua.
Specie l'acqua vicino ai grandi impianti tessili.

Greepeace sta monitorando lo stato delle acque vicino ai distretti industriali in Cina e nel sudest asiatico: le acque sono inquinate dai processi tessili, che poi riforniscono i grandi brand occidentali, capi che indossiamo anche noi.
Formaldeide, Ftalati, Tossilati, metalli pesanti, solventi, coloranti, sono tutti presenti nei nostri vestiti e sono una minaccia: sono cancerogeni, minacciano la nostra fertilità, oltre ad essere pericolosi per l'ambiente.

I 44 campioni comprati dalla giornalista sono stati analizzati dal BuzziLab: cosa si trova all'interno di questi capi?
Nelle stampe di magliette e felpe si trovano gli ftalati, oltre i limiti.
Le zip metalliche contengono piombo sopra il limite per sei volte.
Nei bottoni dei jeans è stato trovato il cadmio, un alto metallo neuro tossico.
Gli Apeos, presenti in questi tessuti, sono come degli ormoni, possono condizionare la fauna acquatica ed entrano nel ciclo alimentare dell'uomo.
Su 44 campioni, in 40 erano contaminati Apeos: proibiti in Europa, ma permessi nelle filiere in Cina e nell'est asiatico.

La campagna di Greepeace ha costretto importanti brand nel mondo a sposare la scelta di eliminare queste sostanze chimiche pericolose.
Una trentina di aziende tessili a Prato ha aderito all'impegno con Greenpeace, Detox: si sono impegnate ad abbandonare l'uso di sostanze chimiche a rischio, di far analizzare le acque prima e dopo: l'impulso di Confindustria di Prato potrebbe essere copiato da altri distretti.
Queste certificazioni, questo impegno, ha un costo: ma le acque dei fiumi ora sono più pulite.

IL professor Uricchio, ricercatore del CNR, ci ha fatto capire l'importanza di ridurre gli inquinanti nell'industria tessile: ci sono 12mila sostanze tossiche nei tessuti, che possono entrare in contatto con noi.
Molte di queste sono poco monitorate, come lo PFAS nelle acque: il CNR sta studiando l'effetto mix di queste sostanze, ovvero il loro effetto combinato.

Secondo la FAO, nel 2040 il pianeta non avrà acqua pulita per tutti: per l'Italia la situazione delle acque è però migliorata, ma lo stesso dobbiamo monitorare il nostro ambiente, limitare l'uso delle sostanze tossiche – ha spiegato Uricchio.

Gli stilisti eco-friendly

Ci sono stilisti che producono collezioni sostenibili, realizzati con tessuti scelti dal consorzio Detox, prodotti da filiere sostenibili, con fibre riciclate e senza sostanze a rischio.
Sono stilisti giovani, che producono capi durevoli, belli, pensati per salvare il mondo di domani.

Cecilia Fefè, appena laureata allo IED ha mostrato in studio la bellissima collezione degli studenti dello IED: la moda eco-sostenibile non è una moda povera, ma è una moda colorata, non noiosa. Noi consumatori dovremmo essere più consapevoli di quello che compriamo, non pensare solo al prezzo basso e ad un modello usa e getta.

Fashion Revolution è una piattaforma che si pone come obiettivo di cambiare le cose nel mondo del tessile, produrre meno capi, ridurre gli scarti tessili, scegliere meglio i prodotti e sprecare di meno.
Noi cittadini siamo responsabili di ciò che compriamo: questo non vuol dire che si perderanno posti di lavoro, perché la piattaforma si pone anche come obiettivo di valorizzare i lavoratori in Bangladesh e Cina.
Lavorare sotto sindacati, pagati decentemente, tutelati.

L'inquinamento delle acque per la plastica.

I nostri vestiti contribuiscono all'inquinamento di plastica nei mari e nei fiumi: plastiche che troviamo ad esempio nei capodogli spiaggiati sulle nostre spiagge.
Se i volumi di produzione delle plastiche aumenteranno, che fine faranno le nostre spiagge, i nostri fondali: il robot di Greenpeace mostra le immagini dei fondali dei mari dove troviamo lattine, buste di plastica e poca traccia di vita.

E poi c'è il problema delle microplastiche, frammenti inferiori a pochi millimetri: sono invisibili ai nostri occhi e derivano dalla degradazione di altri oggetti e dai vestiti sintetici.
Le microplastiche arrivano ai nostri mari dalle lavatrici: per esempio dal lavaggio di una coperta in pile, fatta in poliestere, quante microplastiche si producono?
Per 1 kg di tessuto, sono 125 milligrammi: se rapportato a milioni di lavatrici, si può capire l'enormità del problema.
Ad oggi non esistono filtri delle acque capaci di bloccare queste microplastiche: una volta che finiscono nel mare, sono mangiate da pesci che poi finiscono sulle nostre tavole.
Ma le microplastiche sono capaci di assorbire sostenze nocive: mangiando una sardina, possiamo mangiare fibre plastiche che possono avere nocivi sul nostro corpo, effetti che oggi si stanno studiando.
Effetti sul sistema immunitario, effetto sul sistema endocrino.

Che fare?
Comprare tessuti con qualità delle microplastiche migliore, fare cicli di lavaggio a temperature inferiori con meno centrifughe.
Sono comportamenti che dovrebbero diventare di massa: non possiamo rinunciare al poliestere, ma possiamo riusare il tessuto, riciclare i capi.

Il distretto di Prato è riuscito a risalire la china, dopo la crisi del 2009, puntando sulla sostenibilità e sul riciclo: un'economia circolare e virtuosa, che riprende l'esperienza dei cenciaioli di fine '800.
Si prendono gli stracci, si associano per colore e gradazione di colore, si lavorano con macchinari che non inquinano le acque, grazie a dei depuratori.
L'acqua che arriva dal ciclo industriale viene depurata e poi re immessa nel ciclo industriale nuovamente: dagli stracci si produce la lana meccanica che poi viene venduta in tutto il mondo.

La Manteco è un'azienda di questo distretto, che è arrivata quasi a scarto zero, mentre la Rifò è un'azienda che produce capi a partire da capi riciclati.
Ma in Italia abbiamo una norma sfavorevole per il riutilizzo degli scarti tessili: qui deve venire in soccorso la politica che deve valorizzare l'esperienza del distretto di Prato e degli imprenditori che ne fanno parte, rendendo più semplice il loro lavoro.

Fabrizio Tesi ha invitato la politica a cambiare la normativa sul riciclo: non definisce in modo chiaro quando finisce il rifiuto e dove inizia la materia prima, queste aziende corrono il rischio di essere accusati di traffico di rifiuti.
E' lo stesso che è successo coi pannolini fatti con materiali riciclati: serve un provvedimeto di tipo end of waste anche per il tessile.

Sergio Cristofanelli – dirigente al ministero dell'Ambiente, ha garantito che i decreti per l'end of west arriveranno, entro l'anno.
L'economia circolare è un pezzo del futuro che conviene sia alle imprese, che ai cconsumatori che all'ambiente.

09 settembre 2019

Le inchieste di Presadiretta – panni sporchi


Una puntata dedicata all'industria dell'abbigliamento e alla sua sostenibilità ambientale: non basta lavare gli abiti per renderli puliti, il servizio di Presadiretta racconterà dell'impatto sull'ambiente (l'aria, l'acqua) delle industrie che producono i capi che indossiamo. Se vogliamo veramente salvare l'ambiente, dobbiamo iniziare a convertire queste aziende, sostenendo anche nuovi costi per riconvertire gli impianti, andando ad erodere i profitti di queste imprese.

Preoccupa che debba essere una ragazzina di tredici anni a ricordarci tutto questo: se non abbattiamo le emissioni del 50% in dieci anni scateneremo una reazione irreversibile, di cui tutti saremo responsabili.
Bene: dopo l'industria petrolifera, quella della moda è la più inquinante al mondo con 98 milioni di tonnellate annuali di risorse non rinnovabili utilizzate, 93 miliardi di metri cubi di acqua e 1,2 miliardi di tonnellate di CO2 emessa”.
Una t-shirt in acrilico è quella che impatta peggio come impatto climatico, per la sua produzione si emettono 8,5 kg di co2: lo dice il professor Iraldo, docente di Management della sostenibilità alla Sant'Anna di Pisa.
Equivalgono a 74 km percorsi con un'auto di media cilindrata.

Oltre a queste t-shirt, c'è poi il problema delle microplastiche liberate dai lavaggi domestici dei capi sintetici: sono i frammenti di plastica inferiori ai 5 mm racconta alla giornalista Giuseppe Ungherese di Greenpeace, che derivano dalla frammentazione di pezzi di plastica più grandi, ma anche dai vestiti che indossiamo.
Dalla lavatrice ai nostri mari dunque: il CNR di Biella è l'unico centro specializzato nel tessile, qui i ricercatori hanno fatto un test speciale per Presadiretta, con l'obiettivo di misurare quante microplastiche escono dal lavaggio di una copertina di pile e i risultati saranno mostrati nel corso della puntata.

Ma nel mare, in superficie e anche in profondità, lontano dai nostri occhi, non ci sono solo i frammenti di plastica: sulle spiagge troviamo buste, bicchieri, posate e altri oggetti abbandonati. Il robot di Greenpeace si è immerso nelle acque dei nostri mari per raccontarci cosa si trova nei fondali.

Il servizio dei giornalisti di Presadiretta racconterà degli inquinanti (contenuti nei capi) che finiscono in mare, di come solo l'1% degli abiti può essere riciclato (e che fine fa il restante 99%): ma esiste anche una moda sostenibile, non meno bella e Presadiretta racconterà anche di questa.

La seconda parte del servizio sarà dedicata alla qualità dell'aria: una buona parte degli italiani vive in un contesto dove l'aria è avvelenata da inquinanti che provengono sia dai riscaldamenti domestici e dai mezzi di trasporto.
Facciamo fatica a riconvertire i riscaldamenti e ancora più fatica a cambiare le abitudini degli italiani quando si devono spostare (e le amministrazioni pubbliche fanno poco per invogliare ad usare mezzi pubblici o addirittura le bici).
Ma cambiare si deve e si può fare: l'avvelenamento della Pianura Padana (causa di malattie alle vie respiratorie) non è qualcosa di irreversibile.

Sul Fatto Quotidiano di oggi, Riccardo Iacona da alcune anticipazioni del servizio  
Anatema sull’industria!Dagli elettrodomestici ne viene fuori la plastica, si sa: così dalle lavatrici come dalle lavastoviglie; Panni sporchi è il titolo del servizio, la puntata di stasera avrà questo tema – l’industria tessile – ma il pezzo emozionante che abbiamo in serbo è su Prato.La città toscana le cui celebri manifatture sono adesso in mano cinese.Questo è quello di cui parlano tutti, Presadiretta, invece, racconta la straordinaria realtà di Prato dove l’industria tessile rimette in circolo l’economia; hanno saputo chiudere il ciclo senza sversamenti tossici; ci sono chilometri di condutture per raccogliere i liquidi di lavorazione e riconsegnare poi l’acqua chiara; un progetto di riconversione Green di “alternativa ai rifiuti” messa in atto da Fabrizio Tesi e che l’amministrazione della città ha fatto proprio.Un esempio positivo.Un bellissimo esempio positivo; un fatto politico da sostenere, ed è quello di prendere una città inquinata e restituirla pulita ai suoi cittadini. Ma parliamo anche di aria. Prato è la prima realtà urbana a mettere in campo la forestazione. Ci si propone di far respirare. È l’idea dell’Urban jungle di Stefano Mancuso, il teorico scienziato che ha collaborato con Stefano Boeri, l’artefice del Bosco verticale di Milano….
Lo stesso Boeri che dei tronchi del Friuli travolti dall’alluvione ne ha fatto una vertiginosa scenografia al Teatro Greco Antico di Siracusa, qui il progetto politico è chiaro: la bellezza salverà il mondo.Molto più semplicemente, la buona amministrazione; sarà naif dirlo ma fosse per me, farei un nuovo partito: il partito dei sindaci. La politica ha un tempo di realizzazione molto lento. Quella che parla con le conferenze stampa deve assecondare il mood del venghino siori, venghino; deve vendere il proprio prodotto – la patata al prezzo migliore – e guadagnare compratori. Ecco, tutto questo no, si dovrebbe stabilire un patto laico con la clientela e dire “questo è ciò che si può fare”; la politica non è religione, non reclama il fideismo, se Milano gestisce bene il ciclo delle acque bisogna investire su questo preciso fatto e senza preclusioni ideologiche perché poi, a Savona, Ilaria Caprioglio, la brava sindaca di centrodestra, non sta seguendo il copione degli altri del suo schieramento – togliere le panchine da sotto il culo degli immigrati – ma sta lavorando a un progetto qualificante fatto di asili nido e di una precisa visione urbanistica: sta avvicinando la città al mare; farei il partito di quelli che hanno fatto cose buone, di quelli che hanno trovato il metodo. Io ho una piccola trasmissione di 16 puntate e con le telecamere racconto la realtà ma se fossi direttore di un telegiornale confezionerei i servizi sulle cose che funzionano, sui posti dov’è resa facile la vita delle mamme, dove le strade sono a misura di bambino, dove le amministrazioni – come a Bolzano – istituiscono un patto per la natalità….


La scheda del servizio:

Puntata dedicata all’impatto ambientale del sistema moda.L’industria dell’abbigliamento infatti, è la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella del petrolio. Consuma 98 milioni di tonnellate all’anno di risorse non rinnovabili, 93 miliardi di metri cubi di acqua e soprattutto, emette circa 1.2 miliardi di tonnellate di CO2. E dei 100 miliardi di pezzi prodotti ogni anno, meno dell’1 per cento viene riciclato in nuovi vestiti. 
Che fine fa allora la spazzatura tessile? Le falle nel sistema di raccolta degli indumenti usati nei cosiddetti cassonetti gialli e il costo dello smaltimento degli scarti tessili per le industrie del settore. PresaDiretta si è messa sulle tracce degli sversamenti illegali nella già martoriata terra dei fuochi.E ancora, cosa c’è negli abiti che indossiamo?In esclusiva per PresaDiretta, i risultati delle analisi sulla composizione dei tessuti e sulle sostanze chimiche presenti. L’industria della moda infatti, utilizza nella fase di produzione più di 2000 sostanze chimiche e alcune di queste possono essere tossiche. La Campagna Detox promossa a livello internazionale da Greenpeace per eliminare le sostanze pericolose dalla filiera produttiva.E cosa fare per contrastare le microplastiche liberate dai lavaggi domestici dei nostri capi sintetici? L’esempio virtuoso di un’azienda italiana che ha trovato il modo di rigenerare il nylon, come quello delle reti da pesca abbandonate, e trasformarlo in un nuovo tessuto. 
E infine il distretto tessile più importante d’Europa, quello di Prato, dove si fa economia circolare da 170 anni. Qui si ricicla tutto, anche l’acqua. E sui 5 miliardi di fatturato dell’intero distretto, ben 1,5 derivano dal settore del riciclo. Perché grazie alla tradizione e all’innovazione anche la moda può essere sostenibile. 
Nello studio di PresaDiretta, ospiti di Riccardo Iacona, Orsola De Castro opinion leader della moda sostenibile e fondatrice di Fashion Revolution, campagna globale per una moda etica; gli studenti dell’Istituto Europeo del Design, i giovani stilisti impegnati a progettare e realizzare abiti a impatto zero; Fabrizio Tesi, imprenditore del riciclo tessile e presidente di un’associazione che riunisce ben 130 aziende del settore; lo scienziato del CNR Vito Felice Uricchio un grande esperto di sostanze inquinanti.E poi l’appuntamento con “Futuro Presente”, con le inchieste dedicate al mondo che verrà. Nella seconda puntata PresaDiretta affronta il problema dell’aria che respiriamo, con ARIA PULITA. Il 90% della popolazione mondiale vive in territori avvelenati dagli agenti chimici e in Italia la Pianura Padana resta al secondo posto come area più inquinata d’Europa. Ma invertire il trend negativo è possibile. A PresaDiretta gli esempi virtuosi delle Amministrazioni che puntano sul verde per restituire ai cittadini aria pulita da respirare. 
PANNI SPORCHI” e “ARIA PULITA” Sono un racconto di Riccardo Iacona con Teresa Paoli, Alessandro Macina, Paola Vecchia, Djamila Borra, Andrea Vignali, Fabrizio Lazzaretti.