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11 settembre 2022

21 anni dopo – 11 settembre

Io me lo ricordo ancora dov’ero 21 anni quando, nel pomeriggio dell’11 settembre 2001, due aerei di linea americani venivano dirottati e mandati a schiantarsi contro le Torri Gemelle a New York.

In ufficio la notizia arrivò dai canali internet: avevamo anche una piccola televisione, dove seguivamo l’avvicendarsi delle notizie. Un incidente. No, impossibile dopo il secondo schianto. Allora è un attentato. Un attentato organizzato da due gruppi di attentatori di Al Qaeda, un’organizzazione terroristica islamica: questa volta ad essere colpito non era un obiettivo lontano (sebbene solo otto anni prima c’era stato un attentato nei sotterranei delle Torri). A bruciare erano due palazzi simbolo di New York.

Cosa è successo dopo, anche questo me lo ricordo: da una parte la psicosi di nuovi attacchi, per la scoperta di quanto potessimo essere vulnerabili. Dall’altra la risposta di “pancia” nei confronti dei diversi, le persone con la faccia diversa dalla nostra. Bombardiamoli, uccidiamoli.

La guerra in Afghanistan contro il regime dei talebani e poi, nel 2003, la guerra in Iraq, con la bugia delle armi di distruzione di massa.

Sebbene Al Qaeda ricevesse finanziamenti dai sauditi, come Saudita era Bin Laden e sebbene 15 dei 19 dirottatori fossero sauditi, l’amministrazione Bush decise di attaccare l’Afghanistan, per una occupazione durata poi 20 anni e terminata col ritorno dei talebani.
D’altronde i legami tra Bush padre e figlio e l’Arabia erano molto stretti, lo racconta nel suo documentario Michael Moore, Fahrenheit 9/11: il 7% dell’economia americana era nelle loro mani, erano soci dentro il gruppo Carlyle, un gruppo con forti interessi nel settore della difesa, su cui arrivarono miliardi di fondi pubblici per le spese militari.

Si arrivò poi alla guerra in Iraq, per abbattere il regime di Saddam Hussein ritenuto colpevole (in base a prove false) di avere contatti con Al Qaeda e di essere in procinto di realizzare armi di distruzione di massa. Non era vero: Bush, Blair, Powell, hanno mentito al mondo.
Quello che importava erano i profitti che sarebbero arrivati per la guerra, con la spartizione del petrolio iraqeno.
Se non ci fosse stato il lavoro di Wikileaks e il coraggio di poche “gola profonda” nel sistema militare non sapremmo nemmeno dei crimini di guerra, delle torture di Abu Ghraib, delle rendition (come quella dell’Imam Abu Omar qui in Italia), di quanto successo a Guantanamo.

Se avete voglia di approfondire, leggetevi Il potere segreto della giornalista Stefania Maurizi (Chiarelettere). Da una parte la retorica della guerra per esportare la democrazia, dall’altra le falsità di un presidente che manda in guerra ragazzi di poco più di vent’anni e che, cosa ancor più ignobile, si permise pure di tagliare i fondi per l’assistenza dei militari coi postumi della guerra.

A 21 anni da quell’11 settembre 2001 cosa rimane? Viviamo un’epoca dove è stato sconfitto il terrorismo? Abbiamo esportato la democrazia in Iraq e Afghanistan?

Si sono rafforzati gli strumenti sovranazionali per gestire le controversie tra paesi?
La guerra in Ucraina ha fatto irruzione nelle nostre vite: da una parte un regime, quello di Putin, deciso a riconquistare la sua zona di influenza ai confini dell’Europa, senza preoccuparsi delle scelte dei popoli. Dall’altra la Nato e gli Stati Uniti che stanno alimentando questa guerra che non sembra destinata a terminare a breve.

Ancora una volta si assiste al tifo, alla propaganda della guerra, al doversi schierare da una parte o dall’altra, pena l’essere ritenuti complici o amici del nemico.
Quel nemico, Putin, che fino a poco tempo fa erano nostro partner commerciale: a Putin e al suo gas ci siamo legati nel corso degli anni e dei governi passati.

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza.

George Orwell 1984

13 dicembre 2018

Il ritorno del terrorismo

Il nuovo terrorista (di matrice islamica, ma sempre terrorista rimane) non è più un esperto del Corano come gli esponenti di Al Qaeda, martiri senza peccati alle spalle: Cherif Chekatt (l'attentatore di Strasburgo) era stato arrestato più volte, non era uno sconosciuto per le forze dell'ordine. Come ha potuto colpire in quel modo, senza che venisse fermato prima?

Chi ha seguito la prima parte della puntata di ieri di Atlantide, la trasmissione di inchiesta di Andrea Purgatori, ha ora più chiaro in mente perché l'Europa e, in particolar modo, alcuni paese in particolare siano più vunerabili agli attentati del terrorismo di matrice islamica.
Scarsa cooperazione tra servizi, informazioni in mano all'intelligence che non arrivano ai poliziotti di frontiera, poche risorse e molti obiettivi da monitorare: dei circa 5000 europei andati in Siria, si stima che circa un terzo siano tornati in Europa e una parte di questi è stata preparata per compiere attentati.
Sembrano poche 1500 persone da seguire, molte delle quali già note alla polizia perché hanno dei precedenti alle spalle.
D'altronde l'Europa è unita sulla moneta, sull'atteggiamento da seguire nei confronti dei migranti, nel controllo del dei conti sull'economia e meno sul resto.
Non esiste un'uniformità sulle leggi antimafia e nemmeno sul terrorismo.
E nemmeno sulla fiscalità, su regole antidumping, sulla questione dei paradisi fiscali (vedi il Lussemburgo di Juncker).

Una riflessione se questa sia l'Europa che vogliamo dovremmo anche farla.