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22 settembre 2024

Anteprima Presadiretta – un mondo di scarti

Gli scarti come gli elettrodomestici che non usiamo più perché rotti e che finiscono gettati nelle campagne. Ma anche gli scarti sociali, i giovani che oggi sono costretti ad emigrare (al nord o anche fuori dall’Italia) nella speranza di trovare fuori quello che in questo paese è loro precluso. Un futuro, un lavoro con un salario dignitoso.

Si torna a parlare del sud, dopo la puntata di domenica scorsa sulla sanità negata in Calabria e sugli effetti devastanti che avrebbe l’autonomia differenziata. Come mai negli ultimi venti anni più di un milione di giovani se ne sono andati via dal sud e continuano ancora oggi ad emigrare? Quali sono le conseguenze per il meridione che sta perdendo i suoi ragazzi migliori? Purtroppo queste conseguenze sono evidenti sotto i nostri occhi: lo spopolamento progressivo, il declino delle comunità locali e una economia dipendente da trasferimenti esterni.

Queste le domande di Riccardo Iacona nell’anticipazione del servizio: le grandi fabbriche del sud ora sono chiuse o sono in forte difficoltà, compresa l’Ilva a Taranto dopo l’ultima sciagurata gestione di Arcelor Mittal.

Non è solo un problema di posti di lavoro persi, ma è anche un tema
ambientale: quelle aziende che diventeranno reperti archeologici di un miraggio industriale, sono anche bombe ecologiche, perché piene di veleni. Oltre al danno dell’occupazione c’è anche la beffa perché la gente si ammala perché esposta a sostanze cancerogene. Succede a Crotone dove le telecamere di Presadiretta racconterà di uno scandalo poco noto.
L’ex zona industriale tra Crotone, Cerchiara e Cassano dello Ionio 22 anni è stata inserita nella lista dei “siti di interesse nazionale”, SIN, ovvero la lista delle aree più inquinate d’Italia, zone compromessi da inquinanti e che avrebbero bisogno di interventi complessi di bonifica per poterli restituire alla popolazione. Dagli anni ‘20 del secolo scorso fino agli anni ‘90 qui era insediata una zona industriale (legata al settore chimico e all’alimentare) che avrebbe dovuto creare benessere e che invece ha inquinato i terreni e il mare antistante coi rifiuti nocivi da metalli pesanti cadmio, zinco, piombo e arsenico e, nella zona del porto, anche di mercurio.
Gli scarti industriali sono stati usati negli anni 90 per costruire case e strade in varie zone di Crotone, negli alloggi popolari, in una scuola e perfino nel parcheggio della Questura.
Il processo, partito dalle indagini nel 2008, è finito in nulla: tutti i responsabili delle aziende coinvolte sono stati assolti dal reato di disastro ambientale, mentre il reato di discarica illegale è finito in prescrizione.
Ma gli effetti di questa bomba ecologica di cui nessuno risponderà sono ancora vivi sulla pelle della popolazione, come dimostrano i dati sull’incidente dei tumori.

Poi, come si è detto, c’è il servizio sui rifiuti tecnologici, cellulari, frigoriferi, lavatrici che oggi finiscono abbandonati nelle discariche illegali nei campi, persino in Africa. Infine la domanda che ci facciamo tutti sull’obsolescenza programmata: perché un elettrodomestico dura così poco ed è difficile da riparare?
Questi rifiuti, se non trattati correttamente possono rilasciare sostanze nocive nell’ambiente contaminando il suolo e le falde acquifere causando ulteriori disastri ambientali: quando vediamo una discarica illegale, in Lombardia, nel Lazio o in Calabria, dobbiamo pensare ad una bomba ecologica che minaccia la vita delle persone e della fauna.

I rifiuti elettronici

La produzione mondiale dei rifiuti elettronici supera di cinque volte la nostra capacità di riciclarli, per questo finiscono dappertutto, persino in Africa.
Oppure nelle campagne di Tivoli come mostrerà il servizio di Presadiretta di questa sera: in un’area privata a pochi metri dall’autostrada del sole e del fiume Aniene sono state abbandonate centinaia di carcasse di vecchi frigoriferi, in quella che è stata chiamata “frigo valley”, in mezzo ad un parco col prezioso lichene che cresce sullo strato superficiale del travertino. Ora il lichene è coperto da questi frigoriferi smembrati.

SE le grandi aziende vendono un grande elettrodomestico e chi lo acquista paga anche lo smaltimento e poi lo smaltimento viene fatto in maniera illecita significa che c’è qualcuno che sta trattenendo quei soldi illecitamente – spiega a Presadiretta un volontario che sta monitorando questa discarica illegale: si tratta di ecoreati.
Noi consumatori dovremmo renderci conto di una cosa – racconta il servizio: quando buttiamo un elettrodomestico nel cassonetto stiamo buttando soldi, perché il contributo ambientale per riciclarli lo stiamo pagando noi, stiamo pagando il riciclo, dovremmo invece pretendere che il nostro rifiuto sia riciclato come si deve.
Presadiretta ha visitato uno dei siti dove si riciclano i materiali dagli elettrodomestici: Ottone, Rame (vale tra gli otto e i nove euro al kg), Argento (a seconda del valore il suo prezzo passa da 600 a 700 euro al kg).
Ci sono materiali ancora più preziosi: l’oro (vale più di 70mila euro al kg), la polvere di Rodio (vale 150mila euro al kg), la polvere di Litio, tutti materiali rari con proprietà fisiche incredibili, frutto del riciclo dei rifiuti elettronici.


I nostri rifiuti arrivano fino in Africa: il servizio mostrerà un’enorme discarica illegale ad Accra, in Ghana che il governo aveva smantellato già una volta tre anni fa, ma qui i rifiuti continuano ad arrivare e ad essere bruciati, come se niente fosse. E’ un inferno di rifiuti dove pascola il bestiame e dove persone di Mohamed recuperano il ferro e gli altri metalli da televisori e altri piccoli elettrodomestici. Una forma di riciclo rudimentale, un’economia sommersa che da lavoro a migliaia di persone ma che porta dietro anche malattie e degrado.
E tutto perché nella civile Europa e in Italia non si riesce a mettere in pista un processo di riciclo che coinvolga tutti, aziende e privati.


Completamente diversa è la situazione in Austria dove la cultura della riparazione è molto diffusa, anche attraverso i Repair Cafè dove alcuni volontari si prestano a riparare gratuitamente oggetti elettronici che non funzionano più, anche vecchie radio che, come racconta il proprietario nel servizio, fanno uno strano rumore e che spera possa tornare a funzionare per il resto della sua vita. Perché questo non dovrebbe valere per tutti gli elettrodomestici?
O anche una idropulitrice, normalmente si rompe sempre lo stesso pezzo e la gente la butta via e ne compra una nuova, ma basta sostituire il pezzo rotto – come mostra sempre il servizio – ed è fatta : Sepp Eisenriegler è il fondatore della Repair Network, nei suoi negozi si riparano ogni sorta di prodotti elettronici.
“La mia prima lavatrice è durata sessant’anni, oggi non durano più di sei anni, ma sono ottimista.”

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione dei servizi:

È dal 2002 che il ministero dell’Ambiente ha istituito il Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Crotone-Cassano-Cerchiara in Calabria, dando mandato a Eni Rewind di occuparsi della bonifica. Sono aree industriali dismesse dove, fino agli anni ’90, si produceva zinco, acido fosforico, fertilizzanti. Lavorazioni che hanno lasciato contaminanti e sostanze tossiche sul territorio. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità ci dicono che ci sono eccessi di mortalità per tutte le cause e per tutti i tumori.

La bonifica è stata promessa ai cittadini per anni, ma la seconda fase, che prevede lo smaltimento delle sostanze contenute nell’enorme discarica fronte mare, è in stallo. In Conferenza dei servizi nel 2019, tutte le istituzioni si erano messe d’accordo perché Eni Rewind portasse questi rifiuti fuori regione. Ma dopo 5 anni, ad agosto, c’è stato il colpo di scena: il ministero dell’Ambiente ha dato mandato a Eni Rewind di cominciare a smaltire i rifiuti pericolosi in una discarica di Crotone. Il Comune, la Provincia e la Regione hanno annunciato ricorso al Tar contro il decreto ministeriale. E i tempi si allungano, mentre i cittadini aspettano ancora.

La scheda del servizio:

Ad appena 40 km da Roma, la frigovalley, una distesa di frigoriferi smembrati e abbandonati. Alle porte di Accra, in Ghana, la più grande discarica del mondo di televisori, computer, telefonini. Dall’Italia all’Africa, un viaggio tra i rifiuti elettrici ed elettronici, una potenziale miniera di metalli e materiali preziosi. Intanto il sistema di recupero e l’economia circolare funzionano sempre meno, alimentando illegalità e inquinamento. In Austria invece, lo Stato paga il 50% della riparazione degli oggetti elettronici. Tutto questo a "PresaDiretta" in "Un mondo di scarti", in onda domenica 22 settembre, alle 20.35, su Rai 3.
Ad "Aspettando PresaDiretta", dalle 20.35 fino alle 21.25 circa, il Meridione che perde i suoi migliori cervelli. Reportage tra Piemonte e Basilicata: da un lato università all’avanguardia anche grazie agli iscritti del Sud, dall’altro centri sempre più desertificati. Aspettando Attenzione concentrata su chi, nel Meridione, non riesce a coniugare aspirazioni di vita e opportunità di lavoro. In un ventennio se ne sono andati più di 900 mila under 35. Riccardo Iacona è andato al Politecnico di Torino, dove i ragazzi del sud vanno a studiare e lì restano. Perché, grazie ad aziende e incubatori di start up, trovare lavoro è facile. E ha percorso le strade svuotate della Basilicata, i paesi con case disabitate e sempre meno scuole, perché insieme ai ragazzi ormai lasciano il sud anche i loro genitori. Ha incontrato professori e studenti dell’università di Potenza, che appena laureati se ne vanno, lasciando la Regione più povera economicamente e culturalmente. Ospiti in studio: il direttore generale della Svimez Luca Bianchi e Antonella Ricciardi, laureata alla Bocconi, testimone in prima persona dell’emigrazione lucana.
E poi la puntata "Un mondo di scarti", un viaggio che parte dalla Frigovalley, un’area del Comune di Tivoli diventata una distesa sterminata di carcasse di frigoriferi abbandonati da anni. E poi una straordinaria inchiesta tra negozianti, operatori, centri di recupero, ambientalisti che mette in evidenza i troppi buchi della filiera di raccolta e riciclo dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Così si buttano via metalli e materiali preziosi: rame, alluminio, argento, oro e terre rare e si favorisce l’aumento dell’illegalità. Un viaggio che prosegue in Africa ad Accra, la capitale del Ghana dove si trova la più grande discarica di Raee del mondo. PresaDiretta ha raccontato l’inferno delle vite di chi vive di rifiuti elettronici. Uomini che trascorrono le giornate a bruciare televisori, computer e pannelli solari per isolare i metalli preziosi. Donne che trasportano carichi pericolosi e velenosi. Bambini che frugano nelle montagne di rifiuti elettronici per guadagnare qualche soldo. Un’economia del riciclo sommersa e informale che dà lavoro a migliaia di persone, ma anche inquinamento, malattie, degrado, morte. Inquinamento e malattie con i quali sono costretti a convivere anche i cittadini del crotonese, in attesa da vent’anni della bonifica dell’area ex Pertusola e dell’intero sito ex industriale, una delle zone più inquinate d’Italia. Dove si producevano zinco, acido fosforico, fertilizzanti, oggi c’è una discarica con un milione di tonnellate di rifiuti interrati. E promesse mai mantenute. Ultima tappa del viaggio, Vienna, dove la cultura della riparazione è sostenuta da voucher statali e comunali. Contro le strategie di obsolescenza programmata che ci costringono a buttare i prodotti elettronici al primo guasto, la politica ha scelto di finanziare al 50% il costo della riparazione e così di allungare la vita dei nostri apparati. 
"Un mondo di scarti" è un racconto di Riccardo Iacona con Chiara Avesani, Teresa Paoli, Paola Vecchia, Emilia Zazza, Eugenio Catalani, Fabio Colazzo, Matteo Delbò, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

10 settembre 2019

Presadiretta – panni sporchi

L'impatto ambientale dell'industriatessile, quanto è inquinata l'aria che respiriamo e quello che possiamo fare. Ma prima la consueta (da questa stagione) pagina di Sabrina Giannini sull'alimentazione.

Indovina chi viene a cena

Dalla Cina della scorsa puntata, agli Stati Uniti, dentro il laboratorio di Minneapolis: qui stanno lavorando ad un progetto per far battere il cuore fuori dal corpo umano.
A cosa serve? Per i trapianti di organi, per consentire il trasporto del cuore, che spesso necessita di qualche ora, prima di arrivare al paziente.
Si sono ispirati al cuore dell'orso, anzi a mamma orsa che fa nascere i cuccioli mentre è ancora in letargo: li hanno studiati, i cuori degli orsi, i loro acidi biliari che proteggono i loro cuori.
Ricerche fatte in modo scientifico senza danneggiare la salute degli orsi.
Diversamente da quanto accade in Cina con la presunta medicina tradizionale, che prescrive la bile degli orsi senza alcuna valutazione scientifica.
Il professor Iaizzo cosparge il cuore di questa bile sintetico e una miscela di acidi, per consentire il suo battito anche una volta trapiantato, anche per sette ore.
Tutte sostanze sintetiche, più affidabili ed etiche rispetto a quelle prelevate dagli orsi allevati.

A Taiwan troviamo la più grande fabbrica cinese di farmaci, sempre realizzati secondo la medicina tradizionale: le medicine derivano da piante, processate e dosate con formule antiche ma con macchinari moderni.
La medicina tradizionale è molto in voga in Cina, i medici prescrivono queste cure in alternativa alla medicina moderna.
Erbe e radici come ginseng e liquirizia, da noi usate per caramelle e dolci: in Cina si usano per le mestruazioni, per la menopausa, per lo stress.
Ad essere segreto è la dose, non gli ingredienti.
Ma funzioneranno?
Che prove hanno per dire che una certa miscela di vegetali cura una patologia?

Questa medicina, che va usata assieme alla medicina moderna, potrebbe curare anche il cancro, la malattia dei nostri giorni?
Alla Yale University, il professor Cheng sta studiando un rimedio per il cancro partendo da antiche formule della medicina del suo paese: forse ha veramente trovato la formula giusta, andando a leggersi antichi testi, vecchi di centinaia di anni.
Nella pillola 906 si trovano i 4 ingredienti vegetali ed è stata testata su diversi tipi di tumori e aiuterebbe l'azione di altri farmaci antitumorali.
L'obiettivo è dare scientificità alla medicina antica cinese, alla fitoterapia: non basta l'esperienza, serve un processo controllato, serve un impianto che certifichi il prodotto finale.

La Cina vuole conquistare il mercato della fitoterapia nel mondo, coi suoi prodotti.
Come l'Artemisimina, scoperta da una professoressa cinese, che cura la malaria.

Presadiretta – panni sporchi

Il governo Conte bis forse raccoglierà la proposta di Presadiretta, creare nuovi asili per sconfiggere la crisi demografica.
Vedremo se ascolterà anche quanto racconterà stasera, a proposito di inquinamento, microplastiche, gli abiti prodotti dalla nostra industria tessile.

Ma l'industria tessile è la secondo industria più inquinante, dopo quella petrolifera, produce capi che sono difficilmente riciclabili: il forte impatto ambientale di questa industria della moda, 1,2 miliardi di co2 emessa, dovrebbe costringere le aziende a sentirsi responsabili dei cambiamenti climatici.
Una T-shirt prodotta da fibre sintetiche, come il poliestere ha un forte impatto, più del cotone, che però in fase di coltivazione è molto più idroesigente.
Le fibre tessili però possono essere riciclate solo all'1%: molti dei capi che acquistiamo per poco provengono dall'estero, Cina o Bangladesh.
I campioni presi dalla giornalista Teresa Paoli, sono stati analizzati in uno studio di Prato, il BuzziLab: il cashmere dichiarato nell'etichetta non è presente, ma sono presenti viscosa e poliestere.
In molti dei capi, le etichette non erano valide, erano frodi del commercio: è un problema per il compratore, ma è un problema anche di riciclo, perché capi con viscosa o nylon non sono rigenerabili.

Altri test sono stato fatti a Prato, dall'associazione riciclo: bassi prezzo significa bassa qualità, i capi multicolore e multi fibra non si riciclano, racconta alla giornalista l'esperto.
Sono vestiti che possono finire nel mercato di seconda mano, certo, ma essendo capi di cattiva qualità non avranno vita lunga: significa che andranno in discarica creando altri rifiuti.

Il fast fashion occupa il 20% del mercato: quanti di questi hanno etichette false?
La produzione tessile è raddoppiata ma nello stesso tempo la durata di questi indumenti è calata: ma dove finisce la spazzatura tessile?

A Cercole in Campania, la GDF sta facendo una indagine sulle aziende che riciclano prodotti tessili: uno di questi impianti era stato trasformato in una discarica abusiva.
300 tonnellate di abiti usati, quel 99% di cui si parlava sopra: materiale non vendibile né riciclabile che dovrebbe finire in discarica o incenerito e che invece è stato ammassato in questo impianto, creando una bomba ecologica.
Altro capannone di un'altra società che avrebbe dovuto occuparsi del recupero dei materiali tessili: anche qui una bomba ecologica, una discarica abusiva per un totale di 300 tonnellate.

In questo momento gli abiti dismessi, gli scarti tessili alimentano la terra dei fuochi, sempre in Campania: è un problema ambientale, di aziende che frodano le leggi, di un business illegale che interessa anche le mafie (come era emerso anche dall'inchiesta Mafia Capitale a Roma).

Ma ci sono anche piccoli illeciti: a Milano i rifiuti tessili possono essere raccolti solo da due società autorizzate dal comune, ma si trovano ancora cassonetti abusivi.

Roberto Cavallo è un esperto di sostenibilità: ha fatto assieme alla giornalista di Presadiretta un test, ha messo un localizzatore dentro una giacca messa in un cassonetto a Milano, uno in Piemonte e altri nel Lazio.
Ha scoperto che i due giacconi di Milano sono finiti ad Aversa e i due del Lazio a Casoria: in ogni fase della filiera, trasporto, raccolta e deposito finale, ha scoperto una frode.
Manca il monitoraggio e il controllo, le norme ci sono, ma vanno fatte rispettare.

LA raccolta di indumenti usati se fatta bene, può essere virtuosa: spesso dietro ci sono cooperative, come la Humana: coi vestiti rivenduti nel sud del mondo si finanziano opere in questi paesi.

Ma la sostenibilità economica di questa filiera è bassa: per fare una raccolta secondo le regole ci sono costi alti, la qualità dei prodotti raccolti è bassa (il fast fashion), la percentuale di prodotti riciclabili è bassa.

La commissione parlamentare sui rifiuti sta investigando anche sulla filiera del riciclo del tessile, e questa è una buona notizia.
L'economia circolare nel tessile ci serve per diminuire le emissioni di co2, per evitare che i prodotti da riciclare si ammassino nei depositi, per evitare che si inquini l'aria e l'acqua.
Specie l'acqua vicino ai grandi impianti tessili.

Greepeace sta monitorando lo stato delle acque vicino ai distretti industriali in Cina e nel sudest asiatico: le acque sono inquinate dai processi tessili, che poi riforniscono i grandi brand occidentali, capi che indossiamo anche noi.
Formaldeide, Ftalati, Tossilati, metalli pesanti, solventi, coloranti, sono tutti presenti nei nostri vestiti e sono una minaccia: sono cancerogeni, minacciano la nostra fertilità, oltre ad essere pericolosi per l'ambiente.

I 44 campioni comprati dalla giornalista sono stati analizzati dal BuzziLab: cosa si trova all'interno di questi capi?
Nelle stampe di magliette e felpe si trovano gli ftalati, oltre i limiti.
Le zip metalliche contengono piombo sopra il limite per sei volte.
Nei bottoni dei jeans è stato trovato il cadmio, un alto metallo neuro tossico.
Gli Apeos, presenti in questi tessuti, sono come degli ormoni, possono condizionare la fauna acquatica ed entrano nel ciclo alimentare dell'uomo.
Su 44 campioni, in 40 erano contaminati Apeos: proibiti in Europa, ma permessi nelle filiere in Cina e nell'est asiatico.

La campagna di Greepeace ha costretto importanti brand nel mondo a sposare la scelta di eliminare queste sostanze chimiche pericolose.
Una trentina di aziende tessili a Prato ha aderito all'impegno con Greenpeace, Detox: si sono impegnate ad abbandonare l'uso di sostanze chimiche a rischio, di far analizzare le acque prima e dopo: l'impulso di Confindustria di Prato potrebbe essere copiato da altri distretti.
Queste certificazioni, questo impegno, ha un costo: ma le acque dei fiumi ora sono più pulite.

IL professor Uricchio, ricercatore del CNR, ci ha fatto capire l'importanza di ridurre gli inquinanti nell'industria tessile: ci sono 12mila sostanze tossiche nei tessuti, che possono entrare in contatto con noi.
Molte di queste sono poco monitorate, come lo PFAS nelle acque: il CNR sta studiando l'effetto mix di queste sostanze, ovvero il loro effetto combinato.

Secondo la FAO, nel 2040 il pianeta non avrà acqua pulita per tutti: per l'Italia la situazione delle acque è però migliorata, ma lo stesso dobbiamo monitorare il nostro ambiente, limitare l'uso delle sostanze tossiche – ha spiegato Uricchio.

Gli stilisti eco-friendly

Ci sono stilisti che producono collezioni sostenibili, realizzati con tessuti scelti dal consorzio Detox, prodotti da filiere sostenibili, con fibre riciclate e senza sostanze a rischio.
Sono stilisti giovani, che producono capi durevoli, belli, pensati per salvare il mondo di domani.

Cecilia Fefè, appena laureata allo IED ha mostrato in studio la bellissima collezione degli studenti dello IED: la moda eco-sostenibile non è una moda povera, ma è una moda colorata, non noiosa. Noi consumatori dovremmo essere più consapevoli di quello che compriamo, non pensare solo al prezzo basso e ad un modello usa e getta.

Fashion Revolution è una piattaforma che si pone come obiettivo di cambiare le cose nel mondo del tessile, produrre meno capi, ridurre gli scarti tessili, scegliere meglio i prodotti e sprecare di meno.
Noi cittadini siamo responsabili di ciò che compriamo: questo non vuol dire che si perderanno posti di lavoro, perché la piattaforma si pone anche come obiettivo di valorizzare i lavoratori in Bangladesh e Cina.
Lavorare sotto sindacati, pagati decentemente, tutelati.

L'inquinamento delle acque per la plastica.

I nostri vestiti contribuiscono all'inquinamento di plastica nei mari e nei fiumi: plastiche che troviamo ad esempio nei capodogli spiaggiati sulle nostre spiagge.
Se i volumi di produzione delle plastiche aumenteranno, che fine faranno le nostre spiagge, i nostri fondali: il robot di Greenpeace mostra le immagini dei fondali dei mari dove troviamo lattine, buste di plastica e poca traccia di vita.

E poi c'è il problema delle microplastiche, frammenti inferiori a pochi millimetri: sono invisibili ai nostri occhi e derivano dalla degradazione di altri oggetti e dai vestiti sintetici.
Le microplastiche arrivano ai nostri mari dalle lavatrici: per esempio dal lavaggio di una coperta in pile, fatta in poliestere, quante microplastiche si producono?
Per 1 kg di tessuto, sono 125 milligrammi: se rapportato a milioni di lavatrici, si può capire l'enormità del problema.
Ad oggi non esistono filtri delle acque capaci di bloccare queste microplastiche: una volta che finiscono nel mare, sono mangiate da pesci che poi finiscono sulle nostre tavole.
Ma le microplastiche sono capaci di assorbire sostenze nocive: mangiando una sardina, possiamo mangiare fibre plastiche che possono avere nocivi sul nostro corpo, effetti che oggi si stanno studiando.
Effetti sul sistema immunitario, effetto sul sistema endocrino.

Che fare?
Comprare tessuti con qualità delle microplastiche migliore, fare cicli di lavaggio a temperature inferiori con meno centrifughe.
Sono comportamenti che dovrebbero diventare di massa: non possiamo rinunciare al poliestere, ma possiamo riusare il tessuto, riciclare i capi.

Il distretto di Prato è riuscito a risalire la china, dopo la crisi del 2009, puntando sulla sostenibilità e sul riciclo: un'economia circolare e virtuosa, che riprende l'esperienza dei cenciaioli di fine '800.
Si prendono gli stracci, si associano per colore e gradazione di colore, si lavorano con macchinari che non inquinano le acque, grazie a dei depuratori.
L'acqua che arriva dal ciclo industriale viene depurata e poi re immessa nel ciclo industriale nuovamente: dagli stracci si produce la lana meccanica che poi viene venduta in tutto il mondo.

La Manteco è un'azienda di questo distretto, che è arrivata quasi a scarto zero, mentre la Rifò è un'azienda che produce capi a partire da capi riciclati.
Ma in Italia abbiamo una norma sfavorevole per il riutilizzo degli scarti tessili: qui deve venire in soccorso la politica che deve valorizzare l'esperienza del distretto di Prato e degli imprenditori che ne fanno parte, rendendo più semplice il loro lavoro.

Fabrizio Tesi ha invitato la politica a cambiare la normativa sul riciclo: non definisce in modo chiaro quando finisce il rifiuto e dove inizia la materia prima, queste aziende corrono il rischio di essere accusati di traffico di rifiuti.
E' lo stesso che è successo coi pannolini fatti con materiali riciclati: serve un provvedimeto di tipo end of waste anche per il tessile.

Sergio Cristofanelli – dirigente al ministero dell'Ambiente, ha garantito che i decreti per l'end of west arriveranno, entro l'anno.
L'economia circolare è un pezzo del futuro che conviene sia alle imprese, che ai cconsumatori che all'ambiente.