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26 dicembre 2025

Delitto sotto la Mole di Maurizio Blini

Torino, sabato 10 febbraio 2024.

Piazza Rebaudengo Guardo l’ora, le undici passate, è buio e fa un freddo cane. Mi stringo nel giubbotto guardando in strada. Il taxi arriva in pochi minuti. Lo guida una donna. È carina, ha gli occhi azzurri e il rossetto rosso fuoco. Mi fissa per qualche istante dallo specchietto retrovisore. Poi sbotta: «Non è più una bella zona come una volta questa.»

Viviamo nell’epoca dei delitti mediatici, raccontati ed eviscerati in televisione in ogni singolo dettaglio. Ma le indagini, quelle vere, che passano per la raccolta delle testimonianze, ore a visionare immagini delle telecamere (quando ci sono), ad incrociare tabulati, ad analizzare anche le prove raccolte dalla “scientifica”, sono un altra cosa e Maurizio Blini, ex poliziotto, lo sa bene.

A Torino ha ambientato i suoi gialli con protagonisti la coppia di investigatori Vivaldi e Meucci, dirigenti della squadra Mobile torinese.

In questo romanzo sono già diventati ex poliziotti andati in pensione e tornati sotto la Mole dopo una lunga vacanza a Cuba.

Il caso vuole che proprio Maurizio Vivaldi sia testimone in diretta di un omicidio, mentre si appresta a varcare il portone di casa.
Un semaforo rosso, uno stridio di gomme, due killer che si avvicinano ad una macchina e poi una sequenza di spari. Un’esecuzione in piena regola, in pieno giorno a Torino.

Sul posto accorrono subito gli ex colleghi di Vivaldi, non solo quelli della Mobile, ma anche gli investigatori della Digos, perché il morto non era uno qualunque:

«Antonino Strangio…» «Quello Strangio ? U Tignusu ?» Ripeto.
«Già…» Cazzo. Se mi hanno visto e riconosciuto sono un uomo morto.

Antonio Strangio, ndranghestista che era stato al vertice di enormi traffici tra cui quello di armi verso paesi africani. Si può dire una vecchia conoscenza di Vivaldi che, assieme a Meucci, era aveva indagato a lungo su di lui fino a farlo arrestare.

Ma poi erano subentrati i servizi e Strangio era improvvisamente sparito dalla circolazione, forse una nuova identità in cambio della rivelazione dei suoi segreti.
E ora, dopo quasi trent’anni, questa morte, questo “delitto sotto la Mole”: per quale motivo era tornato a Torino “U Tignusu”? Che traffici stata mettendo in piedi adesso?

Le indagini, coordinare dal pubblico ministero, sollevano subito problemi di rivalità tra la Mobile e la Digos (stava forse recuperando del materiale per un attentato), dentro cui si insinuano pure i cugini dell’Aise, che mettono sul piatto una soffiata che parlava di un container di esplosivo scomparso proprio a Torino.

Ma ci si può fidare dei servizi?

All’improvviso Vivaldi e Meucci si ritrovano nuovamente sul campo, coinvolti loro malgrado in questo caso spinoso: non solo perché Vivaldi è stato testimone del delitto, ma per le loro passate indagini sui traffici criminali del morto.

Da una parte c’è l’istinto di “sbirro”, quello che ti fa scattare crescere l’adrenalina in corpo e la voglia di dare una risposta a tutti i perché del delitto.

Dall’altra però, nei due poliziotti ora pensionati, c’è l’impressione di essersi ritrovati nel mezzo di un gioco più grande, come due pedini che, all’occorrenza potrebbero essere anche sacrificate.

E allora la tentazione di mollare tutto, di scappare da Torino, dal delitto Strangio, da quell’indagine pericolosa e dai contorni sfuggenti, è tanta.

Mi sento dannatamente solo. E se da una parte seguirei Meucci in una fuga strategica, dall’altra sono intimamente curioso di sapere, scoprire la verità. Questa indole bastarda che mi insegue con il fiato sul collo e che mi porterà alla tomba.

Il racconto si sdoppia, alternando i capitoli, tra l’indagine su Strangio e i suoi perché, con la storia di Daniela.

All’improvviso deve fare i conti con la morte della sorella Irene, di dieci anni più giovane, finita sotto le ruote di un tram per un incidente stradale. Tanti anni prima aveva abbandonato la famiglia e Asti in cerca di una sua libertà a Torino, una rottura che in questi anni non si era mai risanata.

Già, sua sorella, questa sconosciuta. In fondo non l’aveva mai capita. Altra generazione, mentalità. Forse non ci aveva nemmeno provato più di tanto. Chissà.

Dopo anni senza avere sue notizie, Daniela si ritrova nell’appartamento di Irene alle prese con le tante domande a cui non aveva voluto dare risposta nel passato.
Perché quella fuga a Torino? Aveva trovato poi una sua dimensione, una sua vita, nella città della Mole? Degli amici, un amore..
Fino alla scoperta di un diario.

Il destino ha voluto che sua sorella le parlasse da morta, che le raccontasse delle cose, che la coinvolgesse. Non può essere un caso, no. Quel diario era lì per lei. Per nessun altro. Sono affari di famiglia.

La storia raccontata nel diario personale di Irene porta Daniela a compiere una sua indagine sulla morte della sorella che, all’improvviso, da sconosciuta che era, prende forma e voce. Iniziando a parlarle della sua vita. E dei suoi

Come due rette non parallele, queste due storie, le indagini pericolose di Vivaldi e l’indagine sono destinate ad incrociarsi, una sola volta, in un sorprendente gioco di enigmi e inganni.

Interessante la scelta del doppio binario, non parallelo, con cui si sviluppa il racconto. Bello e realistico il racconto della Torino che sta dietro le due storie: la ex città industriale trasformata in città multietnica dall’immigrazione dai paesi del sud del mondo, crocevia di traffici criminali che sfuggono ad uno sguardo superficiale sulla ciittà.

L’unica nota negativa, il come l’autore racconta i pensieri dei protagonisti, che ho trovato poco realistico.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Frilli Editore
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

14 ottobre 2023

Non si uccide il primo che passa: L'estate rovente di Contrera, di Christian Frascella

 


Fa un caldo da morire, eppure parecchi di noi sono ancora vivi. È inizio luglio, si boccheggia. Me ne sto fuori, appoggiato alla vetrina della lavanderia di Mohamed, e guardo il traffico, la gente che sta male, quelli che potrebbero addirittura schiattarmi davanti agli occhi.

Diavolo di un Contrera, cacciato di casa dal terribile cognato, Ermanno il buon padre di famiglia, ridotto a vivere in una roulotte fatiscente, con una ex moglie caduta in crisi per quel bambino che avrebbe potuto riunirli, una figlia adolescente che non lo può vedere.
Eppure è ancora lui, coi suoi anfibi, con i soliti vestiti addosso anzi, solo una maglietta sudata perché fa caldo a Torino d’estate.

Barriera di Milano: si chiama cosí il mio quartiere, quello che mi ha dato i natali e pure le pasque, la mia tana, lo stagno nel quale imputridisce tutto.

Nonostante tutto, non ha ancora perso quella sua capacità di farsi odiare da tutti, per le sue battute sempre fuori luogo, per la sua consapevole superficialità, che assieme al suo egoismo lo ha portato a rovinare tutto nella sua esistenza. Una famiglia, un lavoro in polizia da cui è stato cacciato dopo essere stato beccato a spacciare droga, la fiducia nel padre, poliziotto, è riuscito pure a rovinare il rapporto con la ex fidanzata Erica .. Cosa gli rimane? Una sorella, Paola, che cerca di proteggerlo come può, quei due nipoti che stravedono per lui. E poi quella costante sete, sin dalla mattina, ogni momento della giornata, una sete che può solo placare con una Corona ghiacciata.

Come quella che si sta bevendo nel suo ufficio, che poi sarebbe la lavanderia dell’amico Mohamed, dove riceve i suoi clienti, la gente del quartiere Barriera di Milano, ex quartiere operaio oggi trasformato in una babele di mille lingue, dove convivono pensionati, immigrati, criminalità italiana e di importazione. Un quartiere dove “pulsava l’onesta vita operaia”:

.. cammino per Barriera, in mezzo a tutta questa gente sfaccendata, un occhio alle panchine di largo Lauro Rossi su cui sostano spacciatori, clienti, amici di spacciatori, amici di clienti e giovani disgraziati con la pelle d’ebano che hanno messo su una specie di partita a calcetto tra due altalene

Ma nonostante tutto, nonostante quella vita sempre sul ciglio del burrone, nonostante abbia rischiato la pelle più volte (l’ultima volta perfino in diretta video, in “Omicidio per principianti), Contrera è ancora qua. A cercare di risolvere i casi che gli affidano i suoi clienti: come per esempio Giulia, un’amica della sorella Paola che gli chiede di indagare sul marito, Enzo Marsala, un operaio come tanti, perché sospetta che la stia tradendo: i segnali ci sono tutti, una macchia di rossetto, torna a casa spesso tardi..

Enzo è cambiato. Si arrabbia spesso, prima non lo faceva quasi mai. Mi scolla di dosso quando cerco di abbracciarlo, non ha piú voglia di guardare la tele con me

Che fare? Poche settimane prima era l’eroe del quartiere Barriera e ora gli tocca seguire un sospetto fedifrago: ma per la sorella questo e altro e così Contrera si mette sulle tracce di questo Enzo, aspettandolo all’uscita del turno dalle presse.

Anche perché la vita non gli ha lasciato altro: non una casa, nemmeno una macchina, la ex moglie si sta lasciando andare e la figlia nemmeno lo vuole tenere più, per come le ha distrutto la vita. Solo quella incredibile sete, la voglia continua di una Corona. Sarò mica diventando un alcolista? No, queste Corona le riesco ancora a reggere.

Finché non finisce veramente ubriaco, dopo una sera al bar, tanto da dover essere accompagnato a casa dalla sua amica Giorgia, la bella ragazza etiope che, memore delle cattiverie che Contrera le aveva fatto da piccolo, gli aveva spezzato il braccio in palestra.

Ma quello che sembrava un incarico banale e semplice, è destinato a diventare altro: per una serie di circostanze, assieme a Giorgia, si mette alle costole di Enzo che, uscito dal lavoro, anziché tornare a casa, carica una prostituta e si apparta in una zona periferica. Eccolo il segreto di Enzo, pensa Contrera: ma improvvisamente qualcuno spara due colpi che uccidono l’uomo e improvvisamente trasformano un caso di corna in un omicidio.

.. l’uomo al volante attira la mia piú completa attenzione sporgendo il braccio e puntandomi addosso la canna di un revolver. Non c’è piú tempo per pensare, c’è solo un attimo in cui so che sto per essere ammazzato..

Omicidio duplice, perché Contrera si ritrova una pistola puntata in faccia, una volta sceso dalla macchina per andare a controllare come sta la ragazza, nigeriana scoprirà poi, che stava assieme ad Enzo.

Sarà un calcio volante di Giorgia a salvargli la vita, ma nulla potrà salvarlo dall’arrivo della volante a cui Contrera a Giorgia dovranno spiegare molte cose: cosa erano lì a fare? Cos’hanno visto?

Non ha molti amici nella vita, il nostro investigatore e nemmeno in Questura, dove incontra il dirigente della Mobile che è stato proprio colui che l’ha cacciato.

Il buon senso direbbe, una volta tornato a casa dopo una lunga notte, di lasciar perdere quel caso. Eppure Contrera non sarebbe Contrera se lasciasse le cose a metà: a modo suo, deve comunque risolvere una indagine, sente nuovamente quella scossa che ti rende vivo.

Le grida della nera sconvolta dall’orrore. Un immediato spasmo mi blocca il respiro. Mi formicolano i piedi, le caviglie, i polpacci. Sono stanco. Sono distrutto. Sono io.

Dunque, chi era questo Enzo Marsala, apparentemente un operaio come tanti? L’indagine nella vita del morto porta a a scoprire che non era proprio una persona molto ben amata. Al lavoro aveva fatto le scarpe ad un collega più anziano per prendere una promozione. Nel passato aveva partecipato ad una rapina da cui si era salvato “cantando” il nome del socio. Da piccolo era stato in un orfanotrofio, un’esperienza che gli aveva lasciato brutte cicatrici dentro. Tanto da non riuscire ad ambientarsi bene con la famiglia adottiva. Un ragazzo ribelle, che passava le giornata in una certa enoteca a giocare a poker coi suoi pochi amici (sempre che fossero veramente amici) e ad esibire un anello prezioso.

Ladro, assassino, fedifrago. Sta venendo fuori un bel quadro a tinte fortissime. Ma cos’altro è la biografia di un uomo se non l’insieme di tutti i suoi peccati?

C’è una teoria, in fondo che potrebbe spiegare questo delitto:

Il motivo non lo so. Ma ho una teoria.
– Quale?

Non si uccide il primo che passa.


E quel coccodrillo che Contrera osserva preoccupato sulla copertina del libro, cosa vuol dire?

Scoprire l’assassino potrebbe essere ancora più pericoloso di quanto Contrera possa pensare: quell’uomo di colore che gli ha puntato la pistola in faccia la sera dell’omicidio è un soldato del “papa nero”, il capo della criminalità nigeriana che gestisce il traffico di droga e la prostituzione. Droga e corpi, perché per queste persone non si tratta di donne, ma di corpi da sfruttare fino in fondo.

Ora deve stare veramente attento Contrera quando gira nel quartiere. Perché si è messo in mezzo agli affari del papa nero, facendo domande in giro, cercando di avvicinare quella ragazza che stava assieme ad Enzo quella sera e di cui l’operaio si era innamorato. Già una volta si è salvato davanti al papa nero. La seconda volta è stato un calcio dell’amica Giorgia. Ma ora come andrebbe a finire?

Ecco, qualcosa lo potete intuire dall’immagine in copertina.

Cinico, disilluso, incapace di voler bene agli altri come anche a sé stesso. Eppure Contrera riesce non solo ad essere simpatico e, a modo suo onesto, per quel suo raccontare la sua vita in prima persona senza voler nasconderci nulla, a nudo (anche perché fa molto caldo in questa estate). E riuscirà anche a trovare il famoso bandolo della matassa: ancora una volta riuscirà a conquistarsi il suo momento di celebrità, “l’ultimo detective di Barriera”.
E la sua vita, riuscirà a sbrogliare anche quella matassa?

Sarà l’ombra del padre, Contrera come lui e poliziotto come lui, a salvargli la pelle e, forse, a dargli quello spunto per cercare di cambiare le cose. Anche nella sua famiglia.

Scorre tutto liscio, senza intoppi in questo romanzo: la scrittura di Christian Frascella, veloce e senza troppi fronzoli. Christian Frascella ci porta dentro un’altra Torino, che non è quella di piazza San Carlo, ma quella del quartiere Barriera di Milano, dove le fabbriche han lasciato il posto alle piazze di spaccio. Dove gli operai sono stati sostituiti da immigrati che diventano subito manovalanza per la criminalità perché questa è l’unica possibilità che viene data loro.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il pdf col primo capitolo.

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08 novembre 2022

Cena di classe, di Alessandro Perissinotto e Piero d’Ettorre


La prima indagine dell’avvocato Meroni

22 febbraio 2018. Ore 6.27

Stava facendo di nuovo quel sogno. Non proprio un incubo, però un sogno torbido. Come le altre volte si trovava in tribunale. Sul banco degli imputati c'era Bin Laden, non quello verto, certo, il Bin Laden del loro lessico familiare, quello che era entrato a forza nella sua vita e in quella di Rossana; lui cercava di guardarlo in faccia, ma i due carabinieri gli facevano schermo, perché nessuno potesse scorgerne la fisionomia. E lui, dal suo scranno di avvocato di parte civile, si sporgeva, si muoveva, si agitava, ma non otteneva altro risultato se non quello di beccarsi un richiamo dal presidente: "Avvocato Meroni, stia fermo e non mi faccia perdere la pazienza. Lei non ha diritto di guardare in viso l'imputato qui presente."

Alla Passione per il delitto, la rassegna letteraria dedicata al noir e al thriller, avevo ascoltato con molto interesse la presentazione dei due autori, cominciata con un breve reading di alcuni passaggi di questo romanzo che si svolge a Torino, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 2018 e che ha come protagonista un avvocato, Giacomo Meroni.
Chi è Giacomo Meroni, avvocato penalista? E’ un avvocato che crede fortemente nella sua missione, garantire al suo assistito la migliore difesa possibile. Crede anche nella giustizia, che non è né forcaiola (come spesso qualcuno vorrebbe, per saziare la pancia delle persone, spesso dopo delitti che colpiscono l’opinione pubblica), ma nemmeno garantista nel senso di fare qualunque trucco pur di salvare l’assistito dal processo (e non nel processo).
Ma Giacomo Meroni è stato anche ufficiale dei carabinieri, come lo era stato prima di lui il padre, ucciso in uno scontro a fuoco in un posto di blocco dove nemmeno doveva esserci, maledetto destino e maledetti criminali.
Questo suo passato gli ha lasciato qualcosa, dentro, come racconta egli stesso: oltre ad una vasta rete di conoscenze nel mondo dell’arma, sempre utili, gli ha lasciato dentro quello spirito del detective, per cui non gli basta difendere le persone che arrivano nel suo studio, il prestigioso studio Actis-Meroni (Actis è il cognome del genero di Giacomo, il padre della moglie Rossana)

Difendere gli assassini gli procurava sempre un certo disagio. I colleghi ripetevano che il compito dell'avvocato è quello di garantire l'equità del processo, non di stabilire la verità e ancor meno quello di far condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti. Però a lui, forse per via di suo padre, che da carabiniere ci era vissuto e morto, a lui, Giacomo Meroni, la verità interessava.

Di quale verità si dovrà occupare, in questo caso, Giacomo Meroni? Una mattina di febbraio si presenta al suo studio una “madamin”, Vittoria Corbini: “una donna secca, rifinita, più scialba che austera nel suo vestitino grigio in misto lana, del bon pat, a buon prezzo, che pure doveva essere quello per le occasioni importanti..”.

Il figlio, Riccardo, è stato arrestato quella mattina dai carabinieri, all’alba (“l’ora canonica degli arresti a sorpresa”) con un’accusa infamante: aver ucciso una sua ex compagna di classe al termine di una festa, l’ultima festa di classe prima della maturità, avvenuta nell’estate del 1984. La ragazza si chiamava Antonella Bettini ed era stata ritrovata nel fienile della tenuta dove era avvenuta la festa, col cranio spaccato. Uccisa dopo aver subito una violenza sessuale.
Il classico cold case rimasto irrisolto per anni che, però, grazie alle tecniche moderne, si è potuto riaprire.
Prima di scoprire cosa ha fatto riaprire il caso, questo romanzo ci porta dentro il carcere delle Vallette, come comunemente viene chiamata la casa circondariale Lorusso e Cotugno: è il nome di due guardie del carcere uccise dai brigatisti negli anni ‘70, quando questo paese specie al nord era attraversato da una guerra asimmetrica che aveva travolto le vite di centinaia di persone.
La prima cosa che ci salta addosso, entrando in un carcere, è il rumore delle chiavi, che ci chiudono dentro, i corridoi, le stanze, escludendo tutto ciò che sta fuori.
Qui, in questo mondo (che gli autori per motivi di lavoro conoscono bene), Giacomo Meroni conosce il suo nuovo assistito Riccardo Corbini: si dice che le prime impressioni su una persona siano le più veritiere. Ecco, nel caso di Riccardo, l’immagine è quella di una persona grigia, che conduce una vita monotona, sempre uguale, senza nessuna moglie o fidanzata. E una madre la cui presenza deve aver molto condizionato la sua vita (forse per questo a Giacomo viene in mente quel film di Hitchcock, Psycho):

“Credevo di essere stato chiaro, signor avvocato. Non sono stato io ad uccidere Antonella Bettini, non ero neppure a quella festa. Non ho mai ucciso nessuno, non ho mai stuprato nessuno [..]”
E di nuovo in quella voce, nella veemenza di quelle affermazioni, Giacomo credette ancora di trovare che contraddiceva il senso delle parole pronunciate. Ma di nuovo non insistette.

È come se l’indagato Riccardo Corbini, non si renda conto nemmeno di trovarsi in carcere con l’accusa di stupro. Che non si renda conto di quello che rischia: il carcere a vita.

C’è qualcosa che nasconde, questo Riccardo Corbini, all’apparenza una persona normale, come se non volesse essere del tutto sincero col suo avvocato.
Lui, continua a ripetere, non era a quella festa, non era una persona socievole, non aveva legato con nessuno dei compagni e delle compagne di quella quinta del liceo linguistico.
Eppure.

Eppure se il pm ha richiesto il carcere per l’indagato, significa che dopo tutti questi anni ha in mano qualcosa: si tratta della fatidica prova del DNA, un fazzoletto trovato accanto al cadavere che, nonostante gli anni, ancora conserva tracce di quei filamenti che dicono un nome. Giacomo Corbini, appunto.
Di fronte a questa prova, la prova regina, molti avvocati cercherebbero di patteggiare una pena, senza nemmeno porsi il problema se il suo assistito sia colpevole o meno. Ma Giacomo non è così: il dna associa Corbini al luogo del delitto ma non alla scena del crimine e questa non è una sottigliezza.

Certo, deve fidarsi di questo Corbini, che per come si comporta sembra faccia di tutto per ostacolare il suo avvocato. Ci sono i vecchi compagni da interrogare, per cercare una qualche altra pista. E poi c’è quel pm, parodia dei procuratori “poco garantisti”, uno di quelli con la verità in tasca (su cui gli autori hanno un pochettino calato la mano).

Si arriverà così al processo dove assisteremo allo scontro tra l’accusa e la difesa, con le strategie messe in atto da una parte e dall’altra, seguendo le norme prescritte dal codice di procedura penale.
Fino all’attesa della camera di Consiglio.

3 maggio 2018. Ore 15.30
Il tempo della Camera di Consiglio scorre a due velocità diverse a seconda che si sia dentro o fuori. Dentro, gli dicevano, è un tempo accelerato, affollato. Fuori è rarefatto, consumato dall’ansia e svuotato di tutti i pensieri tranne uno.

Un bel legal thriller dove alla parte legal si associa una vera e propria indagine portata avanti da Meroni e dalla sua collaboratrice, Giulia, a cui Giacomo fa sia da tutor che da “maestro”, raccontandole quei pezzi della storia passata della sua città che hanno lasciato un’impronta nella sua anima: la storia delle due guardie carcerarie Cotugno e Lorusso, il clima pesante che si respirava nelle città del nord negli anni settanta. Un clima di paura che però non aveva intimidito la segretaria dei radicali, Adelaide Aglietta, che aveva accettato la nomina di giudice popolare al processo contro le BR. Un esempio di coraggio civile. Altro esempio di coraggio civile lo dimostrò il procuratore Bruno Caccia, ucciso dalla ndrangheta quando ancora non si voleva ammettere che le mafie fossero arrivate al nord.
Ma c’è una seconda indagine, molto più personale, che Giacomo Meroni, sta portando avanti da anni, precisamente da quel 11 settembre 2001. Il giorno in cui crollarono le Torri Gemelle dopo l’attacco terroristico, un pirata della strada investì sua moglie, Rossana Actis, lasciandola su una sedia a rotelle per il resto della vita.

Chi è questa persona a cui Giacomo, nemmeno nei suoi incubi (come leggiamo nell’incipit) riesce a dare un volto?
Ma tanto lui è ossessionato dalla caccia a questo pirata della strada, tanto la moglie ha deciso di scrollarsi di dosso tutto, accettando la menomazione, anzi sfidandola iniziando a gareggiare sulle piste di sci con un guscio speciale, su misura per lei. Perché la vita va avanti.

Nella presentazione a La Passione per il delitto i due autori, che sono anche amici nella vita, hanno spiegato la scelta nel voler scrivere un giallo, con questo personaggio molto umano, che racconti di questa distanza tra la verità e la verità giudiziaria, che possono essere distinte

Rispettando i canoni del giallo, abbiamo voluto raccontare questo: delle regole del processo, delle regole che disciplinano i rapporti col pm, col giudice, coi praticanti dello studio.

Abbiamo creato un personaggio che ha la schiena dritta, rispetta le regole deontologiche, il giuramento di fedeltà col proprio assistito ma anche di lealtà nei confronti dello Stato.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


29 ottobre 2022

La Passione per il delitto 2022 Marina Visentin presenta Jadel Andreetto e Guglielmo Pispisa, Davide Longo

Jadel Andreetto, Guglielmo Pispisa, Marina Visentin e Davide Longo

La scrittrice Marina Visentin presenta i libri degli scrittori

  • Jadel Andreetto e Guglielmo Pispisa, La parola amore uccide, Rizzoli
  • Davide Longo, La vita paga il sabato, Einaudi

Jadel Andreetto e Guglielmo Pispisa

I due autori si sono conosciuti anni prima col primo esperimento di scrittura collaborativa chiamato Kai zen: si partiva da incipit condivisi via mailing list o da un bestiario, un elenco di protagonisti di una storia.

L’idea di scrivere un giallo ha sempre stuzzicato i due autori: scrivere un libro con un protagonista che si ricordasse anche a fine libro, più che la storia raccontata. Dopo tanti altri esperimenti sono arrivati a questa coppia, l’investigatore e l’aiutante che sono due veri poliziotti, non due investigatori riluttanti, con tanti elementi di contrasto.
Gaetano Barcellona poliziotto messinese trasferito a Bolzano e il cowboy di Bolzano Karl Rottensteiner: il primo disponibile a scoprire il mondo che si segna su un taccuino le parole tedesche, a fianco il granitico sudtitolese con le sue fragilità.

Che città è Bolzano? È una città che dietro la sua faccia di ordine e pulizia nasconde un’anima criminale: ci sono stati attentati fino agli anni novanta, ci sono stati ben quattro serial killer.

Davide Longo

Lo scrittore ha iniziato come sceneggiatore per passare poi alla scrittura su carta: una scelta voluta da parte di Davide Longo, secondo cui la scrittura è l’unico modo di produrre quell’oggetto particolare che è il libro, uno degli ultimi prodotti artigianali rimasti, di cui uno scrittore è in grado di controllare tutta la sua vita, dall’inizio alla fine.

Vincenzo Arcadipane è un commissario torinese che conduce le sue indagini con l’aiuto di un collaboratore che più diverso di lui non potrebbe essere, l’ex commissario Bramard.

Quest’ultimo è il classico eroe bello e maledetto, colto e silenzioso, elegante. Arcadipane è un uomo che arranca nel suo mestiere: tutti e due sono dei freak, hanno delle grosse difficiltà a stare nella carreggiata dell’esistenza, tutti in parte zoppicano e si sono creati delle “stampelle” creando una compagnia e stando assieme.

Sono poliziotti non per un senso dello Stato, ma perché hanno un talento, quasi una ossessione compulsiva: mettere assieme le cose, risolvere gli enigmi, tutto il resto passa in secondo piano, anche le questioni affettive. Ossessività che ha a che fare col talento.

In questo romanzo c’è un delitto di una persona legata alla politica, la sua compagna (una vecchia diva del cinema) è scomparsa: il romanzo si muove tra Torino, la valle nel cuneese dove avviene il delitto e Roma, su tre piani temporali distinti.

Il sito della Passione per il delitto, i canali social Twitter, Facebook e Instagram.

24 dicembre 2020

Atlante freddo di Luigi Bernardi - trilogia criminale

 


All'inizio non avevo collegato, ho dovuto leggere la terza di copertina per capire come mai quel nome, Luigi Bernardi mi ricordasse qualcosa. Per la collana “Einaudi stile libero”, quei bei gialli dal dorso giallo (appunto) tra cui i gialli di Carlo Lucarelli (“Almost Blue”) e Loriano Macchiavelli (“Fiori alla memoria”).

C'è una sua frase, che ogni amante dei noir dovrebbe imparare a memoria, riportata nella prefazione a questa trilogia da parte di Tommaso De Lorenzis

Del crimine mi interessa il gesto e il senso, che non sono mai misteriosi in accezione 'giallistica', quanto fenomenali rappresentazioni del dramma primario: la vita come capacità di dare la morte.

Raccontare un omicidio, scrivere di un coltello che penetra la carne, di una pallottola che devasta il volto, di una madre che getta dal balcone il proprio bambino, è entrare nel mistero della psiche, l'unico che ha senso indagare.

Uno così, non poteva che amare e scrivere romanzi noir, storie di personaggi ai bordi della società, quelli relegati nelle periferie, persone nate sconfitte e destinate a rimanere ai margini, ad arrangiarsi per sopravvivere.

Persone come Chiara, la ragazzina dai capelli scuri e dai pensieri che ogni tanto scorrono fuori sincrono, che a nemmeno diciotto anni vive, in poche settimane, una serie di esperienze tragiche e dolorose. Ma da cui esce fuori sempre più matura e sempre più desiderosa di conoscere altre persone, fare altre esperienze.

E' lei a far da collante ai tre racconti ambientati a Bari, poi a Bologna e infine a Torino, seguendo una direzione da sud est a nord ovest dello stivale.

Vittima facile

Francesca cammina piano, stringe un libro al petto. Fa sempre così, si stringe qualcosa contro il petto quando cammina. Un sacchetto con dentro uno o due compact appena comprati, la busta di un negozio di maglieria, la pochette di tela indiana con i documenti e i soldi, oppure un libro, come oggi.

Vincenzino cammina disordinato, come chi non sa da che parte andare e potrebbe cambiare direzione a ogni momento. Ha lo sguardo sospettoso, colpisce tutto senza saldarsi su niente, niente tranne le gambe di Francesca.

Vincenzino è un giovane criminale di Bari: sin da piccolo ha avuto solo il crimine come sola prospettiva della sua vita. Perché Vincenzino, partendo dalla prima goliardata (un camion di bibite rubato e gettato in un fosso), fino a salire alle rapine alle poste e poi nelle banche, ha avuto come obiettivo solo quello di diventare qualcuno nel mondo della criminalità. Farsi notare dai boss per entrare anche lui nell'organizzazione.

Per questo decide di rapire quella ragazza, Francesca, che al bar ha sentito dire essere la figlia di uno che conta in città. Però il padre di Francesca non è solo uno importante: è uno dei capi di quella organizzazione che, da tempo, lo sta tenendo d'occhio. Non per reclutarlo, perché persone come lui non vanno bene nemmeno al crimine, perché troppo indisciplinato, perché quei piccoli criminali poi alla fine attirano solo l'attenzione delle forze dell'ordine e a suscitare una reazione da parte delle persone.

Chiara è la sua ragazza, la donna del capo. E' scappata da casa, scappata poi da Cosimo, l'ambulante con cui lavorava dopo che ha incontrato Vincenzino: ogni tanto i suoi pensieri è come se si inceppassero

“non c'è niente in lei che fili per il verso giusto, niente tranne i pensieri, che sono troppi, aggrovigliati e sempre fuori sincrono”.

Il rapimento non finirà bene, la scalata nelle gerarchie criminali finirà molto male..

Rosa piccola

Da Bari a Bologna: nella città delle Torri, Chiara incontra Nina, una ragazzina che vende le rose alle persone, assieme ad altri ragazzi, la sera dorme nel retro del magazzino di un commerciante, Benfenati.

Nina vende le rose, Natale vende merce porta a porta, Pedro bigiotteria e Kaled invece è l'uomo di fatica, quello che scarica la merce dai camion, ovviamente senza bolla, perché è tutto in nero.

Hanno tutti una storia alle spalle, una storia di fughe da un passato e anche da un'identità da lasciarsi alle spalle. Forse anche per questo Chiara lega subito con loro.

Ma nemmeno vendere bigiotteria è una cosa che Chiara vede nel suo futuro, non vuole finire come quelle mele aggrinzite nel cesto che nessuno mangia più.

Così, in una sera piovosa di Bologna, i destini di questi ragazzi si compiono, ciascuno riuscirà a scappare da quelle brandine nel magazzino:

“L'importante non è quello che ti porti dietro, conta più quello che ti lasci alle spalle”

Musica finita

A Torino Chiara si trova in mezzo ad una guerra che vede da una parte un piccolo ma potente criminale marocchino Abdellah, che ha investito i soldi sporchi dai suoi affari con armi, droga, prostituzione, nel settore dei phone center (siamo nei primi anni del terzo millennio e i telefonini ancora dovevano arrivare ma già c'era nelle nostre città la massa di immigrati che aveva bisogno di telefonare a casa).

Dall'altra parte dei reduci, sconfitti senza avere nemmeno l'onestà intellettuale di ammetterlo, degli anni della lotta armata. Persone che pensavano e pensano di cambiare il mondo con la violenza.

La bilancia della storia, non solo quella con la S maiuscola, penderà ancora una volta dalla parte del più cattivo. Perché Abdellah è sì un criminale, ma è anche uno che ha capito come fare affari in questo paese, dove chi ha i soldi, un buon avvocato e un buon commercialista ha sempre ragione.

Il criminale ripulito, se crea posti di lavoro, diventa subito un mecenate:

Abdellah ha capito gli italiani. E' gente che spesso si comporta in modo contrario rispetto a come dice di essere. Sono cattolici e gozzovigliano con il demonio. Sono bigotti e si scambino le mogli. Sono razzisti e pagano per scoparsi persone di colore. Sono mafiosi e pretendono anche il governo della legalità. Abdellah ha capito gli italiani e sa come rigirarseli.”

Da Bari a Torino passando per Bologna: attraverso le avventure di Chiara, diventata grande a diciotto anni, ci viene mostrato il lato nascosto delle nostre città, la vita degli esclusi e di quelli ai margini.

Ma, lo dice Chiara alla fine di questo viaggio, nella vita si può vincere anche senza arrivare primi, come il ciclista Balmamiom che vinse due giri d'Italia senza arrivare primo in nemmeno una tappa:

.. non bisogna avere fretta. Dopo ogni arrivo, c'è una nuova partenza, bisogna dosare le forze, pensare che c'è un dopo, qualcosa del genere. E anche che non c'è niente di peggio che sentirsi i primi della classe.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli

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06 luglio 2020

L'assassino ci vede benissimo, di Christian Frascella




La lunga notte di Contrera

Sono sdraiato accanto a Erica, e tra pochi mesi diventerò padre per la seconda volta. La guardo dormire alla debole luce che saetta dalle tapparelle. È bella anche nella semioscurità.

I capelli come un sole rosso attorno al viso sereno e appagato. Individuo le sue lentiggini. Dice che la piccola la prendevano in giro ..

Si apre con questa immagine placida e romantica il terzo romanzo di Christian Frascella della serie con Contrera. Ma non preoccupatevi, è solo la quiete (mattutina, al risveglio) prima della tempesta. La tempesta che si abbatterà sul nostro investigatore privato nelle successive 24 ore: “la lunga notte di Contrera”, forse un omaggio alla calda notte dell'ispettore Tibbs, dopo l'omaggio della copertina al taxista nevrotico di Martin Scorsese.

Bentornato Contrera, l'investigatore privato capace di distruggere quanto di bello ha attorno e di ficcarsi nei guai senza nemmeno rendersene conto.

Un matrimonio fallito alle spalle, una figlia di cui si è perso la crescita, cacciato via dalla polizia (per una partita di droga con cui scappare in Cosa Rica), un'onta per la polizia e per il padre, la cui ombra grava ancora sulla sua vita. Perché il padre era un riferimento per la gente del quartiere, che di lui si fidava.

Un baratro. Una voragine dentro la quale mi sono lasciato scivolare. Ho rubato cinque chili di coca dal magazzino della Narcotici, per rivenderla. Ma mi hanno beccato e cacciato dalla polizia. E mio padre si è suicidato. Sta tutta qua la mia vita..

Una vita di fallimenti, forse anche per una forma di autolesionismo, o forse per l'incapacità di essere sinceri con sé stessi e gli altri.

In fondo dentro di noi c'è un po' di Contrera. Ma almeno noi non giriamo il quartiere Barriera di Torino con una giacca militare e un paio di vecchi anfibi. Non riceviamo i nostri clienti nella lavanderia di Mohamed, in cui ricevere clienti come Abdellah, che nel suo paese sarebbe un infermiere, in Italia deve consolarsi di scaricare cassette di frutta a Porta Vittoria.

Abdellah a cui un concessionario senza scrupoli (ma con molte pezze d'appoggio anche nelle forze dell'ordine) ha venduto un bidone. Contrera dovrebbe aiutarlo a riprendersi i soldi.
E' questo il primo incarico di Contrera, altri ne arriveranno, altri soldi, anche sporchi, passeranno di mano.

Ma prima di infilarsi dritto dentro la “lunga notte” farà in tempo a rovinare per sempre i rapporti col cognato, con la figlia Valentina e con la fidanzata Erica.
Rischiando anche di essere impallinato da un anziano pensionato, uno di quelli per se si vede un ladro meglio sparare, non si sa mai...

Perché c'è una strana e brutta aria nel quartiere (e anche nel paese): in tanti stanno soffiando sul fuoco dell'intolleranza razziale per sfogare la propria rabbia.

E ancora una volta il nostro Contrera si trova in mezzo di questo scontro (e più avanti nella storia si troverà proprio nel centro del mirino): in mezzo a gente come l'amico Sergione, che sta mettendo in piedi una ronda di cittadini che vogliono farsi giustizia da sé contro gli spacciatori

.. hai visto com’è ridotto il quartiere? Droga e musi neri a tutti gli angoli, si son presi le nostre case, i nostri garage, i nostri negozi, la nostra libertà di portare a pisciare il cane la sera senza che ci succeda niente.

E gente come Eddie, l'amico nigeriano coi dread, che non è uno spacciatore, non fa parte della mafia nigeriana, ma ha il problema di avere la pelle di quel colore scuro.
Ma la calda notte è solo all'inizio: cosa può succedere di peggio, dopo aver rotto con la moglie, con la figlia, col cognato (col rischio concreto di non poter rivedere la sorella e i nipoti)?
Rimanere coinvolto in un omicidio: quello del kebabaro Basim, ucciso assieme ad un signore italiano col Borsalino a cui quei kebab piccanti piacevano proprio.
Eccola, la notte calda di Contrera: mentre una nebbia grigia avvolge la città rendendo tutto più inquietante, mentre la miccia dello scontro etnico tra immigrati e brava gente si consuma in modo fatale, il nostro investigatore deve portare avanti la sua indagine per salvare l'amico Eddie che, per una serie di circostante, è l'assassino più probabile.

Perché Contrera è anche questo: quel tipo di detective che prende tante botte ma che alla fine riesce a sbrogliare la matassa anche grazie al suo intuito. Arrivando a capire il chi e il perché di questo assassino, un assassino che ci vede benissimo.

Penso che l'assassino tirando le somme, sia un privilegiato: è l'unico a conoscersi fino in fondo, l'unico a sapere fin dove è capace di arrivare un essere umano. Noi tutti siamo a metà di un tunnel buio, lui invece ci vede benissimo.

Un po' Marlowe e un po' Coliandro (l'ispettore polizia di Carlo Lucarelli) Contrera si muove nel quartiere Barriera di Torino, ex quartiere operaio dove le tute blu sono state sostituite da pensionati, da commercianti che cercano una via di fuga, da immigrati di tutte le nazionalità, da spacciatori nigeriani (che stanno prendendo il posto dei vecchi ndranghetisti).

Una Babele di lingue e di popoli, con tanti suoni e tanti odori diversi, come in tante altre periferie d'Italia, coi suoi problemi di degrado, di abbandono, di insofferenza e di tensioni che crescono.

Il romanzo non è andato troppo distante dalla realtà, da quel mondo dove vivono persone che maturano le loro “fissazioni sballate” (farsi giustizia da soli, con le armi, con la violenza) nel vuoto della loro esistenza.
Oppure persone che cercano la loro vendetta proprio per dare un senso alla loro solitudine ...

Tutto questo è lo sfondo dell'indagine più difficile in cui Contrera sia mai stato tirato dentro, ad un passo da una sparatoria, tra vetrine spaccate, colpi di fucile e bombe dimostrative che di dimostrativo hanno poco.

Un mondo vero, che il nostro investigatore attraversa e a cui sopravvive con la sua dote di sarcasmo a volte veramente fuori luogo, ma che è anche la sua arma.

La scheda del libro sul sito di Einaudi
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06 giugno 2020

Il colpevole se ne frega, di Christian Frascella


Tutti gli uomini mangiano. Ogni uomo mangia a modo suo. Di solito a pranzo non torno a casa, mi arrangio in giro, un pezzo di pizza, un kebab non piccante, un hamburger da un euro – quelli per i poveracci – e una birra Corona, con o senza limone nel collo della bottiglia: sono un uomo dai gusti semplici, ma se il mondo somigliasse al mio apparato digerente ci sarebbero solo caos e scariche temporalesche.
Non conoscete Contrera? L'investigatore privato più famoso del quartiere Barriera di Milano (che poi è a Torino)? Non conoscete nemmeno il quartiere di Barriera, ex zona operaia delle tute blu dell'Iveco, Fiat, Magneti Marelli, oggi diventato una delle zone più multietniche della città?
Cammino per le strade di Barriera, incrocio italiani che conosco da sempre ed extracomunitari perlopiú senza permesso di soggiorno che conosco da poco; [..] Dio e Allah hanno fatto un patto e tutt’e due stornano lo sguardo da questa zona, ci lasciano cuocere a fuoco lento nel nostro brodo multietnico. Ma tant’è.

Ecco, questo breve racconto è l'occasione buona per rimettervi al passo: Christian ce lo regala, come Ebook, anche come medicina per curare la nostra solitudine nelle settimane del lockdown (ma potete leggerlo anche ora, dove possiamo incontrare congiunti, non congiunti, amanti e affini).
Contrera si presenta fin dalle prime pagine: ex poliziotto cacciato dopo essere stato beccato a spacciare un carico di droga sequestrato, un padre ex poliziotto pure lui, suicidatosi per la vergogna.
Una ex moglie e una figlia, Valentina, con cui ha un rapporto difficile. Una ragazza, che forse è diventata ex anche lui, che non vede da tempo. Una sorella (e due nipoti) che lo ospita a casa, nonostante l'ostilità del cognato, direttore di banca, che non perde occasione per rinfacciargli di essere ospite sgradito.
Una vita di fallimenti alle spalle e davanti solo un presente da investigatore privato, senza un ufficio, nemmeno un auto per pedinare le persone (come si vede nei film), o per seguire i casi dei pochi clienti. Clienti che riceve nella lavanderia di Mohamed che, magnanimo, gli ha concesso perfino un frigo dove tenere al fresco le sue birre Corona.
Io sono Matteo.
E cosa fa, Matteo? La cosa meno immaginabile: tira fuori una rivoltella e la appoggia sulla coscia tremante.
Clienti come Matteo, che si presenta nel suo “ufficio” con una pistola in mano, cosa che mette in agitazione il nostro Contrera.
E' venuto, armato ma senza cattive intenzioni, per raccontare una brutta storia che riguarda il fratello, Daniele: anni fa fu investito da un guidatore strafatto, che nemmeno si era accorto di aver messo sotto un uomo. Michele Sabino, questo il suo nome, dopo essere finito in una comunità, è tornato nel quartiere, nella casa di via Brandizzo, che la madre aveva promesso proprio a Daniele, come risarcimento per quanto gli era successo, ovvero finire in carrozzella per il resto della vita. 
Contrera dovrebbe andare da questo Michele e chiedergli .. già chiedergli cosa? Di andarsene? Deve mettergli paura? Nemmeno ha capito cosa deve fare, ma Contrera è uno che quando accetta un incarico deve andare fino in fondo.Arrivato a casa di Michele, dopo un felice incontro con uno spacciatore del quartiere, Contrera fa una brutta scoperta. Qualcuno è entrato nell'appartamento e lo ha ucciso, strangolandolo con un laccetto di plastica.
Gli chiederei come cazzo faccia a non avere freddo conciato cosí, a inizio novembre Giuro che glielo chiederei. Se solo potesse rispondermi. Se solo fosse vivo.
Cosa c'è di peggio di essere beccati dentro un appartamento dove c'è appena stato un omicidio, sta arrivando la polizia e te ne devi scappare a gambe levate? Sparare allo specchio scambiandolo per l'assassino.Così, oltre a dover spiegare alla polizia cosa ci faceva dentro quell'appartamento, ora deve pure dare conto di quel morto, inventandosi una storia che possa apparire credibile, per quanto possibile.
Non è che questa storia fa acqua da un piccolo foro nella camera d’aria. Questa storia è proprio uno scolapasta, l’esempio lampante di come certe stronzate non possano essere improvvisate cosí sul momento.
Chi ha ucciso Michele Sabino? Gli spacciatori del quartiere, dove non godeva di grande stima, raccontano che aveva iniziato a spacciare, vendendo a poco prezzo roba di poca qualità.Un vendetta tra pusher? Un “cliente” che, magari in un momento di crisi, lo ha fatto fuori?
Ecco, Contrera porterà avanti un'indagine collettiva, nel vero senso della parola, a metà tra il western-style e la commedia all'italiana, per arrivare al colpevole, quello che se ne frega del morto e della sua colpevolezza.
Il 30 giugno esce il terzo romanzo di Christian Frascella con protagonista Contrera: nell'attesa, potete iniziare a conoscerlo (e a conoscere il microcosmo di Barriera) con questo e-book.
La scheda del libro sul sito di Einaudi
I link per ordinare l'ebook su Ibs e Amazon

17 aprile 2020

La donna della domenica di Carlo Fruttero e Franco Lucentini


 
Il martedì di giugno in cui

Il martedì di giugno in cui fu assassinato, l’architetto Garrone guardò l’ora molte volte. Aveva cominciato aprendo gli occhi nell'oscurità fonda della sua camera, dove la finestra ben tappata non lasciava filtrare il minimo raggio.

La donna della domenica è uno dei romanzi più famosi della coppia di scrittori torinesi, Fruttero & Lucentini: scritto nel 1972, racconta del mondo della borghesia torinese, rinchiusa nel suo mondo di regole e tradizioni, irritata da tutti i cambiamenti che arrivavano all'orizzonte (dalle orde di meridionali che infestavano i loro quartieri, ai nuovi palazzoni di cemento tirati su per ospitarli), costretta a sfruttare la propria intelligenza in cervellotiche discussioni su come si pronuncia una parola in inglese, su quanto sia “affettato” ricorrere alla pronuncia americana, giusto per fare scena.

Per questo racconto di una borghesia che non c'è più forse, ma che ha sicuramente lasciato nelle tracce nella Torino di oggi con le sue illusioni di ex città industriale, i due scrittori hanno fatto ricorso allo schema del giallo.
Si parte dal delitto: un architetto che viveva ai margini di questo mondo, mal tollerato dai più e addirittura indicato come maschera per quei comportamenti che è meglio evitare, ucciso nel suo studio da un oggetto in marmo molto particolare. L'architetto Garrone, che l'autore ci presenta subito nelle prime pagine, ansioso per quel appuntamento della sera, che gli avrebbe cambiato la sua misera vita.
Ma che cosa fa, esattamente? — s’informò la signora Piacenza. — Niente, che io sappia, — disse Vollero, alzando le spalle. — Lo scroccone, il parassita.L’establishment non aveva pietà, pensò l’americanista Bonetto, con due parole ti stroncava un uomo.

Gli altri personaggi ci vengono fatti conoscere un poco alla volta: Anna Carla Dosio, moglie bella e bionda dell'industriale torinese, che incontriamo nel libro mentre sta scrivendo una lettera di fuoco all'amico Massimo Campi, figlio di quegli industriali da generazioni.
La colpa dell'amico? Avergli rinfacciato quella pronuncia della parola Boston, all'americana, con quella a strascicata, come a voler far vedere a tutti che si conosce l'inglese. Come avrebbe fatto l'architetto Garrone, appunto..
Caro Massimo, indipendentemente dal resto, io dell’architetto Garrone...”. Ma chi è? Tu lo sai? 
— No. 
È finito? 
— No, continua: “... io dell’architetto Garrone ne ho abbastanza. Tutti i giorni è troppo. Omicidio abituale o no...”. 
— Omicidio?

Lettera che, raccolta dalla coppia di domestici licenziati, rischia di diventare un elemento a carico per le indagini della polizia. Perché qualcuno, la sera precedente, ha veramente ucciso quel Garrone: un colpo alla testa con un fallo di pietra, una statua che aveva nel suo studio per mostrare la sua spregiudicatezza come gusti sessuali.
E' una pista da maneggiare con cura e che viene affidata al commissario Santamaria, siciliano ma trapiantato a Torino con una certa conoscenza di quell'ambiente, quello dei signori della città:
Erano umilissimi, i veri “grandi” di Torino. Ma appunto lì – sospirò il commissario – stava la difficoltà: non sentendosi superiori a te, gli dava un fastidio tremendo che tu potessi sentirti inferiore a loro;

L'indagine si sdoppia anzi, ad un certo punto, prenderà anche più snodi ma lo vedremo poi: c'è quella che parte dalle testimonianze, il geometra Baucherio che ha scoperto il cadavere e poi una signora bionda uscire dal portone dello studio del Garrone; una signora che vive in collina che ha visto quella bionda, con in mano un bastone o qualcosa di simile.

C'è poi l'indagine, discreta, dentro “l'ambiente”, andando a sentire gli esponenti di quel mondo, di cui Garrone pure faceva parte pur essendo lasciato ai margini. L'americanista Bonetto, il gallerista Vollero, e poi la Dosio e il Campi:
Boston. Tutto comincia dalla parola Boston. O più precisamente, da una discussione sulla sua pronuncia. Ora... S’interruppe vedendo il commissario stringere gli occhi..

Un mondo dove si fa un dramma per la pronuncia sbagliata di una parola, dove ci si indigna perché il proprio parrucchiere si può permettere una vacanza esotica (“Sono cose dell’altro mondo ..”), perché i meridionali occupano le case in centro e fanno tanti figli (“ma dove andremo a finire ..”).
Dove si difendono a spada tratta le gerarchie su chi sta sopra e chi sta sotto.
Dove si discute del De Quincey e del suo libro “L'assassinio come una delle belle arti”, di teatrini fatti usando le cattivi abitudini delle persone.
Un mondo dove Santamaria viene trascinato dentro:
Come c’era salito, su questi rami altissimi e insensati? Laggiù, in basso, ci doveva essere un cadavere col cranio sfondato, quella madre che piangeva in silenzio,..

E poi c'è una terza indagine, portata avanti da Lello Riviera, il compagno del Campi, fatta all'interno del mondo di geometri e architetti (come lo era Garrone) e sfruttando l'aiuto dei colleghi al comune di Torni, per capire se Garrone fosse stato ucciso per una questione di rivalità su alcuni lavori.

Ma chi ha ucciso veramente il Garrone, l'osceno Garrone, quell'uomo che doveva essere estromesso dal mondo dorato di quella borghesia annoiata, costretta a vivere alla giornata, senza grossi obiettivi davanti?
Cosa voleva dire, il morto, con quella sua allusione a proposito di pietre, la sera stessa prima di venire ucciso: “Fiori? No, grazie, stasera mi occupo di pietre”?
Non è un'indagine facile, anche per quella riservatezza dell'ambiente che “fuori dall’ambiente si chiamava invece omertà”.

La coppia Fruttero e Lucentini ci porta per mano dentro la Torino trasformata dal boom dove trovavi sempre qualcuno più meridionale di te:
A Torino, il commissario aveva incontrato perfino dei pugliesi, dei calabresi, che parlavano dall’alto in basso dei “terroni”. Era come un morbo locale e inevitabile, la malaria, la febbre gialla: dopo un po’ che stavano qui, tutti cominciavano a cercare qualcuno che fosse più a sud di loro,..

La città dove gli enormi giardini delle ville in collina dei signori venivano man mano venduti e lottizzati, per tirar su “case di condominio lussuose e infami, dove mogli di pediatri cucinavano su esigui terrazzetti bistecche alla brace di carbonella”.

Le tre indagini sono destinate ad unirsi: la soluzione al caso arriverà al commissario per tramite di un vecchio proverbio, quello della cativa lavandera
Ma chi è stato, commissario? Non si può proprio sapere? Il commissario agitò il rotolo come un lungo indice ammonitore. — È stato un proverbio, — disse. — La cativa lavandera...

Se le prime due parti, la presentazione dei protagonisti, l'indagine all'interno dell'ambiente, seguono un ritmo quasi lento, l'ultima parte del libro subisce un'improvvisa accelerata:
Tutto allora cominciò a muoversi molto in fretta, o perlomeno fu questa la sensazione che, delle ultime ore di quel pomeriggio di giugno, il commissario avrebbe poi sempre conservato: di un gran correre, di un gran chiudersi e aprirsi di sportelli d’auto, di porte e portoni, di armadi, di cassetti,..

Ed ecco all'improvviso che le elucubrazioni, il delitto come bella arte, il teatrino grottesco dei Dosio e dei Campi, le vecchie abitudini di quella borghesia si trasformano in fatti, semplici fatti da mettere l'uno in fila all'altro. Come dovrebbe essere in fondo il lavoro che si aspetta da un bravo investigatore: e una volta andati a snidare, questi fatti, portano ad una storia di avidità e egoismo e di miseria e di voglia di riscatto dall'altro..

La donna della domenica è un romanzo scritto in modo elegante, con una sottile ironia che affiora nelle pagine, quasi spietato nel raccontare il mondo dei ricchi torinesi, ossessionati dagli arricchiti (come il parrucchiere che andava in vacanza coi loro soldi), ostaggio delle loro “piccolezze formali, dure e insolubili” come il modo di stare a tavola o tagliare l'omelette, o imbarazzati dall'aver posseduto un'auto, dal dover avere a che fare con degli sconosciuti rumorosi, estranei al loro mondo.

Quanto sarà rimasta di quella borghesia nella Torino (o nella Milano) di oggi?
La scheda del libro sul sito di Mondadori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

31 dicembre 2019

Non sono io, di Vittorio Nessi



Guarda che non sono io quello che stai cercando.. 
guarda che non sono io quello che mi somiglia 
Francesco De Gregori

Tre storie all'interno di questo noir scritto dall'ex magistrato comasco Vittorio Nessi: sono tre indagini in cui è coinvolto il suo personaggio, magistrato pure lui a Torino, Bruno Ferretti.
Tre casi che vivono di vita propria in cui, come nei romanzi Simenon, partendo dal caso di cronaca, si arriva a toccare temi più profondi dell'animo umano, sia la sua parte più nera che quella più nobile.

Il ragazzo dai capelli ricci
Monica subì la violenza che era da poco passata la mezzanotte. Era ormai davanti al portone di casa, ma le bastò sentire ansimare dietro di sé, troppo vicino a sé, per capire che era perduta. Quando sentì la unta del coltello alla schiena il gelo, sebbene fosse una notte d'estate, le prese le spalle. Aveva il respiro in fondo alla gola. Le sembrò di udire una voce:«La prego, no!».

A Torino, attorno al quartiere Barriera, si sono verificati diversi episodi di violenza sessuale: è questo il primo drammatico case che deve seguire il procuratore Ferretti. Brutte storie, perché riguardano donne costrette a subire violenza da un ragazzo che, subito dopo, è come se subisse uno sdoppiamento, come se volesse chiedere scusa alle vittime, come se cercasse di chiedere loro scusa.
I problemi personali, la madre persa ..
Chi è questo strano violentatore, descritto in modo quasi univoco da tutte, capelli ricci, zigomi alti, occhi scuri?
Aiutato anche dalla caparbietà di una madre di un sospettato e attraverso tanti colpi di scena, Ferretti arriverà al vero colpevole la cui storia è legata a quella di un altro uomo, arrivato a Torino dal sud, pure lui con quei capelli ricci e capace di farsi amare dalle donne.

Si parla di amore, del sentimento che rimane tra due persone anche quando uno dei due non esiste più; del tema della carcerazione preventiva, ovvero trattenere in carcere una persona che non è stata ancora condannata e del tema attuale della prescrizione.
Vedremo questa indagine attraverso gli occhi umani e comprensivi del magistrato che deve applicare la legge e anche la comprensione.

Nove piccoli indizi
La storia dei tre sosia non era passata nella vita di Ferretti senza lasciare traccia. IL pubblico ministero conosceva bene i limiti del suo lavoro, ma per la prima volta aveva dovuto interrogarsi sulla labilità dell'indagine, una specie di trama geometricamente perfetta perché tessuta secondo le regole della procedura, ma esposta ad eventi tanto imprevisti quanto inimmaginabili che finivano per mettere in pericolo il senso ultimo della giustizia.

Il secondo caso riguarda un caso si sparizione dietro cui si nasconde un delitto compiuto su un luogo di lavoro. Selim, un immigrato nigeriano, è sparito una sera dopo che i suoi datori di lavoro dicono di averlo accompagnato sotto casa.
Il pm titolare del fascicolo, collega di Ferretti, li aveva portati a processo ritenendoli invece responsabili della sua morte, ma la corte d'Assise li aveva assolti.
Spadaccini gli chiede aiuto, conoscendo la sua preparazione e la sua capacità di saper portare avanti le battaglie, per il processo di appello: processo di tipo indiziario, però, che si basa su nove indizi raccolti dagli inquirenti e che, solo se visti tutti assieme, in un unico puzzle, possono dirci qualcosa su quanto è successo e diventare così una prova valida in un processo e non solo una suggestione di un magistrato.

Un arrestato e tante carte
«Dottor Ferretti, è arrivato in ritardo per il caffè, questa mattina, qualcosa non va?»La voce di Patrizia proveniva dalla stanza accanto attraverso la porta lasciata aperta. Il pubblico ministero, appena entrato nel suo ufficio, era stato abbagliato dalla luce dei raggi luminosi di una tersa giornata d'estate ed era corso ad abbassare le tendine delle finestre.

Terminato il processo per la morte di Selim, dopo un lunga requisitoria in corte d'Appello, un'altra rogna arriva sulla scrivania di Ferretti: un uomo arrestato al sud, in Campania, che si è accusato di una serie di delitti rimasti insoluti, diverse prostitute uccise in diversi posti, da Torino a Mestre e che forse sono tutte opera di un serial killer.
«Comunque, Bruno, si tratta di una storia delicata. Prima che i giornali se ne impadroniscano è opportuno approfondire il quadro delle responsabilità. E poi l'indagato, un tale Spinello, ha chiesto di essere interrogato dal pubblico ministero. Sentilo al più presto e fammi sapere».

La persona arrestata si chiama Spinello, ha vissuto per anni in Svizzera, finché non ha deciso di tornare al suo paese d'origine. Fermato dai carabinieri per non essersi fermato ad un controllo, ha confessato una serie di delitti, fatti in più posti nel nord, contro prostitute che voleva derubare. Per soddisfare la sua febbre del gioco.

Compito del magistrato portare a processo l'accusa, trovando quegli indizi nei confronti del reo la cui confessione, fatta senza un avvocato a fianco, potrebbe non essere valida.
Si gioca tutto sulla psicologia dell'assassino, questo terzo episodio, che si confida col magistrato raccontando della sua scelta nata dopo aver ascoltato una canzone
Quei giorni perduti a rincorrere il vento 
a chiederti un bacio e volerne altri cento .. 
(Amore che vieni, amore che vai, De Andrè)

Ma chi è veramente l'assassino? Un pazzo, un malato di mente che uccide in un momento di sdoppiamento dalla sua personalità, o solo un uomo preda della malattia del gioco d'azzardo ai casinò?

Domande che si incrociano con altre, che Ferretti si pone nei confronti di una donna, conosciuta nel periodo trascorso in una procura di provincia. Una donna che gioca coi sentimenti delle persone.

Soffre dell'eccesso nel voler arricchire il racconto, con pezzi di requisitorie, con le tante citazioni che arricchiscono le storie ma che a volte tendono ad appesantire la lettura.
Ma questo è un libro che porta dritto dentro il mondo della macchina della giustizia, le sue regole e le sue procedure a garanzia degli impuntati e delle vittime.
Un mondo dove però, alla fine, a decidere, a prendere delle decisioni, è sempre la persona, l'uomo.
Buona lettura!

La scheda sul sito di Daniela Piazza Editore
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