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31 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – l’influenza aviaria, l’insicurezza sulle strade, la scuola del non merito e il tartufo con gli aromi

Viva la sicurezza – ma non sulla strada

L’ultima trovata del governo Meloni, quello dell’ordine e della sicurezza, è il metal detector per entrare nelle scuole. Come a dire, cari ragazzi, quello che fate fuori dalla scuola non ci interessa, ma dentro la scuola niente coltelli.

Perché questo è il governo della sicurezza. Ma non sulle strade: niente città a 30 km all’ora, niente limiti, tanti investimenti per nuove autostrade e tagli al servizio pubblico (e i pendolari sanno cosa significa).

E poi situazioni paradossali per cui ci sono persone che hanno preso la multa per aver superato i limiti di velocità (come loro stessi ammettono), ma hanno presentato ricorso sfruttando una sentenza della cassazione del 2024 sugli autovelox che devono essere omologati e anche approvati.


Già dal 2023 il ministro dei trasporti Salvini sapeva della necessità di equiparare omologazione ad approvazione degli autovelox: serviva modificare il codice della strada ma per questo non c’era fretta, nessun decreto in emergenza. Come mai così poca fretta? Se lo è chiesta anche la Citiesse, la principale azienda che fornisce gli autovelox ai comuni che poco tempo fa ha chiesto i danni al ministero per 600 mila euro (che pagheremo noi) per i mancati incassi dai comuni. Perché vista la situazione ambigua, molti comuni hanno spento gli autovelox e non ne comprano più. “L’anno scorso non abbiamo mandato un ordine” racconta a Report Raoul Cairoli AD di Citiesse. Invece di fare una legge chiara Salvini si è basato su un parere dell’avvocatura dello Stato per cui le sentenze della Cassazione non farebbero testo. Così i comuni nell’incertezza hanno preferito spegnere gli autovelox ed evitare contenziosi: Citiesse accusa il ministero di condotta omissiva, l’inerzia del ministero sta provocando un danno economico. E nel frattempo le gente continua a morire per incidenti sulle strade, spesso causati dall’alta velocità.

LAB REPORT: LA CATTIVA STRADA

di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella, Lidia Galeazzo

Collaborazione Alessia Pelagaggi

C’è un lavoro che nessun poliziotto vorrebbe mai fare. Suonare il campanello di una casa, di mattina presto, una casa dove mamma e papà stanno aspettando inquieti. E dire: “mi dispiace, vostra figlia è morta questa notte in un incidente stradale”. In Italia ormai da un decennio ci sono circa 3 mila morti all’anno sulle strade. Negli anni duemila l’introduzione dei tutor sulle autostrade e una serie di altri progressi avevano portato a ridurre di molto la mortalità, che era di 7 mila vite perse annualmente. Ma oggi sembra lontano l’obiettivo europeo di dimezzare morti e feriti entro il 2030. Tra le cause ci sono la velocità e i guard-rail pericolosi che uccidono invece di salvare. Report documenta il confuso quadro normativo che regolamenta autovelox e barriere di sicurezza, mettendo a repentaglio vite umane.

Febbre d’aviaria

Giulia Innocenzi ha preparato un altro servizio sugli allevamenti in Italia: per contenere in questi allevamenti la diffusione dell’aviaria le anatre allevate vengono uccise sotto gli occhi di un veterinario a bastonate. “Le arrivano informazioni che non stanno né in cielo né in terra” è stata la risposta dell’allevatore, ma ci sono le immagini raccolte da Food for Profit, che testimoniano come non si siano rispettate tutte le norme a tutela del benessere degli animali.


La scheda del servizio: FEBBRE ALTA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Report ha scoperto a chi è stata venduta la carne scaduta del macello Bervini su cui è stata lanciata l'allerta alimentare e finalmente potrà informare i consumatori che, al momento, non hanno invece avuto risposte dagli enti preposti. E ancora: è scoppiata l'emergenza influenza aviaria, e milioni di polli e galline vengono abbattuti negli allevamenti. Come avvengono gli abbattimenti? Report è entrato in possesso di immagini esclusive e sconvolgenti, che sollevano più di qualche domanda sulla correttezza delle procedure utilizzate anche per contenere la diffusione del virus. Abbattimenti che vengono fatti sotto la supervisione del controllo veterinario, e con milioni di euro dei contribuenti.

La scuola modello destra

Nonostante le smentite, le rassicurazioni del segretario Salvini, il generale potrebbe creasi il suo partitino a destra creando qualche problema al “capitano”, come viene chiamato il segretario della Lega.

Che in questo servizio ci spiegherà qual è la sua visione della scuola: gli eroi della decima mas, i poeti del risorgimento, insegnare valori come lealtà, onore, il sacrificio, il valore, la dedizione alla patria.

Io non rinculo – dice al giornalista di Report: nessuna marcia indietro sull’esercito personale di Borghese salvato dalla fucilazione per crimini di guerra dagli americani.

A scuole le classi vanno separate per competenze, le persone disabili non devono bloccare lo sviluppo di quelli bravi (magari pure biondi e con gli occhi azzurri): anche questo è un altro capisaldo della scuola vannacciana.

Meglio mostrare adesso chi sia Vannacci, prima di ritrovarcelo candidato per la presidenza del Consiglio.

La scheda del servizio: NEL MERITO DELLA SCUOLA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

Le recenti iniziative del Ministero dell’Istruzione e del Merito stanno alimentando il confronto nel mondo della scuola. Docenti, dirigenti ed esperti segnalano criticità legate alle nuove Indicazioni nazionali, in particolare per l’insegnamento della storia, e alle possibili ricadute sull’autonomia didattica e sullo sviluppo del pensiero critico. Attenzione anche alle circolari ministeriali su organizzazione e gestione delle attività scolastiche, nonché al clima che si sta creando intorno al dibattito su temi di attualità, rispetto al principio del pluralismo e alla funzione educativa della scuola.

La caccia al tartufo

Non è tutto tartufo quello che luccica – racconta Report nell’anteprima del servizio: andar per tartufi è la gioia della ricerca, raccontano a Report gli appassionati tartufari, una passione per loro e un gioco per i cani, “sei tu, l’animale, la fantasia e la terra..”

Il tartufo è un patrimonio dell’Unesco dal 2021: la ricerca dei tartufi è anche un’attività redditizia e così spuntano anche qui i furbetti del tartufo.

Quelli che mettono il trucco ai tartufi per farli apparire più belli e profumati per indurre l’ignaro consumatore all’acquisto. Per esempio coprirli con della sabbia gialla, “stinkare” il tartufo in gergo, e qualche goccia di aroma di tartufo, bis-metiltiometano, come il gas appunto. Perché l’odore caratteristico del tartufo sparisce a pochi giorni dalla raccolta. Per cui quando vedete un tartufo che arriva da lontano e ha fatto un viaggio di qualche giorno, fatevi qualche domanda.

La scheda del servizio: TRUFFLE LAND

di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Celeste Gonano

Un cane fedele, il vanghetto, scarpe buone ai piedi. Tutto questo è andar per tartufi, patrimonio culturale immateriale dell’Unesco dal 2021. Ne esistono oltre 100 specie nel mondo, ma in Italia se ne possono commercializzare 9, come il nero pregiato, lo scorzone, il bianchetto e il più pregiato di tutti, il bianco, protagonista indiscusso di fiere e piatti costosi quanto prelibati.

Ma da dove viene tutto il tartufo che troviamo proprio a queste fiere? A causa dei cambiamenti climatici e dell'impoverimento delle tartufaie naturali, la domanda aumenta e l'offerta diminuisce sempre di più. Nonostante per legge sia obbligatorio indicare una zona geografica di raccolta, aggirare la normativa è un gioco da ragazzi. Ma è fondamentale essere sul mercato, anche quando i tartufi non ci sono. Lo sanno bene anche alla Regione Piemonte, che sui tartufi ha organizzato la presenza a Expo 2025 a Osaka.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – il made in Italy, il controllo dei magistrati, i pendolari dello Stato

C’era una volta il made in Italy

Domenica scorsa Report ci aveva mostrato come una parte importante della produzione del made in Italy, che da lustro al nostro paese, si basi su piccole aziende cinesi dove non valgono le norme sul lavoro. Il tutto perché i grandi brand chiedono profitti sempre più alti spremendo i fornitori finali a cui chiedono capi dal costo sempre più basso.

Parliamo di operai che lavorano senza contratto, senza tutele, in capannoni non a norma. E succede tutto sotto i nostri occhi.

Come a Prato dove Report ha seguito un controllo eseguito dalla Procura su queste aziende cinesi: ancora una volta si vedono operai senza permesso di soggiorno, senza contratto. E non era nemmeno la prima volta, come racconterà il servizio già nel 2022 in un precedente controllo erano stati trovati lavoratori in nero tra cui anche dei clandestini. Stesso proprietario che però, al momento dei controlli, era irreperibile. Ma poteva controllare l’operato dei dipendenti (regolari o meno) con una telecamera.

LAB REPORT: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.

I pendolari della scuola


Report racconterà la vita dei pendolari della scuola, insegnanti, personale tecnico, che per andare al lavoro devono partire alla 4 di mattina per arrivare al lavoro. Dalla Campania verso scuole di altre regioni, come le scuole di Roma. Un disagio fisico per il doversi alzare presto per prendere il treno delle 4 di notte da Aversa a Roma. Ma c’è anche un impatto economico perché questi viaggi si mangiano parte del loro misero stipendio. Abbonamento del treno, della metro, del parcheggio alla stazione di partenza, si arriva a pagare 500 euro al mese. Alla faccia della storiella, che era girata molto sui giornali, della bidella che aveva scelto di fare la pendolare perché così risparmiava..

Dalla Campania ogni giorno partono 6000 persone che con ostinata speranza si recano al lavoro sperando un giorno di potersi avvicinare a casa. Molti di loro fanno questa vita da anni, anni da precari della scuola: “lo Stato ci guadagna dai precari, sono cavie” racconta un’insegnante “siamo state cavie e lo saremo sempre.”

Ma è anche un problema dei bambini che ogni anno si ritrovano un insegnante diverso.

Ci sono poi insegnanti che fanno il viaggio da pendolari dall’interno della stessa regione Lazio: come Antonella che dalla provincia di Frosinone deve arrivare a Roma prendendo l’autobus. Poi la metropolitana, per un totale di più di 4 ore di viaggio.

Un paese civile può tollerare tutto questo sulle persone che hanno in mano il futuro dei nostri figli?

Il servizio di Report racconterà anche di come funziona il mondo dell’interpello: ci si può candidare per una supplenza rivolgendosi direttamente alle scuole, anche senza aver mai messo piede in una scuola, basta una laurea triennale (la giornalista di Report ha usato la sua laurea in filosofia). Basta arrivare all’orario concordato un po’ prima per fare l’ingresso, poi si è pronti per entrare in classe, senza corsi (antincendio, primo soccorso) né formazione senza nemmeno doversi informare sul programma. All’insaputa dei genitori.

E il ministro del merito (e del governo della legge e della sicurezza) che dice? Niente intervista, “ho detto al portavoce di mettervi a disposizione tutti i dati ”

La scheda del servizio: DIETRO LA CATTEDRA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c'è "dietro" le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.

Il software di monitoraggio sui pc dei magistrati

A sollevare tante perplessità, se non peggio, non è tanto il fatto che sui pc dei magistrati italiani sia presente un sw per la gestione remota del software o dei problemi. Quanto il fatto che i magistrati non ne fossero stati messi a conoscenza. Parliamo del sw ECM/SCCM di Microsoft installato sui 40000 pc del personale amministrativo del ministero della giustizia compresi i magistrati. Chi ha i privilegi di amministratore può attivare il sw senza che l’utente ne sia a conoscenza.
Report ha raccolto la testimonianza del magistrato Aldo Tirone di Alessandria che ha scoperto l’esistenza di questo sw da una confidenza di un tecnico informatico “mi ha detto che sui ns computer è installato un sistema che consente, all’insaputa dell’utente di essere ‘spiato’”.

Qualcosa che collide con la segretezza delle indagini: il giudice del Tribunale di Alessandria ha messo alla prova il tecnico con un esperimento in cui effettivamente è possibile spiare le attività fatte sul pc all’insaputa dell’utente, vedere i file creati, le modifiche a file o cartelle esistenti.. Nessuna autorizzazione o warning sull’attività di controllo è apparsa sul desktop del pc del giudice Tirone. E questo smentisce le dichiarazioni dell’attuale ministro della giustizia Nordio secondo cui le funzioni di controllo non sarebbero mai state attivate e che “in ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell'utente e di una sua conferma esplicita”.



A quanto pare così non è. Stai a vedere che anziché spiare i mafiosi e i signori delle mazzette, ad essere spiati sono stati i magistrati.
Report ha intervistato l’ex ministro Bonafede, era ministro quando fu scelto di installare questo sw: come ministro poteva dare indicazioni politico-amministrativo, non indicazioni tecniche su questa applicazione. Ma se avesse saputo che questo sw poteva creare problemi di sicurezza al sistema giustizia, avrebbe chiesto approfondimenti.

Non basta rispondere che in tutte le aziende esistono sistemi di monitoraggio da remoto (per motivi leciti e consentiti): stiamo parlando della giustizia italiana e dobbiamo essere certi della riservatezza delle indagini e degli atti processuali, uno dei pilastri su cui si fonda l’ordinamento giudiziario italiano.

Secondo quanto scrive Report nelle anticipazioni, il ministero della Giustizia sarebbe stato avvisato di questo potenziale rischio nel 2024 ma avrebbe silenziato tutto.

Sul Fatto Quotidiano trovate delle anticipazioni del servizio che andrà in onda domenica sera: l’articolo di Thomas Mackinson sul dialogo tra un tecnico informatico e un dirigente del ministero della Giustizia che faceva pressioni per far installare il sw ECM sul pc dei magistrati

Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da soli”.

È la frase chiave che emerge dai dialoghi anticipati in esclusiva da Report che aggiunge un pezzo all’inchiesta sul software installato nei pc di 40mila tra giudici e magistrati che consente il controllo da remoto senza che se accorgano.

A parlare è Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi informatici del Ministero della Giustizia, e un tecnico informatico, registrati nel maggio 2024. Il Fatto lo ha contattato ma ha deciso di declinare: “Guardi lasci stare, non parlo”.

Ripeto: se fosse tutto regolare, ci aspettiamo che questo sw sia installato anche sui pc dei nostri parlamentari con tanto di controllo da remoto autorizzato senza consenso del deputato/senatore. Diremmo ancora che è tutto normale?

La scheda del servizio: IL TROJAN DI STATO

di Carlo Tecce - Lorenzo Vendemiale

Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?

Dietro l’efficienza di Amazon

Cosa si nasconde dietro l’efficienza di Amazon? In una precedente inchiesta Report aveva raccontato di come vengono eseguite le indagini interne sul personale: usando meccanismi di interrogatorio condotti da manager che hanno avuto una esperienza di polizia, come se fossero ufficiali di polizia giudiziaria.

Ma sul lavoro dei magazzinieri e degli operai gravano controlli ai limiti della violazione della privacy. Tipo manager di Amazon che vanno a controllare quanto tempo si sta in bagno, che vanno ad aprire le porte dei bagni vedere cosa stanno facendo i lavoratori

La scheda del servizio: AMAZON FILES

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 giugno 2023

L'unica via per le opposizioni (e per salvare il paese)

Alla festa di Radio Popolare (lo scorso 9 giugno) lo scrittore Alessandro Robecchi, parlando dello stato della sinistra in Italia, raccontava di come le lotte per i diritti civili debbano andare di pari passo con quelle per le tutele nel sociale: altrimenti rischiamo che le coppie gay forse potranno sposarsi ma dovranno andare a vivere sotto i ponti. Perché comprare casa a Milano è un'impresa, perché i salari sono sempre bassi, perché il lavoro è sempre più sinonimo di sfruttamento, perché curarsi costa.

Ben vengano le manifestazioni come quella della CGIL in difesa della sanità pubblica e, assieme, i vari Pride in giro per l'Italia per dire a questo governo che anche loro, i diversi, le famiglie arcobaleno, esistono.

Dobbiamo tenere questi temi attivi perché questa destra farà il possibile per tenerli nascosti: basta vedere il TG1, che da la linea governativa, come racconta il paese. Gli  italiani in vacanza, il governo che studia, rassicura. 

E nel frattempo chiudono scuole e presidi medici. Mancano medici di base.

L'emergenza sbarchi è finita ma non la lotta agli scafisti, in tutto il globo terraqueo. Come anche non è finita la guerra alla maternità surrogata, che si vuole rendere crimine perseguibile anche fuori dal paese.

Spero si sia capito come mai ogni governo appena insediato metta le mani sulla RAI, per condizionare l'informazione: si deve dare un certo messaggio a quella parte del paese che ancora pensa di star bene, che il nemico siano i migranti, le troppe leggi che bloccano i poveri imprenditori che non trovano personale per un lavoro. Dei magistrati che cercano di capire come si spendono i soldi pubblici, come la Corte dei Conti.

In Rai sono riusciti, giusto per chiarire il punto, a santificare un politico che nel corso della sua vita si è sempre preoccupato dei suoi affari, il padre del populismo, scampato alla magistratura (e non per reati minori) grazie alle leggi ad personam.

La sola via per l'opposizione per continuare ad esistere (e a non sparire) è battere su questi tasti: lavoro, salari, sanità, scuola, ambiente.

Dovrà mettersi contro una parte degli stessi partiti di opposizione, degli opinionisti (già convertiti al melonismo), dei giornali, del mondo dell'informazione. 

Ma non ci sono altre strade.

07 febbraio 2023

Presadiretta – i poveri non esistono!

La signora Claudia, una delle persone intervistate da Iacona, ha visto la luce in fondo al tunnel col reddito di cittadinanza, per uscire dalla povertà.

La trasmissione si è anche occupata dell’evasione, dello scandalo del lavoro nero. E della tanta solidarietà di quelli che aiutano i poveri, quelli che la politica non vuole vedere e che ha marchiato come fannulloni da divano.

Invece ci sono i poveri e i volontari che portano i pacchi alimentari per i genitori, per la famiglia. Pensionati che devono decidere se fare la spesa o pagare le bollette. Oppure il disoccupato che si vergogna di prendere l’aiuto.

I 300 volontari dell’associazione Donna Roma fanno un lavoro incredibile, raccogliendo cibo, vestiti e perfino giocattoli: danno da mangiare e aiutano quasi 3000 nuclei familiari, eppure non basta mai, perché la povertà aumenta ogni settimana e la domanda supera l’offerta.
Ci sono persone che arrivano da Donna Roma, segnalati dai servizi sociali, che devono tornare a mani vuote perché manca il pacco.

Ma Donna Roma aiuta anche le persone con le richieste per ottenere il reddito di cittadinanza: come il signor Piero, che ha perso il lavoro con la pandemia e ora ha ottenuto il reddito, poche centinaia di euro che gli consentono di evitare di lavorare in nero per avere dei soldi per andare avanti.

La signora Ida vendeva abiti col marito e con la pandemia è iniziata la crisi, hanno perso il negozio: i 550 euro del reddito le hanno salvato la vita, “oggi mi sento protetta”.

Queste forme di sostegno sono comuni in Francia e in Germania: quello che è normale altrove, in Italia è considerato “metadone” di stato.
Anche Charon ha sempre lavorato, per dieci anni: i problemi sono arrivati coi figli, i datori di lavoro le hanno iniziato a dire che era un problema lavorare per loro. Con isee a 0 e con tre figli prende 600 euro al mese: sono soldi con cui può dare da mangiare ai figli, ma se trovasse un lavoro lascerebbe subito il reddito.

Ma il problema è che le offerte non arrivano, i corsi di formazione sono insufficienti per dare altre possibilità alle persone che devono riciclarsi nel mondo del lavoro.

Non c’è solo Donna Roma, c’è anche la Caritas, ci sono le parrocchie, la comunità di Sant’Egidio che è passata da 3 a 28 centri a Roma per distribuire aiuti.
In Italia i poveri assoluti sono 5,6 ml, in povertà relativa sono 8,8 ml di persone: cosa sarebbe successo a loro senza il reddito di cittadinanza che ha aiutato più di 4 ml di persone.

La risposta è semplice, ci sarebbero state altre 4,8 ml in povertà in più.

Oggi il governo Meloni lo vuole togliere: lo ha chiamato il metadone di stato l’attuale presidente del Consiglio. Ma chi sono i percettori?
Presadiretta è andata ad incontrali a Milano e nei luoghi dove l’economia dovrebbe tirare di più. E invece ..

Iacona è andato a Milano, lungo viale Monza, quartiere San Giovanni: davanti si snoda la fila di persone in attesa di un aiuto dalla Onlus Pane Quotidiano, sin dalle 6 del mattino.
Il pane non deve mai mancare a nessuno, è il principio della onlus: qui si distribuisce pane, salumi, frutta e verdura, tutto arrivato dalle donazioni.
1300 tonnellate di cibo nel 2021: qui arrivano 4000 persone al giorno, molti italiani, pensionati, quelli con pensioni da fame (299 euro), i nostri nonni, persone che hanno perso il lavoro.
Persone che vivono oggi grazie anche alla solidarietà di questa rete di contrasto alla povertà – racconta Claudio Favignana.

Povera Milano, anche qui la povertà avanza.
Le persone in cerca di aiuto sono aumentate dell’11 %, la povertà è cresciuta anche dopo la pandemia: nel supermercato solidate nel Gallaratese le famiglie possono fare la spesa con una carta di solidarietà, che è meno imbarazzante per le persone rispetto ai pacchi.
Qui arrivano persone pagate con salari da fame, con impieghi a chiamata, effetti del precariato spinto: al centro per l’impiego del Corvetto ci sono gli sportelli per le offerte di lavoro, solo la minima parte sono contratti stabili. La maggior parte delle offerte di lavoro sono a termine, a rischio di lavoro povero.
Anche lavori da 4 euro all’ora, a persone che lavorano nei musei di Milano, per 40 ore settimanali. Stessa situazione nelle scuole, dove le cooperative danno contratti a part time: le cooperative preferiscono avere tante persone con part time rispetto a poche persone con contratti full.
E i numeri dell’Istat che dicono che sono aumentati i posti di lavoro? Una presa in giro, sono i contratti a chiamata, per persone che fanno pulizie negli ospedali e nelle scuole per cooperative che hanno vinto gli appalti e poi fanno lavorare le persone per pochi euro.

Oggi si è poveri anche con un lavoro, anche lavorando.
Non è un caso se l’ultimo rapporto della CGIL sul lavoro si intitola “poveri col lavoro”: un terzo del lavoro nella provincia di Milano è al di sotto i 10mila euro l’anno, siamo in una situazione di povertà. Non stupisce che per questo motivo la spesa sociale del comune di Milano sia importante: a Milano nel 2022 è uno scandalo che ci siano persone che non possono mangiare.

Secondo l’assessore Bertolè questo costituisce anche un problema della tenuta sociale per il paese: la colpevolizzazione della povertà va eliminata e bisogna smetterla di pensare che la spesa sociale sia un peso.
Da Milano a Bollate, nell’hinterland: Iacona ha incontrato Elena Meroni, direttrice di una società che si occupa di sociale nei comuni del nord del milanese. A Presadiretta racconta che i percettori sono persone che in buona parte non stanno stravaccati sui divani, sono persone che non possono lavorare o che hanno scarsa formazione, per molti di loro anche presi in carico dai servizi sociali, senza reddito non potrebbero farcela.
Solaro è un comune in una ex zona industriale: nella ex scuola elementare sono oggi presenti i servizi sociali e altri uffici. La sindaca ha chiesto a percettori del reddito di aiutare il comune e tutti hanno accettato, perché erano contenti di aiutare la comunità.

Senza il reddito di cittadinanza queste persone comunque busserebbero alle porte del comune per avere un sostegno: persone che il mercato del lavoro considera come scarti, inutili, hanno invece avuto una opportunità di lavoro.

Sono tante le testimonianze di persone che grazie al reddito hanno potuto contare su qualcosa, una luce in fondo al tunnel – come racconta la signora Claudia che è andata in difficoltà quando si è separata dal marito. Grazie ai servizi sociali del comune ha ottenuto un lavoro e non è rimasta sul divano senza fare nulla ma andrà a lavorare dentro un supermercato.

Solo una minoranza degli occupabili ha ottenuto un lavoro: sono persone rimaste fuori dal mercato del lavoro per troppo tempo, è stupido dire togliamogli il reddito così andranno a lavorare, perché senza una vera formazione un lavoro e un riscatto non lo troveranno mai.
Anche contro i navigator si è scatenata una campagna di aggressione vergognosa: eppure grazie a loro molte persone senza lavoro si sono sentite avvicinate da qualcuno nello Stato.
In Germania ci sono 100mila addetti per i centri per l’impiego, in Italia siamo a 15mila: ne servirebbero molti di più, per aiutare i cittadini italiani in difficoltà a non diventare cittadini di serie B.

L’intervista a Chiara Saraceno

Il lavoro povero è aumentato negli ultimi anni, è un lavoro sottopagato oppure un lavoro a tempo parziale involontario, soprattutto tra le donne (ma ci sono anche uomini).
Quando si dice ai divanisti alzatevi e cercate un lavoro si dice una menzogna: in Italia il lavoro che si trova è povero, questo è il problema non il reddito.
La sociologa ha raccontato del problema dei percettori che hanno basse qualifiche, non sono in grado di incrociare una domanda di lavoro appetibile: le offerte di lavoro sono inferiori alla domanda, non ci sono offerte a sufficienza per persone a bassa qualifica con salari dignitosi.
I nostri centri per l’impiego non sono poi all’altezza per problemi di investimenti e strutture: dovremmo partire da qui, in Italia le politiche attive sul lavoro non hanno grande tradizione.
Si sarebbe potuto pensare anche al reddito di cittadinanza come integrazione da un reddito di lavoro povero, ha aggiunto la Saraceno.
È impensabile che tra sei mesi gli occupabili troveranno un lavoro grazie ai corsi di formazione (che comunque non sono partiti ma si continua ad appoggiarsi ai corsi regionali): succederà che alla fine dei sette mesi scatterà la tagliola, la politica si è dimenticata di loro.

La repubblica dell’evasione
Se solo potessimo recuperare i soldi dell’evasione avremmo abbastanza risorse per potenziare i centri per l’impiego, per creare veri corsi di formazione che durano il tempo necessario per persone rimaste senza posto per lungo tempo.
L’evasione fiscale in Italia vale 100 miliardi di euro: quella più evasa è l’irpef dei lavoratori autonomi, poi l’Iva (peggio di noi fanno solo Malta e Romania).

IL grosso dell’evasione la fanno i piccoli imprenditori, i liberi professionisti: proprio la categoria che il governo Meloni ha scelto di non disturbare, perché vogliono fare.
Racconta il professor Santoro che in realtà l’evasione delle multinazionali è difficile da contrastare, noi siamo un paese di piccole imprese: emblematica la storia dei due stilisti Dolce e Gabbana condannati prima e assolti poi in Cassazione. In Italia dimostrare l’illecito è complesso, servono indagini complicate, serve tempo, servono risorse.
La Guardia di Finanza è impegnata in questa battaglia, contro le aziende che emettono fatture inesistenti a società che con finte spese poteva pagare meno tasse: a Orbassano la Finanza ha trovato un giro di aziende che emettevano finte spese per 7 ml.
Queste indagini sono ostacolate dall’uso del nero, si controlla allora il tenore di vita delle persone, l’incrocio delle banche dati: in questo modo di individuano evasori totali, persone sconosciute al fisco.
I comuni potrebbero aiutare questa caccia agli evasori, segnalando cittadini che hanno problemi coi tributi: dai comuni si fanno segnalazioni all’agenzia delle entrate che poi farà i controlli.
Nel comune di San Giovanni in Persiceto hanno recuperato in questo modo 4 ml di euro, qualcosa che entra in più nelle casse del comune, soldi con cui si sono abbassate le tasse per i cittadini, per fare nuovi servizi.

Ma sono pochi i comuni che collaborano col fisco, molti preferiscono non voler controllare i propri cittadini, perché perderebbero voti. Dovendo scegliere tra persone oneste e persone che votano hanno scelti questi ultimi.

In Veneto ad esempio il patto anti evasore è un flop: a Povegliano hanno recuperato 0, nonostante ci siano 140mila euro di tasse non pagate, non hanno segnalato nulla all’agenzia per le entrate.

IL problema è che i piccoli comuni sono penalizzati in questa lotta, sebbene l’evasione colpisca tutti quanti, piccoli e grandi. L’evasione è la colpa delle tasse alte.

In questi anni si è aggredita l’evasione “facile”, rimane fuori l’evasione con consenso – spiega il professor Santoro: sono quegli accordi tra privati che si mettono d’accordo per una transazione.
Entro il 2024 l’Italia dovrebbe ridurre
del 15% le tasse evase per non perdere i fondi del PNRR: servirebbe incrociare le varie banche dati, magari come fanno in Francia con strumenti di intelligenza artificiale.
Incrociare conti i banca, beni catastali, arrivando perfino ad immagini satellitari, con cui hanno rilevato per esempio piscine non dichiarate al fisco.

Ma in Francia si è andati oltre: qui si vanno a scandagliare anche i social, anche le transazioni online con qualcosa che assomiglia ad una sorveglianza di massa.

Il nostro governo ha annunciato la riforma fiscale, che dovrebbe essere presentata a marzo: al momento si parla di tregua fiscale, di flat tax che mal si conciliano col recupero dell’evasione.

Lo scandalo del lavoro nero
Da Milano a Napoli, con lo scandalo delle persone che per anni hanno lavorato a nero, senza contributi, senza contratti.
Dalla prima trasmissione girata 11 anni fa sul lavoro nero con Gaetano di Vaio, non è cambiato niente: man mano che l’economia arretrava la piaga del lavoro nero è cresciuta nella ristorazione, nell’edilizia, nei servizi.

Come la signora Dora, che dopo anni in nero ha ottenuto il reddito di cittadinanza e sul lavoro racconta “quando chiedi i tuoi diritti ti licenziano subito dalla sera alla mattina ..”.
Questa persona ha lavorato a nero per 31 anni senza ricevere dallo Stato alcun tipo di sussidio, fino al reddito di cittadinanza: stiamo parlando di qualche centinaio di euro al mese, con qui questa signora dell’intervista è andata avanti per 36 mesi, separata con tre figli minorenni da crescere da sola. Con quei soldi li ha tenuti al riparo da brutte tentazioni, come quelle del guadagno facile attraverso la criminalità organizzata.
Sono persone che hanno lavorato ma che per lo Stato non esistono: non è vero che Napoli è la capitale dei fannulloni, raccontano dalla Gesco, citando i casi dei concorsi per posti del comune dove si sono presentati anche laureati.

La realtà è che il reddito di cittadinanza mette in crisi il mercato parallelo, del nero, dei salari bassi, dello sfruttamento, dell’assenza delle tutele.
Altro che metadone di Stato: le persone quando trovano un lavoro dignitoso, competitiva col reddito, lo accettano senza problemi.
In Italia è partita la caccia ai poveri: ti viene perdonato di tutto, perfino l’essere mafioso, ma non l’essere povero –
lo racconta a Iacona un operatore sociale.
Anche a Napoli la rete di sostegno alle persone in difficoltà è vasta, con strutture che offrono supporto: ma qui sono preoccupati della fine del reddito di cittadinanza, c’è il rischio di un collasso sociale racconta l’assessore al welfare Trapanese
.
Tutto questo succede in un momento in cui le crisi industriali, come quella della Whirlpool, non vengono risolte. Ma c’è anche il caso della Dema, un’azienda oggi in cassa integrazione.
Tutti i posti di lavoro che si perdono non si recuperano più, vale sia per la grande impresa che per le piccole imprese.

Isaia Sales è uno studioso della Camorra: lo scrittore lo considera fondamentale per il sud tanto quanto lo statuto dei lavoratori. Il reddito ha consentito di aprire gli occhi sui poveri, non dovremmo dividerci su questo: senza pandemia sarebbe scoppiata la rivolta, pensiamo a quanto ci ha risparmiato come disagio nelle famiglie, poter pagare le bollette, poter mettere il cibo in tavola. Perché chiudiamo gli occhi di fronte a questa realtà?

A Bacoli gli occhi non li hanno chiusi: diversamente dalla maggior parte dei comuni italiani, qui i percettori sono stati impiegati nei PUC, piccoli lavori per la comunità. Sono persone che lavorano per il comune, per la comunità, non sono persone a perdere ma sono persone che tornano ad essere utili.

Se togli il reddito – si chiede il sindaco di Bacoli - allora cosa farà il governo, aumenterà i fondi per i servizi sociali per i comuni?

L’importanza della formazione

L’istruzione è legata alla crescita economica e alla possibilità di ottenere un lavoro: migliorare i livelli di istruzione rende fino a 5 punti del PIL, spiega l’OCSE. Ma la nostra scuola ha un alto livello di abbandono, che crescono nelle zone più povere.

La povertà formativa riguarda ancora, a 50 anni da Don Milani, le classi più povere: nei quartieri poveri di Napoli lo stato dovrebbe realizzare le scuole migliori, coi migliori professori, con le migliori dotazioni.

Eppure la scuola Giovanni Bovio mancano gli infissi, gli spazi per fare lezione sono stati recuperati da luoghi per fare teatro, i pasti si consumano nelle stesse aule.
Lo stesso vale per le superiori, come l’istituto Volta, che secondo un docente è come un pronto soccorso in una zona di guerra: qui arrivano ragazzi che sono vittime di una guerra.

Serve rendere stabili le esperienze positive, come quelle dell’istituto Aldo Moro di Ponticelli, contro la dispersione scolastica, servono i fondi che meritano, serve investire nella lotta alle disuguaglianze. Serve, purtroppo, anche una politica che voglia portare avanti una lotta contro la dispersione scolastica, contro le disuguaglianze.

09 gennaio 2023

Anteprima inchieste di Report – i polli in batterie, la faida sul presepe e la scuola

Andrà in onda questa sera il servizio che confronterà la scuola italiana e quella finlandese: tanto in Italia non siamo capaci di spendere i fondi europei, per migliorare la qualità dell’insegnamento, tanto in Finlandia sono stati bravi ad intuire che il progresso del paese passasse proprio dall’istruzione.

Giulia Innocenzi racconterà degli allevamenti intensivi dei polli nel mondo e in Italia: sono 26 ml i polli allevati così in Italia, in quali condizioni vivono? Gli scienziati temono che possano essere gli incubatori della nuova pandemia.

Poi un servizio su una faida attorno ad un presepe: perché se Gesù è nato in una capanna, i finanziamenti pubblici per il presepe di piazza San Pietro rendono l’uomo molto poco cristiano.

Cosa succede negli allevamenti intensivi dei polli

I polli allevati in modo biologico, sono veramente liberi di muoversi all’aperto, come racconta una pubblicità che va in onda in televisione? Report con Giulia Innocenzi è andata a controllare la situazione nell’allevamento biologico di Filemi a Borghi nell’entroterra romagnolo. Sono vecchi allevamenti intensivi riconvertiti a Bio al piano terra: un’operaia della struttura racconta che quando sono piccoli non escono ancora all’aperto, devono passare almeno dieci giorni. Sembra – racconta la giornalista – che gli operai siano stati allertati da qualcuno, per dare le risposte giuste ai giornalisti. In un altro capannone, sbirciando dalla finestra, si vedono però dei polli adulti che, in ogni caso, sembra che non stiano razzolando liberi. Come mai? “Non ti posso dare nessuna risposta..”

Filemi si vanta pubblicamente di usare mangimi senza OGM, del fatto che la loro carne sia senza OGM, ma la giornalista ha letto sui silos usati nell’allevamento dei riproduttori in provincia di Bologna, ad ottobre, l’etichette che dichiarano esattamente l’opposto: “viene usato la soia e il granturco geneticamente modificato”.

È la stessa Filemi nella domanda per ottenere la certificazione B-Corp ad ammettere che la maggioranza degli animali sono allevati con mangime convenzionale che può essere un mix di OGM e non OGM.

Eppure la vicepresidente, all’EXPO di Dubai parlava del bene comune, valorizzare il territorio e le comunità, “siamo la prima impresa produttrice di carne ad avere questa certificazione.”

La scheda del servizio: POLLESINA di Giulia Innocenzi
Collaborazione Greta Orsi e Giulia Sabella

Nel mondo ci sono 26 miliardi di polli, 500 milioni solo in Italia. La maggioranza di tutti questi polli cresce negli allevamenti intensivi, che secondo gli scienziati sono l'incubatoio dove potrebbe svilupparsi la prossima pandemia. Cosa stiamo facendo per evitare nuovi pericolosi virus? E come sono gli allevamenti in Italia? E quelli biologici? Report mostrerà delle immagini esclusive su come vengono allevati i polli in quella che è considerata un'eccellenza del comparto degli allevamenti biologici. Come sono allevati quei polli? Le strutture che li ospitano sono conformi? E chi controlla che tutto venga fatto nel rispetto rigoroso della legge?

La faida per il presepe

Il presepe è il Vangelo tradotto in dialetto secondo l’antropologo Marino Gnola – racconta Giorgio Mottola nel servizio – sarà per questo che a Napoli, dove il dialetto è una lingua vivissima, la tradizione del presepe è più forte che in qualsiasi altra parte d’Italia. Qui operano i più grande maestri presepisti viventi, come Salvatore Scuotto che assieme alle sue sorelle e fratelli da quasi 30 anni costruisce alcuni tra i presepi più belli al mondo.
Che cos’è il presepe – ha chiesto il giornalista a Salvatore Scuotto?

E’ un mezzo di espressione potentissimo, lo strumento che può consentire di raccontare la vita così com’è tutta insieme, con il bene e con il male.”
E bene e male, vizi e virtù coesistono nel presepe donato alla Basilica del Rione Sanità dalla bottega del maestro Scuotto. Si chiama presepe favoloso ed è la sua opera più importante: la natività annunciata da un angelo nero è circondata da scene di osteria, mostri e figure mitologiche tratte dalle favole napoletane. Come una sirena, la gorgona cattiva che rapisce le vergini che osano mettere il piede nelle acque incantate.



Nel presepe favoloso non può mancare Maradona, vestito da scugnizzo, accanto a scorci di vita quotidiana, come una donna nell’attimo sospeso della natività mentre si fa il bagno nuda.
Una statua che, quando venne esposta in una chiesa a Roma, generò un grande scandalo nelle gerarchie ecclesiastiche: il parroco poi tolse la scultura, venne censurata, perché tanta gente veniva in chiesa a vederla e il parroco non riusciva a dire messa. Così il prete fu costretto a togliere questo elemento di confusione. Come nella canzone di De Andrè, Bocca di Rosa, dove i carabinieri portarono via dal paese la donna dello scandalo.


Ma dietro la faida per l’allestimento del presepe di San Pietro nel 2023 (tra due comuni della provincia di Rieti, Contigliano e Greccia) è difficile capire se si celi un eccesso di sincera devozione oppure qualche interesse molto più terreno: questa contesa ha scatenato una guerra tra sindaci nella provincia di Rieti, vescovi contro giunte comunali e opposte fazioni di monsignori e porporati a tifare per l’una o per l’altra parte in causa.
LA provincia di Rieti non aveva mai partecipato a questa rappresentazione e quindi mi hanno chiesto ‘Perché non chiedi?’. Ho fatto questa richiesta al governatorato della Santa Sede – racconta il sindaco di Contigliano Paolo Lancia – un mese dopo, nel fine settembre 2019, la segreteria di Stato ha designato Contigliano per il presepe di piazza San Pietro dell’anno 2023.
Nel 2019 il governatorato, l’organismo che si occupa degli affari interni della Città del Vaticano, sceglie il paese di Contigliano, 8000 abitanti in provincia di Rieti, situato nel cuore della Valle Santa, per la presenza di quattro santuari dedicati a Francesco d’Assisi che in questa zona si stabilì per diversi anni. Qui compì molti dei suoi miracoli e scrisse la regola su cui si fonda l’Ordine francescano.
Che progetto avevano in mente a Contigliano?
“Un progetto che fosse rappresentativo esteticamente di quelli che sono i valori della provincia di Rieti, il verde innanzitutto, con degli alberi veri, e le acque.”
La raccolta di fondi tra gli sponsor procede spedita ma l’assegnazione non va affatto giù al comune confinante, Greggio, che è per antonomasia il paese del presepe. Qui nella grotta situata all’interno del suo santuario, 800 anni fa, San Francesco diede vita al primo presepe della storia, con figuranti in carne e ossa. Per questa ragione il comune di Greccio vede l’investitura vaticana al comune di Contigliano come un affronto.

Due anni dopo la designazione di Contigliano, il comune di Greccio si solleva anche perché nel 2023 ricorre l’ottavo centenario del primo presepe realizzato proprio nel comune. Quindi, sostengono a Greccio, sono loro ad essere più titolati per organizzare l’installazione.
Così è nata una guerra tra campanili senza esclusione di colpi, una faida:
“Oddio, non pensavo, sicuramente non è la parola che assocerei di più al presepe” commenta di fronte a Mottola il sindaco di Greccio Emiliano Fabi, che è anche presidente del comitato Greccio 2023 “soprattutto al presepe di pace che è il presepe di Francesco”.
Anche questi litigi per un presepe di pace non sono così adatti.
“Io penso che a non farci una bella figura è chi ritiene un presepe un bene, diciamo, di proprietà di qualcuno.”
Alla richiesta del vescovo di Rieti di revocare la nomina di Contigliano il governatorato oppone inizialmente un diniego, ma monsignor Pompili non si dà per vinto e per mesi continua a far pressioni sui cardinali in Vaticano comportandosi come se spettasse a lui organizzare il presepe per il 2023.
Il presepe di Francesco è un presepe di pace: perché è scoppiata una piccola guerra tra comuni:
“Quale sarebbe il problema … il comune di Contigliano ha preso questa iniziativa in solitaria, per quello che io ne so.. Le polemiche nascono da una situazione di chi ha voluto, non si capisce per quale ragione, intestardirsi a fare una proposta che secondo me non era nella logica delle cose.. ”
Ma ha accettato la segreteria di stato.
“Io penso che si sarebbe potuto gestire diversamente, se non ci fosse stato qualcuno che si fosse messo in testa di fare cose che [non gli spettavano sembra dire il vescovo].”

La scheda del servizio: TE PIACE ‘O PRESEPE? di Giorgio Mottola
Collaborazione Norma Ferrara

In provincia di Rieti è nata una vera e propria faida tra due comuni per l’allestimento del presepe più prestigioso di tutti: quello in piazza San Pietro in Vaticano. Per il presepe del 2023, Governatorato e Segreteria di Stato avevano inizialmente scelto il comune reatino di Contigliano, che si era proposto nel 2019. Ma due anni dopo si è sollevato il paese confinante, Greccio, che ha reclamato il diritto a occuparsi dell’allestimento in quanto patria del primo presepe a cui diede vita San Francesco d’Assisi nel 1223. Ne è nata una contesa senza esclusione di colpi che ha contrapposto sindaci contro altri sindaci, vescovi contro giunte comunali e cardinali costretti a schierarsi con l'una o l'altra parte. Uno scontro diventato particolarmente aspro dopo l'approvazione di un finanziamento ministeriale di quasi 4 milioni di euro per le celebrazioni dell’ottavo centenario del primo presepe di San Francesco.

La scuola in Italia (e nel resto del mondo)

Nel suo discorso di fine anno il presidente della Repubblica Mattarella ha voluto citare la scuola (e l’università e la ricerca) come le basi con cui creare gli italiani del futuro, se vogliamo dare al paese una visione, un futuro.
Report è andata in Finlandia per capire qual è il segreto dell’educazione in questo paese: la programmazione dell’educazione segue in Finlandia tutto un ciclo – racconta il servizio di Lucina Paternesi – dall’infanzia fino all’università, è il trionfo della democrazia, a tutti viene data un’opportunità, ma come?
Attraverso una pianificazione dei posti di studio – spiega a Report Dario Greco, professore all’università di Tampere ad Helsinky – quindi di quanti medici, quanti ingegneri avrò bisogno tra cinque, dieci o vent’anni. Dove voglio che l’economia del paese vada: ad esempio in questo paese alla fine degli anni ‘80 c’è stata una pianificazione rispetto all’innovazione tecnologica nel campo delle telecomunicazioni ed ecco che arriva il miracolo Nokia che, però, in realtà non è un miracolo perché è stato costruito.
Report è entrata in una di queste scuola: dentro si trova un asilo nido, una libreria comunale, un centro giovanile ed è frequentato ogni giorno da più di 800 ragazzi seguiti da un centinaio di dipendenti tra insegnanti e personale amministrativo e specializzato come la psicologa, gli assistenti di pedagogia. Tutto questo ha ovviamente un costo per la collettività: sono circa 4ml di euro l’anno, racconta la direttrice Hanna Sarakorpi solo per stipendi, costi di libri, quaderni e matite. Ma poi ci sono le spese del comune per il mantenimento dell’edificio, dei consumi e quant’altro. La visione dietro questa struttura è quella di investire nel futuro del paese, come conferma la ministra dell’istruzione Li Sigrid Andersson: “le scuole pubbliche sono finanziate dallo stato centrale in base ad alcuni parametri a cui vanno aggiunti i fondi delle singole municipalità. Negli ultimi anni abbiamo deciso di destinare più risorse in quelle aree in cui il tasso di disoccupazione è più alto e il livello di studi più basso”.
Qual è il segreto di un modello così efficiente?

E’ un sistema che abbiamo costruito negli anni, cento anni fa eravamo una nazione povera e rurale, oggi siamo un paese all’avanguardia proprio grazie all’istruzione pubblica, costruiamo la società del futuro partendo dalla base, dall’istruzione, e lo facciamo anche investendo molto sugli insegnanti, sono preparati, competenti e hanno un buono stipendio e sono molto rispettati per il ruolo che svolgono.”

I giornalisti di Report sono andati anche nella regione dei Laghi nella Finlandia più estrema, dove i bambini trascorrono molte ore all’aperto per imparare fin da piccoli il rispetto per la natura.


La Finlandia investe solo 300 ml di fondi europei sull’istruzione e lo fa per migliorare la formazione e le competenze di adulti con percorsi formativi mirati. L’Italia invece nell’ultimo PON, il programma operativo nazionale, ha goduto di oltre di 2 miliardi di fondi europei di cui solo il 44% è stato effettivamente erogato agli istituti. Il tema è questo, spendere bene i fondi che si hanno a disposizione: spiega perché Paolo Iozzi preside dell’Istituto Comprensivo Fellini a Roma “spesso questi fondi diventano un incubo magari non sappiamo chi li possa gestire o come gestirli all’interno della scuola. Quando si parla di PON molto spesso anche i docenti stessi dicono ‘oddio un altro PON non ce la possiamo fare ’..”
I soldi che arrivano dall’Europa per gli investimenti strutturali devono essere rendicontati ma nei nostri istituti mancano le competenze.
Antonello Giannelli è il presidente dell’associazione naz. Presidi:
“una volta fatta la progettazione in realtà non la conduciamo bene in porto perché non riusciamo bene ad effettuare la rendicontazione finale che viene effettuata sulla base di regolamenti europei, quindi uguali per tutti i paesi membri e lì perdiamo parecchio, perché circa la metà dei fondi che poi sarebbero impegnati poi non vengono erogati per questa difficoltà.”
Cosa impedisce di farci liquidare queste somme?

Se non abbiamo personale ferrato su queste procedure poi è evidente che la qualità della rendicontazione è bassa e questo esita in un 50% delle somme che non vengono riconosciute dall’Europa.”

Se solo sapessimo spendere bene i fondi che abbiamo a disposizione, potremmo cambiare il volto delle nostre scuole.

La scheda del servizio: LA BUONA SCUOLA di Lucina Paternesi
Collaborazione Giulia Sabella

Nessun compito in classe, né interrogazioni o esami. Gli alunni sono liberi di uscire dall’aula, leggere libri o fare progetti manuali in base alle proprie vocazioni. E i risultati si vedono: secondo il programma PISA dell’Ocse gli studenti finlandesi sono ai primi posti per quanto riguarda la lettura, la matematica e le scienze. Pochissimi i fondi europei investiti, mentre la quota di PIL dedicata all’istruzione è quasi il doppio rispetto all’Italia, il 5% contro il nostro 2,9%. È questo il successo del sistema educativo e scolastico della Finlandia? In parte, ma non solo. Un viaggio nelle scuole migliori del paese per raccontare come, in appena cento anni, la Finlandia si è trasformata da paese rurale e povero in un paese all’avanguardia e tecnologico, dove trovano lavoro i cervelli italiani in fuga e dove ha trovato casa il primo preside italiano.




Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 gennaio 2023

Anteprima inchieste di Report – le stragi mafiose, i tamponi rapidi e la scuola che funziona

La ricerca della verità sulle stragi del 1992-93, l'inchiesta sui tamponi rapidi in Veneto e poi come la Finlandia ha investito nella scuola perché è lì che si formano i cittadini di domani.

Lo stato che non riesce a i conti col suo passato

Lo scorso 23 maggio Report, in occasione dei trent’anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, aveva dedicato un servizio alla pista nera dietro questi attentati, una pista che portava al leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. A distanza di anni – racconta Sigfrido Ranucci – nonostante la voglia di stendere un velo d’oblio su queste morti, emerge sempre qualcosa di nuovo e che getta luci ancor più inquietanti.
Si parte da lontano, dal 14 gennaio 1968, quando i paesi della vale del Belice erano sotto una coltre di neve: la prima scossa dell’ottavo grado sorprese le persone nelle case e rase tutti i paesi al suolo, affondando le macerie nel fango. Un giornalista scrisse “hanno assassinato la miseria”, storia di una agricoltura poverissima fatta di oppressione e mafia. I contadini di Poggioreale marciarono per anni contro il feudo per coltivare una terra lasciata marcire nelle mani dei baroni. Storia vecchia, si dirà, le cose oggi sono cambiate. A poca distanza dai paesi lasciati nelle loro macerie c’è il paese nuovo di zecca, anche se sarebbe stato possibile ricostruire quello vecchio, ma bisognava arricchire i costruttori e chi comanda in Sicilia sono sempre gli stessi.
“Questi ruderi sono l’emblema della memoria perduta” racconta Paolo Mondani, muovendosi un mezzo al muri crollati delle case dei vecchi paesi: la memoria di quanto presto noi italiani dimentichiamo e di quanto facilmente crediamo a menzogne disonorevoli.
Come nel caso della morte del maresciallo Antonino Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca,
una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..):
“credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

A distanza di trent’anni dalle stragi del 1992-93 siamo ancora alla ricerca dei mandanti, non possiamo fermarci al livello mafioso (a meno di non volerci accontentare di una verità parziale, il che vorrebbe dire accontentarci di una mezza democrazia, di vivere in un paese che non sa fare i conti col proprio passato, che non sa fare pulizia al suo interno).
Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.
Carte che potrebbero riscrivere la storia del nostro paese, perché potrebbero confermare quei legami tra uomini dello Stato, mafiosi, servizi e personaggi della destra eversiva: tra questi, il fondatore di Avanguardia Nazionale (una formazione di estrema destra nata dal Movimento Sociale) Stefano Delle Chiaie, su cui sta indagando la DIA su incarico delle procure di Firenze e Caltanissetta (di cui si è occupato anche Marco Lillo sul Fatto Quotidiano).



La Procura della Repubblica di
Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili
nella notte del 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la relazione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo risponde il magistrato dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.

La scheda del servizio: STATO D'ONORE
di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Report torna a indagare gli anni delle stragi in Italia. Ancora oggi emergono altri protagonisti, a lungo rimasti insospettabili, e uomini che per anni hanno scelto il silenzio.
La storia della nostra Repubblica continua a essere riscritta, e ora è sempre più evidente come nelle stragi del ’92 e ’93 ci sia la mano di mandanti esterni. Vi mostreremo per la prima volta l’informativa redatta dall’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo, dove si segnalava la presenza di Stefano delle Chiaie a Capaci in cerca di esplosivo poco prima della strage. Una informazione dal grande valore investigativo, ma incredibilmente non approfondita dai carabinieri. Come mai?
Solo oggi rileggendo la storia capiamo come per individuare i responsabili dietro gli anni più bui della nostra Repubblica occorra tenere in considerazione gli elementi ricorrenti di un sistema al cui interno operavano uomini della destra eversiva, massoni, uomini dello Stato e mafiosi. Non è storia vecchia, oggi che la legislazione messa a punto per combattere la mafia da Falcone e Borsellino viene messa a dura prova e da ogni lato si moltiplicano i tentativi di riscrivere il periodo stragista e i suoi responsabili.

La gestione dei tamponi in Veneto

Report tornerà ad occuparsi della gestione della pandemia in Veneto, in particolare sui tamponi rapidi dove sarebbero emersi dai pareri falsi.

L’efficienza nella gestione della prima ondata da parte della regione Veneto era dovuto alla scelta, voluta dal dottor Crisanti, di effettuare campioni per tracciare il virus e i nuovi focolai prima che si estendessero. Con la seconda ondata la regione ha scelto di adottare i test rapidi, affidandosi al parere del dottor Rigoli: oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.
Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”
I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti (e anche altri esperti) aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive. La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.
Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

Il dottor Rigoli era presentato dal presidente Zaia come l’Elon Musk del Veneto, uno che ha avviato la sperimentazione ante litteram prima di tutti: oggi è sotto inchiesta da parte della procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio per turbativa del mercato, falso e depistaggio. Avrebbe affermato il falso quando avrebbe affermato di aver effettuato una indagine tecnico scientifica sull’efficacia dei tamponi rapidi poi acquistati dal Veneto nel settembre 2020.
“Erano kit validati certificati CE IVD, quindi io non dovevo validarne la sensibilità e la specificità ..” è la risposta che ha dato oggi il dottore al giornalista.
La procura è partita dal servizio di Report dello scorso anno, dove si raccontava di una maxi fornitura di tamponi rapidi per diverse regioni, tra cui il Veneto, per 148ml di euro.

La scheda del servizio: LA GRANDE TRUFFA
di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

In Veneto durante la seconda ondata della pandemia è accaduto il disastro: ci sono stati 1600 morti in più rispetto alla media nazionale. Cosa è successo? Avevano puntato tutto sui tamponi rapidi, era il test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per le Rsa, contrariamente alle indicazioni dell’OMS e anche a uno studio del prof. Crisanti. Dopo la nostra inchiesta dello scorso anno si è mossa la procura di Padova e ha chiesto il rinvio a giudizio di quello che per il governatore Zaia era l’Elon Musk del Veneto, il dottor Roberto Rigoli: sostanzialmente nella gestione della seconda fase della pandemia aveva preso il posto del professor Crisanti come braccio destro di Luca Zaia. I magistrati scoprono che a giustificare appalti milionari per i tamponi rapidi, ci sarebbero attestazioni scientifiche false. Nel corso delle indagini spuntano anche intercettazioni imbarazzanti.
La scuola in Italia (e nel resto del mondo)

Nel suo discorso di fine anno il presidente della Repubblica Mattarella ha voluto citare la scuola (e l’università e la ricerca) come le basi con cui creare gli italiani del futuro, se vogliamo dare al paese una visione, un futuro.
Report è andata in Finlandia per capire qual è il segreto dell’educazione in questo paese: la programmazione dell’educazione segue in Finlandia tutto un ciclo – racconta il servizio di Lucina Paternesi – dall’infanzia fino all’università, è il trionfo della democrazia, a tutti viene data un’opportunità, ma come?
Attraverso una pianificazione dei posti di studio – spiega a Report Dario Greco, professore all’università di Tampere ad Helsinky – quindi di quanti medici, quanti ingegneri avrò bisogno tra cinque, dieci o vent’anni. Dove voglio che l’economia del paese vada: ad esempio in questo paese alla fine degli anni ‘80 c’è stata una pianificazione rispetto all’innovazione tecnologica nel campo delle telecomunicazioni ed ecco che arriva il miracolo Nokia che, però, in realtà non è un miracolo perché è stato costruito.
Report è entrata in una di queste scuole: dentro si trova un asilo nido, una libreria comunale, un centro giovanile ed è frequentato ogni giorno da più di 800 ragazzi seguiti da un centinaio di dipendenti tra insegnanti e personale amministrativo e specializzato come la psicologa, gli assistenti di pedagogia. Tutto questo ha ovviamente un costo per la collettività: sono circa 4ml di euro l’anno, racconta la direttrice Hanna Sarakorpi solo per stipendi, costi di libri, quaderni e matite. Ma poi ci sono le spese del comune per il mantenimento dell’edificio, dei consumi e quant’altro. La visione dietro questa struttura è quella di investire nel futuro del paese, come conferma la ministra dell’istruzione Li Sigrid Andersson: “le scuole pubbliche sono finanziate dallo stato centrale in base ad alcuni parametri a cui vanno aggiunti i fondi delle singole municipalità. Negli ultimi anni abbiamo deciso di destinare più risorse in quelle aree in cui il tasso di disoccupazione è più alto e il livello di studi più basso”.
Qual è il segreto di un modello così efficiente?

E’ un sistema che abbiamo costruito negli anni, cento anni fa eravamo una nazione povera e rurale, oggi siamo un paese all’avanguardia proprio grazie all’istruzione pubblica, costruiamo la società del futuro partendo dalla base, dall’istruzione, e lo facciamo anche investendo molto sugli insegnanti, sono preparati, competenti e hanno un buono stipendio e sono molto rispettati per il ruolo che svolgono.”
La Finlandia investe solo 300 ml di fondi europei sull’istruzione e lo fa per migliorare la formazione e le competenze di adulti con percorsi formativi mirati. L’Italia invece nell’ultimo PON, il programma operativo nazionale, ha goduto di oltre di 2 miliardi di fondi europei di cui solo il 44% è stato effettivamente erogato agli istituti. Il tema è questo, spendere bene i fondi che si hanno a disposizione: spiega perché Paolo Iozzi preside dell’Istituto Comprensivo Fellini a Roma “spesso questi fondi diventano un incubo magari non sappiamo chi li possa gestire o come gestirli all’interno della scuola. Quando si parla di PON molto spesso anche i docenti stessi dicono ‘oddio un altro PON non ce la possiamo fare ’..”
I soldi che arrivano dall’Europa per gli investimenti strutturali devono essere rendicontati ma nei nostri istituti mancano le competenze.
Antonello Giannelli è il presidente dell’associazione naz. Presidi: “una volta fatta la progettazione in realtà non la conduciamo bene in porto perché non riusciamo bene ad effettuare la rendicontazione finale che viene effettuata sulla base di regolamenti europei, quindi uguali per tutti i paesi membri e lì perdiamo parecchio, perché circa la metà dei fondi che poi sarebbero impegnati poi non vengono erogati per questa difficoltà.”
Cosa impedisce di farci liquidare queste somme?

Se non abbiamo personale ferrato su queste procedure poi è evidente che la qualità della rendicontazione è bassa e questo esita in un 50% delle somme che non vengono riconosciute dall’Europa.”

Se solo sapessimo spendere bene i fondi che abbiamo a disposizione, potremmo cambiare il volto delle nostre scuole.

La scheda del servizio: LA BUONA SCUOLA
di Lucina Paternesi

Collaborazione Giulia Sabella

Nessun compito in classe, né interrogazioni o esami. Gli alunni sono liberi di uscire dall’aula, leggere libri o fare progetti manuali in base alle proprie vocazioni. E i risultati si vedono: secondo il programma PISA dell’Ocse gli studenti finlandesi sono ai primi posti per quanto riguarda la lettura, la matematica e le scienze. Pochissimi i fondi europei investiti, mentre la quota di PIL dedicata all’istruzione è quasi il doppio rispetto all’Italia, il 5% contro il nostro 2,9%. È questo il successo del sistema educativo e scolastico della Finlandia? In parte, ma non solo. Un viaggio nelle scuole migliori del paese per raccontare come, in appena cento anni, la Finlandia si è trasformata da paese rurale e povero in un paese all’avanguardia e tecnologico, dove trovano lavoro i cervelli italiani in fuga e dove ha trovato casa il primo preside italiano.

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