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01 ottobre 2020

Destra e sinistra oggi con la pandemia

Daniela Ranieri scrive oggi sul Fatto che, di fronte alla platea degli industriali, si sono sentite finalmente cose di sinistra.

Evitiamo subito l'equivoco: il presidente Conte non è uno di sinistra, non verrà mai inserito in un eventuale Pantheon a fianco di Pertini e Gramsci.

Ma, abituati ai predecessori a Palazzo Chigi, il senso delle parole pronunciate era chiaro: non c'è solo il profitto a tutti i costi, il ridurre tutto a solo una questione economica, di PIL, di produttività.

C'è anche altro.

Riporto qui il passaggio più interessante, sul significato di destra e sinistra oggi: due concetti la cui differenza, con buona pace di Grillo e dei liberali ferocemente anti-sinistra, esiste ancora

Norberto Bobbio, in Destra e Sinistra (1994), scrisse che la diade destra/sinistra va vista nell’ottica della dicotomia tra eguaglianza e diseguaglianza; per ironia crudele della sorte, l’edizione del 2014 uscì con un commento di Matteo Renzi, che dichiarava “superati” i confini stabiliti da Bobbio e li sostituiva con altri: “Aperto/chiuso”, come “dice oggi Blair. Avanti/indietro, chissà, innovazione/conservazione, movimento/stagnazione”. E invece no: la pandemia ha reso vieppiù chiaro che esiste una destra, nazionalista, individualista, antiscientifica, che difende il profitto a ogni costo ed è tarata sul singolo (persino sulla sua presunta libertà di infettare), e una sinistra che tutela la collettività e i diritti sociali, prevede l’intervento dello Stato in economia e a soccorso dell’indigenza e valuta le autonomie regionali nell’ottica di un’amministrazione pragmatica e funzionale, non di un’egemonia monetaria su questioni fondamentali di salute pubblica. Ci voleva un evento mondiale di portata catastrofica per demolire le farneticazioni su terze vie e “problemi né di destra né di sinistra”, perché se è vero che il virus non fa distinzioni di ceto, i suoi effetti sono diversi su fasce diverse della popolazione (e per fortuna il Reddito di cittadinanza dei “grillini” ha attutito il colpo per 3 milioni di cittadini), e le soluzioni per contenerlo e limitare i danni economici del lockdown sono eccome di destra o di sinistra

22 settembre 2020

Tutti uguali (riflessioni post elettorali)

Ora camerati e compagni con le giacche e le cravatte di moda in Parlamento si confrontavano nei dibattiti televisivi, si davano del tu. Ogni tanto esprimevano stima reciproca. Parlavano dei morti ammazzati di quegli anni come se fossero stato tutti uguali.

Cuori rossi, dalla raccolta Variazioni sul noir di Massimo Carlotto

Mentre leggevo questo passaggio del racconto di Massimo Carlotto, scritto più di dieci anni fa, pensavo al centro sinistra oggi, indistinguibile ormai dal centro destra (su lavoro, tutele dei deboli, politiche sull'ambiente, sui trasporti). Sui coccodrilli che ho letto per la morte di Rossana Rossanda, arrivati anche da gente che milita in partiti di destra (per non dire con qualche scavallamento nel neo fascismo) e che di Rossana e dei comunisti italiani non sapevano e non sanno nulla.

Pensavo al fatto che oggi siamo contenti di aver vinto in Campania con De Luca e in Toscana con Giani, o in Puglia con Emiliano.

E che ora aspettiamo i soldi dall'Europa per dare sgravi a quelle imprese che non vedono l'ora di licenziare, che stanno preparando i progetti per quei cantieri che cementificheranno ancora un po' il paese.

28 marzo 2019

C'è spazio a sinistra

Eppure ci sarebbero praterie a sinistra, se solo si volesse iniziare a guardare quell'elettorato, se solo si volesse tornare a quei temi che una volta erano cardine (almeno a parole) del centro sinistra.
Sanità, scuola, tutele per chi lavora, sostegno ai più deboli, lotta alle disuguaglianze.

Eppure, leggendo le cronache di quello che è diventato oggi il centro (e una spruzzata di sinistra) si sente parlare solo di liste (con chi andrà Calenda), dell'anonimato in rete (la battaglia del deputato Marattin), del copyright in rete (una questione seria risolta con una legge sbagliata), di un ritorno al finanziamento pubblico (senza chiarire in che modo controllare poi la destinazione dei rimborsi).
La sempre presente TAV, panacea di tutti i mali. Il culto del PIL.

E la lotta contro il cambiamento climatico? Che fine ha fatto Greta? E la lotta alle emissioni, contro il consumo del suolo, per la messa in sicurezza del territorio?
E sui diritti civili si punta questa volta decisamente sullo ius soli, senza nascondersi dietro sondaggi e paure?
Difendiamo senza se e senza ma la 194 anzi, facciamo si che venga veramente applicata in tutto il paese?

C'è spazio a sinistra. Coraggio.

01 luglio 2018

Eravamo popolo ora sono solo - la deriva a sinistra

Non è colpa della paura
Si dà la colpa alla paura, ma io non credo che c’entri la paura. In Ungheria, in Turchia, in Austria, forse anche in Francia, e ora anche qui in Italia sono la maggioranza, che motivo hanno di avere paura? Secondo me non c’entra neanche la povertà, non in maniera decisiva, né la cosiddetta arretratezza socio-culturale: sia i ragazzi alla festa di Roma che questi di Ventotene mi sono parsi tutt’altro che arretrati. E allora cosa? Ci ho pensato a lungo, poi è successo che ho vinto un premio. Nella mia città, Trieste. «Come personalità che più si è distinta nell’anno, in una visione transfrontaliera e multirazziale, tipica dell’opera di Fulvio Tomizza» recitava a un certo punto la motivazione. Forte di ciò, e dell’amore per lo scrittore a cui il premio è dedicato, nel discorsetto non ho potuto evitare di ricordare che oggi i profughi istriani come Tomizza, o come mia madre, all’epoca richiedenti asilo pur essendo già in gran parte italiani, sarebbero finiti nei centri di semidetenzione invocati dal sindaco di Trieste e dal neogovernatore del Friuli Venezia Giulia nelle interviste di quei giorni. Al termine della cerimonia una signora con tre cognomi mi ha fatto sapere a mezza bocca che la gente non ne poteva più di tutti questi che ciondolano per strada con telefonini da cinquecento euro. Ecco di nuovo la gente, la gente che ero stato e non ero più. Ora apparteneva a loro. La maggioranza silenziosa era passata di là e non stava più in silenzio. A cena l’assessora ha tenuto a dirmi che suo nonno aveva fatto la marcia su Roma e che lei era fiera di sentirsi fascista e leghista. Al che — sì, lo ammetto — temo che la situazione mi sia un po’ sfuggita di mano, e me ne scuso. Però ho capito una cosa. La gente con cui mangiavo la pizza a Roma o a Ventotene o a Trieste non è diventata più paurosa, né più povera o più ignorante. È solo orgogliosamente egoista. Al tempo dei comunisti e dei democristiani sarebbe stata una vergogna, ora è un diritto. Sono stati proprio gli altri a liberarci dall’altruismo. Essere altruisti richiede un passaggio mentale complicato che nessuno è più disposto a sostenere, essere egoisti invece viene naturale, è facile e non costa nulla. Per aiutare il prossimo occorre credere in un progetto comune, condividere un ideale. Ci era rimasta la nazionale, ma poi abbiamo visto com’è andata.
Mauro Covacich, "Io ero il popolo ora ho scoperto che sono solo" - Corriere del 30 giugno 2018

Ventotene, l'isola del manifesto di Altiero Spinelli.
Un gruppo di persone fuori da un ristorante che si rallegra del calo degli sbarchi, del nuovi ministro degli interni, che basta con queste ONG, con questa invasione di immigrati (che a Ventotene non ci sono), che è finita la pacchia.
Gente che sta bene, che non ha problemi e che se parla così non è per paura. Né perché è di destra.
Ma perché alla fine, oggi abbiamo stato sdoganato l'egoismo.

06 ottobre 2017

Il poligamo

Nella vita normale essere poligami non è consentito, diverso giudizio se parliamo di poligamia politica.
Se per "essere poligamo" si intende aver la capacità di parlare con tutti, può anche essere una virtù.
Diverso discorso se invece con "poligamia" intendiamo l'arte di tenere aperte le possibilità di fare alleanze con tutti.
Come sembra voler fare Pisapia, dopo aver sentito il suo discorso al palco dell'incontro con MDP. Bersani, Errani e anche D'Alema.

Perché esistono dei principi in politica e, giova riperterlo, sinistra e destra hanno ancora un significato.
Si può essere dalla parte dei voucher e di quelli che li hanno contestati?
Si può stare dalla parte di chi ha deprezzato il mondo del lavoro, livellandolo verso il basso togliendo diritti come ha sempre fatto la destra, e anche da chi ha contestato il jobs act?

C'è stato un tempo in cui tutto questo (jobs act, gli attacchi allo statuto dei lavoratori, i condoni, la mortificazione del merito, i nominati e gli amici, legge elettorale pro nominati) era imputato alla destra berlusconiana.
Anche questa capace di sventolare di fronte alle telecamere i numeri magnifici del governo: dal milione di posti di lavoro al poliziotto di quartiere.
Forse non si può essere troppo poligamo in politica, si rischia che la moglie (gli elettori di sinistra) poi ti caccino di casa.

02 luglio 2017

Alleanze e astensionismo

S'ode a destra uno squillo di tromba
Fuori del Pd c'è la sinistra della sconfittaSono pronto a ragionare con tutti, ma sui temi del futuro dell'Italia non ci fermiamo davanti a nessunoIl centro sinistra senza PD è da Nobel della fantasia

... a sinistra risponde uno squillo
Da soli non si va da nessuna parte. Non c'è altra strada che quella che stiamo percorrendo, insieme.Basta arroganza e basta gigli magici, non se ne può più

Si continua a parlare di alleanze, nonostante gli attacchi e le punzecchiature da una parte e dall'altra.
Come Scalfari si augura nel suo articolo domenicale: "Come vorrei che Matteo e Giuliano fossero presi da incantamento".
E tanto più si parla di alleanze e tattiche per le elezioni (a settembre parte la campagna elettorale, e per le leggi da approvare chi s'è visto s'è visto), tanto più non si parla d'altro.
L'astensione, per esempio (ne parla Salvatore Settis oggi sul Fatto Quotidiano).
Quanto è rappresentativa una maggioranza parlamentare se a a votare va solo il 50% degli elettori.
Qui si continua a giocare sui numeri: l'astensione non è un problema solo di oggi, ma anche di quando il PD prendeva il 40% alle Europee. Con un affluenza al 50% ..

Cresce l'astensione e diminuisce la rappresentanza degli eletti, aumenta la protesta, lo scontro, il cinismo.
Forse tutto questo è voluto: la nuova forma di Democrazia 2.0 è una forma di governo per soli eletti.
Non per tutti.
Spariti i partiti e i luoghi sul territorio dove incontrarsi e discutere.
Sparite le ideologie, che hanno lasciato il posto agli slogan: prima gli italiani, tutti ladri, noi il futuro gli altri la palude, e così via.

Spariti anche i contenuti, ovvero la sostanza della politica: cosa mettiamo nelle riforme della scuola e del lavoro, della giustizia e della pubblica amministrazione?
Più tutele, più diritti, una redistribuzione della ricchezza, una giustizia (e una scuola e una sanità) uguale per tutti?

Servirebbero partiti e non taxi al servizio del leader di turno, che non è nemmeno capaci di un minimo di autocritica.
Così, come in ogni elezioni in Italia da sempre, alla fine vincono tutti.
La destra estrema avanza e in pochi ne colgono i presagi di una disgregazione del sistema esistente.

22 giugno 2017

Che deve fare un elettore di sinistra ..

La crisi di Alitalia (tamponata per il momento, ma destinata ad esplodere se non si arriverà ad una offerta).
Le crisi delle banche popolari venete: Intesa si prende ad un 1 euro le "good bank" e il resto finirà in Bail In?
Le crisi dell'Ilva di Taranto: comprata da una cordata che ha dentro Mittal e Marcegaglia, di certo ci sono solo gli esuberi.

E poi la crisi della sinistra (ma c'è mai stato un momento nella storia recente in cui on si discuteva della crisi della sinistra?). Tanti gruppi e partiti a sinistra del PD (la diaspora l'aveva chiamata Alessandro Gilioli) e un grande affollamento a destra, dove l'elettore di bocca buona ha sempre pronto l'usato sicuro.
Michele Serra si chiede, nella sua Amaca:
Che cosa può fare, dunque, un elettore di centrosinistra senza partito, senza vincoli, senza pregiudizi, che avrebbe l’intenzione di non votare più per Renzi, ma al tempo stesso, se gli è consentito, non vorrebbe disperdere il voto per poi assistere al trionfale (e a questo punto meritato) ritorno della destra a Palazzo Chigi?
Ma, caro Serra, il centro destra e la destra sono sempre rimasti a Palazzo Chigi. Da Monti a Letta fino a Renzi.
O forse vogliamo far passare le riforme dei passati governi (lavoro, lotta all'evasione e innalzamento contante, Ici sulle case) come "cose di sinistra"?
I bonus a pioggia, certo. Gli sgravi fiscali. I voucher per far emergere il nero. Il bero che rimane, come il caporalato, vista l'assenza di controlli seri nel mondo del lavoro.
E certo, anche l'evasione: da una parte i condoni, dall'altra l'uso delle banche dati per incrociare i dati di consumi e redditi.
Ma le banche dati vanno alimentate, i dati vanno incrociati.

Si fa presto a dire sinistra.
La sinistra che attacca i magistrati si difende dai processi.
La sinistra che occupa le poltrone in Rai e nelle altre aziende pubbliche.
O era la destra?

11 giugno 2017

Una volta a sinistra

C'era una volta una famiglia di quelle storicamente dette "di sinistra".
Di sinistra il padre, sindacalista nel settore tessile per anni, anni di battaglie per dare un lavoro alle dipendenti che lavoravano da casa, anni di battaglie anche andando in piazza, negli anni 70. Quando giravano manganelli e chiavi inglesi da una parte e dall'altra.
Battaglie concluse con l'occupazione della fabbrica per cui lavorava, fino al fallimento.
Da Longo, Berlinguer, fino a D'Alema e Veltroni, per passare attraverso Prodi fino a Bersani.
E ora Renzi perché - racconta - per battere Berlusconi serve a sinistra uno spregiudicato come lui. Uno che sa vincere.
La sinistra ha così vinto, ma forse è stata è stata anche lei battuta.
E ora, rivotare Renzi? E chi rimane?

Di sinistra anche la figlia: impegnata a scuola e nel volontariato, libri impegnativi e vacanze per luoghi d'arte.
Poi una famiglia, un marito, due figli.
E poi la parrocchia, l'unico strumento aggregante in questi piccoli paesi.
Altro volontariato, in Chiesa e a scuola.
E i primi disappori con la sinistra.
La sinistra che non sa aiutare chi è in difficoltà col lavoro.
La sinistra che accoglie gli extracomunitari e che si dimentica degli italiani che hanno sempre pagato le tasse.
E così, elezione dopo elezione, si è sempre spostata più verso destra, in modo inconsapevole.
E così la si sentiva discutere, in fondo Salvini ha ragione .. però Putin difende gli interessi dei russi .. 

C'era anche un figlio, in questa famiglia.
Era uno che aveva sempre sbagliato il treno da prendere.
Era diventato di sinistra quando il mondo andava a destra.
Era rimasto contro negli anni del delirio berlusconiano. Comunista comunista comunista ...
Rimasto a sinistra (anche ora, con le larghe intese) perché, alla fine, tutti gli altri posti erano già stati occupati.
Di quella sinistra accusata di aver sempre perso le elezioni.
Di quella sinistra destinata a perdere, zavorra politica, antistorica, ideologica, utopistica.
Con corbyn non andrete da nessuna parte (prima delle elezioni inglese) .. comunque Corbyn ha perso (dopo le elezioni)..

Perchè questo racconto, più o meno inventato?
Perché oggi, in uno strano silenzio, si vota per le elezioni amministrative in molti comuni, alcuni anche importanti capoluoghi di provincia.
E il vento porta lontano, lontano da quell'area che storicamente si chiamava di sinistra.
Paradossale poi, se si pensa che le stesse persone che sposano tesi di destra poi ammirano uomini forti come Putin, l'ex colonnello del Kgb, presidente della confederazione russa.

E che oggi porta avanti la propaganda pro Russia, anti europea, a colpi di fake news, finanziamenti a partiti e movimenti, in una nuova guerra fredda dove però non esiste più alcuna cortina di ferro o muro di Berlino (leggetevi gli articoli usciti sul mensile del Fatto Quotidiano Millenium).

07 maggio 2017

Il meglio del meno peggio

Anche oggi, l'elettore di sinistra (francese) si troverà di fronte alla stessa domanda: al ballottaggio per le presidenziali mi turo il naso e voto il meno peggio (Macron) o me ne sto a casa?
In Italia siamo esperti di votare il meno peggio: è dai tempi dell'Unione quando si votò Prodi, il meno peggio, per battere Berlusconi. Quando ancora Berlusconi era il nemico per il centro sinistra, tanti anni fa.

A furia di votare il meno peggio l'impressione è che il baricentro politico si sia spostato a destra.
Lasciamo perdere le piccole bagatelle di oggi, tra decreto Minniti e legittima difesa.
Vedere un partito che si dice di sinistra che delega al singolo la sua tutela, della sua famiglia, legittimando comportamenti da far west (“la difesa è sempre legittima”, dicono, altro che il pane e le rose), fa molta. impressione
C'è una legittima difesa che manca, contro quelli che ci mettono le mani in tasca, contro quelli che ci fanno pagare tasse per coprire buchi nati da politiche sbagliate.
Tipo quei miliardi di euro che il governo metterà in MPS per salvare la banca (privata) perché l'operazione di mercato (quella voluta dallo stesso governo di sinistra etc etc...) è fallita (e gli altri "favori" alle banche)

Ma questo spostamento a sinistra lo si comprende bene alzando la testa dalle prime pagine e vedendo come sono cambiate le leggi, come è cambiato il rapporto degli italiani con alcuni temi.
Il lavoro prima di tutto. Una volta, quando si incontrava una persona, si chiedeva “che lavoro fai?”.
Oggi si arriva a chiedere hai un lavoro? Per quanti mesi?

Lo spostamento a destra ha trasformato parole ed espressioni come “sindacati”, “professori”, “posto fisso”, “politicamente corretto”, “buonismo” in parolacce.
Flessibilità, riformismo, dinamicità, produttività, velocità.
Nessuno sguardo oltre il presente a cui siamo inchiodati.
Nessuno scontro ideologico, abbasso le ideologie ti dicono le persone fortemente aggrappate alle loro ideologie di destra.
La politica diventa uno scontro tra tifosi, pro o contro.

E così i fan italiani dicono “beati i francesi che stasera sanno chi vincerà le elezioni” (torniamo sempre al ballottaggio Macron Le Pen): cambierà qualcosa per i francesi sapere subito il vincitore ma rimanere ancora all'oscuro del futuro che li aspetta.
Che maggioranza cercherà Macron, se dovesse vincere? Che politiche economiche, sul lavoro porterà avanti l'ex banchiere?
Conoscere il nome non vuol dire niente.
E, dall'altra parte, se dovesse vincere Le Pen porterà avanti veramente le sue ricette? O dovrà fare come Trump, rimangiarsi parte delle promesse?


“Qua una volta era tutta sinistra”: ieri sera Blob nella lunga carrellata del sabato, ci ha mostrato volti e parole dei leader della sinistra, vincitori e vinti, a partire da Benigni partito sul palco a fianco di Berlinguer e finito a fianco di Renzi in America.
Se fossi francese sarei molto confuso oggi.
Ma forse, senza andare troppo lontano, sarei confuso anche se si dovesse votare oggi in Italia.
“Vorrai mica far vincere i populisti? Vorrai mica che arrivino le destre?”




Ecco, l'impressione è che le destre, queste destre che oggi si muovono sempre più a loro agio (con troppe impunità), siano funzionali a questo meno peggio che siamo costretti a votare.
E alle loro ricette economiche che non puntano alla ridistribuzione del redditi, per dire una cosa di sinistra.

Che non puntano a tutelare le fasce più deboli, per dirne un'altra.

26 maggio 2015

Non podemos


Il gioco di parole è facile, dopo la vittoria in Spagna di Podemos : loro possono, noi no.
Possono passare dalla protesta di piazza contro la corruzione, ad un partito che vince le elezioni amministrative in due grandi città, a Barcellona e forse anche a Madrid, al ballottaggio.
Una forza di sinistra capace di apristi alle alleanze, coi socialisti e coi Izquierda.
Dopo la Grecia, la Spagna: mentre noi siamo ancora a raccontare dell'intervista di Berlusconi, di impresentabili, di diritti civili, di tesoretti, di bonus di numeri magici sulle assunzioni, fuori dall'Italia qualcosa si muove.
Anti corruzione, anti questa Europa: in Spagna molti giovani sono andati al voto per Podemos e Ciudamos, per Pablo Iglesias, per Ada Colau e Manuela Carmena , per cambiare le cose.
In Italia non podemos: le elezioni regionali sono imminenti e i due leader televisivi (perché la politica si continua a fare in TV) parlano agli anziani, il loro nucleo di elettori.
Certo, sono gli anziani che tengono in piedi le famiglie grazie alle pensioni.
Ma il futuro del paese è altro.

In Italia non podemos: la sinistra è frantumata, divisa, incapace di parlare e purtroppo, di rinnovarsi.
Podemos riesce a parlare di alleanze, il M5S non ne parla nemmeno (e nemmeno si può definire partito di sinistra, sebbene parte dell'elettorato arrivi da lì). C'è poi la minoranza (ex) PD coi suoi candidati. C'era una volta l'Altra Europa di Tsipras, la coalizione sociale di Landini. Ci sono ancora Sel, i partiti della sinistra sinistra …
Tentativi di fare massa di movimenti ed ex comunisti ancora in alto mare.

In Italia non podemos ancora: il nostro presidente del Consiglio (che si sta sprecando per le regionali, temendo l'esito del voto) ha commentato il risultato in Spagna dicendo che bisogna cambiare l'Europa.
Cosa ha fatto l'Italia per l'Europa nel suo turno di presidenza?
Alle regionali (quelle del 4-3 ..) si potrebbe arrivare ad una affluenza del 50% e alcuni sondaggi danno il PD al 35%, del 50% : il 18-20% degli aventi diritti. Il resto è astensionismo, gente disillusa, senza partito, magari pure arrabbiata.
Governare con la minoranza che vota ancora e che guarda la TV.

Podemos andare avanti così?  

12 maggio 2015

Volete vincere? Diventate di destra

La colpa della sinistra? Essere ideologica, avere dei fondamenti, delle basi, dei valori, che sono diversi da quelli della nuova destra altrettanto ideologica (con la differenza che questa destra è cool, vincente, funziona).
Questo è quello che ho pensato dopo aver letto diversi articoli, analisi, ragionamenti.
Antonio Polito sul Corriere:“Socialdemocrazia al tramonto” titola il suo articolo, il cui culmine è raggiunto in questa frase
Ai partiti eredi della sinistra riformista non basta dunque cambiare pelle: devono cambiare elettorato. È ciò che ha fatto il Pd renziano. Che abbia cambiato pelle, si vede a occhio nudo. Ma sta cambiando anche elettorato: un po’ di sinistra se ne va, ma molta gente di centro e di destra può arrivare, come è già avvenuto alle europee”.

Solo perché in Inghilterra ha vinto (nonostante i sondaggi) il conservatore Cameron nei confronti del laburista Miliband.
E come spiegare allora i voti presi dal partito indipendentista, con un programma molto di sinistra? E' la facile obiezione che ieri ha fatto Gilioli sul suo blog:
Un bell'esempio di ideologismo cieco nei confronti del reale lo trovate oggi sulla prima pagina del Corriere, e vale la pena di parlarne perché il primo quotidiano italiano contribuisce a creare quell'egemonia culturale che poi viene distribuita anche altrove, nei talk show televisivi e nel confronto politico in generale.La tesi dell'editorialista del Corriere, l'ex maoista ed ex Pci Antonio Polito, è che la sconfitta dei laburisti in Uk, la crisi di consensi di Hollande in Francia e l'altrettanto difficile situazione dell'Spd in Germania sono la prova che la "sinistra identitaria" (sic) è destinata alla sconfitta, mentre vince la sinistra alla Renzi che guarda altrove, al centro e a destra.Perfetto, interessante.Iniziamo dal Regno Unito, dove rispetto a 5 anni fa i Conservatori hanno guadagnato 600 mila voti, i Laburisti 700 mila e il partito indipendentista scozzese, più di sinistra rispetto al Labour, ne ha presi un milione in più. Quasi tutti consensi sottratti ai liberal-democratici di centro (meno 4,4 milioni) che stavano nella maggioranza con i Conservatori, e che sono in modo robusto andati anche al nazionalista antieuro Farage (più 3,4 milioni). Mi sembrano, a occhio, dati un filo più complessi di quelli che Polito usa per dimostrare la sua tesi, anche ammettendo che i Laburisti non abbiano vinto perché nei programmi si erano spostati "troppo a sinistra" rispetto a Blair (si potrebbe ipotizzare anche l'opposto, cioè che l'ombra lunga del blairismo abbia eroso definitivamente la fiducia nella possibilità che i Laburisti siano una vera forza di cambiamento, infatti sono cresciuti notevolmente i nazionalisti scozzesi di sinistra e l'Ukip: ma pazienza).

Germania, Spagna e Inghilterra, come esempi di una nuova destra vincente è invece l'editoriale di Cerasa sul Foglio di lunedì (dove paragona i tre leader della destra europea al trio delle meraviglie).
Sono riusciti a uscire dalla crisi tagliando spesa sociale e dipendenti pubblici (perché tagliare spesa pubblica tout court non è ideologico, vero?).
Peccato che l'Inghilterra per uscire dalla crisi abbia fatto deficit e non sia sottoposta ai vincoli europei (cosa che invece dobbiamo fare noi italiani).
Peccato che la Spagna non rispetti il vincolo (o dogma, visto che mi sembra altrettanto ideologico) del 3%.
Peccato che la Germania abbia un surplus nella bilancia delle esportazioni, superiori ai vincoli europei. E con quei soldi in più per l'export non alzi gli stipendi interni (qualcuno prima o poi si accorgerà del vero volto dello Hartz 4).



Ma non è finita: lunedì su Repubblica era riportata la traduzione di un articolo di Blair (si, il miglior frutto della politica della Tatcher, quello che aveva mentito al popolo sulle armi di distruzione di massa in Iraq), preso da l'Observer. Alcuni passaggi:
 “Più coraggio e compassione, la sinistra riparta dal centro”, “Se vogliamo vincere ascoltiamo le imprese e soprattutto i lavoratori”, “Dobbiamo imparare dalla sconfitta, per vincere ripartiamo dal centro”.
Mi sembra il PD di Bersani quando corteggiava il centro di Monti e di Casini e non si accorgeva di quanto il suo elettorato fosse stanco di politiche fintamente di sinistra e si è arrivati poi alla non vittoria del 2013.

E poi c'è Folli, che commenta l'uscita del ministro Boschi su sindacato e scuola: “La trappola del populismo”.
Che poi, dicesi populismo quel tipo di potere dove chi comanda tende a rivolgersi al popolo (le riforme per il popolo, lo chiede il popolo..), facendo fuori i corpi intermedi. Come i sindacati, appunto.
Quando il ministro dice che la scuola non può funzionare in mano ai sindacati. Si tratta di un tema per la campagna elettorale regionale, “emblematico della fisionomia che il Pd verrà ad assumere nel prossimo futuro. Il ‘renzismo’ non può permettersi di cedere di fronte alla logica sindacale. In fondo il laburista Miliband ha perso in Gran Bretagna anche perché ha riproposto la vecchia visione sindacato-centrica” da cui si era affrancato Tony Blair.

Insomma sempre sti Tony Blair, sto Cameron. Tra un po' ai commentatori renziani andrà bene perfino Bush e le sue politiche per la castità nelle scuole.

Riassumendo: se la sinistra (intesa come partito, come gruppo di interesse, come sistema di potere) vuole vincere, deve fare la destra. Magari rimanendo almeno un po' repubblicana.
Altrimenti, ciccia.
Siete condannati a perdere. A rimanere quelli del 25%, come rinfaccia il rottamatore ogni volta alla minoranza PD.
Basta coi sindacati, basta con le tutele dei ceti deboli, con il finto ambientalismo (che una trivella non ha mai ammazzato nessuno), basta con l'istruzione fine a se stessa che non porta nessun profitto al privato.
E questo, intendiamoci bene, non è ideologico?
Mah ..

PS: basterebbe guardare chi sta candidando nelle regioni, per capire come la lezione sia stata imparata.
Ex fascisti, ex missini, ex berlusconiani, cuffariani, cosentiniani, scajoliani, ex leghisti … tutto pur di non aver nessuno di sinistra in mezzo alle scatole.


15 marzo 2015

Il non diritto al voto (a sinistra)

Se fossi un elettore di sinistra in Veneto, mi sentirei in forte difficoltà, per la scelta del voto per le prossime elezioni.
Stretto tra il PD renziano, quello dell'alleanza con Alfano e Lupi, del patto del nazareno con Berlusconi.
E tra la destra di Salvini, di marca lepenista. Quella dell'alleanza con Casa Pound e degli altri groppuscoli di estrema destra.
E la destra tosiana, del sindaco di Verona che esce dalla Lega di Salvini per la sua deriva, lui che è stato vicino e che ha governato con l'appoggio di certi gruppi di destra.

Lo capite, vero, che questo è un dramma, per uno che ha altri valori? La solidarietà, l'empatia per gli ultimi, la laicità, l'equità sociale, la redistribuzione del reddito.
Non è che fuori dal Veneto sia meglio, certo:
uscite tutti con le mani in alto … ”.
Certo c'è il M5S, non partito, non statuto, brava gente nella base. Ma sono quelli che governano da soli o niente. E allora niente (e stiamo parlando di regioni, diverso è il discorso a livello comunale).

Meglio la Lombardia di Maroni? O l'Emilia dove il PD ha vinto alle elezioni dove han votato nemmeno il 40% dei cittadini.

Capite che uno così avrebbe tanta voglia di non andare a votare: a chi dai il voto? Ai partitini a sinistra (ignorati dalle televisioni che parlano solo di Matteo e Matteo), oppure turarsi ancora il naso per votare magari la minoranza PD?
Quella dei Bersani, Fassina, Speranza ? Ma scherziamo?

Peccato che il non voto è un voto per lo status quo, come hanno insegnato le passate elezioni regionali: meno gente vota, meglio è per Renzi, B. e compagnia cantando.
Grazie all'astensione e al combinato disposto di Italicum e riforma istituzionale si lascia tutto il potere nelle mani di un sol uomo.
Chi rappresenta allora, politicamente, questa parte del paese?
L'ultima volta che la sinistra politica ha vinto qualcosa alle elezioni è stato nel 2011, l'anno dei referendum, l'anno delle elezioni a Milano e Napoli.
Sappiamo come è andata a finire: c'è stata la speculazione sul debito italiano e poi la normalizzazione dei tecnici per neutralizzare la spinta a sinistra dell'elettorato.

Da allora ci siamo abituati alla presa per i fondelli, all'incoerenza, al voltafaccia.
Quello che prima era l'avversario oggi è l'alleato. Quello che prima era sbagliato, da rigettare, oggi è accettato e reso lecito.
Prima c'era B. che si faceva le leggi ad personam, ora ci pensano le larghe intese a lavorare per lui. La legge Severino che depotenzia il reato di Concussione. L'opa su Rai way. Gli spot del governo che finiscono a Mediaset.
Il falso in bilancio che prima viene infilato nella delega fiscale o ora nella legge sulla non punibilità dei reati “lievi” , come chi ruba una mela o chi falsifica il bilancio.

Viviamo in un enorme show mediatico, dove una narrazione sistematica e ossessiva ci nasconde la realtà delle cose.
L'Expo di Milano ne è un esempio eclatante.
Il fiore all'occhiello dell'Italia, l'occasione per il rilancio.
Lo sapete che Expo spa ha aperto delle gare d'appalto per il “Camouflage”, ovvero per l'allestimento di scenografie sul sito, usate per nascondere le opere incompiute.
Quelle che verranno terminate dopo l'inaugurazione del primo maggio, come le vie d'Acqua (data prevista 14 agosto).
Expo dovrebbe nutrire il pianeta, ma per il momento abbiamo nutrito a suon di mazzette imprese vicino ai politici che han partecipato al banchetto.
E per fortuna che c'è il magistrato Cantone a vigilare.
Ma poi scopri che gli appalti per la ristorazione, nei padiglioni dei paesi esteri, sono a chiamata diretta, senza che debbano ottemperare le normative antimafia.

Questa è la realtà. Facciamo vedere cosa siamo capaci di fare, dice il presidente Renzi.
Sprechi, corruzione, scenografie che nascondono le macerie, cemento che si è mangiato il verde, lavoratori assunti per pochi mesi e che lavoreranno gratis.
Difendiamo il made in Italy a suo di Coca Cola e Mc Donald.
Show must go on.

La coalizione sociale.
A sinistra nasce la “coalizione sociale” voluta da Landini, segretario Fiom, per aggregare associazioni, gruppi, che non si riconoscono in questo modello ideologico (il profitto a breve, lo sfruttamento, il forte contro il debole).
Per il momento ha tenuto i partiti fuori, lasciando dentro Libera, Arci, Libertà e giustizia .. è un primo passo. E' una opposizione politica al governo Renzi, critica il vice Guerini: certo che è politica. Vorremmo mica lasciare che la politica la facciano le lobby, i nazareni, i Marchionne, i signori del cemento e delle slot?


Ma questo è forse il domani. E oggi? Che spazio politico c'è? Non vorrei fare paragoni azzardati, ma è come non avere diritto al voto.

19 gennaio 2015

Grande è la confusione

Renzi si dice di sinistra.
Come la Boschi secondo cui essere di sinistra significa fare le riforme per anticipare un futuro che assomiglia tanto ad un lontano passato.
Ma anche Berlusconi si definiva socialista.
Di sinistra anche gli ultimi presidenti della Repubblica.
Di sinistra, addirittura comunista, anche Salvini. Che nel dilemma tra Renzi o Putin non ha dubbi. Meglio Putin: chiedere alla Politkovskaja per un chiarimento.
Poche idee e tutte confuse.

Capite che confusione c'è nell'aria? Non è solo il jobs act che aiuta le imprese a licenziare, ma che viene venduto come strumento per creare lavoro.
O anche il falso in bilancio ri-depenalizzato, per aiutare la lotta ai corrotti.

E' come diceva Mao: "Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole".
Favorevole per prendere in giro le persone.

26 luglio 2014

La Diaspora - Dov'è oggi la sinistra italiana di Alessandro Gilioli

Ci sono sempre state e sempre ci saranno persone che lottano per la giustizia sociale e i diritti dei cittadini.


La sinistra è morta, viva la sinistra. Sembra una provocazione, un'uscita del genere, con un Pd al 41%, dopo il voto per le Europee. Paradossale, ma è così: la sinistra intesa come sinistra politica è oggi frantumata in tanti rivoli, divisi e anche in lite tra loro, e dunque di scarso peso in Parlamento.
Il Pd è altra cosa: un lungo processo di trasformazione l'ha fatto diventata in quello che oggi è il partito renziano, dove uno decide assieme a pochi, e gli altri annuiscono entusiasti.
PD che anziché sposare battaglie sugli ultimi, sui senza lavoro, senza casa, senza diritti civili, abbracciando le larghe intese con gli ex nemici (?) di una volta, ha votato di volta il fiscal compact, la legge Fornero, la riforma delle pensioni, il decreto Poletti sui precari. E ora si appresta a votare il TTip, l'accordo internazionale che permetterà alle grandi compagnie americane di passare sopra le leggi nazionali espresse dai governi votati dai cittadini.
Qualcuno si ricorda ancora le settimane che hanno preceduto la non vittoria di Bersani alle elezioni del 2013? Era un continuo rincorre, da parte del PD, dell'agenda di Monti, il loden di Monti, i punti del suo programma. Perfino dei suoi ministri (Passera e la Fornero) erano indicati come futuri ministri del governo di centrosinistra che non c'è stato.
Abbiamo visto come è andata a finire: Monti, chi?

Dal post “I giorni di Monti”
Primo, il voto favorevole alla riforma delle pensioni. «Anche qui, è chiaro che abbiamo sbagliato», dice Fassina. «Però la legge Fornero era contenuta nel decreto di stabilità approvato in fretta e furia appena Monti era diventato premier e in quel momento non c’erano le condizioni per fare diversamente. Eravamo consegnati nelle mani del Professore, che era considerato da tutti il salvatore della patria. Quella cosa fu approvata in cinque giorni: ci sentivamo in emergenza completa. E poi avevamo appena votato la fiducia al governo Monti: sull’atto più importante, la legge di stabilità, quello su cui era nato lo stesso governo, non potevamo fare altro».
Errore successivo, aver sostenuto l’esecutivo anche quando Berlusconi lo aveva già mollato: «Dopo le elezioni amministrative del maggio 2012 il capo del Pdl era ancora formalmente nella maggioranza, ma si comportava come se fosse all’opposizione», ricorda Fassina: «Insomma noi siamo rimasti lì con il cerino in mano a sostenere da soli le politiche di austerity. Io allora ebbi l’ardire di dire che dovevamo anticipare la nuova legge di stabilità e andare a votare a ottobre, ma fui massacrato in modo pesantissimo nel mio stesso partito, con tanto di richiesta di dimissioni. Penso che invece avremmo dovuto fare proprio così. Cioè dire: “questa è stata l’emergenza ma non può essere il nostro programma, noi abbiamo un altro progetto e adesso che la fase più grave è passata si va alle urne”. Ripeto: fui bastonato pesantemente, solo per averlo proposto».
Ulteriori errori, elenca Fassina, il fiscal compact e il pareggio di bilancio: «Averli appoggiati fa parte di quella subalternità che ha viziato il Pd fin dall’inizio. Se avessimo avuto una qualche autonomia culturale, noi di sinistra, avremmo potuto pressare Monti per ottenere almeno delle clausole migliori. Lo sbaglio nostro, quello che sta alla base di quelli successivi, era appunto precedente: stava nella versione soft del paradigma liberista adottata dal mio partito fin dal discorso di Veltroni al Lingotto. Nasce tutto da là».
Ancora più duro sul passaggio che segna la nascita del governo Monti è il segretario della Fiom, Landini: «La sinistra non aveva alcuna proposta alternativa a quello che ci avevano detto di fare Trichet e Draghi nella loro lettera dell’estate 2011. Così, quando cadde il governo Berlusconi, si scelse di non andare a votare e di appoggiare il governo dei tecnici. Fu un errore tragico: per un anno ci siamo bevuti la ricetta imposta dalla Troika, dalla riforma delle pensioni al pareggio di bilancio. L’appiattimento del Pd a quelle politiche, durante quel periodo, è stato decisivo nell’aprire le praterie al risultato di Grillo nel 2013».
Vincenzo Vita, ex senatore Pd, offre un racconto di quei giorni ancora caldo di emozione e a tratti agghiacciante: «Il partito non aveva capito l’importanza di quello che stava facendo. Quando cercavo di spiegare ai colleghi del mio gruppo che stavamo votando una cosa demenziale, tutti mi rispondevano: “ma Vincenzo, qui cade il governo”. Non ci fu nemmeno l’agio di un confronto né nel partito né tra i parlamentari: neppure sul pareggio di bilancio che pure ebbe un percorso lungo, in quanto modifica della Costituzione. Niente: era una cosa calata dall’alto e noi dovevamo adeguarci per non far cadere Monti. Io ci provai fino all’ultimo: ancora nel giorno del voto finale, nell’aula di Palazzo Madama, passai tra i banchi dei miei compagni per cercare di parlare con loro a uno a uno, ma senza alcun successo. Mi dicevano: “lascia stare, dai, lascia stare”. Perfino Ignazio Marino, di cui ho grande stima, mi rispose: “Vincenzo, non ho studiato bene il dossier”. Ma quale dossier? Ma cosa c’era da studiare? Era evidente che non aveva alcun senso quella roba, proprio a livello di logica elementare. Ci stavamo mettendo in una gabbia di ferro da soli, senza motivo, e lo stavamo facendo perché “altrimenti cadeva il governo”. Rimasi quasi solo. E non mi riferisco soltanto al mio partito, ma anche al mondo della sinistra italiana, che con pochissime eccezioni non comprese assolutamente la rilevanza di quel passaggio».
Il pd renziano.
E ora? Con Renzi stiamo inseguendo un progetto di riforme che non è autoritario: semplicemente riduce di molto lo spazio per le opposizioni e allontana il palazzo dai cittadini (non eleggibilità, le firme per i referendum, lo sbarramento per i partiti minori..).
Si, gli 80 euro (prima del voto alle europee, appunto): non hanno cambiato di molto la bilancia di spesa, e non risolvono il problema di quanti non hanno lavoro o, avendolo, fanno fatica ad arrivare a fine mese.
Fare politica di sinistra sarebbe ridurre la forbice tra ricchi e poveri, garantire i servizi pubblici di eccellenza per tutti (sanità, scuola, trasporti). Puntare tutto su istruzione, cultura, ricerca: da quanto tempo si sente ripetere che l'università non ha più la funzione di ascensore sociale?


Ma la sinistra, intesa come gente di sinistra, no, quella non è scomparsa.
Divisa, litigiosa, incapace di parlare a tutti e a mettere le mani nella "merda", i mille rivoli della sinistra esistono ancora e ancora sono in attesa di una nuova casa.
Non sorprenda il voto alle europee: il boom Renzi lo ha fatto prendendo voti al centro e nel centrodestra (in termini assoluti ha preso un milione di voti di meno rispetto alle elezioni perse da Veltroni nel 2008.
Voti che sono finiti anche nel M5S che, non sarà di destra o sinistra, ma proviene da quell'area là. I suoi eletti e i suoi elettori, in larga parte sono di sinistra.
La sinistra è un grande serbatoglio elettorale. O meglio, lo sarebbe, sempre che ci fosse un contenitore, una casa capace di accoglierli. Con un leader che non schiaccia il partito con la sua immagine, ma capace di dare invece il buon esempio nei comportamenti concreti.
Come Alexis Tsipras, che in Grecia, nel corso di anni, ha creato un nuovo partito di sinistra, che ha soppiantato il Pasok, l'equivalente del Partito democratico.


Dopo la sinistra della diaspora, quella divisa in mille partiti (da Sel fino al M5S), nei movimenti, dentro la società civile, negli ultimi capitoli, Gilioli prova ad immaginare la sinistra che dovrebbe essere, partendo dai principi, le parole, i valori propri della sinistra.
L'inclusione e non l'esclusione degli ultimi: significa reddito minimo di cittadinanza,“finalizzato a “stipendiare i fannulloni” ma a fornire uno strumento di soccorso e di reinclusione sociale”.
Significa diminuire la distanza tra politica (oggi sempre più medioevalizzata) e le persone: “affiancare ai referendum abrogativi quelli propositivi. Aprire canali internet tra le persone e i partiti: “una nuova forma di 'democrazia continua' basata sul controllo digitale ininterrotto degli atti e delle decisioni di ogni pubblico amministratore.”
La redistribuzione della ricchezza e non la forbice tra ricchi e poveri che si allarga. Significa una vera lotta all'evasione e alla corruzione. Una ruberia non più tollerabile ai danni degli ultimi che, sempre più spesso, sono costretti a prendersi sulle proprie spalle il peso dell'austerità.
Significa smetterla con queste grandi opere, sempre più spesso utili solo all'arricchimento dei politici e degli imprenditori che si prendono i lavoro.
Spostare le risorse nei mille rivoli della riqualificazione del paese: le scuole, i paesi a rischio alluvione e frane, la messa in sicurezza dei fiumi.


La decrescita felice, perché non possiamo continuare a consumare a questo ritmo tutte le risorse, con un ritmo di lavoro forsennato, mentre il resto del mondo non ha lavoro e non ha risorse.
Queste le parole chiave secondo il filosofo Latouche “rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.” Una filosofia critica contro il neoliberismo e contro questo concetto di mercato perché“la concorrenza e il libero scambio sono il protezionismo dei predatori, degli speculatori”.


La rivalutazione del merito e la definizione, in Costituzione, del concetto dei beni comuni, quelli cioè imprescindibili per una vita dignitosa delle persone, come cittadini pienamente coscienti di una democrazia. Dall'acqua, al paesaggio alla rete internet: “in modo che il digital divide nel nostro secolo non si trasformi in una forma di discriminazione d’opportunità inaccettabile, proprio come non era accettabile che i figli delle famiglie povere non potessero andare a scuola perché non c’erano i bus”.
Inserire in Costituzione un principio che “stabilisca una correlazione tra il Pil e la cifra minima da investire nel welfare”, privilegiare la spesa nella scuola pubblica rispetto alla scuola privata, diversificare il concetto stesso di spesa pubblica.
Distinguere cioè la spesa pubblica che finisce in spese militari, da quelle che finiscono in welfare, “declinando per ciascuna di esse vantaggi e svantaggi sociali”, come spiega Rodotà.
E ancora, più asili e meno cliniche convenzionate, più ferrovie per il trasporto pubblico e meno autostrade, più uguaglianze e meno restrizioni alle risorse.
Insomma, sono tanti concetti che meriterebbero di essere affrontati, e che nulla hanno a che fare con le riforme presunte, messe oggi sul piatto dal centrosinistra.
Servirebbe una visione, un progetto, idee forti su cui costruire il futuro della sinistra stessa.
Obiettivo ambizioso e di lungo respiro. Ma questa è la direzione.


La scheda del libro, presa dal blog di Gilioli:
Il libro che avete tra le mani è un’indagine sulla sinistra italiana. Quella che secondo alcuni è sparita e secondo altri, invece, ha stravinto le ultime elezioni europee. Due visioni estreme: e chi leggerà le pagine che seguono vedrà che sono un po’ sbilenche entrambe.Questo libro è diviso in tre parti.La prima è sul passato più recente. Il periodo preso come punto di partenza è il biennio tra il 2007 e il 2009.Il 2007 è l’anno in cui è nato il Partito democratico e in cui Beppe Grillo ha tenuto il suo primo V-day. Nel 2008 il Pd ha perso le elezioni, la sinistra radicale è scomparsa dal Parlamento, Grillo ha lanciato le sue prime liste civiche. Nel 2009 è implosa la segreteria Veltroni, con la sua ambizione di riunire tutta la sinistra italiana in un unico partito plurale e “a vocazione maggioritaria”, mentre lontano dai riflettori nasceva il gruppo dei rottamatori che avrebbe aperto la strada a Matteo Renzi; in quello stesso anno è stato fondato il Movimento 5 Stelle e si è diffusa la protesta di piazza contro il governo Berlusconi. Partendo da quel biennio, in questa prima parte si sono analizzati quindi gli sviluppi successivi, fino alle elezioni politiche del 2013 e a quelle europee del 2014. La ricostruzione storica non è però proposta in modo strettamente cronologico, ma attraverso le diverse forme in cui le persone e le rappresentanze della sinistra si sono manifestate, evolute o involute.
La seconda parte del libro è sul presente. E qui l’indagine è concentrata sulle tre forze politiche verso le quali si indirizza l’elettorato della sinistra italiana: il Pd di Renzi, il Movimento 5 stelle e l’area della lista Tsipras. Manca la quarta area in cui questi elettori sono defluiti: l’astensionismo. Ma questo non è, evidentemente, un soggetto politico.
L’ultima parte di questa ricerca è sul futuro, quello più prossimo nel tempo. E ha anche la piccola ambizione di fornire agli elettori e agli attivisti della sinistra italiana qualche strumento utile in termini costruttivi: niente di sistematico, solo mattoni e tasselli.
Il libro è intessuto di colloqui con alcuni protagonisti della politica che, con le proprie testimonianze e le proprie opinioni, contribuiscono alla rappresentazione storica, alla fotografia del presente e alle prospettive per il domani. I virgolettati dei personaggi intervistati sono spesso molto difformi tra loro: e non sempre chi li ha raccolti concorda con essi. Ma costituiscono comunque i fili di un ordito e di una trama il cui risultato finale – in termini di interpretazione, di tesi e di proposte – risulterà chiaro a chi leggerà questo libro. O, almeno, qui ce lo si augura.
Sempre da blog Piovono rane e da l'Espresso, tre capitoli del libro:
- Chi inventò la Leopolda (http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/07/10/news/sinistra-chi-invento-la-leopolda-1.172958)
- I giorni di Monti (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/07/21/la-diaspora-i-giorni-di-monti/#more-22854)
- Il caso Rodotà (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/07/24/la-diaspora-il-caso-rodota/#more-22856)
- il video della presentazione https://www.youtube.com/watch?v=ZJq-Ji-xesc



I link per ordinare il libro su Ibs, Amazon

12 luglio 2014

Da dove arriva Renzi

L'ho comprato appena Alessandro Gilioli ne ha parlato sul suo blog: "La diaspora. Dov'è oggi la sinistra italiana" (Imprimatur editor).
Da dove arriva la sinistra oggi al governo, quella delle larghe intese e la maggioranze variabili. Cosa sta facendo ora e dove vuole arrivare. Dalla rottamazione dei vecchi alle riforme a scatola chiusa.
Su l'Espresso uno stralcio dal capitolo "Leopolda mon amour"

Quattro novembre 2010, ex stazione Leopolda di Firenze. All’ingresso c’è uno striscione dipinto con lo stile dei writer: «Al passato grazie, al futuro sì». Dentro, centinaia di persone: soprattutto giovani. Sul palco, a destra, dietro a una scrivania, i due ragazzi che hanno organizzato la giornata: Pippo Civati, monzese, 35 anni, consigliere regionale lombardo del Pd spesso critico verso la dirigenza del suo partito; e Matteo Renzi, di pochi mesi più grande, neosindaco di Firenze. È da qui, da questo giorno d’autunno e da questa stazione dismessa, che partirà l’ascesa del rottamatore verso la segreteria del partito e Palazzo Chigi.

All’incontro della Leopolda si arriva però attraverso un percorso cominciato più di tre anni prima e in cui Renzi in realtà ha - almeno all’inizio - un ruolo marginale. Il gruppo di partenza nasce infatti nel 2007, dopo il congresso con cui i Ds hanno deciso di sciogliersi nel futuro Pd: e a un gruppo di giovani più o meno di sinistra che si sono conosciuti in Rete grazie ai rispettivi blog viene l’idea di provare a far sì che il nuovo partito non sia solo il frutto di un accordo tra due vecchie dirigenze, quelle dei Ds e della Margherita.

Tra di essi ci sono l’ex candidato outsider alle primarie del 2005 Ivan Scalfarotto, il giornalista e blogger Luca Sofri, l’economista Marco Simoni; a loro si avvicina quasi subito Pippo Civati. Ne nasce un sito Web, chiamato iMille, e - pochi mesi dopo - il gruppo si riunisce a Roma per un evento dal titolo profetico: “La necessità di uccidere il padre”.

Curiosa, vista oggi, la composizione degli oratori: si va da Civati a Paola Concia, dall’editore Michele Dalai alla filosofa Chiara Lalli, dal futuro ministro Federica Mogherini all’attuale parlamentare montiana Irene Tinagli, da Diego Bianchi (“Zoro”) fino a un altro futuro ministro, Marianna Madia (...).

Quando la segreteria Veltroni si disintegra (febbraio 2009), tra questi “giovani eretici” si apre la discussione sulla possibilità di mandare a casa la vecchia nomenclatura. Così nell’aprile del 2009 a Riotorto, frazione di Piombino, si rivedono per un seminario organizzato da Scalfarotto,  Concia, Sandro Gozi e dallo stesso Civati, con Marianna Madia, Irene Tinagli e Marta Meo. In corsa viene invitata anche Debora Serracchiani, fino a poche settimane prima ignota consigliera provinciale a Udine: il video del suo intervento contro le timidezze dei dirigenti del partito, in un’assemblea dei circoli, aveva appena riscosso un grande successo in Rete, diventando un emblema della nuova generazione che contesta quella vecchia.

A gestire i lavori a Piombino sono Scalfarotto e Civati. E Renzi? L’allora presidente della provincia di Firenze viene a sapere di questa riunione e l’ultimo giorno, la domenica, arriva anche lui. Si ferma soltanto un pomeriggio, giusto il tempo di fare qualche battuta e di conoscere il gruppo di trentenni grazie ai quali inizierà la sua ascesa. I “piombini” si rivedono tre mesi dopo al Lingotto di Torino, scelto come luogo simbolico per “far rinascere il Pd”. In quei giorni Renzi è appena stato eletto sindaco della sua città: quindi al Lingotto non va. Ma da Palazzo Vecchio partecipa alle discussioni per proporre una candidatura alla segreteria del Pd alternativa alle due “di nomenclatura”, cioè Bersani e di Franceschini. «Renzi insisteva che mi candidassi io, diceva che bisognava dare un segnale generazionale e mi presentava agli incontri pubblici come “il prossimo segretario del Pd”», dice oggi Civati: «Io invece ero convinto che la persona migliore di noi da proporre fosse la Serracchiani, diventata popolare grazie a quel video. Ma Debora, a sorpresa, decise di appoggiare Franceschini. Alla fine spuntò come terzo candidato Ignazio Marino e quindi ci schierammo con lui».

Così si arriva alla prima prova nei gazebo di quelli che in seguito verranno chiamati “rottamatori”: Marino però si ferma al 12 per cento e il percorso comune non va oltre. Quindi gli ex “piombini” ricominciano daccapo: e dopo le regionali del 2010 si ritrovano ancora a parlare del Pd da cambiare in un campeggio politico intitolato “Andiamo oltre” ad Albinea, vicino a Reggio Emilia. Ed è così che si arriva all’appuntamento della Leopolda. Racconta Civati: «Renzi un giorno mi chiamò e mi disse: “Pippo, tu che fai queste cose bellissime tipo Piombino o Albinea: perché non ne organizziamo una insieme, più in grande, qui a Firenze? Questa volta ospito io”. A me sembrò una buona idea, anche se politicamente eravamo già diversi: lui veniva dal giro dei teodem e come candidato sindaco alle primarie di Firenze era considerato quello più moderato. Io avevo già uno sguardo più a sinistra e un’idea di leadership molto più di rete, meno personalistica...».

È lo stesso Civati a scegliere la maggior parte delle persone che interverranno a Firenze, allargando il gruppo dei “piombini” a centinaia tra giovani amministratori locali (non solo del Pd), attivisti dei movimenti e delle associazioni, blogger, artisti, giornalisti, scrittori. Curiosamente, sia Scalfarotto sia Serracchiani in un primo tempo non sono affatto convinti di andare alla Leopolda: considerano il sindaco di Firenze troppo moderato, se non “di destra”: solo le insistenze di Civati «per colorare Matteo con il nostro gruppo» alla fine convincono i due a partecipare. Il sindaco di Firenze, tuttavia, è quello che lancia l’evento con un’intervista nella quale viene per la prima volta pronunciata quella parola che mediaticamente sfonderà: “rottamazione”.

L’appuntamento fiorentino è un successo. Ci sono persone di tutta la sinistra italiana: dal Popolo Viola ai radicali, dai sindacalisti di base agli ambientalisti, dagli attivisti per i diritti dei migranti ai giovani sindaci pd poco in linea con la leadership nazionale. Ai tre giorni di meeting si registrano settemila persone mentre sono 25 mila quelli che seguono l’evento in streaming. Dal palco, Renzi dà la parola e la linea, alternando politica e battute, frecciate e cazzeggio: a tratti sembra quasi un disc jockey. Alla fine tra gli interventi più cliccati su YouTube ci sono quelli di Alessandro Baricco, di Pif e di Maria Elena Boschi, 29 anni, che si presenta come semplice “avvocato esperto di diritto societario”. 

Un mese dopo, tuttavia, Matteo Renzi va in visita ad Arcore, da Silvio Berlusconi. Racconta Civati: «Io non ne sapevo niente: mi sono svegliato un mattino e ho visto che in Internet c’era una valanga di improperi contro Matteo e, per proprietà transitiva, contro di me. Leggendo ho capito cos’era successo. Ho cercato di rimediare con un post in cui prendevo blandamente le distanze, qualcosa tipo “io non l’avrei fatto”, ma ho anche tentato di difendere Renzi aggiungendo che non si poteva attaccarlo per quella visita. Invece lui si arrabbiò con me, mi scrisse che si sentiva tradito. Quindi iniziammo ad allontanarci e a poco a poco naufragò il progetto di far crescere insieme una rete di eventi e di persone».

Nei mesi successivi, Civati organizza altri incontri, più locali, che lui chiama “leopoldine”. Renzi non si fa più vedere e inizia a correre in proprio. Tutto per l’episodio della visita ad Arcore? Secondo Civati, no. Quello in realtà sarebbe stato poco più che un detonatore per una rottura che sarebbe avvenuta comunque: «Veniamo da percorsi differenti: lui dalla tradizione popolare, io dalla sinistra. E poi: noi volevamo costruire una rete che ponesse le premesse di un nuovo gruppo dirigente, con una solida elaborazione di pensiero alle spalle. Invece lui aveva un disegno che poi è emerso con chiarezza, cioè quello di un partito dove c’è un solo pensiero, il suo, e gli altri si devono adeguare».

Ivan Scalfarotto, rimasto al fianco di Civati fino al 2013 e poi passato con Renzi, ha di quella rottura un’interpretazione diversa: «È stata una questione più personale che politica. Pippo è un talento, è colto, intelligente: ma poi la leadership di Matteo è emersa in modo evidente».

E - comunque sia - è questa “evidente leadership” a segnare i destini di tutta quella banda di ragazzi che un tempo sfottevano ugualmente sui loro blog i vecchi capi del Pd. Boschi, Mogherini e Madia oggi sono ministri, Scalfarotto e Gozi sottosegretari, Simoni capo segreteria del viceministro dello Sviluppo Economico. I civatiani costituiscono invece l’unica vera opposizione interna al Pd. E l’ultima immagine che ritrae insieme “Matteo e Pippo” è proprio quella che arriva in diretta da Montecitorio il giorno in cui si vota la fiducia al governo dell’ex rottamatore: si vede Renzi marmoreo sulla sua nuova poltrona da premier mentre Civati, in piedi dal suo banco in alto a sinistra, gli dice a voce bassa che «sta sbagliando»

04 dicembre 2013

I panni sporchi della sinistra, di Stefano Santachiara e Ferruccio Pinotti

I segreti di Napolitano e gli affari del Pd

La sinistra di ieri, di oggi e, quasi sicuramente, anche di domani: i due giornalisti Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara con questo lavoro hanno compiuto una lunga radiografia dei maggiori esponenti del centro sinistra italiano, sui suoi tesorieri, sulla componente femminile e sugli scandali giudiziari che hanno coinvolto il centrosinistra (sanitopoli in Puglia, la scalata bancaria dei furbetti del quartierino, mattone e cemento a Sesto ..).

Se di queste persone sappiamo le poche pubbliche virtù, è bene conoscere (o ricordare) le molte debolezze private: a cominciare dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ex membro della corrente migliorista (ed ex comunista pentito?).
Gli autori nel capitolo dedicato al presidente ricordano le molte vicinanze con l'ex presidente del Consiglio Berlusconi (una certa vicinanza alla massoneria, ai vertici in Vaticano, una insofferenza verso le procure e le inchieste che coinvolgono i potenti).
Scrivono gli autori cheNapolitano è stato il garante politico di Berlusconi”: prima di tutto perché “il leader riformista ha acconsentito al passaggio di molte leggi che avrebbero meritato ben diversa sorte”.
Napolitano ha firmato il lodo Alfano, la legge sul legittimo impedimento, lo scudo fiscale, ha accettato la nomina a ministro di Aldo Brancher.

Poi c'è il doppio comportamento tra come si è comportato col governo Prodi dopo la crisi del gennaio 2008 (Prodi andò a casa in poco più di 1 mese) e come invece si è poi comportato con Monti e Berlusconi (che non sono mai stati mandati alle Camere per prendersi la sfiducia).

C'era una volta la sinistra, verrebbe da dire, al termine della lettura di questo libro: una sinistra attenta al sociale, alle fasce deboli, che entrava in politica senza vergognarsi delle sue origini e, soprattutto, senza alcuna intenzione di arricchirsi o entrare nelle logiche di spartizione del potere.
Una sinistra che difendeva le fasce deboli, la scuola e la sanità pubblica (il vero ascensore sociale di un paese che oggi sembra scivolare verso un modello a caste, dove solo ai ricchi è concesso curarsi e studiare).

Ma forse, leggendo ancora una volta le parole di Enrico Berlinguer nella celebre intervista su Repubblica, una sinistra così è esistita per poco:

La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano.”
Enrico Berlinguer, segretario del Pci, 28 luglio 1981.
Nomine clientelari, spartizione delle poltrone in ottica consociativa, nepotismo (cariche che passano di parente in parente, e parenti che vengono nominati in società vicine alla politica), uso disinvolto del denaro pubblico. Amicizie pericolose con esponenti della criminalità organizzata, nessun senso etico o di opportunità in merito all'accettare doni o elargizioni di enti privati (che magari dovrebbero essere controllati dalla politica).
La regola di Berlinguer è rimasta, e probabilmente rimarrà ancora, inascoltata. Tanto che oggi, attorno al partito democratico, sono due le principali critiche che vengono loro rivolte: non aver mai fatto una vera opposizione al berlusconismo (ma aver invece portato avanti una politica di inciucio culminata oggi col governo delle larghe intese). E, quel che è peggio, aver tradito il mandato degli elettori e distrutto forse definitivamente il sogno di un grande partito progressista, nell'area democratica di centro sinistra. Moderno, capace di affrontare i problemi del paese e in special modo del suo elettorato.
Quello che abbiamo visto, e che viene raccontato parlando dei panni sporchi di questa sinistra, è invece un partito che ha occupato poltrone, ha preferito lasciar da parte i problemi del mondo del lavoro (il precariato, le condizioni di lavoro, le morti bianche), i temi ambientali (vedi caso Ilva a Taranto), la sperequazione dei redditi.

Mutazione genetica, quella della sinistra, che oggi trova la sua perfetta sintesi nelle larghe intese di Letta e Alfano (che non sono evidentemente Berlinguer e Moro): messe da parti tutte le questioni di sinistra, il PD ha venduto la sua anima per l'accesso alle stanze dei bottoni. Per un posto al tavolo del potere dove si decidono appalti e nomine.

La metafora di questa mutazione politica emerge dalle carte dell'inchiesta sul caso Sesto, che ha coinvolto Filippo Penati (l'ex presidente della provincia, che alla fine non ha rinunciato alla Prescrizione che è arrivata anche grazie alla legge anticorruzione..) nell'inchiesta che riguardava mazzette sull'ex area industriale della Falck: laddove c'erano fabbriche, impianti di produzione, operai, benessere (ma anche malattie e inquinamento), ora il processo di deindustrializzazione ha spazzato via tutto, c'è solo un intreccio tra finanza e politica.

L'elenco dei politici di cui si parla nel libro
Giorgio Napolitano: i segreti di Napolitano
Enrico Letta: Letta e il nuovo compromesso storico
Pierluigi Bersani: le amicizie pericolose
Walter Veltroni: addio sinistra
Matteo Renzi: l'innovatore ambiguo
Massimo D'Alema: inciucio Maximo
Niki Vendola: Vendola e le ombre dell'Ilva
Luciano Violante: Violante, metamorfosi di un comunista.

Nell'intervista che gli autori hanno fatto ad Achille Ochetto, l'ex segretario racconta del suo partito:
“Io non credo affatto che i fini giustifichino i mezzi: quando i mezzi sono sporchi, sporcano anche i fini. E poi, nelle situazioni concrete, il furbo si è dimostrato sempre Berlusconi”.

Dietro le quinte del partito:
Impresentabili e raccomandati
I tesorieri
Le donne del PD: Anna Finocchiaro, Marianna Madia, Rosy Bindi, Melandri.

Gli affari e gli interessi: le cooperative, la sanità (il caso pugliese), cemento e mazzette, le mafie e il rapporto tra il PD e le banche.

La presentazione del libro da parte dei due autori



Alcuni pretesti di lettura (presi dal sito Chiarelettere):
“Con il senatore Dell’Utri esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui è estremamente positiva: penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore.”
Dichiarazione del senatore del Pd Nicola Latorre, marzo 2007. Tre anni dopo, con la conferma in Appello della condanna di Dell’Utri quale tramite tra Cosa nostra e Berlusconi, Latorre ne chiederà le dimissioni.

“Dopo Tangentopoli il potere politico tutto, di centrodestra e centrosinistra, […] non si è affatto preoccupato di prendere provvedimenti per contenere la corruzione, ma semplicemente di contrastare e rendere più difficili i processi. Il centrodestra lo ha fatto in modo talmente spudorato da risultare vergognoso […]. Ma il centrosinistra ha dimostrato abilità più sottili […]: cose passate in silenzio, senza il clamore delle leggi ad personam, ma che hanno reso più difficile contrastare i fenomeni.”
Piercamillo Davigo, magistrato, consigliere della Corte di Cassazione.

“Enrico Letta dichiara di aver individuato ‘gente in gamba’ nella squadra di Berlusconi, magari da chiamare a collaborare in futuro: ‘Gianni Letta, innanzitutto, poi Casini, Tabacci e Vietti (Udc) e, più a sorpresa, Giulio Tremonti’.”
Primarie Pd 2007.

“Io sto dalla parte di Marchionne.”
Matteo Renzi, gennaio 2011.

“L’ex segretario di Stato lo saluta così: ‘My favourite communist’, ossia ‘il mio comunista preferito’. Ma Napolitano lo corregge ridendo: ‘Il mio ex comunista preferito!’.”
Henry Kissinger in occasione dell’incontro con Napolitano, avvenuto a Cernobbio nel 2001.

“Nel luglio del 1980 Duane Clarridge, capostazione della Cia a Roma, dà inizio, per sua stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci.” Per neutralizzare una volta per tutte, infiltrando il partito, il pericolo PCI.

“Penso che per me essere di sinistra e non più comunista significa che non esistono tracciati già costruiti e che non esistono idee che vengono prima della realtà […]. Ci sono dei problemi e poi si agisce… La parola ‘liberalizzazioni’, per esempio, è diventata davvero una roba di sinistra.”
Pier Luigi Bersani.

“Voi ci avete accusato di regime nonostante, ripeto, non avessimo fatto il conflitto d’interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, v’avessimo aumentato… durante il centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte.”
Luciano Violante, Camera dei deputati, 2002.

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