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06 ottobre 2024

Anteprima Presa diretta – Italia in vendita

 


Italia in vendita, a buon prezzo anche: serve fare cassa per rispettare le regole di bilancio europeo ed ecco che si svendono asset nazionali, dai cavi di Telecom, pezzi di Poste Italiane, Eni..
La presidente del Consiglio ha incontrato il CEO del fondo di investimento BlackRock (quello dei cavi) nella speranza di nuovi investimenti (leggi shopping) in Italia.

Aspettando PresaDiretta – PFAS gli inquinanti eterni
Nella prima parte della trasmissione PresaDiretta tornerà ad occuparsi dei PFAS, “l’inquinante eterno” che ha avvelenato acque e terreni in Piemonte e Veneto: sono sostanze chimiche persistenti la cui pericolosità è stata ormai accertata scientificamente come sostanze cancerogene. Presadiretta mostrerà quanto è esteso l’inquinamento nel nostro paese e cercherà di dare una risposta a questa domanda, è vero quello che ha scritto l’ex presidente Mario Draghi che dei pfas non ne possiamo fare a meno, perché sono sostanze che servono alla transizione energetica?

Il professor Philippe Grandjean ha studiato le molecole dei PFAS per decenni: sono molecole che non si rompono, per questo sono estremamente pericolose – spiega a Presadiretta – servono temperature di almeno 1000 gradi per distruggerli. Questi materiali sono connessi a diversi tipi di malattie: “possono aumentare il colesterolo, contribuire al diabete e all’obesità, influenzano la funzione della tiroide, la fertilità, forse anche il sistema nervoso centrale. In una gravidanza possono causare aborti spontanei o un basso peso del bambino alla nascita. Certamente i PFAS aumentano il rischio di un cancro ai reni e probabilmente anche al seno e ai testicoli e alla vescica, perché agiscono sul sistema immunitario che ha l’importantissima funzione di eliminare le cellule disfunzionali. Quindi il nostro corpo non si può difendere dal cancro”.
LE parole del professor Grandjean sono state confermate nel novembre scorso da uno studio dell’Agenzia Internazionale del Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha certificato che il PFOA, il tipo di PFAS prodotto in Veneto per cinquant’anni è un cancerogeno certo.

“Ma il fatto più importante” aggiunge il professore “è che che visto che i PFAS passano dalla placenta un bambino piccolo avrà concentrazioni nel sangue molto più alte, proprio nella fase della vita in cui gli organi si stanno sviluppando ”.

Su Today.it potete trovare una anticipazione del servizio che andrà in onda:

La serata di apre con la densa introduzione "Aspettando PresaDiretta", che affronta stavolta questioni legate all’inquinamento causato dai Pfas, sostanze chimiche presenti in numerosi prodotti di uso comune. Insieme a Riccardo Iacona ci sono Giuseppe Ungherese di Greenpeace e due rappresentanti del Comitato Mamma No Pfas, Giovanna Dal Lago e Michela Piccoli. L'indagine spazia dal Veneto al Piemonte, dove queste sostanze vengono prodotte, per analizzare l’impatto ambientale, con particolare attenzione all’inquinamento delle acque e dei terreni. L’inchiesta indaga anche sulla contaminazione del sangue dei residenti, esaminando il potenziale legame con varie malattie e la presenza di Pfas persino in discariche lontane dai centri industriali. Le battaglie legali per fermare la costruzione di nuovi impianti di lavorazione sono al centro della discussione, insieme ai preoccupanti risultati delle analisi del sangue a cui si sono sottoposti volontariamente alcuni cittadini, pagando di tasca propria per ottenere dati sul loro stato di salute. L'inchiesta si espande anche oltre i confini nazionali: ci si concentra ad esempio sul Belgio, dove una multinazionale è stata costretta a sospendere la produzione di Pfas dal governo locale. La trasmissione racconta di imprese che hanno deciso di produrre senza l'uso di queste sostanze dannose.

Italia in vendita
Dalle industrie e al loro impatto sull’ambiente e sulla nostra salute (che dovrebbe venire prima del profitto con buona pace di Draghi), alla salute dell’industria italiana: lo si capisce dal fatto che le grandi multinazionali e i fondi di investimento vengono da noi e si comprano le nostre aziende migliori. È successo nel passato con la moda, con l’industria e adesso si stanno comprando persino i nostri formaggi, il made in Italy per eccellenza (dovremmo avere un ministro a tutela della sovranità alimentate se non sbaglio). Quali sono le conseguenze di questo shopping sulla nostra industria agro-alimentare e per la sovranità alimentare? Chi sono i nuovi padroni del cibo nel mondo?

Presadiretta è andata a New York alla Summer Fancy Food, una delle più importanti esposizioni alimentari del mondo: l’Italia partecipa con più di 100 produttori suddivisi per regione, sono tutti qui per far conoscere le eccellenze del cibo italiano. Qui c’è di tutto, dai salumi, all’olio, dalle passate di pomodoro, ai dolciumi, dalle olive alla pasta fatta a mano al caffè. E poi, cooking show, esposizioni, conferenze, degustazioni: tutto ruota attorno al cibo italiano.
Roberto Savarese è AD della Sorrento Sapori e Tradizioni Sr, a Presadiretta racconta di essere alla fiera perché per loro il mercato americano è quello principale di riferimento; stesso racconto che arriva dallo chef Mario Fiasconaro, della SRL omonima, “per una azienda che ha l’ambizione di esportare, frequentare questo genere di fiere per poter ambire al territorio nazionale, alla propria regione ma anche esportare nel mondo, credo che sia fondamentale, se si vuole espandere, se si vuole crescere ..”
In questa fiera si trovano molte varietà di formaggio: provoloni, mozzarelle, formaggi freschi e stagionati, per tutti i gusti. A poca distanza si trova Lactalis col suo stand: quello della multinazionale francese è il più grande di tutti, in bella mostra ci sono anche le ultime acquisite, i nostri marchi come Ambrosi che oramai fanno parte del loro portafoglio. Ad inaugurare la cerimonia di apertura dello stand italiano il ministro dell’agricoltura Lollobrigida: “gli Stati Uniti non sono per noi un mercato qualunque, sono un mercato straordinariamente importante, il più importante fuori dai confini dell’Unione Europea, l’Italia è rpesente complessivamente facendo sistema e cercando di promuovere le sue eccellenze che rafforzano la ricchezza del nostro paese, dei nostri imprenditori eccezionali che qui vengono a promuovere quello che sanno realizzare da generazioni ..”. Di fronte ai giornalisti ha spiegato come l’Italia non stia vendendo i suoi assett, ma garantisce ricchezza interna, aumentando il proprio export.

Ma è proprio così come dice il ministro Lollobrigida, alle prese in questi giorni con la sua battaglia del grano col servizio civile per i giovani? Perché dati alla mano i prodotti italiani, pur essendo prodotti di eccellenza, trovano poco spazio sui mercati internazionali.
Presadiretta è andata a sentire la versione degli allevatori a Lonigo, in provincia di Vicenza: “siamo degli agricoltori che producono in Italia e come tale vogliamo avere dei cambiamenti perché altrimenti le nostre aziende moriranno nel giro di un anno o due, non dico che moriranno tutte, ma si dimezzeranno”.
La situazione nell’allevamento visitato da Presadiretta è desolante: sale mungitura vuote, la stalla dove fino allo scorso agosto dello scorso anno stavano 40 capi è anch’essa vuota, il silenzio domina la stalla, non c’è più nessun rumore dei muggiti, non c’è più vita, “questo è il simbolo della morte del settore agricolo, questo silenzio”.
Perché si è arrivati alla chiusura della stalla? “I nostri costi sono cresciuti in modo esorbitante però i prezzi sono rimasti a quarant’anni fa..”. Stiamo parlando dei 50 centesimi al litro, pagato pure a 60 giorni, “non è un prezzo che copre i costi di produzione ..”
Gli allevatori sono sottoposti al ricatto della catena di produzione nel settore caseario: non mi vuoi vendere il latte a 50-60 centesimi? E io vado a prendere il latte in Polonia, costa 30 centesimi, perché hanno costi di produzione bassi, il tuo latte tientelo.
E tutto questo avviene sotto gli occhi del ministero della sovranità alimentare.

La scheda della puntata:

L’utilizzo di Pfas e i rischi sanitari correlati a queste sostanze chimiche utilizzate in migliaia di prodotti della vita quotidiana. “Aspettando PresaDiretta”, in onda domenica 6 ottobre, alle 20.35 su Rai 3, viaggia tra Veneto e Piemonte, nei luoghi dove vengono prodotti, per verificare inquinamento delle acque e dei campi, racconta la contaminazione del sangue dei cittadini e il possibile legame con varie patologie, la presenza di Pfas in discariche lontane dalle aree industriali e le battaglie legali per fermare impianti di lavorazione. In primo piano anche i drammatici risultati del biomonitoraggio sui cittadini che si sono fatti analizzare il sangue a proprie spese. Un’inchiesta che prosegue anche all’estero, in Belgio, dove una multinazionale è stata costretta dal governo a bloccare la sua produzione. E infine le imprese che - sia in Italia che all’estero - producono senza usare i Pfas. Ospiti di Riccardo Iacona in studio: Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace e due rappresentanti del Comitato mamma No Pfas, Giovanna Dal Lago e Michela Piccoli.
A seguire, “PresaDiretta” propone la puntata “Italia in vendita”, un viaggio nell’industria agroalimentare italiana da Nord a Sud che, tra fusioni e acquisizioni di multinazionali e fondi di investimento, è entrata nel catalogo dei grandi colossi stranieri, a partire dalla filiera del latte e dei formaggi. Mozzarella, pecorino, parmigiano reggiano: i formaggi simbolo di italianità per eccellenza sono diventati “francesi” perché acquistati dal colosso mondiale Lactalis. Si va negli stabilimenti Parmalat a Collecchio, Nuova Castelli a Reggio Emilia, Alival a Reggio Calabria e in Toscana e poi in Francia, la patria di Lactalis. “PresaDiretta” è andata anche a New York, alla Summer Fancy Food, una delle più importanti esposizioni alimentari del mondo per capire perché i marchi di eccellenza del formaggio italiano non sono forti come potrebbero sul piano commerciale. La battaglia sul prezzo del latte, il dramma delle fattorie che chiudono e il confronto con la legge francese che impone un prezzo equo per tutti i protagonisti del settore. E poi l’ingresso dei Fondi di Investimento stranieri negli asset strategici italiani: storie di acquisizioni, investimenti, dismissioni, chiusure. Riccardo Iacona ne parlerà in studio, in diretta, con il giornalista Stefano Feltri. Infine, un reportage che attraversa la pesante eredità lasciata dalla crisi del 2008. Solo a Torino, nel settore metalmeccanico, in 16 anni hanno chiuso 500 aziende e hanno perso il posto di lavoro 35 mila persone. Tra cancelli chiusi e operai sempre più poveri: un viaggio nel mondo degli appalti, subappalti, cooperative e nella giungla dei contratti che hanno modificato il mondo del lavoro e allargato a dismisura il precariato. 
“Italia in vendita” è un racconto di Riccardo Iacona con Pablo Castellani, Roberta Pallotta, Teresa Paoli, Paola Vecchia, Emilia Zazza, Eugenio Catalani, Fabio Colazzo, Matteo Delbò, Paolo Martino.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 febbraio 2023

Anteprima Presadiretta – le elezioni regionali e l’acqua (che manca)

Questa sera Presadiretta si occuperà dell’analisi del voto per le regionali in Lombardia e nel Lazio: il risultato di queste elezioni ha un valore importante non solo perché parliamo delle due maggiori regioni in Italia, ma per gli effetti politici sia per il rapporto maggioranza - opposizioni sia per i rapporti di equilibrio all’interno della maggioranza. Nel caso in cui anche in Lombardia il partito di Meloni dovesse fare le scarpe a Salvini e Berlusconi potrebbero acuirsi quelle tensioni tra i tre leader di questo governo di destra.

A seguire un servizio estremamente importante sull’acqua: negli ultimi anni è piovuto il 40% in meno, il Po è in secca e il mare entra nell’entroterra, col risultato di distruggere i campi coltivati. Come i campi di riso inariditi dall’acqua salata: "Il riso non si può fare senz'acqua" raccontano i proprietari dei campi.

Acqua meno 40%

Piove sempre di meno e in modo così intenso che il terreno non è più capace di assorbire le precipitazioni. Tutto questo è l’effetto dei cambiamenti climatici, non possiamo più permetterci di perdere nemmeno un goccio d’acqua: Presadiretta è andata a vedere le conseguenze della siccità dell'ultimo anno, è racconterà anche di come sono cambiate le colture in Sicilia a causa dell'aumento delle temperature.
A Pavia, zona di risaie, il paesaggio sta già cambiando: le tradizionali culture devono essere sostituite da nuove culture, meno idro-esigenti ma anche meno redditizie.


Alessandro Macina è andato a visitare l’azienda del signor Tacchini, che aveva 80 ettari di riso, “specialmente di qualità, come il riso Carnaroli, Volano, Arborio, che vengono usati specialmente nei ristoranti. Io ho perso nella mia azienda dal 65 al 70% di produzione lorda vendibile, non recuperabili. Io quest’anno ho già cambiato la mia produzione seminando dei cereali come l’orzo, la colza ..”

Questo scelta è fatta per cercare di far quadrare i conti, ma la resa non è la stessa: non è bastato nemmeno passare alla semina in asciutta del riso, con meno acqua, per salvare il raccolto.
“Il riso non si può fare senz’acqua: qui l’acqua arrivava con alla goccia oppure il canale era asciutto. Se vengono ancora annate così certe aziende chiudono. Vedendo le mie campagne bruciare e il secco, mi sentivo non in pianura Padana ma nel deserto. ”
Il viaggio di Presadiretta è partito da dove nasce il Po, sul Monviso, coi grandi invasi in difficoltà, le montagne senza neve: nei suoi 650 km il fiume attraversa la Pianura Padana fino all’Emilia e al Veneto dove la siccità è ormai strutturale e l’acqua marina entra nel fiume risalendo la corrente e bruciando tutte le colture.

È a rischio il sistema agricolo nel nord Italia che produce da solo il 50% del PIL agricolo è industriale: Presa diretta racconterà quali sono le possibili soluzioni da mettere in atto per non sprecare l’acqua ed evitare il disastro.

La scheda del servizio:

La prima parte della puntata viene dedicata ai risultati delle Elezioni Regionali in Lazio e in Lombardia. A PresaDiretta, a poche ore dalla chiusura dei seggi, l'analisi del voto e i risultati in tempo reale. Le inchieste di PresaDiretta in Lazio e in Lombardia sui temi che hanno scaldato le campagne elettorali. In studio con Riccardo Iacona: Giovanni Diamanti analista politico e cofondatore di YouTrend, il portale italiano che elaborerà in esclusiva per PresaDiretta, mappe elettorali e sondaggi e Marco Damilano, giornalista, saggista e conduttore della striscia quotidiana "Il cavallo e la torre" per riflettere sulle scelte politiche dei quasi 8 milioni di cittadini che sono stati chiamati al voto.

E poi il secondo appuntamento con le grandi inchieste di PresaDiretta, dedicato a uno degli effetti più drammatici del cambiamento climatico: la mancanza di acqua. In Italia siamo già a meno 40% del fabbisogno: acqua da bere, acqua per l'agricoltura e per l'industria. Il bene più indispensabile, non basta più. Il Nord Italia, l'area che sta soffrendo di più, produceva il 50% del Pil agricolo e industriale d'Italia. Ma tutto sta cambiando. Cosa fare per arginare il disastro? Sono tanti i modelli positivi in Europa. PresaDiretta è andata in Olanda e in Spagna, paesi che hanno inventato soluzioni innovative per risolvere i problemi idrici. E anche in Italia: in Sardegna esiste la più sviluppata rete di dighe di tutte le regioni italiane, in Umbria si monitora l'acqua da 25 anni, in Toscana si riesce a ricaricare le falde acquifere. Il problema nel nostro Paese è la moltiplicazione dei centri decisionali che non permette di fare sistema attorno alla preziosa risorsa dell'acqua.
“Acqua meno 40%” è un racconto di Riccardo Iacona con Marianna De Marzi, Giuseppe Laganà, Alessandro Macina, Francesca Nava, Roberta Pallotta, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Matteo Delbò, Fabrizio Lazzaretti, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia.
 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

30 agosto 2022

Presadiretta – guerra e fame

Ritorna Presadiretta in questo settembre di campagna elettorale, dove cresce l'inflazione, crescono i prezzi, per cause anche legare alla guerra in Ucraina.

C'eravamo lasciati con la guerra in Ucraina appena iniziata .. e si ritorna con la guerra che ancora continua e le conseguenze non si fermano all'Ucraina, ma sta mettendo alla fame interi paesi.

La guerra del pane

Nel mondo sono scoppiate le rivolte per la fame, come in Sri Lanka, con l'assalto al palazzo presidenziale costringendo alla fuga il presidente.
L'economia era stata già messa a dura prova dalla pandemia, ma la crescita di carburante e cereali ha messo in ginocchio la popolazione – racconta il servizio di Elena Stramentinoli: lo Sri Lanka ha dichiarato bancarotta, l'inflazione è cresciuta e non accenna a diminuire.
La guerra e il clima impazzito stanno mettendo in crisi anche l'India: la temperatura oltre i 40 grandi ha fatto appassire le piante dei cereali, spingendo al suicidio molti coltivatori.
In Pakistan per non perdere il raccolto si è deciso di mietere prima del tempo, anche questo paese importava il grano dall'Ucraina.
Sull'isola di Haiti le bande armate approfittano della crisi, per la mancanza di cibo e acqua. La crisi ha colpito anche lo Yemen, già sconvolto dalla guerra, oltre ai paesi africani: stiamo rischiando la peggiore crisi alimentare dal dopoguerra, una “catastrofe nella catastrofe” la definiscono alla Fao.
Anche il Libano sta andando in default, sempre per il rincaro dell'energia e dei cereali: il pane si continua a sfornare, ma gli scaffali dei supermercati sono vuoti, perché viene venduto dai forni direttamente alle persone.
Il pane a Beirut costa di più per il rincaro del carburante per tener acceso i forni: siccome il governo non ha soldi per comprare grano, i piccoli panificatori non hanno più farina, per soddisfare i bisogni dei loro clienti.
Un sacco di farina costa oggi 50 euro, prima della guerra erano 20 euro: così i panificatori devono cercarla al mercato nero.

Questo mercato è alimentato dai panifici più grandi, che riescono ancora a ricevere farina ma, anziché fare pane, smistano parte dei sacchi per il mercato nero.

Il pane è la base dell'alimentazione delle popolazioni più povere, ma sono cresciuti i prezzi anche di tutti gli alimenti in generale: per fare la spesa si deve girare per diversi negozi, per trovare cibo più economico, verdura, pane, carne.

Succede allora che molte famiglie richiedono l'aiuto dei volontari del WFP, anche persone con un lavoro.
Cosa succederà quando il governo non potrà più permettersi di pagare i sussidi per le persone povere? Ma quanto successo vale per tutto il mondo.

Il viaggio in Ucraina

Leopoli la chiamano la piccola Parigi, il centro storico è patrimonio mondiale dell'Unesco: dopo l'invasione russa la città è stata fortificata e i monumenti messi in sicurezza.

I morti, le bare, le persone che piangono i loro cari ricordano a tutti che la guerra c'è, anche se lontano dalla città: Iacona è andato in Ucraina a fine giugno, quando la Russia aveva cominciato l'offensiva nel Donbass.
Ogni giorno c'erano funerali a Leopoli, col pianto dei parenti e le bare portate a spalla dai soldati.
Ma anche nei piccoli villaggi da cui sono partiti i soldati si vedono le stesse scene: tombe, foto di ragazzi in uniforme, persone che piangono.

Ma c'è anche la guerra per la fame, che preoccupa la FAO che, in Ucraina, sta seguendo la situazione delle famiglie nelle zone rurali, che vivevano con la coltivazione del grano.
Villaggi che oggi ospitano profughi scappati dalle zone di guerra: la FAO ha dato a queste persone, senza casa, i semi per piantare patate. Un bene prezioso, in tempo di guerra, per dar da mangiare ai profughi e ai loro figli.
La guerra non è solo morte, bombardamenti: è anche campi non coltivati, persone che devono lasciare le loro case, stipendi che non arrivano, case distrutte.
Persone come Nataljia, che si occupava di informatica e che oggi si ritrovano improvvisamente povere.

Iacona è andato a Kiev, una metropoli sul fiume Dnepr: sulla periferia c'era un hub di merci oggi riempiti di derrate alimentari per le persone colpite dalla guerra, alimentato dalla Fao. Se la guerra continua il paese rischia il default, la gente oggi ha fame un paradosso se si considera che fino a ieri era l'Ucraina a sfamare i paesi del sud del mondo.

Da Kiev verso sud, Odessa, coi campi di girasole, coi campi di grano dove la mietitura è già iniziato: qui si trovano i silos che raccolgono il grano prodotto nel paese e che poi viene inviato via treno nel resto del paese e sui porti del mar Nero.
I russi hanno attaccato il sistema ferroviario per mettere in crisi questo sistema di trasporto dei cereali su ferrovia: nel mirino delle forze armate russe c'è proprio l'industria agricola.
Non solo, dietro di sé hanno lasciato le mine, hanno bombardato i silos rendendoli oggi non più utilizzabili.

Oggi Odessa è una città chiusa, nel mare davanti non parte nessuna nave verso il resto del mondo: il blocco dei porti sta bloccando tutta l'economia dei cereali, creando un danno economico importante nel paese, perché consente l'ingresso di valuta pregiata.
Senza export di grano mancano soldi, senza soldi non si possono pagare i contadini e oggi i grandi silos dell'Ucraina sono ancora pieni.
Se i silos rimarranno pieni i contadini saranno costretti a non mietere i campi, non avendo posto dove stipare il raccolto di quest'anno.
Il grano che manca sui mercati internazionali è fermo in Ucraina dove non vale più niente, perché in Ucraina ne hanno in abbondanza.

Ci sono anche problemi logistici nel portare il grano fuori dall'Ucraina coi carri merci, per un problema tecnico: i binari in Europa hanno uno scartamento diverso e nei paesi a confine mancano i carri in numero sufficiente per raccogliere i cereali.
I cereali viaggiano anche via gomma sui camion, che però si muovono a rilento verso i porti sul Danubio per far viaggiare i cereali sul fiume.

Se la guerra continua e se perdura il blocco dei porti, secondo la FAO è a rischio la produzione del grano ma il rischio si estenderà al mondo intero.


Ospite in studio il direttore della FAO, Maurizio Martina, che ha spiegato qual è il punto sull'accordo per il grano: è stata una mediazione difficile, in una situazione drammatica. Ad oggi 114 navi sono partite dai porti in Ucraina verso Libano ed Egitto.
Serve una accelerazione per svuotare i silos e per non arrivare ad ulteriori crisi nel mondo: ci sono ancora problemi per far muovere le navi e molte di queste vanno verso paesi ricchi e non verso paesi più bisognosi.
Dietro ci sono contratti commerciali stipulati prima della guerra: è mancata la solidarietà internazionale, per far arrivare il grano a chi ne aveva bisogno.

Siamo dentro una tempesta perfetta, tra guerra e cambiamenti climatici – ha spiegato Martina – il combinato di questi fattori rende questo momento estremamente delicato.
Dopo il grano, nelle prossime settimane ci si dovrà preoccupare del riso: l'aumento del costo delle energia, dei fertilizzanti, sta colpendo paesi più fragili.

Ma come si forma il prezzo di questi cibi?
È solo colpa della guerra?

Presadiretta ha raccontato di chi specula sul grano per tenere artificialmente alto il suo prezzo: le primavere arabe sono nate dalla fame, dal cibo che manca, dai governi del sud del mondo corrotti e incapaci di sfamare la loro popolazione.
Oggi siamo in una situazione analoga: il costo del grano è oltre la soglia che causa le sollevazioni della popolazione, ma il suo aumento non dipende dal fatto che sul mercato c'è meno quantità di questo cereale, il blocco delle esportazioni ha influenzato il prezzo, per il grano rimasto nei silos.

Presadiretta ha intervista Jennifer Clapp economista e ricercatrice di Ipes Food: “l’invasione ha condizionato i mercati perché c’erano 20 ml di tonnellate di cereali nei silos ucraini e quindi i prezzi ne hanno risentito, ma ci sono grandi scorte di grano al mondo, quindi parte delle perturbazioni dei prezzi che abbiamo visto in questi mesi non dipendono dalla quantità di grano che abbiamo.”

Abbiamo livelli record di cereali a livello mondiale” prosegue sul tema l’economista Frederic Mousseau dell’Oakland Institute “le scorte di grano hanno superato le 300ml di tonnellate secondo i calcoli della FAO, nel mondo abbiamo quantità sufficienti per tutti. Quindi il blocco della navi o le tensioni con la Russia non sono la spiegazione dell’aumento dei prezzi. Il problema è che oggi abbiamo degli approfittatori che utilizzano questo conflitto per far alzare artificialmente i prezzi, comprano oggi a 50 per rivendere domani a 100. Scommettono sul grano come al casinò e questo sulle spalle delle popolazioni più povere che per colpa dei loro giochi non riusciranno a mangiare.”

Ad investire su questi beni ci sono banche, fondi di investimento: fanno palate di soldi comprando e vendendo contratti a termine, i future, un mercato secondario attorno a cui girano tanti capitali, cinque volte il valore del grano scambiato.
Il prezzo è legato agli speculatori finanziari, che si sono arricchiti grazie al conflitto: gli investitori oggi stanno scommettendo sulla fame del mondo, continuando a compare futures il che causa l'aumento del prezzo di grano.

Giancarlo Dall'Aglio specula sulle materie prime: ogni giorno decide dove puntare i suoi soldi. È etico lucrare sui prezzi, considerando che intere popolazioni non hanno di che mangiare?

“Nessuno si diverte a non far mangiare la gente” racconta il trader. Ma il problema etico e morale rimane.
Ma non c'è il trader napoletano: molte banche d'affari come JP Morgan hanno consigliato di investire, speculando, sulle materie prime.

Il commercio internazionale dei cereali nel mondo è controllato da cinque grandi aziende che oggi stanno ritardando la distribuzione del grano, facendo alzare il valore: società come la Caregill, Glencore che negli anni della pandemia hanno aumentato i loro profitti – raccontano i ricercatori di Oxfam. Altro che economia di mercato.

Abbiamo lasciato che il cibo diventasse valuta di scambio per arricchire pochi. È stato Bill Clinton che ha deregolamentato il settore, facendo partire l'assalto alla diligenza.
Con leggi più severe sulla finanza, con una economia di mercato senza etica, avrebbe evitato queste carestie.

La politica cosa vorrà fare con questa economia virtuale che non porta benessere al mondo ma arricchisce pochi avvoltoi, sanguisughe, sciacalli?

Servono regole nuove dentro lo spazio del commercio internazionale – è il commento di Martina.

Anche in Italia l'aumento del prezzo del cibo e dell'energia stanno mettendo in crisi le famiglie: anche nelle città italiane, come Padova, i volontari raccolgono cibo nei pacchi per le persone in difficoltà, non succede solo in Libano.
Perché anche in Italia ci sono persone che vivono sul filo del rasoio: stipendi bassi, pensioni misere, lavori saltuari. Questi pacchi aiutano famiglie in difficoltà a superare l'inflazione, il rincaro delle bollette. In Italia si sta abbattendo uno tsunami sociale: avere un lavoro non aiuta in questo momento, per colpa dei salari da fame che girano in certi settore.

Il lavoro ha perso valore e dignità: Donatella Benigni ha combattuto contro la chiusura della sua azienda, deciso da una multinazionale americana. Il suo stipendio è diminuito di 400 euro, i suoi figli lavorano nella ristorazione dove le persone lavorano più ore di quante risultano su contratto.

Come risponde l’Europa a chi specula sulle materie prime?

L'Europa ha stanziato nuovi fondi dopo l'invasione dell'UCraina, nuovi sussidi per gli agricoltori, che potranno coltivare anche le aree ecologiche che dovrebbero essere tenute a riposo.
In Europa non abbiamo problemi di carenza di beni alimentari, siamo grandi esportatori: il prodotto c'è, non mancherà sulle nostre tavole. L'Europa vorrebbe sfamare il mondo, come ambizione, ma in realtà vende a paesi ricchi: la nostra agricoltura europea non è sostenibile, poiché buttiamo via cibo che nessuno consumerà.
C'era bisogno allora di coltivare su altre aree, come ha deciso l'Europa?
Hanno prodotto più mangime per gli allevamenti intensivi di bestiame: in Europa abbiamo 7 miliardi di animali di allevamento, per cui il grano che produciamo diventa foraggio per questo bestiame.
La zootecnia intensiva è causa di inquinamento, della fine della biodiversità, ha un alto impatto ambientale: in Italia non rispettiamo le direttive europee sui nitrati, sulla concentrazione di ammoniaca.

Ogni anno l’Unione Europea sovvenziona l’agricoltura con 60 miliardi di euro (con la politica agricola comune), il problema è che la maggior parte dei fondi è distribuita in base alla superficie, più ettari possiedi più soldi ricevi, idem per il bestiame, più animali = più soldi.

Circa l'80% dei soldi finisce al 20% dei beneficiari: la politica europea dei sussidi non è affatto sostenibile, questi pagamenti diretti hanno finito per sostenere soltanto la grande agro-industria orientata verso una produzione intensiva, un fenomeno particolarmente evidente nei paesi dell’est Europa, come l’Ungheria.

Presadiretta ha visitato la Talentis Agro, la più grande azienda agricola del paese con 50mila ettari di terra e 8500 vacche da latte che producono 85ml di litri di latte l’anno.
Makai Szabulbs, AD di Talentis, racconta come la scorsa annata sia stata buona, hanno guadagnato circa 15 ml di euro, di fronte ai 5 ml di euro di finanziamenti dai contributi della PAC.

L’azienda è di proprietà del miliardario Lőrinc Mészáros, l’oligarca numero 1 un Ungheria, amico di infanzia del premier Victor Horban, imprenditore nel campo dell’edilizia, del mondo petrolifero e nell’agrobusiness. Il suo non è un caso isolato: da quando, nel 2004, l’Ungheria è entrata in Europa, i fondi della PAC sono diventati la gallina dalle uova d’oro, Victor Orban ci ha costruito sopra la sua popolarità, promettendo di dare le terre statali, ex sovietiche e i sussidi europei alle piccole e medie aziende nelle campagne, stravincendo le elezioni del 2010 che l’hanno portato al potere.
Ma era una bugia, come ha spiegato a Presadiretta la giornalista Gabriella Hurn: “non sono i piccoli agricoltori a prendere la terra, ma persone con buoni agganci, avvocati, persone con legami politici, imprenditori di ogni genere che non hanno nulla a che fare con l’agricoltura.”
Caso emblematico della speculazione economica sui terreni agricoli è Kishantos, ex fattoria biologica modello, fondata nel 1998, che si estendeva su 452 ettari.

“Cinque giorni dopo la vittoria di Orban nel 2014” racconta Sàndornè Acs Eva fondatrice di Kishantos “hanno distrutto ogni pianta nei nostri campi”: i nuovi proprietari, imprenditori e grandi compagnie oggi coltivano in modo intensivo, utilizzando prodotti chimici di ogni tipo, pesticidi, fertilizzanti.

Oggi la politica agricola europea si trova ad un bivio perché deve adeguarsi al piano strategico “farm to fork”, dal campo alla tavola, fortemente voluto da Franz Timmermans: riduzione del 50% dell’uso di pesticidi e del 20% di fertilizzanti, dimezzamento degli antibiotici negli allevamenti, raggiungimento del 25% di agricoltura biologica.
Ma contro questo piano si sono sollevate le proteste degli agricoltori, come nei paesi bassi, sostenuti da una parte della politica europea di centrodestra che pensa che i limiti imposti dalla strategia “farm to fork” possano danneggiare le produzioni agricole.
“Se non comprendiamo che Farm to Fork è un tentativo di salvare l’agricoltura, non di punire l’agricoltura, alla luce dei devastanti effetti della perdita della biodiversità e dei cambiamenti climatici sulla produzione alimentare globale allora siamo davvero fuori strada” tuona il vice presidente della commissione Timmermans.

Ma questa strategia è sotto attacco dalle lobby dell'agricoltura, dai partiti di destra, dall'industria agroalimentare: stanno lanciando campagne allarmistiche dove si sostiene che, diminuendo i pesticidi, crollerà la produzione agricola.
Usano la crisi e la guerra per bloccare ogni evoluzione progressista in agricoltura: ma è una visione miope, o ci avviamo verso una agricoltura sostenibile, oppure saremo destinati a veder distruggere l'ambiente e l'agricoltura.

Ancora una volta la politica dovrà fare delle scelte. Su sostenibilità, disuguaglianze, sovraproduzione di cibo, speculazione sulle materie prime, salari da fame.

29 agosto 2022

Anteprime Presadiretta – Guerra e fame


La guerra in Ucraina continua, intanto nel mondo scoppiano le rivolte del pane: l'energia costa troppo, il pane costa troppo. Chi sta speculando sulla fame e come risponde l'Europa dell'agricoltura?

Era stato buon profeta, purtroppo, Riccardo Iacona quando a febbraio, parlando della guerra in Ucraina, aveva lanciato l’allarme sulle conseguenze che questa avrebbe portato nel mondo. La mancanza di grano che sfama i paesi poveri del sud del mondo, le carestie che sfociano in rivolte mettendo in crisi i governi.
Con colpevole ritardo scopriamo oggi, passati sei mesi dall’aggressione di Putin, di quanto il mondo sia a rischio per questa guerra, ancora in stallo e che le sanzioni contro Mosca non sono riuscite a bloccare. Ma la guerra non è la sola causa dei rincari energetici e del grano: la puntata di Presadiretta, che ritorna stasera in prima serata, toccherà questi temi, il cibo, il ritorno all’austerità energetica, il rischio di un nuovo lockdown per le aziende che non riusciranno a far fronte ai rincari.
Ma la guerra in Ucraina è anche le morti, militari e civili, città distrutte, l’economia di un paese al collasso, il blocco del commercio. Da una parte i profitti alle stelle delle aziende del settore delle armi, del settore energetico (compresa la nostra Eni, la cui crescita è cominciata ben prima del conflitto).

Dall’altra parte l’aumento dei costi di materie prime ed energia che si sta mangiando lo stipendio degli italiani e centinaia di milioni di persone nel sud del mondo sono alla fame.
Il reportage di Presadiretta racconterà della speculazione da parte dei fondi di investimento, che non si fa scrupoli a giocare sul costo del cibo. Il mercato delle materie prime non risponde alla regola della domanda e dell’offerta, ma dal 2000 è stato liberalizzato con l’intervento di intermediari finanziari. La guerra in Ucraina – ha spiegato il conduttore Iacona ad Agorà – non è una guerra locale, che oggi è pure stata relegata lontano dalle prime pagine, è una guerra che cambierà per sempre le cose nel mondo: “le parole di Medvedev lo ricordano, è una guerra internazionale che mette a dura prova, in autunno ancora di più, l’Europa anche dal punto di vista economico.”

Siamo prigionieri delle energie fossili, da cui non possiamo staccarci per colpa della miope politica italiana ed europea (la stessa che stenta a decidere sul tetto del gas, che ha consentito le speculazioni energetiche che hanno causato l’incremento del prezzo di cinque volte): anche su questo punto Presadiretta era stata profetica, nella puntata dedicata alle energie rinnovabili, quelle che ci avrebbero garantiti una indipendenza energetica, lontano dai ricatti dei vari Putin (o Erdogan o altri ..).

Le soluzioni, a breve, non sono né il gas liquido (le cui esportazioni dall’America sono raddoppiate) e nemmeno il nucleare pulito (al momento lontano dalla realizzazione).
In Portogallo ha prodotto tutta l’energia di cui ha bisogno dalle fonti rinnovabili: dobbiamo fare scelte cruciali, che non possono limitarsi al compitino, ritardare l’accensione dei caloriferi o mettere in DAD gli studenti per l’impossibilità di scaldare le aule nelle scuole.

La guerra in Ucraina coinvolge due tra i più grandi produttori ed esportatori di cereali: il blocco dell’export dei cereali hanno causato la crisi in Sri Lanka e in altri paesi del sud del mondo colpiti anche dalla crisi climatica. L’impazzimento del clima ha messo in crisi paesi come l’India, dopo la Cina il più grande produttore di grano: il caldo anomalo ha fatto appassire le spighe del grano, nel Punjab del nord i raccolti inariditi hanno spinto al suicidio molti contadini, si stima una perdita di 10 ml di tonnellate di raccolto – spiega Devinder Sharma esperto di politiche agricole.

Ma il conflitto in corso è l’unica causa dell’aumento del costo del grano? Presadiretta ha intervista Jennifer Clapp economista e ricercatrice di Ipes Food: “l’invasione ha condizionato i mercati perché c’erano 20 ml di tonnellate di cereali nei silos ucraini e quindi i prezzi ne hanno risentito, ma ci sono grandi scorte di grano al mondo, quindi parte delle perturbazioni dei prezzi che abbiamo visto in questi mesi non dipendono dalla quantità di grano che abbiamo.”

Abbiamo livelli record di cereali a livello mondiale” prosegue sul tema l’economista Frederic Mousseau dell’Oakland Institute “le scorte di grano hanno superato le 300ml di tonnellate secondo i calcoli della FAO, nel mondo abbiamo quantità sufficienti per tutti. Quindi il blocco della navi o le tensioni con la Russia non sono la spiegazione dell’aumento dei prezzi. Il problema è che oggi abbiamo degli approfittatori che utilizzano questo conflitto per far alzare artificialmente i prezzi, comprano oggi a 50 per rivendere domani a 100. Scommettono sul grano come al casinò e questo sulle spalle delle popolazioni più povere che per colpa dei loro giochi non riusciranno a mangiare.”

Come risponde l’Europa a chi specula sulle materie prime? Il servizio si occuperà anche della politica agricola comune (la PAC): ogni anno l’Unione Europea sovvenziona l’agricoltura con 60 miliardi di euro, il problema è che la maggior parte dei fondi è distribuita in base alla superficie, più ettari possiedi più soldi ricevi, idem per il bestiame, più animali = più soldi. Alla fine questi pagamenti diretti hanno finito per sostenere soltanto la grande agro-industria orientata verso una produzione intensiva, un fenomeno particolarmente evidente nei paesi dell’est Europa, come l’Ungheria.

Presadiretta ha visitato la Talentis Agro, la più grande azienda agricola del paese con 50mila ettari di terra e 8500 vacche da latte che producono 85ml di litri di latte l’anno.
Makai Szabulbs, AD di Talentis, racconta come la scorsa annata sia stata buona, hanno guadagnato circa 15 ml di euro, di fronte ai 5 ml di euro di finanziamenti dai contributi della PAC.

L’azienda è di proprietà del miliardario Lőrinc Mészáros, l’oligarca numero 1 un Ungheria, amico di infanzia del premier Victor Horban, imprenditore nel campo dell’edilizia, del mondo petrolifero e nell’agrobusiness. Il suo non è un caso isolato: da quando, nel 2004, l’Ungheria è entrata in Europa, i fondi della PAC sono diventati la gallina dalle uova d’oro, Victor Orban ci ha costruito sopra la sua popolarità, promettendo di dare le terre statali, ex sovietiche e i sussidi europei alle piccole e medie aziende nelle campagne, stravincendo le elezioni del 2010 che l’hanno portato al potere.
Ma era una bugia, come ha spiegato a Presadiretta la giornalista Gabriella Hurn: “non sono i piccoli agricoltori a prendere la terra, ma persone con buoni agganci, avvocati, persone con legami politici, imprenditori di ogni genere che non hanno nulla a che fare con l’agricoltura.”
Caso emblematico della speculazione economica sui terreni agricoli è Kishantos, ex fattoria biologica modello, fondata nel 1998, che si estendeva su 452 ettari.

“Cinque giorni dopo la vittoria di Orban nel 2014” racconta Sàndornè Acs Eva fondatrice di Kishantos “hanno distrutto ogni pianta nei nostri campi”: i nuovi proprietari, imprenditori e grandi compagnie oggi coltivano in modo intensivo, utilizzando prodotti chimici di ogni tipo, pesticidi, fertilizzanti.

Oggi la politica agricola europea si trova ad un bivio perché deve adeguarsi al piano strategico “farm to fork”, dal campo alla tavola: riduzione del 50% dell’uso di pesticidi e del 20% di fertilizzanti, dimezzamento degli antibiotici negli allevamenti, raggiungimento del 25% di agricoltura biologica.
Ma contro questo piano si sono sollevate le proteste degli agricoltori, come nei paesi bassi, sostenuti da una parte della politica europea di centrodestra che pensa che i limiti imposti dalla strategia “farm to fork” possano danneggiare le produzioni agricole.
“Se non comprendiamo che Farm to Fork è un tentativo di salvare l’agricoltura, non di punire l’agricoltura, alla luce dei devastanti effetti della perdita della biodiversità e dei cambiamenti climatici sulla produzione alimentare globale allora siamo davvero fuori strada” tuona il vice presidente della commissione Timmermans.

Sul sito dell’agenzia Ansa trovate l’intervista al conduttore di Presadiretta, Riccardo Iacona, che anticipa i punti toccati da questa e dalle prossime puntate della trasmissione

La squadra di PresaDiretta, di nuovo in onda da lunedì 29 agosto su Rai3, ha lavorato per provare a capire dove stiamo andando. "Vogliamo comprendere quali sono le ricadute per l'Italia e per il resto del mondo della guerra in Ucraina - spiega Riccardo Iacona in un'intervista all'ANSA -. La prima è l'effetto devastante che ha provocato sul fronte alimentare. Siamo andati ad esempio in Libano dove letteralmente manca il pane. La crisi sta mettendo in ginocchio anche l'Italia. L'aumento dei prezzi sta incidendo su un tessuto economico fatto di salari da fame. Siamo andati nel Nord Est per capire come fanno le persone a tirare avanti e purtroppo la crisi è destinata a crescere finché durerà la guerra e Putin userà l'arma del gas. E' uno scandalo che a sei mesi dall'inizio del conflitto la guerra ancora si combatta, uno scandalo che ancora non ci sia un cessate il fuoco".

Un ciclo di 8 appuntamenti per cercare le risposte alle domande più urgenti. "Sono andato in Ucraina a fine giugno prima dell'accordo sul grano, per capire se l'aumento dei prezzi è giustificato o se ci sono elementi di speculazione - prosegue il conduttore -. Cercheremo anche di indagare su quello che fa l'Europa con le politiche agricole. In studio avremo Maurizio Martina, vicedirettore Fao, che ci darà una mano a capire il quadro". Al centro delle puntate le grandi questioni economiche, gli ostacoli sulla strada del Pnrr, le scelte energetiche e la strada verso l'indipendenza europea dal gas russo; la battaglia tra energia fossile e rinnovabile e ritorno del nucleare, mentre le conseguenze del cambiamento climatico sono sempre più allarmanti; la corsa alle armi scatenata dalla guerra in Ucraina e quella che ha blindato le frontiere d'Europa, sulla pelle dei migranti; i cyberattacchi, i banditi digitali e la questione della sicurezza nazionale. Gli inviati di PresaDiretta sono stati in Ucraina, Russia, Stati Uniti, Europa, Africa. "Siamo andati ad esempio in Algeria per capire meglio l'accordo fatto lì per aumentare forniture di gas - prosegue Iacona -. Poi in Usa che si prepara a invadere l'Europa con il suo gpl e si stappano bottiglie di champagne".

La terza puntata andrà in onda domenica 11 settembre, perché lunedì 12 c'è un appuntamento con le tribune elettorali, così come lunedì 19, nella settimana in cui PresaDiretta sarà assente. Ritorno previsto per il 26 settembre con una serata speciale, dopo il voto, voluta dal direttore dell'Approfondimento Antonio Di Bella. "Saremo noi a raccontare l'esito delle elezioni e lo faremo come sempre a modo nostro", fa sapere Iacona. Il conduttore spiega che non si occuperà direttamente della campagna elettorale, ma che i temi trattati saranno tutti al centro del dibattito fino al voto. "Forniamo un buon cibo informativo - sottolinea - per consentire agli spettatori di farsi un'idea sugli argomenti di cui si parla in campagna elettorale". Quanto alla par condicio, Iacona spiega che non si può realizzare su una singola puntata di un programma, ma su un ciclo di puntate. "Bisognerebbe dare più autonomia ai responsabili editoriali e fidarsi di più di loro - sostiene -. Poi fare le valutazioni solo dopo un periodo più lungo".

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 ottobre 2020

Presadiretta – il prezzo ingiusto

Il vero oro nero è il succo dell'arancia?

Durante il lockdown un libro d'arancia valeva quasi due dollari, quello del petrolio pochi centesimi: la pandemia ha fatto schizzare verso l'alto il prezzo della frutta e della verdura, soprattutto nei supermercati che hanno incrementato le vendite del 9%, con un picco del 22% sui prodotti freschi.

Gli scaffali erano vuoti per l'accaparramento dei consumatori e anche per la fatica nel recuperare quei prodotti freschi, racconta un manager della grande distribuzione: ma questo non spiega l'aumento del costi di agrumi, kiwi, albicocche, lattuga e cavolfiore.

I prezzi sono aumentati ad un valore superiore dell'inflazione, ha determinato l'Istat: non solo la frutta ma anche latte e salumi, un aumento non in linea col costo dei beni.

Dove è finito questo aumento?

Il settore agroalimentare ha continuato a lavorare nonostante il Covid, il mercato non si è mai fermato, lo dicono le persone che ci lavorano nei mercati alimentari, lo dicono i grossisti che in questi mesi non hanno visto aumentare i prezzi corrisposti ai loro prodotti.

Qualcuno ha approfittato dell'emergenza per specularci sopra? Altroconsumo ha fatto le sue indagini, hanno trovato speculazioni su tanti prodotti, dalle mascherine ai prodotti per l'igiene.

E poi anche sui prodotti ortofrutticoli: i supermercati han fatto meno promozioni perché sapevano che le persone non potevano spostarsi, non dovevano attirare nuovi clienti.

E questi prezzi aumentati non sono poi diminuiti finiti l'emergenza.

Il direttore dell'Antitrust ha spiegato che stanno facendo delle loro indagini, per capire se qualcuno ne ha approfittato della situazione.

Non è un servizio contro la Grande Distribuzione che pure nel lockdown ha aiutato le famiglie bisognose: quello di Presadiretta è un racconto sul prezzo ingiusto che paghiamo ai prodotti dell'agricoltura.

Nel 2019 l'agroalimentare è stato uno dei settori che hanno trainato la nostra economia con una crescita record del 6,9% per un fatturato di 538 miliardi di euro, pari al PIL di Norvegia e Danimarca assieme.

Perché allora da anni l'agricoltura lancia un grido d'allarme disperato?

Iacona era stato in Sicilia nel 2005 e nel 2011, dagli agricoltori che si lamentavano del prezzo troppo basso dei pomodori, che li costringeva ad indebitarsi per continuare la produzione.

In Veneto nel 2016, stessa musica da parte dei produttori delle mele: produttori che a malapena coprivano i costi della produzione.

In Sardegna sono ancora fresche le immagini dei pastori che gettavano il latte per strada, troppo basso il prezzo che veniva loro riconosciuto dai consorzi.

Poco dopo è toccato agli agricoltori della Basilicata che hanno buttato via tutti i loro prodotti: “quando arriva il commerciante che mi paga 9 centesimi al kg il pomodoro, mettendomi il coltello alla gola, può non sapere la distribuzione o il commerciante e la grande distribuzione che sta facendo una estorsione nei miei confronti?” sono le parole di Gianni Fabris di Altraagricoltura.

Si torna sempre alla grande distribuzione e ai produttori che, per le calamità naturali (ormai sempre più frequenti) come quelle accadute in Basilicata, non hanno i soldi per ricostruire le serre per le fragole: eppure sul banco del supermercato si vendono le fragole a 12 euro al kg, ma al contadino arrivano solo 2 euro o anche 1,5 euro.

Quello che non era mai successo è che la battaglia degli agricoltori è diventata anche quella dei braccianti che lavorano nei loro campi: quest'estate a Foggia sono scesi in piazza contro il caporalato ma anche contro il sistema della GDO.

Portavoce il sindacalista Aboubakar Soumahoro: “se la grande distribuzione ha un fatturato di 83 miliardi annui e un raccoglitore di asparagi percepisce al giorno, per 12 ore di lavoro, appena 35 euro, quando da contratto sono 50 euro circa, vuol dire che qualcuno ci guadagna. E noi coi contadini con cui lavoriamo, ci rendiamo conto che a loro volta che qualcuno li sta comandando. Non è una mano invisibile, c'è una concentrazione di potere. Per quanto riguarda la GDO, sono loro che stanno sottoponendo contadini e braccianti a dei meccanismi di immiserimento. I caporali si inseriscono dentro questo mondo di foresta, ma il caporale è un albero dentro la foresta.”

La foresta è fatta di aste, di broker e di grossisti, la lunga strada fatta dalle merci dai campi alle nostre tavole.

Presadiretta è andata a vede qual è la situazione dei produttori di ciliegie a Bisceglie: all'asta delle ciliegie c'è una fila per vendere i propri frutti ai mediatori, che ci mettono sopra il loro ricarico. Poi ci sono i grossisti che vendono i prodotti ai supermercati, e sono loro, in cima alla catena, che fanno il prezzo verso chi sta sotto.

Giuliano Puglia Fruit è uno di questi grossisti: lavano, selezionano e controllano il frutto, in modo da dare alla GDO ciliegie perfette, e così ogni anno si buttano quintali di frutta con qualche difetto.

Al kg le ciliegie costano 10 euro, quasi dieci volte in più di quello che viene dato al produttore: allora chi ci guadagna in questa filiera? Il grossista, il mediatore?

Su 100 euro, solo pochi euro finiscono al produttore, perché questi sono pochi e perché subiscono il peso della Grande Distribuzione, che fa ricadere verso il basso anche gli sconti e le iniziative di 3 x 2.

Sono volantini preparati mesi prima dell'inizio dello sconto ma poi succede che i prodotti (per questioni climatiche) non ci sono in quel periodo e quindi il prezzo indicato sul volantino è al di sotto del prezzo di produzione- lo racconta un grossista del settore ortofrutticolo Marco Stravato.

Quest'estate si è scatenata la guerra delle angurie, che venivano vendute a 1 centesimo al kg, ma ad un agricoltore produrre un kg di anguria di qualità costa 4 centesimi solo la cesta, poi ci sono altri costi per le piantine, la crescita, il concime .. eppure nel volantino è scritto che “alla filiera alimentare è stato corrisposto il giusto prezzo”.

Quando voi comprate le melanzane ad un euro, significa che a noi ce le pagano a 20,30 centesimi – racconta un agricoltore: le offerte dei supermercati sono fatte sulle spalle di chi produce e non dalla distribuzione, che non ci rimette mai e impone la sua posizione di forza, cacciando fuori (anche con espedienti poco puliti) gli agricoltori che chiedono prezzi più alti.

La giornalista si è messa in contatto con un produttore che ha lavorato con importanti catene alimentari: le loro strategie di vendita lo hanno portato a dover vendere l'impresa: “le scontistiche aumentavano sempre e addirittura si facevano retroattive, ci sono catene che ti impiccano..”.

Giulia Bosetti è entrata in possesso di alcuni contratti che la GDO fa firmare ai produttori: in essi è scritto nero su bianco lo sconto che dovranno accettare per poter vendere ai supermercati, ricade su di loro perfino lo sconto per la carta fedeltà.

I produttori pagano anche sulle campagne di marketing fatte dai supermercati: su alcuni di questi c'è stata un'indagine dell'antitrust, che ha fatto scoprire come il 24% del loro fatturato sia perso proprio per queste forme di scontistica imposto.

Il potere della GDO dipende dal fatto che coprono il 79% del mercato: lo racconta il giornalista Fabio Ciconte, che in un libro ha spiegato le storture della grande distribuzione.

Il prezzo di frutta e verdura deriva da un gioco d'azzardo con le aste al ribasso: è lo stesso principio delle gare d'appalto dove è consentito il massimo ribasso.

Solo che con la grande distribuzione si chiama asta al doppio ribasso:

Ci sono due battute d'asta, nella prima sono invitati i singoli fornitori per fare una prima offerta su un quantitativo molto importante di prodotti. Dopo qualche settimana gli stessi produttori vengono invitati a fare una seconda offerta il cui prezzo di partenza è il presso più basso della prima asta. A partire dal quel momento il singolo fornitore si trova davanti uno schermo del computer in cui ha alcuni minuti per ribassare la propria offerta, mentre un altro concorrente, di cui è garantito l'anonimato, fa un'offerta ancora più al ribasso. Continua questo gioco perverso in cui i produttori abbassano e abbassano pur di accaparrarsi quell'offerta, ma questo determina che tu hai svenduto il tuo prodotto pur di stare sul mercato”.

Francesco Franzese è amministratore de La Fiammante, azienda di trasformazione dei pomodori: lui le aste al ribasso le conosce da vicino, a Presadiretta ha raccontato la vicenda dell'asta che ha vinto, davanti ad un timer che scattava ogni volta che faceva la sua offerta, al buio, ogni volta ad un prezzo più basso. Prezzo che poi diventa il riferimento del mercato, mettendo in crisi gli agricoltori, distorcendo il mercato.

Sono pratiche illegali, ha stabilito l'Unione Europea tramite una direttiva che il nostro paese deve ancora recepire: sono le pratiche sleali fatte dalla Gdo sulle merci invendute, sulla scontistica al ribasso fatta in modo selvaggio.

Ne parla l'eurodeputato De Castro, che ha spiegato come sia importante fare in fretta a recepire questa direttiva: queste pratiche mettono a rischio il mondo degli agricoltori ma hanno conseguenze per i consumatori.

Il potere della distribuzione è enorme però: tutte assieme le catene dei supermercati fatturano 83 miliardi, una cifra pari ad una manovra.

Presadiretta ha cercato di contattare Conad, Esselunga, Selex, Eurospin, ma queste non hanno accettato l'intervista.

Coop ha invece risposto alla giornalista, raccontando del suo impegno contro il caporalato e nel rispettare il prezzo minimo dei prodotti, e le promozioni e la scontistica vengono concordate col produttore, promozioni che vengono sospese in caso di eventi negativi.

Ma nel 2015 però Coop è stata condannata per aver chiesto uno sconto ad un fornitore, condizioni capestro ha stabilito Antitrust.

Dobbiamo recepire la direttiva europea, per far intervenire anche la magistratura, altrimenti rimarrà solo l'authority, che può dare solo multe molto lievi.

In studio era presente il ministro Bellanova: a lei Iacona ha chiesto del nuovo DPCM e della posizione delle regioni.

Nel DL si prevede l'uso della mascherina, si parla dell'accesso ai luoghi pubblici, una limitazione per le feste, nulla per le lezioni a distanza, perché la formazione va fatta a scuola, “è il futuro delle nuove generazioni” ha spiegato la ministra.

Non c'è solo la questione delle aste al doppio al ribasso, che la GDO assicura di non praticare più: Eurospin si è inventata una nuova forma per pagare il minor prezzo possibile il prodotto della terra.

Per raccontare questa storia, Presadiretta è andata a Salerno, nella piana del Sele dove sotto le serre si coltivano le insalate messe in busta.

Il produttore Rago deve vendere per forza, trattandosi di merci deperibili: Eurospin ha lanciato 25 aste online per aggiudicarsi la merce al minor prezzo, offerte al buio, davanti ad un computer, come un asta al doppio ribasso fatta 25 volte: alla fine ogni busta è stata pagata 30 centesimi a busta, un prezzo basso, non sostenibile per chi coltiva la terra.

I produttori avevano paura nel raccontare e denunciare questi comportamenti – spiega Fabio Ciconte: un timore che nasce dal potere della distribuzione, dal timore di non poter vendere più i loro prodotti.

Nessun fornitore di Eurospin ha accettato di parlare, eccetto uno che, al telefono, racconta di aver partecipato all'asta senza sapere il prezzo offerto dai concorrenti.

IL rapporto di Oxfam mette all'ultimo posto Eurospin: questo gruppo sta avendo una forte crescita, ma quanto è consapevole delle conseguenze delle sue politiche nei confronti dei produttori?

Che fa la politica allora, come pensa di gestire queste distorsioni nel mercato, contro le aste al ribasso?

Il PD ha presentato una legge al riguardo ma è ferma in Parlamento da un anno: la direttiva europea andrà in aula il 14 ottobre – spiega la ministra, che aggiunge che per lei le aste sono una indecenza.

“Non si tratta di limitare la libera concorrenza ma non di far portare avanti iniquità nella filiera, le aste dal doppio ribasso sono caporalato in giacca a cravatta, sono comportamenti illegali.”

L'agricoltura deve produrre cibo di qualità e accessibile a tutti, senza strozzare quelli che stanno nei campi, che si prendono anche cura del nostro territorio.

Da ministra ha chiamato attorno al tavolo tutti gli attori della filiera dove non ci sono solo storture: la ministra ha chiesto a tutti, produttori, grossisti, distributori, di lavorare assieme per far si che gli italiani non cambiassero abitudini alimentari.

Si dovrà investire sui contratti di filiera coi fondi europei, per aiutare le piccole imprese, combattendo la frammentazione, per dar loro più forza.

Gli ultimi della terra.

La terra viene lavorata, la frutta viene raccolta da lavoratori irregolari, sfruttati: sono lavoratori che non hanno diritti e che questa estate hanno scioperato per sfidare ricatti e soprusi.

Il leader è il sindacalista Aboubakar Soumahoro che si è incatenato fuori la villa romana dove il governo si era riunito per gli stati generali.

Al governo, a Conte, ha portato la situazione delle tante baraccopoli che troviamo in Italia, come quella vicino a Foggia, dove ogni anno scoppiano incendi.

A Manfredonia c'è il ghetto più grande d'Europa, dove i furgoni arrivano e raccolgono i lavoratori a nero, per cinque euro al giorno.

Persone irregolari che sono costrette ad accettare salari da fame: niente documenti, niente contratti, niente diritti.

E per vivere baracche senza gas e acqua, col rischio di incendi e dello scoppio di epidemie: in quelle condizioni non esiste distanziamento sociale.

A chi chiede guanti e mascherine, il caporale risponde “perché?”. Chi si lamenta viene licenziato.

Eppure queste persone raccolgono la frutta che noi mangiamo: se chi raccoglie frutta e verdura non è in condizioni di sicurezza, come possiamo essere sicuri noi, che mangiamo quella frutta?

Eppure attorno a quelle baracche ci sono solo i volontari che distribuiscono mascherine e guanti.

Sono 400mila i lavoratori sfruttati dalla piaga del caporalato, in Italia: un sistema retto dalle mafie che si muovono agilmente nei buchi dei controlli dello stato.

L'inchiesta della procura di Foggia si chiama White Labour: ha portato all'arresto dei capirali, immigrati anche loro, e dei proprietari dei terreni dove le persone lavoravano dal mattino al tramonto per pochi euro.

Senza sistemi di protezione individuali, senza bagni, in aziende agricole anche grandi: il maggiore dei carabinieri di Foggia ha sottolineato l'assoluta mancanza di umanità di queste persone.

Che si sono costruite un loro ghetto dove tenere questi lavoratori, che vivevano sotto ricatto.

Container senza acqua, luce, fili volanti collegati ai tralicci dell'Enel, bagni senza scarichi fognari: un sistema di illegalità diffuso in un territorio dove è forte il senso di impunità di queste aziende. La schiavitù in Italia esiste ancora.

Le inchieste nascono dalle denunce anche dei sindacati: la filiera schiaccia chi sta sotto, gli ultimi, è un sistema ingiusto che va smantellato.

Ma non è solo un problema di caporalato, anche queste situazioni derivano dallo strapotere della grande distribuzione che livella verso il basso il prezzo dei prodotti della terra.

Si deve ripartire dai controlli nelle aziende, dal salario percepito, dalla fine delle aste al ribasso.


Ma perfino lo stesso governo ha fatto fatica a metterci la faccia sulla lotta della ministra, per la sanatoria dei braccianti agricoli.

Esiste però anche un altro modo di lavorare: No Cap è un progetto di Yvan Saguet, per una filiera pulita, con i produttori dell'associazione Terra!.

Etichette e confezioni biodegradabili, lavoratori assunti e in regola, controllo della qualità dei prodotti: queste sono le condizioni dell'azienda Primo Sole, che fa parte di questa filiera, dove si lavora senza caporali e sfruttamento.

Ai braccianti è assicurato il trasporto verso i campi, una casa, un salario dignitoso, uno spazio per pregare.

Questo significa il marchio No Cap: in sud Italia vengono venduti nei supermercati Megamarket, che credono in questa scelta.

Perché sono importanti le scelte di noi consumatori e anche quelle della GDO, che deve accettare di fare meno margine, per far si che ci guadagnino tutti.

Sono sufficienti 20 - 25 centesimi in più, nel prodotto finale.


Dal sud, l'inchiesta si spostata all'entroterra toscano, la zona del vino e delle piante, due settori in ginocchio per il coronavirus, perché con la pandemia si sono bloccate anche cerimonie eventi e feste.

Giulia Bosetti ha incontrato produttori che hanno dovuto buttar via piante, dopo marzo: il settore florovivaistico vale 2 miliardi di euro, composto da piccole aziende oggi in crisi.


Il lockdown ha bloccato non solo i floricultori, ma anche tutta la filiera che gestisce eventi e feste: un indotto che muove fatturati da miliardi, perché in Italia e in Toscano arrivavano da tutto il mondo per sposarsi.

Significa locali per eventi, persone che li organizzano, che preparano i fiori e gli addobbi, il cibo: ci sono matrimoni che costano anche 400 mila euro, tutto cancellato ora dal Covid.

Nelle tenute dove si celebrano i matrimoni del lusso ci sono i vigneti per questi eventi esclusivi: come quelli per il Brunello di Montalcino, che ha chiesto alla regione un aiuto per passare questo momento.

E' vero che il vino può anche invecchiare, ma i produttori che non vendono le loro bottiglie, devono stoccarle in cantina e questo ha un costo.

Si rischia che un pezzo della Toscana, nel settore del vino, finisca in vendita: a rischiare di più sono proprio quei produttori di vini che non finiscono nei supermercati, perché di alto pregio.

“Quello che ci preoccupa è l'incertezza, il futuro..” racconta tra le lacrime, la proprietaria di una di queste cantine, Letizia Cesani.

12 ottobre 2020

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – il prezzo ingiusto

L'ultima puntata della stagione 2020 di Presadiretta sarà dedicata alla catena del valore del cibo: una catena che arricchisce pochi e produce diseguaglianza, sofferenza, schiavitù e sfruttamento.

Nell'anteprima si parte da questo dato: durante il lockdown i supermercati hanno fatto un +9% di vendite, mentre gli agricoltori hanno venduto i loro prodotti ad un prezzo inferiore dei costi di produzione.

Quali le cause di questa stortura, di questa piramide il cui peso grava sui 600mila braccianti irregolari (che la sanatoria della ministra Bellanova ha regolarizzato per metà) di cui almeno 130 mila vivono in condizioni di schiavitù nelle baraccopoli del sud?



Nelle anticipazioni del servizio, Giulia Bosetti racconta cosa sta dietro i volantini e le offerte 3 X 2 fatte da tutte le catene della GDO, concepiti per spingere i consumatori a comprare.

Sono volantini preparati mesi prima, poi magari i prodotti per questioni climatiche non c'è in quel periodo quindi il prezzo indicato sul volantino è al di sotto del prezzo di produzione- lo racconta un grossista del settore ortofrutticolo Marco Stravato.

Quest'estate si è scatenata la guerra delle angurie, che venivano vendute a 1 centesimo al kg, ma ad un agricoltore produrre un kg di anguria di qualità costa 4 centesimi solo la cesta, poi ci sono altri costi per le piantine, la crescita, il concime .. eppure nel volantino è scritto che “alla filiera alimentare è stato corrisposto il giusto prezzo”.

Quando voi comprate le melanzane ad un euro, significa che a noi ce le pagano a 20,30 centesimi – racconta un agricoltore: le offerte dei supermercati sono fatte sulle spalle di chi produce e non dalla distribuzione, che non ci rimette mai e impone la sua posizione di forza, cacciando fuori (anche con espedienti poco puliti) gli agricoltori che chiedono prezzi più alti.

La giornalista si è messa in contatto con un produttore che ha lavorato con importanti catene alimentari: le loro strategie di vendita lo hanno portato a dover vendere l'impresa: “le scontistiche aumentavano sempre e addirittura si facevano retroattive, ci sono catene che ti impiccano..”.

I produttori sono costretti a dover vendere ciò che producono in modo che finisca sugli scaffali, altrimenti si rischia di dover licenziare dipendenti, a dover usare più chimica per aumentare la resa, a sfruttare maggiormente lavoratori e lavoratrici.

Eppure queste catene di supermercati non stanno male economicamente: nei mesi del lockdown la spesa degli italiani è cresciuta del 17,8%, spesso in quei mesi trovavamo gli scaffali vuoti, alcuni prodotti sono diventati merce rara come farine e miscele (la cui vendita è schizzata ad un +105,8%).

Le vendite sono cresciute del 9%, del 22% per i prodotti freschi, quando la gente era costretta a stare a casa: i supermercati facevano fatica a reperire i prodotti come frutta e ortaggi – spiega il direttore di Megamarket – e così il loro prezzo è lievitato.

Secondo i dati dell'Istituto per i servizi del mercato agricolo e alimentare, le arance tarocco sono arrivate a costare un +32% rispetto ad un anno fa, i limoni sono cresciuti di prezzo del +116%, i kiwi del +53%, le albicocche del +91%, le pesche nettarine del 75%, i cavolfiori del +51%.

Secondo le analisi di Coldiretti e Istat tutto ciò si è tradotto in un aumento dei prezzi di frutta e verdura 40 volte superiore a quello dell'inflazione.

Un aumento che non è in linea con quello dei prezzi all'origine – spiega Lorenzo Bazzana di Coldiretti. Ad un aumento per il consumatore si è registrata una contrazione dei prezzi per i produttori.

Qualcuno ha approfittato dell'emergenza per speculare sul nostro cibo?

Altroconsumo ha fatto un'indagine sul prezzo di questi beni, ne parla Ivo Tarantino: nelle prime settimane del lockdown c'è stata una diminuzione delle offerte per beni come prodotti per la pulizia, il cibo o le farine, con un conseguente aumento medio del loro prezzo.

“La nostra ipotesi è che i supermercati hanno deciso di fare meno promozioni perché sapendo che le persone si potevano spostare poco, non c'era bisogno di attrarre altri clienti, hanno diminuito la quantità di prodotti venduti a sconto.”

Grazie alle denunce delle associazioni di consumatori l'Antitrust ha aperto un'indagine sui prezzi dei beni di prima necessità, concentrandosi sulla grande distribuzione.

Altro tema affrontato dal servizio quello della guerra dei prezzi, con le aste al ribasso: è lo stesso principio delle gare d'appalto dove è consentito il massimo ribasso.

Solo che con la grande distribuzione si chiama asta al doppio ribasso: la spiega alla giornalista Fabio Ciconte, direttore dell'associazione Terra!.

“Ci sono due battute d'asta, nella prima sono invitati i singoli fornitori per fare una prima offerta su un quantitativo molto importante di prodotti. Dopo qualche settimana gli stessi produttori vengono invitati a fare una seconda offerta il cui prezzo di partenza è il presso più basso della prima asta. A partire dal quel momento il singolo fornitore si trova davanti uno schermo del computer in cui ha alcuni minuti per ribassare la propria offerta, mentre un altro concorrente, di cui è garantito l'anonimato, fa un'offerta ancora più al ribasso. Continua questo gioco perverso in cui i produttori abbassano e abbassano pur di accaparrarsi quell'offerta, ma questo determina che tu hai svenduto il tuo prodotto pur di stare sul mercato".

Uno di questi ha accettato di parlare con Presadiretta, si chiama Francesco Franzese, amministratore de La Fiammante: la sua azienda si trova a Buccino, in provincia di Salerno: qui si lavorano solo pomodori italiani che sono trasformati per fare passate e conserve.

Ha mostrato alle telecamere una di queste aste, per una fornitura annuale, del valore di qualche milione: le aste le conosce bene e sa quanti danni possono fare: ha raccontato l'unica volta che ha vinto, si partiva da una base di 6,5 ml ed a causa dei ribassi, cronometrati da un timer del sistema, si poteva arrivare anche a 4 milioni. In pochi minuti si perdono anche due milioni di euro: il problema è che poi quest'asta diventa un riferimento per l'intero mercato, livellando al ribasso il prezzo dei prodotti e mandando in crisi i produttori.

Eppure nel 2019 l'agroalimentare è stato uno dei settori che hanno trainato la nostra economia con una crescita record del 6,9% per un fatturato di 538 miliardi di euro, pari al PIL di Norvegia e Danimarca assieme.

Perché allora da anni l'agricoltura lancia un grido d'allarme disperato?


Iacona era stato in Sicilia nel 2005 e nel 2011, dagli agricoltori che si lamentavano del prezzo troppo basso dei pomodori, che li costringeva ad indebitarsi per continuare la produzione. In Veneto, stessa musica da parte dei produttori delle mele. In Sardegna sono ancora fresche le immagini dei pastori che gettavano il latte per strada, troppo basso il prezzo che veniva loro riconosciuto dai consorzi.

Poco dopo è toccato agli agricoltori della Basilicata che hanno buttato via tutti i loro prodotti: “quando arriva il commerciante che mi paga 9 centesimi al kg il pomodoro, mettendomi il coltello alla gola, può non sapere il commerciante e la grande distribuzione che sta facendo una estorsione nei miei confronti?” sono le parole di Gianni Fabris di Altraagricoltura.

Si torna sempre alla grande distribuzione e ai produttori che, per le calamità naturali (ormai sempre più frequenti) poi, in Basilicata, non hanno i soldi per ricostruire le serre per le fragole.

Sul banco del supermercato vedo le fragole a 12 euro al kg, ma al contadino arrivano solo 2 euro o anche 1,5 euro.


E oggi la battaglia degli agricoltori è diventata anche quella dei braccianti che lavorano nei loro campi: quest'estate a Foggia sono scesi in piazza contro il caporalato ma anche contro il sistema della GDO.

Portavoce il sindacalista Aboubakar Soumahoro: 

“se la grande distribuzione ha un fatturato di 83 miliardi annui e un raccoglitore di asparagi percepisce al giorno, per 12 ore di lavoro, appena 35 euro, quando da contratto sono 50 euro circa, vuol dire che qualcuno ci guadagna. E noi coi contadini con cui lavoriamo, ci rendiamo conto che a loro volta che qualcuno li sta comandando. Non è una mano invisibile, c'è una concentrazione di potere. Per quanto riguarda la GDO, sono loro che stanno sottoponendo contadini e braccianti a dei meccanismi di immiserimento. I caporali si inseriscono dentro questo mondo di foresta, ma il caporale è un albero dentro la foresta.”

Sono tante le domande che emergono da queste anticipazioni: se dovessero arrivare altri lockdown, dobbiamo aspettarci altri rincari?

Come mai i prezzi aumentano al banco ma agli agricoltori arrivano sempre meno soldi?

Chi controlla la GDO, che altera il mercato livellando al ribasso il prezzo delle merci fino a livelli insostenibili?

Se si fa un'asta per la fornitura di un pomodoro e un supermercato spunta un prezzo di 0,17 euro, poi tutti gli altri supermercati vorranno lo stesso prezzo, a prescindere da come è andata la produzione, se ci sono state calamità o altro.

Come possiamo tutelare il settore alimentare che, specie in momenti di crisi come questo, è fondamentale ed è pure uno dei pochi che non si è mai fermato nemmeno durante il blocco a marzo.

Continuare ad abbassare il prezzo di un prodotto va a discapito della sua qualità: il guadagno del consumatore è solo effimero, perché dietro potrebbe esserci un maggior uso di pesticidi, meno controlli.

I luoghi, anzi, i ghetti dove spesso devono vivere i braccianti, sono bombe sanitarie: sono persone che non vivono in condizioni di sicurezza e che poi raccolgono il cibo che mangiamo.

Come pensiamo di andare avanti con queste situazioni?

Su 600 mila irregolari di cui parlava la ministra Bellanova, sono solo 30mila quelli che hanno avuto accesso alla sanatoria.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.