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19 agosto 2023

Morte di un agente segreto di Giuseppe Casarrubea

 

Fra Diavolo, la banda Giuliano e il neofascismo in Sicilia (1943-47)

Le confidenze di un patriarca
Intorno alla mezzanotte del 26 giugno 1947 alcuni uomini salivano, indisturbati e con passo deciso, dalla via dei Mille di Alcamo. Questa cittadina del trapanese, definita da alcuni come luogo prediletto dei “santoni” della mafia, aveva il pregio di portare ancora, nel suo nome, l’etimo delle sue origini arabe, da cui la stessa parola mafia sembra derivare. Città di frontiera e di antica resistenza islamica contro gli invasori Normanni, si poteva dire che aveva segnato, assieme a Jato, la linea di difesa occidentale di quel popolo conquistatore che per tre secoli aveva dominato la Sicilia.

Quei cinque uomini che camminano in quella notte senza luna (particolare non da poco, come spiegherà in questo saggio lo storico Giuseppe Casarrubea) ancora non lo sanno, ma stanno per morire: il capomafia di Alcamo, don Vincenzo Rimi li ha venduti al capitano dei carabinieri Giallombardo i cui uomini sono appostati lungo quella via per tendere loro una trappola. I primi quattro moriranno in un conflitto a fuoco, le cui dinamiche ancora oggi, a distanza di 76 anni sono poco chiare. I rapporti dei carabinieri, redatti da un ufficiale che nemmeno era presente quella notte, sono pieni di contraddizioni. Anche il rapporto ufficiale sulla morte del quinto uomo (e le ricostruzioni dei carabinieri) è assolutamente poco credibile: si chiama Salvatore Ferreri, alias Fra Diavolo, ma anche noto come Totò u palermitamu o anche il Vendicatore per una cerchia ristretta di amici. Si era arreso ai carabinieri dicendo loro di essere un informatore dell’Ispettorato di Polizia per la Sicilia, Ettore Messana, ma una volta in caserma, venne ucciso nel corso di un alterco col capitano Giallombardo.

Ma chi era questo Salvatore Ferreri, un ragazzo di appena 24 anni, che aveva però sulle spalle decine di omicidi, specializzato in sequestri di persona e assalti alle caserme?

Avrebbe dovuto scontare una lunga detenzione in carcere, invece la sua storia riguarda anche una latitanza abbastanza lunga e tranquilla, con tanto di rapporti di confidenza con le forze dell’ordine, conclusasi in modo cruento nella notte del 27 giugno 1947.
Vi ricorda forse altre storie di altrettanti latitanti della mafia, come Luciano Leggio, Riina, Provenzano, che almeno rimasero in vita anche dopo la cattura?
Bene, perché questo saggio di Giuseppe Casarrubea ricostruisce tutta la storia di questo strano personaggio, che non era un boss come Provenzano, un capo dei capi, ma solo un bandito, la cui breve carriera criminale era iniziata all’inizio del 1944 con l’omicidio di un autista (similmente alla carriera criminale di Giuliano che era cominciata col delitto di un carabiniere nel settembre del 1943). Carriera costellata da tanti, pesanti segreti sui rapporti tra le istituzioni, i gruppi neofascisti che non si erano rassegnati alla sconfitta e la mafia che quel conflitto a fuoco, che forse è stata un’esecuzione, ha cercato di nascondere nella sua tomba.

In un documento dell’808° Battaglione per il Controspionaggio del Sim (data: 5 marzo 1945, titolo: “Organizzazione Sabotatori - Attentatori, Abwher Kommando L90, Milano, Gruppo David”), il maggiore dei carabinieri Cesare Faccio annota: “[…] Reclutatori: Tommaso David, alias ‘prof. D’Amato’, alias ‘dott. De Santis’, tenente colonnello della milizia fascista, squadrista, marcia su Roma, già capo del suo gruppo a Roma, piazza Colonna. Soprannominato ‘il Nostromo’ da Mussolini, col quale ha frequenti contatti. Età 70 anni, ma non ne dimostra più di 50. Ufficio ed alloggio: villa Hiche, via Carlo Ravizza 51, Milano. […] Reclutatori degli elementi maschili: membri dell’esercito repubblicano e della Decima Flottiglia Mas. […] Enti di provenienza dei reclutati: esercito repubblicano; Decima Flottiglia Mas; movimento giovanile misto ‘Onore e combattimento’ […] Missioni per conto del Gruppo David: […] prendere contatti, presso l’albergo ‘Boston’ in Roma, con certo Alfonso Fiori (in realtà Alfredo Fiore), capo di una squadra di agenti al servizio dei tedeschi, provvista di apparecchio radio e che da tre mesi non dà segni di vita, usando la parola d’ordine ‘LB 3519’. Se rintracciato, attingere dal Fiore notizie di carattere politico, economico e militare e chiedergli se ha bisogno di denaro. Il Fiore dovrà inoltre porre l’agente (Vito La ginestra, nda) in contatto con certo Fra’ Diavolo, capo di una banda di fascisti operante nella zona di monte Esperia, sita a circa 40 chilometri a sud di Roma. Fra Diavolo dovrà fornirgli le seguenti informazioni: progressi della banda, morale degli uomini, provvista di armi, condizioni finanziarie. Se la banda ha necessità di denaro, indicare sopra una carta topografica, servendosi della punta di uno spillo, la località precisa sulla quale dovrà essere effettuato un futuro lancio di denaro a mezzo di paracadute. […].” Il Fra Diavolo in questione è Salvatore Ferreri (inteso Fra Diavolo), numero due della banda Giuliano negli anni 1945 – 1947?

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]

Tra questi segreti che dovevano sparire con lui, il peccato originale della nostra storia repubblicana: un segreto che lega assieme la rete nazista di sabotatori che i gerarchi di Salò lasciarono al sud per sabotare alle spalle l’avanzata alleata, gli specialisti in sabotaggio ed esplosivi della X Mas di Junio Valerio Borghese, salvato dalla fucilazione dal James Jesus Angleton, responsabile del controspionaggio americano, l’OSS in Italia. Angleton mise gli occhi sin dal 1944 su questa rete di esperti sabotatori (“le uova del drago”, le chiama l’autore), che aveva usato gente come Giuliano e Ferreri per le sue azioni criminali, trasformandoli da banditi in agenti in una struttura segreta che doveva agire dietro le linee del nemico.
La ricostruzione dello storico Giuseppe Casarrubea si è basata sui documenti presi dai registri dei servizi americani e italiani, dagli archivi di Stato italiani, dagli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, nonché gli atti del processo di Viterbo per la strage di Portella. Tutti documenti pubblici la cui consultazione dovrebbe stimolare oggi, a distanza di quasi 80 anni, una seria riflessione sulla genesi della nostra repubblica, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda.

Secondo la tesi dell’autore, questa rete di origine fascista sarebbe stata poi riciclata dall’OSS in funziona anticomunista, mettendo a frutto l’esperienza da sabotatori (e da criminali) fatta nel biennio 1944-45 contro l’esercito italiano e i carabinieri.

Tra le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 - 1945, figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5; il mitra automatico Beretta mod. 38, cal. 9; il moschetto mod. 1891/38, cal. 6,5 (cfr. il volume di Raffaele La Serra, Il battaglione guastatori alpini Valanga della Decima Mas, Monfalcone, 2001, pp. 185 - 187). Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda di Salvatore Giuliano a Portella della Ginestra, vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30 (cal. 6,5) e il moschetto mod. 1891/38 (cal. 6,5). Il mitra automatico Beretta mod. 38 (cal. 9) è invece utilizzato da Salvatore Ferreri e dai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. Tra le armi della Decima Mas citate da La Serra, troviamo anche la bomba a mano Srcm (modello 35), il medesimo tipo di ordigno esplosivo utilizzato per gli assalti alle Camere del Lavoro nella provincia di Palermo (22 giugno 1947).

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


Sono i mesi in cui in Sicilia si sperimentano politiche e strategie che poi rivedremo nel corso della nostra storia: attentati contro sindacalisti (come Accursio Miraglia) e contro le camere del lavoro e del partito comunista in un crescendo che è culminato con la strage di Portella della Ginestra (e le successive stragi a San Giuseppe Jato e Partinico, meno note): secondo la storiografia che si è purtroppo consolidata fino a noi, il bandito Giuliano sparò contro i braccianti radunatisi sulla piana quel 1 maggio per festeggiare la festività sul lavoro.

Ecco, dice Casarrubea, si tratta una storia falsa tutta da riscrivere, a sparare sulla folla fu Ferreri col suo mitra, mentre da un altro punto di fuoco un reparto di soldati della X Mas lanciarono le granate che all’inizio furono scambiati per petardi. Giuliano fu soltanto il “Lee Oswald” siciliano (oppure fu Lee Oswald ad essere il Giuliano americano): indicato al paese come unico responsabile della strage, Giuliano fu tenuto in vita finché convenne alla mafia, per poi essere eliminato anche lui nel luglio del 1950 dopo essere attirato in un tranello dal compare Gaspare Pisciotta.

Se per la morte di Giuliano vale il titolo de l’Europeo “L’unica cosa che è certa è che è morto”, perché tutta la ricostruzione dei carabinieri del colonnello Luca faceva acqua, per le vicende avvenute in Sicilia tra il 1943 e il 1947 l’unica cosa certa è che non solo solo storie di banditi e di siciliani che si sparavano tra di loro (come dichiarò in Parlamento Mario Scelba, negando la presenza di mandanti sopra la banda Giuliano).

Dall'estate del 1944, Venezia ospita infatti un importante centro nazifascista di addestramento al sabotaggio e allo spionaggio presso l’isola di Sant’Andrea, in collegamento con i centri di Montorfano (Golf Club Villa d’Este, Como) e di Villa Grezzana di Campalto (Verona). Nella città lagunare, ai primi di maggio del 1945, si arrendono agli Alleati Nino Buttazzoni e Rodolfo Ceccacci (Decima Mas). Nel luglio 1945, ai militi della ex Decima dell'isola viene clamorosamente concessa dagli angloamericani e dal Sim “la totale immunità” per i misfatti compiuti nei venti mesi della repubblica di Salò. Da quel momento, a Venezia, decine di ex marò di Junio Valerio Borghese si mettono segretamente al servizio dell'Oss [cfr. Nicola Tranfaglia, Come nasce la repubblica, cit., pp. 60 – 62]. Le affermazioni di Paolantonio ci portano a ipotizzare che Salvatore Ferreri/Fra’ Diavolo entra nell'Evis di Giuliano (nella tarda estate del 1945), dopo aver trascorso un periodo “al servizio degli Alleati a Venezia” all'indomani della Liberazione.

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


In Sicilia in quegli anni che vanno dal 1943 al 1947 si costruì un’alleanza eversiva che vedeva dentro separatisti, vecchi latifondisti che non volevano perdere i privilegi che le sinistre avrebbero loro tolti, vecchi esponenti del fascismo (come i due ispettori generali della polizia in Sicilia, Messana e Verdiani, che avevano operato sotto il fascismo nella Slovenia) riciclati per la nuova causa anticomunista, personaggi come Borghese (comandante del reparto X Mas) che non accettavano l’arrivo della Repubblica. Tutti alleati assieme agli ex nemici di poco prima, i servizi americani che qui in Sicilia sperimentarono quello che poi avremmo visto verificare poi a Milano, a Brescia durante la strategia della tensione.

Portella della Ginestra fu l’atto più cruento di una guerra di altra natura inflitto a tradimento sulla pelle della democrazia che così nasceva malata, come la mela col verme dentro.
E anche, qui, come a Marzabotto, furono lavoratori indifesi, bambini, donne e adolescenti a pagare le spese della follia umana. Il piano era partito da lontano, si era geneticamente conformato agli eventi storici o, meglio, erano stati i fatti a generarlo per avere finalmente un banco di prova. Portella della Ginestra doveva essere come un vetrino sotto la lente di un microscopio geopolitico. Un laboratorio che usava, per la prima volta, una strage per provocare una reazione a catena. Furono tutti delusi.

Questo libro (come anche i precedenti scritti di Giuseppe Casarrubea) non dovrebbero costituire una clamorosa novità: nel 1981 l’ex capo della CIA William Colby potè scrivere nelle sue memorie senza essere smentito: “L’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione politica clandestina. Molte operazioni organizzate dalla Cia si sono ispirate all’esperienza accumulata, in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile.”

La storia italiana, il tradimento degli italiani che hanno combattuto per la liberazione dal nazifascismo, dei siciliani che nel 1947 hanno votato in regione per il blocco delle sinistre è passato anche attraverso personaggi oggi sconosciuti come Salvatore Ferreri, legato dai rapporti dei servizi americani al gruppo di Nuotatori paracadutisti di Nino Buttazzoni, addestrato dalla rete clandestina fascista per operazioni di sabotaggio dietro le linee del fronte alleato.
Proprio oggi che forze politiche eredi del Movimento sociale, partito fondato da reduci, gerarchi, ex esponenti del partito fascista, sono al governo e tentato di riscrivere la storia, diventa importante fare luce su queste pagine cupe del nostro passato, sul nostro non aver fatto i conti col passato fascista, sulla nostra politica a sovranità limitata e sugli input che arrivano da oltre oceano. Da Portella fino ad arrivare alla strage di Bologna.

La scheda del libro sul sito dello storico Giuseppe Casarrubea

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


05 luglio 2021

Uno dei primi peccati originali della Repubblica - la morte di Giuliano

 



Il 5 luglio di tanti anni fa il cadavere di Salvatore Giuliano, la prima rossa di Montelepre, veniva ritrovato dentro il cortile di una casa a Castelvetrano, di proprietà di un avvocato presso cui Giuliano aveva trovato rifugio.

La morte di Giuliano, per come fu raccontata dai carabinieri, fu uno dei primi misteri d'Italia, dopo la strage di Portella della Ginestra e i suoi mandanti (di cui Giuliano voleva fare i nomi nel suo memoriale): "l'unica cosa certa è che è morto" titolò l'Europeo con l'articolo del giornalista Tommaso Besozzi.

Uno dei primi peccati originali della Repubblica italiana, nata fra tanti compromessi e con tanti paletti (essere dentro il blocco occidentale impediva l'arrivo delle sinistre al governo, a tutti i costi).

Col tempo ne sarebbero arrivati altri.

Dal G8 di Genova agli accordi con la Libia, di cui finanziamo la cosidetta guardia costiera dal 2017 per quel memorandum firmato da Minniti che il parlamento domani dovrà approvare (sia la destra di Salvini che i partiti di centro sinistra, vorremo mica mettere in crisi il governo Draghi?).

05 luglio 2019

Di sicuro c'è solo che Giuliano è morto


"Di sicuro c'è solo che è morto": il lapidario titolo dell'articolo dell'Europeo del luglio 1950, a firma di Tommaso Besozzi è entrato nella storia del giornalismo e ha dentro tutti i misteri della fine di Salvatore Giuliano, la primula rossa di Montelepre, il bandito Giuliano, l'imprendibile Giuliano.
La finta sparatoria coi carabinieri, il cadavere supino col sangue sulla schiena e poi, la scomparsa del memoriale dove aveva messo nero su bianco i mandanti della strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947 (e poi l'altro misterioso omicidio di Gaspare Pisciotta).

Di sicuro c'è che è morto, che non ci si può fidare dello Stato quando di mezzo ci sono segreti che coinvolgono il potere, che dopo Portella della Ginestra la mafia ha potuto riuscì ad imporsi come interlocutore valido con lo Stato, custode di segreti che possono stroncare la carriera dei notabili DC e del partito indipendentista (che avevano usato il banditismo sull'isola per ricattare lo Stato che poi concesse l'autonomia).

La nostra Repubblica ha perso la sua innocenza presto, o forse non è mai stata innocente.
Di sicuro c'è solo che ogni mistero di questo paese (da Portella a Ustica, dalle stragi di mafia del periodo 1992-93 alle bombe degli anni '70) ci sono depistaggi, pezzi deviati dello stato e verità di comodo.
“Grazie a Turiddu, Cosa Nostra compie il salto di qualità: gli ha tappato la bocca e ha fatto sparire ogni documento compromettente per i suoi nuovi alleati. In cambio tutti gli atti pubblici la ignoreranno fino alla strage di Ciaculli, i sette militari disintegrati il 30 giugno '63 dalla giulietta imbottita di esplosivo. 
Cosa Nostra si è legata, come mai era accaduto in passato, a pezzi importanti delle Istituzioni. Condivide segreti, che non dovranno essere rivelati,pena la bancarotta morale della nascente Repubblica. Ha intrecciato rapporti fondamentali, che sfrutterà per oltre mezzo secolo. Certi canali mai più verranno chiusi, certi indirizzi resteranno conosciuti e praticati da ambo i lati, certi accordi inconfessabili diverranno la base di accordi inconfessabili. La mafia è sempre stata identica a se stessa: corruttrice, sanguinaria, avida. In difesa del proprio utile mai si è fatta scrupolo di ammazzare donne e bambini. L'onorata società e gli uomini d'onore sono un'invenzione dei complici d'alto bordo. 
Ai tempi di Vizzini le bastava amministrare il potere all'ombra dello Stato; ai tempi dei corleonesi vorrà sostituirsi allo Stato. Lo spartiacque sono gli anni di Giuliano con il patrimonio di ricatti, minacce, conoscenze, che unito alla protezione statunitense le consentirà il controllo dell'isola e di una parte dell'Italia prima della sua estensione all'intera Europa. 
A sua insaputa Turiddu è stato lo strumento per consentire alla «disonorata società» di uscire dalla dimensione regionale e assurgere a interlocutore privilegiato delle istituzioni.”. 
Quando la Sicilia fece guerra all'Italia, di Alfio Caruso

05 luglio 2017

Lo Stato dei segreti

Ieri la procura di Roma ha gettato la spugna sull'inchiesta per la morte dei giornalisti Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin: forse è irriverente usare questa formula, il procuratore della Repubblica avrà fatto (immagino) tutti gli sforzi possibili per arrivare agli assassini di Ilaria e Miran, nonostante siano passati 22 anni da quel marzo 1994.


Ma tutti gli altri poteri, dentro le istituzioni, hanno fatto anche loro tutto quanto possibile?
Ilaria stava indagando sui traffici sporchi tra Italia e Somalia, cammuffati da operazioni di aiuti umanitari, in cui erano coinvolti servizi e l'esecutivo.
Possiamo accettare che sia morte per un tentativo di rapina finito male?
E allora chi ha fatto sparire i video della giornalista girati in Somalia, mentre spostavano le salme su una nave militare?

Archiviato il caso Alpi.
Archiviato lo strano suicidio di David Rossi (MPS).

Altri misteri che si aggiungono alla lunga lista dei misteri d'Italia: piazza Fontana, piazza della Loggia, il caso Moro, Pasolini, le stragi di Falcone e Borsellino (solo mafia? E i mandati esterni?) ..
Misteri che non sono segreti, visto che per molti di essi conosciamo il contento, conosciamo parte dei colpevoli.
Il primo mistero d'Italia però, visto che oggi è proprio il 5 luglio, rimane quello sulla morte del bandito Salvatore Giuliano. Il primo segreto di Stato.
Anche qui, un mistero che non è segreto: 




Questa è una storia di bugie. 
La storia, anche quella con la esse maiuscola, è sempre piena di bugie, ma quella dell'Italia del dopoguerra a oggi lo è particolarmente. E' per loro che i misteri che ci accompagnano da più di cinquant'anni di Prima e Seconda Repubblica sono misteri, per le bugie, tanto che quasi non dovremmo neanche chiamarli misteri, ma segreti. 
La verità è lì, potremmo prenderla, guardarla, toccarla, leggerla, ma sopra c'è qualcosa, una menzogna, una deviazione, una bugia che ce la nasconde, la fa sparire, la rende segreta. 
Questa è una storia di bugie. E' la storia di un uomo, di un bandito così inafferrabile e astuto che nessuno riusciva a trovarlo. così potente sanguinario e feroce che faceva soltanto paura sentirne il nome. [..] Questa è anche una storia di carabinieri e poliziotti, di altri banditi, di confidenti e di spie, di giornalisti, di uomini politici, di sindacalisti e di povera gente. 
Questa è la storia del bandito Giuliano. 
Per noi adesso inizia dalla fine. 
E inizia con una fotografia e una bugia. 
Da "Nuovi misteri d'Italia" Carlo Lucarelli, il capitolo sulla storia di Salvatore Giuliano. 
Siamo lo stato dei misteri e dei segreti di Pulcinella.
Lo Stato che, mistero dopo mistero, archiviazione dopo archiviazione, ha perso pezzi di credibilità.
Nei confronti dei tanti che, ancora, nonostante tutto, ci credono in questo stato.

01 maggio 2017

La genesi di una Repubblica – Portella della Ginestra, la strage, la mafia, lo stato

Ancora ieri su Repubblica, il giornalista Salvo Palazzolo parlando della strage di Portella della Ginestra (1 maggio 1947), raccontava dei colpi sparati dalla banda Giuliano sulla folla radunata per festeggiare il 1 maggio (l'articolo lo si può leggere qui).
Mentre leggevo l'articolo mi tornavano in mente le parole di Tullio de Mauro che, riferendosi alla morte di Enrico Mattei, diceva “è stato un omicidio, non parlate di incidente”.
Ancora oggi si ha timore a raccontare la storia dei misteri d'Italia nella sua complessità, quando tocca livelli legati al potere. L'oscuro incidente dell'aereo di Mattei, la banda Giuliano ..

E' vero che Giuliano era presente e che sparò sui contadini col suo mitra, ma sui corpi dei feriti, molti anni dopo, furono estratte schegge di granata, che avevano prodotto ferite ben diverse da quelle dei colpi di fucile e mitragliatore.

Siccome, in base alle conoscenze raccolte, Giuliano e i suoi non disponevano di lancia granate, di produzione americana, viene da chiedersi chi abbia sparato quei colpi.
Lo storico Giuseppe Casarrubea, morto l'anno scorso, aveva studiato a lungo la strage, i referti, i cablogrammi tra Italia e America, spulciando gli archivi inglesi e americani.

Da questi studi, era emerso un quadro sulla strage e sulla situazione politica in Sicilia negli anni a cavallo della fine della guerra che sembra quasi una spy story.
Il movimento monarchico che usava il banditismo per costringere alla resa lo stato italiano, non ancora repubblica.
I timori che, dopo il crollo del nazismo e del fascismo, non rimanessero argini per fermare il comunismo (e la fine dei privilegi per i latifondisti, per i nobili siciliani, per la Democrazia Cristiana che era stata scelta dall'america per guidare l'Italia.
Dalla rete sabotaggio, lasciata sull'isola dai nazifascisti (e di cui Giuliano faceva parte secondo lo storico) alla nascita della rete “Stay behind”, la struttura paramilitare in funzione anticomunista composto da ex militi delle Brigate Nere e della Decima Mas.

Un patto occulto tra poteri criminali, tra cui pure la mafia rurale, servizi segreti, gerarchie vaticane, esponenti dell'indipendentismo siciliano (come Finocchiaro Aprile) che ha forzato la storia del nostro paese in una ben precisa direzione: mantenere intatti privilegi, bloccare qualsiasi tentativo di riforma agraria, creare terrore nei confronti delle forze di sinistra (la strategia della tensione è iniziata in Sicilia molto prima di Piazza Fontana).

Da questo gruppo di potere eversivo sono nate le bande come quella di Giuliano, gli assalti alle Camere dei lavoratori e la strage di Portella della Ginestra.
Dove a sparare sulla folla furono gli uomini di Giuliano, gli uomini della banda di Salvatore Ferreri, “Fra diavolo” (uno strano bandito, che girava col lasciapassare del ministro dell'interno) e uomini della X Mas coi loro lanciagranate.

La santissima Trinità, l'hanno chiamata Giuseppe Casarrubea, citando una frase gridata da Gaspare Pisciotta (luogotenente di Giuliano) nell'aula del Tribunale di Viterbo, al processo per l'eccidio di Portella della Ginestra dopo essere stato condannato. Pisciotta urla alla giuria e ai giornalisti presenti in aula

“Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”. La stessa scena è stata inserita nel bellissimo film di Francesco Rosi “Salvatore Giuliano”.

Quello che è avvenuto dopo è noto: la strage che diventa la strage di Giuliano, il governo di coalizione a Roma da cui esce il partito comunista, la Sicilia che strappa lo statuto autonomo a Roma, i mafiosi che vengono riabilitati dalle forze di occupazione alleate di Charles Poletti.
La mafia che, dopo aver protetto prima e consegnato poi ai carabinieri Giuliano, avendo coperto l'operazione sporca di “Portella”, entra dentro la stanza del potere: scrive Alfio Caruso nel libro “Quando la Sicilia dichiarò guerra all'Italia”
“Grazie a Turiddu, Cosa Nostra compie il salto di qualità: gli ha tappato la bocca e ha fatto sparire ogni documento compromettente per i suoi nuovi alleati. In cambio tutti gli atti pubblici la ignoreranno fino alla strage di Ciaculli, i sette militari disintegrati il 30 giugno '63 dalla giulietta imbottita di esplosivo.Cosa Nostra si è legata, come mai era accaduto in passato, a pezzi importanti delle Istituzioni. Condivide segreti, che non dovranno essere rivelati,pena la bancarotta morale della nascente Repubblica. Ha intrecciato rapporti fondamentali, che sfrutterà per oltre mezzo secolo. Certi canali mai più verranno chiusi, certi indirizzi resteranno conosciuti e praticati da ambo i lati, certi accordi inconfessabili diverranno la base di accordi inconfessabili. La mafia è sempre stata identica a se stessa: corruttrice, sanguinaria, avida. In difesa del proprio utile mai si è fatta scrupolo di ammazzare donne e bambini. L'onorata società e gli uomini d'onore sono un'invenzione dei complici d'alto bordo. Ai tempi di Vizzini le bastava amministrare il potere all'ombra dello Stato; ai tempi dei corleonesi vorrà sostituirsi allo Stato. Lo spartiacque sono gli anni di Giuliano con il patrimonio di ricatti, minacce, conoscenze, che unito alla protezione statunitense le consentirà il controllo dell'isola e di una parte dell'Italia prima della sua estensione all'intera Europa.
A sua insaputa Turiddu è stato lo strumento per consentire alla «disonorata società» di uscire dalla dimensione regionale e assurgere a interlocutore privilegiato delle istituzioni.”.

La nostra Repubblica, che quel 1 maggio si trovava a festeggiare il primo maggio, festa dei lavoratori, la prima volta liberi dalla dittatura, è nata così. Dai ricatti, dalla strage, dagli accordi sporchi con la mafia.
È nata con la coscienza sporca.

Il sociologo Danilo Dolci che spese tutta la sua vita a cercare la verità sul Primo maggio del 1947, lanciò il suo drammatico messaggio: «gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana in questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage».

-Lupara Nera di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

-La santissima Trinità: Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia nel 1943-1947. Nicola Tranfaglia, Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

05 luglio 2016

Di sicuro c'è solo che è morto - quella foto di Salvatore Giuliano

La prima pagina de l'Europeo e l'articolo di Tommaso Besozzi 

La foto del cadavere di Giuliano 
Di sicuro c'è solo che è morto: il famoso titolo dell'articolo de l'Europeo è passato alla storia.
Come la prima messa in scena di una verità di comodo sull'assassinio di Salvatore Giuliano, ucciso a Castelvetrano il 5 luglio 1950, nel cortile di casa dell'avvocato De Maria.
Omicidio che metteva fine alla sua latitanza e ai rischi che iniziasse a parlare sui veri mandanti della strage di Portella della Ginestra.
Il primo segreto di stato. Di uno stato che poi considerò la mafia come un interlocutore valido per i lavori sporchi, per i voti alle elezioni..

29 febbraio 2016

Noi che gridammo al vento, di Loriano Macchiavelli

Incipit:
L'hanno costruito in una posizione strategica, su una collina a 250 metri sul livello del mare, sud della città. Dominava e controllava il traffico nello stretto di Messina.Forte Petrazza.È su due piani collegati da una rampa, nel piazzale d'ingresso. Vista dal mare, la struttura grigia e massiccia incuteva un certo rispetto. Forse per i quattro cannoni e sei obici che spuntavano dalle mura. E per numerose feritoie dalle quali potevano scaraventare in mare chissà quali ordigni.Chi entrava e usciva dallo stretto passava sotto la sua sorveglianza. Un tempo, alla fine dell'ottocento, era così. Nel 1980, era lo stesso, solo che gli obici non c'erano più. C'erano binocoli che scrutavano notte e giorni chi arrivava dal mare aperto e chi usciva in mare aperto.

Dopo Strage (che si aggancia al finale di questo libro, costituendone una continuazione), Loriano Macchiavelli ritorna a raccontare in forma romanzata un altro dei misteri d'Italia, la formula usata per chiamare gli atti criminosi della nostra storia recente, rimasti senza mandanti e con moventi oscuri.
Strage partiva dalla bomba alla stazione di Bologna, esplosa il 2 agosto 1980, per raccontare dei salotti dove si ritrovavano massoni e politici, dei legami tra mafia e politica, utilizzando dei personaggi inventati che si ritrovavano in storie più grandi di loro.

“Noi che gridammo al vento” ha al centro la strage di Portella della Ginestra, che viene raccontata attraverso i ricordi e le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti alla strage che, dopo 36 anni (nella primavera del 1980), si ritrovano a Palermo e nel paese di Piana degli Albanesi.
Ci sono Stella, nata e cresciuta a Piana e poi trapiantata in Svizzera: all'inizio della storia non sappiamo che mestiere faccia e perché dopo tanti anni sia scesa in paese. Forse lavora in uno studio di costruzioni ma sappiamo che le sue notti sono offuscate dagli incubi in cui sente ancora le raffiche di quei mitra della banda di Salvatore Giuliano (e non solo della sua banda ..).
Qui Stella incontra Vito, anche lui nato a Piana e poi scappato via, per una fuga che l'ha poi riportato alle sue origini, alla sua passione per i posti natii, la rocciosa Kumeta e la magnifica Pizzuta, l'azulene usato per pitturare i muri delle case, la masseria Ducco, il dialetto di origine albanese usato dai contadini del posto (Arberesh).
Stella incontra in paese anche Eva e Ditria, due amiche che la ospitano e che pure loro sono state testimoni e vittime della strage. Ma dal paese non se ne sono mai volute andare.

Ma ci sono anche altri personaggi nel racconto, gli antagonisti: Ceschina (la ragazza che abbiamo già incontrato in Strage) e Antonino Bontà il capo mafia di Palermo, don Giuseppe Agàte, vecchio capomafia testimone di un antico e scellerato patto sottoscritto dagli americani con Cosa nostra nella seconda guerra mondialle ..
E, infine, c'è 'u miricanu, George, italo americano mandato dalle famiglie di Cosa nostra americane in Sicilia con in mano dei documenti compromettenti, capaci di mandare all'aria lo stato democratico.
Documenti che parlano di Portella della Ginestra: la famosa lettera di Giuliano, di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai tirato fuori, e altri scritti del bandito in cui aveva indicato chi aveva sparato sui contadini in festa e dei mandanti a volto scoperto della strage. Politici della Democrazia Cristiana, ministri, monarchici. Alcuni dei quali sopravvissuti fino all'oggi della narrazione, come Zombi:
Zombi sapeva.Zombi c'era, nel 1947.Zombi era già dentro gli ingranaggi poiù segreti della politica. Sapeva quanto e in che modo alcuni membri del governo e dei servizi nel '47 fossero implicati in quel maledetto imbroglio che, a distanza di anni, esattamente trentatre, faceva ancora paura.Sapeva dov'erano e quali i materiali compromettenti. Conosceva le capacità della mafia di interferire nei fatti politici italiani

La strage di Portella, quel 1 maggio del 1947.
Avevo la bocca piena di solee di aria tiepida di primaveraquella mattina di maggio, su a Portellae avevo gli occhi pieni di gentee di canti, e di bandiere rosseche sventolavano orgogliose ed allegre


Comincia con questi versi la poesia di Guccini, che termina con versi dove le persone che erano saliti a Portella, per festeggiare assieme il 1 maggio, dopo la guerra, dopo la miseria, dopo la fame, dopo il fascismo, si sono trovati
“la bocca piena di terrae d’erba, e di sangue,e di sassi, di Portella della Ginestra”.

Portella è una ferita aperta, perché ancora aperta è la ricerca della verità: la fine delle illusioni per l'arrivo finalmente di una stagione di cambiamento, che metteva fine a latifondo e soprusi, nei confronti dei contadini.

Festa gioiosa che fu interrotta dagli spari, dalle granate, dalle raffiche del mitragliatore Breda di Giuliano: sappiamo che a sparare c'erano anche militari addestrati come quelli della X Mas, i mafiosi di S Giuseppe Jato e Pirittello. Portella fu il primo segreto di Stato, il primo segreto inconfessabile (forse ancora oggi) della classe politica: con la strage di Portella della Ginestra si sperimentò per la prima volta l'uso del terrore come arma politica per spaventare le persone, per destabilizzare la situazione nell'ottica di stabilizzare in senso conservatore la situazione politica e sociale.
Dopo la vittoria del blocco delle sinistre in Sicilia alle elezioni regionali del 1947, dopo la scelta per cui l'Italia doveva rimanere sotto l'influenza degli americani, con la Democrazia Cristiana a guidare il paese e la mafia cui era delegato la gestione del potere locale.
Lo raccontano Omero (uno che potrebbe avere novant'anni o forse duemila e più, cieco per aver visto troppo, le guerre, la miseria e la strage) e il Professore:
Alle elezioni del 20 aprile del 1947, il blocco del popolo ottenne la maggioranza. La mafia non poteva permetterlo. Neppure la classe politica.Il potere, Professore, il potere. Cosa non si fa per conservarlo. Crisi sociali, crisi economiche, connivenze politiche, clientelismo ..E il bandito Giuliano e la strage di Portella della Ginestra e la strategia della tensione con le sedi del sindacato e del partito incendiate, attivisti e innocenti ammazzati, caserme dei carabinieri attaccate, depistaggi ..La mia opinione, Professore, è che la perversa alleanza di quegli anni abbia fatto capire alla mafia, e anche alla politica, che la collaborazione con lo Stato è più conveniente della guerra.Ne sentiremo parlare negli anni a venire, Professore, senza arrivare alla verità. E ne porteremo i segni sulla nostra carne.

I protagonisti della storia.
A tutti i protagonisti di questa storia, che stiano dalla parte della legalità o dell'illegalità (capiremo nel corso del libro come sia labile questo confine), è stato tolto qualcosa.
Sono le proprie radici, il proprio passato, la felicità dei giochi dei bambini che è stata loro tolta: le raffiche di mitra che popolano gli incubi di Stella, nascono da quel 1 maggio, in cui bambina di sei anni, si è salvata dalla morte.
Vito, pure lui dopo la strage se ne è andato per il mondo per poi tornare al paese e scoprire che tutto quello che amava nella vita era lì.
Anche a Ceschina, la protetta del boss Bontà, hanno tolto sei mesi della sua vita di adolescente: rapita a quindici anni durante la prima guerra di mafia, rimasta nascosta al buio dentro una tana, incatenata ad un palo. Per uscire senza più lacrime da piangere e con la sola volontà di vendicarsi.
Ma Stella, Vito e Eva e Ditria si conoscevano da prima di questo loro incontro: e sarà proprio l'andare indietro nella memoria e nelle foto del passato che farà scoprire a Stella la causa dei suoi incubi.

Ma questo romanzo non ha al centro solo il passato dei protagonisti e le loro ferite: è una storia di spie e intrighi, dove come si è anticipato prima, il confine tra legale e illegale è sottile.
Come alla fine della seconda guerra mondiale, anche ora in Sicilia è tutto un pullulare di spie e di agenti di servizi, deviati per natura.
Si può essere uccisi o uccidere per dei documenti su cui poggia la nostra traballante democrazia.
E il finale di questa storia non è per nulla confortante: da Piana degli Albanesi torneremo a Bologna:
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.20il cielo è un forno di pane pronto per la cotturascappare sul mare di questa pianura e poiapprodare a isole azzurre felici ma tu
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.21dicevi dicevi tu dicevi che hai bisogno di rifletterese in questi giorni le parole hanno un sensoanche fra noi
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.22d’accordo, non si può buttare via niented’altra parte non è possibile conservare tutto negli angoli dellamemoriasalvare l’indispensabile…Notizia, di Roberto Roversi

Che fare allora, rassegnarsi al mistero, anche se è lì, a portata di mano e più che un mistero di dovrebbe dire segreto?
Lasciare che tutto scorri via, il dolore, le vite, la sofferenza, le angherie e le ingiustizie nei confronti degli ultimi?
Ricordare, portarsi dentro un pezzo della storia, come quella di Karushi, il sindacalista ucciso dalla mafia negli anni '20:
Il primo sole lo fece splendere di luce.
Sfilò davanti a lui il pianto di Piana e dei tanti, partiti a piedi o a dorso di mulo, non appena il vento portò ai compagni il nostro grido.
Noi abbiamo sempre gridato al vento il nostro dolore.
La scheda del libro sul sito di Einaudi.
I link per ordinare il libro su Amazon e Ibs

Altri riferimenti:
- Il film di Paolo Benvenuti Segreto di Stato
- Il blog di Giuseppe Casarrubea 
- Lupara nera , di Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino.
- La “Santissima trinità” di Nicola Tranfaglia



30 dicembre 2014

Quando la Sicilia fece guerra all'Italia, di Alfio Caruso

In questo precedente post avevo cercato di parlare del libro sulla guerra in Sicilia tra il 1943 e il 1950 (tra lo sbarco in Sicilia e la morte di Salvatore Giuliano): la guerra poco (o mai) raccontata dai libri di storia che ha visto contrapposto un pezzo di Sicilia (indipendentisti, bande di criminali, mafiosi, neofascisti, massoni) contro lo Stato italiano.
A tirare le fila di questa guerra, che è costata quasi duemila morti, e altrettanti feriti, furono i gentiluomini del Partito Unico Siciliano che manovrarono i loro soldati: la banda Giuliano, i gruppuscoli della destra fascista, reduci della X Mas (sdoganati per la battaglia contro il comunismo), la banda dei niscemesi, la banda di Salvatore Ferreri.
Il partito unico siciliano: quei “cinquanta nomi e cento cognomi” che da sempre governano la Sicilia: massoni, latifondisti, l'alta borghesia isolana, nobili con tanto di stemma sul portone.
Un grumo di potere e interessi che hanno sempre soffocato le aspettative di crescita e di progresso dei siciliani, che hanno impedito che l'isola evolvesse in senso democratico.
Un grumo di potere che è stato capace di sopravvivere al fascismo (che nonostante la nomea di Mori non riuscì ad intaccare il vero potere della mafia e della sua borghesia), che blandì le mire degli indipendentisti come Finocchiaro Aprile (il fondatore del MIS) e che alla fine trovò nella Democrazia Cristiana il partito giusto per ottenere la conservazione dei suoi privilegi.
Il costo di questa guerra lo paghiamo ancora oggi, quando leggiamo degli sprechi del consiglio regionale siciliano, il parlamentino. Dei soldi pubblici che finiscono nelle tasche delle solite clientele vicino ai portatori di tessere e voti.
Se oggi un pezzo dello stato è nelle mani della mafia, è dovuto al patto scellerato di quegli anni. Quando la mafia riuscì a imporsi come interlocutore valido nei confronti dello Stato.
Per far cessare quelle stragi e quelle morti che colpivano carabinieri e poliziotti.
Per far cessare col sangue le rivendicazioni dei contadini dell'isola, dopo la riforma Gullo sull'agricoltura, che avrebbe dovuto mettere fine al latifondo. La mafia e la soldataglia del PUS fecero pulizia col piombo di contadini e sindacalisti come Nunzio Passafiume, Accursio Miraglia, Vito Pipitone, Giuseppe Maniaci, Epifanio Li Puma e Placido Rizzotto.
Nell'isola venne sperimentato per la prima volta quello che poi avvenne nel resto dell'Italia qualche decennio dopo: fa impressione dirlo ma quello che Alfio Caruso registra può essere chiamato solo come “strategia della tensione”. Soffocare nel terrore ogni tentativo di cambiamento, in senso progressista, che scombini gli equilibri di potere.
Non è un caso se la strage di Portella della Ginestra fu il primo segreto di stato della nostra repubblica: imputata alla banda di Salvatore Giuliano, vi presero sicuramente parte anche mafiosi e commandos della X Mas (armati di lanciagranate).
11 morti e 29 feriti: l'ultimo lavoro sporco che monarchici, indipendentisti e probabilmente anche esponenti del partito di governo chiesero al bandito più feroce d'Italia.
Ma dietro Giuliano, a suggerire obiettivi, a scrivere le lettere o articoli di giornali in un italiano impeccabile (lui che era un seconda elementare), non c'era solo il Partito unico.

Altri elementi avevano interesse affinché la Sicilia (e l'Italia) rimanesse ben salda dentro il fronte atlantico e che le sinistre fossero tenute ben lontane dal potere (se non messe fuorilegge).
Nelle sue memorie, l'ex ministro dell'Interno Scelba scrisse «Giuliano era la pistola puntata dagli Stati Uniti alla testa di De Gasperi.»
Ogni volta che Washington doveva far capire qualcosa al governo di Roma di De Gasperi (che da buon trentino nulla conosceva della Sicilia e della mafia e si doveva fidare dei suoi compagni di partito), Turiddu ammazzava a qualche carabiniere.

Finché fu comodo, Turiddu ebbe carta bianca. Imprendibile per le forze dell'ordine dell'ispettorato generale, affidato ai funzionari di Polizia Messana e Verdiani, tutti e due ex poliziotti fascisti (come la maggior parte di dirigenti e quadri) che tornarono comodo alla nuova repubblica.
Dopo la strage di Portella (il primo maggio del 1947), Giuliano sapeva troppe cose (i mandanti, i legami tra mafiosi e indipendentisti), ed era diventato incontrollabile: l'amnistia di Togliatti del 1946 non lo aveva toccato e per ottenere l'amnistia dai politici che credeva di aver servito aveva iniziato ad alzare la posta, a suon di omicidi per farsi ascoltare.
Scrive l'autore che “È l’identica strategia del terrore messa in atto dalle formazioni ebraiche per indurre la Gran Bretagna a concedere la Palestina allo stato ebraico”.
Accadde anche questo in Sicilia: fucina del terrorismo ebraico (che portò alla creazione di Israele nel 1948) formato guarda caso dall'OSS di Angleton, e fucina del terrorismo di estrema destra che sarebbe tornato utile negli anni di piombo.

La mafia e gli indipendentisti non hanno più bisogno di Giuliano, dopo averlo trasformato nel nemico numero uno: nel 1947 la Sicilia aveva ottenuto la sua autonomia (e la DC poteva elargire appalti, pensioni, lavori, consulenze agli amici), la politica italiana era ben salda nelle mani delle forze di centro (destra), i comunisti fuori dal governo. Rimaneva da silenziare Giuliano, la sua banda, evitando che le sue memorie uscissero fuori, per mettere in imbarazzo il governo italiano.
Quelli che avevano chiesto alla sua banda di sparare alla gente sulla piana di Portella, ai sindacalisti...
Ecco, qui entra in gioco direttamente la mafia che, consegnando ai carabinieri del colonnello Luca, compie il suo salto di qualità: ha tappato la bocca a Giuliano con la sua morte (e la messinscena del capitano Perenze subito smascherata dai giornalisti) e ha nascosto i suoi documenti
“Cosa Nostra si è legata, come mai era accaduto in passato, a pezzi importanti delle Istituzioni. Condivide segreti, che non dovranno essere rivelati”.
Il salto di qualità della mafia, avvenne in quegli anni: da criminalità rurale, usata come longa manus dei baroni, entrò nei palazzi della politica, riuscì ad imporsi da pari a pari con le istituzioni, grazie a quel potere di ricatto che ora aveva:

In Sicilia in quegli anni si gioca la storia d'Italia, l'Italia che avrebbe potuto essere e l'Italia che è diventata.
Vi viene in mente un qualcosa di già sentito?
Ci sono tante similitudini con la storia d'Italia degli anni successivi: le bombe e le stragi per terrorizzare e spostare l'asse politico negli anni '70, fermare la crescita delle sinistre, stabilizzare in senso conservatore la situazione politica.
La strategia di sangue dei corleonesi, per costringere lo stato a trattare, dopo la sentenza della Cassazione sul maxi processo: il capo dei capo, il sanguinario Totò Riina, imprendibile (ma che fa nascere i figli in una clinica importante a Palermo), che viene consegnato dalla mafia stessa allo stato, per siglare nuovi accordi, il silenzio che ha circondato la strage e i suoi protagonisti negli anni successivi.
Turiddu ucciso da Pisciotta (o forse da Luciano Leggio stesso), Pisciotta liquidato in carcere prima che parlasse dei mandanti politici (il sottosegretario Mattarella, gli onorevoli monarchici Cucumano Geloso, Marchesano, il principe Alliata). Il mafioso Minasola che aveva consegnato la banda Giuliano ai carabinieri ucciso pochi anni dopo (senza alcuna protezione da parte dello Stato) ..
“Grazie a Turiddu, Cosa Nostra compie il salto di qualità: gli ha tappato la bocca e ha fatto sparire ogni documento compromettente per i suoi nuovi alleati. In cambio tutti gli atti pubblici la ignoreranno fino alla strage di Ciaculli, i sette militari disintegrati il 30 giugno '63 dalla giulietta imbottita di esplosivo.Cosa Nostra si è legata, come mai era accaduto in passato, a pezzi importanti delle Istituzioni. Condivide segreti, che non dovranno essere rivelati,pena la bancarotta morale della nascente Repubblica. Ha intrecciato rapporti fondamentali, che sfrutterà per oltre mezzo secolo. Certi canali mai più verranno chiusi, certi indirizzi resteranno conosciuti e praticati da ambo i lati, certi accordi inconfessabili diverranno la base di accordi inconfessabili. La mafia è sempre stata identica a se stessa: corruttrice, sanguinaria, avida. In difesa del proprio utile mai si è fatta scrupolo di ammazzare donne e bambini. L'onorata società e gli uomini d'onore sono un'invenzione dei complici d'alto bordo. Ai tempi di Vizzini le bastava amministrare il potere all'ombra dello Stato; ai tempi dei corleonesi vorrà sostituirsi allo Stato. Lo spartiacque sono gli anni di Giuliano con il patrimonio di ricatti, minacce, conoscenze, che unito alla protezione statunitense le consentirà il controllo dell'isola e di una parte dell'Italia prima della sua estensione all'intera Europa.
A sua insaputa Turiddu è stato lo strumento per consentire alla «disonorata società» di uscire dalla dimensione regionale e assurgere a interlocutore privilegiato delle istituzioni.”.

Questo governo aveva dichiarato di voler aprire gli armadi e gli archivi segreti, per rendere pubblici i documenti dei servizi sulle stragi degli anni 70. Chissà se avrà il coraggio di riaprire gli archivi relativamente a questi episodi: l'amministrazione Clinton lo ha fatto, ed è grazie alla lettura delle carte dell'OSS che storici come Cereghino e Casarrubea sono riusciti a rileggere la nostra storia.
Avrà mai la nostra repubblica il coraggio di fare i conti con la propria coscienza?

Sullo stesso argomento, la strage di Portella, il banditismo in Sicilia, la genesi della Repubblica vi consiglio le seguenti letture:
- Facciamoci uno staterello – primo capitolo del libro di Alfio Caruso
- La guerra in Sicilia – 1943-1950
-Lupara Nera di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino
-La santissima Trinità: Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia nel 1943-1947. Nicola Tranfaglia, Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

Sul sito di Alfio Caruso potete leggervi anche il primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

26 dicembre 2014

La guerra in Sicilia - il saggio storico sulla Sicilia tra il 1943-1950 di Alfio Caruso

Negli anni a cavallo della fine della seconda guerra mondiale si è combattuta una guerra in Sicilia. Una guerra che ha visto contrapposti l'esercito italiano, carabinieri, polizia, e dall'altra parte bande armate, come quella di Salvatore Giuliano a Montelepre.
In ballo c'erano l'indipendentismo dell'isola, o forse quello era solo un obiettivo simbolico. Perché la Sicilia è sempre stata il laboratorio della politica del paese e la politica isolana è sempre stata impostata dai desideri del Partito Unico Siciliano.
Latifondisti, notabili, agrari, nobili dal doppio cognome. Politici abili a cambiare casacca e a vendersi al miglior offerente: i Savoia prima, il fascismo poi.
L'indipendentismo era solo una leva per arrivare all'autonomia.
In questa guerra, che è costata migliaia di morti tra il 1943 e il 1950 e di cui pochi libri di storia ne parlano, anche la mafia ha avuto un ruolo importante.
Braccio armato nel latifondo prima, per far rispettare la legge del più forte in un territorio dove lo Stato italiano è stato sempre assente (se non per riscuotere tasse o per la chiamata alla leva).
La mafia è stata capace a ricostruirsi un ruolo importante nell'arginare la crescita dei comunisti e dei socialisti, ha saputo appoggiare il partito indipendentista senza compromettersi. Ha saputo conquistarsi la fiducia degli alleati anglo-americani, cui ha offerto i propri servigi fin dallo sbarco del luglio 1943.
Infine, è diventato un interlocutore politico dentro i nuovi assetti repubblicani, quando l'isola è diventata il granaio della Democrazia Cristiana.

Di tutto ciò parla Alfio Caruso nel suo ultimo saggio storico: “Quando la Sicilia fece la guerra all'Italia” (editore Longanesi), «Una ferocissima guerra civile, che causò circa duemila morti: soldati, sindacalisti, mafiosi, indipendentisti, carabinieri, poliziotti, fascisti, comunisti, banditi, poveri cristi».
In esso si accennano a figure storiche poco note, che ebbero però un ruolo importante nella genesi della nostra debole repubblica: Finocchiaro Aprile, il Massone ex Fascista che fondò il Mis (movimento indipendentista). Il professor Canepa, che fondò l'esercito dell'Evis per una mai tentata sollevazione dell'Isola. E poi Salvatore Giuliano, ovvero il bandito Giuliano. La primula rossa di Montelepre, il Robin Hood dei poveri, nella visione di bandito romantico che si costruì addosso.
Uno dei tanti pupi nelle mani di un puparo più ambizioso, secondo un'analisi più accurata della storia.
E i siciliani che ruolo ebbero in questo racconto?
Furono anch'essi usati, da una parte e dall'altra. Stretti tra uno stato che li teneva alla fame, con la politica dell'ammasso del grano che incentivava il mercato nero e, dall'altro lato, strumentalizzati dagli indipendentisti, che soffiarono sul fuoco della ribellione, per indebolire le istituzioni italiane.
Il PUS (massoni, latifondisti, la mafia) usarono il terrore della banda Giuliano finché fu necessario, finché non ottennero i loro scopi. Annacquare la riforma Gullo sull'agricoltura, il riconoscimento dell'autonomia siciliana (da cui figliarono tutti gli sprechi e i clientelismi della macchina regionale), la fine dell'avventura delle sinistra che avevano vinto le elezioni regionali nel 1947.

Questa la scheda del libro che potete prendere dal sito dell'autore:
Per quanto non dichiarata, fu una guerra ad altissima intensità.Si combatté in Sicilia fra il 1943 e il 1950, tra lo sbarco degli anglo-americani e l’uccisione di Salvatore Giuliano.Il numero finale dei caduti, malgrado manchi una contabilità ufficiale, oscilla tra i 1500 e i 2000: soldati, carabinieri, poliziotti, mafiosi, banditi, indipendentisti, fascisti, comunisti, sindacalisti, poveri cristi.Di volta in volta cambiarono i pupi e gli scenari, mentre il puparo rimase sempre il Partito unico siciliano, il Pus (massoni, imprenditori, boss di Cosa Nostra, politici di ogni colore, giudici). E suoi alla fine furono i guadagni. Come avrebbe sancito Totò Riina:«Per fare la pace, bisogna prima fare la guerra».
Furono sette anni di anarchia e terrore indiscriminato con lo Stato ospite indesiderato. Cominciarono gl’indipendentisti, cioè i grandi proprietari terrieri e i nobili per difendere anche i centimetri dei latifondi. Proseguirono gli agitatori fascisti per sabotare la leva obbligatoria in favore dell’esercito della nuova Italia.Poi avvennero le rivolte contro la politica dell’ammasso, la guerriglia per il pane, la ribellione di Catania, di Comiso, di Piana degli Albanesi, di Vittoria, di Ragusa, di Giarratana, di Scicli, di cento altri comuni, dove l’esercito per ristabilire l’ordine fu costretto a utilizzare mitragliatrici, cannoni, blindati.
In un misterioso agguato venne ucciso il personaggio più singolare di tutti, il professore universitario Antonio Canepa: nella sua breve vita aveva preparato un attentato a Mussolini, ne era diventato uno sperticato agiografo, aveva guidato la cellula dello spionaggio britannico nell’isola, aveva infiammato con un libello i cuori degli indipendentisti, si era clandestinamente iscritto al Pci.A intorbidare viepiù le acque provvidero la congiura per instaurare a Palermo una monarchia con i Savoia e l’arruolamento nell’Esercito dei volontari per l’indipendenza siciliana, Evis, della banda Giuliano a ovest e di quella dei niscemesi a est.Ne sarebbero discesi la strage di Portella delle Ginestre e quella degli 8 carabinieri di feudo Nobile, sulle quali da quasi settant’anni proseguono misteri e depistaggi.
Nell’ombra tramavano i grandi boss della mafia.Avevano individuato in Giuliano lo strumento perfetto dei propri disegni, lo fecero diventare il pericolo pubblico numero uno onde poter ricattare le Istituzioni e contrattare il prezzo della consegna, il più alto possibile: l’inossidabile alleanza fra la disonorata società e rappresentanti dello Stato, che sarebbe proseguita per oltre mezzo secolo.
Naturalmente Giuliano mai sarebbe potuto arrivare vivo in un’aula di tribunale.

Sul sito di Alfio Caruso potete leggervi anche il primo capitolo.
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11 gennaio 2012

Misteri d'Italia - Salvatore Giuliano

Questa è una storia di bugie.
La storia, anche quella con la esse maiuscola, è sempre piena di bugie, ma quella dell'Italia del dopoguerra a oggi lo è particolarmente. E' per loro che i misteri che ci accompagnano da più di cinquant'anni di Prima e Second aRepubblica sono misteri, per le bugie, tanto che quasi non dovremmo neanche chiamarli misteri, ma segreti. La verità è lì, potremmo prenderla, guardarla, toccarla, leggerla, ma sopra c'è qualcosa, una menzogna, una deviazione, una bugia che ce la nasconde, la fa sparire, la rende segreta.
Questa è una storia di bugie.
E' la storia di un uomo, di un bandito così inafferrabile e astuto che nessuno riusciva a trovarlo. così potente sanguinario e feroce che faceva soltanto paura sentirne il nome. [..] Questa è anche una storia di carabinieri e poliziotti, di altri banditi, di confidenti e di spie, di giornalisti, di uomini politici, di sindacalisti e di povera gente.
Questa è la storia del bandito Giuliano.
Per noi adesso inizia dalla fine.
E inizia con una fotografia e una bugia.

Da "Nuovi misteri d'Italia", il capitolo sulla storia di Salvatore Giuliano.

La foto è quella della morte. Il 5 luglio 1950.



Il primo mistero è quello della sua morte: "L'unica cosa certa è che è morto", titolava l'Europeo il 16 luglio 1950.

E i misteri riguardano anche i mandanti della strage di Portella della Ginestra.


Una risposta la da il film "Segreti di stato" di Paolo Benvenuti. Mafia,politica interessi nazionali e internazionali
.




Il link per ordinare il libro di Lucarelli su ibs.
Altra lettura interessante su Giuliano, fascismo mafia e separatismo siciliano negli alla fine della seconda Guerra mondiale, è "Lupara nera" di Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino.