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02 marzo 2026

Mani legate di Antonella Mascali e Piergiorgio Morosini


 

La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia

Prologo di Piergiorgio Morosini

Correva l’anno 1979. Lo storico statunitense Christopher Lasch, tra gli intellettuali più originali e riflessivi dell’epoca, pubblicava “La cultura del narcisismo”. La sua analisi sulle tendenze delle società occidentali più avanzate profetizza il destino dei rapporti tra cittadino e istituzioni: “Nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per l’intolleranza quanto per l’indifferenza”. È un richiamo a riscoprire il valore della partecipazione civica, del confronto pubblico, dell’impegno collettivo. Perché la democrazia non si difende solo dai suoi nemici, ma soprattutto si nutre della passione e della responsabilità dei suoi cittadini. Alla base della denuncia di Lasch troviamo i guasti dell’individualismo e del consumismo.

Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum confermativo su quella che viene chiamata riforma Nordio sulla giustizia, un disegno di legge che la maggioranza di destra ha imposto al Parlamento e che andrà a toccare ben sette articoli della nostra Costituzione.

Cosa contiene questa riforma che viene presentata, dai suoi sostenitori, come uno strumento per rendere la giustizia più giusta, per togliere di mezzo il vulnus delle correnti nella magistratura?
Qual è invece il vero disegno che sta dietro a questa riforma, che vede tra i suoi padri il venerabile Licio Gelli (a capo della loggia P2, una struttura deviata che è stata al centro di tante pagine buie della nostra storia) e di Silvio Berlusconi, il più volte presidente del consiglio condannato per frode fiscale nel 2013?

E di cosa avrebbe bisogno veramente la giustizia italiana per essere veramente “democratica” e rispettosa dei principi della nostra Costituzione?
Il punto di vista dei due autori di questo libro, la giornalista del Fatto Quotidiano Antonella Mascali e il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, è chiaro sin dal sottotitolo: questa riforma è lo strumento con cui questa maggioranza che sta governando il paese intende sottomettere la giustizia al potere esecutivo.

Lo si capisce andando a leggere in controluce i punti salienti dentro questa riforma, la separazione delle carriere, il doppio CSM che spacca l’unità della magistratura.

Solo una parte residuale di magistrati o giudici cambia funzione ogni anno, andando anche a cambiare regione, se questo fosse stato il vero obiettivo della riforma non serviva cambiare tutti quegli articoli della Costituzione.

E che dire del giudice che ora, separato dal magistrato, diventa improvvisamente terzo e con le stesse armi dell’avvocato della difesa? Magistrato inquirente e avvocato non hanno lo stesso ruolo di fronte alla legge, il magistrato infatti ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’imputato, l’avvocato no.

Se si deve separare la funzione inquirente da quella giudicante per togliere di mezzo quel legame di sudditanza, perché non separare anche i giudici dei vari gradi?

C’è poi il la questione dell’alta Corte di giustizia che gestirà le sanzioni disciplinari dove aumenta la quota dei politici.

Chi governerà l’azione disciplinare contro questo o quel magistrato? Sarà la politica o, addirittura, il ministro della Giustizia? E quale giudice avrà voglia di mettersi di mettersi contro il potente di turno, magari un protetto della maggioranza, sapendo che rischia un procedimento disciplinare?

Dicono, i signori del si, che con questa riforma finalmente, si ferma l’intromissione della magistratura nella vita politica: non devono essere più i magistrati a decidere su come gestire i flussi degli immigrati, sulle politiche industriali, su come gestire gli appalti, su come devono essere progettati i ponti sullo stretto. Di fatto è una perfetta ammissione di quello che è il vero obiettivo di questa riforma: creare un nuovo magistrati che abbia le mani legate, che non si intrometta, come ha fatto la corte dei conti, sul progetto del ponte sullo stretto di Messina. Che non si permetta di bloccare la deportazione dei migranti verso il CPR in Albania.

Perché oltre alla riforma Nordio, la maggioranza sta presentando altre “riforme” molto pericolose: togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere il controllo della polizia giudiziaria ai magistrati. Deve essere il governo, senza più l’impiccio della magistratura con la sua azione di controllo, a stabilire quali sono i reati da perseguire e quelli da lasciare perdere.

È tutto fatto alla luce del sole, basta mettere assieme i pezzi: la stretta sulle indagini per i colletti bianchi col blocco delle intercettazioni a 45 giorni; l’abrogazione dell’abuso d’ufficio; l’obbligo di un collegio di tre giudici per decidere dell’arresto di un imputato; una stretta sul traffico di influenze.

E, dall’altra parte, un giro di vite contro chi organizza i rave party (una vera emergenza si dirà), contro chi manifesta anche pacificamente ma blocca il traffico, il fermo preventivo per certi soggetti che potenzialmente potrebbero creare problemi durante le manifestazioni.. Un doppiopesismo in termini di garantismo che denota bene quale sia l’intento del governo Meloni (e anche di un pezzo di quella che dovrebbe essere l’opposizione).

Di tutto questo parlano, usando il meccanismo dell’intervista la giornalista e il magistrato, articolata nei seguenti capitoli:

  • Cosa prevede la riforma costituzionale

  • La separazione delle carriere: una riforma inutile e pericolosa

  • Due CSM sulle materie dell’hotel Champagne

  • Governo dei giudici versus volontà popolare?

  • I nodi veri della giustizia

  • Epilogo: il giudice che verrà.. con le mani legate


Per fermare questa riforma c’è bisogno dell’impegno di tutti i cittadini che hanno a cuore questa Costituzione, non importa che siano di destra o di sinistra. Perché, come scrive Morosini nel prologo, le democrazie muoiono anche per colpa dell’indifferenza: la giustizia è un tema che riguarda tutti noi.

Sul Fatto Quotidiano trovate un estratto dal libro:

Il disegno di legge Meloni-Nordio entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di una virgola (…). Ora tocca ai cittadini, con il referendum (…). La posta in gioco è alta. La riforma non si limita a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Che è già un dato di fatto. Ambisce a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo (…). L’approfondimento sulle ragioni che ispirano le novità costituzionali, e l’indicazione dei relativi pericoli, lo affidiamo a un dialogo. Ci è sembrata la forma più corretta per i diversi ruoli ricoperti da chi scrive, un magistrato e una giornalista di cronaca giudiziaria (…).

Governo dei giudici versus volontà popolare?

A. M. La riforma costituzionale su cui si terrà il referendum è stata firmata da un magistrato in pensione, il ministro della Giustizia Nordio. Ed è fortemente voluta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Anch’egli magistrato, attualmente fuori ruolo, vanta pregresse esperienze di parlamentare e di viceministro dell’Interno in uno dei governi Berlusconi, secondo una prassi che tanti politici hanno definito delle “porte girevoli”. Tra i più ascoltati dalla premier Giorgia Meloni, è impegnato in prima linea in una narrazione che denuncia la volontà dei magistrati di sostituirsi al Parlamento e al governo. Lo ha ribadito lui stesso nel giorno del voto definitivo per la riforma in Senato, il 30 ottobre 2025. Inoltre, nella trasmissione di Rai1 5 minuti (ripresa dall’Ansa), sempre Mantovano ha replicato all’accusa di “volere i pieni poteri” rivolta dalle opposizioni al governo, sostenendo che “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni”, “di chi blocca la politica industriale fermando gli impianti”; “di chi non dà seguito alle indagini per i disordini a Roma”.

PG. M. In quelle affermazioni c’è il carburante ideologico-culturale di una volontà di “reagire” della politica al ruolo assunto negli ultimi anni dai giudici nelle istituzioni e nella società. Si colgono le ragioni profonde dell’iniziativa costituzionale di cui si discute, non riducibili alle sole dinamiche della giustizia penale, che aveva in mente la “riforma epocale” proposta nel 2011 da Silvio Berlusconi. La posta in gioco coinvolge la giustizia tout court e le sue implicazioni oggi più sensibili, su immigrazione, lavoro, ambiente, famiglia e altro. Terreni su cui possono manifestarsi punti di crisi tra indirizzi politici e valori fondanti ricavabili da norme costituzionali o euro-unitarie. (…). Dagli anni Sessanta, ai giudici si rivolgono privati o soggetti collettivi che non trovano ascolto in altre sedi istituzionali per il riconoscimento dei loro diritti. Più il parlamento è lento, o il suo intervento è frenato dalla forza di interessi particolari o dalla mancanza di un forte consenso sociale, maggiore è la ricerca del varco giudiziario impugnando la Costituzione. Ieri erano questioni di sicurezza sul lavoro, ambiente, fine vita. Oggi, sono pure tutele che riguardano il lavoro precario, i flussi migratori, le minoranze lgbtqia+. Il giudice, a differenza del politico o dell’amministratore, ha il do-ve-re di decidere e non può sottrarsi. (..).

Epilogo: il giudice che verrà… con le mani legate

L’obiettivo vero della riforma costituzionale è liberarsi di una magistratura che non può essere addomesticata da altri poteri. E lo si persegue smantellando istituti nevralgici per i costituenti del 1948, quali il Csm e la carriera unica per giudici e pubblici ministeri. Con quelle garanzie, da corpo di funzionari, pezzo della burocrazia dello Stato, la magistratura è diventata un potere autonomo, variabile indipendente dagli equilibri politici contingenti e come tale incontrollabile. Ma tutto questo non è in sintonia con l’idea di Stato che oggi si sta affermando un po’ ovunque nel mondo. E in particolare, con quella idea di magistratura “che deve collaborare col Governo”, e come tale deve essere innocua, silenziosa, ubbidiente, docile. (…).

Delegittimazione e tentativi di intimidazione dei giudici che si occupano di questioni politicamente sensibili, assieme al depotenziamento degli strumenti utili al controllo di legalità nelle istituzioni e nei circuiti economico-finanziari, sono il prologo della riforma costituzionale. Così le ragioni ufficialmente espresse per giustificarla, suonano formali e pretestuose. Non è credibile la tesi di una separazione delle carriere necessaria a garantire finalmente la “terzietà” del giudice. Già ora, in Italia, le richieste dei pubblici ministeri una volta su due sono bocciate dal giudice. (…). Il vero fulcro della riforma sta nell’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura. È l’organo a difesa della indipendenza di tutte le toghe, quindi anche dei giudici, civili e penali. Con il pretesto della lotta al correntismo giudiziario, lo si smembra, lo si priva della competenza disciplinare e lo si cambia nella sua composizione. Con il sorteggio dei componenti togati, secondo la logica dell’ “uno vale l’altro”, diventano decisivi i componenti laici che, invece, sono scelti dalla maggioranza politica. Nelle mani di costoro saranno i destini professionali di tutti i magistrati (…).

Oggi, la magistratura italiana, compresa la Corte dei Conti, come peraltro la Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte penale internazionale, vengono vissute dalla maggioranza di governo come organi di resistenza ai nuovi indirizzi politico-istituzionali. Per i riformatori ciò che conta è solo chi vince le elezioni. E se è vero che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità al popolo quindi agli eletti; è altresì vero che la seconda parte della disposizione vuole che quella sovranità sia esercitata nelle forme e nei limiti previsti dalla legge e dalla Costituzione e, quindi, con i necessari controlli da parte degli organi di garanzia, magistratura compresa. Invece i fautori della riforma pretendono che esecutivo, legislativo e giudiziario debbano sempre “collaborare”, come in un “blocco unico”. (…).

Forse a qualcuno sarebbe piaciuta di più una disposizione sul tipo di quella adottata dallo Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici che Egli istituisce”, magari cambiando il termine “Re” con quello di Governo. O, se volete, di Presidente del Consiglio.

La scheda del libro sul sito PaperFirst
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

22 maggio 2018

Falcone e la pista Gladio - l'articolo di Antonella Mascali

Antonella Mascali è autrice di diversi libri sulla mafia e su Giovanni Falcone, tra cui "Vi aspettavo" e "Le ultime parole di Falcone e Borsellino" ha scritto oggi un articolo sul Fatto Quotidiano dove si parla di una pista che Falcone stava seguendo e che portava a Gladio

“Falcone seguiva la pista di Gladio”: le indagini top secret di BorsellinoLe audizioni al Csm dei magistrati di Palermo all’indomani di Capaci e via D’Amelio: “Allarmi inascoltati” 

Ci sono testimonianze inedite dei magistrati di Palermo che hanno lavorato fianco a fianco con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sulle settimane precedenti alle stragi di Capaci e via D’Amelio a Palermo, avvenute il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Sono racconti drammatici sulla strada sbarrata a Falcone che voleva la verità sugli omicidi politico-mafiosi e i possibili legami con Gladio; sulla diffidenza di Borsellino nei confronti di alcuni colleghi, a cominciare dall’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco. Borsellino stava conducendo indagini in gran segreto sulla morte di Falcone, ma anche su vicende indicate dallo stesso magistrato nei suoi diari pubblicati dopo Capaci. Sugli allarmi ignorati che, forse, avrebbero potuto salvare le vittime delle due stragi. Alfredo Morvillo, Roberto Scarpinato, Vittorio Teresi, Ignazio De Francisci, Antonio Ingroia, sono alcuni dei pm di allora alla Procura di Palermo che sono stati ascoltati dal comitato antimafia del Consiglio Superiore della Magistratura tra il 28 e il 30 luglio 1992, una decina di giorni dopo la strage di via D’Amelio. Sono i pubblici ministeri che avevano firmato assieme a Teresa Principato, Antonio Napoli e Giovanni Ilarda (tra i contrari Giuseppe Pignatone, Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli ) un documento in cui presentavano polemicamente le dimissioni per l’assoluta mancanza di sicurezza e per la gestione della Procura da parte di Giammanco. Il procuratore, com’è noto, su sua richiesta sarà trasferito nell’agosto successivo, i pm ritireranno le loro dimissioni e alla guida della Procura arriverà Gian Carlo Caselli. Le deposizioni dei magistrati non sono mai state rese pubbliche. Stranamente, il Csm non le ha incluse negli atti desecretati su Falcone e Borsellino in occasione del venticinquesimo anniversario della strage, l’anno scorso. Al Fattorisulta che queste testimonianze, di recente, siano state acquisite dalla Procura di Caltanissetta che è tornata a scandagliare i buchi neri delle indagini su chi ha voluto la morte di Falcone e Borsellino.
 
Roberto Scarpinato
(Ex pm e ora procuratore generale di Palermo – audizione del 29 luglio 1992)
Dinanzi alla bara di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino disse: ‘Ciascuno di noi deve avere la consapevolezza che se resta, il suo futuro è quello’ e indicò la bara di Falcone. Paolo Borsellino sapeva che doveva morire. I carabinieri avevano segnalato che si stava organizzando un attentato, sapevamo che era arrivato il tritolo, sapevamo che il prossimo della lista era Paolo Borsellino. Ecco perché è una strage in diretta. Borsellino è morto per il tritolo e per l’incapacità di questo Stato di proteggere i servitori dello Stato. Mi è venuto in mente che era stato abolito il servizio di elicotteri per sorvegliare le autostrade di Punta Raisi perché ogni volo costava 4 milioni, e che Giovanni era addolorato di questo fatto. (…).
C’è una riunione alla quale partecipa il Procuratore Giammanco, Falcone dice in tono acceso a Giammanco: ‘Io non condivido il tuo modo di gestire l’ufficio’ (con riferimento al processo per gli omicidi politici di Michele Reina, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, ndr) . I problemi con Giammanco si ponevano quando si passava in materia di mafia a livelli superiori. Per esempio il caso Gladio. Accade in particolare che un estremista di destra, di Palermo, dichiara alla televisione che lui faceva parte di un’organizzazione clandestina che era simile a quella di Gladio, che aveva avuto il compito di seguire alcuni personaggi politici siciliani (tra cui Mattarella, ndr).
( …) La posizione di Falcone e mia era quella di acquisire tutti gli atti di Gladio (…). Le resistenze erano talmente avvertite da Falcone che disse: ‘A questo punto io vi rimetto la delega, occupatevene voi’. Alla fine si decide che Falcone sarebbe andato nella sede dei servizi segreti a guardare gli atti e a verificare se per caso c’era qualcosa che ci poteva interessare. Si decise di affiancarlo con il collega Pignatone ( l’attuale procuratore di Roma, ndr) fatto che lui visse come una specie di mancanza di fiducia e ricordo che io rimasi insoddisfatto perché dissi: ‘Come si fa nell’arco di pochi giorni a visionare tutti questi atti, a memorizzarli e a prendere in considerazione tutti i fatti che ci possono essere utili in questo processo. Può darsi ché un nome che in quel momento non dice assolutamente niente, tra 15 giorni può essere rilevante (…).
C’è un fatto che mi ha molto inquietato e cioè che Paolo Borsellino conducesse delle indagini su fatti di grande rilevanza all’insaputa del Procuratore (Giammanco, ndr). Mi chiedo, ma cosa sta succedendo in questa Procura? Mi inquieto perché Paolo Borsellino è una persona che gode della mia assoluta stima e fiducia. Perché se fosse stato qualsiasi altro magistrato avrei potuto pensare a qualche cosa di deteriore. Paolo Borsellino si comporta così. Mi vincolò al segreto. E su queste indagini, naturalmente, non posso dir niente per motivi di ufficio. Diciamo che questa situazione, credo di non sbagliare, almeno, io l’avevo conosciuta un mese prima (della strage di via D’Amelio, ndr). Ecco, il fatto che lui l’abbia confidato a me è stato un gesto di grande fiducia. Però di grande responsabilità (…). Questa circostanza è nota soltanto a me, al sostituto Ingroia, e forse a uno o due altri sostituti, le persone che godevano dell’assoluta fiducia di Paolo Borsellino. Paolo riferiva tutto e sempre (a Giammanco, ndr) ecco perché io vengo colpito (…) proprio perché la normalità era quella, se così non fosse stato non sarei rimasto colpito. Ma quei fatti, fatti che non vi posso riferire, ma che sono di grandissima rilevanza e che riguardano determinati livelli, su quei fatti Paolo Borsellino raccomandò la segretezza.
 
Antonio Ingroia(Avvocato. Ex pm di Palermo, ex coordinatore dell’inchiesta sulla trattativa – audizione del 31 luglio 1992)
Borsellino una volta, eravamo a casa sua a Marsala una sera, quindi prima ancora che arrivasse a Palermo, lo ricordo con esattezza anche se non mi diede spiegazioni precise in merito, mi disse testualmente: ‘Giammanco è un uomo di Lima’ (Salvo Lima, ex ‘proconsole’ di Giulio Andreotti in Sicilia, ndr), affermazione per la quale io evidentemente rimasi turbato. Dopo la morte di Giovanni Falcone, oltre a occuparsi delle sue indagini, oltre ad avere interesse per l’indagine Mutolo (il pentito Gaspare Mutolo, ex pupillo di Riina, ndr) oltre ad avere interesse per l’indagine Falcone, faceva numerose indagini per conto suo. Chiamiamole approfondimenti sulle questioni indicate nei diari di Falcone. Chiese un colloquio con Scarpinato per quanto riguarda la questione Gladio, la questione del rapporto dei carabinieri sugli appalti . Il discorso è che non si fidava del dott. Giammanco. (Non approfondii, ndr) Paolo era per me quasi Vangelo.
 
Vittorio Teresi(Pm di Palermo, coordinatore dell’inchiesta sulla trattativa – audizione del 28 luglio 1992)
In un’indagine che conduco io e che conducevo assieme a Paolo Borsellino a un certo punto Paolo mi comunicò una notizia molto riservata che aveva appreso da un organo di polizia e riguardava un politico, riguardava un grosso mafioso eccetera, era una notizia ovviamente tutta da controllare, da verificare ma comunque era una delle tante ipotesi di lavoro. Paolo disse espressamente di non parlarne in giro perché temeva che finisse all’orecchio di Giammanco. Qual è l’indagine non lo posso dire, questa non era affatto notizia confermata, era semplicemente una pur fondata confidenza di un organismo di polizia, però era molto scottante, era molto delicata.
 
Alfredo Morvillo(Ex pm di Palermo, oggi procuratore di Trapani. Fratello di Francesca Morvillo Falcone – audizione del 28 luglio 1992)
Quello che è successo a Borsellino, quello che è successo a Falcone, credetemi, non è una qualche cosa di imprevedibile e di inevitabile, perché io vorrei sapere per quale motivo si dica che Falcone era l’uomo più scortato del mondo, il che non è affatto vero e vi dico perché: a Falcone, negli ultimi tempi, avevano diminuito le misure di protezione. Lo sapevano tutti a Palermo che Falcone ormai non aveva più l’auto di staffetta e l’elicottero. Ma non gliene frega niente a nessuno! I ragazzi della scorta, che sono venuti a trovarmi, mi hanno detto che avevano chiesto anche la possibilità di avere a disposizione, a Punta Raisi che è sul mare, di una pilotina per eventualmente utilizzarla per ritornare via mare, una pilotina, una barca della polizia per tornare via mare. La verità è questa, che persino nei confronti di Giovanni Falcone si adopera la mentalità del rilassamento burocratico! Falcone, signori miei, diciamolo, siamo chiari, in certe situazioni, contava molto poco. Falcone, al di là delle parole che tutti noi possiamo essere bravissimi a dire (…) Falcone non coordinava niente! (…). Dopo la strage del 23 maggio arriva un anonimo con chiare minacce per alcuni colleghi, con le fotografie di Borsellino, De Francisci, Teresa Principato… nonostante sia successo quello che è successo il 23 maggio, in questa riunione mi dicono i colleghi (io non c’ero per i noti fatti) ancora una volta sottovalutazione. Giammanco: ‘È una stupidaggine, che fa, la stracciamo?’. La stracciamo? Arriva l’anonimo, dopo quello che è successo a Palermo, per i colleghi del tuo ufficio che sono come, a volte, lui stesso ha detto, ‘tuoi figli’ e tu che fai? ‘Lo stracciamo!’. E allora lo mandiamo, per competenza, a Caltanissetta. Al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, mi dicono i colleghi, che, fra l’altro, non hanno avuto nessuna protezione dopo questo fatto (fino alla strage di via D’Amelio, ndr).
 
Ignazio De Francisci(Ex pm di Palermo, procuratore generale di Bologna – audizione del 29 luglio 1992)
Questa lettera era un collage fotografico: c’era la foto di Paolo, c’era quella mia e quella della collega Principato. Tra l’altro era una strana fotografia perché io non ricordavo di averla vista mai, non è che io spunti molto su i giornali, quindi la cosa mi colpì… Sono andata da Giammanco e io gli ho detto: ‘Senti Procuratore, io non me la terrei né la cestinerei’. Ricordo che il Procuratore mi disse: ‘Mah!’, Cioè era dubbioso sull’opportunità o meno di inviarla (agli organi preposti, ndr). Dopo ne parlai con Borsellino e ricordo che lui era già un po’ incupito anche se dal punto di vista personale mi disse una frase del genere: ‘Noi non ci dobbiamo far spaventare per una lettera’. (…) Ora mi hanno dato una specie di scorta composta dalla macchina blu con le insegne dei carabinieri. L’Arma ha fatto levare in volo l’elicottero che ha seguito la mia autovettura da casa sino all’aeroporto di Punta Raisi. La polizia prima l’aveva dato a Giovanni Falcone per anni e poi gli era stato tolto. Quando sentivo questo elicottero non potevo non ricordare l’amarezza di Giovanni Falcone quando glielo tolsero. Voi lo conoscevate, non è che parlasse molto di queste cose; non ne parlava in maniera enfatica, però, mi ricordo che una volta che io partii con lui notai l’assenza dell’elicottero, glielo dissi e lui mi rispose: ‘Che ci vuoi fare?’, insomma con una frase un po’ fatalista. (…).
 
Io ho avuto la netta sensazione che il Procuratore, nella gestione dell’ufficio, avesse una corsia differenziale sulla quale passavano o potevano passare soltanto alcuni colleghi. Quello che io sinceramente non ho mai capito è perché lui si fidasse soltanto di due, tre persone e passasse con loro le grosse decisioni dell’ufficio: Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone, in prima istanza Giustino Sciacchitano. Ecco, il fatto che specialmente Lo Forte e Pignatone siano tecnicamente bravissimi e abbiano una innata dote di prudenza, anche abilità nel gestire tutte le seccature che un grosso ufficio comporta, questo secondo me, in assoluta serenità di spirito, non consentiva (a Giammanco, ndr) di accentrare attorno a queste persone tutte le decisioni, se vogliamo anche strategiche o comunque le pre-decisioni dell’ufficio, per poi venire alle riunioni con una sensazione che almeno io avevo di minestra già fatta (…) . L’arrivo di Borsellino aveva ridato impulso alle indagini (…) Ebbi la sensazione che nei confronti.di Paolo si riproponessero le stesse difficoltà di cui mi aveva parlato Giovanni.

12 giugno 2014

Vi aspettavo - la presentazione alla Feltrinelli di Milano


In una calda serata milanese, la giornalista Antonella Mascali ha presentato il suo libro "Vi aspettavo" alla Feltrinelli di corso Buenos Aires: una raccolta di storie di eroi civili del nostro paese, vittime della criminalità, del terrorismo rosso o nero.  Ospite della presentazione il giudice Alessandra Galli, figlia del giudice milanese Guido Galli, ucciso da Prima Linea perché (è scritto nella rivendicazione) col suo lavoro da magistrato riformista e garantista, rendeva credibile il lavoro della magistratura.
A moderare l'incontro, la giornalista di Radio 24 Raffaella Calandra.
Dalla lettura delle storie, ha spiegato la moderatrice, emergono due aspetti comuni a tutti i protagonisti: la serenità e la solitudine dei protagonisti, sapevano di quello cui andavano incontro, ma questo non ha in alcun modo condizionato il loro lavoro.

Guido Galli, il padre di Alessandra, istruì uno dei primi maxi processi a Milano contro il terrorismo rosso, dopo l'arresto di  Corrado Alunni, riuscendo a tenere fuori dall'aula i suoi problemi personali le sue paure, tenute nascoste anche alla sua famiglia.
Guido Galli, fu ucciso fuori dall'aula della Statale: un luogo scelto non a caso, i terroristi volevano colpire il magistrato e anche il professore.
La storia di Galli, lasciato senza scorta nonostante i rischi che correva, ricorda da vicino quella di Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle nuove Br sempre il 19 marzo, del 2002.
Una morte annunciata, visto che a Biagi fu tolta la scorta (e questo è oggetto di nuove indagini a Bologna).
Biagi, diversamente da Galli, non era sereno: il libro riporta le sue ultime parole, che sono richieste di aiuto inascoltate, dalla politica.

Perché questo libro: sia Antonella Mascali che Raffaella Calandra ricordano l'importanza di non dimenticare, una sorta di memoria attiva l'hanno chiamata. Un omaggio a queste persone, per evitare che la storia si ripeta.
E'importante tenere accesa e viva la memoria delle storie e anche del contesto in cui sono maturate.

Altro filo rosso che lega le storie è la tenacia con cui questi eroi civili hanno perseverato nella loro strada: erano tutti veri riformatori, gente che aveva intuito strade nuove per la lotta terrismo, lavoro, mafia. Che aveva osato cambiare e per questo erano rimasti isolati, lasciati soli anche da loro colleghi.
Calandra ha anche sottolineato del Valore civile e civico del libro: un tema importante, quello della memoria in questo paese, dove ci si dimentica del passato e dove spesso si agisce sull'onda emotiva. Dopo uno scandalo, dopo un cadavere eccellente. Non a caso Falcone aveva detto che in questo paese, per combattere la mafia, servirebbe un morto eccelente all'anno.
Le leggi più importanti per contrastare la mafia sono infatti nate dal sangue di queste persone: leggi fatte sull'onda emotiva: la legge Rognoni La Torre, il decreto Falcone (dopo la strage di via D'Amelio).
Oggi, purtroppo, le leggi contro la corruzione e le mafie non si fanno nemmeno dopo gli ultimi caso di corruzione. Le giornalisti hanno citato i recenti casi di Expo e Mose, e del giudice Cantone che ancora aspetta i super poteri.
Ma servono veramente nuove leggi?
Alessandra Galli ha parlato della necessità di un nuovo tessuto sociale. Di una nuova etica, a partire dalla società civile.
Il giudice Galli ha voluto lasciare un suo commento sul voto alla Camera, sulla responsabilità civile dei magistrati: una norma pericolosa perché rischia di creare diversificazioni tra imputati e imputati. Il giudice non avrà la serenità nel giudicare, alla stessa maniera, imputati eccellenti che possono poi rivalersi economicamente contro di loro.
Per esempio una grossa azienda, che inquina i terreni e l'aria, su cui pende la richiesta di blocco degli impianti.


Sul Fatto quotidiano hanno pubblicato il video dell'intervista fatta prima della presentazione (e si intravede la mia faccia ;-)

01 giugno 2014

Vi aspettavo, di Antonella Mascali


Le ultime parole di chi ha sacrificato la propria vita per tutti noi
Dalla prefazione di Gian Carlo Caselli:
L’elenco delle vittime della violenza omicidiaria terroristica o mafiosa, in Italia, è purtroppo sterminato. In questo libro – bello nella sua tragica cupezza – Antonella Mascali ne rievoca molte sull’uno e sull’altro versante, dedicando a ciascuna un lucido e preciso commento, intrecciato con citazioni – anche inedite o poco conosciute – di interventi degli stessi protagonisti, spesso struggenti perché testimoniano la consapevolezza dei rischi incombenti che si sarebbero poi concretizzati in un attentato mortale. Le fasce professionali e sociali cui appartenevano le vittime sono le più diverse: preti, magistrati, giornalisti, forze dell’ordine, esponenti della società civile, amministratori e politici onesti. La scia di sangue che unisce quasi tutte le persone colpite qui ricordate dalla Mascali è segnata dalla loro solitudine, con conseguente «logica» e ineluttabile sovraesposizione alla rappresaglia criminale. 

Me l'aspettavo” sono le ultime parole pronunciate da don Pino Puglisi, rivolto ai suoi killer la sera del suo ultimo compleanno, il 15 settembre 1993. Ucciso per la sua opera pastorale nel quartiere di Brancaccio che dava così fastidio alla mafia, ai fratelli Graviano (quelli di Milano, quelli delle bombe del 1992- 1993). Sono parole che colpirono il suo assassino, Salvatore Grigoli, che poi arriverà a percorrere la via del pentimento, e forse è questo l'ultimo miracolo del prete di Brancaccio.


Don Pino Puglisi, come don Peppe Diana e gli altri protagonisti di questo lungo saggio di Antonella Mascali si aspettavano la morte. Chi per mano di un killer mafioso (come Dalla Chiesa, Ambrosoli, Borsellino e Falcone, i poliziotti Montana e Antiochia), chi per mano del terrorismo, rosso o nero (i giudici Amato e Galli, il giornalista Tobagi ..). 

Uno, Liguori, della polizia ambientale di Acerra, ucciso pure in modo ancora più subdolo: per via di un tumore contratto andando a monitorare i terreni su cui la Camorra (con la complicità delle istituzioni) aveva sversato per anni rifiuti industriali.
Sapevano che il loro lavoro, il modo onesto e retto con cui stavano portando avanti il loro lavoro, nelle aulee dei tribunali, nella strada, nelle Questure (i poliziotti Beppe Montana, Roberto Antiochia), in un giornale (come Tobagi, Siani, Fava), alla radio (Peppino Impastato), in una tv locale (Mauro Rostagno), dentro una banca (l'eroe borghese Giorgio Ambrosoli), dentro una fabbrica (come Guido Rossa o Libero Grassi), nei consigli comunali, in regione, in Parlamento (Renata Forte, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Aldo Moro, Marcello Torre) o nelle aule di una università (come Galli e Bachelet) poteva costare loro la vita.

Si sono sacrificati per noi, le persone di cui parla in questo libro la giornalista Mascali: si sono sacrificati per consegnarci un paese migliore, più civile, più democratico, con meno soprusi, violenza, inciviltà.

Ma le loro vite non sono storie solo di sacrifici: sono storie anche di battaglie solitarie, lasciati soli dai colleghi, paurosi o vili come don Abbondio.

Lasciati soli dalle istituzioni che pure rappresentavano. Solitudine che in alcuni casi è anche sintomo di complicità, per queste morti: poteva la mafia da sola decidere di uccidere il superprefetto Dalla Chiesa, a soli 100 giorni dal suo insediamento a Palermo?

Poteva la Camorra trasformare parte della Campania una bomba atomica, per i rifiuti, senza il silenzio e la complicità di sindaci e assessori? Sindaci e assessori che negarono aiuti e rinforzi a Michele Liguori, ad Acerra.

Quali convergenze di interessi hanno armato la mafia degli assassini di Falcone e Borsellino? Solo la mafia o anche altri interessi, dentro la parte malata del nostro stato, dei nostri partiti, dei nostri rappresentanti, legati alla trattativa stato mafia?

Che prima, da vivi, li ha attaccati, calunniati, per poi trasformarli da eroi, post mortem.


A chi davano fastidio le inchieste di Rostagno a Trapani? Solo ai mafiosi o anche alle logge coperte che, assieme a pezzi dei servizi, avevano messo in pista un traffico di armi verso paesi del terzo mondo?

L'ostinazione con cui Renata Fonte voleva difendere le coste della sua amata Nardò dalla speculazione, non dava fastidio solo alla criminalità, ma anche a colleghi del suo stesso partito (il Partito Repubblicano).


Quanti altri sindaci hanno avuto il coraggio di resistere alle tangenti sulla ricostruzione, post terremoto, come fece Marcello Torre a Pagani?

Lo stesso discorso vale per gli altri omicidi politico mafiosi: Mattarella, La Torre volevano dare un taglio col passato dei rispettini partiti, in Sicilia. Cacciare i compagni troppo collusi con la mafia (Gioia e Lima, della corrente Andreottiana). Chiudere le cooperative rosse che facevano affari con la mafia.


Aldo Moro, poi, fu l'emblema della solitudine in cui fu lasciato morire, perfino dalla maggior parte dei colleghi che lo vollero come presidente del suo partito Democrazia Cristiana. Nelle sue ultime lettere traspare tutta la delusione per esser stato abbandonato, sacrificato verso una pena di morte, in nome di una ragione di Stato senza senso. 

Sono anche storie di coraggio: storie di uomini e donne che non si sono voltati dall'altra parte, che non hanno scelto la comoda strada del far finta di niente. A partite da Ambrosoli che scelse la strada di far prevalere il rispetto del bene comune, rispetto agli interessi privati di Sindona.

Al coraggio di Antiochia, Cassarà, Montana che, diversamente da altri colleghi in polizia, scelsero dare la caccia ai mafiosi. Con mezzi propri, pagando di tasca loro confidenti, sapendo che stesso all'interno della questura di Palermo c'erano colleghi che li spiavano, li sorvegliavano.
Coraggio dimostrato dai giudici Amato, Livatino, Minervini, Galli, consapevoli del rischio che le loro indagini (su terrorismo e mafia) potevano portargli, non smisero di andare avanti.
Come non smisero di fare il loro mestiere, di giornalista che racconta i fatti, che denuncia i malaffari, nemmeno Peppino Impastato e Giancarlo Siani.

Sono storie di uomini soli, ma anche uomini liberi.


I magistrati


I giornalisti

I preti

I professori

Gli avvocati

Gli imprenditori

I politici

Gli investigatori

I sindacalisti


Antonella Mascali presenta il suo libro

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

31 maggio 2014

Vi aspettavo, Marcello Torre

Carissimi, ho intrapreso una battaglia politica assai difficile. Temo per la mia vita. Ho parlato al dottor Ingala. Conoscete i valori della mia precedente esperienza politica. Torno nella lotta soltanto per un nuovo progetto di vita a Pagani. Non ho alcun interesse personale. Sogno una Pagani civile e libera. Ponete a disposizione degli inquirenti tutto il mio studio. Non ho niente da nascondere. Siate sempre degni del mio sacrificio e del mio impegno civile. Rispettatevi e amatevi. Non debbo dirvi altro. Conoscete i miei desideri per il vostro avvenire. Lucia serena, Peppino e Annamaria “laureati”. Corretti, tolleranti e aperti all'esistenza. Con una famiglia sana e tranquilla. Quanti mi hanno esposto al sacrificio siano sempre vicini alla mia famiglia. Vi abbraccio forte al cuore. Un pensiero ai miei fratelli, alle zie e a tutti i miei cari”.Lettera alla famiglia.
Marcello Torre fu ucciso dalla Camorra l'11 dicembre 1988, per non essersi piegato alla logica di collusione nell'affidamento di appalti per la rimozione delle macerie, dopo il terremoto in Irpinia del 1980.
Marcello Torre era un democristano anomalo, sindaco di Pagani lottò nel suo comune contro le infiltrazioni camorristiche. Sa di essere in pericolo, per il suo atteggiamento: per questo scrive alla sua famiglia, prima delle elezioni a sindaco, la lettera testamento che avete letto sopra.





Marcello Torre è uno dei politici eroi, raccontati da Antonella Mascali nel libro “Vi aspettavo”.

Libero Grassi – l'imprenditore che aveva deciso di non pagare il pizzo

"...volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere... Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui"
Libero Grassi, dal Giornale di Sicilia del 10-1-1991
Libero di nome e di fatto, Libero Grassi, diversamente da altri imprenditori palermitani (e dal presidente di Confindustria di Palermo) il pizzo non lo voleva proprio pagare. Perché significava piegarsi all'antistato, la mafia, rendendo meno credibile le istituzioni.


Era il 1991: nonostante le minacce, le telefonate, l'essere stato lasciato solo da istituzioni e associazioni di categoria, Libero Grassi andò avanti, fino al sacrificio finale. Fu ucciso dalla mafia il 29 agosto 1991.
Sul comportamento di una certa magistratura:

La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo, che ha stabilito che non è reato pagare la protezione ai boss mafiosi è sconvolgente .. Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso della scarcerazione dei boss.Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento: pagare i mafiosi. E quelli che come me invece cercano di ribellarsi?”.
Commento di Libero Grassi al proscioglimento dall'accusa di concorso in associazione mafiosa dei cavalieri el lavoro di Catania (Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro).

Sul rapporto mafia-politica:


Chi dovrebbe combattere la mafia? La legge. E chi fa la legge? I politici .. Se i politici avranno ottenuto il consenso onestamente faranno buone leggi, altrimenti le faranno cattive. E chi procura il consenso in Sicilia ai politici? La mafia ..
Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte coi mafiosi”.
Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte coi mafiosi”.
Libero Grassi è uno degli eroi di cui parla Antonella Mascali nel libro “Vi aspettavo”.


28 maggio 2014

Protagonismo dell'antimafia

E' un episodio citato da Antonella Mascali nel suo ultimo libro "Vi aspettavo": l'autrice parla dell'assassinio dell'imprenditore Libero Grassi, lasciato solo nella sua battaglia contro il racket, sia da parte della Confindustria siciliana, sia da parte della politica locale.
Quella che, nel 1991 (dopo Pio La Torre, Dalla Chiesa, Mattarella, Reina ..) ancora negava l'esistenza della mafia. 
Dopo la sua morte, Michele Santoro e Maurizio Costanzo decidono di fare una trasmissione congiunta, per denunciare la mafia, il raket, le complicità e le connivenze dentro la politica, la miopia della associazioni di categoria.

"Michele Santoro, che il giorno dell’omicidio si trovava all’estero, apprende della morte di Libero Grassi leggendo i giornali su un aereo che lo stava riportando a Roma. È scosso, vuole fare assolutamente qualcosa. Telefona a Maurizio Costanzo, insieme riescono a convincere i vertici di Rai e Fininvest a organizzare per il 26 settembre una staffetta televisiva contro la mafia e per Libero Grassi.
Dal teatro Biondo di Palermo, dove sedici anni dopo verrà inaugurata l’associazione Libero futuro, trasmette Michele Santoro e dal Parioli di Roma, Maurizio Costanzo. Tra gli ospiti, Giovanni Falcone, l’avvocato Alfredo Galasso, Claudio Fava.
La trasmissione, nonostante ci sia stata da neppure un mese un’altra vittima innocente di mafia, scatenerà polemiche strumentali contro «i malati di protagonismo dell’antimafia»".

Ecco, a quella serata era presente anche il magistrato Giovanni Falcone, allora distaccato presso il ministero della Giustizia.
Anche lui malato di protagonismo dell'antimafia.
Lo stesso Falcone che la giornalista Marcelle Padovani cita nel suo articolo, per accusare altri magistrati, quelli che oggi nella solitudine, portano avanti il processo sulla trattativa.
Anche loro, malati di protagonismo:

“Se Falcone era un magistrato solitario, oggi parecchi suoi colleghi pur dicendo di sentirsi isolati sono invece molto più vicini alla politica e ai mass media. Si sono lasciati prendere per mano dal protagonismo. E spesso hanno contribuito a costruire una autorappresentazione sacrificale del proprio lavoro diventando quello che mi son permessa di chiamare nuovi protagonisti dell'antimafia aiutati in questo dai media. Si sono orientati sulle teorie del complotto, dei retroscena e vorrei dire delle trame che probabilmente sono solo sulla carta”.
Tutto per dire che sono abbastanza stanco di vedere gli stessi attacchi strumentali, oggi come allora, contro i giudici che si addentrano nel territorio mafia e politica.
In quella stessa serata, un giovanissimo Totò Cuffaro, si alzò dalla platea accusando la trasmissione di fare giornalismo mafioso e attaccò una certa magistratura  "che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana".

26 maggio 2014

Vi aspettano: Rosario Livatino e Girolamo Minervini

Gli ultimi due magistrati di cui parla il libro di Antonella Mascali: il giudice “Ragazzino” (come li aveva apostrofati il presidente Cossiga) ucciso dalla mafia sulla statale Agrigento Enna e il giudice che prese il posto di direttore generale degli istituti di prevenzione conoscendo tutti i rischi che avrebbe corso.


Rosario Livatino era un giudice che credeva nell'indipendenza della magistratura, che riteneva opportuno che i colleghi che si candidavano in politica dovessero togliersi la toga definitivamente e che temeva la responsabilità civile dei magistrati perché avrebbe costituito una minacciato l'azione penale e spinto all'inazione.
La sua etica:
“è da rigettare l'affermazione secondo la quale, una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindo, il giudice della propria vita privata possa fare, al pari di ogni altro cittadino, quello che vuole. Una tesi del genere è, nella sua assolutezza, insostenibile”.

Fu ucciso da un commando mafioso il 21 settembre 1990: stava andando ad inseguire i piccioli dei mafiosi, soldi, case, beni. Sulla sua agenda di lavoro fu trovata la scritta “Sub tutela dei”.


Girolamo Minervini prese il posto, come direttore degli istituti penitenziari, che prima era stato di Riccardo Palma e GirolamoTartaglione. Entrambi uccisi dalle Br nel 1978.
Sapeva che rischiava di essere ucciso anche lui, ma rifiutò la scorta, per non mettere in pericolo altri ragazzi.
Al figlio disse una frase che andrebbe scolpita in tutti i luoghi istituzionali “In guerra un generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore”.
Come Mario Amato, i suoi killer lo aspettarono alla fermata dell'autobus il 18 marzo 1980.

Il presidente della Repubblica Pertini al funerale scoppiò “Morti, morti, morti. Cos'è diventata l'Italia?”

Guido Galli – nel mirino dei terroristi perché lavorava bene

Della vita di Guido Galli, procuratore della repubblica di Milano ucciso da Prima Linea il 19 marzo 1980, ignoravo un episodio raccontato da Antonella Mascali in “Vi aspettavo”: anche era lui fu chiamato a rispondere davanti al CSM per un provvedimento disciplinare. Per aver protestato contro lo spostamento del processo sulla strage di Piazza Fontana a Catanzaro.
Come Paolo Borsellino e come altri magistrati che, proprio per il rispetto della Costituzione su cui hanno giurato, non possono esimersi dal commentare le leggi, i provvedimenti di governo e Parlamento. E della Cassazione.
Come Mario Amato, anche Galli fu lasciato solo ad occuparsi dei fascicoli sul terrorismo, rosso, che i colleghi rifiutavano, per paura delle conseguenze. Lui, il magistrato di cui non tutti si fidavano, il magistrato rosso.



Non ignoravo invece il particolare, illuminante sulla grandezza della persona, ricordato dal collega e amico Armando Spataro (assieme a cui aveva lavorato per l'indagine su Corrado Alunni e i brigatisti milanesi): morì col codice accanto, mentre si stava recando a fare lezione nell'aula 309 della Statale.
Per un suo ricordo, ci affidiamo alla testimonianza di Vittorio Grevi giurista:
Guido Galli era un magistrato moderno, di idee aperte e liberali, di sicuri sentimenti democratici, che si sforzava anzitutto di svolgere bene il suo lavoro, in silenzio, giorno per giorno: così da assicuare il buon funzionamento della macchina giudiziaria, pur operando sempre nel pieno rispetto delle garanzie degli imputati. Ma era anche, nel contempo, un magistrato aperto sul futuro, sensibile alla esigenza di adeguamento del nostro sistema processuale alla Costituzione e alle Carte internazionali sui diritti dell'uomo”.
Chissà se i legali di Berlusconi, gli avvocati onorevoli Longo e Ghedini sapevano queste cose prima di scrivere su Alessandra Galli, che è stata giudice nel processo sui diritti Mediaset, che “i tragici fatti personali certamente inficiano la serenità di giudizio” di chi ha criticato “l'operato di Berlusconi”.

Paolo Borsellino – il magistrato che aveva visto la trattativa muoversi in diretta

Cosa aggiungere alla storia del giudice Paolo Borsellino? Travaglio nel suo spettacolo ha raccontato del depistaggio messo in atto da pezzi dello stato per imboccare la facile pista di Scarantino. Dell'ipotesi che l'amico frraterno di Falcone sia stato ucciso perché, avendo saputo dai Ros (Mori e De Donno) della trattativa, si sarebbe messo di mezzo.
Che raccontare ancora? Il suo suo senso dello stato, delle istituzioni e l'importanza del rispetto delle leggi.
Lo racconta egli stessi agli studenti:

"Se il mio vicino, il mio contraente, non mi paga, io devo essere in condizione di rivolgermi ad un giudice che lo condanni a pagare e che mi assicuri la possibilità di riprendermi quello che gli ho dato, di eseguire le esecuzioni immobiliari, pignoramenti e così via. Quando tutte queste cose non funzionano, cioè quando tutto questo clima di reciproca fiducia non viene assicurato dallo Stato, non funzionano perché la società civile non è ben vigilata dalla presenza pesante dello Stato; quando, nel caso di controversie nascenti tra le parti, lo Stato, con un'amministrazione della giustizia che è allo sfascio o inefficiente, non assicura la possibilità di risolvere pacificamente queste libere contrattazioni, allora, se esiste, se storicamente si è formata un'orgazzazione criminale in grado di assicurare qualcosa del genere, un surrugato di questa fiducia che lo Stato deve poter assicurare a tutti i cittadini, ecco che queste organizzazioni traggono forza, perché un surrugato di questa fiducia l'organizzazione criminale di tipo mafioso riesce ad assicurarlo. [..]Io posso rivolgermi a taluno al quale pagherò una tangente, un pizzo; in realtà mi da un servizio, mi protegge, nel senso che assicura che la mia fabbrica non sarà oggetto di attentati o non mi faranno ruberie o qualcosa del genere. La mafia nasce, si presenta, come qualcosa che assicura questi servizi. Naturalmente questi servizi non li può presentare a tutti perché per dare a uno deve togliere all'altro. Mentre la fiducia che lo Stato dovrebbe garantire - evidenziò Borsellino - riguarda imparzialmente tutti i cittadini, la fiducia che distribuiscono le organizzazioni criminali è una fiducia a somma algebrica zero perché, per fare il vantaggio di uno, le organizzazioni criminali devono fare necessariamente lo svantaggio dell'altro".
L'assenza dello stato, nell'assicurare i diritti ai cittadini, rafforza le mafie. Sono cose che diceva, invano, già Dalla Chiesa dieci anni prima.



Paolo Borsellino è uno dei magistrati citati da Antonella Mascali nel suo ultimo saggio “Vi aspettavo” .

24 maggio 2014

Mario Amato - il magistrato lasciato solo

Piombo contro la giustizia: Mario Amato e i magistrati assassinati dai terroristi
di Achille Melchionda

Mario Amato fu ucciso dai Nar perché, come altri magistrati,  lasciato solo: solo dal CSM, dai vertici della procura di Roma che assegnavano solo a lui fascicoli sul terrorismo nero (di cui faceva parte pure un figlio di un collega, Alibrandi).
Facendolo diventare un bersaglio da parte dei terroristi.
Rifiutò la scorta, per non mettere in pericolo altre persone.
La mattina in cui fu ucciso da Gilberto Cavallini aveva chiesto la macchina blindata perché la sua Simca era dal meccanico. La macchina era però disponibile solo dalle 9 e siccome  non voleva arrivare in ritardo ad un'udienza, prese l'autobus. Dove fu ucciso.
Le foto scattate sul luogo dell'omicidio riportano il particolare delle suole bucate. Era così preso dal lavoro, Mario Amato, che non aveva avuto nemmeno il tempo di comprarsi un paio di scarpe nuove.
Testimonianza di una vita dedicata interamente al lavoro. Un lavoro che l'aveva portato, dal terrorismo di destra alla P2, alla banda della Magliana, a Sindona.
I suoi assassini, figli di papà, il giorno dopo andarono a festeggiare ad ostriche e champagne a Treviso.
Loro di certo, non giravano con le suole bucate.
Mario Amato è il primo eroe suo malgrado di cui parla Antonella Mascali nel suo ultimo saggio “Vi aspettavo”: giornalisti, magistrati, preti, avvocati, poliziotti, sindacalisti, investigatori uccisi dalla mafia e dal terrorismo. Uomini lasciati soli nella loro battaglia, perché un po' anche noi li abbiamo lasciati soli.

29 maggio 2012

Le ultime parole di Falcone e Borsellino, di Antonella Mascali

Scrive nella prefazione il giudice Roberto Scarpinato:
“Più trascorrono gli anni e più cresce la mia sensazione di disagio nel partecipare il 23 maggio e il 19 luglio alle pubbliche cerimonie commemorative delle stragi di Capaci e di via D'Amelio. La retorica di stato ha i suoi rigidi protocolli ed esige che il discorso pubblico venga epurato da ogni sconveniente riferimento alle travagliate vicende che segnarono le vite di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, preparandone lentamente la morte.
Relegando nel fuori scena della storia quelle vicende, questa forma di autocensura consegna così alla memoria collettiva una narrazione tragica e, nello stesso tempo, semplice e pacificata, che si può riassumere nei seguenti termini: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino furono assassinati perchè con il loro lavoro di integerrimi magistrati, culminato nelle condanne inflitte con il maxiprocesso, erano il simbolo di uno stato che aveva sferrato un colpo mortale a cosa nostra, mandando in frantumi il miti della sua invincibilità ”.
E, continua più avanti l'autrice Antonella Mascali
“Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono eroi. E non volevano essere eroi. Erano e volevano essere servitori dello Stato. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono diventati martiri della Patria perchè sono stati lasciati soli. Perchè, come dice il procuratore Gian Carlo Caselli, ciascuno di noi non ha fatto il proprio dovere fino in fondo. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano magistrati isolati. Ostacolati. Calunniati.”

Qual'è allora, il modo migliore per ricordare veramente cosa sono stati Falcone e Borsellino, e tutti gli altri servitori dello Stato, morti nella battaglia per la legalità? Ricordare le loro parole, i loro discorsi, le loro interviste (che molte polemiche suscitarono), gli articoli sulle riviste.
L'autrice ha voluto mettere insieme diversi interventi scritti negli anni dalla metà degli anni '80 fino al 1992: l'unica modo per comprendere meglio cosa intendessero Falcone e Borsellino quando parlano di giustizia, pentitismo, di lotta alla mafia, della mafia al nord, di credibilità di uno Stato e di questione meridionale è proprio rileggersi le loro parole.

Oggi in troppi riutilizzano la loro figura in contrapposizione di “eroi dell'antimafia” per metterli in contrasto a quei magistrati che, sempre nell'ennesima solitudine, stanno facendo oggi il loro dovere di uomini dello Stato. Penso a Gian Carlo Caselli, Antonio Ingroia, a Sergio Lari, Nino Di Matteo, Domenico Gozzo: Falcone sì che era garantista, che portava a processo prove certe che arrivavano a sentenza e non “teoremi”.

In realtà in questo libro se ne trovano due : l'introduzione del giudice Scarpinato è ben più della solita prefazione che apre saggi del genere, ma bensì una ricostruzione storica e politica della lotta alla mafia in Italia.
Una lotta che è stata portata avanti sempre con mezzi e leggi di emergenza, poiché la mafia non è mai stata estranea al sistema di potere (criminale) delle nostre classi dirigenti.
Più che di lotta alla mafia bisognerebbe infatti parlare di contenimento della mafia: la “convergenza di interessi” tra sistema politico e sistema mafioso ha partorito quei nefasti intrecci che poi (con grave ritardo) le sentenze della magistratura hanno stabilito.
Negli anni '80, a seguito dei cadaveri eccellenti nelle istituzioni (Reina, Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, ma anche il giudice Terranova, il colonnello dei carabinieri Russo e il capitano Basile, il capo della squadra Mobile Boris Giuliano), a Palermo iniziò una stagione formidabile di inchieste, portate avanti dai magistrati del pool. Erano inchieste in cui la magistratura per la prima volta rivendicava un ruolo attivo (da “magistrati sceriffo” si disse) nel seguire le indagini sulla mafia criminale ma anche della mafia economica. Falcone seguì la pista dei soldi, partendo dalle indagini sul costruttore Spatola, per arrivare ad individuare le tracce del traffico di droga di cosa nostra con gli Stati Uniti.
Per la prima volta lo Stato e le istituzioni e la magistratura sembravano voler riconquistarsi quella credibilità, quella terzietà, quel ruolo che la Costituzione sancisce.
Erano finiti i “bei tempi” in cui il giudice istruttore non scopre nulla, che al massimo condanna qualche ruba galline, in cui si inauguravano gli anni giudiziari sostenendo la non esistenza della mafia.
Il pool scoprì (ma forse questa è una parola grossa) quel “Contesto”, per dirla alla Sciascia fatto da amministratori, politici locali e nazionali, prefetti e questori, avvocati e imprenditori, mafiosi e collusi coi mafiosi, tutti a braccetto in un unica foto.
Da qui partirono gli attacchi al pool e ai singoli magistrati: Torquemada, attentatori all'economia dell'isola, giudici politici che vogliono attaccare la Democrazia Cristiana, giudici sceriffi.
Sembra incredibile, ma a Falcone e Borsellino, quelli che oggi vengono ricordati in pompa magna, negli anni '80 furono vittime di richiami dal CSM, di volgari campagne stampa. Attaccati sui giornali dal corvo (uno che sapeva troppe cose) e da comuni cittadini che rivendicavano un po' di quiete, senza quelle sirene.

Falcone, lo stesso che oggi viene messo ad esempio, in contrapposizione ai magistrati giustizialisti e presenzialisti, fu bocciato alla nomina di giudice istruttore, fu bocciato al Csm, alla carica di Ispettore anti mafia, alla carica di superprocuratore.
Borsellino, se ne andò a Marsala ad aprire anche in quella parte dell'isola il filone delle inchieste sulle cosche, mai esplorato prima.
E dopo la morte di Falcone, rimase ancora più solo: escluso dalle indagini dal capo Giammanco, non fu mai sentito dai pm di Caltanissetta. Quelli che poi seguirono la falsa pista Scarantino.

Conclude Scarpinato:

"La realtà che abbiamo vissuto e sofferto con Giovanni e Paolo racconta che, diversamente da quanto si ripete nelle cerimonie ufficiali, il male di mafia non è affatto solo fuori di noi, è anche 'tra noi'. Racconta che gli assassini e i loro complici non hanno solo i volti truci e crudeli di coloro che sulla scena dei delitti si sono sporcati le mani di sangue, ma anche i volti di tanti, di troppi sepolcri imbiancati. Un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei servizi segreti e della polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d'oro, personaggi apicali dell'economia e della finanza e molti altri. Tutte responsabilità penali certificate da sentenze definitive, costate lacrime e sangue, e tuttavia rimosse da una retorica pubblica e da un sistema dei media che, tranne poche eccezioni, illumina a viva luce solo la faccia del pianeta mafioso abitata dalla mafia popolare, quella del racket e degli stupefacenti, elevando una parte a simbolo del tutto."

L'elenco degli interventi raccolti:
  • Cose di cosa nostra, Giovanni Falcone
  • Discorso agli studenti dell'istituto tecnico di Bassano del Grappa tenuto da Paolo borsellino il 26 gennaio 1989 (un pezzo del video).
  • La lettera ad una professoressa che Borsellino scrisse alle 5 di mattina il 19 luglio 1992.
  • Recensione di Giovanni Falcone del libro di Saverio Lodato “10 anni di mafia” (qui il link per ordinare l'ultimo volume di Lodato).
  • La mafia come antistato, intervento di Falcone al convegno “I problemi della criminalità organizzata” 1989.
  • Intervento di Giovanni Falcone al dibattito organizzato a Palermo il 17 dicembre 1984 da Unità per la Costituzione.
  • Contributo di Giovanni Falcone al titolo “Valutazioni probatorie relative al pentitismo” tenuto nel 1986 a Torino da parte dell'ANM.
  • Il diario di Falcone, pubblicato da Liana Milella sul Sole 24 ore.
  • L'articolo uscito nel 2002 su l'Unità di Saverio Lodato, sull'ultimo incontro con Falcone “La solitudine di Giovanni Falcone”.
  • Prefazione di Falcone al libro “Estorti e riciclati”, libro bianco della confesercenti a cura di MassimoCecchini, Milano 1992.
  • Intervista rilasciata da Paolo Borsellino ad Attilio Bolzoni “Il pool antimafia smantellato” (link); intervista rilasciata da Borsellino a Saverio Lodato il 20 luglio 1988 “Vogliono smantellare il pool antimafia” (link). 
  • Veglia per Giovanni Falcone, 23 giugno 1992, Palermo.
  • Discorso tenuto alla biblioteca comunale di Palermo, il 25 giugno 1992.
  • L'ultima intervista di Paolo Borsellino ai giornalisti Calvi e Moscardo il 21 maggio 1992.
  • Intervista al TG5 con Lamberto Sposini il 25 giugno 1992.
  • Discorso di commiato tenuto alla Procura di Marsala il 4 luglio 1992 “Me ne sono andato in punta di piedi”.

Pretesti di lettura

"Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro. Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera. Facendo il nostro dovere; rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici...; collaborando con la giustizia; testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia... dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo."
Paolo Borsellino alla veglia per Giovanni Falcone, 23 giugno 1992.

"Mai avuto la tentazione di abbandonare questa lotta. L'unica cosa che chiederei è che questa tensione non venga mai meno. Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini."
Giovanni Falcone.

"C'è una trattativa tra la mafia e lo Stato dopo la strage di Capaci, c'è un colloquio tra la mafia e alcuni pezzi infedeli dello Stato, c'è questa contiguità tra mafia e pezzi deviati dello Stato [...] Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno [...]."
Paolo Borsellino durante un colloquio con la moglie.

"... lo Stato non si presenta con la faccia pulita [...] Che cosa si è fatto per dare allo Stato, in queste regioni e comunque dappertutto in Italia, un'immagine credibile? [...] la vera soluzione sta nell'invocare, nel lavorare perché uno Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni."
Paolo Borsellino nel discorso tenuto agli studenti di Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989.

"Il vigliacco muore più volte al giorno, il coraggioso una volta sola. L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno. È saper convivere con la propria paura, non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza."
Giovanni Falcone.

"È penoso quello che ho dovuto ascoltare nei corridoi di questo palazzo, constatare che, tranne pochi, tutti sono contenti per il fatto che me ne sto andando."
Giovanni Falcone, prima di lasciare la Procura di Palermo.

« All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso »
L'ultima intervista di Paolo Borsellino, dove parla della nuova mafia imprenditrice e di Mangano e Dell'Utri

"No, io non mi sento protetto dallo Stato."

Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell'ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia [...].

"L'equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l'organizzazione mafiosa, però la magistratura non l'ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. Eh no! Questo discorso non va perchè la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire che ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da queste vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.
Questi giudizi non sono stati tratti perchè ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. Si dice: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto... ma dimmi un poco... tu non ne conosci gente disonesta che non è mai stata condannata perchè non ci sono le prove per condannarla? C'è il forte sospetto che dovrebbe, quanto meno, indurre i partiti a fare grossa pulizia, a non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi e fatti inquientanti...".

Paolo Borsellino a uno studente di Bassano del Grappa, 26 gennaio 1989

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