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05 settembre 2018

La settima notte di Veneruso, di Diego Lama


Sette casi per il commissario di polizia giudiziaria Veneruso, del commissariato di piazza Dante a Napoli.
Siamo a Napoli nel 1884, nei mesi in cui il colera flagellò la città, uccidendo migliaia di persone (forse più di diecimila e se ne ammalarono cinquantamila): tra queste, e non nella finzione letteraria, anche la sorella della bisnonna dell'autore. La storia di Diego Lama, della sua famiglia, non sarebbe mai esistita: pur di non rimanere solo, il bisnonno propose alla sorella, Giuseppina, di sposarlo e questa, così racconta Diego Lama, fu convinta solo in sogno ..
Il colera però deve aver inciso profondamente sulla mia storia personale, anche se non lo sapevo, non prima dell’arrivo di Veneruso, con i suoi fantasmi, i suoi demoni, le sue paure, i suoi malumori, la sua collera. Il commissario è dunque figlio di quelle vicende tramandate di generazione in generazione

Come ogni personaggio che si rispetti, quindi, il commissario Veneruso nasce anche dai ricordi personali dell'autore: nella prefazione viene presentato così “grassoccio, pesante, stanco, sudicio, invidioso, triste”;
sempre arrabbiato (come se stesse camminando con delle scarpe troppo strette), col sigaro in bocca e troppi pensieri che gli fanno compagnia nelle notti solitarie.
Forse quel brutto carattere non dipende solo dal suo essere grassoccio e nell'avere a che fare coi cadaveri: sta nel suo vivere da solo, costretto a scambiarsi poche parole tra se e se pur di avere l'impressione di convivere con qualcuno. Qualcuno che lo aspetti la sera, che gli faccia il bucato e che lo carezzi la testa per farlo dormire la notte.

Ma Veneruso è anche un poliziotto che sa fare il suo mestiere, anche quando deve confrontarsi con le persone dell'alta nobiltà, lui che viene dal basso. Nessuno scrupolo a fare domande, anche dirette, per cercare di dipanarsi dalla nebbia che avvolge i casi all'inizio.
A modo suo sarebbe anche una persona sensibile, che capisce le cose.
E a cui la verità dei casi, perché alla fine statene certi, a risolvere i casi ci arriva sempre, fa male.

Dopo averlo visto all'opera ne “Lacollera di Napoli” e risolvere un brutto caso di omicidi di bambine, qui lo incontriamo alle prese con sette casi, nei sette giorni della settimana, da lunedì a domenica, con degli intermezzi tra caso e caso, quando risolto il caso, Veneruso è alle prese con le sue notti insonni, i suoi incubi, il suo rimuginare sui delitti e sugli assassini. E su quella serenata che sente tutte le sere ..

Sono delitti semplici, di persone semplici e di persone della borghesia, delitti originati dal desiderio di vendetta, dall'istinto di difesa, per ignoranza o per fame.
O per un istinto malsano di voler rubare i ricordi al prossimo.

Le sorelle Corcione
Lunedì, settembre 1884

Il commissario Veneruso alle sei meno un quarto del mattino era in piedi di fronte alla porta dell’avvocato Francesco Saverio Carusio in via Costantinopoli, nel quartiere di San Lorenzo.

L'avvocato Carusio ucciso nel suo studio, una stanza chiusa dal di dentro. Chi lo ha ucciso? Perché quella cassapanca col contenuto rovesciato per terra?
Difficile trovare l'assassino in quella strana famiglia, dove l'avvocato era l'unico uomo: una moglie, la sorella della moglie, la suocera e la cameriera.
Ma Veneruso arriverà all'intuizione giusta, senza porsi troppi riguardi nei confronti delle persone che si trova di fronte

Veneruso era brusco e poco educato. Lo sapeva, veniva da una famiglia umile. La carriera se l’era costruita tutta a sue spese: ci teneva alla maleducazione e al brutto carattere, erano le tracce della fatica

Tre cose
Martedì, settembre 1884

Il commissario capo Veneruso passò la mattinata di riposo a casa, a letto, a riflettere, a ricordare, a rimpiangere, a tormentarsi con i soliti sensi di colpa.

Una donna trovata morta nella sua stanza, con un coltello conficcato in pancia. Era una dottoressa, una delle prime donne ad essersi laureata in medicina.
E una assassina, rea confessa, la cameriera, che continua a ripetere la stessa frase
Tu hai preso tre cose a me — disse piano, ma parlando con se stessa — e io ho preso una cosa a te

Cosa sono queste tre cose?
Facendo le domande giuste, a volte colpendo nel mucchio, Veneruso riuscirà a far girare le cose nel modo giusto, a trovare l'intuizione giusta per la soluzione.

L'impiccata
Mercoledì, settembre 1884 
Buongiorno, commissario — disse l’agente Rocco aprendo la porta della stanza, ma senza entrare.
C’è un morto nella campagna del Vomero: sono venuti a chiamarci due postali. Che facciamo, ci andiamo?


Una donna morta, in una casa di campagna: è una donna trovata impiccata ad una trave. Una donna incinta che si sarebbe suicidata.
Era incinta, Mimì — disse lui a Rocco. — Ma una donna incinta, secondo te, s’impicca a una trave di legno?

No, per uccidersi in quel modo deve esserci dietro una brutta storia, dentro questa famiglia di tre fratelli tutti uguali, di poche parole, di amori imposti dalla famiglia e il desiderio di scappare all'America..


La signora Silvana
Giovedì, settembre 1884 
L’agente Serra aspettava il commissario Veneruso in piazza Trinità Maggiore, di fronte alla grande insegna verticale della pasticceria Il Cigno.

Il racconto è un omaggio a Silvana e al suo personaggio ne l'Oro di Napoli: una famiglia felice, vista da fuori, un marito innamorato della moglie che però è malvista dalla contessa madre perché viene da fuori.
Alla fine dell'inchiesta, fatta come al solito con delle domande ficcanti, l'amara verità
Possibile che il suo lavoro dovesse essere tanto stupido e tanto increscioso?, si domandò. Possibile che ogni indagine gli lasciasse solo sapore amaro in bocca?


Veneruso e lo scuoiato
Venerdì, settembre 1884 
Era ora di pranzo e il commissario capo Veneruso, seduto alla scrivania del suo ufficio, sentì un leggero dolore allo stomaco dovuto forse alla fame.

Il pranzo a base di spaghetti e polipetti è destinato a saltare, per un cadavere trovato scuoiato in un lupanare, vicino al porto.
L'assassino? Una persona che amava strappare le storie e i ricordi alle sue vittime.

Zezolla
Sabato, settembre 1884 
Una volta al mese il commissario Veneruso si recava alla Casina Rosa, in via Speranzella, tra i Quartieri Spagnoli e Chiaia

Sabato è la giornata in cui, una volta al mese, Veneruso si concede i piaceri della carne, in compagnia di Annarella, in una casa di tolleranza molto discreta.
Un rapporto quasi tra marito e moglie, visto che i loro incontri fatti anche di tenerezze, vanno avanti da anni.
Ma questa è una settimana particolare e anche questa parentesi di felicità è interrotta dalla scoperta di un cadavere, nella casa di fronte che, tra l'altro, è un bordello di terz'ordine.
— Chi è? — chiese alla donna. — E io che ne so? — Non era ospite tuo? — È venuto con Zezolla. — E chi è Zezolla? — Una che prende la camera in fitto, ogni tanto.

Con chi era salito il morto? Con Zezolla, una signora coi capelli bianchi con un cappellino in testa - gli viene risposto.
Ma la soluzione del caso gli arriverà dall'osservare quel paio di scarpe particolari sotto il letto.

La serenata
Domenica, settembre 1884 
Veneruso non aveva mai visto una donna tanto brutta e tanto grassa: affondava nella poltrona come un’imbarcazione impantanata per metà nel fango.

Un omicidio proprio nel palazzo sotto cui si era imbattuto, seguendo la serenata che aveva accompagnato le sue notti.
Una signora anziana trovata morta nella sua stanza e a fianco le sue sette figlie, di cui una colpevole, a detta delle sorelle.
Tutt’intorno, nel buio pesto, c’erano le ragazze. Dovevano essere le figlie: sette. Tutte e sette in camicia da notte bianca, tutte scalze. Sette fantasmi.

Una storia che sembra quella di Cenerentola, dove però nulla è come sembra e dove il carnefice si trasforma in vittima.

La settima notte

L'ultima notte del commissario, dopo l'ultimo caso, quando finalmente, dopo una settimana pesante, senza nemmeno la consolazione della sua Annarella, la Sorrentina, perché nel mentre si è dovuto occupare di un delitto, Veneruso riesce finalmente ad addormentarsi, senza troppi pensieri.

La scheda del libro sul sito di Gialli Mondadori e qui potete leggervi il primo capitolo.
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30 giugno 2016

La collera di Napoli, di Diego Lama

Nei delitti si inciampa sempre, pensò Veneruso, solo e unicamente per volontà del padreterno”.

Napoli, settembre 1884.
Mentre in città l'epidemia di colera miete vittime e un cordone sanitario viene stretto per impedire che l'epidemia si estenda troppo, sulla spiaggia di Trecorone vengono rinvenuti, uno dopo l'altro, i corpi di diverse ragazzine, uccise, il corpo parzialmente devastato dall'azione dei topi.
Sono i delitti delle Sirene, così sono stati chiamati dalla stampa, che suscitano una forte attenzione nonostante le centinaia di vittime del colera, la nuova peste che non guarda in faccia a nessuno.
Di questi delitti se ne occupa il commissario della Regia polizia Veneruso.

Personaggio fuori dagli schemi, questo investigatore: non è un'appassionato delle scienza investigativa come Sherlock Holmes, anzi è abituato a comprendere la colpevolezza di un sospettato da un'espressione, una parola detta o non detta (altro che Lombroso e le sue teorie piemontesi). Come il più celebre Maigret di Simenon, ma a differenza di quest'ultimo è scapolo, vive da solo e si concede una volta al mese la compagnia di una prostituta, sempre la stessa, nella casa di tolleranza “Cascina rosa”.
Non è nemmeno un amante della buona cucina come il Montalbano di Camilleri, che per tutti i rospi che ha dovuto ingoiare nella carriera lo stomaco nemmeno saprebbe apprezzare la buona cucina.
Forse, assomiglia un po' al Ricciardi di Maurizio De Giovanni: meno bello, più stagionato, che come lui gira per le strade di Napoli ad osservare il contrasto tra ricchezza e povertà, senza però i demoni di quest'ultimo a fargli compagnia, solo i cattivi pensieri.

Diego Lama ci fa conoscere fin da subito la sua incazzatura, il suo essere cinico nei confronti del mondo, disilluso per tutto quello che ha visto e vissuto, fin dalle prime pagine quando si imbatte in un ragazzino, appena sedicenne, assassino della matrigna, senza alcun pentimento.
Un uomo brusco, di poche parole:
«Così come?» «Brusco e di poche parole, commissario.» La suora si fermò e lo guardò.«Non ci vado d'accordo con le parole.» 
Veneruso era imbarazzato. «Anzi, le parole non mi piacciono, mi stancano, mi fanno male alla lingua, mi consumano la mandibola. Preferisco stare zitto. Ascoltare.»

Ce l'ha con tutti, questo Veneruso: coi suoi sottoposti cui non concede mai una buona parola di fronte.
Coi preti di cui non si può fidare e con le suore, con cui avrà molto a che fare con questa inchiesta.
E coi piemontesi, intesi come la classe dirigente sabauda che aveva “invaso” l'amministrazione delle città del sud:
«Ho portato oggi la mia comunicazione riservata al capo di gabinetto del prefetto, che mi ha guardato come se gli avessi fatto il peggiore dei torti.» 
«Voi a lui?» «Certo.» 
«Ma perché, non si doveva scoprire il colpevole?» 
«A giudicare da come l'ha presa, no.» 
«Ma sono tutti camorristi.»«No. Sono tutti piemontesi.»

Piemontesi come Lombroso e le sue teorie sulle relazioni tra il cranio e la propensione a fare delitti, come il capo di gabinetto e il suo essere untuoso, come il re Savoia che per esprimere vicinanza ai napoletani aveva fatto la sua sfilata in città.
Città con gli scarichi delle fogne che sfociano in mare.

Ma non è solo questo, depresso, irritabile, solitario, nervoso, perennemente col sigaro in bocca: Veneruso è comunque un investigatore capace, che sa trovare la pista giusta in un caso, che sa vedere e collegare fatti per trovare un perché e un colpevole per ogni delitto.
E, a modo suo, è anche una persona con un'umanità profonda: non è solo dei delitti delle sirene che si deve occupare, anche di un traffico di bambini, venduti dalle famiglie povere ai signori ricchi che bambini non ne possono avere e che non intendono perdere tempo con troppa burocrazia.
Famiglie ricche che poi nemmeno pagano il prezzo delle loro colpe:
Non tutti gli omicidi avevano lo stesso peso, e non tutti i delitti erano delitti: c'erano quelli dei signori e quelli dei pezzenti. I signori uccidevano, ma con rispetto e solitamente senza peccato, per errore, con rammarico, per per necessità, per onestà, senza volontà, per onore, per difesa, per disperazione, senza conseguenze, e da signori. E per questo non dovevano, e non potevano, essere puniti. A meno che non si ammazzassero tra di loro. I pezzenti invece uccidevano in modo truce, volgare, selvaggio. Su di loro, al contrario, la giustizia si accaniva con inesorabile ferocia, senza dare al malcapitato alcuna possibilità di redenzione: niente pietà, niente speranza, niente salvezza”.

Era questa (era? Ma non è così anche oggi forse) la giustizia con cui il commissario aveva a che fare “ma ciò nonostante non poteva far altro che il suo lavoro”.

I delitti delle sirene.
Nonostante ai suoi superiori forse i delitti delle ragazzine interessino poco, di fronte alle centinaia di morti per il colera, Veneruso sente quelle morti quasi come un fatto personale.
E inizia a farsi delle domande: come è possibile che tutte quelle adolescenti trovate morti, non siano state riconosciute da nessuno? Nessuno ne ha denunciato la scomparsa ..
Da dove venivano, dove sono state uccise, perché finiscono sulla spiaggia .. e quella medaglietta trovata stretta nella mano di una vittima .. una rosa .. cosa significa?
Un'intuizione porta Veneruso e i suoi uomini verso una possibile spiegazione: se nessuno ne ha denunciato la scomparsa, è perché forse non avevano una famiglia.
Perché vivevano in un orfanotrofio: proprio vicino alla spiaggia si trova il Convento di Santa Maria Vergine di Porta Capuana, al cui interno si trova l'orfanotrofio gestito dalle suore Ave gratia plena.

Ma fare un'indagine dentro un convento non è facile: nessuno sa niente e nessuno a visto niente. Le suore, anche quelle che gestiscono le ragazze, come suor Elvira, sono collaborative, altre addirittura si dimostrano ostili nei confronti della polizia, come suor Giuseppina.
Intanto le indagini si erano arenate. Ma quali indagini? Continuava a girare a vuoto senza un barlume di idea, a parte due convinzioni: la prima era che l'assassino delle ragazzine doveva per forza nascondersi all'interno del convento; la seconda era che le suore avevano molti segreti, ognuna per conto proprio, nessuna esclusa.Nient'altro.«Preti» sussurrò entrando nella piccola chiesa.”

La pista è giusta e porta dritta al convento: grazie alla sua ostinazione, qui dentro Veneruso scoprirà una storia di passioni, di segreti, di relazioni pericolose. Usando la sua tecnica, l'unica che conosce:
.. non era un investigatore raffinato: i casi li risolveva sempre sul posto, parlando con la gente, ascoltando, osservando, stuzzicando, studiandone i movimenti, interpretando gli sguardi, le esitazioni, i turbamenti, la rabbia e smascherando le bugie”. Per Veneruso non c'era altro modo: erano sempre i colpevoli, alla fine, a rivelarsi e ad arrendersi. Perché anche i suoi criminali non erano mai assassini raffinati, ma disgraziati inciampati nel delitto ..”

Il booktrailer:

Buona lettura!
La scheda del libro sul sito dei Gialli Mondadori

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