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28 agosto 2025

Città di polvere di Romano De Marco



Prologo

Sfuggire all’inferno ed essere costretti a tornarci non è come la prima volta. È molto peggio. Questo inferno ha il nome di carcere di Canton Mombello, a Brescia.

La polvere che da il titolo al libro è la cocaina, la droga consumata dai manager rampanti per continuare a supportare lo stress del lavoro, da professionisti famosi per rendere più “allegra” una serata: una droga consumata in modo trasversale da ricchi e meno ricchi, droga che arriva a quintali dal sud del mondo e che imbianca Milano prendendo il posto della neve che ormai è solo un ricordo.

Un business molto redditizio a Milano: un business che ha bisogno di agganci giusti coi narcotrafficanti sudamericani, di grandi disponibilità di denaro, tutte cose di cui la ndrangheta dispone. Ma c’è bisogno anche di avere le spalle coperte: sbirri corrotti per neutralizzare le confische e i controlli, banche compiacenti da cui far transitare queste somme di denaro, notai che chiudono un occhio e anche due sulla costruzione di società offshore tirate su per nascondere i nomi dei reali proprietari.

Funziona tutto, finché non arrivano concorrenti in questo business: qualcuno che arriva sulla piazza e decide di far fuori il potere della ndrina del boss Capasso colpendola diritto al cuore.

Via Broletto è una delle sue diramazioni e ospita banche e uffici, oltre a qualche ristorante. L’ultima arrivata è la filiale della Flasher Bank.

Questo è quella che succede a Milano in una fredda mattina di inverno con l’assalto a quella strana banca in piazza Cordusio, la Flasher bank: un furgone si accosta al marciapiede, scendono 4 persone col viso coperto, sanno bene come muoversi dentro l’istituto. Prendono i soldi custoditi dentro la cassaforte e poi aprono il fuoco sul personale dell’istituto. Una strage che continua anche fuori:

Nello stesso momento in cui dalla curva sbuca l’Alfa Romeo della polizia, dal bazooka parte un razzo a carica cava da 66 millimetri

Fucili d’assalto, un bazooka per far saltare la volante della polizia, 9 morti in banca e sulla strada: questa non è una rapina, ma un atto militare.

Il Questore Boschi affida l’indagine alla commissaria Laura Damiani appena arrivata da Roma dove si è fatta le ossa con la lotta contro la criminalità organizzata.

Ci sono state falle nel sistema di sicurezza della Flesher bank, una banca dove normalmente non sono custodite enormi quantità di denaro, ma che eccezionalmente quella mattina in cassa c’erano 12 ml di euro.

Laura Damiani deve guardarsi alle spalle: in Questura girano brutte voce sul commissario Matteo Serra, a capo del nucleo antidroga. Anche lui arriva da Roma, dove ha collaborato col Sisde, venendo a conoscenza di tanti segreti che ha raccolto in una serie di dossier personali che – si dice – usi per ricattare i suoi nemici e chiunque voglia mettersi sulla sua strada.

Come ad esempio il giudice Salvemini: procuratore a Milano, ha deciso di colpire Serra usando un ex poliziotto della Questura, Marco Tanzi, che dovrà infiltrarsi nel carcere di Mombello a Brescia, per avvicinare un contabile della ndrangheta che è stato arrestato per reati di pedofilia.

Mi ascolti, Betti! Non sono pazzo e quello che le sto rivelando non è una mia fantasia. Matteo Serra è l’uomo di fiducia del più potente clan della ’ndrangheta a Milano.”

Marco Tanzi è stato un poliziotto importante a Milano, poi il crollo, una condanna a dieci anni di carcere scontata completamente, poi la vita sulla strada come clochard.

Mi chiamo Marco Tanzi. Sono un ex poliziotto, ex padre di famiglia, ex detenuto. Ho passato quasi otto anni in posti come questo. Quando ne sono uscito, ho scelto di vivere ai margini del mondo, di dormire per strada..

È stata la scomparsa della figlia, Giulia, a dargli la forza di riprendersi e di rifarsi una vita. E anche l’amicizia con un altro poliziotto di Milano, Luca Betti. È a lui che Salvemini chiede di avvicinare Tanzi e proporgli questa operazione segreta: è l’unico modo per arrivare a colpire il potere economico della ndrangheta a Milano e il potere del ricatto di Matteo Serra.

Nonostante Betti, l’unico amico che gli sia rimasto, cerchi di dissuaderlo, Marco Tanzi decide di accettare la proposta del giudice Salvemini:

Non credo in niente, non c’è niente di sacro nella mia vita, nessuna speranza, nessuna redenzione. Vivere o morire, in fondo, per me è la stessa cosa.

Cos’ha in mente Tanzi per davvero? Vuole veramente aiutare la giustizia oppure ha in mente altro per la testa? Anche per Luca Betti, uno che lo conosce bene, è difficile decifrare i suoi pensieri.

Nel frattempo l’indagine del commissario Laura Damiani riesce a trovare uno spiraglio dove andare ad indagare muovendosi dentro la società di security che movimenta i soldi della banca e dentro i legami tra alcuni dipendenti e una associazione di estrema destra, la destra del dio patria e famiglia..

Ma bisogna muoversi in fretta, prima che a Milano scoppi una vera guerra tra la ndrangheta, che non può accettare che qualcuno le faccia concorrenza e questo nuovo gruppo criminale che ha deciso di trasformare la capitale morale d’Italia nella capitale dello spaccio di una nuova droga sintetica che andrà a rimpiazzare la cocaina.

Questo romanzo è il secondo della serie “Nero a Milano”, scritta da Romano De Marco: in ognuno dei racconti l’autore ha inserito nel libro rimandi ai capitoli precedenti, per cui possono essere anche letti indipendentemente l’uno dall’altro.

Al centro ci sono due poliziotti della Questura, Marco Tanzi e Luca Betti con alle spalle anni di lotta alla criminalità e due matrimoni falliti e che ora si trovano, alle soglie dei cinquant’anni a dover fare i conti con la propria vita, coi tanti fallimenti, con una disillusione sul loro futuro:

Ma la vera novità è che non mi importa più di niente. Non mi importa di nessuno di loro. Ho passato una vita intera a preoccuparmi per gli altri, ora sento la necessità di dedicarmi un po’ a me stesso.

Sullo sfondo la città di Milano che non è quella del Duomo, di via Montenapoleone: è la città delle periferie grigie, coi casermoni tirati su per ospitare gli operai di una industria che oggi è sparita.

Una città dove la criminalità si muove in modo felpato, stando attenta a non suscitare l’allarme della pubblica opinione con omicidi eccellenti lasciando loro l’illusione di vivere al sicuro dai criminali.

Eppure, come raccontano le cronache, la ndrangheta qui in Lombardia, a Milano, ha steso un patto di federazione con le altre mafie per spartirsi gli appalti.

Tutto questo succede grazie a delle complicità, connivenze, col mondo dei professionisti, con gli imprenditori che non denunciano il pizzo, con quelle banche che non segnalano i movimenti sospetti. Con la politica che chiude un occhio e magari alza il polverone solo contro la piccola criminalità di strada, contro gli immigrati in strada..

La polvere del titolo non è solo quella della coca – come spiega l’autore nella presentazione – ma è anche la polvere dei sentimenti, dei rapporti umani (non solo per i due poliziotti al centro della storia) “che sono diventati più aridi, più difficili, una città che si è anche arresa a questa aridità nei rapporti.”

E questo vale anche per i due protagonisti, di fronte alla crisi dei cinquant’anni intesa come difficoltà nel vedere il proprio futuro.

Mi è molto piaciuto il capitolo dove si racconta la vita dentro il carcere, le logiche che lo governano, la violenza usata dai secondini per gestire l’ordine dentro quei luoghi dove i condannati dovrebbero uscire migliori da come sono entrati:

No, non li condanno. Sono come i poliziotti di Pasolini, quelli di Valle Giulia. Proletari di pubblica sicurezza che spesso e volentieri arrancano per pagare l’affitto e arrivare alla fine del mese.

Arrivati alla fine del racconto, dove non mancano i colpi di scena, vedremo Milano con occhi diversi, perché, come racconta uno dei protagonisti, Luca Betti, “Tanto le maschere sono destinate a cadere e si finisce sempre per apparire ciò che si è realmente”.

Una città dove è facile lavorare ma dove è difficile vivere – sono sempre le parole dell’autore.

Gli altri romanzi della serie con Marco Tanzi e Luca Betti:

La scheda sul blog dell’autore e altre recensioni qui.

La presentazione del libro sul sito di Feltrinelli.

I link per ordinare il libro su Amazon

 

21 agosto 2025

Malempin di Georges Simenon


Anche a posteriori, resto convinto che quella giornata fu più rapida di altre e subito mi viene in mente la parola «vertiginoso». Da qualche parte in fondo alla memoria, ho un ricordo dello stesso genere. Stavo giocando nel cortile della scuola. No, è impossibile, dal momento che c’è di mezzo un tram. Non importa! In una strada. Oppure in una piazza. Più in una piazza, dato che rivedo con precisione degli alberi e so per certo che si stagliavano contro un muro bianco. Correvo. Correvo a perdifiato. Perché?

Era una vera ossessione per Georges Simenon il dover raccontare la borghesia francese nei suoi racconti: il desiderio di emergere dalla massa, l’importanza di acquisire un certo agio economico (l’auto nuova, le vacanze al sud), donne sorridenti, bambini educati e ben vestiti..
Come la famiglia del dottor Edouard Malempin, medico quarantenne con una moglie, Jeanne e due figli. Lo incontriamo in una giornata in cui si sente addosso una strana “smania”, come se avesse paura di qualcosa che sta per succedere: è l’ultimo giorno di lavoro e sta per andare in vacanza con l’auto appena ritirata dal concessionario. Eppure quell’ansia è ancora lì, un peso che lo riporta ad altri momenti della sua infanzia. Varcata la soglia di casa basta una sola parola sussurrata dalla moglie per annunciargli il problema, “Bilot…”: il figlio più piccolo ha una malattia infettiva alla gola, forse difterite.

Parte da qui il viaggio del dottor Malempin nel suo passato, attraverso i ricordi della sua infanzia, anche i ricordi che aveva cercato di nascondere nelle pieghe della memoria, i piccoli segreti della sua famiglia con cui non ha mai voluto fare i conti. E tutto nasce da quello sguardo del figlio nel suo letto: uno sguardo ("definitivo", così lo chiama Malempin) che gli illumina una verità essenziale, una di quelle che devono essere taciute, tenute nascoste, per mantenere la tranquillità borghese della famiglia.

Bilot continua ad osservarmi. Ha gli occhi lucidi, un po' offuscati, ma non mi abbandona un istante. Sta pensando? [..] La notte in cui guardavo mio padre ... E d'un tratto me ne vergogno, ho la sensazione di aver commesso un'ingiustizia. Da allora, da quando avevo sette anni, mi sono sempre accontentato di quell'unica immagine di mio padre. Non ho mai cercato di sapere. Peggio! Bisogna che si sincero fino in fondo: non ho voluto sapere. Per anni ho preferito non pensarci. [..] Mi sono affrettato ad accettare i fatti: mio padre sepolto a Saint-Jean d'Angely, mia madre che trascorre la sua vecchiaia in rue Championnet, mio fratello e...

Cosa non ha voluto sapere Malempin? Capitolo dopo capitolo è lui stesso a raccontarcelo, annotando la storia della sua famiglia in un suo diario personale come se fosse una forma di liberazione da un peso con cui ha convissuto per anni.

La storia di una famiglia di contadini, il padre un garzone che aveva sposato una donna di città proveniente da una famiglia caduta in disgrazia che ha sempre cercato di far mantenere un certo contegno ai figli, a tavola e nel vestire.

Uno zio ricco, lo zio Tesson, sposato con una donna più giovane, zia Elise, morbida e molto “femminile”. I ricordi delle domeniche in cui andavano a trovare questi zii, le tensioni tra di loro che il piccolo Edouard percepiva ma non riusciva a comprendere fino in fondo.

Un altro zio, fratello del padre, volgare e non ben visto dalla madre.

Il ricordo “piacevole” dei giorni di assenza, quando poteva rimanere a casa perché aveva la febbre: proprio come in quei giorni di autunno dove la pioggia aveva allagato le campagne e lo zio Tesson era venuti a trovarli..
Lo zio che poi era scomparso, proprio durante quei giorni di pioggia..

È tutto un mondo di odori, di suoni, che emerge dal passato, quel passato che ha fatto diventare il bambino Malempin - silenzioso, solitario, osservatore dei dettagli ma in realtà sempre distratto – l’uomo che è adesso.

Un uomo all’apparenza freddo ma gentile, con un rapporto irrisolto col padre e con la madre che lo considera ancora un “bambinone”. Un uomo che non si è mai lasciato andare, con una moglie sposata per calcolo, per raggiungere quella tranquillità familiare delle tante famiglie borghesi come i Malempin.

Quando presi in considerazione l’idea di sposarmi, pensai a quei cataloghi che mostrano in copertina giovani donne dolci e sorridenti, abbigliate con quelle maglie o quei vestiti che si possono fare con le proprie mani a partire da cartamodelli.

Un uomo che ha attraversato la vita in punta di piedi:

Perché ho imparato che tutto è fragile, tutto quanto ci circonda, tutto quanto prendiamo per la realtà, per la vita: la fortuna, la ragione, la quiete… E la salute, soprattutto!… E l’onestà..
In certi giorni, se mi fossi lasciato andare...

La scheda del libro sul sito dell'editore Adelphi

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18 agosto 2025

Dimenticare Milano di Romano De Marco

 


PROLOGO PRIMO

Golfo di Guinea, cinquecento miglia al largo di Lagos, Nigeria

Di fronte al mare aperto provo un senso di desolazione. Questo deserto color cobalto mi ricorda Thomas Mann, quando nel Doctor Faustus il protagonista chiede al diavolo di spiegargli come è fatto l’inferno.

Marco Tanzi era stato un buon poliziotto a Milano: come un serpente, ha cambiato pelle molte volte prima di ritrovarsi oggi a bordo di un mercantile, al largo delle coste africane, a capo di un gruppo di contractor che devono scortare la nave dagli attacchi dei pirati. Che in fondo non sono altro che disperati costretti ad assaltare navi straniere “ridotti in miseria da altri tipi di pirateria, come quella della pesca illegale perpetrata dalle flotte di Russia, Cina, Francia e altri Stati, Italia compresa”.

Poliziotto, poi clochard, poi la lenta risalita dal fondo, investigatore privato a Milano e ora contractor in Africa: uccidi senza lasciare testimoni scomodi. Un po’ come capitava una volta per le strade di Milano quando ancora aveva il distintivo.

Prima di scappar via in Africa lasciandosi alle spalle la vecchia vita e poche amicizie rimaste: Giulia la figlia, l’ex compagna, il collega Luca Betti nella Mobile di Milano.

Mi chiamo Marco Tanzi, ho cinquantatré anni. Sono stato un poliziotto e un investigatore privato. Ho vissuto otto anni in carcere e due per strada, fra i senzatetto.

Avrebbe voluto che il mondo si dimenticasse di lui, ma il destino gli sta presentando il conto.

PROLOGO SECONDO Via Cascina Bazzana, periferia sud di Milano

Corriamo pancia a terra, in un campo di erba medica, col rischio di cadere a ogni falcata per un sasso..

Luca Betti è un commissario della Mobile di Milano, è cresciuto professionalmente a fianco di Marco Tanzi che considera come un fratello, un (cattivo?) modello da imitare come poliziotto.

Prima che Tanzi lo abbandonasse senza un perché, senza una spiegazione.
Ha condotto diverse operazioni importanti contro il crimine organizzato, fino all’ultima operazione dove, ancora una volta, trovandosi di fronte ad una situazione delicata, decide di agire di propria iniziativa, senza aspettare quegli “ordini superiori” che avrebbero fatto perdere minuti preziosi.

Ma questa volta un collega viene colpito e Luca si ritrova sospeso dal servizio in attesa del completamente dell’indagine interna.

Luca Betti si ritrova senza un distintivo, forse senza un lavoro e con tanti sensi di colpa, per il collega in ospedale e in fin di vita. E per tutte le cose belle della sua vita che si sta perdendo, come la figlia Sara che vede poche volte.

«Ciao, Luca». 
«Marco». Luca Betti scuote la testa cercando invano le parole, la reazione giusta. 
«Non so se sbatterti la porta in faccia, abbracciarti o prenderti a pugni». 
«Intanto che ci pensi, mi fai entrare?»

I due (ex) poliziotti si ritrovano adesso a Milano: Marco Tanzi è stato informato che Lorenzo, il figlio del fratello Renato, è stato picchiato e abbandonato in un cassetto. Deve scoprire chi è stato a ridurre Lorenzo in quel modo, sospeso tra la vita e la morte. C’è un motivo molto personale che lo spinge a farsi giustizia, a modo suo, senza aspettare la giustizia che, forse, nemmeno è interessata veramente a risolvere quel caso.

Un motivo molto personale, che si scoprirà poi nella storia: Tanzi deve tornare nella sua Milano per la sua indagine non autorizzata e l’unica persona che può aiutarlo e Luca, l’amico che ha tradito già una volta. E Luca non può che dirgli di sì.

Lorenzo Tanzi lavorava in una comunità di accoglienza, gestita da un prete noto nel settore con molti agganci nella politica: qui aveva conosciuto due ragazze straniere, Inessa e Alina, che erano sfuggite dal racket della prostituzione e si erano rifugiate nella comunità. L’indagine non autorizzata e molto pericolosa deve partire da qui: Tanzi e Betti devono stare attenti a come muoversi, non potendo agire alla luce del sole come poliziotti, Betti rischierebbe la carriera se in Questura scoprissero che sta gestendo un’indagine personale. Ma devono guardarsi le spalle anche da un nemico più insidioso: le domande sulle due ragazze sono arrivate all’orecchio di qualcuno che non ama che i suoi affari siano intralciati da curiosi o dalla polizia. Affari sporchi, perché quella che è considerata la capitale morale d’Italia, la città dei grattacieli che pensa di lavarsi la coscienza green coi boschi verticali, è anche la città dove il crimine ha un altro stile: “la corruzione e il malaffare sono gestiti da colletti bianchi e bande di criminali internazionali”.

L’indagine privata di Tanzi e Betti sarà costellata da una scia di morti: è una guerra, come quella contro i pirati nelle acque del golfo della Guinea, anche questa è una battaglia da portare avanti senza troppi scrupoli di coscienza. Perché il nemico che hanno davanti di scrupoli non se ne fa proprio: tutto ha un prezzo e tutto è in vendita, anche la vita degli schiavi che dispongono come merce da piazzare sul mercato

Esseri umani venduti al miglior offerente. Articoli viventi, selezionabili su un vero e proprio catalogo fotografico pubblicato sul dark web per una ristretta cerchia di utenti vip. Una volta scelti, i soggetti venivano lavati, vestiti secondo le preferenze del cliente di turno e consegnati a domicilio.

Tanzi è determinato ad andare fino in fondo e Betti non può che stargli a fianco per quel senso di amicizia che riesce a passar sopra a tutti i tradimenti e al rischio di finire a sua volta ammazzato:

«Levami una curiosità: hai mai incontrato qualcuno senza ammazzarlo?»

«Be’, a te mi pare che non t’ho ancora ammazzato».

«Sì, è vero. Anche se a volte penso che tanto varrebbe togliersi il pensiero».

Dimenticare Milano è un noir dove si parla della Milano criminale e di quella zona grigia attorno fatta da avvocati e professionisti che, con pochi scrupoli di coscienza, si occupano dei beni delle mafie. Un libro che farà aprire gli occhi su quella realtà criminale di cui se ne parla ancora troppo poco.

Ma al centro del racconto ci sono questi due personaggi così spigolosi e solitari, uniti dai tanti fallimenti delle loro vite: Tanzi, l’ex poliziotto che è bravo a salvare gli altri ma non a salvare sé stesso che alla fine di questa storia dovrà finalmente fare i conti con la coscienza e con quel segreto che si porta dentro da tanti anni. E Betti a cui ora la vita, dopo tanti fallimenti, potrebbe dare una nuova chance.

La scheda del libro sul sito di Ubagu Press e il pdf del primo capitolo.

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13 agosto 2025

Il mistero della cascata: La prima indagine del maresciallo Mantegazza di Giovanni Cocco

 


Il lago prealpino, da lontano, sembrava una lastra di marmo lucida, finemente levigata, una superficie perfetta su cui i primi raggi del sole non rappresentavano che dei lievi graffi, incrinature, piccole e insignificanti variazioni sul tema.

Segrino, Erba, Canzo, Asso, Civate, Onno.. sono tutti paesi dell’alta Brianza, quella zona che sta a metà tra la provincia di Como, in mezzo alle gambette del lago omonimo, e la provincia di Lecco. Una volta era una zona industriale per le tante aziende di meccanica, del tessile che tanto hanno contribuito nell’inquinamento del fiume Lambro che nasce proprio qui, nel triangolo Lariano per poi arrivare, dopo più di 100 km, a Milano.

In questa zona del nord della Lombardia, oggi più famosa per il turismo (e per certi episodi di cronaca) Giovanni Cocco ha deciso di ambientare il suo romanzo dove fa il suo esordio il maresciallo Alfredo Mantegazza, comandante della stazione di Asso.

C’era, in quei paesi, qualcosa di indefinibile, qualcosa di grigio, di livido, di spento, qualcosa che non avrebbe saputo definire con maggiore precisione, ma che assomigliava da vicino alla rassegnazione.

Anche la vita del maresciallo ha smesso di vivere con colori brillanti: la morte della moglie, Marta, in un incidente stradale, ha lasciato una cicatrice profonda che fa ancora male. Il dolore alla gamba destra ancora ricorda una caduta in montagna, episodio che Mantegazza lega all’incidente e a quel dolore. Una vita che è passata attraverso tanti “snodi”, le “sliding doors” che le hanno fatto prendere una direzione piuttosto che un’altra.
Poi l’età, tra i cinquanta e i sessanta, che hanno portato il loro carico di problemi. E ora un omicidio da risolvere:

Di fronte al muretto di sassi che delimitava l’argine, dopo una fila ininterrotta di castagni, roverelle e carpini, galleggiava un corpo, riverso a testa in giù verso il fondale, a una distanza di non più di cinque o sei metri dalla riva.
Si tratta del cadavere di Roberto Riva, figlio di un noto industriale della zona, uno dei pochi reduci rimasti di quel glorioso passato industriale. Potrebbe sembrare un caso di suicidio da archiviare senza troppi problemi, ma ci sono delle domande a cui dare risposta: come c’è arrivato quel ragazzo di buona famiglia a morire nelle acque del lago del Segrino, ai piedi del monte Cornizzolo?
Che problemi poteva avere un ragazzo di trent’anni, con alle spalle degli studi brillanti, una carriera nell’azienda di famiglia, nessun problema familiare?

Eppure qualcosa era successo nella vita di Roberto: nell’ultimo anno si era avvicinato ad una santona, la signora Adelaide Frigerio: tante persone si sono avvicinate a lei e alla sua chiesetta, vicino alla cascata di Asso, cercando conforto per i loro mali, non solo il male di vivere.

Le indagini di Mantegazza si devono muovere dunque su più fronte: capire se questa santona abbia qualcosa a che fare con la morte del ragazzo, oppure se sia a conoscenza di qualche suo problema personale.
E poi c’è da aprire il capitolo su questa famiglia brianzola, i Riva:

Li conosce i brianzoli? Casa, lavoro, danèe. I Riva sono questo all’ennesima potenza. Facoltosi, arroganti, un tantino antipatici.

All’apparenza sarebbe una famiglia felice: una bella casa, un’azienda che produce componenti per l’automotive che va bene, eppure.. dietro la facciata perbenista, gli uomini della squadra di Mantegazza scoprono una serie di altarini, di piccole tensioni familiari che potrebbero in qualche modo centrare con questo strano suicidio. Che poi suicidio non è perché, come svela l’autopsia, in fondo alla gola del cadavere viene trovato un rosario. Omicidio a carattere religioso?
Il maresciallo Mantegazza è uno tosto, nonostante il ricordo della moglie non lo abbandoni mai, nonostante i problemi di salute e anche una certa stanchezza accumulata per lo stress del suo lavoro: in queste indagini lo aiutano la brigadiere Sara Castelnuovo, “precisa, puntuale, arguta, eseguiva i compiti affidati con competenza”, una di cui Mantegazza si fida ciecamente. E poi il vice brigadiere Zanon, giovane e più impulsivo dei colleghi, ma anche lui un investigatore che sa usare la testa.

Sui carabinieri della stazione di Asso arriva un altra indagine, direttamente dal procuratore di Como: nella zona dell’alta Brianza si trova Raffaele Morabito, uno dei boss più importanti della ndrangheta, un boss spietato ma anche capace di non lasciare tracce dietro di se della latitanza.
La nuova ndrangheta che negli ultimi anni si è ben radicata nel tessuto della provincia comasca fa paura agli inquirenti:

Sono svegli, moderni, imprenditori del crimine che non si lasciano sfuggire nulla. Poi hanno la capacità di fidelizzare la clientela: [..] Non appena incassano vanno subito a reinvestire, soprattutto in attività commerciali, come bar e ristoranti.

Bisogna trovare questa “primula rossa” a tutti i costi, prima che si scateni una nuova guerra tra le ndrine per il controllo del territorio: questo l’input che Questore e Procuratore danno a Mantegazza, che però non ha intenzione di mollare l’indagine sui Riva proprio adesso, dopo tutto quello che hanno scoperto, sui Riva, sui loro problemi familiari dove nessuno è veramente come appare. Anche perché, forse, le due storie, la morte del ragazzo e la cattura del latitante potrebbe essere legate.

Il male non arrivava mai dritto, frontalmente. Si muoveva ai margini, di striscio, tra le pieghe dell’anima. Era qualcosa di obliquo, che si nascondeva dietro i gesti quotidiani, e serpeggiava tra le vite ordinarie. Si annidava nelle parole non dette, si insinuava nelle piccole frustrazioni..

Non sarà un’indagine facile per la squadra di Mantegazza: ogni volta che si arriva ad una conclusione ecco che esce un nuovo fatto che scombina tutte le ipotesi fatte fino allora.
E la soluzione sarà un vero e proprio colpo di scena che ci porterà laddove tutto è cominciato, dalla cascata di Asso.

Mi è piaciuto molto come l’autore ha raccontato i protagonisti del romanzo, non solo le loro virtù come investigatori, ma anche i loro difetti, cominciando dai problemi di salute del protagonista, il maresciallo Mantegazza. Difetti anche caratteriali (come le gelosie tra Zanon e Castelnuovo) che li porteranno anche a scontrarsi tra loro, per trovarsi poi a lavorare gomito a gomito, sfruttando l’uno le intuizioni dell’altro.
Anche la descrizione dei luoghi, che poi sono anche i miei luoghi vivendo poco lontano, dove si svolge la storia: tra il lago di Como, a cui si affaccia Bellaggio, al lago di Pusiano fino al lago del Segrino, dove viene scoperto il (primo) cadavere.
Mantegazza è un investigatore “tormentato” come lo sono ad esempio i protagonisti della serie True Detective, non a caso citata ad inizio libro: c’è il ricordo ancora vivo della moglie, il vizio probito del fumare e poi quelle strane visioni. Una persona molto razionale, come lo devono essere gli uomini in divisa che si trova però di fronte all’irrazionale: il culto della santona, i suoi presunti miracoli ..
Ecco, parere personale, penso che l’uso del sovrannaturale può dare un nota aggiuntiva al racconto ma può essere pericoloso perché rischia di rendere questa storia, cupa, grigia come le atmosfere lacustri di fine inverno, un po’ meno credibile.

Mentre estremamente credibile e, purtroppo per noi, anche aderente alla realtà come viene raccontata la radicazione delle ndrine nel nostro territorio e nell’economia locale. Una colonizzazione che è avvenuta nel silenzio a volte complice del mondo politico, finanziario e industriale.

La scheda del libro sul sito di Piemme
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04 agosto 2025

Maigret a Vichy di Georges Simenon


 «Li conosci?» domandò a voce bassa la signora Maigret vedendo il marito voltarsi a guardare la coppia che avevano appena incrociato. Anche l’uomo si era voltato, e aveva sorriso. Anzi, per un attimo era parso addirittura tentato di tornare sui propri passi e stringere la mano al commissario.

Anche in vacanza, quasi imposta dal suo medico per ripulirsi da tutto lo stress del suo lavoro, il commissario Maigret non riesce a dismettere i panni dell’investigatore.
In questo romanzo troviamo Maigret a Vichy assieme alla moglie: non è qui per divertimento, aveva confidato all’amico, dottor Pardon, di qualche episodio di capogiro a cui non aveva dato peso.

«Meglio morire da giovane che vivere in uno “stato di malattia”». Per «stato di malattia» Maigret intendeva quella fase della vita in cui si tengono costantemente sotto controllo il cuore, lo stomaco, il fegato e i reni..

Così alla fine Pardon, vincendo la sua diffidenza nel curarsi, l’aveva mandato in questa località dove i francesi potevano curarsi seguendo una dieta accurata e bevendo l’acqua che sgorga direttamente dalle fonti.
Immerso in una folla di persone come loro, coppie di mezza età o persone singole, passeggiando per la città, Maigret si trova ad osservare le persone che incrocia: persone con qualcosa di particolare che attira la sua attenzione, come quel signore che lo osserva sorridendo e che si scoprirà poi essere un tizio che il commissario aveva arrestato anni prima. O come quella signora, sempre vestita di lilla, che incrociano sempre la sera: non è solo il colore dell’abito, sempre lo stesso, ma più il suo atteggiamento ad incuriosire Maigret e signora.

«Secondo te è vedova?». Avrebbero potuto chiamarla la signora in lilla, perché indossava sempre qualcosa di lilla.

Deve essere una persona solitaria, visto che non si accompagna mai con nessuno, non incrocia la parola con altri, durante i concerti il suo sguardo è rivolto sempre avanti, mai alle persone attorno.

Per Maigret la signora in lilla apparteneva a quella che si sarebbe potuta chiamare la cerchia degli intimi, di coloro che aveva notato fin dal primo momento e che lo incuriosivano.

Nonostante la “docilità” (che sorprende anche madame Maigret) con cui segue le cure (niente vino, niente aperitivi ..), l’occhio del commissario rimane vivo, anche se per gioco: che lavoro farà quella persona? Avrà mai avuto un marito quella signora in lilla?

Una mattina, sul quotidiano locale Maigret legge una notizia che lo colpisce: quella signora, che ora ha un nome, Helene Lange, è stata uccisa nel suo appartamento, strangolata da un assassino che non ha portato via nulla.

La signora Maigret sapeva bene che tipo di dramma stesse vivendo il marito. Prima aveva resistito alla tentazione di recarsi alla sede della polizia, adesso si era imposto di non attraversare la strada, avvicinare l’agente per dire chi era e farsi accompagnare nell’appartamento.
La natura di Maigret prende il sopravvento e così, quasi senza accorgersi, si trova davanti casa della morta, dove viene riconosciuto dal commissario che riceve le indagini, che era stato un suo ispettore al Quai.

«Un delitto a scopo di rapina?» borbottò.
«Sicuramente no».
«Passionale?».
«Poco probabile.

Una testimone ha visto un uomo allontanarsi dal palazzo dove viveva la donna, senza poter dare altre informazioni oltre che fosse un “omone grande e grosso...”.
Combattuto tra lasciar perdere le sue curiosità o andare avanti, Maigret si trova alla fine dentro l’indagine: non è solo la sua natura di poliziotto, è qualcosa che lo aveva colpito di quella donna, non il vestito, ma nello sguardo, nel suo atteggiamento, nel suo contegno, che “tradivano una certa fierezza”.
Una donna molto “soddisfatta” della sua vita, questa è la definizione più calzante che Maigret riesce a dare a Helene, che continua a rivedere seduta di fronte al chiosco.

Anche per i criminologi è sempre la vittima l’elemento più importante dell’indagine, tanto che, in molti casi, arrivano perfino ad attribuirle una buona parte di responsabilità.
Chi era Helene Lange? Cosa aveva fatto prima di arrivare a Vichy?
Aveva avuto delle relazioni con altri uomini, prima di ritirarsi a quella vita così solitaria, che pure sembrava non pesarla?

.. il commissario continuava a sforzarsi di aggiungere ogni giorno un nuovo tassello al ritratto della signorina Lange, una donna che leggeva solo romanzi sentimentali, romantici, benché il suo sguardo fosse, a volte, di una durezza più che reale.
L’arrivo a Vichy della sorella, all’apparenza così diversa per il suo atteggiamento così spavaldo, non fa che aumentare la sua curiosità. C’è qualcosa nel loro passato che è legata al delitto di oggi?
Perché Francine, questo il nome della sorella, sembra veramente voler nascondere qualcosa a Maigret e agli altri investigatori.

L’indagine sull’assassinio diventa per Maigret una indagine sulla morta, è questo il suo metodo per risolvere un caso.
Così Maigret si ritrova ad osservare, questa volta con occhio da commissario, le persone che incrocia per strada, alle fonti, nei ristoranti. Tra loro c’è l’assassino, ne è sicuro: un uomo, sicuramente accompagnato dalla moglie, a cui deve tener nascosto il suo segreto, qualcosa nel suo passato. Una persona di cui Maigret inizia perfino ad intuirne la personalità.

Ancora una volta Simenon costruisce un romanzo perfetto: perfetto per i dialoghi dove nessuna parola è di troppo, perfetto per come sa descrivere i luoghi e le persone della borghesia francese, tante piccole pennellate che danno colore alla tela.
Un romanzo dove l’investigatore arriva alla scoperta dell’assassino andando a scavare nella psicologia delle persone che si trova davanti, un passo alla volta: perché più che il chi, a Maigret interessano i perché: Maigret non è un giudice che deve emettere una sentenza, ma una persona capace anche di comprendere le ragioni del male, tanto da fargli confessare, di fronte alla moglie “Spero che lo assolvano”.

La scheda del libro sul sito di Adelphi
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31 luglio 2025

Il gioco della Storia di Philip Kerr

 

«Quell’inglese con Ernestina», disse, guardandola lussuosa sala comune al pianterreno.

«Mi ricorda lei, senor Hausner».

Dona Marina mi conosceva bene come chiunque altro a Cuba, o forse ancora meglio, visto che la nostra frequentazione si basava su qualcosa di più forte della semplice amicizia: Dona Marina era la proprietaria del migliore e più importante bordello di l’Avana.

La Storia, quella con la S maiuscola: questo libro è come uno scrigno, una cassaforte in cui sono custoditi pezzi della storia del secolo passato che non troveremo nei libri di storia. O, quantomeno, che non troveremo raccontati per come lo farà in questo romanzo il poliziotto investigatore Bernie Gunther.

Nei precedenti capitoli della serie ci aveva portato attraverso la nascita del nazismo con la conversione di industriali, politici liberali, al nazismo, le famose violette di marzo.

Poi il racconto di come il nazismo ha innestato nella società tedesca il virus dell'antisemitismo, culminato poi con la notte dei cristalli.

Poi la guerra, la sconfitta dell'impero del reich millenario, sprofondato nell'orrore dei campi di sterminio, i milioni di morti in tutta Europa, facondo sprofondare con esso tutta la popolazione tedesca.

E' la Germania anno zero occupata dalla potenze vincitrici dove per sopravvivere dovevi saperti vendere, stando attento a sfuggire alla giustizia.

Bernie Gunther è stato un poliziotto della Kripo, la polizia criminale poi assorbita dentro l'SD, il servizio di sicurezza delle SS sotto il controllo del generale Heydrich.

E' facile in quella Germania caotica piena di spie e di delatori (e di veri nazisti in fuga) essere scambiato per un nazista anche per uno come Bernie, che nazista non lo è mai stato.

Da qui la fuga lungo la ratline per arrivare nell'Argentina di Peron (assieme ad altri nazisti come Eichmann) che nel dopoguerra aveva accolto tanti tedeschi desiderosi di cambiare identità e far dimenticare al mondo quello che avevano fatto.

Le brutalità, i massacri, il furto dei beni di cui venivano spogliati gli ebrei, gli zingari e tutte le vite indegne di essere vissute

Questo nuovo capitolo, lungo e intenso (mettetevi comodi) parte da dove lo avevamo lasciato nel precedente "Se i morti non risorgono", da Cuba, dove Bernie ha trovato casa con un altro nome, dopo aver stretto un patto col diavolo, ovvero il tenente Quevedo, pur di non essere arrestato.

Siamo nel 1954 e l'isola è in tensione per i gruppi rivoluzionari guidati da Fidel Castro che intendono rovesciare il regime di Batista.

Fu così che circa una settimana dopo mi ritrovai ad avere una ragazza sul sedile del passeggero della mia Chevy

Bernie è costretto ad accettare l'incarico di accompagnare una ragazza, ricercata dalla polizia, a Santiago, usando la sua barca: bloccato dalla marina americana, si ritrova in carcere, prima in una cella “tra il primo e il secondo cerchio dell’inferno” a Guantanamo per poi essere trasferito in America.

.. la marina doveva aver parlato di me con la polizia di L’Avana; che la polizia doveva aver interpellato il tenente Quevedo del SIM, i servizi segreti militari cubani; e che il tenente del SIM doveva aver rivelato agli americani il mio vero nome e curriculum.

Il passato torna a bussare alla porta dell’ex poliziotto della Kripo: gli americani, “la nuova razza padrona” del pianeta, sono intenti ad esportare i valori della loro democrazia nel mondo combattendo una nuova guerra, forse più fredda di quella conclusa nemmeno dieci anni prima per sconfiggere un’altra razza che si riteneva padrona del mondo.

E Bernie Gunther una vita fa faceva parte proprio di questa razza, aveva indossato una divisa delle SS, sebbene non sia mai stato un nazista.

Dall’America viene infine rispedito in Germania, nel carcere di Landsberg

Ero già stato a Landsberg, ma solo di passaggio. Prima della guerra erano stati in molti a visitare il carcere di Landsberg e la cella numero 7, dove Adolf Hitler era stato imprigionato nel 1923 in seguito al fallito putsch di Monaco

Gli americani che lo interrogano non dimostrano grande stima di lui: sia per l’essere un tedesco, sia per l’essere stato nelle SS. Ed è proprio questo l’oggetto delle domande a cui Bernie viene sottoposto: il suo passato come ufficiale SD in Russia nel 1940.

Quando, dietro i reparti della Wehrmacht, i battaglioni SS degli Einsatzgruppn avevano il compito di sterminare gli ebrei, i commissari politici e tutti i nemici del terzo reich.

Reparti che non erano comandati da sadici ma da persone perfino laureate, avvocati come Otto Ohlendorf o anche il futuro capo della polizia Arthur Nebe, che verrà giustiziato poi dopo il fallito attentato a Hitler a Rastemburg.

Tutti ufficiali che si riparavano dietro la scusa dell’ordine ricevuto, senza porsi scrupoli di coscienza.

Più che altro ero preoccupato per la reputazione della Germania e dell’esercito tedesco. Dove ci avrebbe condotto tutto questo?, mi chiedevo.

Il racconto va avanti facendo un continuo avanti e indietro tra il 1954 e gli anni passati: il 1940 in Russia e prima ancora il 1931 a Berlino, quando Bernie era ancora un poliziotto della repubblica di Weimar.

Gli americani gli fanno un nome di una persona che aveva incontrato, per caso, a Berlino anni prima, Erich Mielke.

Germania, 1931
Era un martedì, il 23 maggio. Me lo ricordo perché era il mio compleanno. Tendi a ricordarlo, il tuo compleanno, quando sei costretto a passarlo nella prigione di Tegel

Mielke è un nome che ritroveremo più volte in questo racconto: non si tratta di un tedesco qualunque, nel 1931 era uno dei tanti comunisti che rischiavano la vita negli scontri con i nazisti, con le SA, per una serie di coincidenze Bernie si trova a salvargli la vita da un gruppo di SA che voleva fargli la pelle.

Non esiste un solo poliziotto, nella Berlino weimariana, che non ricordi il 9 agosto 1931. Allo stesso modo in cui gli americani ricordano l’affondamento della Maine.

Considerato responsabile della morte di due poliziotti, scappa dalla Germania per trovare rifugio prima in Spagna poi in Francia.

Ma non si tratta di un comunista esule dal suo paese: oggi, nel tempo moderno, Erich Mielke è il vice capo della nuova polizia segreta della Germania dell’Est, la STASI.

Ecco perché la CIA ha così tanto interesse a capire chi sia questo Mielke, quali i suoi segreti nel passato, i suoi punti deboli.

Ed ecco perché Bernie è così importante per la CIA: forse è l’arma per vincere questa guerra fredda, almeno in Europa, almeno nella Germania.

Ma Bernie Gunther, uno che ha preso botte da tutta una vita, un perdente nato, ha capito una cosa: deve stare attento a cosa dire agli americani, sia per salvarsi la pelle, sia per giocare una sua partita a scacchi.

In questo racconto Bernie ci porta dritti nei campi dell’Ucraina, dove gli Einsatzgruppen sterminarono, anche con l’aiuto della popolazione, migliaia di ebrei.

Poi viaggeremo in Francia, alla scoperta dei campi di prigionia francesi dove erano detenuti i soldati tedeschi e anche i civili accusati di crimini politici, campi dove le condizioni di vita non erano meno dure dei campi di prigionia nazisti.

Poi il ritorno al fronte russo, negli ultimi mesi del 1944, quando ormai la disfatta dell’esercito tedesco era chiara a tutti da Hitler in giù: da una parte l’assurdità di una guerra già persa, dall’altra l’orrore dei crimini di guerra compiuti dai soldati russi contro la popolazione civile tedesca:

Avevo visto cose orribili in Ucraina, ovviamente. Ma questo rivaleggiava con ciò che avevamo fatto noi. Donne violentate e mutilate. Bambini uccisi a mazzate. Tutti e settecento gli abitanti del villaggio assassinati.[..]
Alcuni di noi dicevano che era solo giustizia, che ce lo meritavamo per quello che gli avevamo fatto, ed era vero, anche se è dura pensare alla giustizia quando vedi una donna nuda crocifissa sulla porta di un granaio.

E poi la prigionia in Russia, dopo la sua cattura da parte dell’esercito sovietico: un inferno pensato per uccidere quanti più soldati tedeschi, i pleny. A meno che non si convertissero alla causa dell’antifascismo, sottoponendosi ad un corso di rieducazione comunista. Magari per essere impiegati nella nuova polizia segreta nella Germania dell’Est

.. in questo campo l’MVD impiega un certo numero di tedeschi allo scopo di reclutare uomini per una nuova polizia del popolo che intendono formare nella zona della Germania occupata

Ex nazisti reclutati in chiave anticomunista dalla Cia (come l'ex generale Gehlen, a capo della prima agenzia di sicurezza della Germania Federale). Ed ex nazisti reclutati dal blocco sovietico in chiave antifascista, come Mielke.. il gioco della storia.

Non fa sconti a nessuno in questo racconto, Bernie: la storia che racconta non la troverete sui libri, la violenza nazista da una parte, il ladrocinio degli occupanti tedeschi nelle zone occupate. Come in Francia, che subì una occupazione di poco meno dura di quella imposta nell’Algeria occupata (che consideravano una loro colonia) o in Vietnam.

Gli stessi francesi che si erano dimostrati così zelanti nella deportazione degli ebrei mettendoli sui treni in partenza per est.

Che dire poi della violenza dei russi, non diversa da quella dei nuovi padroni del mondo, gli americani, che nei confronti dei loro sudditi tedeschi in Europa non si comportavano in modo diverso dalla polizia segreta nazista?

«Ci ha feriti, paragonandoci alla Gestapo».

«Ritiro quello che ho detto. Siete molto peggio della Gestapo. Loro non fingevano di difendere il mondo libero. È la vostra ipocrisia a essere offensiva, non la vostra brutalità. Siete il peggior genere di fascisti. Quelli che si credono dei liberali».

Come finirà questa partita a scacchi tra Bernie Gunther e i servizi segreti americani, francesi (e russi) dove si sta giocando sia una partita con la Storia, dove la posta non è la libertà dei popoli o la democrazia ma solo il potere?

Non troveremo eroi alla fine di questo racconto, intenso e duro, dove personaggi veri della storia, come Erich Mielke (dal 1957 al 1989 ministro della sicurezza di Stato nella DDR), si mescolano a personaggi inventati, ma molto reali, come Georges Boudarel o lo stesso Bernie Gunther.

Gli altri libri di Philip Kerr della serie con Bernie Gunther

Violette di marzo

Il criminale pallido

Un requiem tedesco

L’uno dall’altro

A fuoco lento
Se i morti non risorgono

La scheda del libro sul sito di Fazi e le prime pagine da sfogliare

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


20 luglio 2025

Il biennio di sangue di Luca Tescaroli

 

1993-1994. Le menti e gli esecutori degli attentati di cosa nostra nel continente

Lavoravo alla procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta quando si verificarono gli attentati nelle città di Roma, Firenze e Milano, e stavo iniziando ad occuparmi di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992, e dell’attentato dell’Addaura pianificato per il 21 giugno 1989 per colpire Giovanni Falcone e i componenti della delegazioni elvetica in quei giorni a Palermo.

Avevo ancora nella mente le immagini desolanti dell’enorme cratere, di quella Croma scagliata a oltre sessanta metri di distanza dall’enorme deflagrazione, con all’interno i cadaveri straziati di Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, quella folla enorme e scomposta di persone che si riversavano nell’area aperta a tutti per andare a rendere omaggio alle vittime o semplicemente a curiosare [..]

Immagini che mi apparvero come lo specchio su cui si rifletteva uno Stato assente e distratto, che per tanti anni aveva tollerato o, forse, favorito, il dilagare del crimine organizzato.

Come sono stati individuati gli autori delle stragi del “biennio di sangue”, 1993-1994? Quali le prove che hanno consentito agli inquirenti di portarli a processo e ai giudici di condannarli a svariati anni di carcere? In che modo si è giunti alle condanne a Spatuzza, i fratelli Graviano, Riina e Bagarella i vertici dell’ala corleonese che in quegli anni comandava dentro cosa nostra?

La prima parte del racconto si occupa proprio di questo elencando nomi, circostanze, le confessioni degli stessi esponenti delle cosche rese davanti ai magistrati, una volta presa la scelta di diventare collaboratore di giustizia.

Luca Tescaroli oggi procuratore a Prato (dove ha chiesto di aprire una nuova direzione distrettuale antimafia per contrastare la criminalità organizzata cinese) si concentra sulle stragi di Firenze in via dei Georgofili del 26 maggio 1993, sulla strage in via Palestro a Milano e sugli attentanti a Roma del 27 luglio 1993. Oltre agli attentati al giornalista Maurizio Costanzo, il 14 maggio 1993, al fallito attentato a Totuccio Contorno nel 1993 e all’ultima bomba, l’ultima di questa scia di sangue e tritolo (e molto altro) cominciata con la bomba a Capaci, il 23 giugno 1992.

Un biennio di sangue che ha rappresentato la più grave minaccia contro le istituzioni italiane portata avanti da cosa nostra, in prima linea, su cui ancora si deve chiarire se ci siano stati, oltre a i boss, altri mandanti a volto coperto da ricercare sia dentro le istituzioni stesse, sia dentro altre centri di potere tra cui massoneria e pezzi dei servizi.

Come ricorda lo stesso autore, lo stragismo non rappresentava una novità nella storia del nostro paese: quelli che sono passati alla storia come gli anni della strategia della tensione sono stati caratterizzati da attentati contro banche, treni, sindacati riuniti in piazza, tentativi di colpi di stato che avevano come obiettivo quello di lanciare messaggi a chi di dovere dentro le istituzioni.

Quello che colpisce della scia di attentati del 1992-93-94 è quanto abbiano inciso nelle scelte politiche fatte dai vari governi: come per le bombe fasciste di Milano 1969 e Piazza della Loggia 1974 l’obiettivo era destabilizzare per stabilizzare l’asse politico in senso centrista e ostacolare la crescita dei partiti di centro sinistra, l’obiettivo delle bombe di cosa nostra era lo stesso, destabilizzare per non poi trovare all’interno dei partiti nuovi referenti politici.

Cambiare tutto per non cambiare nulla negli equilibri tra stato e mafia.

C’è un filo nero che lega le stragi fasciste a quelle mafiose (sempre che sia solo mafia): la presenza di esponenti dell’arcipelago nero come Paolo Bellini, condannato per la strage fascista di Bologna del 1980 e confidente dei carabinieri nel 1993. Nonché suggeritore a Nino Gioè della strategia di colpire le opere d’arte come strumento di ricatto per lo stato.

E poi Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, nata da una scissione del movimento sociale, indagato più volte per le stragi fasciste degli anni settanta e sempre assolto.

La pista nera arriverebbe anche a lui: come racconta il collaboratore dei carabinieri Alberto Lo Cicero, Delle Chiaie sarebbe stato visto a Capaci nei mesi precedenti la strage.

Il retroterra stragista degli anni Settanta e Ottanta e il momento di massimo pericolo per la democrazia nel nostro Paese

Lungo il sentiero del tempo che attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, membri appartenenti alla destra eversiva e all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività. Alle bombe nere dei neofascisti degli anni della strategia della tensione [..] si affiancarono le stragi volete ed eseguite dai corleonesi giunti alla guida di cosa nostra, nel quadro delle ipotizzate convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione.

Prosegue poi Tescaroli:

Nella fascia temporale che ha preceduto l’esecuzione di queste otto stragi [quelle del 1993 e il mancato attentato allo stato di Roma nel gennaio 1994] sono affiorati e, comunque, sono rimasti sullo sfondo rapporti tra esponenti della destra estrema, come Paolo Bellini risultato in contatto con il mafioso Antonino Gioè, che riportavano alla mente le stragi neofasciste degli anni Settanta e Ottanta.

L’aggressione rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia, che venne profondamente ferita, e l’attacco più grave posto in essere da Cosa nostra.

La parte più interessante del racconto però è quella successiva: nella seconda metà si raccolgono tutti quegli spunti investigativi ancora da seguire perché o legati a punti poco chiari delle indagini o perché spunti meritevoli di approfondimento.

Perché una cosa va chiarita: nonostante le celebrazioni, le parole di circostanza da parte della politica (la stessa che poi attacca i magistrati quando toccano i loro interessi, la stessa che depotenzia la magistratura togliendo strumenti per fare indagini), siamo ancora lontani dalla piena verità su Capaci, sulla strage di via D’Amelio e sugli attentati avvenuti a Firenze, Roma e Milano.

.. occorre evidenziare che, in ordine ai fatti stragisti terroristico-eversivi del biennio 1993-94, dai processi celebrati, sono emersi spunti investigativi che hanno imposto e impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso [..]
Tutto questo fa parte di altri filoni di indagini, che impongono di continuare a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e dei tanti feriti, unitamente al condizionamento provocato da tali attentati alla nostra democrazia, che lo richiede.

Partiamo da Capaci: come mai il commando che era stato mandato a Roma, di cui faceva parte anche Gaspare Spatuzza, nella primavera del 1992 per seguire Maurizio Costanzo e Giovanni Falcone in previsione di un attentato, è stato richiamato poi in Sicilia da Riina?

Perché l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e la sua scorta a soli 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone?
Come mai pezzi delle istituzioni hanno costruito il finto pentito Scarantino, un piccolo spacciatore ritenuto credibile in tre gradi di giudizio? Forse per allontanare le indagini dai fratelli Graviano?

Va chiarito il ruolo di Paolo Bellini, confidente dei carabinieri e suggeritore della strategia terroristica di colpire le opere d’arte: “Come mai le anticipazioni sulle intenzioni degli appartenenti a Cosa nostra veicolate a esponenti delle Forze dell’Ordine da Bellini, non hanno consentito di impedire l’escalation di violenza del 1993?”

Meriterebbe un approfondimento la morte di Nino Gioè uno degli autori della strage di Capaci, morto in uno strano (e poco credibile) suicidio in carcere, dopo aver scritto una lettera-testamento dove citava pure Bellini.

Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso”, diceva Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Giorgio Napolitano al Quirinale, intercettato mentre parlava al telefono con Nicola Mancino. Ai magistrati di Palermo spiegò il senso delle sue parole: “A me quel suicidio non mi è mai suonato… mi ha turbato, mi turbò nel ’93 e mi turba ancora”. Il corpo senza vita di Gioè lo trovano la notte tra il 28 e 29 luglio del ’93: esattamente 24 ore dopo la stragi di via Palestro, di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio in Velabro.

Anche sulla strage di via Palestro c’è un buco nero: chi ha materialmente compiuto gli ultimi atti della strage a Milano? Il racconto dei mafiosi termina diverse ore prima, come se i mafiosi avessero lasciato l’operazione ad altri soggetti esterni alla mafia.

Come quella misteriosa donna bionda vista da testimoni vicino alla Uno bianca poi esplosa nella notte del 27 luglio.

Il 1993 è stato l’anno di tangentopoli, dello scandalo dei fondi neri del Sisde, del tentato golpe alla rai di Saxa Rubra, del rinvenimento dell’esplosivo sul rapido Siracusa-Torino, collocato da un funzionario dei servizi di Genova, della crisi economica del Paese.

Un anno di forti sconvolgimenti che hanno destabilizzato il paese, anche per le rivendicazioni fatte da una misteriosa sigla “Falange armata”: chi c’era dietro queste rivendicazioni, non solo sulle bombe ma anche sui delitti compiuti dalla Uno Bianca in Romagna?

E poi la trattativa stato-mafia: nonostante l’opera incessante dei negazionisti della trattativa (ovvero del ricatto a organi dello stato portato avanti da cosa nostra con gli attentati), questa trattativa c’è stata.

Lo dicono gli stessi ufficiali del Ros, se ne è ricordato dopo anni di distanza lo stesso Martelli: gli incontro tra uomini dello stato e intermediari mafiosi ci sono stati. Come ci sono state le reazioni da parte del governo Amato in reazione alle stragi, il 41 bis revocato a diversi mafiosi, l’avvicendamento al DAP in primis.

Scrive la Cassazione nella sentenza sulle strage di Firenze in via dei Georgofili:

[…] L’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata a indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti.

Commenta Tescaroli:

Dunque, sono stati acquisiti dati probatori, attraverso i processi celebrati, idonei a ritenere che siano esistite delle trattative, che i vertici dell’organizzazione mafiosa abbiano ricevuto oggettivamente un segnale istituzionale idoneo, nella loro prospettiva.

Sono domande che allargano l’orizzonte delle indagini andando oltre la sola cosa nostra: come mai le stragi sono finite nel 1994, poche settimane prima dello scioglimento del governo Ciampi e delle nuove elezioni, quelle in cui vinse il partito di Berlusconi, Forza Italia.

Il partito si cui, secondi diversi pentiti, si sarebbero convogliati i voti della mafia.

Il partito di Marcello Dell’Utri, il partito di Antonio D’Ali, entrambi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

La scheda del libro sul sito di Paper First

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19 luglio 2025

Borsellino, la lotta alla mafia e la normalizzazione della mafia

Immagine presa dal sito 19luglio

Oggi è il giorno del santino del giudice Paolo Borsellino, magistrato del pool antimafia di Palermo (e poi a Trapani per tornare ancora a Palermo), ucciso da un’autobomba davanti casa della madre in via D’Amelio il 19 luglio 1992 assieme alla sua scorta, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli.

Un attentato avvenuto a 57 giorni di distanza dall’altra bomba, quella che uccise a Capaci Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro ).

Perché il giorno del santino? Perché nelle celebrazioni che si terranno oggi in memoria si racconterà di un altro Borsellino, quello diventato appunto un’icona per la politica (e per i professionisti dell’antimafia di facciata): Borsellino l’eroe, Borsellino che, come Falcone, lavorava senza fare show mediatici. Borsellino emblema della lotta alla mafia.. l’attuale presidente del consiglio ricorda sempre di essere entrata in politico dopo l’attentato di via D’Amelio.

Ma dimentica tante altre cose: che il suo partito è andato al governo nel 1994, il primo della seconda Repubblica nata sul solco della stragi e della trattativa stato-mafia, assieme ad un partito fondato da un politico molto chiacchierato.

E, ma non solo Meloni, ci si dimentica dei tanti attacchi che il pool di Palermo e Falcone con Borsellino in primis, subirono da vivi. Questo è il destino riservato agli eroi nel nostro paese: il pool di Chinnici e Caponnetto poi furono attaccati dalla DC regionale perché si erano permessi di entrare nelle banche, perché volevano fare luce su quella zona di contiguità (perché complicità non si poteva dire) tra politica e mafia.

Perché finalmente si facevano indagini sui fratelli Salvo, gli esattori della tasse regionali grandi elettori della DC, su Vito Ciancimimo, il più politico dei mafiosi di Corleone (parole di Falcone), su Salvo Lima, il primo politico ad essere liquidato da Riina dopo la conferma in Cassazione del Maxi Processo, il 30 gennaio 1992.

La carriera di Falcone in magistratura fu bocciata più volpe per i tanti giuda presenti anche tra i colleghi e nel CSM. A Borsellino fu contestata la nomina a procuratore capo a Trapani da un “brutto” articolo di Leonardo Sciascia uscito sul corriere, quello dei “professionisti dell’antimafia”. Per fortuna poi lo scrittore e il giudice ebbero modo di chiarire quanto successo.

Oggi nelle tante celebrazioni si dirà che lo stato ha vinto: i responsabili di Capaci e i vertici dell’ala corleonese che hanno organizzato le stragi del 1992-1993 sono stati arrestati, molti di loro hanno scelto la strada della collaborazione, aiutando i magistrati a chiarire altri episodi di mafia.

Ma lo stato non ha vinto: è stata eliminata l’ala corleonese di cosa nostra, quelli per cui bisogna “Fare la guerra per poi fare la pace ”, come disse Riina ai suoi collaboratori.

Eppure in questi anni si è consentito a Bernardo Provenzano una lunga latitanza di 43 anni: lo stato poteva arrestato a Mezzojuso, grazie al lavoro del colonnello Michele Riccio, ma poi il Ros di Mario Mori decise altrimenti. Sono accadute strane cose nella guerra alla mafia: la mancata perquisizione al covo di Riina, la mancata cattura di Provenzano, la latitanza dorata di Matteo Messina Denaro (considerato l’ultimo padrino) durata quasi 30 anni. Arrestato nel gennaio 2022 mentre si recava in una clinica privata (sempre che vogliamo credere a questa versione..).

La trattativa stato mafia, gli incontri tra uomini delle istituzioni e portavoce dei boss, per mettere fine a queste bombe (quelle di Capaci e via D’Amelio, come anche gli omicidi dei politici che non avevano garantito l’impunità dei boss).

Oggi ci diranno che la trattativa non c’è stata, sono stati tutti assolti d’altronde gli uomini dello stato, gli ufficiali del Ros e i politici che erano stati chiamati a processo.

Certo, i contatti ci sono stati, c’è stato il papello, lo stato ha revocato il 41 bis a diversi boss sottoposti al carcere duro, come azione distensiva nei confronti di cosa nostra. Alcune delle richieste di Riina contenute nel papello sono diventate legge: lo smantellamento delle supercarceri, la riforma della legge sui pentiti..

Oggi, sotto i nostri occhi, sta avvenendo una riscrittura della lotta alla mafia: altro che pista nera, altro che entità esterne che hanno concorso ad organizzare le stragi (massoneria, ex esponenti di Gladio che non intendevano farsi mettere a pensione col crollo del muro di Berlino).

Oggi la nuova commissione antimafia gestita dal partito di destra di Meloni sotto l’influenza di Mario Mori ci dice che Falcone è stato ucciso perché era nemico della mafia. E che dietro la strage di Borsellino c’è il rapporto mafia-appalti.

Per credere a queste fandonie basta dimenticare tutti i pezzi che mancano, tutte le cose che non tornano dietro alle verità ufficiali.

Le deposizioni del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero che parla della presenza di Stefanao Delle Chiaie a Capaci presumibilmente per preparare la strage (La pista nera di cui ha parlato Report in diversi servizi).

Del falso pentito Vincenzo Scarantino, un pupo vestito ad arte da uomini dello stato, il capo della mobile La Barbera: come mai lo stato ha costruito questo falso pentito per inventarsi una falsa pista dietro via D’Amelio?

LA vera domanda è, come mai questa seconda strage, a soli 57 giorni da Capaci? Dopo la seconda bomba il parlamento fu costretto ad approvare il decreto Falcone (che era rimasto fermo) che conteneva il carcere duro.

Cosa spinse la mafia e Riina a questa accelerazione?

Chi era il giuda, il falso amico che aveva tradito Borsellino (fu una delle ultime confidenze fatte a due suoi collaboratori)?

Serviva dare un altro colpetto a questa seconda repubblica e ai suoi partiti (alle prese anche con le inchieste sulla corruzione) per preparare il terreno all’uomo nuovo, ad una seconda repubblica dove tutto cambia per non cambiare nulla (per citare il Gattopardo)?

È uscito recentemente per Paper First un libro scritto dal procuratore Luca Tescaroli, “Il biennio di sangue” che ripercorre le bombe successive, quelle fatte scoppiare a Roma, in via Fauro il 14 maggio 1993 contro il giornalista Maurizio Costamzo.

A Firenze alla torre dei Pulci in via Georgofili il 26 maggio 1993. La bomba a Milano il 27 luglio 1993 in via Palestro.

Poi le due bombe fatte scoppiare a Roma, sempre nella notte del 27 luglio, davanti le chiese di san Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro durante la notte delle bombe che fece pensare, all’allora presidente del consiglio Ciampi, che si stesse preparando un colpo di stato.

Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l'esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse "Carlo, non capisco cosa sta succedendo...", ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi... ".

Il colpo di stato non è avvenuto. Ma la normalizzazione della mafia, si quella c’è stata. La lotta contro la mafia (non solo l’ala militare, ma anche la mafia imprenditoriale, la mafia dei camici bianchi, la mafia del cemento, la mafia dei supermercati, dentro la finanza..) si è via via depotenziata.

È solo bastato aspettare. Governo dopo governo. Con gli attacchi ai pochi magistrati che si ostinano a fare il loro dovere contro la criminalità organizzata.

Tagli alle intercettazioni, riforme in senso garantista che limitano l’azione giudiziaria e il diritto ai cittadini ad essere informati.

Qualche ministro arriva persino a pensare che si debba tornare a fare le indagini come una volta, coi pedinamenti.

Dimenticandosi di quanto è successo 33 anni fa.

Riprendiamo dal libro di Luca Tescaroli, “Il biennio di sangue”

Il retroterra stragista degli anni Settanta e Ottanta e il momento di massimo pericolo per la democrazia nel nostro Paese

Lungo il sentiero del tempo che attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, membri appartenenti alla destra eversiva e all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività. Alle bombe nere dei neofascisti degli anni della strategia della tensione [..] si affiancarono le stragi volete ed eseguite dai corleonesi giunti alla guida di cosa nostra, nel quadro delle ipotizzate convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione.

Per poi proseguire:

Nella fascia temporale che ha preceduto l’esecuzione di queste otto stragi [quelle del 1993 e il mancato attentato allo stato di Roma nel gennaio 1994] sono affiorati e, comunque, sono rimasti sullo sfondo rapporti tra esponenti della destra estrema, come Paolo Bellini risultato in contatto con il mafioso Antonino Gioè, che riportavano alla mente le stragi neofasciste degli anni Settanta e Ottanta.

L’aggressione rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia, che venne profondamente ferita, e l’attacco più grave posto in essere da Cosa nostra.

Finché ci racconteremo la storiella dei santini, la verità di comodo sulla morte di Falcone e Borsellino (e di tutte le altre vittime innocenti), la nostra democrazia sarà ancora sotto ricatto.