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22 novembre 2022

Report – la città martire della guerra in Ucraina

Report ieri sera torna su due servizi già andati in onda: come sono preparate le pizze a Napoli oggi, i pizzaioli hanno tenuto conto delle critiche emerse dal servizio di Iovene del 2014?

Le chiese date in concessione dalla curia di Napoli: il cardinale Sepe ha indetto una conferenza stampa dopo il servizio di Danilo Procaccianti, senza invitare però Report.

Ma prima un servizio su Mariupol, oggi città della federazione russa dopo il referendum farsa indetto dai russi. Come si vive in questa città, distrutta dalle bombe lanciate dagli stessi russi occupanti?

MARIUPOL ANNO ZERO di Manuele Bonaccorsi

A sei mesi dalla fine della battaglia è una città annessa, non solo occupata: la strada che collega Donetsk alla città costiera sono i camion e le rovine. Giunti in città, ci si rende conto che oggi i russi devono combattere una battaglia per conquistare la popolazione, oggi ridotta da 400 a 200mila.

Non sono certi nemmeno i morti, forse cinquemila, e i profughi, scappati nell’ovest dell’Ucraina.

Da settembre il territorio di Mariupol è Russia: qui Putin ha investito tanto nella ricostruzione, ma si deve fare in fretta perché sta arrivando l’inverno.
Così nelle strade operai, ucraini e russi, stanno piazzando i tubi per il riscaldamento sotto le strade.
Nel quartiere vicino all’impianto Azovstal rimangono solo scheletri: le persone rimaste in questo quartiere ridono pensando ai russi, “benefattori” che prima lanciano le bombe e ora mandano qui le loro imprese per ricostruire.
Gli occupanti si comportano bene, racconta una persona anziana
“si comportano bene adesso ma è come se io ti dessi un cazzotto e poi ti dicessi, ma come se bello. Ora basta, andiamocene o mi metteranno in prigione…”

Ma ci sono anche persone che criticano Zelensky, per la sua scelta di schierarsi contro la Russia. Ci sono quelli che considerano la Russia non un invasore ma un liberatore.
Altri vorrebbero solo la pace, la tranquillità. Qualcuno invece non vuole farsi riprendere, per timore degli informatori ucraini, nel timore che dovessero tornare a riprendersi la città.
Il teatro di Mariupol dove sono morti centinaia di civili per un bombardamento russo, è oggi ricoperto da teli con le immagini di artisti russi.
La ricostruzione del teatro e di altre zone del paese è in mano ad aziende di San Pietroburgo.

Il Cremlino ha appaltato al comune di San Pietroburgo i lavori di ricostruzione a Mariupol: l’antica capitale degli zar ha inviato qui tecnici, ingegneri e imprese. Il campo di battaglia per la conquista della popolazione è fatto di cemento, come quello del quartiere chiamato Aleksandr Nevskij, costruito da zero in tre mesi, lavorando giorno e notte. Centinaia di gru hanno tirato su palazzi dal nulla e hanno ristrutturato quelli lievemente danneggiati.

Il sindaco di Mariupol, messo lì dalla Russia, parla di investimenti ingenti per ricostruire case, per riscaldare gli appartamenti: nella stanza dell’intervista con Report è presente un militare, giusto per chiarire il clima.

Quella della Russia è una corsa contro il tempo: all’arrivo dell’inverno senza case riscaldate sarà difficile la situazione a Mariupol.
Ci sono quartieri senza gas, dove vivono anziani, bambini che hanno perso i genitori, in case che dovrebbero essere demolite, ma le liste per la ricostruzione sono lunghe. Per queste persone l’inverno sarà difficile.

C’è poi la battaglia fatta dalla carta: i russi stanno investendo tanto nella ricostruzione delle scuole dove si insegnerà, da ora in poi, il russo e non più l’ucraino. Con Zelensky, dal 2018, era l’ucraino la lingua nelle scuole.

Ma ora, più che la lingua, per i ragazzi e i bambini di Mariupol, la cosa più importante è dimenticare la guerra: le privazioni, il dolore, il timore di non avere cibo per il domani.

Putin sta compiendo lo stesso errore dell’Ucraina, imponendo una lingua: non ci sarà mai un processo di pacificazione, se non ci sarà il rispetto per le minoranza.

PIZZA CONTEMPORANEA di Bernardo Iovene

L’inchiesta del 2014 aveva mostrato il lato oscuro della pizza: forni non puliti, dove si sente l’odore della legna, ristoranti dove si vendeva la pizza congelata (a Venezia, ai turisti da spennare), mozzarella che viene dall’estero (senza che nessuno controllasse), pizzaioli che non conoscevano le basi (che vuol dire farina 00), olio di girasole al posto dell’olio d’oliva.
Un quadro impietoso su un prodotto che dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello: con prodotti di poca qualità, cotta in modo potenzialmente tossico, si ottiene un prodotto poco digeribile.

Apriti cielo: dopo il servizio Report e Iovene furono attaccati, accusati di voler rovinare l’immagine dei pizzaioli. La pizza si è sempre cotta e fatta così…

Otto anni dopo cosa è cambiato?
Iovene ha girato diverse pizzerie a Napoli: oggi si usa mozzarella fior di latte dop, pomodoro italiano, si inizia ad usare sempre di più olio extra vergine di oliva.
In un’altra pizzeria, a Roma, si fanno pizze di diversi gusti, non solo margherita o marinara, ma con un prezzo maggiore (il maggior prezzo dipende dal costo delle materie prime e dell’affitto).
Dopo la pizza del brand Da Michele, la pizza di Gino Sorbillo, in via dei Tribunali e in altri posti a Napoli, fino a Roma: qui si usano olio d’oliva e pomodoro San Marzano dop, con farine di tipo 1, meno raffinate.
Tutti cambiamenti nati dopo la trasmissione di Report: “ma ha fatto soltanto bene alla pizza” racconta.
Oggi si cerca di non bruciare la pizza, di usare la pala bucata, di stare attenti al fumo nella cupola del forno. Altri pizzaioli del centro di Napoli hanno seguito l’esempio di Sorbillo, niente olio di girasole e anche forni a gas (infrangendo il tabù del forno a legna e basta).
Anche da RossoPomodoro si usano forni a gas, sempre puliti, per fare pizze meno bruciate e più digeribili e asciutte.
Anche i forni elettrici sono stati sdoganati, come accaduto nella pizzeria di palazzo Petrucci a Spaccanapoli nel cuore della città, con una terrazza che affaccia sulla piazza di San Domenico Maggiore.
La pizza è cambiata, dal forno non più solo a legna si sfornano pizze con impasti idratati e farine tipo 1, con ingredienti molto lontani dalla tradizione, come i fichi conditi con la colatura di alici. Sapori diversi, ma le persone non notano la differenza, raccontano i pizzaioli. I prezzi salgono, però: se una margherita costa 6,50 euro, una pizza elaborata con prodotti freschi arriva a costare anche 15 euro. Pomodoro bio di Corbara, olio extra vergine e farina di tipo 1: i cuochi si trovano bene con questa farina – racconta a Iovene Davide Ruotolo, premiato come giovane pizzaiolo dell’anno nel nel 2022:
“mi trovo molto bene, comunque lavorando con un’alta idratazione, la tipo 1 mi assorbe maggiormente.”


La ricaduta è la bolletta: per il rincaro del gas, la bolletta è aumentata da 1884 euro del 2021, attualmente è balzata a 11.114 euro al mese. Un aumento che rispetto all’uso della legna è sempre, spiega a Report il padrone della pizzeria Edoardo Trotta, ovvero l’acquisto, lo scarico, la manutenzione del forno, della canna fumaria e di tutto quello che gira attorno.
L’associazione “Verace pizza napoletana” ha adottato i forni a gas, mentre l’altra associazione “Pizzaioli napoletani” rimane attaccata ai vecchi forni a legna.
Ma c’è un altro punto di distanza: l’associazione “Pizza Verace” chiede ai suoi aderenti di non usare il forno a legna quando il fumo riempie la cupola, perché significa che il forno non ha raggiunto la sua temperatura. Il fumo nero nel forno, cioè, non si dovrebbe mai vedere: si dovrebbe aspettare che il fumo si dissolva, misurare la temperatura, la volta deve essere bianca, solo così il forno è pronto per lavorare. Perché elementi incombusti che potrebbero finire sulla pizza non sono più presenti. Il profumo sulla legna non deve esistere: l’associazione Pizza Verace è chiaro su questo punto “il giorno che si sente il profumo della legna sulla pizza ci arrestano, perché significa che sono finiti gli idrocarburi della combustione sopra la pizza e questo non ci deve essere …”

E la pizza di Briatore? I pizzaioli napoletani lanciano un messaggio all’imprenditore piemontese, non è cosa tua.

Se le cose sono cambiate è anche merito di chi, come l’industria delle farine, ha fatto ammenda delle sue colpe: Iovene ha intervistato, dopo 8 anni, l’AD del Mulino Caputo, che oggi produce farine da grano italiano (non solo straniero), meno raffinato.
Questo grano è usato nella pizzeria di Ciro Salvo, proprietario di 50 Kalò: usano grani che provengono da aziende del sud, assieme ad olio extravergine, direttamente dalle bottiglie e versato sulle pizze appena sfornate. Le vecchie oliere se non ben lavate si rischia di raccogliere anche olio vecchio, dal sapore rancido.
Le sue pizze rappresentano la “pizza contemporanea”, una rivoluzione nel mondo della pizza a cui Report ha dato il suo contributo: la tradizione si può mettere in discussione, come anche la trascuratezza di vecchie procedure come dei vecchi ingredienti.

Oggi la pizza contemporanea, oltre a nuovi impasti (più idratati e maggiormente digeribili), ha anche visivamente un aspetto diverso, con un cornicione più alto.
Le pizze possono essere cotte a temperatura più bassa il che richiede maggiori tempi di cottura ma con meno fumo e con un fondo che non è bruciato.
Niente “schiaffo” per preparare l’impasto, niente acrobazie, solo gesti delicati per preparare la base.

Vincenzo Pagano, giornalista, ha accompagnato Iovene alla degustazione di queste pizze contemporanee, che piacciono ai giovani, compresa la “scrocchiarella” romana, più alta e croccante.
Cose impensabili fino a dieci anni fa.

E i pizzaioli storici cosa ne pensano? Che si tratta solo di una bolla, che alla fine si sgonfierà per tornare alla pizza tradizionale. Si tratta solo di una moda…

Report ha seguito le premiazioni per i migliori pizzaioli in Italia e poi nel mondo, che ha premiato i Masanielli di Martucci, con la sua pizza contemporanea.
T
ra la categoria pizzerie in catene, quest’anno era presente anche la Crazy pizza di Briatore: Iovene si è infiltrato assieme agli ispettori che dovevano fare la valutazione.
La pizza coi gamberi è “l’emblema della mediocrità”, quella Margherita “non sente la spinta né del pomodoro né della mozzarella”. Si paga tanto per non avere l’eccellenza, il giudizio dei tre giornalisti che hanno valutato queste pizze.

21 novembre 2022

Anteprima inchieste di Report – Mariupol la città martire, la pizza e le chiese a Napoli

Questa sera Report ci offre due servizi che sono seguito di vecchie inchieste: la prima sulla pizza, su come è cambiato il modo di prepararla, il secondo sulla gestione delle chiese di Napoli.

Infine un servizio in esclusiva su Mariupol, la città martire della guerra in Ucraina.

Report fa bene alla pizzaioli

Nel 2014 il servizio di Bernardo Iovene sulla pizza aveva suscitato tante, inutili, polemiche: “adesso nemmeno la pizza ci possiamo mangiare in pace..”
Eppure quel servizio metteva in luce tanti aspetti del cibo più amato dagli italiani, poco piacevoli: dal fondo bruciato all’uso di olio non di oliva (con scuse anche pretestuose per preferirne altri).
Passati 8 anni, quanto è cambiato nel mondo dei pizzaioli napoletani? Non solo sono stati sdoganati i forni a gas, anche quelli elettrici, come accaduto nella pizzeria di palazzo Petrucci a Spaccanapoli nel cuore della città, con una terrazza che affaccia sulla piazza di San Domenico Maggiore.
La pizza è cambiata, dal forno non più solo a legna si sfornano pizze con impasti idratati e farine tipo 1, con ingredienti molto lontani dalla tradizione, come i fichi conditi con la colatura di alici. Sapori diversi, ma le persone non notano la differenza, raccontano i pizzaioli. I prezzi salgono, però: se una margherita costa 6,50 euro, una pizza elaborata con prodotti freschi arriva a costare anche 15 euro. Pomodoro bio di Corbara, olio extra vergine e farina di tipo 1: i cuochi si trovano bene con questa farina – racconta a Iovene Davide Ruotolo, premiato come giovane pizzaiolo dell’anno nel nel 2022:
“mi trovo molto bene, comunque lavorando con un’alta idratazione, la tipo 1 mi assorbe maggiormente.”
Bernardo Iovene è andato in via dei Tribunali nel quartiere di Gino Sorbillo, dove ci sono i cantanti sui balconi e dove in tanti hanno beneficiato del successo del pizzaiolo. Davanti la sua pizzeria c’è sempre la fila e qui la Margherita costa 5 euro: “un prezzo giusto per la politica popolare che noi applichiamo da sempre con le nostre pizze.”

Sorbillo ha un’altra pizzeria sul lungomare dove i costi sono più alti, ma perché le spese di fitto sono più alte: sul lungomare, davanti Castel dell’Ovo una Margherita arriva a costare anche 8 euro, con la bufala anche 12. Ci sono poi altre pizzerie a Tokio, Miami, Milano e a Roma in piazza Augusto Imperatore dove servono la famosa pizza con la “zizzona” da un kg, a 40 euro, ma si tratta di una pizza per 4-6 persone.
Ma nelle pizzerie di Sorbillo si trova anche la classica Margherita con pomodoro San Marzano, fior di latte di Agerola e olio extra vergine di oliva. Otto anni fa i pizzaioli dicevano che era pesante sulla pizza, preferendo quello di girasole. Oltre all’olio la novità è il forno a gas, che non fa fumo, non ha bisogno di legna e la cottura della pizza è uguale.
Altra novità sta nell’impasto: non si usa più solo la farina doppio 0, si usa la farina tipo 1 inserita nell’impasto fa venire la pizza più saporita. Questo cambiamento rispetto al passato è frutto della trasmissione del 2014, spiega a Iovene Gino Sorbillo: tutto il polverone, tutte le polemiche hanno fatto solo bene alla pizza.

Oggi l’associazione Verace Pizza Napoletana ha inserito nel disciplinare la farina tipo 1, una scelta storica, e ai corsi per pizzaioli dove arrivano ad imparare l’arte della pizza napoletana da tutto il mondo, adesso insegnano l’uso addirittura di tre forni diversi, a legna, a gas e il forno elettrico – racconta Stefano Auricchio direttore dell’associazione e per una questione di trasparenza oggi le pizzerie dell’associazione riportano sulle insegne se usano il forno elettrico o a legna.

La polemica più dura è arrivata da un’altra associazione, quella dei “Pizzaioli Napoletani” che ammettono solo forni a legna e il loro presidente afferma che dovrebbe essere l’associazione “Pizza Verace” a cambiare nome, “perché divulga il forno a gas, il forno elettrico, penso che non si può più parlare di pizza verace a questo punto” spiega a Iovene Sergio Miccu. La pizza nasce col forno a legna e dovrà morire col forno a legna.
Ma c’è un altro punto di distanza: l’associazione “Pizza Verace” chiede ai suoi aderenti di non usare il forno a legna quando il fumo riempie la cupola, perché significa che il forno non ha raggiunto la sua temperatura. Il fumo nero nel forno, cioè, non si dov
rebbe mai vedere: si dovrebbe aspettare che il fumo si dissolva, misurare la temperatura, la volta deve essere bianca, solo così il forno è pronto per lavorare. Perché elementi incombusti che potrebbero finire sulla pizza non sono più presenti. Il profumo sulla legna non deve esistere: l’associazione Pizza Verace è chiaro su questo punto “il giorno che si sente il profumo della legna sulla pizza ci arrestano, perché significa che sono finiti gli idrocarburi della combustione sopra la pizza e questo non ci deve essere …”
Oggi i pizzaioli napoletano lo sanno, spiega a Iovene il rappresentante dell’associazione pizzaioli: lo sanno ma continuano ad infornare quando la cupola è densa di fumo, e non va bene.



La ricaduta oggi è 
per l’uso del gas, è però sulla bolletta: da 1884 euro del 2021, attualmente è balzata a 11.114 euro al mese. Un aumento che rispetto all’uso della legna è sempre, spiega a Report il padrone della pizzeria Edoardo Trotta, ovvero l’acquisto, lo scarico, la manutenzione del forno, della canna fumaria e di tutto quello che gira attorno.
A parte questo, la lezione di Report di otto anni fa, ha fatto bene alla pizza e a noi consumatori: oggi a Napoli si servono pizze più digeribili, cotte meglio e in forni più puliti.
Bernardo Iovene è andato ad ascoltare un altro pizzaiolo famoso, Ciro Salvo, proprietario del marchio 50 kalò, che ha pizzerie sia a Roma che a Napoli, sempre piene.
Anche lui ha cambiato modo di fare la pizza: solo grano italiano provenienti dal sud, tutti gli ingredienti sono tracciati, olio solo a fine cottura ed extravergine, ogni pizza ha poi il suo olio associato, “messo a caldo sulla pizza appena sfornata riesce a sprigionare tutto il suo profumo e tutto il gusto..”.
Anche la vecchia oliera, quella che veniva continuamente rabbocata, è stata mandata in pensione: perché se questa non veniva pulita in modo accurato si rischiava di raccogliere l’olio ormai rancido che si posa sul fondo e sulle pareti. Usando le bottiglie piccole si possono apprezzare le migliori caratteristiche esaltando così il sapore della pizza.

Il servizio di quest’anno si occuperà anche della famosa, e costosa, pizza di Briatore.

La scheda del servizio PIZZA CONTEMPORANEA di Bernardo Iovene

Nel 2014 una nostra puntata sulla pizza evidenziò come il prodotto simbolo nazionale fosse trascurato negli impasti e negli ingredienti, da Venezia dove venivano servite scongelate, a Milano dove venivano preparate con impasti veloci, passando per Roma e fino a Napoli dove spesso i pizzaioli erano poco preparati, le pizze spesso bruciate, i forni a legna non puliti, l’olio non era extravergine, le farine troppo raffinate. Il coro unanime dei consumatori era che per la maggior parte mangiavano una pizza poco digeribile. Siamo tornati nelle pizzerie di Napoli e abbiamo trovato una situazione capovolta rispetto a quella di otto anni fa. Miglioramenti nella scelta delle farine, degli ingredienti e l’introduzione di forni a gas ed elettrici approvati dall’associazione Verace Pizza. Una rivoluzione, iniziata proprio dopo la nostra inchiesta che provocò polemiche e attacchi, ma che oggi è diventata un punto di riferimento. Mentre montava la polemica sul prezzo della pizza innescata dall’apertura delle pizzerie dell’imprenditore Flavio Briatore, Report ha scoperto che le pizzerie storiche del centro di Napoli hanno aperto succursali in tutto il mondo dove i prezzi sono anche dieci volte più cari. Ma la sorpresa è la nascita della Pizza Contemporanea Napoletana che rompe con la tradizione con impasti molto idratati, ingredienti di qualità e addirittura con una forma diversa. Infine, abbiamo affiancato gli ispettori della guida “50 top pizza world” che girano e valutano le pizzerie in incognito e quest’anno tra le new entry c’erano proprio quelle di Briatore.

Le chiese di Napoli – la seconda puntata

A Napoli ci sono più di mille chiese e nel centro storico ce ne sono addirittura più di Roma: sono 203 ma solo 79 sono usate per il culto, il resto sono chiese abbandonate, decadenti e senza controllo. Non sorprende – racconta il servizio di Danilo Procaccianti – se poi esistono sfregi unici al mondo come quelli raccontati da Report due settimane fa: un abuso edilizio sulla faccia della chiesa di Sant’Arcangelo a Baiano, dove il balcone della casa a fianco alla chiesa si è allargato .


“Su quella chiesa non so come sia stato possibile quel tipo di abuso, che è un abuso che risale a moltissimi anni fa” era stata la risposta del portavoce della curia. Ma a parte questo, l’abuso sta ancora là, chi arriva davanti la chiesa vede un balcone che si è allargato. Perché la chiesa non è intervenuta prima?
“Di fatto siamo intervenuti e stiamo intervenendo ..”, ha provato a rispondere il portavoce ma in realtà la curia non ha mai fatto niente rispetto a quel balcone, la segnalazione l’hanno fatta i vigili urbani ben 34 anni fa ed è stata la Soprintendenza ad avvertire la Curia che era all’oscuro di tutto.
Un qualcosa di curioso, ammette Salvatore Buonomo della Soprintendenza : “è curioso nel senso che intervenire quando l’abuso è già stato effettuato pone delle difficoltà e dei disagi completamente diversi. ”
Report si era occupata anche del Grand Hotel Serapide, l’hotel ristrutturato dal trasversalissimo Claudio Ferrara, che una volta era la cittadella apostolica di monsignor Cascella che lo aveva lasciato alla curia a patto che continuasse ad essere usato per fini assistenzialistici.
Suite di lusso, centri benessere, piscine e una meravigliosa vista sulle isole di Ischia, Capri e Procida. Di apostolico oggi c’è rimasto ben poco. Come si difende la curia? Dicendo che quello che si ricava dall’hotel di lusso viene poi usato per il mantenimento dei sacerdoti poveri. Certo si ricava molto poco, perché la curia ha fatto in contratto di soli 3000 euro al mese.
“Questi non sono fatti vostri” ha risposto il cardinale Sepe a Report.

La scheda del servizio ANDATE IN PACE di Danilo Procaccianti
con la collaborazione di Goffredo De Pascale e Andrea Tornago

Sempre più numerosi i casi delle chiese napoletane gestite con grande difficoltà dalla Curia. Per il balcone abusivo sulla facciata della chiesa cinquecentesca di Sant'Arcangelo a Baiano, in pieno centro storico, si sono attivati il Comune e la Soprintendenza, ma cosa ha fatto la Curia da cui dipende quel monumento? Dopo la trasmissione del servizio di Report "La messa è finita", il Cardinale Crescenzio Sepe, Arcivescovo Emerito, ha convocato una conferenza stampa per dire che solo il 15% dei luoghi di culto cittadini è di loro pertinenza e che i soldi ricavati dalla locazione della Cittadella Apostolica - un centro nato per ospitare i bisognosi che tale doveva restare nella volontà testamentaria del prete che l'ha affidato alla Curia - vengono regolarmente impegnati per il nobile scopo. Ma è davvero così? E chi è l'affittuario della Cittadella che con una società con 50 mila euro di capitale ha stipulato con il Cardinale Sepe un contratto di 18 anni versando un importo di circa 3 mila euro al mese? Una conoscenza comune unisce il Cardinale e l'imprenditore. Si tratta di Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario all'Economia condannato per concorso esterno in associazione camorristica. Ma la Cittadella Apostolica non sarebbe l'unico caso di "tradimento" di un “testamento".

Mariupol la città martire


Report è andata a Mariupol la città martire di questa guerra voluta da Putin, per raccontarci come si vive sotto l’occupazione russa, sei mesi dopo la fine della battaglia.
Non solo è una città occupata – racconta il servizio di Manuele Bonaccorsi – è diventata una città annessa al territorio russo, parte integrante del territorio della federazione russa, dopo il referendum farsa. La strada che collega il capoluogo Donetsk alla città costiera è ancora pieno di posti di blocco militari. Ma a rallentare il percorso è piuttosto lo slalom tra i cantieri: dopo l’operazione militare per la conquista delle strade, degli scheletri dei palazzi, dopo la strage di civili e militari, inizia la battaglia decisiva, quella per la conquista della popolazione.
Il Cremlino ha appaltato al comune di San Pietroburgo i lavori di ricostruzione a Mariupol: l’antica capitale degli zar ha inviato qui tecnici, ingegneri e imprese. Il campo di battaglia per la conquista della popolazione è fatto di cemento, come quello del quartiere chiamato Aleksandr Nevskij, costruito da zero in tre mesi, lavorando giorno e notte. Centinaia di gru hanno tirato su palazzi dal nulla e hanno ristrutturato quelli lievemente danneggiati.
Il teatro di Mariupol dove sono morti centinaia di civili per un bombardamento russo, è oggi ricoperto da teli con le immagini di artisti russi.
Un finanziamento straordinario da parte della Russia che però ha imposto in questi territori l’insegnamento del russo, lo stesso errore fatto da Zelensky che abolì il russo, quando prima si insegnavano tutte e due le lingue in queste zone.

Durante l’anticipazione a In Mezz’ora Sigfrido Ranucci spiegava come questo fosse un errore perché se non c’è il rispetto per le minoranze non puoi costruire una pacificazione e questa deve cominciare dalle scuole.
Cosa dicono le persone intervistate nelle strade? Alcuni se la prendono con Zelensky, se l’Ucraina fosse rimasta neutrale non ci sarebbe stata la guerra, altri raccontano di aver votato a favore del referendum, perché siamo tutti slavi. La gente (quanto meno le persone intervistate da Report) vorrebbe solo tornare alla pace.
Come si comportano gli occupanti – ha chiesto Manuele Bonaccorsi ad un anziano: “si comportano bene adesso ma è come se io ti dessi un cazzotto e poi ti dicessi, ma come se bello. Ora basta, andiamocene o mi metteranno in prigione...”

Quanto durerà questa guerra? Quanto ancora dovranno soffrire gli ucraini? Fino a quando ci sarà questa stabilità a Mariupol, specie ora che arriva l’inverno e le persone rimarranno senza case?

Il PIL ucraino è di 200 miliardi i danni stimati sono di 700 miliardi: chi pagherà?

La scheda del servizio MARIUPOL ANNO ZERO di Manuele Bonaccorsi

Le telecamere di Report tornano a Mariupol, la città martire della guerra ucraina, 6 mesi dopo la battaglia che l’ha ridotta in macerie. Dopo i referendum di annessione svolti a settembre, gli occupanti considerano la città portuale parte integrante del territorio russo. E dopo aver conquistato le strade e gli scheletri dei palazzi provano a conquistare la popolazione, per il 90% di madrelingua russa. Report ha intervistato gli abitanti della città, nettamente divisi tra chi dà la colpa della guerra a Putin e chi a Zelensky. L’amministrazione civile nominata da Mosca ha messo in campo uno sforzo straordinario per la ricostruzione. Obiettivo: dare a tutti un tetto entro l’inverno. Ma difficilmente gli abitanti rimasti a Mariupol riusciranno ad avere una casa calda prima dell’arrivo del gelo. Per loro si preannunciano mesi molto difficili. Cambia tutto anche nelle scuole, dove dal 2018 il governo di Kiev aveva imposto l’uso dell’ucraino, superando un sistema di istruzione che precedentemente era perfettamente bilingue. Oggi gli istituti di Mariupol, alcuni dei quali sono stati ricostruiti con grande velocità, applicano i programmi della Federazione russa. Ritorna la lingua madre maggioritaria della popolazione e l’ucraino viene ridotto a materia opzionale, un’ora a settimana. Nella battaglia tra gli opposti nazionalismi, gli studenti di Mariupol hanno però un’altra priorità, la più difficile: superare il trauma della guerra.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 maggio 2022

Anteprima inchieste di Report – la strage delle bufale e il Tribunale dell’Aia

Report questa sera racconterà chi ha ostacolato il lavoro della Corte Penale internazionale in questi ultimi anni, degli abbattimenti indiscriminati dei capi di bufala in Campania per la brucellosi, infine un servizio sulla situazione nel Donbass, la regione dell’Ucraina al centro dello scontro con la Russia.

La strage delle bufale campane

Bernardo Iovene si era occupato lo scorso anno della strage delle bufale da allevamento in Campania a Caserta: sono stati abbattuti decine di migliaia di capi per il rischio della brucellosi, ma le analisi successivi hanno dimostrato che il 98% dei capi era sano. Un danno per gli allevatori del casertano ma anche una beffa, non sempre di fronte a questo rischio di malattia si è proceduto con abbattimento massivi. Che fine ha fatto la carne dei capi abbattuti? Chi ha lucrato su questi abbattimenti?



Questa malattia era stata quasi debellata con le vaccinazioni, ma poi nel 2014 si decise di interromperle e, come conseguenza, l’incidenza di questa malattia è cresciuta.

Oggi gli allevatori in crisi chiedono il ripristino della vaccinazione: a Bernardo Iovene raccontano delle centinaia di capi abbattuti, alcuni li hanno persi proprio tutti, “abbattimento totale” si chiama, “De Luca ci ha ingannato, ha firmato un piano per la chiusura delle aziende e noi oggi non solo ci troviamo a combattere la brucellosi e la tubercolosi ma anche i costi delle materie prime”.

Il servizio cercherà anche di capire quale sia la mozzarella di bufala migliore (è un duro mestiere quello di Iovene, tra pizze, caffè, nocciole e mozzarelle, ma qualcuno lo deve fare).

L’anno scorso sulla collina di Posillipo si è svolto il campionato nazionale della mozzarella di bufala: davanti le telecamere di Report gli assaggiatori hanno degustato i marchi arrivati alla finale, per arrivare alla regina delle bufale, la Vannullo, che non è né DOP né casertana: “è mozzata a mano” spiegano gli assaggiatori.

Iovene è andato a visitare l’azienda a Paestum, vicino i templi (andateli a vedere, almeno una volta nelle visita): l’azienda ha un solo punto vendita, per comprarla si deve per forza venire qui, assieme ai turisti. Le bufale riposano su un materasso, decidono loro quando farsi mungere (la famosa autogestione delle bufale)

La scheda del servizio: Bufale da macello di Bernardo Iovene

Collaborazione di Alessandra Borella, Greta Orsi

Immagini di Alfredo Farina

Grafiche di Federico Aiello

Le infezioni stanno decimando gli allevamenti di bufale in provincia di Caserta. Gli allevatori sono sul lastrico e chiedono nuovi metodi di analisi visto che il 98,5% delle bufale post mortem risulterebbe non malata. Brucellosi e Tubercolosi sono le infezioni che stanno decimando gli allevamenti di bufale in provincia di Caserta. La beffa è che la carne delle bufale dichiarate infette, lo stesso giorno della macellazione viene dichiarata idonea per il consumo ed entrano sul mercato della carne bovina gestita da un unico macello di proprietà di Cremonini, azienda leader in Europa. Report ricostruirà questa triste vicenda attraverso le voci degli allevatori sul territorio, le contraddizioni riscontrate da Consiglio di Stato e veterinari degli allevatori e le risposte dell’Asl di Caserta. L’8 marzo scorso, la regione Campania ha pubblicato il nuovo piano di eradicazione: per gli allevatori, che continuano a protestare contro una strage di animali che ritengono evitabile e inutile, sarebbe addirittura peggiorativo.

L’inferno di Mariupol

Nonostante gli sforzi del rappresentante delle Nazioni Unite, i tentativi di creare dei corridoi umanitari in Ucraina sono bloccati, i civili sono ancora bloccati a Mariupol, impossibilitati a scappare dalle macerie, dalle rovine dell’acciaieria Azovstal, dove sono rimasti i militari del battaglione Azov.


Quei pochi che riescono a fuggire arrivano a Donetsk, la capitale della repubblica popolare del Donbass che è l’unica via di fuga: dove le telecamere di Report hanno registrato il fiume di persone che, con poche valigie e borse al seguito, cercano rifugio nel centro di raccolta della protezione civile locale. Le persone hanno usato gli autobus forniti dalla repubblica di Donetsk per arrivare fin lì, ma i bus sono troppo pochi

La scheda del servizio: I sommersi e i salvati di Mariupol di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Giulia Sabella

Montaggio di Riccardo Zoffoli

La troupe di Report a Donetsk, nel Donbass russo.

É in questa area che stanno arrivando migliaia di profughi della guerra in Ucraina. E da lì hanno seguito le truppe occupanti a Mariupol, la città martire del conflitto, fino alla prima linea, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti dell'Azovstal, dove sono asserragliati gli ultimi uomini del battaglione nazionalista ucraino Azov.

La Corte di Giustizia internazionale 

Non c’è nessuna giustificazione sui crimini compiuti dall’esercito russo sulla popolazione civile ucraina: questi verranno giudicati dalla Corte Penale Internazionale nella città dell’Aia: ma questa corte, che dovrà indagare per individuare i responsabili dei crimini di guerra in Ucraini, funziona davvero? Report ha intervistato il presidente della Corte, Piotr Hofmanksi che alla trasmissione spiega che “non possiamo punire tutti i criminali del mondo, ma abbiamo il dovere di provarci. Bisogna avere fiducia, non si sa mai quello che può accadere nel futuro.”

Cuno Tarfusser, che è stato giudice presso la Corte, a Report ha aggiunto che la giustizia internazionale non possa andare oltre il mandato di cattura non eseguito.

Sui crimini di guerra e sul ruolo debole della Corte, Report ha intervistato Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia: “è un tribunale che è stato reso debole” racconta al giornalista “lasciamo che indaghi sulle guerre africane in cui si ammazzano tra di loro, c’è anche un elemento un po’ razzista in questa valutazione, come a dire ci sono conflitti di cui non ci interessa perché accadono in luoghi poco rilevanti, allora per quelli va bene il tribunale. Per le cose grosse ci pensiamo noi: la situazione dell’Afghanistan è esemplare da questo punto di vista. La storia di venti anni di crimini di guerra in Afghanistan si riduce soltanto ai talebani, senza indagare gli americani. Questa è una giustizia monca. Nel settembre del 2021 il procuratore Khan ha detto ‘è passato del tempo, noi dobbiamo concentrarci sui crimini più importanti’”.

Non lo ha detto esplicitamente, ma ha fatto capire che gli americani non sarebbero stati toccati – ha chiesto Lorenzo Vendemiale a Noury “si, oppure mi è stato chiesto di non toccarli.”

La scheda del servizio: Il Tribunale degli impuniti

di Lorenzo Vendemiale

Dall’Ucraina arrivano da settimane immagini e racconti delle atrocità commesse durante il conflitto​​​​.

Il Governo di Kiev ha raccolto oltre 8mila denunce di uccisioni di civili, stupri, torture, utilizzo di armi non convenzionali da parte delle truppe russe. Il mondo invoca l’intervento della Corte Penale Internazionale con sede a L’Aia, il tribunale che deve fare luce sull’accaduto e potrebbe dichiarare Vladimir Putin e gli altri vertici russi criminali di guerra. Ma la giustizia internazionale funziona davvero? Con un'intervista esclusiva al presidente della Corte, Piotr Hofmanski, e il parere di rinomati esperti di diritto internazionale, Report spiegherà quali sono i limiti con cui deve fare i conti l’inchiesta sull’Ucraina. E racconterà come e per quali ragioni è stato ostacolato negli ultimi 20 anni il lavoro della Corte de L’Aia.

La sfida del Politecnico sulla pista di Cape Canaveral

Due settimane fa Report aveva trasmesso un servizio dove si anticipava la mobiiltà del futuro: auto senza pilota in grado di muoversi nel traffico ed evitare gli ostacoli grazie all’intelligenza artificiale che elabora tutti i dati che arrivano dai sensori, dalle telecamere.

Su questo progetto stanno lavorando le più grandi università al mondo, tra cui il nostro Politecnico di Milano: il loro software è stato montato su delle auto da corsa Dallara che si sono sfidate sulla pista di Las Vegas, dove il nostro Ateneo ha vinto la sfida, che aveva attirato l’attenzione perfino della Nasa che ha invitato il team italiano a gareggiare sulla pista dove atterrano gli Shuttle a Cape Canaveral. È la pista più lunga al mondo: qui le auto dovevano superare una nuova sfida, superare il muro dei 300 km/h.

La scheda del servizio: Record a Cape Canaveral di Michele Buono

Immagini di Tommaso Javidi

Montaggio di Veronica Attanasio

La Nasa aveva invitato il Politecnico a lanciare la propria auto sulla pista di Cape Canaveral. Com’è andata?

Nella puntata del 18 aprile, Report aveva annunciato un nuovo impegno per il team del Politecnico di Milano, vincitore della gara di guida autonoma nel circuito di Las Vegas, raccontata nell’inchiesta “L’algoritmo al volante”. La Nasa aveva invitato il Politecnico a lanciare la propria auto sulla pista di atterraggio degli Shuttle a Cape Canaveral, la più lunga del mondo, per un’altra sfida: superare la soglia dei 300 kmh di un veicolo a guida autonoma. Com’è andata?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.