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06 luglio 2025

Anteprima inchieste di Report – la Cina sommersa, Bandecchi e Unicusano e i finti bandi sulle concessioni balneari

Banche, tribunali, commissari sommersi: il mondo della Cina che non si conosce in Italia.

Poi Unicusano, il sindaco di Terni Bandecchi dopo l’ultima puntata di Report aveva promesso due manrovesci. Domenica vedremo chi li ha presi veramente.

I manrovesci di Bandecchi


Il sindaco di Terni nonché fondatore ed ex rettore di Unicusano, l’università telematica, è stato rinviato a giudizio per evasione fiscale.

Aveva promesso a Sidfrido Ranucci e a Report due schiaffoni, “lei e la sua libertà di stampa se la deve mettere nel c..” cito le testuali parole di un sindaco che oramai non si vergogna più di nulla, “finché lei continuerà a fare programmi dove risulterà infame”.Il servizio di Report su Unicusano non gli era piaciuto, soprattutto i conti che Luca Bertazzoni aveva fatto sugli stipendi dei docenti.

Come spiegava il consulente di Report Pier Gaetano Bellavia, “questi incassano più di 80 ml dagli studenti a fronte di questo per i docenti spendono 9 milioni e mezzo”.

9,5 ml su 1107 docenti fa una media di 8600 euro lordi l’anno questi sono i dati che arrivano dal MIUR: ma i numeri non bastano a convincere Bandecchi, “i nostri docenti sono pagati 4 volte gli altri..”

Ma chissà se nella media di Bandecchi rientra l’ex docente che Report ha intervistato per capire come funzionano veramente le cose: ha insegnato ad Unicusano dal 2018 fino al 2023, la retribuzione era di 4000 euro lordi per tutta la produzione di 40 ore di videolezioni, 250 pagine di dispense e altro materiale. “L’anomalia di questo contratto è che innanzitutto mi venivano chiesti dei diritti d’autore per cinque anni ed oltre”.

Cosa vuol dire? La signora – così la chiama il sindaco, non la docente – “fa una lezione, scrive il suo libro, questo prodotto potrà essere utilizzato da noi per almeno cinque anni”.

I materiali per l’insegnamento erano diventati vecchi e obsoleti, c’era bisogno di un aggiornamento – spiega a Report l’ex docente che aveva segnalato il problema all’università – e le era stato risposto che avrebbero verificato..

Ma il tema non appassiona Bandecchi: “lei sta parlando di una categoria di professori che è lo stato che produce questa gente, io mi limito ad andare su uno scaffale e prendere i prodotti che lo Stato ha già confezionato, lei mi vuole dire che non capiscono un c.. da mo che lo dico..”

Questo è il livello di competenza, di rispetto per il lavoro altrui, del fondatore di Unicusano.

Però Bandecchi non è così aperto nei confronti delle opinioni altrui, quando lo riguardano direttamente: il professor della Statale di Milano Piero Graglia è stato querelato dall’ex rettore e da Unicusano per diffamazione aggravata a causa di un post pubblicato sui social in cui scriveva che le università telematiche sono “il frutto malato della riforma Gelmini”.

L’articolo era stato scritto a seguito del sequestro dei beni a Bandecchi da parte della Finanza, come spunto per un ragionamento sulle università telematiche, aggiungendo che questa vicenda (il sequestro) poteva essere catalogata come un ennesimo caso di peculato cialtrone e gli è stato contestato che aveva dato del cialtrone a Bandecchi.

Il professore ha dovuto prendersi un avvocato e comparire di fronte ad un giudice, non c’era nessuno dall’altra parte tanto che il giudice che poi ha archiviato tutto in seduta ha detto “molto gentile il signor Bandecchi a non aver mandato nemmeno un avvocato.”

Sembrava quasi una querela intimidatoria – commenta oggi il professor Graglia che, per questa vicenda, ha speso duemila euro.

Nella sentenza è scritto che l’opponente sembra non comprendere nemmeno il senso di alcune espressioni: tutta colpa degli avvocato, sbotta il fondatore di Unicusano, sicuramente laureati in qualche università italiana.

La Cina sommersa


La guerra commerciale in corso tra Pechino e l’amministrazione americana si lega con i traffici delle mafie internazionali in Italia e nel mondo.
Traffici che si appoggiano alla rete commerciale delle industrie cinesi, alle banche illegali create dalla comunità cinese in Italia (e non solo).

Report ha preso parte, assieme alla Guardia di Finanza e all’Agenzia delle Dogane, ad un controllo sulla merce in arrivo dalle grandi metropoli cinesi, compie un mezzo giro del mondo e arriva poi in Italia al porto di Trieste.

La merce passa perfino per l’Ucraina, per l’Estonia, tra gli oggetti controllati c’è anche uno sberleffo per Musk, il logo della Tesla rifatto: giochi, apparecchi elettronici, calzature e caschi, ogni container assomiglia ad uno scrigno dei desideri.

Desideri contraffatti, come gli auricolari ritrovati dalla Finanza in un container che poi sarebbero andati in Ungheria.

Tutto questo è solo la punta dell’iceberg della rete commerciale dalla Cina che si avvale del controllo di numerosi porti in Europa per il transito delle merci: nel 2024 il valore complessivo delle merci vendute dalla Cina nel mondo è stato pari a 5 trilioni di dollari.

Sempre in Italia, questa volta a Civitanova Marche: i carabinieri individuato qui una banca clandestina cinese con filiali in tutta Italia, col compito di riciclare denaro per la criminalità organizzata.

Il traffico si svolgeva in una anonima villetta nella campagna marchigiana, in una agenzia di viaggi e in un supermercato all’ingrosso a pochi km da Civitanova. Qui la GDF di Ancora a Macerata coordinate dalla procura europea smascherano nell’ottobre 2024 un’organizzazione criminale transnazionale e ricostruiscono operazioni finanziarie illecite per un valore complessivo di 3 miliardi di euro.

“L’associazione criminale riusciva a gestire una underground chinese bank” spiega a Report Peppino Abbruzzese comandante del GICO di Ancora “che riceve denaro contante in cambio di commissioni, il corriere che doveva fisicamente trasportare la merce da un punto a ad un punto b, portava con sé una banconota da 5 euro, questa veniva postata all’interno di una chat criptata, quindi il destinatario della richiesta non faceva altro che verificare il codice alfanumerico presente sulla banconota che esibiva al corriere e automaticamente lo scambio avveniva.”
Quanto denaro veniva scambiato nelle borse dei corrieri?

“In un caso siamo riusciti ad individuare un corriere che trasportava più di 100mila euro in un trolley, fisicamente aveva ritirato un borsone da dentro l’agenzia di viaggi, nelle Marche e si recava in una regione del centro Italia.”

Un sistema che vedeva accanto mafia albanese e facoltosi imprenditori italiani tutti in fila agli sportelli della banca cinese clandestina.

“Siamo sicuri che alcuni versamenti andavano in direzione Cina” prosegue il comandante Abbruzzese “ma la presenza di conti virtuali ha un po’ di fatto limitato la nostra capacità investigativa .. un conto virtuale viene identificato da un iban europeo, di fatto però quando abbiamo chiesto la collaborazione alle autorità straniere ci hanno comunicato che quelli erano conti specchio dal momento che dietro quel conto virtuale si nascondeva un conto cinese.”

Ci sono dunque degli iban in Germania per cui quando a vai a fare un accredito i soldi arrivano in Cina.

Il GICO ha chiesto aiuto alle autorità cinesi ma “ad oggi è mancato un dato oggettivo di collaborazione.”

Questo meccanismo di riciclaggio di denaro sporco è stato scoperto anche negli Stati Uniti dove decine di broker cinesi avevano messo assieme un sistema bancario parallelo per i riciclaggio del denaro sporco frutto del narcotraffico. New York, Chicago, Los Angeles, Miami, le grandi città sono il parco giochi dei grandi cartelli messicani e il bancomat a cielo aperto dove i narcos costruiscono le loro fortune: miliardi di dollari accumulati dalla vendita delle droghe a cominciare dal fentanyl. Un fiume di soldi che ha bisogno di essere ripulito e nessuno è così bravo a ripulire i soldi quanto i broker cinesi.

Chris Urben è direttore generale dell’agenzia di investigazione Nardello&Co: “quello che prima richiedeva dai sette ai dieci giorni per essere riciclato e restituito ai cartelli messicani ora richiede appena uno o due giorni e con un costo dell’1% contro il 7-10% del passato”.

Urben è stato per anni un agente della Dea il reparto anti droga delle forze speciali statunitensi: olrte vent’anni in cui Chris ha pertecipato alla caccia dle re dei narcos, El Chapo Guzman oltre ad essere stato tra i primi a finire sulle rtacce della grande rete di riciclaggio messa in piedi dal sistema bancario clandestino cinese.

“Man mano che i lavoratori cinesi si disperdevano in tutto il mondo avevano buisogno di un modo per rimpatriare i loro fondi in patria. Questa rete di lavoratori cinesi all’estero ha dato origine al sistema bancario clandestino cinese, che era una rete basata sulla fiducia, si trattava di un metodo affidabile per riciclare denaro e rimandarlo nella Cina continentale” spiega a Report Urben.
Dal 2018 l’antidroga americana scopre che all’interno della comunità cinese di New York si nasconde una rete sotterranea di riciclatori ben strutturati e con rapporti di fiducia in ogni angolo del pianeta.

“C’era quindi un nuovo metodo di riciclaggio” prosegue il racconto di Urben “ed era quello operato da reti cinesi negli Stati Uniti che raccoglievano grandi quantità di contanti in dollari, uno o due milioni di dollari tenuti in luoghi controllati da loro. Questo ci ha permesso di comprendere come funzionava la rete, abbiamo osservato trafficanti di droga consegnare denaro a soggetti per noi nuovi, riciclatori di denaro cinesi che prendevano quei fondi e li portavano nelle “stash houses” e accumulavano grandi quantità di valuta.”

Le stash houses, le filiali bancarie clandestine possono essere ovunque, nel retrobottega di una pescheria, come nel sottoscala di un magazzino, a Manhattan come come nel Bronx.

“C’erano decine di broker cinesi a NY e nel New Jersey e ci siamo resi conto che avevano dei dipendenti, come qualunque altra organizzazione: corrieri che consegnavano il denaro, corrieri che lo recuperavano, avevano persone che lo gestivano con le stash location dove il denaro veniva custodito e contato. E poi avevano altri soggetti che operavano su applicazioni criptate come wechat e su bacheche e canali in mandarino dove vendevano quel denaro.”

Report ha ottenuto un’intervista in esclusiva con l’ambasciatore cinese Jia Guide a cui ha aperto le porte della sua residenza: alla trasmissione ha condiviso le linee guida del governo di Pechino su questioni delicate come dazi e commercio internazionale.

La presidente della commissione UE Von Der Leyen ha telefonato primi ministro cinese dove han parlato dei dazi americani sostenendo che possano costituire una deviazione commerciale cinese verso l’Europa, esiste il rischio che l’Europa sia invasa da merci cinesi?

“Comprendiamo le preoccupazioni dei paesi europei” risponde l’ambasciatore Jian Guide “ma in realtà questa questione è stata esagerata, la Cina è ormai il secondo mercato di consumo mondiale, da molti anni il mercato interno costituisce la principale forza motrice della nostra crescita economica.”

L’applicazione dei dazi, quelli attuali e quelli annunciati rischia anche di influire negativamente sui rapporti commerciali tra l’Italia e la Cina?

“Le tensioni sul commercio internazionale hanno avuto un impatto sull’ordine commerciale globale e inevitabilmente anche un’influenza negativa sulle cooperazioni economiche e commerciali tra Cina e Italia. In generale le relazioni economiche e commerciali poggiano su basi solide.”

Il governo cinese sta facendo qualcosa per arginare delle prassi illecite che possono in qualche modo influire sulla giusta concorrenza dei mercati?

“La Cina attribuisce grande importanza alla concorrenza leale e alle regole del mercato e la legge impone chiaramente alle imprese operanti all’estero di rispettare le leggi del paese ospitante e le norme internazionali. Attualmente il maggiore fattore di turbamento dell’equità sul mercato internazionale è rappresentato dalla guerra dei dazi, unilateralmente avviata dal governo americano: l’abuso delle tariffe da parte degli Stati Uniti danneggia i legittimi interessi degli altri paese e viola gravemente le regole dell’organizzazione del commercio e mette a rischio l’ordine economico e commerciale internazionale. Chi rispetta le regole del commercio internazionale non può cedere a chi le infrange. ”

Antonella Mascali ha firmato un articolo che anticipa alcuni dei contenuti del servizio:

“Ombre cinesi”: la guerra dei dazi e la mafia di Prato

di Antonella Mascali

La guerra di mafia cinese in Italia e non solo, è al centro dell’inchiesta di Report di questa sera, che mette in evidenza come omicidi, tentati omicidi, attentati con pacchi bomba, hanno a che fare con la guerra commerciale di Pechino contro Usa ed Europa, che ha avuto un’impennata dopo la guerra dei dazi voluta dal presidente Usa, Donald Trump.

“Ombre Cinesi” esplora la complessa rete di attività illegali che coinvolge in particolare Prato, città storicamente dell’artigianato tessile. Lì la comunità cinese è scossa da una guerra criminale definita “guerra delle grucce”. Ai profani potrebbe sembrare di basso livello delinquenziale, ma in realtà nasconde interessi economici enormi legati al settore tessile, alla logistica e al controllo della distribuzione globale delle merci. Secondo l’analisi di centri studi Usa, confermate dal Brookings Institution, le quattro grandi banche di Stato cinesi avrebbero riciclato quasi 22 trilioni tra dollari ed euro, in modo da garantire quella solidità finanziaria per poter combattere la guerra commerciale internazionale. Questo è possibile, sostiene Report, perché a fianco dello Stato ufficiale c’è uno Stato parallelo, occulto, in tutti i paesi del mondo dove sono radicate comunità cinesi.

Le concessioni degli stabilimenti balneari


Secondo quanto ha stabilito l’Unione Europea le concessioni pubbliche sui lidi concesse ai privati andranno messe a gara: tra i gestori c’è anche Gabriele Pagliarani proprietario della stabilimento Tiki26 a Rimini.

“Rimarrei qui altri 38 anni qui, pagando quello che mi fa pagare lo Stato italiano, perché cambiano i governi ma noi siamo sempre andati avanti.”

Gabriele è il bagnino d’Italia, una star della riviera romagnola, lo conoscono anche oltre oceano, da sempre gestisce la concessione 26 a Rimini, oltre 8mila metri quadrati di spiaggia, bar, ristoranti, campi da beach volley e un chiringuito a pochi passi dal mare.

Quanto paga di concessione? Poco più di 15 mila euro l’anno da versare al demanio per un giro d’affari che nel 2023 ha sfiorato il milione e mezzo di euro.

E ora lo spauracchio della gara pubblica, “un coltello puntato sulla schiena” lo definisce Gabriele che ora per le gare rischia di andare a casa: ad inizio giugno la corte di Giustizia europea si è espressa su una controversia tra i balneari di Rimini e il comune che ha deciso al rinnovo automatico delle concessioni dando ragione all’ente.

Cosa farà il bagnino d’Italia, che dall’intervista a Report sembra poco felice di fare questa gara?

La riviera è famosa nel mondo grazie ad imprenditori come lui che si sono sempre ingegnati attirare turisti e guadagnare: il lampo di genio lo ha avuto anche quest’anno. Per aggirare un’ordinanza che prevede il divieto di ballare in spiaggia, si è inventato la lezione di zumba a due passi dal mare.

Se lo stato gli dovesse chiedere, ad esempio, duecentomila euro l’anno, non rimarrebbe qui a lavorare..

Il servizio racconterà anche del bando per l’assegnazione del lotto A25 a Castelfusano, una delle concessioni demaniali a Ostia che è stato assegnato all’unica società che ha presentato domanda.

Qui il circolo sportivo Nauticlub Castelfusano, che gestiva la spiaggia sin dal 1985, rischia di sparire – racconta Massimo Intorto uno dei soci del Nauticlub – perché il consiglio direttivo ha deciso di non presentare domanda per il bando del comune di Roma, optando per un ricorso al TAR.

“Noi lo scopriamo dalle trapelazioni uscite dai vari giornali, uscivano già i bandi e si vedeva che c’era una società che aveva messo l’occhio sul bando del lotto A25.”

Con la concessione scaduta e con l’assenza di partecipazione alla gara pubblica il TAR ha rigettato il ricorso “perché Nauticlub non ha dimostrato interesse ..”
Ma il TAR aggiunge però che sono ancora in tempo per ripresentare domanda perché i termini ci sono ancora ma lo stesso i vertici del circolo non hanno voluto fare domanda.

L’impressione è che le nuove società che si presentano ai bandi, siano nate per non far perdere la concessione ai vecchi proprietari o per accaparrarsene di nuove.

La società MAMB (che ha partecipato alle gare per l’assegnazione del lotto A16 a Ostia) ha come amministratore Fabrizio Burlone, fratello di Alessandra amministratrice della Kokai SRL la società che ha messo le mani sul Nauticlub.

A parte l’essere fratello e sorella, le due società hanno la stessa sede legale, il commercialista e un oggetto sociale identico con uno statuto con gli stessi errori di battitura.
Fabrizio Burlone è dipendente dello stabilimento La Bicocca e ora partecipa alla gara per aggiudicarsi la concessione che per 30 anni è stata gestita dal cognato Marcello Milani, marito di Alessandra.

Questo comportamento, creare società nuove con dentro le stesse persone che gestiscono gl stabilimenti assegnatari delle vecchie concessioni, non significa aggirare la legge?

“L’avranno valutato se hanno aggirato le regole? L’avranno valutato al comune?” risponde Fabrizio Burlone che poi ammette di aver presentato la proposta fatta a Marcello (il cognato) per due società e presentarsi al bando per aver più possibilità di tenersi la concessione.

Domenica scorsa al Nauticlub si è svolta l’ultima assemblea dei soci, il clima era teso non solo per l’approvazione del bilancio: in questa assemblea si parla per la prima volta della gara vinta dalla Kokay di Alessandra Borlone e le telecamere di Report non sono gradite.

“Non vogliono nessun contraddittorio .. ma ti pare che uno non partecipa ad un bando e non lo comunichi ai soci, non fai un verbale al consiglio..” racconta a mezza voce uno dei presenti all’assemblea.

Il direttore del circolo aveva promesso di rispondere alle domande di Report al termine dell’assemblea ma alla fine ha scelto di non presentarsi di fronte ai giornalisti.

Vista la caratteristica di quel territorio – commenta il procuratore Sabella – si sarebbe dovuto fare una verifica preventiva sia sulle imprese che partecipavano al bando sia su come si erano comportati i concessionari precedenti: “io li avevo fatti controllare tutti e 91 gli stabilimenti, tutto finito negli scatoloni della fiera di Roma.”

La scheda del servizio:

Roma fa il bando, ma i lidi restano in famiglia

Il comune di Roma è uno dei pochi in Italia che decide di indire il bando sulle concessioni balneari. A gara chiusa, più della metà delle concessioni è tornata ai vecchi gestori: incrociando i dati delle società nuove e vecchi amministratori, sedi legali e studi tecnici di riferimento, sembra esserci un unico centro di interesse.

Ad aggiudicarsi il lotto A25, dove attualmente c'è il Nauticlub Castelfusano, è stata l'unica società che ha fatto domanda. Ma perché l'associazione sportiva che gestisce quel tratto di spiaggia dal 1985 non ha partecipato al bando.

Venezia da non svendere


Bezos, il padron di Amazon, avrebbe voluto entrare nella laguna di Venezia per festeggiare il suo matrimonio col suo veliero, un tre alberi da 127 metri di lunghezza dal valore di mezzo miliardo di dollari.

Perché a lorsignori, i superricchi destinati grazie alle politiche fintamente liberali tanto in voga a diventare ancora più ricchi, ogni capriccio deve essere consentito.

Tra l’altro il matrimonio si è celebrato nel palazzo della Scuola Grande della Misericordia, un palazzo storico del 1500 che il sindaco di Venezia Brugnaro ha dato in gestione per 35 anni ad una società dell’imprenditore Brugnaro (non è un’omonimia).

Brugnaro, e tanti assieme a lui, è contento che Bezos abbia scelto Venezia per festeggiare il suo matrimonio, perché da lustro alla città (come se Venezia avesse bisogno di ulteriore pubblicità, poi): ma a Venezia ci sono anche tanti cittadini che non sono contenti di questa scelta.

Persone come Federica Toninello del laboratorio Morion, che considerano Bezos rappresentante di quell’1% che pensa di poter fare quello che vuole e che soprattutto vive grazie al 99% del resto della popolazione, calpestando le loro libertà, calpestando i loro diritti.

Attivisti e semplici cittadini si sono riuniti nel laboratorio occupato di calle del Morion, una casa dei beni comuni fuori dai circuiti turistici e commerciali di Venezia: è una chiamata a raccolta di quei cittadini che non accettano questa svendita della loro città, solo per chi ha i soldi. La loro idea della città è quella di una Venezia per tutti, abitabile, piena di socialità.

Le immagini delle proteste contro Bezos hanno fatto il giro del mondo (sebbene siano state silenziate qui da noi) e così alla fine il veliero è rimasto ormeggiato in Croazia.

La scheda del servizio:

È lecito trasformare Venezia in un set privato per feste e cerimonie d’élite?

Venezia, così fragile e già soffocata dal turismo di massa, dal traffico inquinante di vaporetti e imbarcazioni che erodono con il moto ondoso e le fondamenta della città, meriterebbe più rispetto?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 maggio 2018

Report – l'inchiesta sui paradisi fiscali

Il nuovo digitale terrestre, un altro giro di furbetti venuti fuori dai Paradise Papers e l'inchiesta sui concessionari dei lidi di Ostia.

Occhio alla TV – Antonella Cignarale

L'era del secondo digitale terrestre comincerà nel 2020: si tratta di 40 ml di televisori da adattare, dice Adicons, non sarà un passaggio facile.
E' una scelta dell'Europa, fatta per lasciare spazio alle società telefoniche che dovranno usare le frequenze per il 5G, l'alta velocità che consentirà l'internet delle cose e tante altre cose.
Da questa asta il governo pensa di guadagnare 2,5 miliardi di euro: le frequenze per le televisioni cambiano però e serve cambiare decoder e sistemare l'antenna e il televisore.

Serve stare attenti all'etichetta del prodotto che si acquista, per essere certi che sia compatibile col digitale terrestre di seconda generazione (DVBT2 - HEVC).
Che però non sappiamo ancora se risolverà i problemi del digitale di prima generazione: ci sono regioni al sud dove non si vede il segnale, per delle interferenze.
In Rai dicono che migliorerà la copertura: chi non risolverà i problema dovrà ricorrere alla parabola del satellitare.
Per l'installazione si arriva a spendere anche 300 euro: una spesa che dovrebbe essere a carico della Rai, dice il sottosegretario Giacomelli.

Ma il contratto di servizio parla solo di scheda per decriptare il segnale, non di soldi per l'installazione.
E al sud, in Basilicata vedono anche il segnale sporco della Puglia, che fa da interferenza: abbiate pazienza fino al 2022.
Sistemare le frequenze costerebbe troppo, spiega AGCOM.

Le TV locali temono di dover cambiare la numerazione sul telecomando, come già successo nel primo passaggio al digitale: un colpo per le piccole televisioni in difficoltà, che dovranno anche pagare un canone di affitto ai grandi network.

Se non si è soddisfatto dalla RAI, c'è tutto un mondo di televisione che viaggia su internet, con la banda larga, da Netflix a Vodafone.

Romanzo litorale: ad applaudire Cantone, ad Ostia, c'erano molti concessionari dei lidi di Ostia.
Erano ad applaudire anche personaggi come Fabrizio Fumagalli (condannato per violenza privata, nei confronti di un giornalista di Report), per cui “il problema è la democrazia”. A Palermo il problema era il traffico ..

Il paradiso non può attendere – Emanuele Bellano

Furbetto, corrotti e corruttori trovano sempre un angolo di paradiso, in cui nascondere le loro fortune.
Un marchio del lusso come Giorgio Armani.
Un ex cestista.
Un funzionario dell'agenzia delle entrate.

Coi soldi che arrivano a Dubai si costruiscono grattacieli: un'isola artificiale con una ruota enorme, è solo uno dei progetti faraonici.
Nel 2020 Dubai ospiterà Expo, per un investimento da 6,5 miliardi.
Altri miliardi per costruire residence di lusso che si estendono nel mare degli emirati.
Il simbolo di Dubai è il grattacielo più alto, il Burj Khalifa: un appartamento costa 1,8 ml di euro, più le spese (40mila euro l'anno).
Il palazzo è costato 1,2 miliardi, più le strutture attorno: i costruttori sono legati alla famiglia reale, il terreno è dei governi.
Alcuni degli appartamenti sono stati comprati con soldi provenienti dal Veneto, si sospetta che siano soldi delle mazzette che sono girate attorno al Mose.

Sono soldi passati dai conti del marchese D'Agliè (sangue nobile, ma cittadinanza svizzera), ma per conto di persone diverse: la procura di Venezia fa il nome di Paolo Venuti e del commercialista Penso, che avrebbe usato i soldi della tangente di Galan.

Venuti operava per conto di Galan, avrebbe agito per queste operazioni immobiliari anche per conto di Galan?
Galan ha risposto che è andato solo una volta a Dubai, nel 2008.
Galan smentisce e smentisce anche Venuti.
Il segreto degli appartamenti comprati dal Veneto rimarrà a lungo, perché lo sceicco ha fatto dell'impenetrabilità e del segreto la sua forza.

In Dubai arrivano anche i finanziamenti dei risparmiatori postali: 200ml di dollari sono finiti a Dubai, che non brilla certo per democrazia.
Lo sceicco possiede proprietà di lusso negli emirati, come anche ristoranti del lusso, auto sportive (col numero 1) e la pista da sci lunga 400mt in un posto dove la temperatura è di 40 gradi.

Il miracolo di Dubai si basa anche sul lavoro degli operai che costruiscono i grattacieli, pagati poco, sfruttati e costretti a vivere ai margini delle città, molto lontani dalle luci del lusso.
Negli Emirati non esiste libertà di espressione e di sciopero: di fatto, siamo di fronte ad una forma moderna di schiavitù.
Parliamo di processi irregolari, torture ..

Il nuovo complesso residenziale di Dubai ha ricevuto un finanziamento di 230 milioni di dollari da Cassa depositi e prestiti: come mai soldi dei nostri risparmiatori finiscono in questo paese?
Perché si comporta come una qualunque finanziaria?
Forse perché nei lavori c'è Salini Impregilo e il presidente di CDP è Costamagna, ex di Salini..

CDP dovrebbe cablare il paese (assieme ad Enel), siamo in forte ritardo nella fibra, mancano soldi per completare l'ultimo miglio.
Mentre a Dubai c'è il lusso, in Italia ci sono aree industriali che cadono in rovina: ad Ariano Irpino, per esempio c'è una struttura costata 8ml di euro, finanziati in maggior parte dal ministero dello Sviluppo.

Antonio Lo Conte è un imprenditore che, racconta a Bellano, non ha alcun servizio dallo Stato per i suoi capannoni, nella zona di Frigento: l'energia elettrica e la banda per navigare e lavorare in internet.
LA CIM SRL costruisce telai per i treni che esporta in tutto il mondo: anche qui l'energia elettrica va e viene, producendo un danno per la produzione.
Forse per questo CDP ha preferito investire a Dubai.

Gabriele De Bono è un imprenditore venuto dal nulla: il suo impero vale 40ml di euro, fatto di case, beni di lusso e un veliero del 1920.
Anche automobili antiche, valigie di soldi in contanti, denaro che girava per affari legittimi, dicevano.
MA per la Finanza i suoi affari erano illegali: DE Bono viveva con proventi di attività delittuosa, era quasi un nullatenente, sconosciuto al fisco.
Le sue società sfornavano fatture false, sostiene il GICO.
La procura di Roma blocca i soldi e l'imprenditore viene accusato di evasione fiscale, per le sue società nei paradisi: a Dubai De Bono è in buoni rapporti col nostro consolato.
La sua società ha pure sponsorizzato la festa della Repubblica.

De Bono era in buoni rapporti con un certo Paoloni (che ha finanziato con 800mila euro per i lavori di una palazzina a Praga), figlio di un dipendete della Agenzia delle Entrate che aveva il NOS per avere accesso ad informazioni segrete.

In Ticino troviamo la fashion valley, con le società del lusso, italiane e straniere: qui la tassazione è segreta, per queste imprese.
Questo ha spinto molte aziende a venire qui, in Ticino: società e posti di lavoro, un gettito di risorse nel Cantone, in cambio di tasse all'8%.
Ma da quest'anno cade sia il segreto fiscale sia la tassazione agevolata.

Così la multinazionale della moda di Giorgio Armani, simbolo del made in Italy, ha spostato una sua società da Mendrisio, la Modefine: Armani era uno dei più grossi contribuenti, ogni anno circa 7ml di euro. Ma a Mendrisio cosa faceva Armani? Non è dato sapere..

Nei Panama Papers sono presenti diversi nomi di società nei paradisi fiscale: tra queste anche questa società di Mendrisio. I brevetti del marchio sono di proprietà della GA Modefine: significa che l'utile del marchio dovrebbe essere tassato in Svizzera, che però nel 2010 viene chiusa.

Cosa è successo: è stata fatta una contestazione per elusione fiscale, per una somma di 500 ml, racconta il dottor Di Tanno. Armani sostiene di aver transato per circa 235 ml di euro, ma non per estero vestizione dei marchi.

Singapore sta prendendo il posto della Svizzera, come nuovo paradiso fiscale: la piccola città Stato è la più ricca dell'Asia, dove arrivano i ricchi rampolli delle famiglie cinesi.
Come in Svizzera hanno qui sede grandi banche d'affari: qui ci sono i segreti del commercialista Gregorich, ex amministratore della Smit Textile.
Produceva telai per il settore tessile, era una grande azienda del vicentino: a fine anni 90 la Smit Textile impiegava 500 dipendenti.
Nel 2010 la gestione passa al commercialista Gregorich: nel 2014 la società dichiara in fallimento, nell'impossibilità di pagare gli stipendi.
Una botta per il territorio, per le famiglie, per l'indotto.
Il Tribunale trova un imprenditore interessato a brevetti e marchio: ma nella società erano spariti questi assett, un tesoro da 19 ml.

Gregorich aveva ceduto i brevetti e il marchio a due società offshore, schermate da un Trust con sede a Singapore.
Dai documenti dei Paradise Papers emerge anche il nome di Gregorich.

Chissà, forse la nostra agenzia delle entrate potrebbe interessarsi anche a questa storia, presente nei Paradise Papers: si tratta di 800 evasori, di cui ancora le autorità fiscali non sanno quanto è dovuto al nostro paese.

07 maggio 2018

Su paradisi fiscali, litorali che non sono paradisi e digitale terrestre


Una puntata estremamente ricca, quella di questa sera di Report, che approfondisce diversi argomenti di estremo interesse: l'evoluzione del digitale terrestre che costringerà molti italiani a cambiare televisore entro il 2022 (per quale motivo? Lo scopriremo dal servizio di Antonella Cignarale).

Chi sono gli italiani che portano i loro soldi nei paradisi fiscali: tra questi anche un importante nome del lusso.

E, infine, un'inchiesta sulla mafia che controlla le concessioni (e non solo) lungo il litorale di Ostia: è stato un argomento di scontro politico tra PD e M5S, nei mesi scorsi.
Giorgio Mottola, per capire come stanno veramente le cose, si è preso pure un gestaccio da parte del presidente di federbalneari (che non amano essere disturbati nei loro affari).

L'anteprima della puntata: OCCHIO ALLA TV di Antonella Cignarale

Tra il 2010 e il 2012 abbiamo già dovuto cambiare televisori per adeguarci allo standard DVB-T1: nonostante ancora oggi ci siano problemi di ricezione sul digitale, a breve partirà un nuovo standard per il digitale che ci costringerà a nuovi aggiornamenti.
Forse si poteva partire col DVBT2 già anni fa senza far spendere agli italiani tutti questi soldi.
Antonella Cignarale racconterà cosa c'è dietro questa evoluzione.
Arriva il DVB-T2, il digitale terrestre di seconda generazione. Tra il 2020 e il 2022 avverrà il passaggio al nuovo sistema e tutti, emittenti televisive e spettatori, dovremo adeguarci. Per continuare a guardare la tv dovremo adattarla con un decoder oppure comprarne una nuova. Altrimenti non si vedrà più niente. Come succede ancora oggi a tutti quelli che, a sei anni di distanza dal passaggio al primo digitale terrestre, sullo schermo vedono solo quadretti scomposti. Anche per gli operatori televisivi si prepara una rivoluzione e, al momento del passaggio, dovranno rinunciare ai telespettatori che non si saranno adeguati in tempo al DVB-T2. Ma perché ci sobbarchiamo tutto questo trambusto? La decisione è europea e in ballo ci sono 2,5 miliardi di euro che lo Stato conta di incassare dalle gare per le nuove frequenze. Gli operatori di rete televisivi dovranno invece stringersi nelle frequenze che restano, cercando un accordo che garantisca lo spazio per tutte le emittenti.

Gli italiani in paradiso (fiscale)

Report, assieme all'Espresso, fa parte di un consorzio internazionale di giornalisti investigativi (ICIJ) che ha potuto leggersi ed analizzare le carte uscite dagli studi legali che hanno aiutato i molti che hanno portato i loro beni nei paradisi fiscali.
I nomi e le storie di questi furbetti sono state raccontate l'anno scorso in due puntate speciali sui Paradise papers: i Legionari di Cristi, i Crociani e la Vitrociset, il costruttore Nucera, Bonomi, la tangente pagata dai Rovelli per Imi Sir.

Si stima che il 30% della ricchezza prodotta in Europa finisca nei paesi off shore, tra cui molti anche qui in Europa: la stessa Europa che doveva metterli al bando e che invece ha avuto una mano clemente per non inimicarsi qualche potente di troppo.
La stessa Europa che poi chiede ai paesi di avere i conti in ordine, pena l'arrivo della troika.
Emanuele Bellano, con Alessia Cerantola e Norma Ferrara, è tornato su questi documenti per portare a galla altre storie, seguendo le tracce dei soldi tra Lituania, Singapore, Dubai, Hong Kong, Irlanda e Regno Unito.

A proposito del Regno Unito:
Dalla nostra Agenzia delle Entrate non si registra alcun passo avanti nel controllo dei nomi italiani emersi da #PanamaPapers e #ParadisePapers, i grandi scandali offshore che saranno alla base anche della prossima puntata di #Report, dal 2017 uno dei partner italiani di The International Consortium of Investigative Journalists. Un risultato concreto è invece stato ottenuto nel Regno Unito, dove il governo May ha accettato di supportare un emendamento scritto per arginare il flusso globale di denaro sporco, in base al quale i territori d'oltremare britannici saranno costretti ad adottare pubblici registri della proprietà delle imprese entro il 2020, come è già d'obbligo in Gran Bretagna e Irlanda del Nord [dalla pagina FB di Report].


Qualcosa si sta muovendo, in Inghilterra, non in Italia.

A Dubai gli investimenti esteri assommano a 12 miliardi di euro, ogni anni vengono create centinaia di società anonime, come quelle che costruiranno il grattacielo Burj Khalifa, simbolo della città del futuro.

Il paradiso non può attendere di Emanuele Bellano, in collaborazione di Alessia Cerantola e Norma Ferrara
Singapore, Dubai, Svizzera, Hong Kong: ci sono aree del mondo che attraggono i capitali più di altre. Sono le principali piazze finanziarie ed economiche mondiali. In che modo e perché si sposta la ricchezza che produciamo? Report, grazie alla partnership con il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi ICIJ, torna a scavare tra i documenti fuoriusciti dagli studi legali con gli scandali Panama Papers e Paradise Papers, per ricostruire i flussi che i soldi seguono quando escono dal nostro paese. Il 30 per cento della ricchezza prodotta in Europa è posseduta da società off-shore. Quando il denaro rimbalza tra l'Europa e i paradisi fiscali chi possiede la ricchezza impoverisce tutti gli altri e nasconde l'origine del denaro: a quel punto se è chiaro chi ci perde diventa sempre più complicato capire chi ci guadagna.


La mafia del litorale

A Ostia, il mare di Roma, un numero ristretto di famiglie controlla tutte le concessioni sui lidi: occupano spazi pubblici, senza pagare il giusto e hanno pure commesso abusi, cementificato senza che negli anni il comune abbia detto niente.
Un sistema di potere che va oltre le storie che abbiamo ascoltato in questi anni, sulla mafia, su Suburra, sui clan.

Su Raiplay trovate un'anticipazione della puntata, che parte dalla campagna di stampa contro Libera e UISP, col supporto di Casapound, che aveva preso in concessione una spiaggia ad Ostia, la SQPR.
E' un storia che parte nel 2016, quando Libera che aveva vinto la concessione, fu poi bloccata dal municipio di Ostia, per un documento vecchio di anni dove si chiedeva di abbattere una struttura abusiva. Documento sparito e poi tirato fuori da un dirigente (Franco Nocera) poi arrestato in un'inchiesta su corruzione e rinviato a giudizio per la vicenda Papagni.

Sulle anomalie di quel bando (ma non sul comportamento di Libera), rilevate da Anac, partirà una campagna diffamatoria che ha dietro esponenti del M5S: ne scrive Federica Angeli ed Enrico Bellavia su Repubblica

Le lacune sottolineate da Anac sono sul bando di gara, non sull'operato di Libera. Ma qui si scatena il fango e la verità viene stravolta. Il municipio, nel bando 2014, in sostanza chiedeva ai gestori di ripristinare uno stato dei luoghi che era in realtà abusivo a monte, le sedicenti associazioni antimafia, non si sa a quale titolo, accusano Libera di aver gestito tutto in maniera opaca.
Il dossier del 5Stelle. A raccogliere quel dossier infamante per l'associazione di Don Ciotti, pagine che mischiavano le carte in tavola e non raccontavano la verità oggetitva dei fatti, sono i grillini Paolo Ferrara, attuale capogruppo del M5S in Campidoglio, e Davide Barillari, consigliere regionale. Attraverso un copia-incolla fanno loro quel dossier da presentare in Antimafia che consegnaranno in una versione con dicitura "confidenziale riservata alla stampa" ai cronisti radunati in una conferenza stampa in Campidoglio il 7 settembre del 2015. L'onda di fango che ne seguì sui social travolse l'operato di Libera a Ostia. Ma oggi la verità viene ristabilità. Non solo dalla spiegazione di Libera ma dall'arresto per corruzione di quel funzionario dell'ufficio tecnico Nocera che fece sparire un documento per tirarlo fuori al momento giusto.

Questo documento uscì ad una settimana dall'occupazione della spiaggia da parte di Casapound e su questo si basò la campagna mediatica contro Libera, che gettò la spugna nel 2016.
Ma proprio chiosco abusivo i 5S avevano tenuto la campagna elettorale nel 2013, con tanto di foto pubblicate su Facebook: tanta è stata l'attenzione su questo lido, che il chiosco di Libera è stato il primo abbattuto dalla giunta Raggi.
Erano chioschi pericolosi, spiega al giornalista Paolo Ferrara, capogruppo del m5s a Roma: ma erano pericolosi anche quando il movimento ha fatto campagna elettorale dentro.

Romanzo litorale di Giorgio Mottola in collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi
Immagini di Tommaso Javidi e Paolo Palermo


Il mare della capitale d’Italia è tenuto in ostaggio da un ristretto gruppo di famiglie che, senza alcun bando pubblico, gestisce le principali spiagge di Ostia. Nell'ultimo ventennio hanno cementificato l’intero lungomare, costruendo piscine, ristoranti, bar e cabine in cemento armato a pochi metri dalla battigia. Grazie alla connivenza di politici e tecnici comunali corrotti si sono appropriati di interi chilometri di spiaggia senza averne alcun diritto. Hanno creato un sistema di distruzione del territorio e di strapotere, che è stato sostenuto da tutte le giunte di Roma degli ultimi vent’anni: da quelle di centrosinistra a quelle di centrodestra. Eppure, a Ostia, l’attenzione di media e magistratura finora si è concentrata solo sui clan mafiosi e le organizzazioni criminali. Report punterà i riflettori sulla parte che è rimasta finora in ombra, ma che in realtà è la più ricca e la più potente sul litorale romano.