Visualizzazione post con etichetta emigrazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emigrazione. Mostra tutti i post

23 aprile 2024

Gli invisibili di San Zeno di Alessandro Maurizi


L’appuntato Amelio Venier emise uno sbadiglio e la luce nella lanterna stretta in mano tremò. «Avete sonno?» domandò Federico Giorio, lanciando uno sguardo al militare che camminava al suo fianco. «Sono le quattro del mattino, voi che dite?» Amelio Venier si tolse il berretto di ordinanza e si passò una mano tra i pochi capelli bianchi. Le rughe e le occhiaie non offuscavano la luce nei suoi occhi.

Un giallo storico costruito attorno alla figura, realmente esistita, di Federico Giorgio: come racconta l’autore a fine libro, un giorno camminando per le stradine di Roma assieme all’amico Stefano Di Michele, trovò su una bancarella questo saggio, Ricordi di questura scritto nel 1882 “un pamphlet sfaccettato, un documento di polemica politica, una denuncia contro gli usi e i costumi immorali della polizia di quel tempo”.
Nel romanzo di Alessandro Maurizi Federico Giorio è un giovane procuratore legale, una sorta di sostituto procuratore, che per conto della procura di Verona, sta indagando sul traffico di essere umani dall’Italia verso il sud America. Perché nell’Italia povera, post unitaria, i contadini, la povera gente, veniva invogliata ad imbarcarsi verso il sud America dove avrebbe trovato il bengodi, ricchezza, benessere, un paese accogliente. Per pagarsi questo viaggio queste persone dovevano indebitarsi nei confronti degli agenti di viaggio che, su questa miseria, si arricchivano, nascondendo la realtà che invece si sarebbero trovati di fronte in Brasile. 
Malattie, condizioni di vita difficili, un lavoro ai limiti della schiavitù.

In quelle lettere, che aveva letto decine di volte, Arnaldo lo pregava di fare il possibile per dissuadere i contadini dal partire per il Sudamerica: “Amico mio, sono false le promesse degli agenti di emigrazione, [..] un Paese ove tutto è carissimo, disprezzati e affamati andar cenciosi per le vie della città mendicando un tozzo di pane e morire poi come mosche attaccati dalla febbre gialla”

A capo di questa organizzazione c’è un imprenditore di nome Isaia Bordignon, una persona con amicizie molto importanti a Verona, sia dentro la polizia che dentro le istituzioni. Se ne accorge lo stesso Giorio quando, nel tentativo di fare un blitz presso una tipografia illegale (dove si pubblicano le lettere fasulle di finti migranti in Brasile dove si elogiano le condizioni di vita), scopre che qualcuno ha fatto una soffiata che ha mandato in fumo la sua operazione, a fianco dell’appuntato Venier, un ex militare che nelle guerre di indipendenza aveva combattuto con gli austriaci.

«Abbiamo un caso perfetto per voi, vi dovete fare le ossa... E forse potrebbe aiutarvi a controllare la vostra audacia da novellino.» Il delegato Bernardi tossì per coprire un risolino..

Come punizione per il mancato blitz (e del fatto che al processo non si riescono a portare delle prove di questi traffici) Giorio viene tolto dal procuratore del Re Visentin dall’indagine sul Bordignon e mandato ad indagare su un delitto avvenuto in campagna. Ma quella che voleva essere una punizione si rivela invece un modo per continuare la sua indagine contro questa rete di notabili che specula sull’emigrazione. Il morto è un esattore delle tasse, Angelo Galanti, ed è stato ucciso “in un brutto modo”, l’assassino lo ha voluto far soffrire a lungo, come se dovesse espiare delle colpe:

«Chi l’ha ridotto così?» sussurrò alla fine.
«Siete voi che dovrete scoprirlo. Quest’uomo è stato frustato sulla schiena e sulle gambe. È stato flagellato a lungo.»

Era stato proprio Galanti, di fronte ad un bicchiere di vino che gli aveva sciolto la lingua, che aveva confidato a Giorio che si usavano i decreti ingiuntivi per pagare le tasse come leva per spingere i poveracci ad emigrare, passando proprio per la rete di Bordignon.
Quello di Galanti sarà solo il primo di una serie di delitti in cui il procuratore Giorio dovrà indagare assieme alla sua rete di “invisibili” a cominciare dal fedele appuntato Venier, nauseato di come funzionano le cose nel mondo della polizia, usata più come strumento di repressione che non per la sicurezza dei cittadini. Poi il piccolo Bacchetto, un “pitòco”, figlio di povera gente, che aiuta Giorio in tanti modi, anche come fidato messaggero.
Poi Emilia, una giovane prostituta, la più bella donna di Verona, che per il suo lavoro può raccogliere tante indiscrezioni. Una donna per cui lo stesso procuratore, che è suo cliente, prova un sentimento ambiguo:

Si avviò lungo le scale con l’idea che, da lì a poco, altri avrebbero goduto della bellezza di Emilia. Lei era un sogno e un incubo al tempo stesso, un miscuglio perverso di dolcezza e supplizio a cui non riusciva a sottrarsi.

Infine il dottor Zanconato, medico legale che avrà modo di aiutare le indagini seguendo le autopsie sui cadaveri, assieme alla figlia Ginevra, una giovane ragazza che vuole diventare medico. Un sogno difficile da raggiungere in quella Italia in cui le donne erano relegate al ruolo di madri e mogli.

Sono loro gli “invisibili di San Zeno”, un poliziotto, un procuratore che per calmarsi deve contare le lancette dei secondi, un bambino col cappello da bersagliere, una prostituta e una giovane infermiera: si troveranno ad indagare su una serie di omicidi che scuotono la città di Verona. Dopo Galanti ad essere ammazzati, e torturati in malo modo, come bestie, saranno un prete e un banchiere. Sono persone che, intuisce Giorio, sono legate alla rete di Bordignon, una rete che può godere di ampie protezioni politiche che però non li mette al riparo dalla violenza di questo assassino che, come un’ombra, si muove per le vie di Verona.

Ma è un assassino strano, non solo per il modo in cui uccide, ma perché sembra voler lasciar dietro di sé una scia, dei sassolini che gli “invisibili” riescono a cogliere e che li aiuta, un passo alla volta, a scoprire il perché di quella scia di sangue.

Era un’indagine bastarda, Venier lo sapeva bene, ma cosa aveva da perdere?

Avrebbe aiutato quel testone di Giorio, ben consapevole che sarebbe stata l’ultima indagine della sua vita.

In questa indagine Giorio si rende conto, anche mettendo a rischio la sua incolumità, di quanto siano vasti gli interessi attorno al business dell’emigrazione, a partire dalla stessa Chiesa, che è stata privata dei suoi beni dopo l’unità, che guadagna sulla pelle delle persone che si imbarcano verso il sudamerica:

Aveva avuto la conferma dei suoi sospetti: il cardinale sapeva che dai pulpiti delle chiese alcuni sacerdoti esortavano i migranti a partire, ma non era riuscito a sapere i loro nomi.
Ma anche la politica ha interesse nel favorire l’emigrazione di questa povera gente che, non solo veniva costretta a vendere i pochi beni per partire, dove anche firmare delle carte in cui rinunciava a chiedere aiuto ai consolati se avesse deciso di tornare in Italia:

«L’emigrazione è una vera e propria valvola di sicurezza per la pace sociale, a meno che non si voglia immaginare un continuo malessere generale, un lungo periodo di malattie, malcontento, manifestazioni e rivolte.»

Meglio mandarli via, come merce senza valore, questi poveracci, prima che inizino a diventare un problema per la classe egemone del paese, prima che si permettano di chiedere una vita migliore, una migliore istruzione, la fine del latifondo e dello sfruttamento.

Giorio, con la foga della sua giovane età, se lo sente addosso il dolore di queste persone, delle loro famiglie: questa indagine diventa così la sua missione, mettendosi in cattiva luce sia col procuratore del re, ma anche con la polizia (con tanto di assassino di comodo pescato nel mondo degli anarchici).

Questo giallo storico parla dell’Italia di ieri, liberale e latifondista, che per certi versi non sembra nemmeno lontana dall’Italia di oggi: tra le pieghe del potere troviamo ancora oggi imprenditori vicini a politici che ne garantiscono impunità. Ad emigrare dall’Italia sono i giovani, spesso laureati, costretti ad andare all’estero per trovare una vita migliore. Ma il racket dell’emigrazione, delle organizzazioni internazionali che fanno affari sulla pelle dei poveracci, è rimasti.

Ma queste sono mie considerazioni: quello che è certo è che seguiremo le indagini del procuratore Giorio nei prossimi romanzi della serie, che sono certo saranno interessanti come questo primo.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

31 marzo 2017

Giovani

Che palle questa storia della tesi del ministro ..
Ma non avete altro di cui parlare ...
Siete sempre con la bava alla bocca, per screditare le persone (fango quotidiano..)..

Queste le reazioni della gente quando si è trovata di fronte l'articolo del Fatto sulla tesi del ministro Madia (quei pochi che l'hanno letta, intendiamoci, visto che non ha avuto eco).
Di fronte ai problemi del paese, in effetti, non è una questione che meriterebbe le prime pagine per più giorni.
Per esempio il problema della disoccupazione giovanile.
O la questione della crescita dell'emigrazione dall'Italia, come nei primi anni del noveento: solo che ora ad attraversare i confini sono diplomati o laureati. Che magari hanno citato per esteso le fonti.
Persone che, magari non frequentando il giusto campo di calcetto (metafora italiana per insegnare come coltivare le relazioni se vuoi crescere), non hanno avuto tutte le opportunità che i nostri ministri hanno avuto.

Gianluca Roselli sul Fatto Quotidiano del 31-03
Una fuga continua, inarrestabile, un fiume in piena che nessuna diga riesce afermare. Gli ultimi dati sul numero degli italiani che emigrano all’estero sono esorbitanti e confermano un trend iniziato quando la crisi si è affacciata sullo scenario globale, nel 2007 2008. Tanto che si può parlare chiaramente di “nuova emigrazione italiana”, come accadeva ai primi del Novecento e negli anni Cinquanta, i due periodi più intensi da questo punto di vita. Una differenza c’è, però: se prima se ne andavano soprattutto poveri e disperati in cerca di maggior fortuna, oggi vanno via giovani laureati e diplomati, un pezzo consistente di forza lavoro qualificata il cui esodo ci fa perdere competitività. Un capitale umano che raramente torna indietro.
I NUMERI. Secondo il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie, organismo diconsulenza per Parlamento e governo), nel 2015 gli italiani in fuga verso gli altri Paesi sono stati circa 250 mila. Il trend dal 2011 è di una crescita del 22% annuo, quindi la previsione per il 2016 vede un esodo di 305 mila persone. Di questi l’80% sono italiani, il 20%, invece, stranieri residenti. Insomma, anche gli immigrati di lungo corso se ne vanno. Questi dati non collimano con quelli dell’Istat, che sono più bassi (147 mila nel 2015), perché questi ultimi tengono conto solo del cambio di residenza (che di solito si verifica qualche anno dopo il trasferimento), mentre i numeri di Cgie guardano alle registrazioni obbligatorie che i nostri connazionali sono tenuti a fare nei Paesi in cui arrivano. In Germania, per esempio, per lavorare si deve segnalare la propria presenza alla polizia e quel dato va subito al ministero dell’Interno.
In Gran Bretagna occorre avere un natio nal insurance number, una sorta di codice fiscale. Così, dal 2007 al 2015 il numero degli italiani emigrati all’estero arriva a circa 1 milione e 360 mila persone, con la previsione di toccare il milione e mezzo coi dati del 2016.
Come se si fosse trasferita inblocco una città come Milano, ma composta da giovani: il 50% degli emigrati,sempre secondo Cgie, ha tra i 18 e i 39anni; il 20% tra 0 e 17 anni (si spostano le famiglie ovviamente).
Per quanto riguarda gli studi, il 35% è laureato e il 30% haun diploma di secondaria superiore, ma va via anche un buon 30% di persone con solola licenza media.
Le mete preferite sonoGran Bretagna, Francia, Belgio, Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, Norvegia, Austria, Svizzera e Spagna. In testa ci sono Germania e Gran Bretagna, anche se proprio inUk i dati ancora non ufficialidel 2016 parlano di un calo del10% dovuto ai timori per laBrexit: la stessa Theresa Mayha rassicurato i circa 600 milaitaliani che vivono lì sul fattoche continueranno a usufruire di welfare e prestazioni sociali come prima.Il tutto, naturalmente, s’in crocia con la perdita di ricchezza del nostro Paese. Tra il2007 e il 2016, infatti, l’Italiaha perso il 7% del Pil, il tasso didisoccupazione è salito dal 6,1al 12,2%, mentre la produzione industriale è calata del 26%.Per di più ogni italiano che sene va fa perdere ricchezza al Paese e fa aumentare quella dichi lo accoglie. Per i laureati è anchepeggio: equivale a regalare ad altriPaesi isoldiinvestiti perla loro formazione (circa160 mila euroa persona, secondo l’Ocse).
Riassumendo, mentre qui si discute a vuoto di legge elettorale, vitalizi, magistrati in politica, giustizialismo, populimo e populisti, una fetta del paese se va via, portandosi dietro le sue energie e i suoi sogni. Siamo un paese dove si fanno meno figli rispetto agli altri paesi europei, nemmeno ai tempi della guerra avevamo questa percentuale.
Un paese dove si è bloccato l'ascensore sociale e la classe dirigente non ha nemmeno più pudore nell'ammetterlo.
Un paese dove l'evasione delle tasse si mangia 110 miliardi (la stima diffusa dal presidente della Commissione per la redazione della "Relazione annuale sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva"): soldi sottratti al welfare, l'istruzione, la sanità..
Tutto colpa della Madia o di Poletti?
Ci mancherebbe.
Peccato che queste persone oggi siano classe dirigente che fa poi riforme e leggi (spesso bocciate dalla Consulta) che impattano sulla nostra vita.

13 novembre 2016

Orfani bianchi di Antonio Manzini

Orfani bianchi è un libro scomodo: scomodo perché racconta la nostra società, quello che siamo diventati, da un punto di vista scomodo, esterno. Quello di una delle tante donne dell'est, che vengono qui in Italia per un lavoro, per mettere da parte abbastanza denaro da mandare poi alle loro famiglie rimaste a casa. Alla loro casa in Polonia, in Ucraina o in Moldavia, come la protagonista del romanzo Mirta.
Bene o male, tanti di noi conoscono o hanno conosciuto una di queste donne, che magari ci sembrano tutte uguali e con lo stesso accento: le vediamo per strada, sui mezzi pubblici, scambiamo anche un saluto con queste persone, ma cosa sappiamo della loro vita e dei sacrifici che sono disposte a fare e della vita che si sono lasciate alle spalle?

Chi ha un casa una persona anziana, sa quanto sia difficile avere a che fare con loro: darle da mangiare, vestirle e pulirle quando se la fanno addosso, aiutarle a fare i bisogni, sopportare quelli che per noi sembrano dei capricci.
Mirta è una di queste persone a cui noi italiani affidiamo i nostri anziani, quando non vogliamo curarli noi stessi, come capitava una volta nelle famiglie dove si viveva tutti assieme. Nonni, figli e nipoti.
Mirta Mitea è una di queste persone: sono sicuro che quando arriverete alla fine di questo (amaro) racconto, guarderete queste persone in modo diverso.
Magari con un po' più di rispetto, il rispetto dovuto a tutte le persone, anche a quelle verso cui noi italiani riversiamo il nostro razzismo di seconda generazione.
Da: Mirta.mitea@gmail.com 
A: ilie-mitea@list.ru 
Perché non mi scrivi Ilie? Nonna mi ha detto che hai tre voti insufficienti. Dice che sta sempre in giro con Andrea Monteanu e lo sai che a me quello non piace. Tu devi andare a scuola e studiare ogni giorno, non solo quando fanno le interrogazioni o ci sono i compiti in classe. Sempre. E se spendi tutti i soldi per andare in giro con Monteanu, come mi ha detto nonna, anzi, mi fai piangere il cuore. Sai quanto costano quei soldi? Promettimi che non succede più, che obbedisci a nonna Tatiana e che non fai stare in pensiero tua madre. E scrivimi.Tua madre.

Conosciamo Mirta Mitea tramite le mail che scrive al “pope” del suo villaggio (grigio, come se qualcuno avesse passato uno straccio e cancellato i colori) e al figlio Ilie: mail struggenti nella loro cruda semplicità, in cui emerge il peso di non potergli stare a fianco e le sue preoccupazioni di mamma nei confronti di Ilie, che non studia e perde il suo tempo.
Così Mirta cerca di tener vivo un rapporto raccontandogli pezzi della sua vita: «ora mamma ti racconta un fatto» ..

Tutta la vita di Mirta ruota attorno al suo lavoro come badante nella casa della signora Olivia che le consente di mandare i soldi alla famiglia.
Lei, che è disposta a fare tutti i sacrifici per poter un giorno tornare assieme alla sua famiglia, non riesce a comprendere la famiglia per cui lavora:
Qui in Italia ognuno vive per i fatti suoi. Hanno tutto ma sorridono poco e non gli viene da essere felici. Per questo la signora Olivia mi fa una tenerezza enorme.”

Con i suoi occhi (ingenui) Mirta assiste ai rapporti finti genitori figli, all'avidità dei figli che intendono mettere le mani sull'appartamento della madre:
Io caro Ilie , ho la sensazione che Pierpaolo vede la mamma come una vecchia auto da riparare e gli sembra inutile spendere soldi.”

Così, succede che i figli di Olivia “parcheggiano” la madre in un ospizio e danno a Mirta il benservito. La parte centrale del romanzo è una sorta di intermezzo tra un prima e un dopo: il suo lavoro in una cooperativa che si occupa di pulizie nei condomini, per 4 euro all'ora. La sistemazione provvisoria dentro un camerone assieme ad altre donne, straniere come lei e costrette ai lavori più faticosi.
E costrette ad ingoiare tutti gli insulti degli italiani, che le vedono come concorrenti nella guerra quotidiana per accaparrarsi un posto nei mezzi pubblici, stipati e in ritardi, in una guerra tra poveri:
«Stranieri .. quando non c'eravate gli autobus erano sempre in orario ..».

La morte della madre, Tatiana, per colpa di una stufetta difettosa, costringe Mirta ad affidare il figlio, con cui il rapporto diventa sempre più difficoltoso, ad un “Internat”, un orfanatrofio che una volta era usato come spauracchio per i bambini.
«Posso sapere una cosa?» intervenne Pavel.
«Mi dica.»
«Sono tutti orfani?»
«No» disse la direttrice. «Neanche la metà. Molti sono come Ilie. Noi li chiamiamo orfani bianchi»

Orfani bianchi li chiamano, questi ragazzi: secondo l'Unicef, solo in Romania sono 350mila i bambini che vivono senza genitori, 100mila in Moldavia. Alcuni vanno incontro alla depressione, altri alla dipendenza da alcol e droga.
Lontane da loro, le madri si prendono cura di malati e anziani abbandonati dai propri familiari.
L'internat è un altro peso da portare sopra le sue spalle, di madre sola “il mondo era un masso, un enorme masso che rotolava per una discesa e lei poteva solo scappare e cercare un posto dove nascondersi”.

Grazie all'aiuto di un amico, l'unico forse, l'angelo, Pavel, la vita di Mirta ha una svolta, con l'offerta di lavoro come badante (e infermiera) presso la casa dei signori Ferlaini Strozzi, con la signora Eleonora.

Una villa liberty in una zona esclusiva di Roma, lontana dalle miserie della povera gente, abitata da persone che non devono prendere i mezzi pubblici alla mattina, abituate a comandare ed essere ubbidite.
Ma un lavoro è un lavoro, se una persona non ha niente altro dalla vita, se sulle tue spalle hai il peso di un figlio da mantenere che devi togliere dall'inferno dell'orfanatrofio.
Anche se questo significa sopportare altri insulti, altre cattiverie, inghiottire altro amaro in bocca:
Sì, veniamo a rubare il lavoro agli italiani! Quasi sorrise. Quale italiano avrebbe fatto il suo lavoro? Chi sarebbe stato attaccato a un anziano avvizzito e morente ventiquattr’ore su ventiquattro? Neanche erano in grado di conviverci i familiari, concentrati com'erano sulla loro esistenza, figurarsi se un estraneo si sarebbe sobbarcato quella vita..

Fino a quanto può resistere una donna?
Al sentirsi invisibile agli occhi degli altri, ai sensi di colpa per aver lasciato il figlio lontano, alla pesantezza di un lavoro con una persona anziana, paralizzata da un ictus e che non parla, non si muove, non sembra voler esprime un'emozione e che sembra diventata “un ammasso di odio represso”.

Mirta scopre che tra donna Eleonora e lei, non c'è grande differenza: come le sue mani non riescono più a seguire le note e i movimenti dettati dal suo cervello, anche il corpo della donna anziana, una volta una bellissima signora che non sfigurava a fianco delle dive di Hollywood, non risponde più ai voleri della sua testa (“la cosa peggiore era avere la coscienza del proprio decadimento” pensa Mirta).

E le fa un'ultima richiesta, di voler morire ...
Ma il destino è amaro, per entrambe. Da una parte il desiderio di morire negato, dall'altra l'ultima stilettata di un destino ingiusto.
Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?”Antonio Manzini

In questo romanzo, molto reale nella descrizione dei luoghi, perfino degli odori e dei colori, si punta il dito contro quello in cui si sono trasformate le nostre famiglie, sui nostri egoismi. La contrapposizione tra le “belle famiglie” che considerano i genitori solo una “macchina da riparare” e il desiderio di una madre di tornare a vivere con la sua famiglia, in Moldavia o, addirittura, a Roma dove “una stanza costa cinquecento euro, è tutto caro come l’oro, quaggiù”.
La distanza siderale tra le vite delle donne come Mirta, stipate a dormire tutte assieme in squalidi appartamenti affittati a caro prezzo e le ville semivuote dove le donne come Mirta lavorano come badanti.

Emerge la guerra quotidiana tra italiani e stranieri e anche tra stranieri e stranieri per un posto di lavoro, una guerra tra poveri abbandonati dalle amministrazioni.
Abbandonati dalle amministrazioni locali e dimenticati perfino dai paesi d'origine, indifferenti a un fenomeno che è diventato un’emergenza sociale. Quello degli “orfani bianchi”.
Dopo aver finito questo libro, almeno sapremo vedere questo mondo da un altro punto di vista.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

03 giugno 2011

1300 persone

Sono circa 1300 le persone morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e sbarcare sulle nostre coste [TG3 rai del 2 giugno].
L'ultima tragedia, ieri: i 250-270 dispersi del barcone andato in avaria nei pressi dell'isola di Kerkennah. Di questi, oggi sono stati ritrovati 150 corpi.

Per qualcuno potranno essere clandestini, dunque criminali. Per me erano persone.

27 agosto 2010

Polenta e macaroni


Molto più dell'italiano e della lira, è stata l'emigrazione ad unire gli italiani.
Non ce ne ricordiamo più, forse, ma i nostri conterranei sono partiti dal Veneto (la polenta), alla Sicilia (macaroni) alla volta delle americhe alla ricerca di un futuro migliore, di quanto il nostro paese poteva garantire.
Sono stati in 27 milioni gli italiani ad attraversare l'oceano, in cerca do fortuna: non solo personaggi alla Vito Landolini da Corleone (il protagonista della saga de Il padrino).
Il padre del famoso sindaco di NY Fiorello La Guardia, era emigrante. I nonni di Rudolph Giuliani lo erano.

I nonno materno di mio padre era tornato dall'america con un paio di scarponi anfibi ai piedi e per quello era stato soprannominato "nonno scarpone".
Il bisnonno materno invece, con i soldi guadagnati in america aveva potuto comprare un'appezzamento di terra, su cui costruire la sua casa.

Ma ad altri paesani non andò altrettanto bene.
Mangiaspaghetti, mafiosi, quelli che puzzano di aglio .. Dago, paisà, maccarone.
In Francia eravamo rital, macaronì (come il libro di Macchiavelli Guccini).
In Svizzera SALAMETTISCHELLEDE: affetta salame (solo Basilea) .
C'è una famosa vignetta di Fudge del 1903 "Occhio Zio Sam, sbarcano i sorci" (riportata da Stella, nel sito Siamo tutti emigranti).
I sorci siamo noi.

Questa era la considerazione che si aveva di noi italiani. Poi però la ruota della storia gira e oggi ci ritroviamo (per una fortuna che in parte non meritiamo) dalla parte giusta dell'immigrazione. E forse ci siamo dimenticati, cosa significa scappare dalla fame e dalla povertà.

Ecco, guardatevi la puntata de La grande storia "Polenta e macaroni".

Sinossi:
Polenta e macaroni.
quando gli altri eravamo noi

“Occhio zio Sam sbarcano i sorci!” così titola una vignetta pubblicata su un giornale americano nel 1903. Quei sorci, rappresentati mentre schizzano correndo fuori da una stiva, sono solo alcuni tra le migliaia e migliaia di italiani che si riversarono negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.
L’avanguardia di una massa di migranti che tra il 1876 e il 1976 porterà fuori dai confini nazionali in cerca di un lavoro, ben 27.000.000 di persone.
Una massa di individui poveri, affamati, impauriti, facile preda di agenti cui vendere le proprie braccia e i propri figli. Bambini di appena sette otto anni, ceduti per 100 lire a trafficanti senza scrupoli, per mendicare nelle piazze al comando di orchi ambulanti o lavorare davanti fuoco delle vetrerie francesi.
E ancora centinaia di migliaia di clandestini sulle navi per le Americhe o tra i sentieri delle Alpi.
E poi emigranti con tanto di passaporto e biglietto, ma accusati di essere ladri di posti di lavoro e crumiri. Linciati perché bastardi dal sangue nero. Considerati tutti anarchici, mafiosi, criminali.

Disprezzati nelle miniere del Belgio perché considerati ancora alleati del nemico nazista. Vittime della xenofobia svizzera, che considera reato non grave l’omicidio di un italiano. Obbligati a nascondere i figli, a rintanarli in casa, a costringerli al silenzio per non essere espulsi.
Il documentario si propone di raccontare alcune di queste storie, alcuni di questi episodi tra i più difficili, brutali, inquietanti.
Dai viaggi in nave verso l’America ai massacri di New Orleans o della fabbrica Triangle di New York. Dall’accusa di essere neri nel sangue a quella di esprimere un cattolicesimo primitivo e pagano.
Dall’emigrazione fascista nelle colonie africane all’emigrazione del dopoguerra propagandata dal governo come contributo individuale alla ricostruzione dell’economia nazionale.

Una storia fatta di storie, raccontata con l’ausilio di linguaggi diversi: la memoria delle testimonianze, il racconto delle immagini di repertorio, l’affabulazione di un narratore, i flash di una fiction d’epoca cinematografica o televisiva.