Visualizzazione post con etichetta Sandro Provvisionato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sandro Provvisionato. Mostra tutti i post

09 febbraio 2019

Il caso Lavorini, di Sandro Provvisionato



Il tragico rapimento che sconvolse l'Italia
Si muove con calma, senza alcuna frenesia, senza eccitazione, cercando di fare il meno rumore possibile. Come in trance. Con metodo e una certa perizia trasforma un lenzuolo in tante strisce di tela tutte uguali. Poi le annoda dando una certa consistenza a quel fragile tessuto. Alla fine ne ricava qualcosa di molto simile a una corsa e forma un cappio a un capo della stessa.

Quella appena descritta è la preparazione al suicidio da parte di Adolfo Meciani, imprenditore viareggino, in carcere con l'accuso di aver ucciso Ermanno Lavorini, 12 anni. Un bambino scomparso il 31 gennaio 1969, ritrovato morto qualche settimana dopo, seppellito alla buona sotto qualche decina di metri di terra e sabbia su una spiaggia a pochi chilometri di distanza.
Sandro Provvisionato ricostruisce il caso Lavorini “Il tragico rapimento che sconvolse l'italia”, il primo rapimento in Italia che ebbe una vasta eco mediatica, che portò a galla l'anima reazionaria e feroce di questo paese, che causò altre morti, vittime dalla violenta caccia alle streghe contro gli omosessuali, i pedofili che frequentavano la pineta. Perché fin da subito la causa del delitto doveva essere quella: un omicidio nato nel mondo dei pedofili e degli adolescenti che si vendevano per soldi.


Il caso Lavorini racconta anche altro: in questa storia troviamo il germe della strategia della tensione che tante altri tragedie causò al paese. Come si dimostrò alla fine, il rapimento e la morte di Ermanno non era una storia di pedofili (o di “capovolti” come venivano chiamati nel viareggino): Ermanno fu rapito per estorcere denaro alla sua famiglia per finanziare una formazione di estrema destra, il “Fronte Monarchico giovanile”. Una pista che rimase nel cassetto degli investigatori, anche se il giornalista Marco Nozza del Giorno l'aveva individuato fin da subito, andando a parlare con gli indagati.

«Saltano fuori i moralisti che sguainano la spada contro i giovani troppo irrequieti. Ma rimarranno delusi. Marco [Marco Baldisseri, uno dei membri del Fronte Monarchico e poi condannato per la morte di Ermanno], tutt'altro che un contestatore spavaldamente impegnato, era un fervido attivista del movimento giovanile monarchico. Andrea [Benedetti, allora minorenne, uno dei bambini che si prostituivano alla pineta] pure lui un attivista alacre. Amici tutti quanti di un certo Giannini che va a prendere la dinamite dove la trova per far fede ai suoi ideali, naturalmente».La pista politica è servita. Ma nessuno degli investigatori sembra muoversi.

Fin da subito le indagini si concentrano nel mondo della Pineta e individuano due dei tre responsabili poi condannati: Marco Baldisseri e Rodolfo Della Latta (allora maggiorenne).
Anziché sul contesto politico, i carabinieri (di fatto estromettendo la polizia) seguono la pista sessuale, rimanendo incollati alla tela di ragno delle confessioni (ne arrivò a fare una decina) di Baldisseri, 16 anni, una vita travagliata alle spalle, un padre assente, anche lui frequentatore della pineta. A capo di una banda di coetanei dedicata a piccoli reati, ma anche membro del movimento giovanile monarchico.
E' lui per primo ad accusare, alcuni degli adulti con cui si prostituiva.
«Nel lanciare le loro accuse, gli imputati del caso Lavorini sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica.»Pier Paolo Pasolini

Il caso Lavorini è una storia che intreccia il bigottismo in questo paese: l'autore parla di Viareggio come una novella Salem, per la caccia alle streghe che si scatenò, ai limiti del linciaggio contro chiunque fosse sospettato, come Meciani e Zacconi, da una folla aizzata dai quotidiani locali.
Una storia di indagini portate avanti dai carabinieri per lo più, fatte male, in modo superficiale con gli investigatori quasi più interessati a condizionare le piste che a seguirle, col sospetto di voler indirizzare le indagini contro una certa parte politica (a Viareggio c'era allora una giunta socialista e gli indagati ad un certo punto cercarono di mettere in mezzo il sindaco e il presidente dell'Ente turismo).
Reperti e documenti che spariscono, nessuna analisi sul luogo di ritrovamento del cadavere, con troppi spifferi dalla caserma verso i giornali, per convincere l'opinione pubblica che la pista giusta era quella dei “capovolti”, dei pedofili, che il piccolo Ermanno Lavorini era morto in un festino a base di sesso e forse anche droga.
Ci si può fidare di questo gruppo di investigatori? La polizia, che pure per prima aveva intuito la pista giusta per giungere all'assassino di Ermanno e aveva persino fermato il sospettato numero uno, è rimasta inerme, spaventata, quasi annichilita dalla personalità debordante del colonnello dei carabinieri De Julio, e si è chiusa a riccio. Gli stessi carabinieri che – come cominciano a riferire i ragazzi della pineta, ma come credergli -, invece di mettere con le spalle al muro gli artefici di quel balletto di rivelazioni contraddittorie, contribuiscono a suggerire loro, forse inconsciamente, scenari destabilizzanti.Ci si può fidare di una giustizia che ha trascorso più tempo a litigare sulla competenza, che sembra paralizzata e che si fa prendere per il naso da due minorenni disagiati e da un ventenne allucinato?Di una stampa forcaiola che ipotizza scenari sempre più improbabili e scandalosi al solo scopo di vendere qualche copia in più dei suoi giornali?Viareggio è stanca. L'assassinio di un bambino l'ha sconvolta.

Il colonnello Di Julio merita qualche parola in più: ex capo di Stato Maggiore dei Carabinieri, era stato coinvolto nel piano Solo, sui compito doveva essere quello di trasferire in Sardegna gli enucleandi, sindacalisti e politici di sinistra presenti in una lista stilata dal generale De Lorenzo.
Finito dentro la commissione del ministero della Difesa, la sua carriera era stata arrestata ed era stato trasferito a Lucca come comandante di Legione.
Dal Piano Solo, a questa inchiesta dove la pista politica fu accuratamente tenuta da parte dai carabinieri, che pure avevano uno degli indagati come confidente, Vangioni, tesoriere del fronte monarchico.

Sandro Provvisionato ricostruisce tutta la storia: le indagini fatte male, i depistaggi, gli indagati (Baldisseri e Della Latta, il minorenne Benedetti e poi Vangioni) che si inventavano storie e confessioni puntualmente smentite dai fatti. La morte di Ermanno, ucciso per un pugno e poi soffocato nello stesso giorno del rapimento.
E la morte di due dei sospettati: Meciani e Zacconi, il primo “colpevole” solo (se mi si consente questa definizione) di avere avuto rapporti con minorenni nella pineta.
Il secondo morto per “crepacuore”, per le accuse che gli erano state rivolte.
Infine, il processo, nel 1975, contro gli indagati, quel gruppo di minorenni che per anni riuscì a tenere in scacco carabinieri e anche i giudici che portano avanti le indagini: processo che si concluse con la condanna di tutti e tre. Condanna che però non riuscì a dare una risposta a tutte le domande rimaste aperte: chi fece la telefonata per chiedere il riscatto a casa Lavorini? I rapitori erano solo i tre condannati (e tornati in libertà dopo il 1980)? Fecero tutto senza l'aiuto degli adulti?

Resta una sensazione angosciante di ingiustizia e di impotenza della giustizia. La ragnatela di bugie, finte rivelazioni, ritrattazioni calunnie ha strangolato non solo Ermanno ma anche la ricerca della verità sulla sua tragica fine. Resta il dubbio di un processo e di una sentenza entrambi figli del loro tempo”.

Il caso Lavorini è stato consegnato a Chiarelettere poco prima della morte di Sandro Provvisionato, uno scrittore che ha scritto diversi libri, sul caso Moro e sulla strategia della tensione, in particolare.
Anche in quest'ultimo, si intravede un legame tra questa brutta pagina di cronaca e quello che avvenne poi negli anni seguenti, a partire dal 12 dicembre 1969.
A Viareggio, proprio in quel 1969, nello studio dell'avvocato Gattai, avvenne una riunione in cui si decise di fondare la Lega Italia Unita, facciata legale dei Mar, il movimento neofascista che organizzò nel 1970 diversi attentati in Valtellina.

La scheda del libro sul sito dell'editore Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

02 maggio 2015

Caso Moro – complici. Il patto segreto tra Dc e Br (Stefania Limiti e Sandro Provvisionato)

Introduzione (che potete leggere qui)
Quella che state per leggere è l’anatomia di un delitto politico avvenuto oltre trentasette anni fa. Abbiamo analizzato minuziosamente, con gli strumenti dell’inchiesta giornalistica, un avvenimento storico che, nonostante il tempo passato, è ancora cronaca viva, al punto da meritare, dopo cinque indagini giudiziarie e quattro processi, l’istituzione di una nuova Commissione d’inchiesta parlamentare, la seconda, senza considerare le tante sedute dedicate al tema dalle Commissioni stragi che si sono succedute nel tempo. Una cronaca così viva che perfino oggi, come potrete leggere, emergono novità e non di poco conto. A cominciare da quelle che riguardano il luogo dove il 16 marzo 1978 tutto è cominciato: via Fani, il teatro della strage che tolse la vita a cinque servitori dello Stato: loro difendevano quella di un uomo politico che da quel momento, per cinquantacinque giorni, finirà nelle mani di una banda terroristica prima di essere assassinato.
È per questo che il nostro racconto comincia proprio in via Fani dove – ora è possibile dirlo senza più ombra di dubbio – l’agguato delle Brigate rosse non andò come hanno stabilito le tante sentenze giudiziarie e neppure come ha raccontato l’unica «voce di dentro» dell’organizzazione armata presente sul luogo della strage: Valerio Morucci. Infatti quella mattina il commando non era composto solo da dieci brigatisti (otto uomini e due donne), ma ben supportato da elementi estranei che parteciparono in maniera attiva. In questo libro ricostruiamo pazientemente, e con l’aiuto indispensabile delle tante perizie tecnico-scientifiche che si sono susseguite negli anni, la dinamica di un’operazione terroristica che fino a oggi presentava troppi buchi illogici, troppe anomalie, troppe discrasie. A cominciare dagli effettivi brigatisti presenti sul posto, per finire a quelle oscure presenze in veste di osservatori, ma anche di facilitatori, di persone che con l’eversione armata non c’entravano nulla, semmai puntavano a una diversa azione eversiva, per così dire «statale». Con stupore abbiamo dovuto constare che, quando c’è odore di servizi segreti, magistrati anche molto preparati e audaci hanno come un mancamento e diventano improvvisamente poco curiosi.
Sappiamo già che solo questa nuova ricostruzione dell’assalto del 16 marzo – e solo per aver fatto il nostro mestiere di giornalisti – basterà a farci piovere addosso le solite, stucchevoli critiche di «dietrologia» e «complottismo». Non ce ne rammarichiamo. Se l’esercizio di buon giornalismo comporta anche il fatto di non accontentarsi mai delle verità ufficiali o delle mezze verità, e quindi di studiare non solo la scena ma anche il retroscena dei fatti, il buon giornalista deve per forza essere un po’ «dietrologo». Altrimenti è solo un megafono altrui.
In questo libro abbiamo passato al microscopio ogni singolo istante di quei tormentati cinquantacinque giorni con un unico scopo: dare senso logico a ciò che senso ne aveva ben poco. Abbiamo voluto dare dimensione a tutti quei fatti, grandi o piccoli, sui quali ancora non esiste un’accettabile convergenza tra racconti, indizi, prove, dichiarazioni, testimonianze.
Dall’analisi minuziosa della dinamica della sparatoria e del rapimento dell’ostaggio alle confuse vie di fuga del commando; dalle tante bugie sulla «prigione del popolo» in cui Aldo Moro venne detenuto all’opaca e nebulosa gestione politica del più importante sequestro di persona mai compiuto in Italia; dai silenzi calcolati dei brigatisti alle campagne d’opinione di una parte consistente della Democrazia cristiana, gli uni e le altre finalizzati all’ottenimento e alla concessione del «perdono». Una soluzione tombale sotto cui seppellire la verità dei fatti, scomoda per le Brigate rosse così come per il potere, non solo quello democristiano; per finire con l’infinita e scandalosa gestione delle carte recuperate a rate in via Monte Nevoso – e che contenevano il vero pensiero del prigioniero – fino all’individuazione, quanto mai tardiva, del misterioso «quarto uomo» a guardia della prigione. Tutti aspetti che, oltre ogni ragionevole dubbio, non hanno mai quadrato, innegabilmente frutto di occultamenti, silenzi, omertà. Quali verità dovevano essere coperte?

Sono tante le cose che non tornano sul caso Moro.
La mini Clubman Estate sul lato destro di via Fani, all'incrocio con via Stresa. Di proprietà di una società del Sisde.
Come del Sisde erano diversi appartamenti nello stabile di via Gradoli, uno dei covi (e forse delle carceri) delle Br a Roma.
Il mistero o l'imprecisione del numero delle Br presenti all'agguato: 10, 12, 9 .. il numero cambia col passare con gli anni e a seconda di chi parli. Il primo pentito delle Br Patrizio Peci, che parla de relato. E Valerio Morucci, presente in via Fani, che nel suo memoriale (di comodo) lascia fuori la compagna Adriana Faranda.
Ma nessuno riesce a fugare i dubbi sui colpi sparati: come i proiettili prodotti dalla Fiocchi di Lecco. Come ne erano venuti in possesso le Br?
E i proiettili che le perizie indicano di provenienza non militare, probabilmente da un deposito Gladio?
Altro mistero: chi ha sparato in via Fani? Qui non è un mistero: le Br (e chi ne avvallato le dichiarazioni) preferiscono giocare con la realtà.
Più di 90 proiettili sparati, in un minuto e mezzo. Ma forse i colpi sono stati anche di più, perché molti dei mitra avevano delle retine per recuperare i bossoli (e non lasciare tracce, perché?).
Le perizie balistiche dicono anche che metà dei colpi furono sparati da una sola arma.
Chi è il killer che spara a raffiche brevi? Morucci ha raccontato che il suo mitra e quello di Fiore (residuati bellici, tra l'altro) si erano inceppati. E hanno perso diversi secondi per cercare di sbloccarli.

E allora: chi ha sparato, da dove e con che ruolo, visto che le Br hanno sempre negato presenze esterne?
Altra discrepanza tra la realtà dei fatti e il loro racconto: lo sparatore da destra. A seconda di chi racconta, Moretti è rimasto in auto a fermare la 130 con Moro oppure è sceso a sparare.
Ma chi ha ucciso il maresciallo Leonardi (il capo della scorta) che, pur essendo esperto di tiro, non è riuscito a fare alcuna reazione?
Le perizie sui colpi, sui cadaveri, sulle testimonianze (che dicono che prima delle raffiche si sono sentiti dei colpi di pistola) raccontano una diversa versione.
Ovvero che la prima operazione del commando delle Br (da sole?) è l'eliminazione dell'elemento più pericoloso della scorta, Leonardi. Con quei colpi da destra negati da Morucci e Moretti ma resi certi dalle perizie. In seguito questa persona che ha sparato da destra, si sposta per evirare i colpi delle altre Br.
Che sterminano gli altri membri della scorta...
Questo sparatore non è mai stato individuato, come nemmeno il passeggero dell'Honda, quello con la faccia magra, come De Filippo.

C'è il mistero delle strane presenze in via Fani: il colonnello dei carabinieri Guglielmi presente in via Fani per un pranzo. Colonnello dei carabinieri e del Sismi (che aveva lavorato con Maletti nell'ufficio D del Sid).
E anche il cognato di un addestratore della base Gladio di capo Marrargiu, Bruno Barbaro. Come è piccolo il mondo, specie in certe mattine a Roma.

Altri punti che non tornano: la gestione del sequestro (apparentemente senza nessuna strategia), in quel buco di via Montalcini. I due postini delle Br, Morucci e Faranda, che giravano indisturbati per una Roma blindata coi loro comunicati.
A leggere quello che raccontano gli autori emerge la pressapochezza delle Br nel preparare l'agguato (nessuna esercitazione prima, nemmeno con le armi), nel gestire il rapimento, nel concordare una linea con lo Stato e la DC poi.
Tutto lasciato un po' al caso, alla fortuna. O forse a delle coperture esterne che hanno reso il lavoro di Moretti e degli altri più semplice.
Altro che “geometrica potenza”.
Anche la data scelta, sarebbe stata un caso .. dobbiamo e possiamo credere alla loro verità? A quello che hanno raccontato “de relato” per sentito dire o per semplice deduzione Patrizio Peci e Antonio Savasta (il responsabile del sequestro Dozier del 1981)? Oppure al memoriale (tardivo) dei dissociati (non pentiti) Valerio Morucci e Adriana Faranda?
Il memoriale di Moro e le sue lettere, ritrovati parzialmente e in due occasioni, nel covo di via Monte Nevoso (nell'ottobre 1978 e nel 1990). Chi ha fatto sparire le carte mancanti? Oltre a Moretti, Maccari e alla Braghetti c'era un quarto uomo ad interrogare Moro? Perché le Br non hanno subito pubblicato tutto quanto in loro possesso, come avevano promesso?
Esisteva un canale a disposizione di Moro per “parlare” con l'esterno e portare alle Br qualche materiale utile per la sua liberazione?

Queste sono alcune delle discordanze rilevate e raccontate dagli autori del libro “Complici –caso Moro, il patto segreto tra Dc e Br”, Stefania Limiti e Sandro Provvisionato.
Un libro importante perché, come altri prima, cerca di infrangere il velo di silenzi, omertà e coperture che ha coperto la verità sul rapimento del presidente della DC Aldo Moro.

Arrivare alla verità, sul caso Moro, è prima di tutto un atto di giustizia nei confronti delle vittime. La famiglia di Moro e anche quella degli agenti della scorta: Leonardi, Zizzi, Iozzino, Rivera e Ricci.
Ma c'è anche una ragione storica, che ci costringe a non fermarci, anche se sono passati tanti anni e molti dei protagonisti della storia sono purtroppo morti.
Sapere come (e da chi) la nostra storia politica è stata in qualche modo condizionata da entità esterne.
Non il “grande vecchio”, ma servizi segreti stranieri. Come la Cia americana, per esempio.
Dobbiamo sapere la verità “la verità ci aiuta a essere coraggiosi”, ha scritto lo stesso Moro: conoscere la vera storia dell'agguato, della trattativa tra Br e Vaticano, tra Br e Dc, è importante.
Fa la differenza tra una democrazia trasparente, pulita, da un paese a sovranità limitata, con istituzioni a scartamento ridotto.
C'è stato forse un gioco di ricatti tra Br (o una parte di queste) e la Dc, che ha portato a queste non verità (nemmeno i processi e le commissioni parlamentari hanno fatto luce su tutto)?
Il giorno 4 avete saputo uffi cialmente che c’era la direzione, l’avete saputo uffi cialmente perché sapevate tutto, dico tutto ciò che avveniva nella Dc attraverso un canale preciso, Morucci, lasciamo stare… non lo voglio dire in quest’aula…”L'avvocato della Dc Giuseppe De Gori a Valerio Morucci, processo d’appello Moro-uno, 28 gennaio 1985.

Questo libro mette in fila i fatti e le persone, nel loro contesto storico: i brigatisti e gli uomini dello stato. Andreotti e Cossiga. Don Mennini e suor Teresilla, questa strana suora che ha avuto molti contatti in carcere con Morucci, nei mesi della sua dissociazione, quando più voci, dentro la democrazia cristiana chiedevano di mettere una pietra sul passato.
Come poi è avvenuto col memoriale, con la semilibertà, con le sentenze. E con una verità giudiziaria forse di comodo.
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa ottenne larghi poteri dal presidente Andreotti, ma non dall’Arma. Lui era solo nell’Arma. Aveva molti nemici anche nei servizi segreti. Dalla Chiesa e io non parlavamo mai al telefono di questioni delicate perché sapevamo, per certo, che eravamo controllati. Di sicuro ci controllava anche la Cia.”Generale Nicolò Bozzo, braccio destro di Dalla Chiesa. Conversazione con gli autori, 7 gennaio 2015.

In questo racconto troviamo Dalla Chiesa e i suoi uomini che si mettono sulle carte di Moro, per una pista investigative che il generale seguiva da anni.
Una pista che mette assieme le stragi della strategia della tensione e Gladio.
La lista completa degli insospettabili che avevano destabilizzato il paese per impedire il cambiamento politico e sociale nel paese.
Forse era questo il segreto da tenere nascosto, per una ragione di Stato, anche a costo di sacrificare Moro?

La nuova Comissione Moro si è messa al lavoro: molti dei protagonisti di questa storia sono morti. Ma c'è ancora modo di arrivare a quella verità che ci renderebbe finalmente liberi.

L'intervista al generale Nicolò Bozzo sul Fatto Quotidiano: 
Generale non crede che avreste dovuto denunciare le vostre informazioni in modo più prepotente durante quei drammatici 55 giorni, pretendendo che almeno si controllasse quell’appartamento?“Penso che Dalla Chiesa e io facemmo il nostro dovere. Tra l’altro non toccava a me riferire alle autorità ma a Dalla Chiesa e io non so se il generale lo fece. Di più non potevamo fare. Riferimmo tutto ai nostri superiori gerarchici. Dirò di più: il generale, con lo scopo di dare man forte al comando generale dell’Arma, mi spedì a Roma. Vi rimasi dieci giorni durante i quali non mi fecero fare nulla. Passavo le giornate con le mani in mano”.
Perché racconta questo episodio solo ora, dopo tanti anni?“Perché ho maturato la convinzione che sia giunta l’ora di spostare un po’ più avanti la ricerca della verità sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. E credo che la nuova Commissione d’inchiesta possa farlo. Se saltasse fuori ancora qualche piccolo pezzo di verità, sono convinto che verrà giù tutto”. 
Altri capitoli:

Altri libri sul delitto Moro:
- Doveva morire di Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato
- Il golpe di via Fani di Giuseppe de Lutiis
- L'affaire Moro di Leonardo Sciascia

La scheda del libro “Complici – caso Moro” di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

30 aprile 2015

Il memoriale, Dalla Chiesa e Gladio (Complici – caso Moro di Stefania Limiti Sandro Provvisionato)


L'ultima parte del libro di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato, torna sul memoriale Moro, sulle sue parti mancanti, su quello che Moro avrebbe potuto rivelare alle Br.

E' il cuore dell'ipotesi portata avanti dagli autori, la complicità tra DC e BR che da il titolo al libro: l'esistenza di un patto segreto per tenere nascosti quei segreti della repubblica.
Parliamo di Gladio, della struttura segreta che si nascondeva dietro la struttura Nato di Stay Behind e che si ritrova in tante inchieste sugli episodi della strategia della tensione.

Se, a fine anni '70, quando il muro di Berlino era ancora in piedi e il PCI era il maggior partito comunista europeo, si fosse raccontato al paese di Gladio, delle protezione dello stato a queste strutture occulte, dei loro legami con l'eversione di destra, poteva crollare tutto il palazzo. Non solo la DC.
Dalla Chiesa stava indagando su Gladio: questo dice in uno dei passaggi finali il colonnello Bozzo.

Secondo il suo fede le collaboratore, l'allora colonnello Nicolò Bozzo – che situa la richiesta di Dalla Chiesa già nel 1974, ben prima della scoperta del covo di via Monte Nevoso – il generale
era interessato ad una ipotesi di lavoro che aveva cominciato ad elaborare a seguito degli attentati a Savona del 1974-75. Si era accorto , infatti, che poteva intravedersi un collegamento operativo tra ambienti di destra eversiva, criminalità comune organizzata, massoneria e settori dei servizi deviati. [..] il generale mi invitò , in più occasioni , ad approfondire questa ipotesi che, a suo parere, si fondava sull'esistenza di una struttura segreta paramilitare, con funzioni organizzative anti-invasione ma che aveva poi debordato in azioni illegali e con funzioni di destabilizzazione del quadro intermedio.

Secondo Dalla Chiesa questa struttura poteva risalire al periodo della Resistenza. In particolare, secondo Bozzo, «il generale mi segnalò l'organizzazione Franchi» diretta da Edgardo Sogno. Bozzo aveva provato a ficcare il naso negli ambienti atlantici ma, naturalmente, non poté aprire neanche una porta:
Su indicazione del generale, mi recai a contattare un confidente [..] che mi fornì qualche notizia generica, che confermava il senso dell'ipotesi operativa formulata dal generale. Il confidente apparve terrorizzato per la propria vita. Egli mi disse che temeva di essere assassinato da questa struttura che però non volle indicare specificatamente. In sostanza egli disse che alcune formazioni comuniste erano state infiltrate durante la Resistenza al fine di portarle all'annientamento. [..] L'incontro avvenne nell'autunno del 1978.

Di fronte alla Commissione stragi, Bozzo, chiedendo di spegnere i microfoni, aveva riferito che Dalla Chiesa
era andato oltre i suoi compiti. [..] Aveva invaso le sfere dei servizi: è andato a svolgere indagini su attentati che sono la fotocopia di quelli fatti a Bologna, in piazza Fontana, a Brescia. A Savona non c'è stata la strage e sa perché? È stato fatto saltare un tratto di binario su un ponte alto 90 metri e il treno pieno di pendolari che tornavano dalla Val Bormida non è precipitato. [..] c'è stato un contadino che ha visto ed è corso a rischio di farsi travolgere. [..] ha sentito l'esplosione che ha distrutto un tratto di binario, si è reso conto che stava arrivando il treno, si è buttato sulla ferrovia [..] altrimenti ci sarebbe stata una strage. In sostanza Dalla Chiesa indagò sulla strategia della tensione.

Altri capitoli


La scheda del libro “Complici – caso Moro” di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato.

29 aprile 2015

Il memoriale in via monte Nevoso - bis (Complici – caso Moro di Stefania Limiti Sandro Provvisionato)

Ottobre 1990, a seguito di alcuni lavori di ristrutturazione nell'ex covo delle Br in via Monte Nevoso, viene scoperto un tramezzo, che nasconde una cartellina, che contiene delle fotocopie di carte, il manoscritto di Aldo Moro. Sono 421 pagine: in seguito si scoprirà che anche quel memoriale risulterà incompleto, ma comunque con molte più pagine delle carte ritrovate nel 1978.
Come mai non sono state ritrovate, quelle carte?
Questo il ricordo del collaboratore di Dalla Chiesa, il colonnello Bozzo:

A tanti anni di distanza il generale Bozzo non si sente di dire con certezza se quel giorno avesse consegnato le carte a Dalla Chiesa. Bozzo era insieme a Dalla Chiesa e non vide niente, fu presente alle telefonate del generale e la sera lasciò il suo superiore. Eppure è questo il punto centrale, il punto di svolta attorno alle carte di Moro. Il generale aveva avuto copia di quelle carte, lo abbiamo visto, ma le aveva portate al fido amico di Andreotti, Franco Evangelisti, solo il giorno dopo. 
È possibile che sia stato preceduto da Pignero che le aveva consegnate direttamente ad Andreotti? E Pignero da chi le aveva avute'E ancora: Dalla Chiesa disponeva di tutti i dattiloscritti relativi a Moro, oppure solo una copia delle carte, come dice il capitano Arlati, «sfoltite». Certamente, subito dopo il ritrovamento di via Monte Nevoso era cominciata una convulsa ricerca dei documenti di Moro che portò Dalla Chiesa ad avere contatti spericolati, come quello di Mino Pecorelli. 

Bonaventura [capitano dei carabinieri presente nel primo blitz nel covo di via Monte Nevoso e che fotocopiò le carte], rivisiterà le sue affermazioni davanti alla Commissione stragi qualche settimana dopo con i magistrati di Roma, senza riuscire a cancellare nella memoria della pubblica opinione la precisione della sua precedente testimonianza.
Anche ai magistrati chiederà di essere creduto sulla parola. In sostanza un atto di fede.Ma forse questo è troppo per un paese come il nostro, popolo di tanti Arlecchini servi di due padroni, proprio come vuole la tradizione”.

Cosa c'era nelle carte di Moro di così importante allora, che interessava Dalla Chiesa, ma non solo lui?
I due autori parlano del “doppio ostaggio”, in mano alle Br: il presidente della Dc e le sue carte, il suo memoriale, in cui potrebbe aver parlato, tra le altre cose, anche di Gladio.
Il vero elenco, non quello ridotto di Andreotti, dato al Parlamento nell'ottobre 1990.
I segreti di Gladio e il malore dell'Ammiraglio 
La paura che l'esistenza di Gladio fosse dentro le carte di Moro e che le Br avessero intercettato il segreto dei segreti è la vera ossessione di chi, già durante i cinquantacinque giorni, aveva cominciato a cercarle.Infatti, tra i documenti ritrovati in via Monte Nevoso nel 1978 e nel 1990, mancavano anche quelli con i nomi di molti appartenenti a Gladio. Ma quelle carte esistevano. 
La questione è saltata fuori tardi, all'inizio del 2001. 
Due consulenti della Commissione stragi, Gerardo Padulo e Libero Mancuso, spulciando tra gli archivi della Digos di Roma trovano due faldoni. Il primo reca la seguente dicitura: «A4. Sequestro Moro-Covo di via Montenevoso-Rinvenimento del 9 ottobre 1990-Carteggio»; l'altro: «Sequestro Moro-elenchi appartenenti Organizzazione Gladio», un elenco più lungo e completo di quello reso noto nel 1990 dall'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti (in base al quale i gladiatori erano 622).[..]I due consulenti dichiarano esplicitamente che la lista ufficiale stilata da Moro è solo una versione edulcurata. Stando allo storico Giuseppe De Lutiis, una sua fidatissima fonte dell'ambiente dell'intelligence gli aveva raccontato che lo sdoganamento ufficiale di Gladio non fu così semplice”.

Insomma, Andreotti tenne coperti nomi di persone insospettabili che forse non conosceremo mai.
A meno che non si autodenuncino.
Elenchi di gladiatori che spuntano dove non dovrebbero essere, in un archivio della Digos messe assieme a carte sul rapimento Moro: tutto indicherebbe che c'è un legame tra il rapimento e questi nominativi e che dunque Moro avesse veramente parlato alle Brigate Rosse di Gladio e della Nato.
Aldo Moro, almeno da ciò che emerge dalle carte note, aveva voluto offrire ai suoi rapitori materia di scambio, pur muovendosi lungo un crinale delicatissimo: parlare ma non parlare, dire senza mettere a rischio la sicurezza del paese.

Le Br erano venute in possesso di documenti interessanti. Che uso ne hanno fatto? Perché non le hanno divulgate?
Forse, rivedendo le condanne leggere che hanno preso i brigatisti di via Fani (che non si sono pentiti e hanno lasciato ampie zone oscure nelle loro rivelazioni), si intuisce che uno scambio con una parte dello Stato sia avvenuto.
E non era la persona del presidente della Dc.

Altri capitoli

La scheda del libro “Complici – caso Moro” di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato.

Il memoriale in via monte Nevoso (Complici – caso Moro di Stefania Limiti Sandro Provvisionato)

Il dattiloscritto di Moro, fotocopiato

Materiale recuperato nel covo

Il 1 ottobre 1978, con l'operazione Jumbo, i carabinieri di Dalla Chiesa entrano nel covo delle Br di via Monte Nevoso, a Milano Lambrate.
Dentro, trovano un vero archivio delle Brigate Rosse: le lettere di Moro, parte del memoriale.
Memoriale, dattiloscritto, che poi si rivelerà incompleto.
Una seconda parte, più sostanziosa (ma altrettanto incompleta) verrà ritrovata per caso nel 1990. Quando poi anche il paese potrà conoscere il segreto di Gladio. Un caso. O forse no.

Le carte di Moro, il suo memoriale, i segreti che avrebbe confessato ai suoi carcerieri sono un altro dei misteri, di cui parlano Stefania Limiti e Sandro Provvisionato nel loro libro “Complici”).
A queste carte, a questi segreti (che sarebbero stati dirompenti negli anni 70), diedero la caccia Dalla Chiesa, Pecorelli. Anche altre forze dello stato.
Di chi è la manina o la manona che ha tolto le carte dall'archivio delle Br?
Come mai i carabinieri si sono persi il secondo archivio, nascosto dietro un tramezzo e poi ritrovato nel 1990 casualmente?
Con il mio partito ho chiuso. Troppe corruzioni, troppe viltà, troppe stupidità. Quando sarò libero, se mai lo sarò, mi dimetterò dalla Dc e mi iscriverò al gruppo misto della Camera. Da quella posizione d'indipendenza potrò seguire la mia battaglia politica, alla luce di quanto ho appreso in questi giorni”.
È questa la conclusione «operativa» che Moro annuncia dopo aver passato in rassegna gli anni di potere democristiano senza apparentemente aver consegnato alle Br nessuna bomba H per far saltare in aria la DC. Il resto dei suoi appunti rinvenuti non in forma autografa, ma dattiloscritta , e che Nadia Mantovani stava maneggiando quando arrivarono i carabinieri in via Monte Nevoso, non avevano un contenuto destabilizzante del quadro politico. Ma certamente c'era altro.
Quel primo «bottino» di via Monte Nevoso aveva soltanto aperto la caccia alle «confessioni» spinose e imbarazzanti per la DC che Moro aveva fatto alle Br. Da subito sembrò molto più interessante quello che mancava.Nei giorni immediatamente successivi alla scoperta del covo in via Monte Nevoso, il giornalista Mario Scialoja, avvalendosi di fonti ben informate legate all'area brigatista, scrive che a a lui risulta che le Brigate rosse stessero discutendo sul dopo Moro e che fossero in preda a un dilemma:
Pubblicare così come è la risoluzione che era già pronta (97 pagine dattiloscritte con alcune cancellature)? O integrarla con una nuova analisi introduttiva che tenga conto delle operazioni di Dalla Chiesa ? Oppure far uscire tutti i verbali degli interrogatori di Moro (anche quelli che non avevano inserito nel dossier), vale a dire duemila pagine dattiloscritte circa, il tutto stampato in un ennesima tipografia clandestina ?
Non sfuggano al lettore due particolari: il numero elevato delle pagine dattiloscritte, ben duemila, una cifra ripetuta nello stesso numero del settimanale, in un articolo più breve nel quale l'autore, Renzo Di Rienzo, scrive che esistevano «duemila cartelle dattiloscritte di trascrizioni di nastri».Un numero forse esagerato, ma indicativo del fatto che i documenti scritti da Moro contassero ben più delle 49 pagine ufficiali. E, secondo particolare, la sopravvivenza del «malloppo» anche dopo la covert operation di via Monte Nevoso.[.. ] Anche secondo il generale Dalla Chiesa il dattiloscritto dei brani del memoriale rivenuto in via Monte Nevoso costituiva una «seconda battitura», e cioè una copia di un originale dattiloscritto, tanto che la Commissione stragi definirà certa l'esistenza di originali sia del manoscritto (di cui si è rinvenuta nel 1990 la fotocopia) sia del dattiloscritto (prima battitura) entrambi mai rinvenuti.
Quel 1 ottobre 1978 tutti già sapevano che mancavano tante, troppe carte e che si sarebbe subito aperta la caccia.


La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.


28 aprile 2015

Il mistero dei colpi sparati in via Fani (Complici – caso Moro di Stefania Limiti Sandro Provvisonato)

Sto completando la lettura di “Complici, caso Moro (il patto segreto tra Dc e Br)” di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato: un tentativo di rileggere la storia del rapimento del presidente della Dc Aldo Moro, dell'eliminazione della sua scorta (Leonardi, Zizzi, Iozzino, Rivera e Ricci), della prigionia e della sua morte.

I due autori sono andati a rianalizzare le analisi, le perizie, i pochi dati certi su questa pagina che rimane oscura (nonostante le Commissioni parlamentari e i tanti processi).
In fondo, ed è una cosa che difficilmente riesco ad accettare come cittadino, la verità che si è affermata dal punto di vista giudiziario e storico, è quella che ci hanno raccontato i brigatisti (non pentiti) Moretti e Morucci.
In via Fani c'erano solo ed esclusivamente loro, quando hanno rapito Moro non avevamo bene in mente una strategia da intraprendere con lo Stato, hanno ucciso Moro (dopo i 55 giorni di prigionia in via Montalcini) abbandonando il cadavere in via Caetani dopo aver attraversato Roma. Ma è una versione che fa acqua da tutte le parti.
A cominciare dall'agguato in via Fani, che la “geometrica potenza” di cui parlò il leader di Potere Operaio Franco Piperno mal si comprende con lo scarso addestramento delle Br. Col fatto che i mitra di Moretti e Bonisoli si incepparono.
Con le perizie sui cadaveri della scorta. Col fatto che circà metà dei colpi risultano sparati da un solo mitra.
Uno stralcio del libro:
“Per chi c'era, l'inizio dell'attacco in via Fani avviene non con raffiche di mitra, ma con colpi singoli di pistola. 
Come si conciliano queste testimonianze oculari con le affermazioni di Valerio Morucci, il quale descrive l'inizio dell'attacco ad opera di quattro uomini tutti armati di mitra? 
Come escludere che i colpi singoli di pistola uditi dai testimoni non siano quelli sparati da qualcuno che dal lato destro di via Fani sia balzato fuori da dietro la Mini Clubman Estate con il preciso compito di eliminare il più pericoloso degli uomini incaricati di proteggere Moro, e anche il più addestrato, il maresciallo Leonardi, il cui corpo è stato crivellato da colpi provenienti solo da destra? 
Se le perizie scientifiche dicono il vero allora alla scena descritta da Morucci mancano, come abbiamo visto, due elementi: due altri attaccanti, uno che agisce da sinistra, sparando ben 49 colpi – ossia un caricatore e mezzo – e l'altro che si muove sulla destra e che, prima di sparire, ha un solo compito, ovvero eliminare l'elemento più problematico della scorta di Moro”.

La Mini Clubman, l'auto dei servizi, sul lato destro di via Fani, quello da dove ha agito il killer che per le Br non è esistito.
E qui le prime domande? Perché le Br mentono (e lo dicono le perizie, l'evidenza dei fatti)?
Stanno coprendo qualcuno, magari qualcuno di esterno al gruppo. Di innominabile.
E perché la DC si accontentata di questa versione di “comodo”?

La tesi degli autori è chiara e la si intuisce dal sottotitolo.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.