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24 agosto 2018

La repubblica delle stragi, a cura di Salvatore Borsellino



La Repubblica delle stragi: 1978/1994 il patto di sangue tra stato, mafia, p2 ed eversione nera.

E' infatti ormai evidente come le grandi stragi di mafia e terrorismo, in Italia, siano segnate da un filo che, oggi, non è più tanto invisibile. Un filo che traccia un faticosissimo percorso in salita per i familiari delle vittime di quelle stragi e per quei pochi, all'interno delle istituzioni, che hanno tentato di arrivare alla verità. Un filo che racconta storie accomunate da depistaggi, isolamenti, umiliazioni, bugie e dolore e tanta rabbia; e nega giustizia ai morti costringendo i parenti a sospendere il normale corso delle proprie esistenze e improvvisarsi, a volte con risultati significativi, egregi investigatori e giornalisti, e addirittura, come nel caso di Paolo Bolognesi, politici. Un filo che sospende lo Stato di diritto e le più elementari norme democratiche. I carnefici diventano vittime e le vittime, nella migliore delle ipotesi, persone bisognose di aiuto psicologico (come disse l funzionario di polizia Arnaldo La Barbera a Lucia Borsellino, in risposta ad una sua richiesta di delucidazioni sulla scomparsa dell'agenda rossa del padre).

Questo saggio attraversa sedici anni della nostra storia recente, raccontati attraverso una serie di eventi criminali, con l'obiettivo di andare a cercare quel filo rosso che li unisce, mettendo assieme i fatti, cercando di gettare luce sulle zone d'ombra, i collegamenti tra loro.
Gli autori de “La repubblica delle stragi” non hanno avuto come obiettivo quello di creare le solite teorie complottiste: gli episodi citati nel saggio hanno segnato la storia italiana e hanno condizionato la politica di questo paese.
Ma c'è anche qualcosa di personale: Salvatore Borsellino, che ha curato questa edizione, è il fratello di Paolo, il giudice diventato icona dell'antimafia ma di cui una sentenza recente ci ha raccontato del grande depistaggio che ha allontanato gli investigatori dai veri responsabili.
Giovanni Spinosa ha seguito come pm alcune inchieste sui delitti della Uno Bianca su cui ha scritto un libro (“L'Italia della Uno Bianca” - Chiarelettere) che racconta una verità diversa sulla banda. Una verità scomoda.
Fabio Repici è stato avvocato di parte civile in processi sulla mafia (e avvocato dello stesso Salvatore Borsellino), e ha seguito per questo libro i capitoli sull'attentato all'Addaura al processo sulla Trattativa.
Antonella Beccaria è una studiosa dei fenomeni criminali di questo paese, dalle mafie alla massoneria all'eversione nera.
Giuseppe Lo Bianco è un ex giornalista de l'Ora di Palermo oggi a Il Fatto Quotidiano, esperto di mafia.
Nunzia Mormile è la sorella di Umberto, l'educatore nel carcere di Opera ucciso dalla 'ndrangheta l'11 aprile 1990, negli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica, quando tutti i Gattopardi del potere occulto tramavano perché nulla cambiasse in questo sfortunato paese.
Federica Fabbretti è una giornalista e collabora con le Agende rosse, con Salvatore Borsellino.
Infine ha collaborato a questo libro anche Marco Bertelli.

I capitoli del libro

Gli eventi di cui si occupa questo volume spaziano dal 1978, l'anno di Moro, che segnò l'inizio della fine, l'inizio della penetrazione della P2 dentro le stanze del potere. L'anno del finto rapimento di Sindona inscenato per salvarsi dalla giustizia e recuperare i soldi prestati alla mafia.
La bomba di Bologna, la strage di Natale del 1984, l'estate dell'Addaura e degli omicidi dei due poliziotti Emanuele Piazza e Nino Agostino.
Lo strano autoparco della mafia a Milano, in via Salomone, sede del consorzio criminale composto da cosa nostra, 'ndrangheta e Sacra corona unita.
I delitti della Uno bianca e le rivendicazioni della Falange Armata, questa strana sigla bene informata sui delitti e sui misteri di questo paese.
Le bombe del 1992, quella esplosa a Capaci contro Falcone e la sua scorta e quella di via D'Amelio contro Borsellino e la scorta.
Le altre bombe della trattativa che portarono a compimento il passaggio tra prima e seconda repubblica, col ricatto allo Stato, nel segno di nuovi accordi tra mafia e politica.

Sorprende, leggendo tutte assieme queste storie, gli atti processuali, le anomalie emerse e le incongruenze, scoprire sempre gli stessi attori comparire: pezzi deviati dei servizi, faccendieri di cerniera tra le istituzioni e la criminalità, l'eversione nera come manovalanza.
Sono storie di giustizia mancata: non solo la giustizia nei confronti delle vittime, ma anche di giustizia e verità nei confronti dei cittadini italiani, cui sono state raccontate tante bugie, tante menzogne, come se fossimo dei bambini che non meritano di sapere chi ha in mano il pallino del potere.

Ma se l'assenza di giustizia potrebbe essere vista come un torto solo per noi familiari, la continua negazione della verità ha definito - e continuerà a definire - un vulnus di impareggiabile gravità per l'andamento democratico del nostro paese, un paese i cui più importanti rappresentanti possono essere ricattati da chi di quel filo conosce consistenza e colori, un paese in cui non potranno essere applicati quei contrappesi democratici riconosciuti e fortemente voluti da nostri padri costituenti

A cosa serve questo libro, dunque? Non è l'ennesimo libro su Falcone e Borsellino e le altre vittime delle mafie (meritevoli di essere ricordate per il loro lavoro in tutti i giorni dell'anno, non solo nelle – spesso sterili – ricorrenze): lo spiega bene Salvatore Borsellino nella prefazione

Gli autori di questo libro si sono posti l'ambizioso obiettivo di iniziare a "mettere assieme i pezzi", di cogliere le similitudini tra le stragi mafiose e terroristiche, di scandagliare le indagini e trovarne i buchi neri e le zone d'ombra. Un libro di fondamentale importanza per chi aspira a leggere gli avvenimenti di questo paese sotto una luce diversa, ma anche per gli "addetti ai lavori" che non hanno modo, per via della specificità dei luoghi in cui operano o degli argomenti di cui si occupano, di allargare il loro campo visivo e conoscitivo.(dalla premessa di Salvatore Borsellino)

Le origini del golpe: 1977-79 Sindona, Gelli, il crac e il ricatto al potere

Tutto parte dal crac delle banche di Sindona, in Italia e anche in America: banche attraverso cui erano passati, per ripulirsi, i capitali della mafia.
Sindona non era custode dei soli segreti della mafia, ma anche dei tanti italiani che a lui avevano affidato i loro beni per occultarli al fisco italiano.
La lista dei 500, contenente questi nomi, era l'arma di ricatto di Sindona: quel ricatto preparato nel suo viaggio dall'America in Italia, quando finì nelle mani dei boss palermitani, Bontade ed Inzerillo

Ricapitolando. Alla fine degli anni settanta in Sicilia si progetta - almeno dal 1977, secondo Miceli Crimi - di rovesciare gli assetti istituzionali recuperando al contempo i soldi che che i mafiosi avevano affidato a Sindona affinché li riciclasse.Il risultato costituirebbe un sicuro vantaggio per Sindona, ormai in rovina, e dell'orbita fanno parte i militari, oltranzisti atlantici che impartiscono istruzioni da Washington, boss italiani e italo-americani e logge massoniche deviate che comprendono, oltre alla P2 di Gelli, anche la Camea, il centro di attività massoniche ed esoteriche accettate che, dalla Liguria alla Sicilia, nelle indagini della magistratura si è dimostrato un punto di incontro da interessi diversi ed altre obbedienze.I cardini erano sempre loro due, Sindona e Gelli, portatori di «contatti coi due mondi [inquietanti]: da un lato quello della P2 e dall'altro quello della mafia».

Nelle carte della commissione P2 è emersa una riunione tenuta su un panfilo al largo di Ustica a cui erano presenti il massone Miceli Crimi (medico di Sindona) in cui si espose il progetto di creare in Sicilia una rete anticomunista e indipendentista. Un progetto che anticipa di qualche anno le riunioni tenute nelle campagne di Enna nel 1991 da parte dei mafiosi di Riina, dove furono decise le strategie eversive del 1992.

Strage alla stazione di Bologna (qui l'approfondimento)

Se della strage alla stazione di Bologna conosciamo (diversamente da altri episodi stragistici) i nomi dei responsabili, ci sono ancora troppi buchi neri: i mandanti della bomba e, soprattutto, il perché di quella bomba.
Cosa volevano ottenere Mambro e Fioravanti? Volevano veramente ricompattare il fronte neofascista (come hanno dichiarato)? Oppure ancora una volta dobbiamo pensare ai mandanti a volto coperto dietro, che da questa strage pensavano di ottenere qualcosa?
Ancora una volta, dopo Piazza Fontana, torna uno scenario dove la bomba serviva a preparare il terreno ad un golpe senza esercito e carri armati, per i legami tra la manovalanza nera e la loggia P2 di Gelli:

In quest'ottica, a dispetto delle velleità di Fioravanti, l'interfaccia reale della strage del 2 agosto non fu la "chiamata alle armi degli indecisi", ma il piano di rinascita democratica di Licio Gelli, il "manifesto d'ordine" politico e programmatico che doveva condurre il paese allo svuotamento dei valori della Costituzione e della Repubblica Parlamentare per rincorrere una repubblica presidenziale priva di contropoteri di garanzia democratica.A ciò si aggiunga un'affermazione più volte ripetuta dal Venerabile negli ultimi anni della sua vita: nel marzo del 1981, quando furono scoperte le sue liste, sarebbero mancati quattro mesi alla concretizzazione di un golpe che non avrebbe avuto le sembianze di di un'azione militare, ma che sarebbe stato lo stadio finale dell'infiltrazione delle istituzioni dal loro interno.

Strage del rapido 904 (qui l'approfondimento)

Dopo la bomba dell'agosto 1974, un'altra strage nella stessa galleria dell'Appennino.
Le indagini si sono mosse subito nella direzione giusta, il referente di cosa nostra a Roma Pippo Calò. Ma anche qui non tutti i tasselli sono al loro posto: quei congegni per l'esplosione comprati dai mafiosi in eccesso per una sola strage, a cosa servivano? E a cosa serviva tutta quella quantità di Semtex H, così sovrabbondante per una sola bomba tanto da richiedere lo spostamento dell'esplosivo dai rifugi siciliani al nuovo rifugio di Roma?

Ecco che s'intravede la possibilità che l'obiettivo vero non fosse una sola strage, ma una vera e propria campagna terroristica, stroncata sul nascere dalle indagini "casuali" culminate col sequestro di via Albricci [dove poi si riuscì a risalire a Pippo Calò e agli altri responsabili] avvenuti solo tre mesi dopo il primo attentato.Una campagna terroristica che sembrerebbe anticipare quella del 1993 di cui ha parlato la sentenza del 2015.

L'attentato all'Addaura e le menti raffinatissime

A distanza di anni ancora non sappiamo i responsabili delle morti dei poliziotti Nino Agostino ed Emanuele Piazza.
Chi e perché li ha uccisi, i killer e i mandanti.
Non sappiamo il perché della bomba all'Addaura né i mandanti esterni.
Non sappiamo, degli eventi di quel 1989 che anticipava le stragi del 1992, perché cosa nostra (e le menti raffinatissime evocate da Falcone) 
"si adoperò per l'uccisione del poliziotto Agostino e della moglie e del legame fra quel duplice omicidio e la strage dell'Addaura, già leggibile in filigrana. Ne emergerebbero nitidamente le ragioni del depistaggio, avvenuto fin dall'immediatezza".

La barba del padre dell'agente Nino Agostino è l'icona dell'ansia di giustizia di chi si batte contro le deviazioni di uno stato che, nella strage dell'Addaura e nel duplice omicidio Agostino Castelluccio, ha presentato davvero una faccia da mostro.

L'autoparco della mafia di via Salomone e l'omicidio di Umberto Mormile

Umberto Mormile era un educatore nelle carceri: fu ucciso mentre andava a lavoro nel 1990 e il suo fu il primo omicidio rivendicato dalla Falange Armata, prima delle azioni terroristiche e gli omicidi della Uno Bianca, prima delle bombe della mafia (e non solo della mafia).

Ucciso perché aveva assistito ai colloqui in carcere del boss della ndrangheta Domenico Papalia con esponenti dei servizi.
Un omicidio su cui non fu fatta luce anzi, la sua memoria fu infangata da una sentenza della corte d'assise di Milano che lo definì come corrotto.
Un uomo al soldo dei boss.

Al processo d'Appello, il boss fu condannato, ma l'omicidio Mormile rimane nell'area dell'indicibile.
Come l'Autoparco di via Salomone, su cui indagò il pm milanese Di Maggio (che divenne in seguito vice direttore del DAP) senza rilevare nulla.
Senza rilevare la presenza di uno strano "consorzio": un comitato composto da mafiosi, ndranghetisti e da boss della Sacra Corona Unita.
Uno strano autoparco, a forma di Anello, una struttura riconosciuta dai vertici delle strutture criminali e che da lì decideva e agiva per eseguire omicidi importanti.
Una struttura in cui si intrecciano mafia, quella catanese di Jimmi Miano, esponenti borderline come Rosario Cattafi, uomo di cerniera tra mafia e servizi e boss come Papalia. Un boss con importanti relazioni dentro le strutture dello Stato.
Relazioni che però devono rimanere segrete.

Nelle indagini della Procura di Reggio Calabria nel procedimento ndrangheta stragista un capitolo ha per titolo:
«Un filo rosso delle vicende stragiste: le rivendicazioni della Falange Armata. L'omicidio Mormile. La riunione di Enna e le dichiarazioni di Cannella, Avola e Malvagna. Le dichiarazioni di Foschini e Cuzzola [gli assassini di Mormile]. Il copyright della ndrangheta e di settori deviati degli apparati di sicurezza nazionale».Sul'omicidio di Umberto Mormile la giustizia dovrà partire proprio da lì.


Il filo rosso delle stragi: la Uno Bianca e la Falange Armata (qui l'approfondimento)

Sette anni e mezzo di attività criminale, dal 19 giugno 1987 al 21 ottobre 1994.
82 delitti di cui 22 persone uccise e oltre cento ferite.
Fino all'arresto di Roberto Savi e Fabio Savi, il lungo e il corto. Che si sono autoaccusati di tutti i delitti anche andando a scagionare altri imputati mafiosi imputati nei processi per questi casi (come Marco Medda, un camorrista vicono alla nuova camorra organizzata di Cutolo).
Analizzando i colpi della banda, si può suddividere la loro storia in tre fasi: in una prima fase la banda è caratterizzata da assalti ai furgoni blindati, alle coop, con operazioni in stile militare.

Poi arriva una seconda fase apertamente terroristica, caratterizzata da delitti senza alcuna refurtiva: dal 2 gennaio 1990 al 28 agosto 1991. I colpi contro i carabinieri (la strage del Pilastro), contro i campi rom, contro persone inermi.
Infine la terza fase, dalla fine del 1991 fino all'arresto nel 1994, dove i Savi avevano pure messo in piedi un traffico di armi in Ungheria per comprarsi le armi per le rapine in banca.

La Uno bianca è stata il trampolino di lancio della Falange Armata, che ne ha rivendicato le azioni col loro linguaggio freddo e burocratici, fino a quando questa strana “agenzia di stampa” abbandonò la banda col comunicato del 29 agosto 1991, con una specie di comunicato di dissociazione.
Come se la banda avesse terminato il suo scopo.
Si, ma quale? A cosa è servita la banda della Uno Bianca?

La Uno bianca fu un momento organico nella evoluzione di un coerente cammino eversivo gestito da un consorzio criminale che, nel 1990, assunse il nome di Falange Armata. Dal novembre 1991, con l'avvio delle rapine in banca, si prepara il terreno per le future confessioni dei Savi dopo un arresto frutto di una «strabiliante [..] concomitanza di circostanze del tutto fortuite e difficilmente irripetibili». Si propose all'opinione pubblica l'immagine del "corto" e del "lungo": una fotografia istintivamente coerente con quella di Roberto e Fabio Savi, attori protagonisti di questo periodo. Nei tre anni successivi il "corto" e il "lungo" rapineranno le banche a bordo di una Uno bianca con una listella di scheda telefonica infilata nel blocco dell'accensione. Una straordinaria campagna di disinformazione ha affidato a questa immagine la sintesi di sette anni e mezzo di delitti timbrati Uno bianca. E invece, solo la fotografia dei banditi che hanno operato negli ultimi tre anni.
Niente a che vedere con la banda che assaltava le coop, che sparava al tunisino e ai lavavetri, che sparava al campo nomadi.Dell'uomo disinvolto che uccide dentro l'armeria di via Volturno, coi banditi che sparavano ai carabinieri a Miramare di Rimini ..


La strage di Capaci

La strage di mafia per eccellenza, quella che ha portato alle condanne dei boss mafiosi, grazie al pentimento di due responsabili della strage stessa, Di Matteo e La Barbera.
Ma anche qui ci troviamo di fronte ad alcune cose che non tornano, a meno di non fermarsi alla forma che è stata data all'acqua (citando Camilleri).
Perché quella bomba in Sicilia, dopo aver pedinato Falcone per settimane a Roma?
Chi scelse il luogo dell'agguato?
Perché i servizi non informarono i magistrati che la mafia aveva intenzione di fare un nuovo attentato contro Borsellino?

Nel film blow up di Antonioni, con successivi ingrandimenti di una foto spunta in mezzo alla vegetazione, l'arma del delitto.Accadde lo stesso per la stagione delle stragi cosiddette di mafia, dove le indagini compiute negli anni con opportuni "ingrandimenti", mostrano connessioni insospettabili e inconfessabili.Oggi sappiamo che un artificiere legato all'eversione di destra, Pietro Rampulla, consegnò a Giovanni Brusca il telecomando per far saltare in aria un pezzo di autostrada; che i servizi segreti erano informati che cosa nostra avrebbe tentato il bis, uccidendo anche Paolo Borsellino. Sappiamo di più delle "menti raffinatissime" che all'Addaura avevano piazzato ventisei candelotti di dinamite a un passo dalla casa di Falcone.Che Rosario Cattafi, detto "Sariddu dei servizi segreti" messinese come Rampulla, era l'uomo ponte di Cosa nostra, massoneria e apparati deviati.Non tenendo conto dei collegamenti tra sistemi criminali diversi, il contesto delle stragi del 92 resterà forse impunito.

Anche in questa strage, come vedremo poi succedere per via D'Amelio, piccoli depistaggi: come l'identikit dei finti dipendenti della Sip che lavoravano a Capaci dato dal vicequestore La Barbera ai giornalisti di Repubblica Bolzoni e D'Avanzo che, anni dopo, raccontano dell'impressione di essere stati usati.

La strage di via D'Amelio

La strage di via D'Amelio è una vicenda che oggi sembra essere arrivata alla verità sul versante mafioso dell'organizzazione stragista ma che è ancora in alto mare quanto alle connivenze di uomini delle istituzioni e perfino su una porzione della fase esecutiva del delitto.Alcune certezze però, ormai si hanno: è certo che Vincenzo Scarantino fu un falso pentito; che i servizi segreti (anche nella persona di Bruno Contrada) vennero coinvolti da Giovanni Tinebra, allora procuratore capo a Caltanissetta, nell'attività informativa riguardante le indagini sulla strage di via D'Amelio; che un alto funzionario della polizia di Stato, Arnaldo La Barbera, a capo di una squadra investigativa creata appositamente per le stragi del 1992, perseguì pervicacemente una pista che poi si rivelò falsa, nonostante alcuni elementi la smentissero [..] nonostante l'intera procura di Palermo considerasse Scarantino talmente inattendibile da non utilizzare le sue dichiarazioni in alcun processo di mafia, nemmeno a suo carico. [..]Quello che è certo è il risultato di questo depistaggio ebbe: affievolire la centralità nell'esecuzione della strage del mandamento di Brancaccio e, quindi, dei fratelli Graviano (che, secondo la prospettazione della procura di Palermo, furono uno dei cardini dell'attuazione della strategia stragistica di Riina nel periodo della trattativa Stato-mafia).

Forse la vera ragione del depistaggio sta in quel particolare presente nel racconto di Spatuzza e assente nella finta confessione (concordata con gli uomini della squadra di La Barbera): ovvero in quell'uomo senza volto, presente nel garage in cui fu "preparata" la fiat 126

sicuramente estraneo a cosa nostra, plausibilmente appartenente ad apparati di polizia o di intelligence, impegnato nei preparativi della strage di via D'Amelio. Ecco forse a cosa serviva il "depistaggio di Scarantino": ad impedire che si potesse gungere alla conclusione che in via D'Amelio è stata, al contempo, una strage di mafia e una strage di stato.

Le stragi del 1993

Le bombe del 1993 che hanno colpito per lo più obiettivo del nostro patrimonio artistico, fanno parte di quel dialogo tra stato e mafia che a costituito la seconda parte della trattativa:

.. il procuratore fiorentino Gabriele Chelazzi parlò di "offesa all'umanità", consumata in questo caso ammazzando e sfregiando, tra gli altri, capolavori e luoghi di culto. Fu proprio Chelazzi a individuare per primo in quelle bombe il linguaggio di uno strano dialogo tra criminali di diversa natura e istituzioni, quella trattativa sinteticamente definita tra stato e mafia che ancora oggi impegna le aule di giustizia.Una trama che se ancora non è stata fotografata in una sentenza era chiara anche a inquirenti come Pierluigi Vigna:
«Penso che pezzi deviati dei servizi segreti siano stati gli ispiratori, e qualcosa anche di più, delle bombe di Firenze, Roma e Milano ..».Sullo sfondo di questa e altre vicende, si intravvedono le ombre di strane organizzazioni come la Falange Armata, che debuttò con l'omicidio dell'educatore carcerario Umberto Mormile e accompagnò la parte più sanguinosa della stagione della Uno Bianca.

Le trattative tra cosa nostra e lo stato

Almeno in primo grado (e potrà anche essere ribaltata nei giudizi successivi) la trattativa stato mafia esiste ed ha dei responsabili ben identificati: gli ufficiali del Ros che hanno preso contatto con Vito Ciancimino per vedere di fermare le bombe, senza avvisare la magistratura e cercando invece degli agganci politici.
Politici che hanno tutti dimostrato scarsa memoria: da Mancino a Martelli a Violante.
Alcuni sono morti, come Scalfaro, che si era prodigato per sostituire Amato dai vertici del DAP, con un più malleabile Amato, affiancato come vice dal procuratore Di Maggio (quello che aveva indagato per la prima volta sull'autoparco di via Salomone).
Altri, come Conso, hanno sempre sostenuto di aver agito in solitudine, come quando hanno tolto il 41 bis a 342 persone tra cui molti boss mafiosi.
Un segnale della trattativa. Un segnale che le bombe avevano funzionato.
Ci sono tanti enigmi in questa stagione, che viene riassunta "a futura memoria" in questo capitolo: chi suggerì gli obiettivi dei monumenti ai mafiosi, come mai si interruppe col fallito attentato allo stadio Olimpico ..
In attesa di un pentito di stato, tra gli uomini delle istituzioni che hanno vissuto quel periodo, quello che possiamo fare è solo mettere assieme i fatti.
Unire i puntini.
Dalla fine della prima repubblica, al crollo del Muro, agli incontri dei mafiosi nelle campagne di Enna, alle bombe del 1992 e alle bombe del 1993, i depistaggi, le morti e le trattative. Fino all'Italia è il paese che amo: la nascita del partito azienda (che metteva la parola fine ai progetti secessionistici delle leghe meridionali) da cui i mafiosi, per loro stessa confessione, si aspettavano di avere nuovamente quel rapporto con la politica che era proseguito indenne per anni.

La pacificazione da una repubblica all'altra

Nel capitolo finale, gli autori citano Pier Paolo Pasolini e il suo famoso articolo, "Che cos'è questo golpe", scritto nel 1975 dove aveva espresso tutti i suoi pensieri sulle stragi che hanno insanguinato l'Italia tra il 1969 e il 1974.
Abbiamo avuto un golpe anche tra la prima e la seconda repubblica?
Si, se per golpe intendiamo qualcosa che va oltre i carri armati e l'esercito che arresta sindacalisti e politici di sinistra.
Non siamo più negli anni sessanta, del golpe dei colonnelli e del tentato golpe Borghese.
Come aveva intuito Gelli col suo progetto di rinascita democratica, il golpe avrebbe potuto attuarsi tramite piccoli aggiustamenti alle leggi, all'ordinamento democratico.
Quel golpe si rendeva necessario a seguito del crollo del muro, dei partiti della prima repubblica in crisi per Tangentopoli.
PEr la sentenza del maxi processo che per la prima volta mandava in carcere con la pena dell'ergastolo i boss mafiosi, che per la prima volta metteva nero su bianco la mafia come struttura criminale verticistica e unitaria.

La presunta mafia, come oggi i garantisti (coi potenti) dicono presunta trattativa:

Com'era stato in ogni momento di svolta dell'Italia, anche nel 1992-93 Cosa nostra era vigile e pronta ad intervenire per salvare se stessa e partecipare al nuovo corso della storia italiana. La lunga compenetrazione tra cosche di mafia, logge massoniche deviate (la P2, ma non solo quella), iniziata nel 1979, rappresentava il trampolino di lancio ideale per la nuova fase storica.Una transizione che è stata accompagnata dalle bombe, dagli attentati, dal sangue.

Purtroppo, nei primi anni novanta non c'era più un intellettuale come Pasolini che ci potesse raccontare, in diretta quasi, questa svolta eversiva "che si squadernava davanti lo sguardo spaesato dell'intera nazione".

Il potere reale è stato traghettato verso gli uomini degli apparati di Polizia, dei servizi segreti, delle banche, del mondo finanziario, delle compagnie telefoniche, del settore della sicurezza, del controllo degli appalti pubblici, dell'industria di Stato e anche in esponenti del potere giudiziario.
Un sistema di potere che diventa sempre più simile alla Repubblica dei ricatti: quei ricatti nati dai depistaggi, dalle trattative, dalle stragi, dai cassetti tenuti ben chiusi.


Hanno collaborato a questo libro: Antonella Beccaria, Federica Fabbretti, Giuseppe Lo Bianco, Nunzia Mormile, Stefano Mormile, Fabio Repici, Giovanni Spinosa

La scheda del libro sul sito di Paperfirst e il sito dedicato a questo progetto.
Alcuni estratti
- la prefazione di Marco Travaglio (link)
- Borsellino, l'uomo del telecomando e le telefonate alla madre (link)

I link per ordinare il libro sul sito de Il fatto quotidiano, su Ibs e Amazon

10 aprile 2012

L'Italia della Uno bianca - pretesti di lettura

Alcuni spezzoni dal libro "L'Italia della Uno bianca", di Giovanni Spinosa.



"Chissà che questo libro, oltre a sbugiardare le comode 'verità' della Uno bianca, non convinca qualcuno che sa a parlare."
Marco Travaglio.


"Il vero business dei Savi era il traffico di armi intessuto con elementi della criminalità catanese e campana."
pagina 359


"Se fossimo stati arrestati qualcuno ci avrebbe tirato fuori."
Roberto Savi rassicura il fratello, 21 novembre 1994.
pagina 9


"Roberto Savi non sa nemmeno a chi ha sparato; non gli interessa. È una verifica che devono fare i periti." [riferendosi all'omicidio della guardia giurata per la rapina alla coop di Rimini]
pagina 318 


"La storia dei fratelli Savi è la storia di un grande depistaggio... con i delitti finalizzati a inserire in un contesto di serialità altri delitti più gravi."
pagina 330


"- Fai quello che devi fare. - Ti devo sparare."
Roberto e Fabio Savi.
pagina 303-304


"Sa fet, delinquent! (Cosa fate, delinquenti!)."
Le ultime parole di Adolfino Alessandri, colpito a morte senza un perché.
pagina 115


"I dieci anni di 'furia omicida' di Cosa nostra (dal Natale 1984 all'aprile del 1994) si sovrappongono quasi integralmente ai sette anni di furore omicida della Uno bianca."
pagina 408


"La Uno bianca era un timbro."
Alberto Savi.
pagina 380


"Chissà che questo libro, oltre a sbugiardare le comode 'verità' della Uno bianca, non convinca qualcuno che sa a parlare."
Marco Travaglio, nell'introduzione al libro. 


L'intervista a Giovanni Spinosa su Affaritaliani riportata su Cadoinpiedi:



Sono passati 17 anni dall'ultima azione della banda della Uno Bianca. Perché scrivere ora questo libro?
"Ho iniziato a occuparmi della Uno Bianca nel 1988, quando ero alla Procura di Bologna. Ho sempre seguito una certa strada, sono sempre stato convinto che le loro azioni si inserissero in un contesto criminale molto più ampio. Questo anche se all'inizio non era facile collegare tutte le vicende. Quando sono stati arrestati i fratelli Savi, fin dai primi interrogatori fui convinto che dicessero un sacco di bugie. Al processo per l'eccidio del Pilastro capii che avevo ragione. La sentenza diede ragione alla mia tesi, ovvero che i Savi rientravano in un grande disegno della criminalità organizzata nel quale facevano parte personaggi contigui alla trattativa con i servizi segreti per la liberazione del camorrista Cirillo. Tutto questo viene scritto nella sentenza e io pensavo di avercela fatta, di essere riuscito a scardinare l'interpretazione che si era data della Uno Bianca. Poi mi sono accorto che non era così. A quel punto mi sono reso conto che non c'era più spazio, ho restituito tutte le deleghe e non mi sono mai più occupato della vicenda. Non ho mai letto un libro o visto film, niente di niente... quando vedevo degli articoli sui giornali chiudevo gli occhi e andavo oltre. Poi due anni fa mi hanno proposto un'intervista per una trasmissione televisiva e mi sono lasciato convincere. Per me è stato molto difficile sul piano umano risalire la scaletta e prendere dal mio ripostiglio le fotocopie di tutti gli atti della Uno Bianca. Poi però non si è più fatto vivo nessuno. Nonostante questo, il programma l'hanno fatto comunque e ancora una volta ho visto le solite banalità. Mi sono cadute le braccia. A questo punto ho pensato che avevo il dovere di scrivere qualcosa. Davvero. Non sono uno scrittore, e dopo questo non scriverò altri libri. Scrivo e voglio continuare a scrivere solo atti giudiziari".


Perché media e giustizia si sono appiattiti su una versione, come la definisce lei, "semplicistica" sulla vicenda Uno Bianca?
"Non lo so, non l'ho mai capito. Il giorno che uscii la sentenza del processo Medda il giudice venne autorizzato a fare una conferenza stampa nel quale disse: 'Crediamo che i Savi fossero al Pilastro insieme a soggetti legati ad ambienti camorristi'. Lo ha detto pubblicamente. Io non so come sia stato possibile fare finta di niente. Credo ci siano anche dei fattori psicologici da tenere in considerazione. Non si vedeva l'ora di risolvere la questione perché la gente aveva paura. Ma non si è tenuto conto di dati di fatto inconfutabili. Dal 1984 all'Italia c'è uno stragismo mafioso. Si è voluto a un certo punto andare dietro alle piste eversive e al concetto delle 'schegge impazzite' che ripercorrono Gladio, la banda del Brabante Vallone e tutto il resto. Dimenticando che dalle bombe sul rapido 904 del 1984 messe da Pippo Calò lo stragismo è legato alle azioni della mafia. Poi può essere anche eversivo, ma il primo aggettivo da mettergli di fianco è senza dubbio mafioso. E' uno stragismo diverso da quello precedente. Le bombe di piazza Fontana e piazza della Loggia erano azioni golpiste. Ma dal 1984 lo stragismo magioso ha pochi golpe da fare visto che in buona parte lo Stato sono loro. Era evidente che i Savi si inserissero all'interno di un ingranaggio molto più vasto e complesso".


Com'è possibile che nei vari processi si sceglie di credere sempre alle confessioni dei Savi e tralasciare invece le parecchie testimonianze di cittadini e vittime delle rapine o violenze?
"La risposta alla sua domanda è una frase di Roberto Savi. A un certo punto il perito Farneti smentisce la ricostruzione che sta facendo di una delle loro rapine e lui risponde: 'Farneti può dire quello che vuole, perché solo chi c'era può dire quello che è successo'. Questa frase è stata come un macigno messo sopra le indagini. Allora o si ha la capacità di operare una lettura organica e di cogliere i fatti nel loro insieme e vedere come messi uno di fianco all'altro hanno una coerenza, oppure l'affermazione di Savi ti tappa la bocca ed è impossibile avere la forza di controbattere. Era difficile, davvero difficile, andare contro il comune senso di liberazione che c'era nel pensare di aver trovato i colpevoli. Era complicato dire: 'Fermi tutti, non è vero niente'. E invece i Savi avevano messo in atto una radicale organizzazione del depistaggio".


Che ruolo hanno allora i Savi nella storia della Uno Bianca?
"Sono l'ultimo anello. Ci sono degli episodi clamorosi, dove è evidente che c'è qualcosa che passa sopra le loro teste. Una volta dicono di aver parcheggiato l'auto in un posto ma viene ritrovata da tutt'altra parte. Un'altra volta viene ritrovato nella loro auto il bossolo di un revolver che i Savi non hanno mai avuto. La Corte d'Assise deve arrivare a ipotizare che il bossolo è stato esploso da un'arma rubata dai Savi durante una rapina dei quali entrambi hanno perso il ricordo e della quale non c'è traccia. E rubare una calibro 357 non è una cosa che passa molto inosservata. In molti casi i Savi non erano nemmeno consapevoli di quello che stava accadendo".


Che cosa ci guadagnano a confessare colpe non loro?
"I Savi sono segnati. E' dal 30 gennaio 1988 che la loro condanna all'ergastolo è inevitabile. La domanda da fare allora è un'altra: 'che cosa sarebbe cambiato se loro avessero detto che si erano limitati a fornire le armi?'. Dal punto di vista giudiziario, avrebbero comunque avuto l'ergastolo. Ammettere di aver agito insieme a personaggi della criminalità organizzata poteva portargli il rischio di un regime carcerario più duro. Senza contare l'argomento dei benefici penitenziari: chi viene condannato per reati di mafia deve dimostrare la rottura dei rapporti con il mondo esterno. Loro invece oggi non devono dimostrare nulla perché ufficialmente hanno fatto tutto da soli. E poi non si dimentichi che a un certo punto i Savi provano a parlare. Dopo il primo ergastolo Roberto dice che ha raccontato una valanga di bugie. Lo ripete anche Alberto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere facendo anche dei nomi di personaggi di Poggiomarino. Ma non è stato fatto niente per indagare. La versione della 'banda famigliare' era troppo comoda". 


Nell'estate 1993 le principali città italiane vengono colpite dalle bombe: Milano, Firenze, Roma. Come mai Bologna viene risparmiata?
"Perché Bologna aveva la Uno Bianca. Mi venne immediatamente in mente in quell'estate. Quando nel novembre dell'anno dopo vengono preso i Savi ho capito tutto. Poi recentemente vengo anche a sapere che per gli attentati di quel luglio erano state usate della Fiat Uno. C'è addirittura un pentito che racconta che a costo di rubare una Fiat Uno è arrivato fin sotto una questura. Qualcosa vorrà dire".


Come ha reagito quando è stato isolato all'interno della Procura di Bologna?
"Io sono un magistrato, e lavoro in un ufficio gerarchico. Ho capito che la mia linea non era condivisa e mi sono tolto di mezzo. Per me è stata una sofferenza, non volevo andarmene via. Però sentivo davvero di essere diventato una specie di capro espiatorio, anche per gli organi di stampa".


Pensa che qualcuno possa definire il suo libro come "complottista"?
"L'esplosivo del 1984 è lo stesso delle bombe degli attentati di via D'Amelio e di Capaci. Questi sono dati di fatto. Io credo di aver dimostrato con molteplici fatti che i Savi non erano soli e che hanno preparato un depistaggio gigantesco. Non volerlo capire significa rassegnarsi a non scoprire la verità su una pagina oscura della storia del nostro Paese. L'esistenza di un complotto sta nei fatti e non nei libri".


Recentemente è uscito Occhipinti dal carcere, uno di quelli che avrebbero aiutato i Savi nelle loro rapine. Pensa che il caso si possa riaprire?
"Spero sinceramente di sì. E ci credo, anche".


Lei è stato uno dei primi a indagare sulle infiltrazioni mafiose al Nord. Trent'anni fa quanto era difficile affermare che la criminalità organizzata si stava estendendo anche nelle regioni settentrionali?
"Ma guardi, vada dalle parti di Sassulo, di Reggio Emilia o di Modena. La presenza della mafia sul territorio è fortissima, l'economia la controllano loro. Se vogliamo dirla tutta, la vicenda della Uno Bianca ha avuto come effetto collaterale anche quello di bloccare tutte le indagini a questo proposito. Nel 1984 quando esplodono le bombe di Pippo Calò sul rapido 904 stavo indagando su tale Salvatore Rizzuto. Rizzuto era un fedelissimo di Calò e grazie all'interruzione dell'inchiesta è riuscito a portare a termine un affare spaventoso che lo ha fatto diventare il re di tutte le bische della Romagna. La mafia al Nord è di casa. Io oggi lavoro a Teramo, ma gli amici che ho lasciato in Emilia mi dicono: 'Le stiamo prendendo dappertutto'".


L'Italia della Uno Bianca di Giovanni Spinosa

L'Italia della Uno bianca

"Una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare"
Ecco un altro appassionato di dietrologia che vuole vedere misteri ed enigmi anche laddove non ce ne sono !
Questa potrebbe essere, più o meno, la reazione del lettore medio alla lettura del titolo di questo titolo, e soprattutto di quanto segue sotto: “una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare”.
Ma, come, non c'è già stato un processo, anzi più processi, contro
i membri della Uno Bianca? Non ci sono già state delle condanne con sentenza passata in giudicato? Non sono stati i fratelli Savi (Roberto il “ragioniere”, il poliziotto della questura di Bologna, e Fabio, il “fantasista”, con la complicità del fratello Alberto e di altri poliziotti) a compiere quella scia di sangue? 82 delitti, 23 omicidi, centinaia di feriti .. 

Tutto vero. 

E allora perchè questo libro?
Forse perchè, le sentenze, le confessioni (troppe confessioni), anche di delitti ancora da scoprire o di delitti per cui altri imputati erano già finiti davanti al giudice, (come per il processo Medda per lastrage del Pilastro e per il processo contro la banda Amato, composta da rapinatori catanesi), comunque lasciano scoperte delle zone d'ombra. 
Perché le confessioni dei due fratelli sembra costruite a tavolino perché entrambi non ricordano certi episodi e particolari specifici, su altri mentono entrambi o fanno finta di non ricordare. 
Mettendo assieme uno dopo l'altro i fatti, come ha fatto il magistrato autore del libro, si scopre che dietro i delitti della Uno Bianca, non possono esserci solo i Savi, ovvero una “impresa criminale a struttura familiare”.
Troppe testimonianze parlano di altre persone sui luoghi dei crimini, di altre macchine che si allontanavano dal luogo della rapina dopo aver raccolto i responsabili , ci sono pistole che hanno sparato contro delle vittime che non appartengono ai Savi ..

Bisogna iniziare a distinguere tra i delitti della banda della Uno Bianca e i delitti (non del tutto slegati) della banda dei fratelli Savi.
Che qualcosa non torni, in questa storia di rapine, assalti a banche e coop, omicidi gratuiti e senza un perchè ci sono tante cose: prima di tutto la pista che portò ai Savi, da parte dei due ispettori della polizia Baglioni e Costanza.
Da qui inizia il suo lungo percorso Spinosa: dalla scoperta casuale della residenza di Roberto Savi, a Torriana, seguendo una punto bianca con la targa sporca (che aveva attirato l'attenzione dei due ispettori), che però è risultata non appartenere a nessuno dei fratelli.
Una circostanza che la stessa corte d'Assise di Rimini ha stabilito essere una “concomitanza di circostanze fortuite e sicuramente irripetibili”.
“La Fiat Tipo bianca che passò davanti alla banca era, quindi, la macchina di uno sconosciuto; quella parcheggiata davanti all’abitazione di Fabio Savi apparteneva a un innocuo vicino. (…) (…) Baglioni e Costanza non avrebbero avuto alcuna ragione d’insospettirsi per il passaggio di una Fiat Tipo (macchina che, in teoria, non avrebbe dovuto nemmeno essere segnalata come collegata ai banditi della Uno bianca) davanti alla banca, se tale passaggio non avesse avuto caratteristiche particolarmente sospette e reiterate. Verrebbe da dire: adescanti.”
Non si fa della dietrologia spicciola allora se si inizia a chiedersi perchè i Savi si sono incolpati di crimini di cui altri erano già sotto processo (i catanesi del Pilastro, Marco Medda un camorrista vicono alla NCO di Cutolo).
Quale era il loro vero ruolo in certe rapine: forse erano solo i fornitori di mezzi e armi (da qui si spiega il perchè delle targhe anteriori delle auto smontate, forse come segnale per i veri rapinatori).
Qualcuno voleva imbeccare i due agenti sulla pista giusta, e consegnare i Savi alla polizia, quando ormai si sapeva che erano bruciati?
Perchè i Savi, quando ne ebbero la possibilità non scapparono all'estero, non nascosero le armi che li inchiodavano ai loro reati? Perchè raccontarono alcune delle loro “imprese” alle rispettive fidanzate (il “fumarone” alla coop di Casalecchio di Reno)? Che fine hanno fatto i profitti delle loro azioni (1,9 miliardi di lire)? Come mai nelle loro abitazioni sono state trovate così tante armi, che nemmeno usarono nella loro vita criminale? Per chi erano a disposizione?

Per arrivare a dare una risposta ai perchè (perchè quella violenza, hanno fatto tutto da soli, quali erano i loro reali obiettivi, perchè si sono presi anche colpe che potrebbero essere non loro, perchè non parlano, ..) Spinosa ricostruisce la storia della banda, seguendo le orme della sua evoluzione, dai primi colpi del 1987, fino all'arresto del 1994.
Mostrando una cosa all'apparenza poco scontata: la loro evoluzione criminale è stata tutt'altro che lineare, ovvero da piccoli furti, a furti via via più complessi, feroci o remunerativi.
No, usando una metafora dal mondo animale, Spinosa parla di evoluzione a “cespuglio”.
Ovvero una evoluzione con nel mezzo delle discontinuità, come se a compiere certe azioni non fossero le stesse persone. 

Dalla seconda parte del libro: “Una lunga scia di sangue”
- Dalle rapine ai caselli agli assalti alle coop (1987-1989)
Per quale motivo i Savi decisero di passare dai caselli, alle rapine alle coop, più complicate militarmente e logisticamente da gestire?
Nell'assalto alla coop di via Gorki, chi sparò alla guardia Picello, alle spalle, mentre i due malviventi furono visti scendergli dal davanti?
Perchè spararono ad Adolfino Alessandri, colpevole solo di avergli gridato “Sa fet, delinquent!”.
Perchè quel colpo di fucile gratuito al casello di S Lazzaro nel 1988: forse per collegare quella nuova arma (il fucile a pompa) ai delitti della Uno Bianca?
Perchè le auto senza targhe anteriori, perchè i Savi non ricordano questo particolare? 
Quale altra arma non posseduta dai Savi ha sparato ai carabinieri Stasi ed Erriu, colpevoli solodi essersi imbattuti nella banda della Uno Bianca che si stava preparando ad un altro colpo?

- Furore omicida. Dalla prova del fuoco ai delitti senza maschera.
Sono i mesi delle morti senza un motivo particolare: non è razzismo (Roberto aveva una fidanzata nigeriana), né può essere stata una scelta dettata da uno scatto d'ira. 
Il ferimento di Akesby (la prova del fuoco di Fabio Savi?), l'omicidio di Primo Zecchi, l'assalto al campo nomadi di Santa Caterina e quello in via Gobetti. Fino agli omicidi di Pasqui e Pedini, durante una rapina al distributore.

- L'eccidio del Pilastro. Una sistematica e consapevole ricerca del caos (4 gennaio 1991).
Qui, della ricostruzione dei Savi (che ha permesso la scarcerazione di Antonio Medda), non convince nulla.
La posizione degli spari, come è iniziato l'agguato, perchè sono stati uccisi i tre carabinieri Mitilini, Stefanini e Moneta (morto con le armi in pugno). Cosa avevano visto, nel loro giro di pattuglia?
- Omicidi senza un apparente perchè (9 gennaio – 28 agosto 1991).

L'omicidio nell'armeria di Volturno (Ansaloni e Capolungo), l'omicidio Mirri e Bonfiglioli durante una rapina ad un distributore di benzina. Chi era la persona distinta vista fuori dall'armeria? Infine l'omicidio dei tre senegalesi Cheick, Malik e Diaw.
-
La stagione delle rapine in banca (novembre 1991 – novembre 1994).
In questa fase la banda della Uno bianca diventa sovrapponibile a quella dei Savi e il filone ecomomico diventa la leva principale del gruppo, che comunque non rinuncia a quello eversivo.

L'Italia della Uno bianca.
Quale era l'Italia negli anni della Uno bianca? Era il paese in cui il gruppo di fuoco dei corleonesi aveva deciso di lanciare la sua sfida allo stato, dopo le sentenze (passate in Cassazione nel 1992) del maxi processo di Palermo.
La teoria del giudice Spinosa, vede nella violenza della banda della Uno Bianca il braccio armato della mafia per il loro piano di terrore nelle strade, nelle banche, negli uffici postali.
E i Savi, non erano estranei a questa criminalità, come si crede.
I legami con la criminalità organizzata e le rivendicazioni della Falange Armata, confermano questa teoria.

Le varie corti che si sono occupate dei delitti della uno bianca hanno “parcellizzato” i fatti senza riuscire ad avere una visione d'insieme generale.
È diventato quasi un dogma, dice Spinosa, la permeabilità dei Savi alla criminalità organizzata (come la mafia, che in quegli anni si era ben radicata in Emilia Romagna). Eppure sono provati i contatti tra Fabio Savi e una certa Sabine Falschlunger, amante di Mario Iovine, esponente del clan dei casalesi.
Il racconto di Alberto Savi, in carcere, sui suoi rapporti per traffico d'armi con i camorristi della famiglia Jervolino.
I Savi, che in Italia si dice non avessero contatti con la criminalità, da chi avrebbero preso tutte quelle armi in loro possesso? E a chi le dovevano dare? E come mai Fabio Savi va in Ungheria per compare delle armi proprio dalla criminalità ungherese. Non è tutto questo poco ragionevole?

La sigla misteriosa di Falange Armata rivendicò molti delitti e stragi di mafia della stagione 1992-1993. 221 telefonate su 500 di questa struttura (probabilmente legata a cellule del Sismi) riguardavano proprio episodi della Uno bianca.

Così come i Savi servivano per portare il terrore nelle strade, la Falange Armata serviva come terrorismo mediatico: creare confusione e sfiducia nei cittadini nei confronti delle istituzioni. Una specie di sfida allo Stato, come lo è stata da un certo punto anche quella dei Savi, se si crede alle loro parole. Una banda familiare di criminali che non si riesce a prendere, e che praticamente si lascia arrestare quando alla fine viene scoperta (o fatta scoprire?).
Forse, parafrasando Fabio Savi, dietro la Uno Bianca c'è qualcosa di più della targa e del paraurti ….



"I DELITTI DELLA UNO BIANCA SONO UNO DEI PRIMI ATTI DELLA STRATEGIA TERRORISTICA E DESTABILIZZANTE CHE LA MAFIA SCATENA CONTRO LO STATO... CHI SI INOLTRA NELLA LETTURA DI QUESTO LIBRO DEVE SAPERE CHE NON RIUSCIRÀ PIÙ A SMETTERE."Marco Travaglio

Documentazione:

La lettera di Guglielmo Avolio, attualmente, è Presidente di Sezione del Tribunale di Trento, all'epoca giudice di Corte d'Assise presso il Tribunale di Bologna.

Sono stato estensore della sentenza che esitò il "primo" processo per i fatti della Uno Bianca, nel bel mezzo del quale, attraverso un'operazione che per me è ancora oscura (ma che qualcuno lega a risvolti addirittura boccacceschi), furono arrestati i Savi ed alcuni altri "poliziotti", e furono letteralmente cestinati anni di indagini ed oltre un anno di processo, che - attraverso riscontri oggettivi di non indifferente spessore - contestualizzavano, accanto a quelle belve, un ergastolano latitante legato ai servizi, ferito nella sparatoria e ucciso in casa sua a distanza di qualche anno, ed alcuni malavitosi locali imparentati o legati ad ergastolani "comuni". Emersero già in giudizio inquietanti collegamenti con esponenti dei Casalesi. Poi la bulimia confessoria di Roberto Savi cancellò tutto, compresi altri processi in cui si era già giunti, se non erro anche in secondo grado, alla cattura di rapinatori professionisti provenienti da Catania.


L'intervista a Giovanni Spinosa dove parla dei legami dei Savi con la mafia.

Un gioco infame, di Massimo Polidoro (la storia della banda della Uno bianca in versione romanzata).
Blu Notte - Il Caso della Uno Bianca
- La scheda sul sito di Chiarelettere e la prestentazione dell'autore sul blog Cadoinpiedi.

Il link per ordinare il libro su ibs.
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