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18 marzo 2024

Anteprima Presadiretta –Stop ai veleni

La puntata di stasera sarà dedicata ai PFAS, pericolosi inquinanti usati dall’industria in molti settori, dai vestiti alle padelle. Si è scoperto ora che sono arrivati nel nostro sangue: quali sono le conseguenze per il nostro organismo e come possiamo liberarcene?

Presadiretta aveva racconta della contaminazione del PFAS già nel passato: la sostanza usata ancora dalle industria (per esempio per le pentole antiaderenti ma anche l’industria conciaria) che aveva inquinato le false in Veneto nel silenzio delle amministrazioni, suscitando uno scandalo da parte delle associazioni ambientaliste (le mamme no pfas) e poi l’inchiesta della procura di Vicenza, culminata col maxi processo sul caso Miteni.

Durante il processo tenuto a Vicenza per l’inquinamento da PFAS, è intervenuto anche Philippe Grandjean massimo esperto degli effetti che questo inquinante ha sulla nostra salute.

Al processo contro la Miteni, l’azienda ritenuta responsabile dell’inquinamento e imputata per disastro ambientale e inquinamento delle acque, erano presenti molti rappresentanti delle parti civili, interessate a sentire la sua deposizione.

Ai giudici ha riportato il suo giudizio: “la mia posizione è chiara, l’inquinamento ha già avuto rispercussioni sulla salute pubblica come sappiamo dalla mortalità. L’esposizione ai PFAS su scala internazionale è eccezionale, direi addirittura scandalosa.. ”
Di fronte a Presadiretta ha spiegato meglio: “queste molecole [del PFAS] non si rompono perché servono temperature di almeno mille gradi per distruggerle.. questi inquinamenti possono aumentare il colesterolo, contribuire al diabete e all’obesità, influenzano la funzione della tiroide, la fertilità, forse anche il sistema nervoso centrale. In una gravidanza possono causare aborti spontanei o un basso peso del bambino e certamente i PFAS aumentano il rischio di cancro ai reni, probabilmente anche al seno e ai testicoli e alla vescica. Perché agiscono sul sistema immunitario che ha l’importantissima funzione di eliminare le cellule disfunzionali, quindi il nostro corpo non si può difendere dal cancro.”

La regione Veneto, il ministero dell’Ambiente e della Salute sapeva di questo inquinamento sin dal 2013: è quanto emerge dallo stesso processo dalle dichiarazioni degli esperti del CNR hanno condotto degli studi sui bacini fluviali conclusosi nel febbraio 2013 che abbracciano circa 30 comuni tra Padova e Vicenza:

«Ho iniziato a studiare i Pfas - ha detto rispondendo alle domande degli avvocati dei responsabili civili Cammarata e Scuoto, e di quelli di parte civile Ceruti e Tonnellotto - tra il 2007 ed il 2008 in seguito alla notizia di uno studio europeo del 2006. Ci sono voluti circa un paio d’anni per partire con il nostro progetto, ovverosia nel 2011. Nel Vicentino per i prelievi ci siamo fatti accompagnare da Arpav. Ma è stata nella seconda fase, quella conclusasi a febbraio 2013, che è venuta alla luce la maxi contaminazione da Pfas nelle acque superficiali coinvolgendo una trentina di comuni racchiusi tra i territori di Vicenza, Padova e Verona. Abbiamo individuato “Miteni” come principale fonte di pressione. Abbiamo indagato, per verificare eventuali altre sorgenti, anche il distretto conciario di Arzignano, ma le concentrazioni trovate sono state molto basse. Così pure per il distretto del tessile nella valle dell’Agno».

In precedenza è stato sentito il direttore tecnico di Arpav, Paolo Rocca, che ha più volte sottolineato di «non aver avuto un ruolo operativo» e, in riferimento agli anni passati, ha spesso eluso le domande degli avvocati della difesa.

Ma non c’è solo il Veneto col caso Miteni: anche in Piemonte, a Spinetta Marengo accanto allo stabilimento della Solvey, è avvenuto un inquinamento importante – lo racconta a Presadiretta l’epidemiologa Cristiana Ivaldi dell’Arpa Piemonte – “mi dispiace quando si sente parlare dell’Ilva e si dice, ma come si è arrivato a questo? Si è arrivati per inerzie di anni di chi doveva controllare e non l’ha fatto, chi doveva intervenire e non l’ha fatto . A noi interessa tutelare la salute delle persone e quindi se qualcuno dice che non c’è niente, approfondiamo, se non troviamo niente non c’è problema. Io se mi fermano ad un posto di polizia e ho la coscienza pulita, non ho paura a fermarmi per farmi controllare”.

Alcune anticipazioni del servizio sono già uscite sui quotidiani locali, dove la notizia dell’inquinamento e degli impatti sulla nostra salute sono più sentiti: dal sito Alessandria Today:

LA BATTAGLIA DI MARENGO

Alla fine di marzo dovremmo avere già i primi risultati del primo campione di persone che si sono sottoposte al prelievo”.

Ce lo dice Antonino Sottile, direttore della Sanità piemontese, nell’ambito dell’inchiesta di Presa Diretta dedicata all’inquinamento da PFAS nella provincia di Alessandria. La Regione ha appena cominciato il biomonitoraggio su un campione di abitanti delle zone limitrofe al polo chimico della Solvay. Il campione identificato dalla Regione Piemonte è per ora limitato ma, a quanto sostiene Sottile, potrebbe allargarsi per comprendere tutti gli abitanti e determinare il nesso di causalità tra malattie e inquinanti.

È proprio quello che manca per fare chiarezza sugli aumenti di malattie, ricoveri e mortalità nella popolazione di Spinetta Marengo. Nel nostro racconto parleremo della battaglia che stanno facendo i comitati della zona per completare lo studio epidemiologico pubblicato nel 2019, che doveva avere una fase conclusiva che il Comune di Alessandria, come afferma il sindaco Giorgio Abonante “non è minimamente in grado di finanziare da solo perché ha un costo molto alto”.
Nel racconto PresaDiretta ha acceso le telecamere anche su Montecastello, dove il sindaco Gianluca Penna “è stato costretto a chiudere un pozzo costato 400.000 euro, per la presenza nell’acqua del C6O4, PFAS di nuova generazione prodotto esclusivamente da Solvay“. I ricercatori dell’IRSA-CNR Stefano Polesello e Sara Valsecchi racconteranno quanto è difficile per la ricerca rincorrere le aziende sulle nuove molecole brevettate, che restano in produzione per anni e, quando si riesce a dimostrare la loro tossicità, come dice Polesello “è ormai troppo tardi” per fermare i danni della contaminazione su territorio e abitanti.

Dopo Veneto e Piemonte con l’inquinamento dei poli chimici di Mitemi e Solvay, Presadiretta racconterà dell’inquinamento da PFAS in Toscana: a Pistoia nel distretto dei vivai, a Prato nel distretto tessile, a Pisa dove si lavora il cuoio a San Miniato, il distretto conciario in zona Santa Croce sull’Arno e infine il distretto cartaio a Pisa.

Per sanare le acque nelle falde ci vorranno almeno 500 anni, sempre che si smettesse sin da ora di inquinarle: un tempo lunghissimo che dovrebbe far riflettere sulla pericolosità nell’uso dei PFAS da parte dell’industria.
In Veneto la regione ha dichiarato che, dopo aver interpellato l’Istituto Superiore della Sanità
è stata avviata la definizione degli aspetti utili all’avvio dello studio”, ovvero il rapporto epidemiologico che permetterebbe di stabilire chi ha inquinato e quando, rapporto che è atteso da troppi anni.
Le bonifiche hanno dei costi enormi, come anche i filtri per le acque inquinate: Presadiretta visiterà la centrale idrica
Acque Veronesi, di Madonna di Lonigo a Vicenza, nell’epicentro dell’inquinamento per PFAS. Fornisce acqua potabile ad un bacino di 50mila persone, sono stati i primi a pulire l’acqua da PFAS installando dei filtri a carbone attivo, ricavati dalle noci di cocco. Nella centrale ci sono 20 filtri, enormi, ciascuno contiene 13mila kg di carbone attivo, che continuano a depurare le acque che continuano ad essere ancora inquinate.

Il problema è che il tempo passa e gli inquinanti restano, già nel lontano 2007 uno studio europeo sospettava che la multinazionale Solvay contaminasse le acque del Po col il PFOA, il composto ora vietato in quanto ritenuto cancerogeno. Presadiretta ha rintracciato l’autore dello studio Michael Mc Lachlan: “abbiamo prelevato campioni dai principali fiumi europei e abbiamo calcolato il contributo totale di tutti questi fiumi, la quantità totale di PFOA che entrava negli oceani e abbiamo scoperto che il fiume Po contribuiva per i due terzi al totale di tutta l’Europa o, in altre parole, che c’era il doppio di PFOA che scorreva nel fiume Po rispetto a tutti gli altri fiumi che avevamo studiato tutti insieme”.
Perché il PFOA era nel fiume Po?
“Eravamo sicuri che ci fosse una fonte industriale perché i livelli erano così alti e poi abbiamo identificato Solvay come probabile fonte di queste sostanze chimiche, perché sapevamo che produceva sostanze chimiche perfluorurate per quel bacino idrografico. Solvay era un partner del progetto in cui eravamo coinvolti, così gli abbiamo scritto informandola dei nostri risultati e chiedendole di indagare. Ci hanno risposto con una lettera in cui spiegavano che la loro azienda non poteva essere la fonte della contaminazione ”

Ci sono alternative all’uso del PFAS nell’industria? Presadiretta ha intervistato Bettina Roth, responsabile del settore qualità di Vaude: usavano per i loro tessuti i PFAS per renderli impermeabili all’acqua che rimane in superficie e scivola via. Ora, dopo anni di ricerca, i tessuti di nuova generazione hanno la stessa idrorepellenza, ma non contengono i PFAS, ma usano una tecnologia in poliuretano: “non è vero che nel tessile ai PFAS non c’è alternativa, al giorno d’oggi non c’è motivo per continuare ad usarli, tante aziende li usano ancora perché è economico ed è più semplice”.

E i prodotti realizzati con questi tessuti funzionano in caso di pioggia, come ha testato direttamente il giornalista di Presadiretta.

A Prato il giornalista di Presadiretta Antonio Laganà racconterà una seconda esperienza positiva, quella dell’azienda chimica Daykem che nelle sue lavorazioni non fa uso dei PFAS.

La scheda del servizio:

Si possono trovare in uno smalto, negli imballaggi da fast food, persino nelle lenti a contatto: si chiamano Pfas, sostanze per-e poli fluoroalchiliche e sono stati definiti “inquinanti eterni” perché si trovano nell’acqua, nei cibi, addirittura si trasmettono di madre in figlio e per distruggerli è necessaria una temperatura di almeno 1000 gradi. “Presadiretta”, il programma di Riccardo Iacona in onda lunedì 18 marzo alle 21.20 su Rai 3, racconta questo nemico invisibile attraverso un viaggio nelle zone più contaminate in Italia e nel resto di Europa. Si parte dal Veneto, dove tutto è iniziato e dove la Miteni ha prodotto un tipo di Pfas per oltre 50 anni e ora deve affrontare un processo per disastro ambientale.
In Piemonte il gruppo chimico belga Solvay produce tuttora Pfas.
In Toscana una nuova indagine di Greenpeace conferma che alcuni distretti industriali contribuiscono alla contaminazione da Pfas delle acque superficiali. E poi nelle Isole Faroe, tra Gran Bretagna e Islanda, dove molti abitanti presentano tracce di Pfas nel sangue e dove il maggior esperto di queste sostanze, Philippe Grandjean sta conducendo una ricerca sugli effetti sul corpo umano.
Sulla pericolosità di queste sostanze si è interrogata l’Unione Europea: Norvegia, Svezia, Germania, Paesi Bassi e Danimarca hanno chiesto che i Pfas vengano vietati in blocco. L’Italia non si è pronunciata in merito, nonostante sia uno dei Paesi europei più inquinati dai Pfas. Migliaia di persone che vivono nelle zone contaminate soffrono di patologie anche mortali e l’industria sta cercando di correre ai ripari con nuove tecnologie per “vivere senza Pfas”. Ma liberarsi da queste sostanze tossiche non è facile e bonificare fiumi e terre avvelenati richiede un costo molto alto tanto che la giornalista di Le Monde Stéphane Horel ha detto: “l’inquinamento dei Pfas rappresenta la bancarotta dell’epoca moderna”.  
“Stop ai veleni” è un racconto di Riccardo Iacona, con Teresa Paoli, Paola Vecchia, Giuseppe Laganà, Raffaele Marco Della Monica, Fabio Colazzo, Matteo Del Bò. 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 dicembre 2022

Anteprima inchieste di Report – lo smantellamento della sanità e i rifiuti dalla Tunisia

Di che si occuperà questa sera Report? Della situazione della sanità in particolare, coi servizio di Claudia Di Pasquale sulla sanità territoriale e di Chiara De Luca sulla situazione dei pronto soccorso in Piemonte.

Infine Bernardo Iovene ritornerà su un’inchiesta relativa a dei container di rifiuti spedici dalla Campania alla Tunisia e tornati indietro.

La sanità dei tagli di nastro



Cosa ci hanno insegnato due anni di pandemia? Che dobbiamo potenziare la sanità sul territorio, con maggiori ambulatori, presidi dove le persone possono andare per visite ed esami senza dover saturare gli ospedali e i pronto soccorsi? Al fatto che il medico di base, a differenza di quello che pensava un eminente esponente del governo Draghi (e anche Meloni), serve ancora?
Niente di tutto questo. Finite le ondate della pandemia la politica si era resa conto che la sanità territoriale andava rafforzata: 3 miliardi del PNRR verranno investiti in 1350 case della comunità e in 400 ospedali di comunità. Ma chi ci sarà dentro questi ospedali? Lo racconta il servizio di Claudia di Pasquale che parte con uno dei tanti tagli di nastro della giunta (ex) Moratti Fontana qui in Lombardia, felici di inaugurare nuove strutture, con tanto di foto da usare per la campagna elettorale per la presidenza della regione. A Bergamo città lo scorso febbraio Letizia Moratti e Attilio Fontana hanno inaugurato una casa della comunità a Borgo Palazzo, un luogo dove avviene “la presa in carico della persona prima ancora che del malato ..” racconta estasiato il presidente. E la Moratti, assessora al Welfare aggiunge
“c’è un’equipe composta da medici, infermieri e assistenti sociali che accolgono le persone..”
Ma ci sono dei medici di famiglia all’interno di queste case di comunità inaugurate in provincia di Bergamo? Non ce ne sono, ha risposto un medico della provincia, perché “manca ancora l’accordo collettivo coi medici di famiglia in cui viene normata la loro presenza all’interno delle case di comunità. Quindi le case di comunità inaugurate, dove sono stati tagliati i nastri, in realtà stanno andando avanti a fare quello che prima veniva fatto anche prima quando venivano chiamate in altro modo.”
Che senso hanno queste inaugurazioni, se non solo per fare propaganda coi soldi del contribuente? Si dovrà votare a febbraio del 2023 e l’attuale giunta deve far dimenticare lo scandalo dei camici (a prescindere del risvolto penale), la mala gestione della prima ondata, la scelta dei malati covid nelle RSA, la scelta di tener aperto l’ospedale di Alzano nonostante il focolaio. E poi la mancanza di medici di base, le liste di attesa lunghe, una struttura sanitaria che è ospedalo-centrica.
A Milano lo scorso 21 dicembre 2021 è stata inaugurata la prima casa della comunità lombarda in via Rugabella, una struttura che, secondo Fontana, è una novità assoluta, dove si incontreranno medici di base, specialisti.
Di fronte alle telecamere l’assessora elencava i numeri
“sono già presenti 5 medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, 40 medici specialisti, 10 infermieri, sarà aperta 7 giorni su 7, 24 ore al giorno..”.
Ma in realtà, ha scoperto la giornalista, il medico della continuità assistenziale a mezzanotte chiude la struttura e se ne va via, altro che casa della comunità aperta h24, come scritto sul sito della regione.

Report ha cercato una intervista all’assessora, invano. E anche col presidente, l’ufficio stampa di Fontana ha stoppato ogni domanda. Perché rendere conto al cittadino del loro lavoro, in effetti?
La giornalista è stata anche accusata di fare teatro. Ma il teatro fino ad oggi è solo quello dei politici al taglio dei nastri.
Le case di comunità non hanno medici, sono scatole vuote:
lo aveva già detto un servizio andato in onda ad ottobre da Presadiretta, inutile inaugurare strutture (già esistenti a cui solo si è cambiato il nome) se poi mancano medici.

Il servizio di Claudia Di Pasquale si occuperà anche della situazione in Veneto, dove opera la cooperativa CMP, una cooperativa che fornisce personale medico alle strutture pubbliche e che è presente in ben 14 ospedali, tra questi il San Luca di Trecenta a Rovigo, inaugurato nel 1997 dall’allora presidente Scalfaro. Il San Luca aveva una capacità di 250 posti letto che potenzialmente potevano salire a 350. Ma immediatamente dopo sono iniziati i tagli – racconta a Report Pietro Tosarello del comitato Salviamo l’ospedale di San Luca – fino a ridurre un ospedale che aveva più di 250 posti, a ridurne a 130: “abbiamo perso il punto nascite, abbiamo perso ostetricia e ginecologia; non abbiamo più nemmeno il pronto soccorso da quando è iniziata l’epidemia di covid. C’è solo un punto di primo soccorso il cui compito è sostanzialmente dirottare i pazienti sull’ospedale di Rovigo.”
Al punto di primo intervento lavorano due medici, uno interno fino alle ore 16 e l’altro della cooperativa CMP che deve però occuparsi anche del 118.
Quindi il turno h24 al San Luca è coperto dalla cooperativa, dopo le 16: ma se il medico è fuori per una urgenza, e le urgenze possono durare a lungo perché il territorio è vasto, rimangono solo gli infermieri.

E pensare che l’ospedale di Trecenta era nato per sostituire 4 ospedali dell’alto Polesine, tre sono stati poi riconvertiti in presidi territoriali, mentre l’ex ospedale Casa Rossi, nel centro storico di Trecenta, è ridotto all’abbandono, con tanto di cartello con scritto “pericolo di crollo”. Un altro ospedale è stato dismesso a Badia Polesine: ma qui coi soldi del PNRR sarà realizzata una casa di comunità.
L’assessore alla sanità del Veneto Manuela Lanzarin, ha spiegato usando il burocratese che “Trecenta ha oggi una sua programmazione e risponde ad un bisogno individuato da parte dell’azienda in quella zona ..”.
Una risposta che non spiega, in quella zona c’è un medico solo e poi la cooperativa con un altro medico che fa anche il servizio di soccorso: “è chiaro che per garantire i servizi, fatti i bandi, fatti i concorsi andati deserti, non riuscendo a recuperare nessun tipo di personale, l’ultima spiaggia è quella delle cooperative”.

La scheda del servizio: SANITÀ TERRITORIALE di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Cecilia Bacci - Eleonora Zocca

Negli ultimi anni abbiamo assistito a tagli ingenti del sistema sanitario, è crollato il numero dei posti letto, sono stati chiusi i pronto soccorso, sono stati smantellati interi reparti. Ora però a risollevare le sorti della sanità arriveranno i soldi del Pnrr. Circa due miliardi saranno investiti per realizzare 1350 case di comunità, mentre 1 miliardo servirà per aprire 400 ospedali di comunità. Che cosa sono esattamente? E quali servizi dovrebbero offrire? Nelle case di comunità un ruolo centrale dovrebbero averlo i medici di base, che però sono in grave sofferenza numerica, così come c'è una carenza ormai cronica di personale medico ospedaliero. E quindi chi andrà a lavorare dentro le strutture finanziate coi soldi del Pnrr?

Lo scandalo dei rifiuti inviati in Tunisia

Report ritorna sullo scandalo dei 282 container di rifiuti che dalla Campania furono mandati in Tunisia per essere smaltiti e che da lì sono tornati indietro perché il loro governo stabilì che erano illegali, perché le strutture locali non erano in grado di gestirli: oggi chi pagherà per questo?
Una volta che il tribunale di Salerno e Potenza stabiliranno le responsabilità e la quantificazione del danno, restano i danni da pagare in Tunisia. L’ambasciatore tunisino, diversamente da quello che ha fatto la regione Campania, ci ha messo la fascia ha avvertito il nostro paese: “noi abbiamo subito danni. Due anni, il 20% dello spazio commerciale del porto di Sousse è stato bloccato. E dunque è un danno finanziario, un danno sociale, un danno ambientale. Lo Stato italiano è responsabile, anche se sono stati dei privati che hanno fatto, ma non lasceremo nulla di questa cosa perché vogliamo dare un esempio. Così, prima di esportare rifiuti illegalmente, sottolineo, devono riflettere due volte prima di farlo.”
Intanto la Tunisia insiste perché l’Italia torni a riprendersi anche la seconda parte dei rifiuti, cioè 69 containers rimasti nella ditta tunisina e che in parte sono stati bruciati: lo ha sottolineato l’ambasciatore stesso nell’intervista con Bernardo Iovene, “la priorità è il rimpatrio dei rifiuti, la seconda parte. Poi vedremo. Sono convinto e spero che fra poche settimane riusciremo anche a chiudere definitivamente questa vicenda.”

Il 21 dicembre 2021 l’ex ministro degli Esteri Di Maio andò in missione diplomatica in Tunisia dove incontro il ministro degli Esteri, la Premier e il presidente Saied: durante quell’incontro si parlò di migranti, stabilità interna e anche della questione dei rifiuti arrivati dall’Italia nel luglio 2020. Fatalmente – racconta il servizio di Iovene – dopo la visita di Di Maio i rifiuti parcheggiati nella ditta tunisina Soreplast vanno a fuoco. Si tratta di quasi 1900 tonnellate che sono ancora stoccati nel capannone della società tunisina.
In Tunisia il ministro e i funzionari che hanno seguito questa vicenda sono ancora in carcere cautelativo dopo due anni. L’ambasciatore Moez Sinaoui spiega che “per la prima volta nella storia tunisina un ministro è andato dal suo ufficio alla casella prigione, come si dice.. la prima volta perché c’era anche complicità delle autorità tunisine.”
Sono ancora in carcere, continua, perché questo è diventato uno scandalo politico, “in Italia non se ne è parlato, perché il danno per la Tunisia è non solo economico, ma anche sociale, economico, politico e ambientale.”
Così il 20 febbraio scorso, presenti le autorità tunisine, i container lasciano il porto di Sousse e tornano a Salerno. Ma appena sbarcati vengono sequestrati dalla procura, la regione ordina poi di stoccarli provvisoriamente nel comprensorio militare di Persano a Serre, in provincia di Salerno, dove già nel 2007 stoccarono, sempre temporaneamente, le ecoballe dell’emergenza rifiuti che però sono ancora qui.
La regione non ha contattato il sindaco su questa scelta, che hanno saputo dell’arrivo dei container dai giornali: appena saputo dell’arrivo dei rifiuti dalla Tunisia, sindaci ambientalisti e cittadini sono tornati a protestare come 15 anni fa. “La cittadinanza non vuole questi rifiuti” racconta a Report il sindaco di Serre: la scelta di stoccarli in un sito militare è stata fatta apposta per evitare che la protesta potesse sfociare in un blocco serio – aggiunge un membro del comitato “Battipaglia dice no”

La scheda del servizio: IL RESO TUNISINO di Bernardo Iovene

Collaborazione Greta Orsi - Lidia Galeazzo

Nel 2021 Report aveva documentato la spedizione dal porto di Salerno di 282 container di rifiuti in Tunisia. Furono sequestrati nel porto di Sousse perché illegali per il governo tunisino, e finirono in carcere il ministro dell’ambiente e vari funzionari della dogana e dell’agenzia nazionale dei rifiuti tunisina. La Tunisia ha fatto pressioni perché i rifiuti tornassero in Italia, ci sono state anche proteste da parte degli ambientalisti sotto la nostra ambasciata a Tunisi. Bernardo Iovene ha ricostruito gli aggiornamenti della vicenda a partire dal viaggio del nostro ministro degli esteri il 28 dicembre del 2021 in Tunisia, fino al rientro dei rifiuti l’11 febbraio di quest’anno. Trasportati in centri di raccolta nella piana del Sele in provincia di Salerno nei comuni di Serre, Persano Altavilla e Battipaglia, la loro presenza ha suscitato le proteste dei cittadini dell’area. Restano decine di milioni di euro da pagare dopo che la nostra magistratura avrà stabilito le responsabilità. Ma la storia non è finita: in Tunisia ci sono ancora 69 container da riportare in Italia, sui quali la Tunisia ci fa sapere che non transige.

La situazione dei pronto soccorso in Piemonte

La chiamano rimodulazione della spesa, spending review, ma di fatto quello che sta succedendo nella sanità è uno smantellamento del servizio pubblico che avviene non solo nelle regioni del sud, ma anche al nord. In Piemonte hanno tagliato dal 2000 circa 2000 posti letto negli ospedali e così le persone devono rimanere bloccate per giorni nel pronto soccorso, che vanno in crisi.
“E’ una condizione di disumanità alla quale assistiamo in modo molto frequente con persone che sono ammassate nei corridoi degli ospedali senza un minimo di dignità” racconta alla giornalista un operatore sanitario.


Alla centrale operativa del 118 arrivano sempre più spesso questi fax:


“a causa dell’elevato afflusso di pazienti verso il DEA [..] e all’assenza di posti letto e di barelle si invita ad inviare eventuali urgenze in altri presidi.” Gli ospedali sono pieni e cercano di inviare i pazienti altrove.
“Gli ospedali segnalano le loro difficoltà” racconta a Report Stefano de Agostinis infermiere della centrale operativa di Torino
“nel ricevere pazienti e lo fanno attraverso i cosiddetti fax, ma sono consultivi e non vincolanti. Quindi se abbiamo la necessità di mandare pazienti in ospedale e siamo costretti a farlo continuiamo a farlo. ”

La scheda del servizio: CAOS PRONTO SOCCORSO di Chiara De Luca

Collaborazione Giulia Sabella

A Torino i pronto soccorso sono nel caos. Mancano posti letto e i pazienti restano in attesa nei corridoi dei pronto soccorso per giorni, privati della necessaria assistenza. In Piemonte dal 2010 a oggi si stima siano stati tagliati circa 2000 posti letto.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 novembre 2020

Report – i proprietari del Milan e le app di contact tracing regionali

L'eco della passata inchiesta sulla Sardegna e sulla riapertura delle discoteche si sente ancora: è stata una trasmissione vergognosa, faziosa, dicono i consiglieri sardi, difendendo Solinas.

Ma quella trasmissione è uscita grazie alle rivelazioni di un consigliere di maggioranza: il danno all'immagine lo ha fatto Solinas e la sua giunta.

La giunta e la decisione del CTS che ancora non salta fuori, come forse non esiste nemmeno il CTS regionale.

Sardegna Si cura di Lucina Paternisi

La Sardegna si è fatta la sua app di contact tracing, che però tracciava la posizione delle persone: senza la app e senza la registrazione non si poteva entrare nell'isola, ma ad agosto nessuno controllava, col flusso dei turisti.

Così alla fine questa app si è rilvevata un doppione, non sappiano dove sono finiti i dati raccolti: si è perso tempo per questa app e non si è fatto contact tracing.

L'azienda che l'ha fatta è la Engineering, su scelta dell'assessore Satta: come mai un'altra app di contact tracing? L'assessore spiega che l'app si è fermata, non ha raccolto dati in modo illecito. Non spiega come mai non è stato fatto il bando. E basta intervista..

Quanto è servita per contrastare i contagi in regione? Quanto è costata la sorella di immuni?

In Sicilia hanno fatto una app gemella che si chiama Sicilia Si cura: il garante della privacy ha aperto una istruttoria su queste due app, per capire rispettano le norme come Immuni.

Ma altri presidenti hanno fatto la loro app, tanto solerti nel tracciare i contatti, meno nel tracciare il denaro.

L'emergenza Covid in Piemonte – infermieri cercasi

In Piemonte le palestre per la medicina riabilitativa sono state trasformate in sale per terapie intensive: è mancata la programmazione negli ospedali per gli infermieri.

A settembre sono stati fatti i bandi, dice il responsabile dell'emergenza Covid: ma era solo un bando per infermieri nelle scuole, un altro bando è stato fatto ad ottobre.

Andavano fatti questa estate i bandi: oggi senza personale ci sono pazienti fermi a terra, sulle barelle. E' una strategia voluta, spiega il responsabile dell'emergenza.

Questa situazione è aggravata dal fatto che i pochi infermieri si ammalano: sono sottoposti a tamponi ogni 15 giorni e i risultati arrivano dopo giorni.

“E' un'infezione importante” sempre il responsabile: forse è anche colpa di come lavorano negli ospedali, forse non hanno tutti i dispositivi.

I dispositivi c'erano, ma erano mascherine chirurgiche e non fpp2; i pazienti in attesa del tampone erano messi assieme nelle zone grigie, senza distinzione.

È successo che pazienti negativi si sono positivizzati – racconta un infermiere alla giornalista.

Di questa disorganizzazione chi ci rimette sono medici e infermieri, ma anche i pazienti: ci sono pazienti oncologici che non possono essere operati, per esempio.

Ora la regione sta sottraendo posti letto alle oncologie e alle cardiologie: ora pare che si siano attrezzati per fare più tamponi, anche all'ingresso.

A Report sono arrivate testimonianze di infermieri, di cooperative che danno assistenza a malati cronici, che oggi aderiscono ai bandi, sottraendo queste persone alle cure.

I padroni di casa: un presidente, un cinese e due napoletani

17 ottobre 2020, derby Milan Inter: le tifoserie si danno appuntamento sotto lo stadio, alla faccia del distanziamento, i tifosi del Milan si trovano sul prato davanti al Meazza, dove le due squadre vorrebbero costruire il nuovo stadio, di fronte alle case confinanti, cosa di cui i residenti non sembrano molto felici.

Report ha scoperto chi siano i proprietari del Milan, due imprenditori napoletani, Cerchione e D'Avanzo: sono due professionisti della finanza e dell'offshore.

Come sono arrivati a diventare padroni del Milan?

Comprando i crediti che la sanità convenzionata vantava con la regione Campania: sono poi andati ad incassare i crediti alla regione, con gli interessi, regione che poi è andata in crisi coi conti, dovendo poi fare dei tagli.

Ora i due finanzieri, per tramite di Elliott trattano col comune di Milano, che però non sa chi siano i veri proprietari della squadra.

I due progetti per il nuovo stadio sono stati presentati al Politecnico: il rettore Resta è poi andato in comune dove ha espresso i suoi dubbi nel voler ristrutturare lo stadio. Peccato che il rettore fosse consulente in uno dei progetti che prevedono la demolizione del Meazza.

Ma il vecchio (e glorioso) Meazza è proprio da abbattere? Il professore del Politecnico Aceti ha proposto un progetto per recuperare lo stadio, trasformando il terzo anello in una galleria panoramica: “in questi volumi si possono collocare spazi polifunzionali quali spazi commerciali, ristoranti, musei, spazi sportivi e negozi di vario genere, può essere riempito con quelle funzionalità che sono quelle richieste agli stadi moderni.”

Il costo di questo progetto è circa 250ml di euro comprensivi anche dell'ammodernamento degli anelli sottostanti: nel progetto delle due squadre milanesi solo lo stadio costerebbe 600ml di euro.

Aceti ha proposto il suo progetto alle squadre che hanno risposto negativamente: forse il loro obiettivo non è avere uno stadio moderno, ma costruirne uno nuovo da zero con tutte le altre costruzioni a corollario.

Scaroni, presidente del Milan, rassicura, il pubblico non ci metterà un euro, gli investitori vogliono essere rassicurati sull'investimento da 1,2 miliardi di euro.

Serve aumentare la metratura per costruire su questi terreni (che verranno rilasciati in concessione): l'operazione nuovo stadio sta in piedi solo per gli edifici costruiti attorno allo stadio.

Il comune dovrebbe verificare solo che ci sia l'interesse pubblico: interesse che viene riconosciuto dalla giunta, a patto che le società rivelino i veri proprietari.

Ma le società rispondono dicendo che i proprietari della concessione saranno rivelati, ma solo dopo.

Con chi sta trattando il comune di Milano e l'assessore Tasca?

Risponde l'assessore: “io oggi ho un proponente che è l'AC Milan che ad oggi non è interdetta dall'esercizio dell'attività amministrativa e dall'altra ho l'FC Internazionale.”

Sono due SPA private: ma oggi sappiamo chi è il vero proprietario del Milan?

La procedura prevede che io lo faccia oggi? No. La presunzione che si debba fare necessariamente qualcosa perché c'è un fumus, tutti i fondi hanno lo stesso tipo di problema.”

Peccato che la legge e la Banca d'Italia siano chiare: la società Milan ha una struttura societaria opaca mentre il comune dovrebbe essere certo che Elliott non stia già vendendo la concessione a terzi.

Questa opacità del Milan nasce dalla vendita di Berlusconi a Li: con questa vendita il Milan ha guadagnato milioni la cui provenienza non è nota.

Il Milan ha potuto ridurre la sua esposizione debitoria, peccato però che Lì non sia l'imprenditore che dice di essere: in Cina nessuno conosce mister Li, che da colpa ai servizi scandalistici dei giornali.

Dei problemi di Li parla a Luca Chianca anche il giornalista Gerevini del Corriere: ad affiancare la vendita del Milan è stata la banca Lazard, ma nessuno ha registrato la fragilità finanziaria del cinese.

Il fondo Elliott ha aiutato Li, prestandogli 300ml in un momento in cui sia lui che la Fininvest erano in crisi: mister Li perché aveva problemi di liquidità, Fininvest (e Mediaset) per la scalata ostile di Vivendì.

Dentro Elliott ci sono due finanzieri che oggi sono nel CDA del Milan, D'Avanzo e Cerchione: si arriva ancora a delle società offshore, dentro cui transitano centinaia di milioni.

Per capirci qualcosa serve un esperto come Gian Gaetano Bellavia : la Project ha dato alla Rossoneri Sport 400ml di euro, forse sarà il fondo Elliot a darli.

“Tutti scrivono che c'è il fondo Elliott, ma io vedo dietro ad una catena societaria lussemburghese una società del Delaware, però la dichiarazione della controllante del Milan è che la maggioranza non è di Elliott, ma dei due finanzieri D'Avanzo e Cerchione”.

Sono loro i veri proprietari del Milan: il vero tema, ancora una volta è, da dove arrivano i soldi? Non si può sapere, sostiene Bellavia, perché queste costruzioni offshore sono fatte apposta per non mostrare la provenienza del fondi.

E se in questa operazione c'è dietro una opacità sui titolari, se c'è il timore di una operazione di riciclaggio, il pubblico ufficiale deve denunciarlo.

Nei giorni passati Elliott ha fatto uscire un'Ansa dove si sosteneva che il vero proprietario fosse proprio il fondo: eppure questo è in contrasto con quanto dichiarato nei pubblici registri da queste catene di società.

Li entra nell'affare Milan con un patrimonio di 500ml (il Milan valeva 700ml): in quel momento le sue holding erano già in crisi.

Ad accompagnare mister Li c'era la banca Rotschild di Scaroni, oggi presidente: quando Li ha avuto problemi a pagare l'ultima tranche per l'acquisto chiede aiuto al fondo Elliot, che diventa proprietario delle azioni.

Ma, carte alla mano, quelle lussemburghesi, i veri padroni sono i due finanzieri a capo della Blue Skies, D'Avanzo e Cerchione, società che controlla Rossoneri investment.

Quali sono le origini dei proprietari del Milan? La loro ascesa arriva da Napoli, nel 2006 quando acquistano crediti per 1,2 ml di euro dalla sanità campana, da aziende accreditate.

Crediti accumulate perché le Asl non pagavano, così farmacie e altre società dovevano rivolgersi a finanziarie, che pagavano loro i crediti ad un valore inferiore.

Le società creditrici sono finite in tribunale, i tribunali davano ragione alle finanziarie private: la sanità campana per ridare i soldi ai creditori ha dovuto fare tagli su personale e strutture che ancora oggi si sentono.

D'Avanzo e Cerchione sono intervenuti anche a Venezia per salvare il bar di Hemingway, il bar di Cipriani, compagno di Nicole Minetti, ex consigliere regionale.

Cerchione e D'Avanzo sono stati legati alla finanziaria Sopaf, la finanziaria dove c'era dentro Galliani, ma né Galliani né Scaroni hanno accettato di parlare col giornalista di Report.

In Lussemburgo nel gennaio 2019 hanno istituito il registro dei titolari delle società, sia quelle giuridiche che quelle di persona: sarebbero andati incontro ad una multa da 1,2 ml di euro se non l'avessero fatto.

Come mai questi due finanzieri si dichiarano proprietari di più del 50% delle azioni del Milan in Lussemburgo, ma non lo fanno in Italia? Perché in Italia non abbiamo il registro delle imprese, nonostante ci fosse una direttiva europea in tal senso, per contrastare l'evasione.

L'acquisto della società Fila

Project pencil è la società, creata sempre in Lussemburgo, che controlla oggi la società Fila: l'avvocato che ha gestito la vendita (delle azioni di uno dei due proprietari) è sia avvocato del venditore che del compratore, sostiene Chianca, e i 50 ml usati per comprare la Fila dalla signora Candela, arrivano dalla banca Rotschild.

Un'operazione a somma zero, con 40ml che entrano ed escono: non si capisce il senso dell'operazione, al cui interno si ritrovano sempre le stesse persone, l'assessore che sta gestendo l'operazione stadio a Milano, i due consiglieri del Milan, l'avvocato che ha gestito la vendita della Fila.

Il registro delle imprese servirà ora, con l'epidemia per il covid, per impedire che pezzi del nostro paese finiscano in mano straniere.

23 novembre 2020

Anteprima delle inchieste di Report – i proprietari del Milan, i problemi della sanità piemontese

Roma e Milano al centro delle inchieste di stasera: la capitale d'Italia e quella morale (almeno così dicono), sulla prima si cercherà di scoprire il lato oscuro del corpo della polizia locale e quello che è il loro potere nell'influire nelle vicende della capitale.

Milano è la città che non si ferma: non si fermano i contagi e non si ferma nemmeno il cemento, per le prossime speculazioni edilizie che il comune milanese ha approvato. Come il nuovo stadio di Inter e Milan: chi è il vero proprietario della società calcistica?


Infine un servizio sulle app realizzate dalle regioni in concorrenza ad Immuni, soldi che forse avrebbero potuto essere spesi meglio per la sanità e i trasporti. E per trovare nuovi infermieri, quelli che mancano alla regione Piemonte.


I veri proprietari del Milan

Chi sono i veri proprietari del Milan? Luca Chianca ha provato a chiederlo a Scaroni, ex AD di Eni, indicato come presidente dal fondo Elliot, senza troppo successo:

Buongiorno, sono Luca Chianca di Report.

Eh appunto...

Uno dei progetti su cui sta lavorando la società calcistica milanese riguarda il nuovo stadio, che prenderà il posto di San Siro: sono due i progetti presentati da Inter e Milan, la cattedrale presentata dalla studio Populus e gli Anelli di Milano voluto dal consorzio Sportium, entrambi prevedono la costruzione del nuovo stadio sul prato, accanto al vecchio, che verrà in parte demolito.

Con chi sta trattando il comune di Milano e l'assessore Tasca: “io oggi ho un proponente che è l'AC Milan che ad oggi non è interdetta dall'esercizio dell'attività amministrativa e dall'altra ho l'FC Internazionale.”

Sono due SPA private: ma oggi sappiamo chi è il vero proprietario del Milan?

La procedura prevede che io lo faccia oggi? No. La presunzione che si debba fare necessariamente qualcosa perché c'è un fumus, tutti i fondi hanno lo stesso tipo di problema.”

Dunque al comune nemmeno si sono presi la briga di risalire alla catena di controllo dell'AC Milan, di capire chi sta dietro il fondo: tutto parte con la vendita al cinese Li Yonghong  per 700ml, attraverso società offshore caraibiche e di Hong Kong.



Poi, prima dell'arrivo di Elliot, finisce tutto in Lussemburgo: Report aveva scoperto che qui si trovava la società controllante del Milan, la Rossoneri sport investment, che in un palazzo lussemburghese aveva la sede fiscale.

I registi dell'ingresso del fondo Elliot nel Milan sono due finanzieri, Gianluca D'Avanzo e Salvatore Cerchione che oggi siedono nel CDA della società, hanno base a Londra mentre le società da cui dipende il club rossonero sono in Lussemburgo.

Quando arriva Elliot viene creata la società “Project Redblack” partecipata da due anonime del Delaware e da un'altra lussemburghese, la Blue Sky Financial Partners di D'Avanzo e Cerchione.

Per capirci qualcosa serve un esperto come Gian Gaetano Bellavia : la Project ha dato alla Rossoneri Sport 400ml di euro, forse sarà il fondo Elliot a darli.

Tutti scrivono che c'è il fondo Elliot, ma io vedo dietro ad una catena societaria lussemburghese una società del Delaware, però la dichiarazione della controllante del Milan è che la maggioranza non è di Elliot, ma dei due finanzieri D'Avanzo e Cerchione”.

Sono loro i veri proprietari del Milan: il vero tema, ancora una volta è, da dove arrivano i soldi? Non si può sapere, sostiene Bellavia, perché queste costruzioni offshore sono fatte apposta per non mostrare la provenienza del fondi.

Report ha chiesto un'intervista a Scaroni e all'ex presidente Berlusconi, avranno avuto una risposta alle loro domande?

Quello che sappiamo è che l'origine della fortuna di questi due imprenditori deriva da dei crediti per 12 ml che alcune strutture private accreditate vantavano con la sanità campana, comprati nel 2006.

Ma il vecchio (e glorioso) Meazza è proprio da abbattere? Il professore del Politecnico Aceti ha proposto un progetto per recuperare lo stadio, trasformando il terzo anello in una galleria panoramica: “in questi volumi si possono collocare spazi polifunzionali quali spazi commerciali, ristoranti, musei, spazi sportivi e negozi di vario genere, può essere riempito con quelle funzionalità che sono quelle richieste agli stadi moderni.”

Il costo di questo progetto è circa 250ml di euro comprensivi anche dell'ammodernamento degli anelli sottostanti: nel progetto delle due squadre milanesi solo lo stadio costerebbe 600ml di euro.

Aceti ha proposto il suo progetto alle squadre che hanno risposto negativamente: forse il loro obiettivo non è avere uno stadio moderno, ma costruirne uno nuovo da zero con tutte le altre costruzioni a corollario.

La scheda del servizio: I PADRONI DI CASA di Luca Chianca in collaborazione di Alessia Marzi

Chi è il vero proprietario del Milan? Se lo sono chiesti in tanti da quando Silvio Berlusconi l'ha venduto. Dopo la parabola misteriosa del cinese Mr Lì, oggi tutti parlano del Fondo Elliott ma in realtà i titolari effettivi delle società lussemburghesi che controllano il Milan sono due consiglieri di amministrazione del club rossonero, Gianluca D'Avanzo e Salvatore Cerchione. Report lo scopre perché l'ultima direttiva antiriciclaggio, voluta dall'Europa, impone a ogni paese membro un registro dei beneficiari finali delle operazioni fatte dalle società e questo al di là di accordi privati, tra soci o azionisti per la governance di una società. Mentre l'Italia non ha ancora il suo registro, il Lussemburgo si è da poco adeguato alla normativa ed è lì che leggiamo chi sono i nuovi titolari effettivi del Milan, almeno sulla carta, con una quota di poco superiore al 50%.

Il lato nascosto dei vigili di Roma

Sono tanti e gestiscono un potere diffuso nella capitale: sono i vigili di Roma.

Report ha raccolto diverse testimonianze di persone che hanno subito minacce da parte dei vigili solo per aver fatto delle segnalazioni, tramite IoSegnalo, un sito e una App del comune di Roma dove un cittadino può inviare le sue segnalazioni, una novità introdotta alla fine del mandato dell'ex sindaco Marino.

“Chiederemo alle persone che vogliono collaborare e che si sono già accreditate sul portale di bombardarci di segnalazioni" – racconta in un vecchio servizio Raffaele Clemente comandante della polizia municipale dal 2013 al 2016.

L'idea dell'ex sindaco era giusta in un sistema sano, ma finisce presto, racconta il servizio: qualcuno dopo aver fatto delle segnalazioni viene minacciato di morte. E' un signore che ha dato la sua testimonianza in forma anonima e che racconta di una telefonata ricevuta di notte da una persona che conosceva il suo nome e cognome, che sapeva che aveva chiamato i vigili di zona (per una questione di parcheggi in doppia fila) e che lo minacciava, dicendo che sapeva dove abitava.


Perché a metà settembre questa persona una sera trova un biglietto attaccato al citofono, con nome e cognome, dove era scritto “hai fatto fare multe a centinaia di persone senza motivo ora ti bruciamo casa e diamo fuoco alla macchina.”

La procura di Roma ha scoperto che sono state tante le persone minacciate e denunciate dai vigili per interruzione del pubblico servizio: c'è un particolare di cui tener conto, chi svela l'identità dei denuncianti su IoSegnalo.

Report è venuta in possesso di audio di persone contattate da un comando dei vigili, dove uno di questi dice al segnalante che ha fatto troppe segnalazioni, “Lei come ha fatto ad avere il mio numero mi perdoni? Noi leggiamo tutto, noi siamo la polizia”.

Altra testimonianza raccolta da Daniele Autieri è quella di Augusto Proietti, di professione ambulante: un giorno qualcuno in Campidoglio (la sede del comune di Roma) gli fa sapere che se avesse voluto sistemare le sue licenze avrebbe fatto meglio a pagare.

Augusto non li ha pagati e ha denunciato la cosa in Procura e da lì è iniziato il calvario, una guerra: ha ricevuto multe per sette milioni di euro, lui e il figlio sono stati considerato i maggiori contravvenzionati d'Italia.

Il commerciante però ha fatto i ricorsi e li ha vinti tutti e nelle sentenze si condanna il comune al risarcimento del danno.

Per giorni i vigili, a volte la stessa persona, arrivavano da lui a chiedergli la licenza e, di fronte al suo alzare la voce, parte la denuncia (o la minaccia di denuncia) di oltraggio.

Augusto ha denunciato il tentativo di corruzione e abuso d'ufficio 11 vigili ma nel corso del procedimento giudiziario c'è un colpo di scena, gli agenti vengono prosciolti e lui viene a sua volta indagato per associazione a delinquere, concorrenza sleale. Ma l'accusa cade e l'ambulante viene scagionato già nel corso dell'udienza preliminare.

Loro aspettavano che io reagissi, aspettavano che io glie davo 'na pizza in faccia così se buttavano per terra .. ”

Il 21 settembre scorso la Procura di Roma lo ha indagato per estorsione, concorrenza sleale e occupazione di suolo abusivo: secondo gli inquirenti l'ambulante avrebbe usato i metodi di un clan per governare il settore delle vendite su strada.

La storia è molto più complessa di come sembra: la procura ha denunciato anche dirigenti del comune che avrebbero favorito l'ambulante.

Nel servizio si parlerà anche del comandante dei vigili, Stefano Napoli, allievo dell'ex comandante Antonio Giuliani: quando a seguito di una indagine il primo nucleo è stato sciolto, Stefano Napoli fu protetto dall'allora comandante, perché Napoli lo ha aiutato a risolvere alcune situazioni imbarazzanti, come quella dell'11 settembre del 2011 quando Giuliani telefona a Napoli per un aiuto per l'onorevole Marsilio, in seguito fondatore di Fratelli d'Italia assieme a Giorgia Meloni e oggi presidente della regione Abruzzo.

Stè, una cortesia .. mi sta bombardando l'onorevole Marsilio .. per via del vantaggio c'era stato un nostro intervento edilizio e c'era anche l'ufficio tecnico l'ufficio tecnico doveva mandare una relazione .. se me la puoi un attimino sollecitare ..”.

Pochi giorno dopo Giuliano segnala a Napoli una nuova questione: c'è un'altra persona da aiutare che arriva a nome di Matteo Costantini, un consigliere del primo municipio di Roma.

Report cercherà di capire quanto c'è di vero dietro queste denunce di corruzione, qual è il lato oscuro del corpo di polizia municipale e quale ruolo potrebbe aver avuto nelle guerre di potere nel comune della capitale.

La scheda del servizio: POTERE CAPITALE di Daniele Autieri in collaborazione di Federico Marconi

È uno dei Corpi di polizia cittadina più grandi d’Europa: oltre 6mila vigili con competenze che vanno dal decoro urbano alla verifica delle misure anti-Covid. Ma a dieci anni dalle prime denunce che portarono all’arresto del comandante generale del Corpo di polizia locale di Roma, Angelo Giuliani, il sistema di potere all’interno dei vigili urbani della capitale è ancora in piedi. Un sistema che permette agli agenti della Polizia locale di esercitare un controllo totale sulla città: sui commercianti, sugli imprenditori, sui politici, sugli stessi privati cittadini. Attraverso testimonianze e intercettazioni inedite, l’inchiesta ricostruisce i legami tra l’allora comandante Giuliani e l’attuale comandante generale Stefano Napoli, nominato alla guida del Corpo il 30 giugno scorso dalla sindaca Virginia Raggi. Parlano commercianti vittime di estorsione e cittadini minacciati di morte solo per aver segnalato troppe irregolarità, ed emerge per la prima volta il ruolo di alcuni vigili come fiancheggiatori dei clan nella conquista dei locali del centro di Roma. Un sistema così consolidato che è capace perfino di far tremare un sindaco, al punto da rendere lecita la domanda: quale è stato il ruolo dei vigili di Roma negli scandali che hanno portato alle dimissioni di Ignazio Marino?

La crisi per il Covid in Piemonte

Assieme alla Lombardia, il Piemonte preme per uscire dalla zona rossa: anche qui l'emergenza ha portato alla saturazione dei posti letti e all'emergere dei veri problemi della sanità piemontese (come anche qui in Lombardia), ovvero la carenza del personale.

La scheda del servizio: AAA INFERMIERI CERCASI di Chiara De Luca

La seconda ondata della pandemia di Covid-19 ha travolto anche la Regione Piemonte, che non si è fatta trovare pronta a gestire questa nuova emergenza. È soprattutto la carenza di personale infermieristico ad aver messo in difficoltà le strutture sanitarie a causa di bandi iniziati solo a fine ottobre.

Le app per il contact tracing

Questo servizio doveva andare in onda la scorsa settimana, ma l'aggiornamento sul servizio fatto sull'apertura delle discoteche in Sardegna l'ha fatto slittare a stasera. Regione che vai, app che trovi.

Non c'è solo Immuni, come app di contact tracing (di cui Report se ne era occupata la scorsa settimana): questa estate sono spuntate altre app create dalle regioni: in Sicilia è stata creata “Sicilia si cura” ed è stata rilasciata il 2 giugno e l'operazione porta la firma di Guido Bertolaso, l'ex capo della Protezione Civile chiamato dal presidente Musimeci a gestire la pandemia nell'isola per la fase 2.

“Una cosa è organizzazione ospedali per la rianimazione per il trattamento di casi gravissimi, un'altra cosa è organizzare un sistema informativo e preventivo per assicurare il maggior numero possibile di turisti in visita a quest'isola straordinaria” - sono le parole di Bertolaso durante la conferenza stampa del 3 giugno.

Per usare la app bisognava comunicare tutti i luoghi di permanenza sull'isola e anche aggiornamenti periodici sullo stato di salute.

Ma c'è un problema: come racconta il consigliere regionale De Luca del M5S, dell'app non se ne sa più nulla, “Si sa che ha ricevuto un sacco di critiche sull'app store, che non si riesce ad accedere, salta la password, ma soprattutto non si conosce quante persone l'hanno scaricata perché questo dato è sconosciuto.”

Questa è un app molto più invasiva di Immuni, “Sicilia si cura” può seguire gli utenti tramite gps: come spiega Nicola Bernardi presidente di Federprivacy, “un app di contact tracing non può avvalersi della localizzazione del gps degli utenti ma deve usare la minor quantità di dati personali possibile, deve usare i dati di prossimità, attraverso uno strumento ideale come è il Bluetooth e non il gps”.

Ma in caso di trattamento illecito, chi controlla e chi paga l'abuso? “L'autorità potrebbe anche decidere di stoppare oppure potrebbe anche sanzionare.”

L'app siciliana è stata programmata dalla Ies Solutions, una società romana con sede operativa nella silicon valley siciliana in provincia di Catania, si è aggiudicata 80mila euro di convenzione Consip.

Ma in regione pare che non sappiano queste informazioni, almeno a sentire l'assessore alla salute Razza: “non conosco la società, posso solo dire che ci siamo rivolti ad una convenzione Consip.”

Che rispondono in regione del tracciamento del turista?

“Il gps si attiva nel momento della richiesta di aiuto” risponde l'assessore alla salute, “per conoscere la posizione, siamo nell'ambito di una epidemia.”

Di chi è questa Ies Solutions: il 40% è di Massimo Cristaldi, cugino di Michele Cristaldi assessore al comune di Catania e figlio di Salvatore Cristaldi ex assessore in provincia ai tempi in cui a capo della provincia di Catania c'era Musumeci.

Allo stesso modo nell'altra isola meta del turismo, la Sardegna, si è fatta una sua app “Sardegna si cura”.

Un turista ha raccontato la sua esperienza a Report: si tratta di una applicazione di contact tracing che fa uso dei dati della posizione, tramite GPS.

Sardegna sicura doveva servire a monitorare gli ingressi e le permanenze su tutto il territorio regionale: per per entrare sull'isola serviva sia la registrazione al sito che scaricare questa applicazione.

Tuttavia coi contagi al rialzio, nessuno in aeroporto ha controllato la giornalista: “si tratta di un doppione dell'app immuni”, racconta il consigliere Li Gioi del M5S, “un doppione anche fatto male, perché non c'è mai stato in controllo negli aeroporti ”.

Dopo più di un mese e mezzo di attesa, l'assessore agli Affari Regionali Satta non ha voluto incontrare Report, che avrebbe voluto porre qualche domanda sulla app regionale.

Solo una breve telefonata in cui l'assessore spiega che la loro era una app concepita in anticipo rispetto ad Immuni. E il tracciamento della posizione (ritenuto illegittimo dal garante della privacy)?

“Non la definirei illegittima ” la risposta dell'assessore.

La scheda del servizio IMMUNI E LE SUE SORELLE di Lucina Paternesi in collaborazione di Alessia Marzi

Non solo Immuni: durante i mesi più bui della pandemia in Italia sono spuntate come funghi applicazioni di telemedicina per gestire i pazienti a distanza ma anche brutte copie dell'app di Stato: quelle di Lazio, Lombardia, Bergamo città, ora anche del Veneto di Zaia e soprattutto di Sicilia e Sardegna. App invasive, che spesso utilizzano il gps e che, in base alle ordinanze regionali, sembrano obbligatorie per poter andare in vacanza nelle due isole. Ma sono legittime? Se per Immuni il Garante per la privacy ha stabilito la volontarietà e l'uso del Bluetooth, le app regionali possono essere obbligatorie e tracciare i turisti col Gps? Tra affidamenti senza bandi e bug tecnologici, erano proprio necessarie altre app fatte a spese dei contribuenti?

20 aprile 2020

Le inchieste di Report – lunedì 20 aprile


Due le inchieste della puntata di questa sera di Report, ancora una volta legate all'emergenza coronavirus
- chi finanzia le frange dell'estrema destra che stanno portando avanti la loro guerra contro papa Francesco?
- come si sta gestendo l'epidemia di coronavirus in Piemonte?

Nell'anteprima si parlerà di come si sta preparando la riapertura negli stabilimenti della Ferrari a Modena

PROTOCOLLO FERRARI di Michele Buono

In assenza di un vaccino, che istruzioni possiamo dare alle imprese e ai loro dipendenti, per evitare che si creino altri focolai di contagio?
Ci sono le regole basilari, lavarsi le mani, il distanziamento, la mascherina che copre naso e bocca: ma alla Ferrari adesso il reparto ricerca e sviluppo sta pensando a come gestire la riapertura degli impianti in sicurezza: il protocollo di sicurezza parte sin dall'ingresso in azienda, col tappetino da calpestare per sanificare le scarpe, percorsi obbligati da seguire una volta entrati nei reparti, il ritiro delle mascherine e dei guanti, la misurazione della temperatura tramite scansione.

Chi ha una temperatura superiore alla soglia consentita, viene fermato e verrà invitato a contattare il medico curante, ma potrà anche essere supportato dal medico aziendale.
All'esterno di ogni area sono presenti punti di controllo e di sanificazione; all'interno dei locali esiste un secondo filtro di sicurezza dove viene nuovamente misurata la febbre e vengono poste domande sullo stato di salute ai dipendenti: negli ultimi giorni ci sono stati episodi di febbre, tosse, dolori articolari, problemi di digestione..
Se ci sono dubbi il lavoratore può fare degli esami del sangue e, in caso di positività, verrà contattato dal medico aziendale e, se desidera fare la quarantena lontano dalla famiglia, l'azienda mette a disposizione degli appartamenti dove si viene controllati 24 ore al giorno.
In questi appartamenti sono assicurati i controlli basilari, un termometro, il saturimetro per capire il livello di ossigeno nel sangue: l'azienda si è anche assicurata 30 bombole di ossigeno per i casi più gravi.
Gli stabilimenti Ferrari sono chiusi, i lavoratori che sono a casa non sono in cassa integrazione e l’azienda non sta forzando alcuna decisione sulla riapertura. Piuttosto non si lascia trovare impreparata dagli eventi e fa prove generali di riapertura con protocollo di sicurezza per i lavoratori partecipato da tutti. Intanto un reparto dello stabilimento è stato convertito alla la produzione di componenti dei respiratori per i pazienti con Covid-19. Quando il livello tecnologico di un’industria e il profilo dei lavoratori sono alti, si può passare dalle automobili alla sanità in tempo reale, se la situazione lo richiede.


Dio Patria e famiglia Spa – di Giorgio Mottola

Dall'inizio della quarantena le porte delle chiese sono chiuse e le messe sospese: anche le suore oggi pregano in pubblico, ma a distanza di un metro, per rispettare le norme sul distanziamento.
Tutti i giorni, racconta il giornalista, le suore del Sacro Cuore di Gesù, pregano su una terrazza e la loro voce, grazie a degli altoparlanti, raggiunge le persone affacciate dai balconi e dalle finestre.
Si può celebrare la messa, anche a Pasqua, stando a casa – raccontano nell'intervista, “penso che si possa vivere la fede in modo anche più intenso, quest'anno”-
Ma i media del mondo ultra cattolico la pensano in modo completamente diverso: i gruppi americani hanno lanciato una violenta campagna che ha come obiettivo papa Bergoglio.


La campagna per la riapertura delle chiese, contro governo e Vaticano, è partita da siti ultra cattolici come Lifesite news e Church militant ed è poi dilagata su siti come Breitbart, l'organo di informazione dell'estrema destra americana fondato da Steve Bannon.
Gli stessi slogan e le parole d'ordine hanno attraversato l'oceano e sono arrivate in Italia: i primi a rilanciarli sui loro siti social sono stati i neofascisti di forza nuova, capeggiati da Roberto Fiore (e anche Salvini prima di Pasqua aveva chiesto di riaprire le chiese perché “la scienza non basta”).
Che Mottola ha incontrato fuori casa, senza mascherina né guanti, perché lui ha la fede che lo protegge.


Lo scorso anno lo stesso Fiore si è reso protagonista di campagne contro il papa, per le sue parole a diifesa dei migranti: con l'arrivo del coronavirus il suo partito ha lanciato la teoria del complotto contro i cattolici, teoria avallata pure da parte delle gerarchie vaticane.

La chiesa ha dovuto cedere, ma a chi?” - spiega Fiore a Mottola - “A Conte? Non ci credo. La chiesa ha dovuto cedere a dei poteri forti internazionali che le hanno imposto di non dire più messa, di non dare più i sacramenti, che è una cosa, ripeto, inedita nella storia. Cioè l'ha fatto il comunismo, ma il comunismo è stato più onesto.. ”
Questi invece vi chiudono le chiese con la scusa dell'emergenza sanitaria.
“Con la scusa dell'emergenza sanitaria, esattamente.”
Vogliono chiudere le chiese per sempre, secondo lei?
“Oddio, attenzione: sicuramente questa è un qualche cosa che loro stessi, sto parlando dell'OMS che secondo me è il cuore dell'operazione, stanno vedendo, è in fieri.”

Per sventare il complotto anti cristiano dell'Organizzazione mondiale della Sanità e degli altri poteri forti, su Citizen Go, piattaforma dei fondamentalisti cattolici, Forza Nuova ha lanciato una petizione che ha raccolto le firme di diversi personaggi famosi, come Sgarbi, Carlo Taormina e dei principali esponenti italiani del fronte anti bergogliano.
Fiore e gli altri firmatari chiedono l'immediata riapertura delle chiese e il ripristino delle messe.

E questa contro argomentazione secondo cui riaprendo le chiese si rischia di aumentare il contagio?
“E' una follia, anche le ricerche su ciò che è psicosomatico, il collegamento tra ciò che è fisico e spirituale, ci dicono che più una persona è forte spiritualmente e più reagisce alle malattie. Quindi già da quel punto di vista uno dovrebbe dire, non dite scemenze.. ”.

Dei rapporti tra mondo ultra cattolico e la destra sovranista, entrambi schierati contro questo papa, si era occupata una puntata di Presadiretta, mettendo in evidenza i finanziamenti, i fini politici di screditare Bergoglio, perché si è opposto a trasformare la chiesa in un partito e la religione cristiana in una religione di stato.

Su Raiplay potete trovare un'anteprima del servizio (altri spezzoni sui canali social di Report) che parte con la benedizione urbi et orbi del papa, in remissione dei peccati. Ma per diversi esponenti del mondo ultra cattolico, questa emergenza è frutto del tradimento del papa contro nostro signore: non hanno alcuna remora nel dirlo, la causa del coronavirus è il pontefice stesso.
“Il pontefice ha dato il suo consenso alle comunioni sacrileghe concedendo la comunione a divorziati e risposati, questa profanazione della sacra comunione ha un collegamento diretto con la punizione divina”: sono le parole di uno dei giornalisti di Lifesite news.

Queste dichiarazioni non nascono a caso ma germogliano da alcune dichiarazioni rilasciate da alcuni esponenti delle gerarchie vaticane, come l'arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Stati Uniti. In varie interviste ha indicato il coronavirus come una punizione divina contro i peccati mortali come l'omosessualità, posizione che è stata subito condivisa dal consulente ufficiale della Casa Bianca sugli studi biblici, Ralph Drollinger.
Quest'ultimo, in un documento ufficiale, ha parlato di pandemia scatena da omosessualità e lesbismo.
Secondo il cardinale Burke – patrono dell'ordine di Malta, non ci sono dubbi che le attuali pestilenze siano legate al peccato originale e ai nostri peccati.
Il cardinale è legato ad una vicenda di raccomandazioni con Paolo Arata, l'imprenditore in affari col prestanome di Messina Denaro, uomo legato alla Lega di Salvini: il cardinale potrebbe aver avuto un ruolo nella formazione del governo giallo verde nel 2018, sostiene il giornalista.
È a Burke che Arata si rivolge per far avere un posto nel governo ad Armando Siri: nelle intercettazioni della Dia sembra emergere un certo impegno in questa raccomandazione che Siri ha smentito.

Mottola è tornato poi sulla vicenda della Certosa di Trisulti, che lo Stato aveva dato in concessione ad una fondazione legata a Bannon, che qui voleva realizzare la sua scuola di formazione per i partiti sovranisti in Europa.
Lo scorso giugno il governo aveva detto che avrebbe bloccato la concessione per alcune irregolarità nel bando: ma Dgnitatis Humanae e Benjamin Harnwell sono ancora nella Certosa, anche se a corto di sigari.

La scheda del servizio: DIO PATRIA FAMIGLIA SPA di Giorgio Mottola in collaborazione di Norma Ferrara e Simona Peluso
Con l’esplosione della pandemia il fronte sovranista che si professa ultracattolico è tornato all’attacco di Papa Francesco. Sui siti della destra religiosa americana non hanno dubbi: il coronavirus è la punizione divina per il tradimento di Bergoglio. È solo l’ultima delle accuse mosse al Pontefice, e arriva dopo i violenti attacchi lanciati contro le posizioni assunte su migranti, divorziati, difesa dell’ambiente e omosessuali. Quello degli anti-bergogliani è un network potente che comprende giornali, siti, associazioni, fondazioni e un fiume di soldi che dagli Stati Uniti negli ultimi anni è approdato in Europa e in Italia. Report svelerà in esclusiva quali sono i gruppi politici italiani sostenuti da Oltreoceano e chi sono i cosiddetti dissidenti da Bergoglio all’interno delle gerarchie vaticane e i leader politici che stanno offrendo sponda.

L'emergenza coronavirus in Piemonte di Emanuele Bellano

Dopo la puntata sulla lombardia e su quanto successo nelle zone rosse (che non lo sono diventata per la sciagurata scelta di regione e governo, su pressione della confindustria locale), Report si occupa del Piemonte.

Si parte dalla provincia di Alessandria che, in proporzione alla popolazione, ha più ammalati di quella di Milano: scene di persone portate via dentro delle bare dall'obitorio dell'ospedale, sono all'ordine del giorno – ci racconta il giornalista Emanuele Bellano: per questi morti nessun funerale, nessuna messa in ricordo per i familiari che magari hanno visto il morto solo quando ha lasciato casa per entrare in ospedale.
Sono scene mai viste prima – racconta un imprenditore del settore onoranze funebri: “una situazione del genere non è mai stata vista, ma neanche raccontata. In questo momento ci ritroviamo a mandare foto di casse via whatsapp perché è l'unico sistema di comunicazione .. fare delle foto alle benedizioni o fare dei video in diretta.”
In che periodo è iniziata questa crescita dei deceduti, dall'inizio di marzo?
“Si, l'ultima di febbraio, la prima settimana di marzo c'è stato qualcosa di anomalo, si..”

Come è nato il focolaio più acuto del Piemonte?
Guido Ichino è rimario di malattie infettive all'ospedale di Alessandria: “Uno dei primi casi gravi si riferiva ad un orchestrale che era stato il giorno di San Valentino a suonare in una sala da ballo. Chiaramente gli orchestrali mica vivono di un solo concerto, girano e quindi questo con la sua orchestra era stato nel mese precedente in Lombardia, nelle zone poi colpite. ”
Il contagio sarebbe partito dunque da qui, da una festa di San Valentino: pochi giorni dopo la festa questa persona viene ricoverata in ospedale in rianimazione e La Cometa (il locale dove è avvenuta la festa) viene chiuso al pubblico e sigillato. Subito si registrano i primi sei casi di positività al Covid-19, tutti riconducibili al locale.


La situazione appare subito critica e l'unità di crisi regionale parla alla popolazione, invitando tutte le persone che sono state a ballare in quella discoteca, che presentavano sintomi, a contattare il loro medico di base e il servizio medico sanitario “in modo tale che possano essere presi in carico dal punto di vista sanitario”.

Queste persone che si sono rivolte ai medici di base sono state contattare dal servizio sanitario e monitorate e magari sottoposte a tampone?
“Onestamente questo secondo pezzo non l'ho gestito io ” la risposta del responsabile dell'unità di crisi regionale, intervistato da Report.
Il giornalista ha anche sentito alcune di queste persone, presenti nella sala da ballo, nessuna delle quali è stata sottoposta a tampone.

Quando la pandemia scoppia anche in Piemonte lo strumento di controllo per arginare il virus diventa il sistema sanitario territoriale: il protocollo per contenere i contagi prevede che i pazienti positivi debbano essere registrati dal SISP il sistema di igiene e sanità pubblica regionale che fa capo alle Asl.
Per capire se il sistema abbia funzionato Report ha intervistato il presidente degli ordini di Torino, Guido Giustetto: no, il sistema non ha funzionato e ad averne consapevolezza sono stati anche i tanti medici di base che ogni giorno si confrontano con questo sistema.
“Quando ho un sospetto di Covi-19 devo contattare il sistema di igiene e sanità pubblica, il SISP, via telefono è praticamente impossibile [..] per esempio il primo paziente che ho segnalato aveva la febbre da più di dieci giorni e quindi ho inviato la scheda di segnalazione via email il 9 marzo, ho re-inviato un'altra scheda di sollecitazione qualche giorno fa ma non ho ricevuto ancora risposta, il paziente non è mai stato contattato, in teoria doveva essere contattato dal Sisp due volte al giorno per sapere le sue condizioni di salute, in teoria doveva essere fatto il tampone, non so quando farlo uscire di casa, perché poi il dubbio è anche quello, ora il paziente sta meglio, è guarito? Non lo so..”

Riassumendo, i medici di base segnalano che una persona può essere potenzialmente vettore di diffusione del virus, ma il SISP non la legga, ma non perché i medici non vogliono leggere le segnalazioni, ma perché sono così pochi, e in tutta Torino è così.

Continua il presidente dell'Ordine: “mi è stato detto che il sistema della posta, quando raggiunge un certo numero di mail non lette, non memorizza più quelle successive, per cui ci sono probabilmente delle segnalazioni che sono state perse nel nulla.”

La scheda del servizio: L’EMERGENZA IN PIEMONTE di Emanuele Bellano in collaborazione di Greta Orsi
Il 21 febbraio la pandemia di Covid-19 si è abbattuta come uno tsunami sul nostro sistema sanitario. Una risposta rapida e adeguata di chi sta gestendo l'emergenza può fare la differenza tra il contenimento del contagio e l'aumento della diffusione del virus. Eppure qualcosa nella gestione del territorio non ha funzionato come sperato. ll Piemonte è una delle regioni più colpite, oggi seconda solo alla Lombardia per aumento di nuovi positivi. Report è andata sul campo per verificare come questo territorio sta affrontando la pandemia.