31 marzo 2021

Chi si occuperà delle disuguaglianze

C'è un bell'articolo oggi sul Fatto Quotidiano, scritto da Alessandro Robecchi che parla di disuguaglianze e meritocrazia e che si inserisce bene nei discorsi che sentiamo oggi, su welfare, assegno universale, disuguaglianze.

No, quest'ultima parola forse la sentiamo poco: si tratta di quella cosa per cui, ti dicono, se ti rimbocchi le maniche ce la puoi fare.

Non importa che tu sia figlio di, parente di, raccomandato da.

Gli aiuti a chi sta indietro? Sussidistan.

Poi scopri che a Milano, la città di Expo, che non si ferma mai, quella che basta smart working perché poi i palazzi rimangono chiusi, si scopre essere anche la città dei poveri che fanno la fila alle mensa della Caritas.

Ma come la città green, il motore d'Italia, è anche questa città?

Ecco, le disuguaglianze non sempre le vedi, dipende da che parte ti metti ad osservare le cose. 

Dalla parte del nuovo San Siro, degli scali commerciali che saranno riqualificati a suon di cemento, un affare per un privato su un suolo pubblico dato in concessione alle Ferrovie.

Oppure dalla parte di chi rimane indietro, ha un lavoro precario, saltuario oppure il lavoro non ce l'ha più.

Chi si occupa di loro? Il PD che litiga per le poltrone? Il governo dei migliori che ha dentro un pizzico di centro sinistra e la destra italiana, quella del ponte sullo stretto per intenderci? I liberisti italiani? Per carità.

Ecco, che almeno leggessero Don Milani 

Differenza di “classe” Don Milani e Marx non ci hanno insegnato nulla

di Alessandro Robecchi | 31 MARZO 2021

Per gli amanti dei testacoda, dei paradossi, dei ribaltamenti di senso, eccone uno straordinario: la proprietà dei mezzi di produzione – quell’antico progetto marxista – diventa un argomento attuale, che tocca quasi tutti, che ancora discrimina i cittadini del Paese. Partiamo da qui: il ministro dell’Istruzione Bianchi emanerà apposite circolari eccetera, ma l’orientamento dichiarato, manifesto e riportato da tutti i giornali è questo: si boccia anche con la Dad, la famigerata didattica a distanza. Lasciamo perdere il consueto sciame sismico: attenzione ai ricorsi… il parere dei presidi… rumore di fondo. Stringendo: anche in condizioni estreme, anche in clamorosa emergenza (migliaia di italiani sono andati a scuola per poche settimane), rimane indiscutibile il criterio del voto, della media del sei, insomma del “merito”.

Tutti conoscono l’accezione contemporanea della parola-feticcio “meritocrazia”: una gara di cui si indica solo il punto d’arrivo e non il punto di partenza. In sostanza: si corrono i cento metri, uno in scintillante tenuta da sprinter, e l’altro senza una scarpa, con lo zaino pesante e le mani legate. Trionfa il merito, bravo, promosso.

La didattica a distanza ha moltiplicato quest’effetto, evidenziando senza dubbio che le differenze di classe (wow!) passano oggi (che novità!) per la proprietà dei mezzi di produzione. Un buon tablet, un collegamento in fibra, magari un buon cellulare a portata di mano, un computer che non si incanta come i vecchi grammofoni, una stanza tutta per sé. Quanti studenti italiani hanno oggi queste condizioni di partenza? Una minoranza. Perlopiù il Paese abita in un’altra galassia, quella dove è cara grazia se c’è un computer in ogni famiglia, e quando c’è bisogna fare i turni. E stabiliti i turni, la rete va e viene, magari tocca seguire una lezione in avventuroso collegamento mentre qualcuno studia, o lavora nello stesso spazio (vale anche lo smart working, ovviamente).

Senza arrivare a Dickens (per quanto…), le condizioni di partenza in questa nobile gara per conquistare il sei e confermare le leggende su un ipotetico “merito”, sono stellarmente distanti. Chi ha di fronte una consolle superaccessoriata con potenza da spostare i satelliti e chi litiga coi parenti per l’uso di un cellulare a vapore del Settecento, corrono entrambi per lo stesso obiettivo. Che è esattamente come fare a gara per chi arriva prima in piazza del Popolo, ma uno parte con la Porsche da via del Corso e l’altro arriva a piedi da Udine, cinque, bocciato.

30 marzo 2021

Presadiretta – anatomia di un complotto

Ultima puntata del ciclo invernale di Presadiretta dedicata alle origini del Sars-Cov2: da dove è saltato fuori il virus? Cosa ha scoperto la commissione dell'Oms mandata in Cina a Wuhan?

Una storia piena di misteri, che comincia con la lettera scritta da 27 scienziati pubblicata su Lancet nel febbraio 2020 dove si affermava che l'origine del virus poteva essere solo animale, ma era una lettera piena di ombre e conflitti di interesse. Una lettera in difesa degli scienziati cinesi, in cui gli autori criticavano le teorie “di cospirazione” contro la Cina sostenendo che il virus avesse origine animale (e dunque non era sfuggito da un laboratorio).

Ma quando Lancet ha pubblicato la lettera si sapeva poco del virus, come facevano quegli scienziati a sostenere con certezza le loro tesi, chiudendo il dibattito con parole come complottista?

Poi si scoprì che dietro la lettera c'era Peter Daszak, presidente di EcoHealth Alliance: aveva già iniziato a contattare i colleghi per sostenere questa tesi sin dall'inizio del 2020, non voleva apparire come autore in primo piano, la lettera doveva essere di origine scientifica e non politica: nella lettera si sono usate fonti in modo disonesto e non viene evidenziato che molti degli autori erano in conflitto di interesse, perché legati al centro di ricerca di Wuhan, finanziato da Ecohealth Alliance.

Nel documento di Lancet però di questo non se ne parla: nelle mail scambiate da Daszak ci sono cose interessanti, come i dubbi di alcuni dei firmatati preoccupati delle poche fonti autorevoli, altri che consigliano di scrivere che il coronavirus è molto simile ad un virus preso dai pipistrelli, tutti mezzi per influenzare poi l'opinione pubblica e i giornalisti.

Il virologo Bruno Canard lavora nel più grande centro di ricerca francese: ritiene che sia necessario capire le origini del virus, come ha fatto il virus ad evolversi in modo così sorprendente e che questo non ha nulla a che vedere con la teoria di cospirazione. La lettera di Lancet non chiude nulla, sulle origini del virus, spiega il virologo.

Né Daszak né Lancet (i cui autori scrivono anche su riviste cinesi) hanno accettato un'intervista con Presadiretta.

La commissione dell'OMS a Wuhan cosa ha scoperto?

Ci sono stati così tanti conflitti di interesse che è come se il presidente dell'Iran fosse stato a capo di una commissione di inchiesta sul nucleare – è il giudizio di Bruno Canard, direttore al CNRS a Marsiglia: “è difficile fare una ricerca obiettiva sulle origini di questa pandemia quando ci sono di mezzo così tanti interessi e un'intromissione così forte da parte delle autorità cinesi. Se non puoi analizzare i dati grezzi ma solo quelli già elaborati.”

Così, aggiunge il professor Colin Butler dell'Australian National University, “è stata fatta un'indagine falsa, un esercizio di propaganda politica che potrebbe mettere molto in imbarazzo l'OMS nel futuro, perché questa pandemia è la più grande crisi di salute pubblica del secolo.”

Il passaggio pipistrello – ospite intermedio- essere umano è la spiegazione più probabile, ma abbiamo cercato questo animale intermedio per un anno e non abbiamo trovato, quindi dobbiamo ora chiederci, questa è ancora l'ipotesi più probabile?” - Filippa Lentzos esperta di biosicurezza al King's College di Londra.

Lisa Iotti le ha chiesto se, a questo punto, sia ancora possibile scoprire da dove arriva questo virus: “se mi chiede se sia possibile scientificamente, si. E' possibile politicamente? No.”

L'inchiesta dell'OMS sulla pandemia del Covid era attesa da un anno ed è stato il frutto di una lunga negoziazione fra Ginevra e il governo cinese, i termini dell'accordo sono stati stabiliti nel giugno 2020, in nove pagine dove sono fissati i tempi e modalità su chi, come e cosa si potrà indagare a Wuhan, la ground zero del coronavirus.
“Purtroppo” - racconta Jamie Metzl consulente dell'OMS alla giornalista Lisa Iotti - “la Cina ha chiesto e ottenuto il potere di veto sulla nomina dei membri della commissione d'inchiesta. E ha ottenuto il potere di svolgere lei l'indagine vera e propria e presentare agli investigatori dell'OMS le sue conclusioni.”

Nell'accordo è scritto che l'OMS potrà commentare ma non duplicare gli studi esistenti, ovvero potrà solo utilizzare i dati forniti dagli scienziati cinesi: “l problema è che l'organizzazione è in gran parte controllata e quasi interamente finanziata dagli Stati e così, in un momento storico come questo, l'OMS si trova nella posizione delicata di dover indagare sull'operato degli stessi Stati che la finanziano. L'indagine sull'origine del Sars-Cov2 era stata votata a maggio 2020 da 130 paesi dell'assemblea mondiale della sanità, tra cui Stati Uniti e Cina, e dopo OMS e Cina hanno trattato le condizioni per lo svolgimento delle indagini.”

L'8 ottobre 2020, il direttore del programma per le emergenze sanitarie, Mike Ryan, annuncia di avere pronto l'elenco degli esperti individuati dall'Oms da inviare a Wuhan: c'è voluto un mese e mezzo per sapere i nomi della squadra, da affiancare alla controparte cinese.

Fra loro c'è anche il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak: un esperto molto rispettato nella comunità dei virologi, ma è scandaloso – commenta Metzl, che sia membro della commissione di inchiesta dell'OMS, in quanto finanziava in modo sostanzioso la ricerca dei coronavirus dei pipistrelli dell'istituto di virologia di Wuhan, quindi in conflitto di interesse.
“Dal momento che una delle teorie da approfondire è proprio quella della fuga accidentale del virus dall'istituto di virologia, qualsiasi scienziato che sia stato coinvolto in questo tipo di collaborazioni, non dovrebbe far parte dell'indagine.” - conclude Metzl.

L'arrivo in Cina è stato bloccato per giorni, prima dell'arrivo a Wuhan il 14 gennaio: i ricercatori hanno dovuto fare due settimane di quarantena prima di iniziare a lavorare sul campo, per dare risposte alle domande iniziali, dove è partito il virus, da Wuhan o altrove? Come si è sviluppato nella città e negli ospedali?

Avevano sempre a fianco gli scienziati cinesi: “la politica era sempre nella stanza con noi, dall'altra parte del tavolo. Avevamo dovunque tra i 30 e i 60 colleghi cinesi, e molti di loro non erano scienziati, non erano del settore della salute pubblica.” ha raccontato il capo missione Oms.

Hanno visitato il mercato coperto, i centri Ac Dc e poi, il centro virus di Wuhan che da anni studiano virus come quello della Sars. L'inchiesta si ferma a Wuhan, ma una pista promettente portava fino in Laos, dove si trovano le grotte di pipistrelli dove è stato trovato il virus cugino del Sars-Cov-2 (di cui si era occupata Presadiretta nello scorso settembre).

I giornalisti dell'Associated Press sono stati bloccati dalla popolazione di quei villaggi, ad alcuni giornalisti hanno rotto le schede delle macchine fotografiche.
Cosa non si doveva vedere?

In una grotta, nel 2013, i ricercatori di Wuhan hanno trovato un virus col 95% di compatibilità col colonavirus: oggi la miniera è bloccata dalla polizia, che controlla in modo stretto la regione dello Yunnan.

C'è un ordine del governo nel non far trapelare alcuna notizia del virus, qualcosa che dovrebbe preoccupare il mondo, racconta un giornalista di AP.
Le informazioni devono essere orchestrate, sotto controllo del presidente cinese – racconta una nota del governo: c'è una forte omertà attorno a questa pandemia.

Presadiretta è venuta a conoscenza di questo virus cugino seguendo un gruppo di debunker di Twitter e intervistando la dottoressa Alina Chan: i ricercatori di Wuhan erano andati diverse volte in quella miniera, hanno trovato 9 virus potenzialmente pericolosi, molto simili al Sars-Cov-2, di cui solo uno è stato citato nel paper del centro di ricerca uscito lo scorso anno, lo RATG13.

E' importante avere le sequenze di questi virus, che oggi sono scomparsi nelle riviste e nei database pubblici, anche dal database di Wuhan.
La Cina sta nascondendo dei dati al mondo? Senza i dati del laboratorio, senza i dati presi dalle grotte del sud della Cina, nello Yunnan, non si potrà dare la risposte alle domande fatte all'inizio. Come ha fatto il virus a passare dai pipistrelli ad una città come Wuhan? L'animale intermedio ancora non è stato trovato: ai tempi di Sars-Cov-1 erano bastati due mesi per capire che l'animale trampolino era lo zibetto.

Lisa Iotti è andata a Marsiglia, al centro di ricerca, dal dottor Decroly: a Wuhan facevano ricerche per capire se i virus dei pipistrelli potessero essere trasmessi all'uomo e come, sono le indagini fatte dalla dottoressa Shi.

Ma come mai il virus non è esploso nello Yunnan dove c'erano i pipistrelli?

L'ipotesi che si fa a Marsiglia è di un virus uscito da uno dei laboratori di sicurezza, oltre a quello di virologia.
Qui lavorava Peter Daskaz, assieme alla dottoressa Shi: in un video raccontava che nel mondo circolano diversi coronavirus contro cui non possiamo essere protetti, e che si stavano facendo studi per capire se inserendo la proteina spike in questi virus si poteva manipolarli per capire se potevano attaccare l'uomo.

Esperimenti controversi, chiamati “gain of function”, non vietati ma comunque molto pericolosi se fatti in una città come Wuhan, in contatto col tutto il mondo col suo aeroporto.

Non è semplice fare un virus in laboratorio: a Wuhan hanno campionato diversi virus, lavorando nelle grotte, qualcuno potrebbe essersi infettato e aver portato il virus nella grande città, potrebbe essere successo qualcosa durante uno degli interventi di manutenzione nel laboratorio di virologia.
Dobbiamo cercare ancora le risposte a Wuhan – spiega il dottor Baric, inventore del metodo “gain of function” alla giornalista: servirebbe maggiore trasparenza dal governo cinese, ma le cose sono andate in modo diverso.

La delegazione cinese ha stabilito che il virus deriva da un animale, stessa conclusione della commissione Oms: l'ipotesi dell'incidente in laboratorio è altamente improbabile, la conclusione.

Nessun errore, nessuna manipolazione volontaria, nessuna fuga.

Ma l'istituto di virologia di Wuhan non ha pubblicato tutti i dati della loro ricerca, i ricercatori dell'Oms hanno visitato il laboratorio per sole tre ore, non hanno fatto alcuna ispezione. Se in Cina hanno nascosto qualcosa, l'Oms non lo scoprirà mai: è stata una indagine politica, fatta in modo congiunto tra Pechino e Oms, non è stata affatto una indagine terza.

Dopo queste conclusioni, il numero due dell'OMS ha fatto una dichiarazione pubblica, mettendo le mani davanti, ovvero che L'Oms non ha poteri investigativi: come possiamo fidarci del report finale della commissione Oms?
Il segretario di stato americano, Blinken ha criticato fortemente questo rapporto, parlando di una manina cinese che ha condizionato la tesi finale (la genesi animale).

La crescita dell'aviaria.

Lisa Iotti e Andrea Vignali hanno seguito il viaggio degli uccelli migratori nel mare del nord, nel parco di Wadden. Qui i ricercatori hanno trovato carcasse di uccelli morti, per aviaria: dopo anni sta tornando questa pandemia, di cui ancora se ne parla ancora poco.

E questo virus è entrato in contatto anche con gli allevamenti industriali, in Danimarca e in Germania, uccidendo cigni e polli, dove gli allevatori hanno dovuto abbatterli per prevenire la pandemia.

I virus dell'aviaria sono estremamente contagiosi, si trasmettono nell'acqua dove galleggiano o per contatto diretto o attraverso le deiezioni. Nei volatili più deboli o nelle specie meno resistenti i virus ad altra patogenicità attaccano tutti gli organi: Lisa Iotti è andata al centro di ricerca dei virus di Copenaghen dove gli scienziati stanno indagando sulle sequenze dei virus influenzali che hanno ucciso i volatili.

Quando abbiamo analizzato il primo uccello trovato morto l'ottobre scorso non sospettavamo che fosse influenza aviaria ” spiega Charlotte Hjulsager dello Statens Serum Institute “in passato avevamo avuto focolai di virus ad alta patogenicità, ma era un virus diverso e non avevamo trovato così tanti volatili infetti. Inoltre non c'erano stati contagi negli allevamenti domestici. Stavolta, questo particolare virus che sta girando, di tipo H5N8, non l'avevamo mai visto prima, sembra essere molto aggressivo. Adesso la nostra grande preoccupazione è che quando ci sono così tanti uccelli selvatici che si infettano e muoiono, è molto facile che il virus passi agli allevamenti domestici e questa cosa avrà un impatto enorme non solo sulla produzione, ma anche sul mercato internazionale, perché vengono vietate le esportazioni.”

Come un'onda, racconta Lisa Iotti, il virus dell'aviaria ha continuato a viaggiare lungo le rotte degli uccelli migratori: l'istituto zooprofilattico delle Venezie (il centro di referenza per l'aviaria) ha generato una mappa della diffusione del virus, correlando i luoghi di ritrovamento di volatili infetti con gli allevamenti industriali contagiati, in tutto si parla di 1700 focolai.

Calogero Terregino, direttore del centro di referenza europeo per l'aviaria racconta che già a luglio, con la commissione europea e l'EFSA e con l'ACDC di Stoccolma avevamo emanato un comunicato in cui si spiegava che stava succedendo nuovamente quello che era capitato nel 2015-2017, ossia un'alta circolazione di virus nell'est asiatico, nella Russia meridionale che si rifletteranno in un numero di casi nel domestico con l'emigrazione.

Tra il 2016 e il 2017 il virus dell'aviaria aveva portato ad una soppressione di animali per milioni di capi, comportando un danno per 400 milioni.

Nel 2020 il virus, molto virulento, è tornato: in Francia per esempio, ha distrutto tutti gli allevamenti delle oche per il Foie Gras nel gennaio scorso.

Sono scoppiati oltre 400 focolai, così il governo ha dovuto abbattere buona parte dei capi, negli allevamenti: la filiera era già stata messa in ginocchio nel 2016, nonostante le misure di precauzione messe in atto (capannoni per tenere separate le oche dagli animali selvatici), in questa regione, il virus ha colpito nuovamente e in modo veloce, il virus ha viaggiato a 3km alla settimana.

Come si può fermare questo virus? Si torna sempre agli allevamenti intensivi e al virus dell'aviaria H5N1 che si era diffuso nel mondo una quindicina di anni: sono virus con un tasso di mutazione alto, che si ricombinano facilmente tra di loro quando colpiscono un animale, creando nuovi sottotipi virali che sfuggono ai vaccini.

E dai polli, il virus ha iniziato ad attaccare gli uomini: sono state 862 le persone contagiate dal virus nel mondo, il 50% di queste sono morte.

Già nel 2019 l'OMS aveva avvertito che una mutazione dell'aviaria avrebbe potuto scatenare una pandemia che avrebbe poi portato alla morte di milioni di persone.

Occorre monitorare i virus dell'aviaria, capire la loro patogenicità, se possono creare problemi per l'uomo: una zona dove fare queste ricerche è la laguna del Veneto, dove lavorano i ricercatori dell'istituto zooprofilattico.

Ma anche gli allevamenti intensivi sono monitorati, specie se entrano in contatto con animali selvatici: tutti gli allevamenti sono mappati e geolocalizzati, nessuno può entrare nei capannoni se non autorizzato e bardato, come fosse una base militare.

Nel pianeta uccidiamo 85 miliardi di polli e galline, non è possibile controllare tutti questi animali: a partire dal 1970 il numero di animali allevati ha avuto una crescita quasi esponenziale, perché abbiamo fame di carne e il pollame ha un costo di produzione basso.

Animali fatti crescere in allevamenti intensivi, fatti crescere in poche settimane e poi mandati al macello. Polli broiler, perfetti per l'industria alimentare, ma delle anomalie dal punto di vista delle proporzioni: un petto sproporzionato e gambe lunghe, tanto da non consentire ad alcuni di loro di rimanere in piedi.

Un modello efficiente per l'industria, che consente ampi margini di profitto, un basso costo per noi consumatori, ma che ha anche un costo sull'ambiente e sulla salute.

Dentro questi allevamenti possono svilupparsi malattie, un luogo dove selezionare agenti patogeni, racconta Rob Wallace biologo.

Gli allevamenti industriali non hanno nulla di sicuro” - spiega alla giornalista il biologo: la biosicurezza tanto sbandierata dalle industrie vale solo sulla carta, i virus che ci stanno colpendo non sono colpa degli animali selvatici, ma degli animali allevati che si muovono tra i vari paesi, ricombinandosi.

L'influenza suina

La prima pandemia di questo secolo è stata quella suina, H1N1, si era estinta nel 2010, da sola, ma ora sta ritornando: anche questa è derivata dagli allevamenti intensivi, poche razze cresciute in spazi ristretti, con gli animali stipati.

Oggi abbiamo in giro nuovi virus che sono combinazione di quelli dei suini con quelli degli umani, molto più pericolosi perché pre-adattati agli uomini, dunque possono attaccarlo più facilmente.

Queste nuove combinazioni di virus sono un problema che riguarda tutto il mondo, anche l'Italia: gli allevamenti intensivi sono il paradiso di questi virus, dovremmo ridurre il consumo di carne e cambiare radicalmente modello di allevamento se vogliamo invertire la rotta.

Le immagini di questi allevamenti, dove gli animali crescono al buio, vivi e morti a fianco, sono un pugno nello stomaco.

Come anche le immagini degli allevamenti di visoni in Danimarca: qui le persone sono state contagiate dai visoni ma anche gli uomini hanno infettato i visoni, un sistema dove il virus si ricombinava in forme sempre più difficili da affrontare.

In Danimarca si stava creando una mutazione che avrebbe resistito ai vaccini e questo ha portato alla decisione di chiudere tutti gli allevamenti e abbattere i capi (in fosse vicino alle case..).

In Italia le attività negli allevamenti italiani di visoni sono sospese, e poi? E che succederà se il virus muta e si diffonde in più specie selvatiche?

Lo studio Predict, finanziato dal governo americano, ha cercato di capire come fermare la minaccia di nuove pandemie, quali virus sono in circolazione, campionando gli animali in natura: sono stati testati 160mila animali, hanno identificato nuovi virus e ora l'obiettivo è avere un mappa dei 1,6 milioni di virus che un giorno potrebbero portare ad una nuova pandemia. Ma un nuovo atlante globale dei virus serve veramente?

Ci sono due scuole di pensiero su questo punto: secondo il biologo Holmes è impossibile predire nuovi virus, dobbiamo concentrarci sulle persone che vivono a contatto con la fauna selvatica e sorvegliare queste persone, in modo globale.

Sarà costoso, ma sempre molto meno rispetto al costo della pandemia.

Ripensare i modelli di allevamento. Monitorare i virus negli animali e le persone che vivono in zone a contatto con questi. Trasparenza e diffusione nei dati. E, soprattutto, smetterla di pensare che tutto sia finito coi vaccini.


29 marzo 2021

Anteprima di Presadiretta – anatomia di un complotto

Come si è originato il Sars-Cov2? Come ha fatto a passare dalle grotte dei pipistrelli nello Yunnan alla grande metropoli di Wuhan? Qual è l'animale che ha fatto da serbatoio per questo spillover? Sono questi gli interrogativi a cui cercherà di rispondere l'ultima inchiesta di questa stagione di Presadiretta.

Sono domande cui la comunità scientifica, ad un anno dalla pandemia, non è ancora riuscita a dare una risposta. Non c'è nemmeno riuscita la speciale delegazione dell'OMS inviata a Wuhan nel gennaio del 2021 anche perché le strette regole d'ingaggio imposte dalla Cina hanno impedito sul nascere una vera e propria investigazione indipendente.



L'inchiesta dell'OMS sulla pandemia del Covid era attesa da un anno ed è stato il frutto di una lunga negoziazione fra Ginevra e il governo cinese, i termini dell'accordo sono stati stabiliti nel giugno 2020, in nove pagine dove sono fissati i tempi e modalità su chi, come e cosa si potrà indagare a Wuhan, la ground zero del coronavirus.

Purtroppo” - racconta Jamie Metzl consulente dell'OMS alla giornalista Lisa Iotti - “la Cina ha chiesto e ottenuto il potere di veto sulla nomina dei membri della commissione d'inchiesta. E ha ottenuto il potere di svolgere lei l'indagine vera e propria e presentare agli investigatori dell'OMS le sue conclusioni.”

Nell'accordo è scritto che l'OMS potrà commentare ma non duplicare gli studi esistenti, ovvero potrà solo utilizzare i dati forniti dagli scienziati cinesi: “l problema è che l'organizzazione è in gran parte controllata e quasi interamente finanziata dagli Stati e così, in un momento storico come questo, l'OMS si trova nella posizione delicata di dover indagare sull'operato degli stessi Stati che la finanziano. L'indagine sull'origine del Sars-Cov2 era stata votata a maggio 2020 da 130 paesi dell'assemblea mondiale della sanità, tra cui Stati Uniti e Cina, e dopo OMS e Cina hanno trattato le condizioni per lo svolgimento delle indagini.”

L'8 ottobre 2020, il direttore del programma per le emergenze sanitarie, Mike Ryan, annuncia di avere pronto l'elenco degli esperti individuati dall'Oms da inviare a Wuhan: c'è voluto un mese e mezzo per sapere i nomi della squadra, da affiancare alla controparte cinese. Fra loro c'è anche il presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak: un esperto molto rispettato nella comunità dei virologi, ma è scandaloso – commenta Metzl, che sia membro della commissione di inchiesta dell'OMS, "in quanto finanziava in modo sostanzioso la ricerca dei coronavirus dei pipistrelli dell'istituto di virologia di Wuhan, quindi in conflitto di interesse. Dal momento che una delle teorie da approfondire è proprio quella della fuga accidentale del virus dall'istituto di virologia, qualsia scienziato che sia stato coinvolto in questo tipo di collaborazioni, non dovrebbe far parte dell'indagine".

Ci sono stati così tanti conflitti di interesse che è come se il presidente dell'Iran fosse stato a capo di una commissione di inchiesta sul nucleare – è il giudizio di Bruno Canard, direttore al CNRS a Marsiglia: “è difficile fare una ricerca obiettiva sulle origini di questa pandemia quando ci sono di mezzo così tanti interessi e un'intromissione così forte da parte delle autorità cinesi. Se non puoi analizzare i dati grezzi ma solo quelli già elaborati.”

Così, aggiunge il professor Colin Butler dell'Australian National University, “è stata fatta un'indagine falsa, un esercizio di propaganda politica che potrebbe mettere molto in imbarazzo l'OMS nel futuro, perché questa pandemia è la più grande crisi di salute pubblica del secolo.”

Del resto Peter Ben Embarek, il capo missione, ha confermato che il controllo politico sull'OMS da parte della Cina era stato asfissiante: “la politica era sempre nella stanza con noi, dall'altra parte del tavolo. Avevamo dovunque tra i 30 e i 60 colleghi cinesi, e molti di loro non erano scienziati, non erano del settore della salute pubblica.”

Il passaggio pipistrello – ospite intermedio- essere umano è la spiegazione più probabile, ma abbiamo cercato questo animale intermedio per un anno e non abbiamo trovato, quindi dobbiamo ora chiederci, questa è ancora l'ipotesi più probabile?” - Filippa Lentzos esperta di biosicurezza al King's College di Londra.

Lisa Iotti le ha chiesto se, a questo punto, sia ancora possibile scoprire da dove arriva questo virus: “se mi chiede se sia possibile scientificamente, si. E' possibile politicamente? No.”

L'unica costa certa in questa storia è che i ricercatori cinesi hanno campionato in un anno migliaia di animali ma l'animale che ha fatto da serbatoio per lo spillover non si è trovato – racconta Riccardo Iacona nell'anteprima. Questo è un bel problema anche per il contrasto alle future pandemie: mentre siamo tutti concentrati sul Sars-Cov2, ha ripreso forza l'aviaria, che sta colpendo in mezzo mondo la fauna selvatica e il pollame d'allevamento.

Si è rifatta viva anche la febbre suina che ha provocato la prima pandemia del 21esimo secolo: “guardo la produzione industriale come il modo perfetto per selezionare gli agenti patogeni più letali possibili” - commenta Rob Wallace biologo e evoluzionista - “negli ultimi due decenni le versioni più pericolo dell'influenza aviaria e suina sono emerse negli allevamenti industriali.”

I virus dell'aviaria sono estremamente contagiosi, si trasmettono nell'acqua dove galleggiano o per contatto diretto o attraverso le deiezioni. Nei volatili più deboli o nelle specie meno resistenti i virus ad altra patogenicità attaccano tutti gli organi: Lisa Iotti è andata al centro di ricerca dei virus di Copenaghen dove gli scienziati stanno indagando sulle sequenze dei virus influenzali che hanno ucciso i volatili.

“Quando abbiamo analizzato il primo uccello trovato morto l'ottobre scorso non sospettavamo che fosse influenza aviaria ” spiega Charlotte Hjulsager dello Statens Serum Institute “in passato avevamo avuto focolai di virus ad alta patogenicità, ma era un virus diverso e non avevamo trovato così tanti volatili infetti. Inoltre non c'erano stati contagi negli allevamenti domestici. Stavolta, questo particolare virus che sta girando, di tipo H5N8, non l'avevamo mai visto prima, sembra essere molto aggressivo. Adesso la nostra grande preoccupazione è che quando ci sono così tanti uccelli selvatici che si infettano e muoiono, è molto facile che il virus passi agli allevamenti domestici e questa cosa avrà un impatto enorme non solo sulla produzione, ma anche sul mercato internazionale, perché vengono vietate le esportazioni.”



Come un'onda, racconta Lisa Iotti, il virus dell'aviaria ha continuato a viaggiare lungo le rotte degli uccelli migratori: l'istituto zooprofilattico delle Venezie ha generato una mappa della diffusione del virus, correlando i luoghi di ritrovamento di volatili infetti con gli allevamenti industriali contagiati, in tutto si parla di 1700 focolai.

Calogero Terregino, direttore del centro di referenza europeo per l'aviaria racconta che già a luglio, con la commissione europea e l'EFSA e con l'ACDC di Stoccolma avevamo emanato un comunicato in cui si spiegava che stava succedendo nuovamente quello che era capitato nel 2015-2017, ossia un'alta circolazione di virus nell'est asiatico, nella Russia meridionale che si rifletteranno in un numero di casi nel domestico con l'emigrazione.

C'è sempre la mano dell'uomo nella diffusione dei virus e solo noi possiamo invertire la rotta, questo ci insegna la pandemia che ci tiene ancora sotto scacco”, è il commento conclusivo di Iacona.

Farsi le domande e darsi le risposte non significa essere complottisti, ma ci aiuterà ad affrontare meglio le prossime epidemie.

Sul sito de La Stampa potete leggere una anticipazione del servizio di questa sera:

PresaDiretta è riuscita a intervistare uno dei membri della squadra di esperti, Dominic Dwyer, microbiologo dell’Università di Sidney, e a ricostruire con testimonianze esclusive e documenti inediti cosa è successo durante i 27 giorni della missione in Cina dell’Oms.
“E’ stata una visita molto veloce – dice Dominic Dwyer a Lisa Iotti -. Se ci sono informazioni nascoste che non ci hanno dato ovviamente non le conosciamo. Come potremmo saperlo se non ce lo dicono? In quello che abbiamo visto, non abbiamo visto alcuna prova dell'esistenza di un problema. Ma se non ci hanno detto tutto, come potremmo saperlo?”
Una indagine, quindi, che si è conclusa con altre domande.
“Naturalmente in Cina sono tutti molto sensibili sull'argomento”, aggiunge Dwyer.
“L’attenzione politica intorno a questi temi è forte”.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

28 marzo 2021

Da quanto tempo non piangi, capitano De Nittis? – di Paolo Regina

 


Un tostapane. Di quelli vecchi, in metallo pesante, che si usavano un tempo. Avete mai ucciso un uomo con un tostapane? Io l’ho fatto. Un colpo secco dietro al “coppino”, come si dice da queste parti. Non è che volessi proprio ammazzarlo, ma ero fuori di me. Ho questo difetto. Se non ottengo subito quello che voglio, perdo la testa. [..] E con lui ho avuto fin troppa pazienza. Ne va della mia vita e dei miei sogni. Ha fatto male a parlarmi a quel modo.

Dopo l'indagine sulla morte di un antiquariato, quella sulla morte del cardinale di Ferrara, Paolo Regina ci racconta una nuova indagine sul capitano della guardia di Finanza Gaetano De Nittis. Un uomo del sud che si è ritrovato per lavoro a Ferrara, una città a misura d'uomo, che gira in sella alla sua Bianchi, dove è riuscito a ricostruirsi un suo spazio: non ci sarà il sole e il caldo della sua Puglia, anzi questo autunno ha già fatto capire che l'estate è ben finita. Ma un po' di sole lo si può trovare dalla Nives al Tugnìn, “il grande chiosco art déco in vetro e metallo a ridosso del castello estense”.

Il cambio di canovaccio sulla titolazione è significativo, il titolo è preso da un passaggio del libro, un passaggio importante e molto intimo tra l'uomo De Nittis e una adolescente in un momento fragile della sua vita. Dove quelle fragilità possono diventare crateri dentro cui sprofonda tutta la tua esistenza.

In questo terzo capitolo, De Nittis dovrà seguire ben tre diverse casi, di cui il primo nemmeno da titolare e che riguarda la morte di un ristoratore molto noto in città, Otello Squarzanti, il cui cadavere viene trovato in un sacco, senza testa, in una piazzola che funge da deposito di materiale edilizio e dove fino a poche ore prima erano presente i carri di una famiglia di giostrai.

Non si trattava di un semplice sacco della spazzatura. Quelli non hanno braccia e gambe. Né piedi nudi e lividi inzuppati d’acqua. Fece un salto all’indietro e gridò: «Aziz, agh’è un mort chi. Ed è senza testa!».

L'indagine è affidata ai carabinieri: il comandante territoriale lo dice in modo chiaro al capitano Cuviello, quella è l'ultima occasione per dimostrare di essere capace di fare il suo lavoro, dopo tutti i passi falsi nel passato. O risolve l'indagine oppure verrà trasferito.

Cuviello rappresenta la summa dell'ufficiale raccomandato (ma è un profilo che andrebbe a pennello anche a tante persone), dunque supponente perché pensa che gli scatti in carriera sia merito delle sue capacità, che gli errori siano colpa dei suoi sottoposti e con un irritante intercalare “Cioè a dire”, preso in prestito da Loriano Macchiavelli dai suoi romanzi con Sarti Antonio, che trovano spazio in un piccolo cameo

.. teneva le riviste di musica e il libro che stava leggendo: 33 indagini per Sarti Antonio. Adorava quel personaggio. Trasandato, colitico, sfigato. Un poliziotto normale, non come i supereroi del cinema.

Non avendo capacità investigative, Cuviello si ferma ai pregiudizi, alla soluzioni scontate: l'assassino? Sarà colpa degli “zingari”, che ora se ne sono scappati via, avranno ucciso il ristoratore in un loro rituale barbaro.

«De Pa’, secondo te non sono stati gli zingari, vero?» «Signornò. Non sono stati loro.» «E chi cazzo è stato? Era così comodo… Sono selvaggi e violenti. E ladri!»

Lasciamo per un momento da parte Cuviello e i suoi pregiudizi. Nella stessa mattina dove l'autunno ha deciso di fare visita alla città, con tutti gli sbalzi d'umore per uno come De Nittis, nel parco comunale incontro un'adolescente che, ad un tratto, tira fuori un coltello e compie il gesto di pugnalarsi. Fa solo in tempo a fermarla, il capitano, perché la ragazza scappa via.

Arrivato in caserma, De Nittis riceve dal suo comandante un nuovo incarico: dovrà fare da servizio di vigilanza durante un concerto che si terrà alla biblioteca Ariostea, dove una famosa violinista si esibirà con un violino storico, un celebre Guarnieri del Gesù, di proprietà della famiglia Picenardi, poi passato nelle mani del ras fascista di Cremona Farinacci.

Il violino era stato ritrovato eseguendo dei restauri in un palazzo di proprietà di un architetto di Cremona: dopo averlo fatto restaurare, ha deciso di concedere l'uso del violino per un tour, la cui prima tappa sarà appunto Ferrara. De Nittis dovrà controllare l'incolumità di quel violino dal valore inestimabile.

Ma, purtroppo, le cose non vanno nel verso giusto: forse perché al concerto è distratto dalla presenza della bella Nives, la proprietaria del Tugnin, la cosa più vicina ad una amica assieme al giornalista amico Bonfatti, qualcuno la fa sotto il naso al capitano, rubando il violino.

..entrarono due uomini con la divisa della società di trasporto valori. «Siamo venuti a ritirare il violino.» «Oh merda!» fu l’unica cosa che il capitano riuscì a dire prima di precipitarsi fuori.

Non è solo per il valore dello strumento, è soprattutto per la delusione di essersi fatto fregare sotto il naso che spinge De Nittis e la sua squadra a cercare gli autori del furto, che sono stati abili a far sparire le tracce, ma non altrettanto a nascondere la scia che si sono lasciati dietro e che porta il capitano fino a Cremona, la città dove è stato scoperto il violino, dove è stato rubato il furgone usato dal finto portavalori e dove sembra che sia stato ideato il colpo. Qui si farà aiutare da una collega, che lo metterà in contatto con i protagonisti di questa storia: l'architetto, il socio con cui aveva litigato, il perito che ha eseguito i restauri. Un mondo lucido e brillante visto da fuori.

.. ho l’impressione che Cremona le assomigli molto. Tanti borghesi con la puzzetta sotto al naso che hanno spesso il culo sporco. Scusa il francesismo. E oggi mi è sembrato che quasi tutti ci abbiano fatto vedere solo il salotto buono, omettendo di mostrarci i bacarozzi in cucina.

Ma non dimentichiamoci di Cuviello e dell'assassinio del ristoratore. Incapace di risolvere il caso e non trovando nessuno a cui affibbiare tutte le colpe, l'unica soluzione per evitare l'umiliante trasferimento, è chiedere aiuto all'ultima persona a cui avrebbe mai pensato. Proprio quel De Nittis con cui il capitano dei carabinieri si era scontrati nel passato.

«De Ni’, il fatto è che sono nella merda.» Fece una lunga pausa per riordinare le idee. «Sicuramente hai saputo dell’omicidio di Squarzanti e della morte del figlio.

Che fare, lasciare Cuviello affogare nei suoi problemi, col rischio che magari a pagare le spese della sua incompetenza si trovi un innocente (come stata succedendo con Bonfatti, nel caso del cardinale)?
Oppure dargli una mano, di nascosto dai capi?
De Nittis è un ufficiale fuori dagli schemi ma soprattutto una persona incapace di dare colpi bassi e così decide, una volta sbrigliata la matassa a Cremona, di occuparsi anche del delitto Squarzanti.

Partendo dalla famiglia del morto, i suoi due figli, con la passione della cucina anche loro, dal passato della vittima (che da giovane era andato a Londra a cercar fortuna).

Non bisogna cercare lontano per capire il perché di quella morte, è un qualcosa che parte da un antico rancore, covato per anni e che all'improvviso è scoppiato contro una persona mite e amata da tutti come il ristoratore. Ce lo dice anche l'assassino stesso, i cui pensieri si alternano alle pagine dove si svolge tutta la storia

Avrei voluto fare psicologia all’università. Invece ho ammazzato qualcuno.

[..]

Ora so solo questo. Che non potrò mai più dormire una notte intera. Che non potrò mai più ridere di cuore. E che ho amato a costo dell’amore.

Infine, la storia di Chiara: è lei l'adolescente incontrata da De Nittis all'inizio, in quella fredda mattina autunnale nel parco.

Perché un'adolescente decide di infliggersi delle pene, di farsi dei tagli alle braccia per punizione. Che dolore si porta dentro?

«Da quanto tempo non piangi, capitano De Nittis?» Anche la sua voce era piena di graffi. 
«Da quando è morta mia madre.» 
«Beato te. Io ho ascoltato l’ultimo respiro della mia e non ho provato niente.

E' una storia che parla di abbandono, di quelle fragilità dei ragazzi che rischiano di essere manipolati da menti criminali, che li spingono in giochi sempre più autolesionistici, per dimostrare di essere qualcuno, non un nulla qualsiasi.
Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di SEM

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25 marzo 2021

Il contrappasso dantesco

Un mio pensiero nel giorno dedicato a Dante, il sommo poeta dell'amore angelicato e autore della Comedia, il lungo viaggio dagli inferi al paradiso, raccontato in terzine.

Quello che mi aveva più colpito dell'Inferno è il contrappasso dantesco: quello che hai fatto di male in vita, ti si rifletterà contro dopo morto, in una pena eterna.

Chi si è lasciato andare alla lussuria verrà preso da un vento che non ha fine che non lo lascerà mai fermo.

Gli ignavi, rimarranno ignavi e ignoti anche dopo morti.

Mi aveva colpito anche la delicatezza con cui Dante raccontava alcune anime "particolari", come Paolo e Francesca, anime dannate perché peccatrici, ma lasciate una accanto all'altra.

Facciamo un gioco: che pena dovranno scontare alcuni dei nostri noti contemporanei?

I produttori di armi, a cui Presadiretta ha dedicato la scorsa puntata, saranno condannati a rinascere in curdistan, in Yemen o in Somalia.

I sovranisti, quelli del "prima gli italiani", basta con l'invasione degli immigrati, nasceranno in un sperduto paese della Nigeria. O del Senegal, scegliete voi.

I senatori toscani sponsor del rinascimento arabo saranno costretti a rinascere donna in quel paese dove i diritti umani e civili sono fermi a ben prima del rinascimento.

E poi, sbizzarriamoci, i ruffiani adulatori di corte, costretti a leccare il retro dei francobolli come Fantozzi col dottor Riccardelli.

I fautori del liberismo, del lavoro senza regole, avranno una pena come fattorini a cottimo.

I negazionisti del covid, costretti a rimanere tutta la vita in mezzo ad una folla di sputazzatori infetti.

E qui mi fermo per non esagerare troppo. Oggi è il giorno dedicato a Dante, ma ogni giorno è buono per leggere Dante e non solo l'Inferno (anche se lì si fanno gli incontri più interessanti).

23 marzo 2021

Presadiretta – la dittatura delle armi

Al centro del racconto di Presadiretta il mondo delle armi, chi le produce e chi le compra. E le ragioni geopolitiche dietro questo mondo, poco trasparente per natura.

Un altra puntata interessante, dopo quella sulla ndrangheta, che ha suscitato qualche polemica nel mondo forense calabrese: non va sottovalutata la mafia, non va lasciata sola la gente calabrese, i giornalisti che parlano delle ndrine.

L'Italia ripudia la guerra ma spende miliardi in armi e le vende in tutto il mondo: una volta erano le mine della Valsella, oggi sono le mine, più gli elicotteri, i carri, le bombe e le navi.

Le armi sono un settore strategico, lo scorso marzo le aziende di questo settore sono rimaste aperte perché la politica le ha considerate strategiche.

I ministri del Mise e della Difesa hanno scritto una lettera ai vertici dell'industria militare dove chiedevano a loro di scegliere cosa tenere aperto e chiuso.

Nei mesi in cui il virus ci attaccava, il governo si prendeva cura di questo settore: la lettera è arrivata all'ex deputato Crosetto, fondatore di Fratelli d'Italia.

“E' stata chiusa al 50% la parte produttiva ” ha spiegato alla giornalista “oltre al lockdown di tutta la parte amministrativa.” Ma lo stato ha fatto decidere alle aziende: “è stato un accordo fatto coi sindacati all'interno dei codici Ateco che il governo ha reputato fondamentali.”

Nella lettera i due ministri ribadiscono l'importanza fondamentale del settore che si è deciso di tutelare il settore: “le aziende hanno lavorato per le forze armate che si muovono su mezzi che hanno bisogno di manutenzione, hanno bisogno di elicotteri, c'era bisogno di mantenere aperte quelle aziende per mantenere i contratti che altrimenti sarebbero caduti.”

Il settore militare italiano viene sempre privilegiato? “l'industria delle difesa viene privilegiata in tutti gli stati.”

Nel documento programmatico per la spesa tra il 2020 e il 2022 sono contenute le spese per il settore della difesa, con i sistemi d'arma che intendiamo comprare: fino al 2025 nuovi aerei per 11 miliardi, navi e sottomarini per 4,1 miliardi di euro, elicotteri per 2 miliardi, blindati 1,5 miliardi.

Anche aerei spia americani modificati da una società americana per fare attività di spionaggio, che pagheremo in tre tranche, la prima rata è di 1,3 miliardi.

Con l'ultima legge di bilancio del 2020, il bilancio della difesa è passato da 22 a 24 miliardi: il giornalista Francesco Vignarca ha commentato questa scelta: almeno 6 miliardi di euro sono spesi per nuovi bombardieri, nuovi carri armati, nuovi elicotteri: miliardi che potrebbero essere utilizzati per la scuola, per la sanità: “si acquistano sistemi d'arma eccedenti le necessità e in alcuni casi come si è visto per i blindati acquisiti nel decennio scorso, vengono parcheggiati e cannibalizzati per quei mezzi che non si riescono ad aggiustare perché non ci sono soldi.”

Lo spreco è testimoniato dal cimitero dei carri armati nella provincia di Vercelli: ma i soldi della difesa non bastano più, per le armi prendiamo soldi dal ministero delle finanze, per finanziare missioni all'estero e nuovi acquisti e così scopriamo che il 25% dei fondi strategici pluriennali sono destinati alla difesa, mentre la sanità si prende solo l'1,25%: veramente pensiamo che gli armamenti sono così importanti?

Un sottomarino nucleare costa come 9280 ambulanze, un caccia f35 costa come 3244 posti letto in terapia intensiva: ne abbiamo comprati 90 esemplari, un programma di acquisto tra i più costosi nella storia italiana.

LA spesa totale per gli F35 costerà 18 miliardi di euro, ogni governo fino ad oggi ha scelto di andare vanti nel programma.

Non ci sono penali da pagare, chi lo sostiene mente al paese: tanti politici sui caccia f35 hanno cambiato idea con un voltafaccia ipocrita, da Bersani a Renzi.

Sulle spese militari la politica si convince sempre, nonostante i costi aumentati, nonostante le consegne in ritardo: l'ex generale Tricarico, di fronte alla domanda dei costi del caccia f35 si è messo a ridere. Dovremmo spendere di più secondo il generale, che forse non sa che la spesa militare è da anni in crescita. Spese che non danno ritorno in posti di lavoro, spese che non hanno dietro esigenze strategiche, come l'acquisto voluto dall'ex ministra Pinotti per i droni della Piaggio. Spesa fatta per una questione di immagine.

Ma allora, compriamo armi per la nostra sicurezza oppure per l'immagine delle aziende private che le producono? E poi, come mai vendiamo armi a paesi come l'Egitto e l'Arabia?

Il 3 febbraio 2016 a Il Cairo fu ritrovato il corpo di Giulio Regeni, sparito giorni prima: sul suo corpo il segno della tortura, fatta dai servizi segreti egiziani, “il dizionario delle torture” lo chiama la madre di Giulio.

Tutti sanno cosa è accaduto a Giulio, tutti i politici a parole dicono di voler arrivare alla verità su Giulio, di voler arrivare ai responsabili. Ma solo a parole: dal governo Renzi al governo Conte, la ragione di stato ha sempre fermato la volontà di fare giustizia.

L'Egitto ha sempre protetto i servizi, depistando le indagini, uccidendo testimoni: la procura di Roma accusa 4 ufficiali della sicurezza egiziana, hanno scoperto anche che Regeni fu venduto da un venditore ambulante ai servizi egiziani, arrestandolo il 25 gennaio per portarlo nell'edificio sede della security a Il Cairo.

Un'attivista egiziano di We Record, scappato alle torture, ha raccontato a Giulia Bosetti del suo incontro con Giulio Regeni: si diventa un numero nelle carceri egiziane, quando si entra in queste strutture, dove le persone sono numeri, così è più facile ucciderli.

Il dittatore Al Sisi sa proteggere i suoi uomini, sa premiare chi fa quadrato attorno ai segreti del regime: Al Sisi sapeva dell'arresto di Regeni, perché riguardava un cittadino italiano, un paese con cui l'Egitto aveva e ha forti rapporti commerciali.

Dal 2016 al 2018 l'Italia ha smesso di vendere armi all'Egitto: nel 2018 le dotazioni per le forze si sicurezza vengono però sbloccate.

L'anno della svolta è proprio il 2018: a Il Cairo arriva un nuovo ambasciatore, inviato dal governo Gentiloni e pochi mesi dopo, arrivano i ministri del governo Conte freschi di nomina, tra cui il ministro Salvini, il primo ad incontrare il presidente Al Sisi, nel luglio 2018.

Ad agosto è il turno del ministro degli esteri, Enzo Moavero, poi tocca al ministro del lavoro Di Maio: tutti in fila per incontrare premier e ministri del governo egiziano.

L'ultimo è stato il presidente Conte, a novembre 2018, che parlava di un dialogo costante col presidente Al Sisi per arrivare ad una verità giudiziaria ..

Nonostante tutte queste visite, il governo italiano non ottiene la verità sulla morte di Giulio Regeni, ma ottiene altri accordi per la vendita delle armi.

Dal 2019 – lo racconta Erasmo Palazzotto, presidente della commissione sulla morte di Regeni – l'Egitto è il primo paese verso cui l'Italia esporta le armi e nel 2020 questo record viene superato, aumentando il volume d'affari, parliamo di cifre pari a 900 milioni di euro nel 2019 e nel 2020 col contratto di fornitura per le due fregate Fremm, un rapporto che per i prossimi anni porterà a vendite per 10 miliardi di euro.

Le due fregate Fremm costruite da Fincantieri, società partecipate dal Tesoro, sono state adattate per gli egiziani, coi sistemi di controllo di Leonardo, ex Finmeccanica, con una partita che è costata 1,2 miliardi di euro. La prima fregata parte per l'Egitto a Natale, quasi di nascosto.

Vendere armi all'Egitto è una cosa normale? Secondo Crosetto ci si muove secondo i confini dati dalla politica. Il problema è se uno vuole avere rapporti con paesi come l'Egitto – sono parole dell'ex sottosegretario – non gli vende le armi e nemmeno i formaggini.

Ma la questione Egitto era così scottante che è stata gestita direttamente da Conte e da Di Maio: un aiuto per la propria industria, è sempre il generale Tricarico a parlare, perché tutti i paesi difendono i loro prodotti.

Ma questo è un tradimento nei confronti dei genitori di Giulio Regeni: l'Egitto è il più grande acquirente di armi per il nostro paese.

E' tutto collegato: Al Sisi e l'Italia sono legati, l'Egitto ha comprato la nostra inerzia nella ricerca della verità con le concessioni per il gas estratto nel bacino davanti le sue coste, comprando le armi.

E ad ogni acquisto di armi, Al Sisi si intasca una commissione pari al 2,5% che finisce in un conto in Svizzera: non solo, i soldi per comprare le Fremm sono arrivati da un prestito arrivato dalle banche, tra cui la nostra Cassa depositi e prestiti.

E il prestito è stato garantito dalla SACE, la controllata di CDP, e dal ministero dell'Economia, grazie ad un decreto firmato dal ministro Gualtieri.

Noi abbiamo pagati interessi per 21 milioni di euro per le Fremm, che dovevano essere vedute alla marina italiana: paghiamo noi le armi per Al Sisi che, dall'altra parte, sta pagando il nostro silenzio, la nostra vigliaccheria.

Queste fregate verranno usate dal governo egiziano per presidiare il Mediterraneo orientale, dove sono presenti i bacini di estrazione del petrolio tanto cari al governo egiziano e su cui l'Eni ha firmato un accordo con Al Sisi: la geopolitica del governo egiziano coincide dunque con la politica dell'industria delle armi, nonostante il fatto che, in base alle leggi italiane, noi non potremmo vendere sistemi d'arma a paesi che non rispettano le convenzioni sui diritti umani.

L'Egitto sta investendo molto nella sicurezza, pur soffrendo una grossa crisi, per continuare ad avere una certa influenza nell'aria nordafricana.

E continuare a torturare i nemici del popolo, a far sparire le persone, a mantenere nel terrore la vita dei cittadini egiziani. Chiunque parli delle sparizioni, delle torture, fa una brutta fine.

Come successo a Patrick Zaki, in carcere dal 7 febbraio 2020: collaborava con una ONG per la difesa dei diritti umani, dei detenuti e degli omosessuali.

Arrestato dalla polizia, è stato anche lui torturato e messo in carcerazione preventiva, senza un processo, da un anno intero. Con l'accusa di propaganda eversiva.

Gli egiziano lo chiamano “riciclaggio di prigionieri”, persone arrestate e detenute per settimane, poi rilasciate e riarrestate con accuse diverse.

Cosa deve succedere perché nessuno venda armi all'Egitto: nel 2016 la commissione europea aveva provato a fare una risoluzione per non vendere armi ad Egitto e Arabia, ma poi Macron ha rotto il fronte, concedendo la Legion d'Onore ad Al Sisi. Tutti vendono armi all'Egitto, e non sono formaggini come dice Crosetto.

Ogni paese ha le sue leggi, i suoi regolamenti per vendere le armi: l'europarlamentare Neumann si sta battendo per un regolamento unico per l'export delle ami, ma molti stati membri come Italia a Francia violano questa posizione comune.

Le armi non devono finire nelle mani dei dittatori, non devono uccidere civili, dobbiamo controllare a chi vendiamo le ami.

I nostri fucili d'assalto Benelli sono stati usati in Bahrein, durante la repressione delle proteste dei civili: la vendita è continuata anche dopo che l'Unione Europea ha protestato contro le violenze sui civili nel 2015.

Anche in Birmania le persone sono uccise da pallottole italiane.

E lo stesso succede in Turchia, lo dice il lavoro del gruppo di indagine Light House: elicotteri italiani sono stati usati per colpire la popolazione curda nel 2018 e nel 2019.

Il 2019 l'Europa blocca l'export di armi verso la Turchia, dopo i bombardamenti turchi in Siria: ma l'Italia non ha mantenuto la promessa, abbiamo continuato ad inviare armi all'esercito e all'aeronautica turca, che viene usata contro la popolazione civile.

Dal 2018 l'Italia è il paese che esporta più armi alla Turchia, alla faccia delle promesse di Di Maio: un ex ammiraglio della marina turca ha raccontato alla giornalista come, con l'Italia, ci sia un progetto per un lavoro congiunto tra Italia e Turchia.

Nonostante il blocco annunciato dall'Italia, noi continuiamo a vendere armi ad Erdogan e a lavorare assieme: la Beretta possiede uno stabilimento a Turchia, Leonardo ha una sede ad Ankara e appalta i suoi modelli d'arma ad una società turca, la Onuk.

Onuk spedisce le componenti all'Italia e l'Italia vende le armi alla Turchia: nel 2019 questo paese ha importato armamenti per 3 miliardi, ma ha investito anche nella produzione di armi con aziende locali, ogni anno investe in armi 45 miliardi.

Come sono usate le armi dalla Turchia: in Siria, nel Curdistan iraqeno, perché la Turchia vuole esercitare la sua egemonia sul popolo curdo.

Egemonia esercitata grazie agli elicotteri Mangusta, prodotti in Turchia su licenza: attacchi militari che Erdogan giustifica con l'esigenza di garantire sicurezza sui suoi confini.

Giulia Bosetti è andata a vedere gli effetti di questa sicurezza, nella regione del Curdistan: sono territorio montuosi, dove la guerriglia del PKK può nascondersi.

Ma dove a morire è anche gente comune, uccisa e ferita da attacchi che colpiscono le case nei villaggi. Attacchi che lasciano a terra macerie, villaggi rasi al suolo, migliaia di civili costretti a fuggire: “le schegge delle bombe sono piovute dal cielo” racconta un sopravvissuto ad uno di questi raid turchi “ho visto mia moglie in fiamme e mio figlio a terra coperto di sangue perché era stato colpito alla testa [..] la Turchia usa le vostre armi contro noi civili, se il nostro governo non gliele vendesse non potrebbe bombardarci.”

Queste operazioni militari hanno portato allo spopolamento dei villaggi nel Curdistan, perché nessuno vuole vivere col terrore dei bombardamenti.

Con le nostre armi. Cambiano i regimi, da Saddam a Erdogan, ma a farne le spese sono i civili curdi.

Da questa situazione chi si arricchisce sono i venditori di armi: dovrebbe essere la comunità internazionale che si deve prendere cura della situazione del Kurdistan, che non ha armi nemmeno per difendersi.

E non è solo un problema di armi: noi Italia abbiamo prodotti anche le mine che sono state piazzate e mimetizzate lungo questo territorio. Mine che uccidono bambini, che strappano gambe e mani alle persone che hanno la sfortuna di incontrarle.

Altro teatro di guerra importante è quello libico: sarebbe vietato far arrivare armi alla Libia, ma ci sono traffici illegali che alimentano il conflitto libico. La procura di Genova sta indagando sui traffici di una nave libanese, arrivata in Turchia al porto di Mersin, poi scortata fino alle acque libiche che hanno accompagnato il suo carico di armi, scaricato poi nel porto di Tripoli.

Da Tripoli è poi arrivata a Genova, dove è poi partita l'indagine: il comandante ha patteggiato una condanna per traffico di armi, ma il capitano è già in Libano e non sconterà un giorno di pena.

Questo traffico d'ami, con la stessa nave libanese, è andato avanti per anni, per trasportare armi in Libia, violando l'embargo di armi, in modo sfacciato: la Turchia sta portando avanti la sua politica sul Mediterraneo, vuole conquistare il controllo nel Mediterraneo orientale.

E così alimenta una delle due fazioni che si scontrano in Libia, come fanno l'italia e la Francia.

L'Europa è più interessata alla Libia ma non ai libici, racconta l'ex inviato speciale dell'Onu Ghassam Salamé: non ci sono pene per chi viola gli embarghi per le armi, tutti i paesi occidentali vendono armi a paesi come la Giordania, che poi le mandano alla Libia.

Gli embarghi sono aggirati anche dalle licenze con cui un paese concede ad un altro di produrre sistemi d'arma.

La RWM produce armi in Sardegna, bombe poi vendute all'Arabia, che le usava contro i civili in Yemen: da un mese l'export di queste armi è bloccato.

Le armi per l'Arabia partono dal porto di Genova, dove una volta al mese attracca la nave della compagnia araba, dove viene caricata di armamenti ed esplosivi: a maggio 2019 i portuali di Genova scoprono che le navi di questa compagnia arrivano cariche di carri armati, esplosivi, elicotteri e che a Genova vengono caricati i generatori italiani Dual-Use per alimentare i droni da combattimento e artiglieria da campo da utilizzare nella guerra in Yemen che, secondo l'OCHA ha causato circa 233mila morti.

I lavoratori hanno bloccato così il carico di armi: uno di questi portuali, intervistato dalla giornalista, ha spiegato che da quel giorno hanno deciso che le armi non dovevano essere più caricate e nemmeno transitare dal porto. “Il porto è incastonato nella città, la nave che imbarca container pieni di esplosivo potrebbe essere un monito per la città di Genova che fa attraccare questa nave a cinquecento metri dalle case.”

Un altro portuale racconta che altre compagnie fanno la stessa cosa celando la merce, “i mezzi grossi vengono blindati all'interno delle stive alle quali i portuali non hanno accesso, l'elicottero non viene parcheggiato nella stiva ma è a pezzetti, da assembrare poi”.

Non vogliono lavorare con materiale che porta morte i portuali: “noi non ci sporchiamo le mani di sangue”.

Quella dello Yemen è la più grave crisi umanitaria al mondo: in questo conflitto un ruolo lo ha avuto anche l'Italia, che ha fornito armi per gli attacchi aerei ai villaggi yemeniti.

Le bombe che uccidono persone in Yemen sono prodotte in Italia: ora abbiamo bloccato l'export verso l'Arabia e il 24 febbraio scorso la procura di Roma sta indagando sulle responsabilità dei dirigenti della RWM sulle morti civili, per la violazione del diritto umanitario.

Dovremo rimettere in discussione l'export di armi anche contro la Turchia, ma l'industria delle armi vive a doppio filo con i vertici delle forze armate: spesso ex generali finiscono a lavorare per queste industrie, come nel caso di Tricarico e Carta.

Si chiama sliding doors, una situazione da conflitto di interesse che viene tollerata in Italia.

Le duecento aziende del settore delle armi non hanno mercato, lavorano solo coi soldi dello stato italiano, che ingaggiano poi ex generali ai loro vertici. E poi ci sono aziende controllate dallo stato come Leonardo.

Qualche nome di generali o politici che sono passati all'industria:

Sandro Ferracuti ex generale, prende un incarico alla Selex.

Giulio Fraticelli nel 2006 diventa presidente della Oto Melara.

De Gennaro diventa presidente di Finmeccanica.

Minniti entra in Leonardo.

Sono tanti i generali che passano poi all'industria delle armi: servirebbe un controllo su questi passaggi tra governo e industria, per far sì che il governo non sia condizionato nelle sue scelte.

Lo stato è sia controllore che esportatore di armi, in una situazione di conflitto di interesse. Non solo tutti gli investimenti in armi non portano grandi incrementi in PIL e in posti di lavoro.

Leonardo, per esempio, si è convertita al militare, ma le sue azioni sono passate da 13 a 5 euro: chi ha investito in azioni ha rimesso il suo valore.

Chi combatte il potere dell'industria delle armi, come l'ex deputato Gian Piero Scanu, ha perso la sua battaglia: ha cercato di bloccare sprechi e spese militari ma non è stato ricandidato dal PD, è stato isolato e lasciato a casa.

22 marzo 2021

Anteprima di Presadiretta – la dittatura delle armi

Come mai continuiamo a vendere le armi all'Egitto, un paese che non rispetta di diritti umani e civili e che non ci ha detto la verità sulla morte di Giulio Regeni?

Lo sapevate che anche con le nostre armi i turchi hanno bombardato i civili curdi e l'Arabia Saudita i civili dello Yemen?

L'industria delle armi non si è mai fermata nemmeno durante la pandemia e l'Italia è uno dei paesi che vende più armi al mondo. Ne vale veramente la pena?

Sono le parole con cui Iacona introduce la prossima puntata di Presadiretta, interamente dedicata al business degli armamenti

L'Italia ripudia le guerre, dice la nostra Costituzione, ma l'Italia ha a che fare con tanti conflitti nel mondo dove civili indifesi vengono uccisi: le armi sono un settore strategico dell'industria del nostro paese, lo ha anche ripetuto il ministro Guerini alla Camera dove ha ribadito che l'industria della difesa sarà da “impulso alla nostra ripresa” e chiedendo che siano messe in atto tutte le misure per tenere in piedi questo comparto nonostante l'emergenza.

Nel marzo dello scorso anno, mentre tutte le aziende si fermavano per il lockdown, mentre rimanevano aperte solo quelle essenziali, il governo italiano ha deciso che non si poteva fare a meno dell'industria militare e dei produttori di armi.

Presadiretta è entrata in possesso di una lettera scritta dal ministro dello sviluppo economico e da quello della difesa ai produttori di armi.

Su questo tema, Giulia Bosetti ha intervistato Francesco Vignarca, della rete italiana Pace e disarmo: “non ci sembra giusto che in un momento in cui per motivi sanitari tutte le attività produttive si fermano, solo la produzione di armi rimanga aperta. Come l'ha tenuta aperta il governo? Con una lettera mandata direttamente ai vertici dell'industria militare dicendo loro di scegliere, fondamentalmente, cosa tenere aperto e cosa no, quindi senza nemmeno prendersi le responsabilità di dire stai aperto per questo prodotto, stai chiuso per quest'altro prodotto.”

La lettera era indirizzata a Guido Crosetto, ex sottosegretario alla Difesa col governo Berlusconi, oggi coordinatore di Fratelli d'Italia ma anche presidente della federazione produttori di armi.

“E' stata chiusa al 50% la parte produttiva ” ha spiegato alla giornalista “oltre al lockdown di tutta la parte amministrativa.” Ma lo stato ha fatto decidere alle aziende: “è stato un accordo fatto coi sindacati all'interno dei codici Ateco che il governo ha reputato fondamentali.”

Nella lettera i due ministri ribadiscono l'importanza fondamentale del settore che si è deciso di tutelare il settore: “le aziende hanno lavorato per le forze armate che si muovono su mezzi che hanno bisogno di manutenzione, hanno bisogno di elicotteri, c'era bisogno di mantenere aperte quelle aziende per mantenere i contratti che altrimenti sarebbero caduti.”

Il settore militare italiano viene sempre privilegiato? “l'industria delle difesa viene privilegiata in tutti gli stati.”

Peccato che questo privilegio serva non alla difesa del nostro paese, delle nostre acque, ma a bombardare lo Yemen (con bombe fatte in Sardegna e che poi abbiamo venduto all'Arabia, vendita poi bloccata un mesa fa dal governo italiano). Servono ad uccidere civili curdi al confine tra Turchia e Siria o con l'Iraq.

Attacchi che lasciano a terra macerie, villaggi rasi al suolo, migliaia di civili costretti a fuggire: “le schegge delle bombe sono piovute dal cielo” racconta un sopravvissuto ad uno di questi raid turchi “ho visto mia moglie in fiamme e mio figlio a terra coperto di sangue perché era stato colpito alla testa [..] la Turchia usa le vostre armi contro noi civili, se il nostro governo non gliele vendesse non potrebbe bombardarci.”

Alla Turchia vendiamo tante armi e anche le licenze per costruire in proprio gli elicotteri da combattimento che sono le armi principali che la Turchia ha usato sui teatri siriani e del Curdistan.

L'Italia vende tanti sistemi d'arma anche all'Egitto e questo nonostante questo paese non abbia fatto nulla per consegnare alla magistratura italiana i mandanti e i responsabili della morte di Giulio Regeni e violi sistematicamente i diritti umani.

Il settore della difesa rappresenta in Italia solo lo 0,65% di tutti gli occupati, non raggiungendo nemmeno l'1% del PIL, la difesa sta a cuore a tutti, o quasi tutti i politici italiani: racconta Iacona, presentando la puntata “Nessuno ha il coraggio di tagliare le spese militari, una vera e propria dittatura delle armi, ma ci conviene veramente produrre e vendere così tante armi?”

I rapporti con l'Egitto sono stati riallacciati, dopo la morte di Giulio Regeni, nel 2018: a Il Cairo arriva un nuovo ambasciatore, inviato dal governo Gentiloni e pochi mesi dopo, arrivano i ministri del governo Conte freschi di nomina, tra cui il ministro Salvini, il primo ad incontrare il presidente Al Sisi, nel luglio 2018.

Ad agosto è il turno del ministro degli esteri, Enzo Moavero, poi tocca al ministro del lavoro Di Maio: tutti in fila per incontrare premier e ministri del governo egiziano.

L'ultimo è stato il presidente Conte, a novembre 2018, che parlava di un dialogo costante col presidente Al Sisi per arrivare ad una verità giudiziaria ..

Nonostante tutte queste visite, il governo italiano non ottiene la verità sulla morte di Giulio Regeni, ma ottiene altri accordi per la vendita delle armi.

Dal 2019 – lo racconta Erasmo Palazzotto, presidente della commissione sulla morte di Regeni – l'Egitto è il primo paese verso cui l'Italia esporta le armi e nel 2020 questo record viene superato, aumentando il volume d'affari, parliamo di cifre pari a 900 milioni di euro nel 2019 e nel 2020 col contratto di fornitura per le due fregate Frem, un rapporto che per i prossimi anni porterà a vendite per 10 miliardi di euro.

Queste fregate verranno usate dal governo egiziano per presidiare il Mediterraneo orientale, dove sono presenti i bacini di estrazione del petrolio tanto cari al governo egiziano e su cui l'Eni ha firmato un accordo con Al Sisi: la geopolitica del governo egiziano coincide dunque con la politica dell'industria delle armi, nonostante il fatto che, in base alle leggi italiane, noi non potremmo vendere sistemi d'arma a paesi che non rispettano le convenzioni sui diritti umani.

Le armi per l'Arabia partono dal porto di Genova, dove una volta al mese attracca la nave della compagnia araba, dove viene caricata di armamenti ed esplosivi: a maggio 2019 i portuali di Genova scoprono che le navi di questa compagnia arrivano cariche di carri armati, esplosivi, elicotteri e che a Genova vengono caricati i generatori Dual-Use per alimentare i droni da combattimento e artiglieria da campo da utilizzare nella guerra in Yemen che, secondo l'OCHA ha causato circa 233mila morti.

I lavoratori hanno bloccato così il carico di armi: uno di questi portuali, intervistato dalla giornalista, ha spiegato che da quel giorno hanno deciso che le armi non dovevano essere più caricate e nemmeno transitare dal porto. “Il porto è incastonato nella città, la nave che imbarca container pieni di esplosivo potrebbe essere un monito per la città di Genova che fa attraccare questa nave a cinquecento metri dalle case.”

Un altro portuale racconta che altre compagnie fanno la stessa cosa celando la merce, “i mezzi grossi vengono blindati all'interno delle stive alle quali i portuali non hanno accesso, l'elicottero non viene parcheggiato nella stiva ma è a pezzetti, da assembrare poi”. Non vogliono lavorare con materiale che porta morte i portuali che ieri hanno subito la perquisizione delle loro abitazioni da parte della Digos di Genova per questa loro scelta.



Presadiretta ha poi commentato il documento programmatico della difesa per il triennio 2020-2022, dove sono indicati i fondi della legge di bilancio per le spese militari, con i sistemi d'arma che intendiamo comprare: fino al 2025 nuovi aerei per 11 miliardi, navi e sottomarini per 4,1 miliardi di euro, elicotteri per 2 miliardi, blindati 1,5 miliardi.

Nel 2021 – spiega Vignarca – almeno 6 miliardi di euro sono spesi per nuovi bombardieri, nuovi carri armati, nuovi elicotteri: miliardi che potrebbero essere utilizzati per la scuola, per la sanità: “si acquistano sistemi d'arma eccedenti le necessità e in alcuni casi come si è visto per i blindati acquisiti nel decennio scorso, vengono parcheggiati e cannibalizzati per quei mezzi che non si riescono ad aggiustare perché non ci sono soldi.”



C'è un tema di spreco nella voce per gli armamenti: lo testimonia il più grande deposito (cimitero) di mezzi corazzati al mondo, mezzi che le nostre forze armate non usano più, in provincia di Vercelli. 

Sono tutte necessarie le spese che facciamo per l'industria delle armi?

La portaerei Cavour è il fiore all'occhiello della nostra marina, il cui costo complessivo, compresi i lavori fatti nel 2018, si stima superi il miliardo e mezzo di euro. Abbiamo poi dovuto rimetterci le mani per adattarla in modo che possa ospitare i costosissimi caccia F35, per altri 90 milioni di euro.

“Quando quella portaerei fu usata per inviare aiuti ad Haiti (ma serviva veramente una portaerei?) si stima che un giorno di navigazione costasse 100mila euro” – racconta il giornalista Vignarca - “poi la Cavour è stata utilizzata per fare una circumnavigazione dell'Africa, sulla Cavour era presenti degli stand pagati in parte dalle aziende private, con la fiera delle armi italiane. La domanda è: ma la Cavour serviva per un discorso di sicurezza della difesa oppure per portare in giro, come fosse una fiera navigante, gli stand delle aziende di armamenti?”

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.