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25 maggio 2025

Anteprima inchieste di Report – l’evasione nella moda, il granchio blu e le mani delle cosche sulle curve di Milano

Questa sera si parlerà del mondo della moda e della più grande evasione fiscale della storia italiana, quella del gruppo Kering, in un servizio dove si parlerà anche della storia delle borse che la ministra Santanchè ha regalato alla compagna di Silvio Berlusconi che si sono poi rivelate per delle patacche.

Il granchio blu sul delta del Po

L’arrivo del granchio blu sul delta del Po ha creato grossi problemi agli allevatori di molluschi: le istituzioni hanno risposto con una caccia aperta al granchio, senza voler comprendere le cause dell’arrivo di questo predatore e senza cercare una soluzione al problema “naturale”. Lo aveva raccontato Sabrina Giannini in una puntata di Indovina chi viene a cena: uno dei predatori del granchio blu è il polpo, poi l’anguilla, ma ci sono anche altri pesci, come il branzino. Ma servirebbe una classe politica capace di gestire i problemi con la testa e non con la pancia: in Tunisia lo stesso problema è stato affrontato in modo strutturale creando una nuova filiera che ha trasformato un’emergenza in una nuova opportunità per i pescatori tunisini. Leggo da un articolo dell’Ansa del 2023

Di fronte all'esplosione del granchio blu i pescatori tunisini si sono ingegnati e hanno costruito nasse appositamente modificate per catturarlo. Si tratta di trappole, un sistema di pesca passivo che non viene trainato sul fondale e garantisce una cattura più selettiva delle reti. Se adeguatamente gestite, hanno un impatto ambientale ridotto. "Le nasse sono la soluzione più efficace: sono selettive e più sostenibili, pescano solo il granchio senza danneggiare il fondale marino o altre specie. E sono convenienti per i pescatori: una nassa dura almeno due anni, mentre una rete da pesca dura 6 mesi al massimo, perché il granchio blu la distrugge, oltre a mangiare tutto il resto del pesce catturato", spiega Alaya.

Anche le donne delle comunità locali, molte mogli di pescatori, sono state coinvolte: è stato insegnato loro a costruire le nasse apposite e a cucinare il granchio blu, organizzando diverse degustazioni per mostrare la varietà di piatti possibili. In parallelo, sono state coinvolte le aziende di trasformazione del pesce per testare il potenziale di valorizzazione del granchio blu. E questo è stato un vero boom, ad oggi in Tunisia si contano 48 aziende che lavorano ed esportano diversi prodotti finiti: granchio intero cotto, granchio decorticato, carne di granchio. Sassi ci racconta come ora stia iniziando anche la vendita di farina di granchio per la produzione di compost per piante e mangime per animali da allevamento, con una donazione della cooperazione Stati Uniti-Tunisia per l'acquisto di macchine per la produzione di compost.

In Tunisia non avranno un Lollobrigida?

LAB REPORT: ORO BLU O PESTE BLU?

di Alessandro Spinnato

Collaborazione Tiziana Battisti

Nel Delta del Po l’invasione del granchio blu ha messo in ginocchio l’intera filiera delle vongole, lasciando centinaia di famiglie senza lavoro e alimentando un senso di abbandono da parte delle istituzioni. Ma dall’altra sponda del Mediterraneo, la Tunisia racconta una storia diversa: quella di un Paese che ha saputo trasformare una crisi ecologica in un’opportunità economica.

Attraverso voci di pescatori, ricercatori, imprenditori e rappresentanti istituzionali, Report mette a confronto due modelli: quello italiano, ancora frammentario e segnato da ritardi, e quello tunisino, basato su una strategia integrata di filiera.

Il viaggio si conclude nella cucina della chef stellata Chiara Pavan, che con i suoi piatti mostra come anche in Italia sia possibile un futuro diverso — ma serve un cambiamento di passo da parte delle politiche pubbliche.

Un'inchiesta sul campo che mette al centro il mare, le persone che ci vivono e il difficile equilibrio tra ambiente, economia e adattamento.

Le borse della Santanché e la moda fuori legge

Nelle mie borse non c’è paura” la ministra ha usato queste parole per difendersi in aula durante la seduta per la sua sfiducia alla Camera: “lo denuncio qua in Parlamento , ho una collezione di borse ..”

In effetti Santanché ha dimostrato di non aver paura di quello che le potrebbe accadere per le inchieste che la vedono coinvolta. Lei, come racconta a Report la stessa Franesca Pascale, non ha paura di fare brutte figure “lei è soprannominata la pitonessa, lei è senza scrupoli.”

Tutto iniziò nel 2014 con un regalo: due borse del marchio di alta moda Hermes che Daniela Santanché regalò all’allora compagna di Silvio Berlusconi.

La birkin 30 è un modello che costa 9800 euro, il modello più grande costa 10600 euro, mentre la kelly, l’altro modello regalato alla Pascale, costa invece 9350 euro. Non proprio due regali qualunque.

L’ex compagna di Berlusconi si accorse che erano due borse contraffatte quando le portò a far aggiustare. Quando le chiese se si fosse accorta che le borse regalate fossero contraffatte, Santaché le rispose “dammi le borse che te le vado a cambiare..”

Berlusconi si era dimostrato molto critico nei confronti di questi regali di lusso, quando scoprì poi che erano pure borse false ci rimase male, ma non troppo, “conoscendo il soggetto” racconta sempre la Pascale.

Quanto potevano costare quelle borse? Il giornalista Luca Bertazzoni è andato in Versilia, dove si trova il Twiga, l’ex locale della ministra, ad incontrare Mauro, la persona che rifornisce i rivenditori ambulanti che vendono borse sulle spiagge e nei mercati di Forte dei Marmi.

La Birkin costa 1200 euro, se presa dagli ambulanti, forse non originale ma comunque una borsa fatta bene, in tutti i particolari.

Al centro del servizio però c’è l’inchiesta sul colosso della moda Kering, proprietario dei marchi Gucci e Bottega Veneta: nel passato l’agenzia delle entrate ha contestato al marchio il mancato pagamento di tasse.

Grandi marchi che danno lustro anche all’immagine del made in Italy ma che poi nascondono anche storie di evasione e di sfruttamento di manodopera a basso costo.

Marco Grasso sul Fatto Quotidiano di oggi fa una anticipazione del servizio:

Kering, ora l’ex manager racconta per la prima volta la maxi evasione da 3 mld

di Marco Grasso

Il colosso del lusso e la triangolazione Svizzera. L’ad: “Paghiamo la protezione?”

La più grande evasione fiscale scoperta nella storia d’Italia: 3 miliardi di euro, che hanno portato lo Stato italiano a recuperare, attraverso una transazione con il gruppo Kering, 1 miliardo e 250 milioni di euro per il marchio Gucci e 186 milioni per Bottega Veneta. A raccontare quel sistema, per la prima volta, è Carmine Rotondaro, ex direttore finanziario del gruppo dell’alta moda, intervistato nella puntata di Report in onda stasera su Rai Tre. Rotondaro è l’uomo che si presentò alla Procura di Milano con la contabilità del gruppo, svelando l’architettura societaria attraverso cui la multinazionale della moda sottraeva al Fisco i guadagni prodotti in Italia.

La scheda del servizio: FUORI MODA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Report racconta la più grande evasione fiscale della storia del nostro Paese, quella del colosso Kering che ha transato con l’Agenzia delle Entrate 1 miliardo e mezzo di euro per aver fittiziamente spostato in Svizzera il centro di produzione dei marchi Gucci e Bottega Veneta. In un’intervista esclusiva, l’ex responsabile fiscale del gruppo Carmine Rotondaro racconta i meccanismi con cui si è generata l'evasione fiscale. L’inchiesta tratta anche le vicende che hanno portato all’amministrazione giudiziaria, poi revocata, di Armani e Dior: la produzione delle borse di questi grandi marchi avveniva spesso in opifici cinesi dove venivano sfruttati i lavoratori. Infine, il mistero delle borse Hermès che la Ministra del Turismo Daniela Santanchè regalò a Francesca Pascale, allora compagna di Silvio Berlusconi.

I bilanci dell’Inter (e il controllo dello stadio da parte delle cosche)

Si ritorna a parlare dei bilanci dell’Inter, del controllo sullo stadio e del tifo organizzato, della vendita dei biglietti.

Lo stadio dell’Inter era territorio gestito dalle cosche – racconta nell’anteprima Report - territorio controllato grazie a squadre di picchiatori che mettono in riga i ribelli e vendicano i torti subiti.


Come l’aggressione subita da Cristiano Iovina nel marzo 2024, il personal trainer che ha dichiarato di aver avuto una relazione con Ilary Blasi. Secondo la procura di Milano tra gli autori del pestaggio ci sarebbe anche Cristian Rosiello, body guard di Fedez, braccio destro dell’ultras Luca Lucci (arrestato lo scorso anno e oggi a processo per l’inchiesta “Doppia curva”). Tutto sarebbe nato per uno scontro avvenuto all’interno della discoteca The Club, come documentano le immagini trasmesse nell’anteprima del servizio. Le telecamere di sorveglianza inquadrano Iovino seguito da due donne, poco dopo si vede lo scontro accendersi, e poi Rosiello e Fedez vengono trascinati via dai buttafuori del locale.

Da qui Rosiello e altri, secondo la Procura, avrebbero deciso di andare a prendere Iovino fuori casa per dare una lezione.

Il Tribunale di Milano ha archiviato il procedimento contro Fedez e Rosiello anche perché Iovino non ha denunciato né presentato un certificato medico. Ma le parole del cantante Emis killa confermerebbero una diversa verità, dove parla di una spedizione.

Secondo la Procura della cricca farebbe parte anche Emis Killa indagato per associazione a delinquere assieme agli ultras e presente al pestaggio di uno stuart che tentava di far rispettare le regole all’ingresso di San Siro. Nel corso della perquisizione a casa del cantante gli uomini della Mobile hanno trovato 35 mila euro in contanti all’interno di una scatola di scarpe. Oltre ad una collezione di coltelli e tirapugni.


Ma attorno allo stadio ruotano anche affari che mettono in secondo piano il tifo calcistico: come racconta Daniele Autieri, sono l’anima del patto siglato tra il leader della curva del Milan Luca Lucci (fotografato una volta assieme al ministro Salvini) e quello della curva dell’Inter Andrea Beretta oggi sotto processo per l’omicidio del suo sodale Antonio Bellocco, esponente dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta.

Sta a noi un po’ più maturi dettare dei paletti e cercare di vedere prima che un problema sorga” spiegava Luca Lucci a Beretta in una intercettazione.

Quest’ultimo rispondeva “Stiamo vedendo dove possiamo arrivare .. magari io e lui sappiamo, magari gli ultimi giovani.,”
“Lo vediamo assieme e decidiamo assieme dove possiamo arrivare e dove non possiamo arrivare ..”

Un patto di non belligeranza tra Lucci e Beretta: dietro c’era la ndrangheta? Klaus Davi ne è convinto, “la ndrangheta è stata il regista in tutti questi anni di tutte queste operazioni, è stato un regista occulto, ma anche palese. Consideriamo che la ndrangheta, le singole famiglie criminali, Lucci da una parte e Beretta dall’altra, le chiamavano a sé per rafforzare la loro reputazione all’interno delle curve.”

Anche il fratello di Antonio Bellocco, Umberto, rimane coinvolto nell’indagine di Milano: sempre Klaus Davi “Certo, rimane l’architrave di questa storia di estorsioni, lui, suo cognato, suo cugino secondo le intercettazioni viene demandato il compito della vendetta. In una intercettazione la suocera gli dice ‘devi fare una strage, la famiglia si appoggia a te’.. ”
Proprio Klaus Davi ha incontrato Berto Bellocco, oggi indagato dalla procura di Milano per aver tentato di costringere Beretta a cedere ad esponenti della famiglia Bellocco le attività della società di merchandising della curva.

Per la ndrangheta il dolore, per la morte di Antonio, si cura col tempo ma anche con la vendetta, quella annunciata nei confronti di Andrea Beretta anche secondo un altro affiliato illustre delle cosche.

Questo, in forma anonima, racconta a Report che Andrea Beretta è già morto, “è morto pure sotto protezione, te lo posso assicurare io. Questi fanno una strage sulla parola. Questi a livello di sangue non guardano in faccia a nessuno, sono pericolosissimi. Beretta è stato preso per il collo, è stato messo giù e gli hanno detto: ‘se tu non collabori ti fanno la famiglia a pezzettini’, ma gliela mandavano veramente a pezzettini. A Beretta e ai suoi familiari fino alla settima generazione gliela faranno pagare.”

La scheda del servizio: I PADRONI DI SAN SIRO

di Daniele Autieri

Collaborazione Alessandra Teichner, Andrea Tornago

Il ruolo della ‘ndrangheta negli affari di San Siro, una storia che inizia nel 2021 quando l’Inter combatteva per non fallire e le cosche infiltravano le curve, spedendo dalla Calabria a Milano i sicari incaricati degli omicidi e delle gambizzazioni eccellenti.

Così, mentre la Società era impegnata a far tornare i conti dopo una crisi dovuta anche all’impatto del Covid-19, l’anima criminale della Curva prendeva il controllo degli affari dello Stadio grazie a un patto di non belligeranza siglato con il direttivo della Curva del Milan guidato dal boss dei tifosi rossoneri Luca Lucci. Le intercettazioni inedite di Luca Lucci e Andrea Beretta, unite alle testimonianze esclusive delle vittime dei pestaggi degli Ultras, concorrono a tratteggiare un’immagine di San Siro come di un luogo dove la legge non esiste e il territorio viene controllato da bande criminali quando non dalle mafie stesse.

Report manderà in onda un audio messaggio esclusivo di Antonio Bellocco, il rampollo della ‘ndrangheta ucciso da Andrea Beretta nel settembre scorso, come prova delle attività delle consorterie criminali che per anni hanno gestito i lucrosi business intorno allo Stadio.

Nella melma della laguna – come funzionano i trasporti a Venezia

Report torna ad occuparsi del sindaco di Venezia e della sua gestione "personale" della cosa pubblica, dove si fa fatica a comprendere dove finisce il Brugnaro sindaco e il Brugnaro imprenditore.

La scheda del servizio: LE ALI SULLA LAGUNA

di Walter Molino e Andrea Tornago

Chi è il più importante imprenditore dei trasporti a Venezia? E che cosa c'entra con il patriarcato di una delle città più antiche e belle del mondo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 febbraio 2024

Indovina chi viene a cena – la sostenibilità dell’ecobonus e della moda

La sostenibilità dell’ecobonus.

Avremo tonnellate di polistirolo da smaltire, al prossimo ecobonus: il bonus doveva rilanciare il settore delle costruzioni per rifare le case degli italiani, ma ha in parte fallito nel suo scopo.

Sabrina Giannini ha mostrato come si potevano costruire i cappotti con la canapa: ma i produttori dei cappotti con questo materiale naturale sono stati tagliati fuori dalle leggi fatte per il bonus.

Esistevano altre opzioni al polistirolo, al poliuretano, meno costosi per i produttori, ma più inquinanti: la canapa o anche gli scarti del riso, che potevano essere usati nell’edilizia, ma forse era troppo bello per essere vero.

E pensare che una volta eravamo grandi produttori di canapa, poi l’ideologia contro questo prodotto ha rovinato un settore, costringendoci ad importarla dalla Francia.

Anche il riso ha una storia antica: le cascine in Piemonte venivano fatte una volta con gli scarti di riso.
Potevamo fare come la Francia, che ha imposto per i prossimi anni che il 50% degli edifici pubblici sia fatto con materiali naturali, come il riso appunto.

Se avessimo usato per il bonus casa il riso, avremmo evitato di buttarlo via, come scarto.

Ma resti della pula di riso sono state trovate dentro la grande muraglia cinese: la guerra tra i partiti fatta sul superbonus è stata tutta una truffa, ci si doveva concentrare sui materiali naturali per la bioedilizia.

La sostenibilità della moda

Che fine fanno gli abiti usati? Quanto è sostenibile la moda e il settore del fast fashion? È un tema importante nei giorni della moda a Milano.

Le influencer intervistate dalla trasmissione non ne sapevano nulla: ci riempiamo la bocca di sostenibilità ambientale, di green, ma spesso è greenwashing.

Nemmeno la celebre influencer Ferragni ha voluto rilasciare una intervista a Sabrina Giannini, meglio far finta di rivolgersi ai suoi follower in modo unidirezionale: il messaggio è sempre lo stesso, desidera, compra e consuma. E poi getta via.

Le influencer da milioni di follower non conoscono la tracciabilità della pelle dei cavalli, si spaventano di fronte a queste domande: “oddio non sono preparata” “magari facciamo dopo”..

Eppure potrebbero lanciare messaggi importanti, sulla vera sostenibilità, sull’origine della pelle usata per le borsette, queste influencer.

Ma a parlare di queste cose, a fare domande scomode, si rischia di rimanere fuori dagli spazi dove si mostrano i nuovi capi delle collezioni.


Collezioni che sono prodotte sempre più fuori dall’Italia, come ha fatto Rosso con la sua Diesel, che ha delocalizzato in Marocco. Si sposta la produzione fuori ma poi si continua a chiamare made in Italy. In che modo si produce all’estero? È una produzione rispettosa dei diritti dei lavoratori? È una produzione sostenibile?

Quante domande scomode, mentre è così comodo produrre in Marocco.

Una camicia costa 2,5 euro, in Italia si vende a 65 euro: nell’etichetta c’è scritto che dentro il prezzo c’è un contributo per mantenere il “green” nel pianeta.

I capi di diversi marchi italiano sono prodotti in capannoni dove si lavora in scantinati senza finestre, dove le donne lavorano per nove ore al giorno.
La metà dei lavoratori tessili lavora in nero in Marocco, per uno stipendio inferiore a quello minimo: anche i sindacati fanno fatica ad esporsi, hanno paura del datore del lavoro, per la possibilità di essere licenziati.

Signori, il greenwashing è servito: in questi scantinati si usano prodotti chimici senza porsi troppi problemi, con trattamenti che in Italia non sarebbero usati o proibiti.

Come il permanganato di potassio spruzzato sui pantaloni per scolorirli: servirebbero le protezioni dentro i laboratori che producono i jeans, ma in quello visitato dalla giornalista, non si usano particolari precauzioni.

Poi sull’etichetta del capo basta scrivere “basso impatto ambientale” e la coscienza è a posto.

La ricerca del maggior profitto porta i grandi brand a trovare paese dove il costo del lavoro è più basso: dal Marocco, alla Turchia, al Bangladesh, perché quando un capo piace al consumatore, viene prodotto in milioni di capi e allora serve la produzione di massa.

Sabrina Giannini ha ricordato il crollo di un’azienda tessile in Bangladesh in cui morirono tante lavoratrici: producevano capi per marchi italiani che poi fanno campagne contro il razzismo, per l’ambiente.

Come ha stabilito uno studio dell’Unione Europea, il 50% delle etichette dei capi è fuorviante o falsa: le aziende stesse si sono create delle regole – l’indice di sostenibilità ambientale - per potersi poi dare il marchio di green, di sostenibile, in mancanza di un regolamento mondiale.

Esiste il cotone veramente Green, come quello della Puredenim, a Inveruno: il cotone naturale ha un colore bianco, il problema è quando lo devi colorare. Alla Puredenim usano coloranti ottenuti dalla elettrolisi (e non dalla chimica), una tecnica svizzera adattata da Luigi Caccia nella sua tessitura.

Una tecnica molto innovativa che fa a meno dei metalli pesanti, come l’idrosolfito (lo stesso usato nei vini).

L’Europa lascia che siano gli imprenditori a scegliere il sistema di tintura, quello meno inquinante: non tutti faranno come il signor Caccia, che per la sua scelta è stato penalizzato, perché i suoi jeans sono solo in color indaco, non hanno altri colori, per evitare l’uso della chimica.

Non basta etichettare il pantalone come cotone organico o cotone biologico: se poi usi la chimica per colorare i pantaloni. Non c’è molta etica in questo settore, né ambientale né sociale – racconta a Sabrina Giannini Luigi Caccia, è solo greenwashing, una bella narrazione che dietro non ha niente.

L’innovazione della sua industria non è stata finanziata da nessuno, in Italia o in Europa e nemmeno dai grandi brand.

Ma non è il caso della Dondup a Fossombrone, azienda che produce capi con tessuti che non usano la chimica: essere un’azienda sostenibile, per davvero, è stato un minus nei primi anni dell’attività, hanno dovuto tenere un basso profilo sul marketing, ma investendo molto nella manodopera.

Perché i grandi brand delocalizzano allora, visto che le competenze non le abbiamo ancora perse in Italia?

Ma forse conviene investire nel mercato delle influencer, spingere sul modello fast fashion, sul modello usa e getta, tanto alla peggio il capo si butta.

I capi non venduti dal marchio Shein, cinese, vengono gettati: anche i capi sintetici, prodotti dal petrolio, con grandi problemi ambientali.

Eppure, come testimonia il caso dell’azienda LSJH in Finlandia, riciclare i capi può essere anche un business: si possono creare nuovi tessuti per nuovi vestiti, ma anche pannelli isolanti.

È un settore promettente, che consente di arrivare preparati per la regolamentazione europea sul riciclo dei vestiti.

Ma anche in Italia abbiamo il più grande distretto del riciclo dei capi, a Prato: si cerca di non usare la chimica, di riciclare quanto più possibile, anche la lana che viene riciclata per 5 ml di kg ogni anno.

In Italia non sappiamo quanti capi sono gettati in discarica, si stima che solo l’1% dei capi in Italia venga riciclato: un problema che diventerà sempre più importante in un settore, quello del tessile, che è tra i più inquinanti.

Ecco perché è importante il lavoro di Caterina Grieco che, con la sua Catheclisma, produce le sue collezioni partendo da tessuti invenduti: coi suoi capi si ha veramente un guardaroba sostenibile.

Alla Appleskin producono una “pelle” a partire dalla buccia della pelle: purtroppo si deve ancora fare uso della chimica, per il 70%, per un prodotto che ha comunque un costo di produzione importante.

Altre aziende usano il cactus e il mais, oltre alla mela, per produrre prodotti in pelle: si riesce ad arrivare ad un prodotto naturale fino al 60%, il 40% ancora deriva dalla chimica.

11 febbraio 2024

Anteprima Report – la fine della sanità, il contratto sui vaccini e la moda non sostenibile

Dalla pandemia non abbiamo imparato niente. Né sull’importanza della sanità pubblica e dei presidi sul territorio, né sui vaccini.

E, quello che è peggio, non lo ha imparato questo governo: all’orizzonte non si annunciano manifestazioni come quelle dei grandi agricoltori, come a dire che ci siamo rassegnati a non curarci, a perdere un nostro diritto sancito dalla costituzione.
Dopo il punto sui vaccini e la campagna vaccinale, Report si occuperà di sanità pubblica, della sostenibilità del mondo della moda e dei rifiuti tessili in Ghana.

Come stiamo gestendo i vaccini

Complice anche un governo diciamo non proprio amico dei vaccini e delle vaccinazioni, la campagna dei vaccini questo inverno non è andata bene. Le telecamere di Report sono andate nel Lazio a seguire la campagna di vaccinazione con gli open day: le siringhe e le dosi di vaccino ci sono, questa volta, ma a mancare sono i pazienti. A gennaio erano state inoculate in tutto 2,1 ml di dosi di Pfizer, un vaccino consigliato soprattutto agli over 60, 18 ml di persone in Italia: a conti fatti siamo appena al 10% della platea raccomandata, un flop. Nonostante abbiamo 1 ml di fiale in deposito, i medici hanno avuto problemi a ricevere le dosi per vaccinare i loro pazienti, come successo nel Lazio. A pesare su questo “non successo” è stata l’esperienza passata, sul come il vaccino Pfizer col passare dei mesi protegga sempre meno.
Secondo quanto racconta l’anticipazione del servizio, più quante dosi uno fa, più velocemente scende la protezione dell’ultima dose di vaccino fatta: “ciò che conta è il tempo trascorso dalla dose precedente non tanto il numero di dosi che le persone hanno ricevuto” racconta a Report un ricercatore.
Quando lo scorso maggio eravamo ormai fuori dalla crisi e centinaia di milioni di dosi erano inutilizzate la Commissione Europea ha fatto un nuovo accordo con Pfizer, anche questo rimasto segreto, che doveva mitigare il salasso dei precedenti.
Il grosso dell’acquisto è stato spalmato fino al 2026 e la possibilità di rifiutare l’acquisto di queste ulteriori dosi non era proprio contemplata con Pfizer: gli accordi coi vaccini erano talmente delicati che oggi scopriamo che i dirigenti italiani in prima linea al contrasto della pandemia avevano paura ad aprirli. Giulio Valesini su questo punto ha intervistato Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione presso il ministero della salute fino al 2023: “ho dato la mia password a chi doveva rivedere i contratti .. volendo avevo la possibilità di rivedere i contratti, ma siccome c’erano stati molti spifferi, queste grandi aziende hanno fior di avvocati.
Se la commissione ti dice di stare molto attenti, perché altrimenti ti prendi la responsabilità di quel leaks, allora stai attento”.
Insomma la paura dei vertici della sanità era l’accusa di essere ritenuti responsabili di una fuga di notizie, non la gestione della pandemia: così hanno scelto di non leggerli – spiega il servizio di Report.

Report è riuscita ad entrare in possesso dei dettagli dell’accordo secretato firmato lo scorso maggio dalla Commissione Europea: per il nostro Paese è previsto l’arrivo di ulteriori 36 milioni di dosi, circa 12 milioni ogni anno fino al 2026. Inoltre abbiamo ottenuto di cancellare ordini per 24,2 ml di dosi, ma non gratis: è previsto infatti un indennizzo in favore di Pfizer di circa 10 euro a dose cancellata, la multinazionale del farmaco incasserà anche su quello che non vende. È vero che c’è stato un risparmio rispetto a quanto prevedeva il contratto, ma alla fine si regalano soldi a Pfizer: “se la vogliamo dire così.. il problema è che il contratto è stato fatto su quella base” risponde Rezza al giornalista di Report, di fatto accusando indirettamente la presidente della Commissione Europea che, ai nostri dirigenti della sanità nemmeno ha chiesto quante dosi ci sarebbero servite: “tutti i paesi acquistano su base di quota capitale, quindi all’Italia spetta il 13,6%, questo tutela il paese, l’acquisto centralizzato perché non compriamo a maggior prezzo rispetto ai grandi paesi europei come Francia o Germania”.

Ma cosa ne facciamo delle dosi eccessive comprate per il 2023 (circa 10ml, con la vaccinazione arriveremo al massimo a 3ml): “una parte di queste probabilmente le dovremo buttare ..”
Facendo una stima possiamo prevedere che delle 36ml di dosi acquistate coi nuovi accordi, circa 30ml saranno le dosi buttate, raggiungeranno in discarica le milioni di dosi gettate nei due anni scorsi. Un enorme sperpero di soldi pubblici per l’Italia: se l’Europa ha comprato 4,2 miliardi di dosi, l’Italia calcolando tutti i vari vaccini sul mercato ne ha acquistati ben 381 ml di cui almeno 150 ml sono in eccesso. In questo momento nei magazzini abbiamo circa 21ml di dosi, di queste, 16 ml anche se non sono scadute non sono aggiornate alle varianti e quindi sono da gettare. Finora il nostro paese ha già scartato 46,8 ml di dosi scadute.

Spenderemo soldi pubblici per qualcosa di cui non abbiamo bisogno e che non useremo: questo l’errore commesso dalla Commissione col terzo contratto Pfizer
Il servizio andrà anche a rivedere l’accordo sui vaccini negoziato da von der Leyen nel 2021, che non convinceva alcuni importanti dirigenti italiani: nelle chat raccolte dalla corposa inchiesta della procura di Bergamo sulla gestione della pandemia emerse che sul contratti per i vaccini Pfizer si navigava al buio. Persino Nicola Magrini dell’Aifa si infuriò su quel contratto perché i dati grezzi non sarebbero stati disponibili prima del dicembre 2024 e Pfizer non si accollava nemmeno i rischi legali in caso di eventi avversi. Comprare a scatola chiusa un medicinale per milioni di persone lo riteneva assurdo: “io non mi faccio prendere in giro su cose come queste” – scrive Magrini in chat a Goffredo Zaccardi ex capo di gabinetto del min. della Salute.

Magrini: “Ritieni che sia normale che i contratti che abbiamo firmato [..] nessuno li abbia letti?”

Zaccardi: “No il ministro ha voluto fare tutto da solo ”

Magrini:“Grazie, capisco meglio ora. No non vi sono tipologie tipo contratti ma manco sto capestro che sembra scritto come una presa in giro per analfabeti con l’anello al naso. . . E sapere chi se ne occupa e come sarebbe il minimo tra di noi del gabinetto ristretto.”

Magrini oggi risponde a Report del contenuto di queste chat: “avevo estratti di un contratto in cui si prevedeva perché non si potesse avere a delle informazioni contenute, come poi è stato, quindi ho espresso un parere personale”.
Una difesa appassionata del tema della trasparenza, la definisce oggi davanti alle telecamere di Report, ma ancora oggi, dalla risposta di Magrini si comprende quanto sia delicata la materia: “se fossi stato coinvolto, avrei potuto quindi chiedere di partecipare se non interferire, sarebbe anche diventato complicato.. i vaccini andavano comprati, velocemente ..”
Non è paradossale che il capo dell’Aifa scopra il contenuto dei contratti dai giornali? “è stato il percorso di conduzione di una emergenza in cui è stata l’Europa a comprare e non le singole agenzie, era sensato che in un momento di emergenza fossero in pochi a decidere, ed è andata bene..”

La scheda del servizio: UNA DOSE DI TROPPO di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Goffredo De Pascale, Alessia Pelagaggi

A quattro anni dall’inizio della pandemia Report farà un bilancio su come sono state usate le dosi dei vaccini contro il Covid e quanto ci sono costate quelle che abbiamo gettato. L'Europa ha comprato 4,2 miliardi di dosi, e con la sola Pfizer ha fatto un mega contratto da 1,8 miliardi di dosi nel 2021, quando le negoziazioni erano dominate dal terrore della malattia e dalla minaccia delle varianti. L’Italia, calcolando tutti i vari vaccini sul mercato, ha opzionato ben 381 milioni di dosi di cui una buona parte sono in eccesso. Ma a quantità così grandi non è corrisposto un prezzo vantaggioso. E oggi paghiamo anche le dosi che non useremo. La Ue ha fatto un accordo con Pfizer: una parte delle fiale di troppo già opzionate le spalmeremo nel tempo fino al 2026, le restanti sono state cancellate ma le pagheremo comunque. Report rivelerà dettagli sinora tenuti nascosti sui contratti con Big Pharma e i negoziati con la Commissione Europea.

Che fine ha fatto Astrazeneca?

Non c’è solo la questione aperta con Pfizer, i contratti secretati, le dosi in eccesso, lo sperpero di denaro pubblico. Sul tema dei vaccini c’è poi il capitolo Astrazeneca, con le tante domande rimaste senza risposta.
Nel servizio di Claudia Di Pasquale si racconterà della morte di Augusta Turiaco, 55 anni: si era vaccinata con Astrazeneca il giorno 11 marzo, morì in ospedale il 31 dello stesso mese.

La procura ha riconosciuto il nesso causale tra la vaccinazione e la morte, ma l’indagine per risalire ai responsabili di questo decesso è stata archiviata: così i parenti hanno dovuto fare da soli causa ad Astrazeneca, che però si rifiuta di riconoscere questo nesso.

La scheda del servizio: ASTRAZENECA, UN CASO APERTO di Claudia Di Pasquale,

Collaborazione Giulia Sabella, Lorenzo Vendemiale

Il vaccino Astrazeneca è silenziosamente sparito dai centri vaccinali di tutta Europa, dopo che sono emersi sulla stampa dei rari ma gravi effetti avversi. L'Italia ne aveva comprato 40 milioni di dosi, ne ha somministrato poco più di 12, 10,5 milioni sono scadute, mentre il resto lo ha donato ad altri paesi, soprattutto a medio e basso reddito. Quale impatto ha avuto questa storia sulla multinazionale anglo-svedese Astrazeneca? E sulle famiglie delle vittime? A distanza di tre anni sono tante le domande rimaste irrisolte sulle responsabilità del disastro comunicativo di quei mesi.

La fine della sanità pubblica

Stiamo andando verso un finanziamento della sanità basato su due pilastri – racconta a Report l’ex ministra Rosi Bindi: il pilastro della fiscalità generale con il quale si sostiene tutto il servizio sanitario nazionale, compresi gli stipendi del personale ma compresi anche i trapianti, i grandi interventi chirurgici, l’organizzazione degli ospedali, dei distretti. E poi con un finanziamento che non è meno incisivo per le casse dello Stato, con cui stiamo finanziando le prestazioni private erogate ad una parte di cittadini.
Una privatizzazione del servizio sanitario, un passo alla volta.
Di parere opposto i manager della sanità privata e dei fondi privati, come Massimiliano Nobis presidente di Metasalute: “il paese ha un bisogno, c’è gente che non si cura perché non c’è la risposta del sistema sanitario nazionale” allora siccome il sistema sanitario non da risposte li facciamo curare dalle assicurazioni private?
Forse non sarà la fine della sanità pubblica, ma rischiamo di tornare al sistema delle mutue, dove i libretti sanitari avevano un colore diverso a seconda del lavoro delle persone - come spiega ancora Rosi Bindi - “il pacchetto di prestazioni legato a quel colore [del padre di Rosi Bindi] era inferiore a quello di un dirigente, ma in questo modo si tradisce la Costituzione, perché l’articolo 32 della Costituzione dice chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo, neanche del cittadino, neanche del lavoratore..”

La scheda del servizio: SANITÀ A FONDO di Marco Maisano

Il nostro sistema sanitario prevede da sempre la presenza dei cosiddetti Fondi Sanitari Integrativi, la cui funzione è, appunto, integrare ciò che il Servizio Sanitario Nazionale non offre: un esempio su tutti le prestazioni odontoiatriche. In cambio lo stato ha sempre garantito a questo settore importanti benefici fiscali. Negli anni i fondi però si sono allargati e oggi offrono pacchetti sanitari "sostitutivi", in concorrenza al SSN. Le grandi assicurazioni se ne sono accorte e hanno scelto di investire in questo mercato, collaborando con i fondi stessi - e godendo quindi dei benefici fiscali - e acquistando al contempo gli ospedali privati. Nasce così di fatto una sanità privata parallela, finanziata in parte dallo stato. Ma dove trovare i pazienti? Oggi i lavoratori obbligati dai contratti collettivi a sottoscrivere un fondo sono 15 milioni. Donne e uomini che di fatto hanno un'assicurazione sanitaria, e che vivono già oggi gli effetti di ciò che sarà: un'Italia con una sanità sempre più privata.

Chi paga i costi della moda?

Oggi la moda gira in modo veloce, racconta la giornalista Lucina Paternesi nell’anteprima del servizio, che parte col ricordo del gioco “giralamoda”: il modello si chiama fast fashion e significa che trascorrono appena 15 giorni da quando lo stilista schizza il bozzetto a quando il capo di abbigliamento diventa acquistabile in negozio.
“E’ come una gara di formula 1” spiega a Report il professor Victor Martinez De Albeniz, ordinario di informatica e tecnologia Iese “ma se analizzi tutti i processi riesci ad accorciare tutte le fasi ..”, oggi le vendite di vestiti sono circa il 400% in più rispetto a 20 anni fa, così come sono triplicate le collezioni, Zara ne propone 24 all’anno, ma anche le altre multinazionali come H&M ne sfornano da 12-16 ogni anno con aggiornamenti settimanali.
L’industria della moda produce miliardi di capi di abbigliamento all’anno – racconta Liv Simpliciano responsabile ricerche Fashion revolution “in effetti oggi abbiamo abbastanza vestiti per vestire 6 generazioni di persone”.

Ma c’è un aspetto negativo sulla sostenibilità di questo modello veloce: lo spiega Greenpeace a Report “Stiamo parlando di un settore che è vorace di materie prime, fa massiccio ricorso di acqua, per produrre una T-Shirt servono più o meno 2700 litri di acqua, quella che ognuno di noi beve in due anni e mezzo. Il solo settore tessile si caratterizza per essere responsabile fino all’8-10% di emissioni di gas serra, più del settore aereo marittimo messi insieme”.


Greenpeace ha monitorato i pacchi che viaggiano per l’industria del “fast fashion” come spedizioni e resi: i 24 pacchi hanno viaggiato per circa 100mila km, in due mesi, 14 sono ancora in giro tra centri di distribuzione o magazzini. I pacchi girano l’Europa utilizzando tanti mezzi di trasporto, dall’Italia hanno girato per Svezia, Portogallo,Irlanda, Polonia e Svizzera.
Ci sono dei pacchi, della catena H&M che sono stati resi in Italia, come quello del test di Report, che ha fatto 2000 km per essere poi rivenduto in Spagna. Perché non è stato rivenduto in un centro commerciale in Italia?


La scheda del servizio: GIRALAMODA di Lucina Paternesi

Collaborazione Giulia Sabella, Tiziana Battisti, Federico Marconi

Dal bozzetto dello stilista al capo di abbigliamento, in stock, acquistabile online o in tutti i negozi del mondo, trascorrono appena 15 giorni. È l'industria del fast fashion che negli ultimi 20 anni ha fatto raddoppiare la produzione e moltiplicare le collezioni. Dopo la pandemia, lo shopping online ha fatto schizzare le vendite, a diminuire è solo il ciclo di vita degli indumenti: buttiamo via i vestiti dopo averli indossati appena una manciata di volte. Il modello di business dell'industria del fast fashion si basa su produzioni low cost e a ciclo continuo. Ma anche su spedizioni e resi gratuiti che spingono il consumatore ad acquistare le novità, viste in vetrina o sui social, senza avere una reale necessità. Tutto è gratis, si paga solo ciò che si tiene. Ma che fine fanno i vestiti che rimandiamo indietro dopo averli provati a casa? Assieme all'unità investigazioni e ricerca di Greenpeace, Report ha provato a seguire i nostri resi, acquistati direttamente dai siti internet delle aziende. Dopo due mesi, i risultati di questa indagine sono allarmanti: quasi centomila chilometri in tutta Europa senza neanche trovare un cliente disposto a comprarli. Quanto è insostenibile il mondo del fast fashion? E, soprattutto, chi paga il costo nascosto dei resi gratuiti?

I costi della moda – le ricadute in Ghana


In Ghana i pescatori dalle reti recuperano capi di vestiti usati, oltre ai pesci che poi finiscono sulle loro tavole: parrucche, magliette, stracci di ogni colore, di tutte le marche, raccolgono più rifiuti che pesci, stracci che si incastrano nelle reti e che costringono i pescatori ad ore di lavoro per pulirle.

Report è andata fino ad Accra, alla grande discarica: una volta non era così, racconta un ragazzo al giornalista, da dieci anni a questa parte i rifiuti sono diventati la parte predominante del paesaggio, sulla vita, la laguna è perduta. Qui le persone vivono tra i rifiuti, cercando la plastica, soprattutto bottiglie, la raccolgono e la vendono alle aziende di riciclaggio. Altri cercano indumenti e rifiuti tessili che possono ancora essere recuperati e venduti in altri villaggi: “sono proprio i rifiuti tessili il vero problema, la montagna più alta è quella dei vestiti usati, ci pascolano anche le mucche perché l’erba cresce anche lassù.”
Di fronte c’è l’ospedale più grande della nazione e quando bruciano i rifiuti si alza un fumo che copre tutto e tutti.


La scheda del servizio: SECONDA MANO di Valerio Cataldi e Alessandro Spinnato

Dal 2023 il Ghana è la discarica più grande al mondo di vestiti usati. Ne arrivano 15 milioni ogni settimana producendo da una parte un filo di economia per la popolazione locale, dall’altra un’immane catastrofe ambientale. Per un Paese di 32 milioni di abitanti rappresenta un mercato importante perché parliamo di 200 milioni di dollari di abbigliamento che vengono importati ogni settimana. Il Ghana spende circa 4 milioni di dollari all'anno per raccogliere ed eliminare i rifiuti. Non ce la fa a smaltire i vestiti, che si usurano nell'ambiente fino a formare la discarica più grande del mondo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

03 dicembre 2018

Le inchieste di Report: i grandi marchi, il franchising e i videogiochi


Si parla di lusso questa sera a Report: i grandi marchi della moda dove la produzione dei tessuti è in buona parte stata spostata all'estero.
Poi il franchising, uno strumento per aiutare i piccoli negozi che a volte si trasforma in un problema.
Infine, nell'anteprima della puntata, l'utilizzo dei videogiochi nel lavoro. Solo un gioco?

L'anteprima: IN GIOCO di Antonella Cignarale (qui su raiplay)


Si dice che giocando si impara: nel caso del videogioco su Ustica (l'abbattimento di un aereo di linea italiano nel Tirreno il 27 giugno 1980), il giocatore dovrebbe imparare a fare il detective per cercare di ricostruire le cause della strage. La posizione degli altri aerei, le comunicazioni radar, le tracce ..
Un mezzo per la conservazione della memoria, spiega alla giornalista il suo autore Ivan Venturi. Forse c'erano anche altre vie.
Durante un gioco, si è immersi dentro la fase di “flow”, di flusso, in cui siamo stimolati a dare il massimo perché siamo pienamente concentrati su quello che stiamo facendo, per raggiungere un obiettivo: sono i momenti in cui siamo più produttivi, ma purtroppo, racconta la psicologa Antonella Delle Fave, questa risorsa può essere strumentalizzata.
Quando siamo nello stato di “flow” possiamo essere manipolati dalla politica ad esempio: il “gamification” è stato usato nella campagna elettorale in America da Trump e dalla Clinton, in Inghilterra dalla May e dal leader laburista Corbyn, per spiegare la sua politica.
E' solo un gioco allora?
Chi sta investendo sui giochi per condizionare i comportamenti dei consumatori a proprio vantaggio?
La capacità che ha un videogame di catturare e tenere incollato un utente allo schermo è diventato un fenomeno da emulare in contesti che con il gioco, apparentemente, non hanno niente a che fare. Aziende ed enti pubblici, infatti, sempre di più ricorrono alle tecniche e al design dei videogiochi per agire sul comportamento delle persone e spingerle a partecipare alle loro attività. Mutuando le dinamiche ludiche in contesti seri si può stimolare un paziente alle cure e rendere un dipendente più concentrato al lavoro tanto quanto lo è un giocatore immerso in un’avventura di gioco virtuale. Con un videogame si può anche fidelizzare un consumatore a un prodotto o ingaggiare elettori durante la campagna elettorale. Le persone non devono sentirsi obbligate a farlo, devono volerlo fare. La chiamano gamification, ma davvero si tratta solo di un gioco?

La sostenibilità della moda

Tutte le grandi case di moda, quelle dove la produzione è stata spostata nei paesi dell'est (e ora anche in paesi africani) per ragioni di costi (e di profitto) assicurano di avere al centro dei loro interessi la sostenibilità,il rispetto per l'ambiente e condizioni sicure e umane per i propri lavoratori.
Emanuele Bellano e i giornalisti che hanno curato il servizio sono andati a vedere quali sono le condizioni negli stabilimenti in Cina, est Europa e in nord Africa.
Il gran lusso è un mercato che vale 1000 miliardi di euro, che da prestigio all'Italia (per i marchi italiani): per sostenere la sostenibilità i marchi italiani ogni anno alla Scala organizzano l'evento “Green carpet fashion award”: apparire sostenibile è importante per questi marchi, l'immagine del lusso deve essere accompagnata dall'immagine del bello e del pulito.
Sarebbe un grave danno di immagine se uno scoprisse che dietro quel lusso ci sono degli schiavi.
LVMH è il gruppo che detiene i marchi LV, Fendi e Bulgari fattura 40 miliardi di dollari ed è di proprietà del signor Arnault, considerato da Forbes il quarto uomo più ricco al mondo.
Al sesto posto di trova Ignazio Ortega, proprietario di inditex, che possiede il marchio Zara (25 miliardi di euro nel 2017).
Ci sono poi anche i marchi italiani: Max Mara fattura 1,5miliardi di euro mentre Armani 2,6 di fatturato.

Il tema della sostenibilità è stato al centro della settimana della moda milanese: alcuni dei produttori presenti intervistati da Emanuele Bellano hanno parlato di produzione italiana, con tessuti italiani, tutto made in Italy.
Ma altri marchi (come Max Mara e Armani) non hanno concesso l'intervista e così il giornalista è andato a vedere di persona: presentandosi col falso profilo di acquirente, Bellano è andato in una fabbrica in Cina, per controllare di persona..

Sul Fatto Quotidiano una seconda anticipazione


Secchi di prodotti chimici senza coperchio, vernici mescolate a mani nude, uomini a lavoro in sandali sopra a pavimenti pieni di residui di sostanze nocive. “Questo tra qualche anno avrà un tumore alla vescica”, commenta un consulente d’azienda ignaro di essere ripreso, indicando un operaio.[..] 
Con una telecamera nascosta il giornalista entra nella fabbriche che producono tessuti per i grandi marchi – gli stessi che, a inizio servizio, parlano di moda “green” da Milano e da Parigi – , accompagnato da una guida che da anni lavora nel settore e che non sa di essere ripresa. Il risultato è il contrario di ciò che professano le grandi aziende: vecchi barili di materiali tossici e infiammabili senza protezioni, sostanze chimiche ammassate alla rinfusa, operai senza guanti né mascherine. “In Italia se un direttore ha una fabbrica così arriva il padrone e lo caccia a calci in culo”, sentenzia la guida nello stabilimento di Shanghai. 
Eppure i clienti sono tutti facoltosi: “Per Zara facciamo 100mila metri di tessuto l’anno – spiega a Report una manager della fabbrica – poi oltre a loro e a H&M produciamo anche per il gruppo Vf, per Gap e siamo in attesa di partire con Mango”. Una volta ottenuti i filmati dalle fabbriche, Report ha chiesto spiegazioni ai marchi coinvolti. Tra i “no comment” e i “verificheremo” dei più, Zara ha negato di aver mai lavorato con quegli impianti (contraddicendo non solo i video, ma anche il proprio sito internet), mentre H&M si è difeso assicurando di far firmare un protocollo ai propri fornitori in cui si impegnano a rispettare certi standard. L’unica presa di posizione decisa è arrivata da Ikea: “Abbiamo provveduto ad avvisare i nostri fornitori che se entro 90 giorni non si adegueranno agli standard di sicurezza chiuderemo i rapporti”.

La scheda del servizio: PULP FASHION di Emanuele Bellano in collaborazione di Michela Mancini e Greta Orsi
I grandi marchi della moda italiana e internazionale costituiscono delle vere e proprie potenze economiche sullo scenario mondiale. Insieme hanno una capitalizzazione di borsa di 1500 miliardi di dollari. La maggior parte dei brand, sia quelli di lusso sia quelli di massa, ha ormai trasferito a Est l'intera produzione dei loro capi: Cina, India e Bangladesh prevalentemente per i tessuti, Turchia, Europa dell'Est e Nord Africa per il confezionamento. Nonostante si tratti di paesi dove la manodopera costa poco e i controlli sono spesso inesistenti, le case di moda garantiscono che la loro catena produttiva rispetti alti standard di sostenibilità e garantisca la salute dei lavoratori, quella dei consumatori e il rispetto dell'ambiente. Report è entrato in alcune fabbriche in Cina e Nord Africa che producono per i principali marchi della moda italiana e internazionale e ha documentato sotto copertura le reali condizioni di produzione. E le cose non sono esattamente come assicurano loro.

Italia in franchising

Secondo confesercenti il franchising è il sogno del 30% dei nostri produttori, ma per molti è un sogno trasformato in un incubo.
Giuliano Marrucci è partito dal marchio Avis (la società di autonoleggio) presente su tutto il territorio grazie al franchising: uno di questi affiliati era del signor Paoletti, che ha visto rescisso il contratto nel 2014. Senza apparente motivo.
Una storia simile a quella di Cosimo e Giovanni, affiliati alla rete di Poste Italiane, Ki Point: una rete che prometteva un buon fatturato (si parlava di più di duemila euro al mese netti).
LA realtà è stata ben diversa: nessuna delle persone contattate da Giovanni aveva guadagnato qualcosa.

Cristiana, Tiziana, Massimo e Antonia erano affiliati alla rete di Original Marines: non è stata un'esperienza positiva la loro, gli sono rimasti i debiti (anche col marchio) e le tasse da pagare.
Il franchising – racconta Giovanni – è un sistema importato dall'America senza le sue regole: “qui i potenti fanno quello che vogliono”

La scheda del servizio: ITALIA IN FRANCHISING di Giuliano Marrucci in collaborazione di Alessia Marzi e Silvia Scognamiglio (qui l'anteprima su raiplay)

Cinquantunmila negozi, 940 marchi, 187 mila addetti e quasi 25 miliardi di fatturato. E’ il fantastico mondo del franchising, un settore che dalla crisi del 2008 ha visto crescere i fatturati del 5 per cento e il numero di punti vendita di oltre il 12 per cento, mentre il resto del commercio al dettaglio precipitava a picco. Nell’immaginario di chi vi aderisce c’è la possibilità di coniugare la sicurezza di avere alle spalle un marchio prestigioso con i propri sogni imprenditoriali. Sogni che per molti però si sono trasformati in un incubo.