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15 febbraio 2024

Morte nel chiostro di Marcello Simoni


 

Prologo

Anno Domini 1187, 21 ottobre Città di Ferrara

Simile a un gregge raccolto intorno alla cattedrale, il popolo teneva i suoi mille occhi puntati sul maestoso carro funebre trainato da quattro giumente. Il mattino era freddo, immerso in una foschia talmente cupa da smorzare i bagliori del corteo che, con cerimoniale lentezza, seguiva il catafalco verso il grande edificio. Un corteo interminabile, formato da religiosi di ogni ordine e grado, ognuno intento a reggere fiaccole o turiboli mentre snocciolava a capo chino i versetti del requiem.
I tre uomini osservavano la scena da lontano, oltre la marea di berretti e cappucci confluita nella piazza ancor prima dell’alba.

Il papa, Urbano III, eletto da poco meno di due anni, è appena morto nella città di Ferrara, dove si era rifugiato fuggendo da Verona per lo scontro con l'imperatore Federico Barbarossa. Al suo funerale tre uomini osservano la folla che si stringe attorno alla salma, commentando questa morte improvvisa. Morte che lascia aperte molte domande..

“Quindi, a vostro parere,” riprese con una punta di esitazione, “papa Urbano III sarebbe stato ucciso da due principi della chiesa?” “Avvelenato,” precisò l’anziano.

Il papa sarebbe stato avvelenato per sottrargli una reliquia preziosa, la cui divulgazione potrebbe creare problemi alla Chiesa, in quel momento così fragile. Gerusalemme è caduto nelle mani del Saladino e, nel resto dell’Europa, i movimenti considerati eretici e le sette ne stavano mettendo in crisi l’unità.

Chi sono questi tre oscuri personaggi e qual è questa reliquia che sarebbe all’origine dell’avvelenamento del papa?

Notte tra il 21 e il 22 ottobre Sobborghi di Ferrara, monastero di San Lazzaro Madre Engilberta non avrebbe saputo dire se a svegliarla fosse stato un grido o il battere delle campane. Sollevò la testa e si ritrovò seduta davanti allo scrittoio..

Questa morte e il furto della reliquia saranno all’origine di una serie di delitti che andrà a sconvolgere la quiete dentro il monastero di San Lazzaro, poco fuori le mura della città: un grido nella notte sveglia dal suo sonno la “magistra abbatissa” Engilberta di Villers, la madre badessa di quel luogo di preghiera e culto, che dovrebbe essere al riparo dalle intemperie del mondo.

Forse è stato solo un imago, una visione, quell’ombra nera che si allontanava dal pozzo – pensa la magistra, poco propensa per i suoi studi passati a credere a delle visioni. Infatti, attaccata all’arco del pozzo nel chiostro, c’è una donna, una consorella del monastero, morta impiccata.

A scoprire il corpo è un’altra suora, una novizia in realtà, che passando a fianco del pozzo scorge prima la corda e poi il corpo.
È la prima morte nel chiostro, un evento che getta un’ombra di inquietudine sulla magistra, per le reazioni sulle sue consorelle ma anche per il rischio che qualcuno dall’esterno vorrà condurre delle indagini sul convento e mettere in discussione il suo potere.
E magari scoprire degli strani movimenti delle suore nella notte, non solo della povera suor Agata, certe consuetudini notturne poco affini alla vocazione spirituale delle “soror” di San Lazzaro.

“Quali consuetudini?” s’irrigidì la magistra. Beatrice abbassò gli occhi e iniziò a tormentarsi un’unghia della mano destra.

“In tutta franchezza, credo dovreste chiederlo alle consorelle più anziane.”

Suor Egilberta non è solo la magistra ovvero la carica più alta nel convento, è anche una studiosa delle scienze, una pratica decisamente non comune per le donne di quel periodo, anche per le religiose: per portare avanti la sua indagine sceglie di farsi aiutare proprio da quella giovane novizia, suor Beatrice. È stata sposa, fino a poco tempo fa, prima che il marito, l’amato Manfredo, morisse assieme ai crociati in Terrasanta. L’aver vissuto fuori nel mondo le consente di avere quello sguardo meno “ingenuo” che potrebbero avere altre consorelle: “tu conosci le malizie degli uomini, hai esperienza delle minacce in cui ci si può imbattere al di fuori di questo claustro!”

Infatti Beatrice si rivela subito un’abile osservatrice, del corpo della morte, di quella corda e di quello strano nodo. E di quella piuma trovata nel vestito della morta e che è di un pavone, ha anche un significato traslato, che porta al sommo pontefice. Forse proprio il pontefice appena morto:

“Ancora ignoro se ciò riguardi il pontefice appena defunto o quello in procinto di essere eletto dal conclave,” soggiunse, “ma la piuma di pavone va chiaramente interpretata come allusione a uno dei due.”

Un secondo cadavere viene trovato dalla stessa Beatrice nel folto degli alberi fuori dal convento: si tratta di un giovane ragazzo sgozzato da una lama molto affilata, lasciato morto dal suo assassino che non si è nemmeno preoccupato di nasconderlo, forse la stessa ombra che madre Engilberta ha visto la stessa notte sfuggire dal chiostro.
Anche questo secondo cadavere porta con se nuovi indizi, nuovi simboli utili per le due suore-investigatrici: come per suor Agata, anche sul secondo corpo viene trovato lo stesso simbolo disegnato sotto il pollice, una croce rovesciata.

E sui suoi vestiti viene trovata una pergamena, su cui è vergato questo scritto: “Ti affido in custodia il corpus dell’apostolo Giovanni”.

La morte di suor Agata, il cadavere sgozzato e l’avvento del cavaliere… rimuginava nel frattempo. Si trattava di eventi slegati, messi in fila semplicemente dal caso, oppure tra l’uno e l’altro intercorreva un nesso?

Due morti, una suora dall’anima inquieta che si è portata i suoi segreti con sé e un giovane che non sa da dove sia arrivato. Una pergamena che richiama forse un’antica reliquia (quella di cui si parla nel prologo?) su cui in tanti sembrano all’improvviso interessati.
Perché al convento all’improvviso si presentano strani e misteriosi personaggi, tutti alla ricerca di qualcosa tenuto nascosto dentro quelle mura. Qualcosa per cui vale anche la pena uccidere, senza alcun riserbo per il luogo.

In tanti, anche solo leggendo la terza di copertina di questo giallo storico, avranno fatto il parallelo col celebre romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa.
Ci sono molti elementi in comune con l’indagine di Guglielmo da Baskerville col giovane Adso da Melk: un’abbazia benedettina, nel romanzo di Eco, un cenobio di suore benedettine nel romanzo di Simoni. In entrambi c’è la ricerca di una testimonianza dal passato che si vorrebbe tenere celata: un’opera di Aristotele che parlava del riso, dello scherno, considerata un’eresia per la “morale” dogmatica della chiesa medioevale. Nel romanzo di Simoni lo scoprirete nelle ultime pagine, cos’è questo oggetto che tanta paura suscita nella Chiesa.

L’aspetto più interessante del romanzo di Simoni è l’aver scelto due donne come protagonisti principali: Beatrice ed Engilberta da Villers, due donne che poco si sentono a loro agio nel ruolo che la società medioevale cuciva loro addosso. Due donne curiose, disposte a rischiare la vita per amore, desiderose di imparare, poco inclini al rispetto delle rigide gerarchie sociali, anche dentro le silenziose mura del convento.
La donna è uno strumento del demonio, questo insegnavano i predicatori usavano prendendo insegnamenti dalle parole di San Paolo:

La giovane rimase in silenzio. Aveva poco più di sette anni quando, partecipando a una messa, aveva udito per la prima volta l’espressione foemina est instrumentum diaboli. Un’espressione che i predicatori, forti degli insegnamenti di sant’Ambrogio e di san Girolamo, divulgavano alla stregua di un divino comandamento.
[..] La chiesa volta a relegare le figlie di Eva alla sottomissione e all’obbedienza . Alla rassegnata convinzione di essere creature lascive, imperfette, inferiori all’uomo.
Morte nel chiostro è una storia di enigmi e di inganni, di rivalità e menzogne: una storia che nasce e termina nel corso di una sola giornata “tra gli inesorabili rintocchi delle campane”. 
Buona lettura!

La scheda del libro sul sito dell’editore La nave di Teseo
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21 dicembre 2019

Il lupo nell'abbazia, di Marcello Simoni


Prologo 
Anno Domini 832, giorno sesto del mese di dicembre 
Abbazia di Fulda 
Gli armigeri varcarono le cinta dell'abbazia ai rintocchi dell'ora prima. Sferzati dal turbinio della bufera, attraversarono la corte innevata fino allo spiazzo davanti al complesso claustrale e là si fermarono, muti come anime di trapassati condotte al loro estremo giudizio. Le folate biancastre erano così dense da rendere impossibile stabilire il numero esatto di quegli uomini, e pure se la stanchezza che gravava su di loro fosse dovuta a una lunga marcia o a una recente battaglia.

Una serie di delitti all'interno di una abbazia, avvolta dal freddo e dalla neve, non può che far venire in mente il celebre romanzo di Umberto Eco, Il nome della Rosa.
Delitti che evocano il maligno, che non sembrano spiegabili con l'uso della sola ragione, delitti su cui devono indagare dei giovani monaci, la cui sete di conoscenza è superiore al rispetto delle regole monastiche.
Marcello Simoni, lo scrittore di gialli ambientati in epoca medioevale, parte da questo contesto, per raccontarci un enigma ambientato nell'abbazia di Fulda, in Germania, nell'anno domini 832, ben cinquecento anni prima dunque del romanzo di Eco.
Abbazia dove, in una giornata di inverno, arriva un gruppo di armigeri dell'imperatore Ludovico il Pio, comandato da un generale in sella ad un cavallo dalle “proporzioni spaventose.. Totalmente coperto di ferro e di pelliccia bruna”.

L'arrivo di questi soldati suscita la curiosità di un gruppo di monaci miniaturisti, quattro ragazzi arrivati qui per arricchire la biblioteca con le loro opere.
Adamantius da Tours, Walfrido l'alemanno, Lupo di Borgogna e il ribelle Gotescalco figlio di un nobile, al momento in punizione per aver disubbidito ad una delle regole: la sera decidono di uscire dalle mura per andare a vedere coi loro occhi i soldati, le loro armature e magari anche a bere della birra al villaggio, chiamato Villa Fuldensis.

Tutt'altra reazione è quella invece suscitata nell'abate Rabano di Magonza e nel priore: come se l'arrivo di quei soldati dell'imperatore, in un momento così critico per la stabilità dell'impero, costituisse un problema.
Come se la presenza degli armigeri e del loro generale, in giro per l'abbazia, rischiasse di emergere qualche segreto che è bene che resti celato.
Walfrido, così terrorizzato da non riuscire a proferir parola, si limitò a sollevare i palmi. Che alla luce della lanterna si rivelarono rossi di sangue. 
«Ti sei ferito?» intervenne Adamatius. 
Per tutta risposta, l'amico puntò lo sguardo verso il basso, su ciò che a prima vista pareva un grosso fagotto abbandonato nell'angolo di poppa.Un fagotto da cui spuntava un volto ancor più bianco dei fiocchi di neve che, proprio in quel momento, iniziavano a cadere in piccoli turbini dal cielo.

La calma apparente all'interno delle mura è destinata a cessare: Adamantius, assieme a Gotescalco e Lupo, nella loro fuga fuori dall'abbazia, si imbattono in un cadavere, quello del loro confratello Ratgar. Per salvare i propri amici in fuga verso l'abbazia, Adamantius rimane accanto al cadavere, dove iniziano ad accorrere i famigli del villaggio e anche i soldati.

Il delitto di un monaco suscita una profonda reazione: Adamantius viene rinchiuso nelle cripte, al buio, mentre il priore scatena una caccia agli altri monaci visti vicini al cadavere, ritenendoli assieme a quest'ultimo, responsabili della morte del monaco, guardiano della porta meridionale.
Ma la reazione nasce anche dal come il monaco è stato ucciso: tre squarci gli hanno squarciato il busto e reciso la carotide.
Come i segni di una belva feroce. O come i segni del maligno, per l'erborista che viene incaricato di pulire il cadavere.

Non sarà l'unico morto di questa storia: altri monaci troveranno la morte nelle mura dell'abbazia, ucciso con gli stessi segni sul corpo.

Che bestia si annida all'interno delle mura? E' veramente opera del maligno, il Werwulf, il mostro crearo dalle Parche, secondo la leggenda?
E cosa hanno a che fare queste morti coi segreti che l'abate sembra custodire e di cui forse i soldati imperiali sono alla ricerca?

Il lupo nell'abbazia è un un thriller serrato, con molti rimandi al romanzo di Eco (l'erborista, le morti misteriose, i libri..) e che si basa su precisi eventi storici, realmente avvenuti: la dieta di Worms, le tensioni all'interno del Sacro Impero Romano tra Ludovico il Pio e i figli, come reale è l'abbazia benedettina di Fulda e il abate Rabano Mauro, che la guidò negli anni 822 e 842.
Come in tutti i romanzi di Simoni, realistica la ricostruzione del contesto storico in cui si muovono i personaggi, l'abate i soldati e i quattro monaci (anche loro realmente esistiti) cresciuti in mezzo ai libri con una forte curiosità per il mondo esterno.
La scheda del libro sul sito dell'editore Mondadori
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28 agosto 2017

Il marchio dell'inquisitore, di Marcello Simoni


Prologo 
Roma, via dell'Arco camilliano 
18 dicembre 1624
Posò la lanterna sul pavimento cosparso di segatura e xilografie sbiadite, osservando le cinque zampe di legno che salivano fino al pianale intarsiato e, sopra di esso, il gioco di travi, corregge e mulinelli che davano forma al torchio. Benché fossero in molti a maledire quel genere di ordigno, la Babele da cui si erano propagate le dottrine di mille Lutero e Simon Mago, lui non l'aveva mai inteso come uno strumento del diavolo.Eppure era da lì che spuntavano le gambe della vittima, quasi in procinto di essere divorate insieme al resto del corpo.La scena di rammentò Giona ingoiato dal mostro marino, così come l'aveva scorto anni addietro sulla miniatura di un salterio veneziano. [..]Fra Girolamo Svampa si portò all'altro capo del torchio.

In questo romanzo Marcello Simoni ci porta in pieno seicento, a Roma, a pochi giorni dall'inizio dell'Anno Santo indetto da papa Urbano VIII, per l'anno domini 1625.
L'Europa e l'Italia si sono già lasciati alle spalle Lutero e lo scontro tra i principi tedeschi e la Chiesa e il Concilio di Trento. Il Rinascimento è finito e ora, anche dopo la scoperta dell'America, a dominare in Italia sono le potenze coloniali, come Spagna e Francia.

Protagonisti di questo romanzo sono due frati domenicani, posti ad investigare su un delitto avvenuto pochi giorni prima di Natale, in una tipografia.
Il primo, Girolamo Svampa, inquisitore del Sant'Uffizio, nominato magister commissarius dal “maestro di Palazzo”, proprio per risolvere il delitto.
Il secondo, padre Francesco Capodiferro, segretario della congregazione dell'indice, la struttura che all'interno della chiesa romana stilava l'indice dei libri proibiti, che ora dovrà collaborare con Svampa.
Il delitto viene affidato all'inquisitore Svampa per le modalità con cui si è consumato: il morto è stato stritolato dal torchio dentro una tipografia, con in bocca delle pagine miniate, dal contenuto “libertino” ed offensivo nei confronti della Chiesa.
Svampa e Capodiferro sono due investigatori quanto mai diversi: il primo è razionale e freddo, osservatore dei fatti che “congela” in una specie di bolla del passato, per osservarli nella loro immobilità.
Un investigatore che, per scoprire le cause che hanno portato ai fatti, usa la tenica del “furetto”: l'animale che va ad inseguire i conigni stanandoli dalle loro tane.
- Il furetto, - ripeté, quasi avesse espresso un'ovvietà. - Gli antichi cacciatori si servivano di quella bestiola per stanare i conigli, spingendoli così a finire dentro una rete. Ebbene, nel nostro caso la tana del coniglio consiste nell'insieme degli eventi collegati al crimine. Colui che intende assumerne piena coscienza deve addentrarsi in essi, come il furetto nel rifugio della preda, al fine di portare alla luce nomi, indizi e moventi.

Il passato di Girolamo Svampa emerge poco a poco: sappiamo che ha sul collo un marchio, impresso col fuoco, un roveto ardente. Sappiamo anche quanto questo passato ancora porti dolore alla sua persona, dolore che viene curato col Laudano.
Il secondo, Capodiferro, possiede una mente prodigiosa capace di tenere a memoria interi libri, anche quelli mandati al fuoco per il loro contenuto.
Una mente elastica e flessibile, usata per consultare i libri probiti e per costruire le sue teorie, i “castelli in aria”.

Il morto, si scoprirà subito, è un altro frate della congregazione dell'indice, frate Rebiba: a colpire Svampa, delle miniature infilate nella sua bocca, è in particolar modo una rappresentazione allegorica. La morte che si fa beffe degli stampatori:
L'inquisitore lo esaminò in preda a un sottile sbigottimento. Si trattava di un'incisione a metà pagina in cui si dava forma ad una strana danza macabra. La morte, madre della peste, della putrefazione e di ogni più orrendo delirio, compariva tre volte nelle sembianze di un cadavere scheletrico, e con quel triplice sogghigno, quasi ad irridere la umane virtù, irrompeva in una bottega di stampatori per insidiare librai e tipografi. Uno dei quali, impegnato a manovrare un torchio.

Il metodo del furetto, ovvero l'andare a seguire tutti le piste che partono dal morto, una ad una, porta Svampa e il suo aiutante, Cagnolo, ad incrociare un gruppo di bravi, forse spagnoli.
Delle litrografie particolari, quelle che hanno inciso i fogli finiti in gola a frate Rebiba, che sono passate attraverso troppe mani.
Un gruppo di studenti della Sapienza, che stampa dei libelli probiti.
Piste che fanno emergere uno scontro in atto, nella chiesa romana: tra il Papa e le sue idee sul potere temporale e gli altri regnanti d'Europa; tra cardinali e cardinali, per il consolidarsi del loro potere.
È una Roma dove si praticano, seppur condannati, antichi rituali risalenti alle antiche civiltà di cui quella romana è rimasta impregnata, come il culto di Iside.
Non siamo nei secoli bui del Medioevo, ma, leggendo il racconto di Simoni e le indagini di Svampa e Capodiferro, anche questo periodo storico sembra contraddistinto da luci e ombre.
E spesso, le seconde prevalgono sulle prime: sono gli anni in cui si finiva ai ceppi, incarcerati in Tor di Nona, per un sospetto di eresia.
Sono gli anni in cui l'invezione delle stampa aveva reso più semplice la produzione di libri: anche dei libri considerati “proibiti”, perché parlavano di magia e astrologia.
Divina, rifletté lo Svampa con una punta di sarcasmo. Erano stati in molti ad aver definito in tal guisa l'arte tipografica, tra cui Leone X e il luterano Peucer. In realtà non esisteva forma di progresso che i conservatori cattolici detestassero di più al mondo. Eccetto il teatro, ovviamente.

Proprio seguendo tipografi e stampatori, i due investigatori riusciranno a trovare l'assassino: per scovarlo dovranno andare ad immergersi nei segreti di Roma, non solo quelli legati allo scontro in atto tra poteri, ma anche fisicamente, nei sotterranei della città eterna, che ancora custodiscono resti di antichi culti.
- Allora? - gli fece eco il segretario. - Alcuni di questi edifici si estendono in superficie, altri sotto i nostri piedi. Invero, sono proprio questi ultimi a custodire la natura più ambigua e pericolosa di Roma. Ricettacoli di culti misteriosi, orgiastici, rappresentano le vestigia di antiche idolatrie incubate in Egitto e in Grecia, e giunte fino ai nostri giorni. 
- Intendete dire che ancora oggi vi si coltivano dei riti pagani?- Non in tutti i sotterranei, e naturalmente non è facile accertarsene. Ma dal momento che anch'io, al pari vostro, mi astengo dal credere nelle coincidenze, scorgo nell'Iside del messaggio di «L» un elemento fondamentale del caso..

Ma ci sono altri segreti, altri nemici (oltre all'assassino), da cui Svampa deve guardarsi: anche lui è una pedina in questo gioco di potere in cui bisogna guardarsi le spalle.
Anche perché il passato alle spalle di Svampa è ancora lì che brucia, che grida vendetta:
Nessuna lealtà, nessun senso del giusto. Si trattava di un gioco di ombre in cui lo Svampa aveva finora creduto di rivestire il ruolo di predatore, quando invece era l'esca. Un'esca usata dal maestro di palazzo per attirare allo scoperto i propri nemici.

De “Il marchio dell'inquisitore” ho apprezzato prima di tutto la ricostruzione dei luoghi in un periodo storico, l'Italia barocca, che conoscevo poco.
Una Roma infida, dove ci si deve guardare le spalle quando si gira nei quartieri di periferia, come il Rione Renula.
Una Roma che ha una superficie in luce e una parte nascosta, sotterranea, non solo metaforicamente.
Una città “malata” e anche una “Chiesa che non prometteva salvezza, né per sé stessa, né per i propri figlioli”.
Una chiesa il cui controllo sulla società, sulla circolazione delle idee era messo in crisi dalla diffusione della libera stampa.
Quale il confine tra eresia e pregiudizio? Tra il desiderio di scoprire nuove cose e la paura nell'uscire dal proprio guscio?
Dubitatio licita, si disse.Quella o la semplice, ancestrale regola del sospetto che guidava la Congregazione del Sant'Uffizio da quattro secoli.L'istinto del predatore accompagnato dall'eretica presunzione che fosse lo Spirito Santo a ispirarlo.E non l'ignoranza. 
Il pregiudizio. 
La paura. 
Abbassò il lume. 
E poiché non c'era altro da contemplare nel buio, tornò in superficie.In un'oscurità ancora più densa.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e un estratto dal primo capitolo.
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18 settembre 2015

L'abbazia dei cento delitti, di Marcello Simoni

PrologoCittà di Ferrara 13 marzo 1329, mattinaL’uomo in catene varcò le mura attraverso la Porta di San Paolo, tenuto al capestro da due armigeri. Stremato e con gli abiti laceri,stringeva le braccia al petto per combattere la morsa del tardo inverno.Era di corporatura gracile e poco avvezzo alla fatica, ma il bagliore in fondo alle iridi lasciava trapelare un animo focoso. L’unico segno di cedimento l’ebbe nel momento in cui volse lo sguardo al cielo e, sotto uno stuolo di nembi, vide una torre incombere su di sé.
«Miserere mei!», gridò, cadendo in ginocchio. Da quelle merlature si usava appendere i bestemmiatori e i fraudolenti per farli precipitare tra i flutti del Padus.Uno strattone di corda placò il suo sgomento, obbligandolo a proseguire per la Via Grande. Non fu facile. La pioggia della notte precedente aveva trasformato le strade in un pantano di sterco e fango, rese ancor più squallide dal fetore esalato dagli scorsuri fino ai fossati esterni. Odori assai più rivoltanti, tuttavia, si levavano dalle carogne impalate sulle picche lungo la strada, vestigia delle famiglie ghibelline rastrellate dai servi di Avignone.Il popolo lo attendeva più avanti, all’imbocco della piazza. Una distesa di sagome bigie premute l’una all’altra, intabarrate in guarnacche, cappe e mantelli di cenci. Il prigioniero ebbe l’impressione di imbattersi in un’orda di topi, abbrutita dalla fame e da un’ignoranzatale che le avrebbe impedito di conoscere persino Dio, se qualcun altro non avesse cercato di illuminarla.Quei volti facevano spavento. Esprimevano un rabbioso disprezzo che tracimava nella ferocia, come se a tutti fosse manifesta la sua colpa.

Questo romanzo è solo il secondo capitolo di un saga (del Codice Millenarius) iniziata con “L'abbazia dei cento peccati”, che proseguirà ancora: si fa un po' di fatica ad inizio lettura, a prendere confidenza coi protagonisti e col loro passato, nonostante i rimandi dell'autore al precedente capitolo.
Perché al centro del racconto c'è un mistero, che potrebbe mettere a rischio la tenuta della cristianità nel mondo oppure salvarla dall'Apocalisse.
Per questo mistero, legato ad antiche reliquie della passione di Cristo, ci sono persone potenti disposte a tramare, a ordire complotti, a tradire ed uccidere.
Siamo in Italia nell'anno 1347, in piena cattività Avignonese: il papato si è appena trasferito nella città francese. A Ferrara, dopo l'assedio alla città da parte delle truppe del cardinale Bertrand du Pouget, è tornata in mano agli Este. A Rubizzo III d'Este.

Questo capitolo della saga inizia con la scoperta del cadavere del monaco Facio di Malaspina, da parte del cavaliere Maynard de Rocheblanche:
Sedeva in un angolo della stanza, all’unico tavolo presente. Le braccia ciondoloni, la testa piegata in avanti, il mento appoggiato sul ripiano. Dalla bocca socchiusa sporgeva la lingua, oltre il limite consentito. Era stata tirata fuori a forza e inchiodata con un pugnale sulla superficie di legno. Maledicendo la sorte, Maynard de Rocheblanche si avvicinò al cadavere per studiarlo.

Facio di Malaspina, lo leggiamo nel prologo, si era salvato dall'accusa di eresia pochi anni prima, sfruttando l'esistenza del libro segreto. Lapis exilii.
Un segreto sulle cui tracce ci sono, oltre a Maynard, anche il cardinale Bertrand du Pouget (che spera di ottenere la carica pontificia) e le sue spie.
Gli altri protagonisti del racconto sono il giovane Gualtiero, figlio di un pittore arrestato per eresia, e Isabeau, che accompagna Maynard come fosse la sorella, ma che in realtà si è unita al cavaliere sulla via francigena.
L'abate Andrea, dell'abbazia di Pomposa, dentro cui aveva trovato ospitalità Facio.
Infine Eudeline, sorella di Maynard che, dopo in seguito a traversie, ha preso il velo per diventare madre superiora a Reims.

Maynard , che a suo tempo ha giurato di recuperare delle reliquie sottratte a suo tempo dall'abbazia di Mount-Fleur e di proteggere il segreto del Lapis, dovrà conquistarsi la fiducia dell'Este per accedere alla corte ed indagare sulla morte del monaco.
Gualtiero deve scoprire la sorte della sorte della madre, arrestata assieme al padre e a scoprire anche la verità sui suoi genitori. Entrambi sono alla ricerca di qualcosa di importante ed entrambi attraverseranno tante avventure nel corso del libro, che metteranno a rischio la loro vita.
Ma un'altra minaccia incombe su di loro e sull'intera Europa: è la peste nera che, in pochi anni, decimò la popolazione europea.
Stanco di essere tenuto all’oscuro, il francese pestò un piede a terra e sbottò: «Volete dirmi una volta per tutte cosa sta accadendo?».Il vescovo sollevò le bianche sopracciglia. «L’ira dell’Onnipotente, messere», e nascose una smorfia di terrore sotto il cappuccio della cappa. «La peste imperversa su queste terre».Maynard lo fissò sbalordito. Consultò con un’occhiata incredula l’abate di Pomposa, poi si piegò in ginocchio davanti al vescovo. «Ma come può essere accaduto… senza alcun preavviso?»«La morte ha forse bisogno d’invito?»

Il libro racconta dell'impotenza della scienza medioevale nel contrastare il male, i tentativi di spiegazione esoterici, le congiunzioni astrali, i segni dell'Apocalisse che annunciava la fine del mondo.

Difficile, leggendo le pagine di questo romanzo, non pensare ai romanzi ambientati nell'alto medioevo di Ken Follet: “I pilastri della terra” e soprattutto “Un mondo senza fine”, o a "Il nome della Rosa" di Eco.
Dall'autore inglese, questo libro eredita l'accuratezza nella ricostruzione storica delle corti, delle usanze, delle credenze dei tempi. La capacità di mescolare la storia con la fiction: molti dei personaggi sono realmente esistiti, come Bertrand du Pouget, il signore di Ferrara Obizzo III d’Este, il vescovo Guido di Baisio.
E, prima di tutto, la capacità di non stancare mai il lettore e di tenere sempre alta la tensione nel lettore.

Marcello Simoni, a fine lettura, parla anche del grande segreto che si cela nelle pagine del libro (e che in parte rimarrà celato per tenere viva l'attenzione per i prossimi capitoli della saga).
Il Lapis exilii è “in parte leggenda documentata, in parte mia interpretazione personale. Mi sono imbattuto per la prima volta in questo nome nel Parzival dello scrittore tedesco Wolfram von Eschenbach”, scrive.
Fino ad arrivare a re Artù e la mitica tavola rotonda.

Buona lettura!

Qui potete leggere l'incipit.
La scheda del libro sul sito di Newton Compton.

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