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30 ottobre 2023

Report – desideri sauditi

Falda e faldoni di Lucina Paternesi

Il riso Vialone nano è molto pregiato in Europa ed è il primo ad aver vinto la denominazione IGP: viene prodotto anche nel piccolo comune di Sorgà a Verona, dove il Vialone viene ancora servito alla vecchia maniera.
La regione ha concesso un fondo da 400mila euro per promuovere il Vialone nano, ma la stessa regione ha approvato la realizzazione di una discarica per “car fluff” vicino ai campi, dove arriveranno tutti gli scarti delle autovetture non riciclabili, proprio vicino ai campi dove è presente una falda pregiata.
Gli abitanti del paese si sono arrabbiati contro la regione, siccome non hanno avuto ascolto, hanno dunque minacciato di istituire un referendum per andare in Lombardia.
In tutta Europa viene mandato negli inceneritori, la regione Veneto ha autorizzato una azienda privata
a creare un impianto proprio in questo piccolo comune, maliziosamente si può pensare perché porta pochi voti ed è lontano dalle grandi città.

Secondo i dati dell’azienda privata, la falda sarebbe a cinque metri, ma al comune risulta che la falsa si trova sotto un metro di terra di profondità: la regione su cosa ha fatto la valutazione?

Il geologo del comune ha fatto le valutazioni assieme a Report e la falda è a 1,73 metri: la regione Veneto ha preso per buoni i dati dell’azienda RMI, del gruppo Cordifin, ora comprata dal gruppo Rotamfer che gestisce un’altra discarica nel bresciano, finita sotto indagine. Poi è finito tutto tra assoluzione e prescizione.
In questo comune temono l’inquinamento della falda ma anche fenomeni di combustione interna, già verificatesi nell’altra discarica “car fluff” di RMI a
Sora.
LA regione ha fatto altre verifiche nel comune di Sorgà? Non pare, così il sindaco si è rivolto al TAR.

RMI ha offerto denaro al comune per compensazione dei disagi, ma il comune ha rifiutato: non è solo un problema ambientale, ma anche di traffico, per tutti i camion che dovrebbero passare sulle piccole strade del paese.
Il comitato anti discarica ha deciso di indire un referendum per finire sotto la provincia di Mantova, da sempre contraria all’opera: al momento il TAR ha sospeso i lavori e così la regione dovrà riaprire il procedimento.

Zero in condotta di Luca Bertazzoni

I deputati di FI è andato in commissione di Vigilanza TV per accusare la condotta cialtronesca di Report, perfino criminale: la fonte di Forza Italia esiste veramente e semplicemente Bertazzoni l’ha tutelata non mostrandone il volto. Tajani ha voluto pure dare lezioni di giornalismo a Report: ma nessuno dei senatori e deputati ha saputo smentire quanto riportato dalla fonte. Dove sarebbero le diffamazioni, dove sarebbero le azioni criminali?
Il buco di 90 milioni di Forza Italia? I bilanci in rosso?

Tutta fuffa dicono.
E per questo hanno convocato Ranucci in commissione?

Desideri sauditi di Daniele Autieri

L’Arabia Saudita si propone come king maker mondiale per la risoluzione del conflitto in Ucraina e a Gaza: dopo l’inchiesta sul soft power del Qatar, Report ha cercato di capire chi siano gli uomini del soft power saudita, in che modo si muove, con lo sport washing e con le pressioni per portare Expo e mondiali a Ryad nel 2030.
Ma dalle scorie dell’attentato alle Torri Gemelle emerge un altro imbarazzo contro l’Arabia: la verità su questo attentato non è ancora stata scritta, manca chi ha aiutato e addestrato gli attentatori in America.
I parenti delle vittime, come Bret Eagleson, si stanno battendo per far emergere questa verità: il padre di Bret
dopo l’attacco alle Torri, dove lavorava, era tornato in ufficio per recuperare dei Walkie Tokie da dare ai vigili, pochi minuti dopo la Torre sud crollò.
La storia che è rimasta oggi è che i 19 attentatori non avevano conoscenza dell’inglese, avevano pochi soldi, ma non è così.
Nel 2021 il presidente Joe Biden firma un ordine esecutivo per declassificare alcuni documenti top secret della CIA e dell’FBI, sono i documenti dell’operazione Encore, un’inchiesta segreta aperta nel 2006 da FBI.
Kenneth Williams era un agente in servizio all’FBI tra il 1991 e il 2017: “l’operazione Encore ha portato a galla attività di numerosi individui impiegati dal governo Saudita e in particolare dal ministero per gli affari islamici che hanno dato supporto agli attentatori fin
dall’arrivo negli Stati Uniti nella California del sud.”
Quali sono le prove che dimostrano il coinvolgimento del regno Saudita nell’11 settembre?
“All’arrivo degli attentatori negli Stati Uniti d’America nell’aeroporto internazionale di Los Angeles, l’Imam di una moschea di Los Angeles finanziata dai sauditi gli ha assicurato assistenza e protezione. Poco dopo, un altro saudita, Omar Al Bayoumi, che al tempo viveva a San Diego, si è messo in viaggio verso LA dove ha incontrato diversi terroristi presso un caffè.”
Secondo le indagini del Bureau, Al Bayoumi era in realtà un agente del regime saudita e teneva rapporti diretti con l’allora ambasciatore a Washington DC, il principe Bandar Bin Sultan, membro della famiglia reale ma anche grande amico della famiglia Bush.

Le indagini dell’FBI hanno trovato dei contatti telefonici tra Al Bayoumi e l’ambasciata saudita, in particolare con un funzionario di nome Al Jarrah, che lavorava col ministero degli affari islamici presso l’ambasciata a Washington.
Tutto questo ci fa dire, continua il signor Eagleson, “che gli attentatori quando arrivarono qui due anni prima trovarono una cellula istituzionale saudita vicina ad Al Qaeda, che li stava aspettando negli Stati Uniti per assicurargli supporto. Questa cellula li ha aiutati a trovare alloggi, denaro, ad imparare l’inglese. Li ha perfino iscritti alle lezioni di volo ..”
Grazie ai risultati delle indagini dell’operazione Encore i familiari delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 hanno intentato un processo presso la Corte Federale di New York contro il Regno Saudita.

In quel processo è consulente di parte anche Kenneth Williams: l’FBI non gli ha concesso di assistere alle famiglie dell’11 settembre, perché il governo americano non voleva rovinare le buone relazioni col governo saudita.
Questo processo imbarazza il governo americano e quello saudita: la lobby saudita è molto influente in America, sui politici, sui media, sull’industria dell’intrattenimento.
O anche sui legami con l’industria degli armamenti: ogni anno l’Arabia compra armi per miliardi, spende soldi per esercitare la sua influenza nelle segreterie dei presidenti, sui membri del Congresso.

L’ambasciata araba si
affaccia “provocatoriamente” su via Khashoggi,: ma ormai sono passati diversi anni dall’omicidio del giornalista, l’indignazione è già passata da parte del governo americano.

O
ggi il governo di Bin Salman si sta proponendo come mediatore presso le democrazie europee per la risoluzione dei conflitti, questo sebbene le tante ombre sulla violazione dei dritti civili.

Con il suo fondo sovrano PIF l’Arabia compra azioni delle grandi multinazionali, è dentro le banche d’affari, dentro il fondo Black Rock, è azionista di Nintendo. In Italia il PIF sta trattando l’acquisto di ville e hotel in Italia.
Freedom iniziative è una piccola organizzazione che in America lavora per il rispetto dei diritti civili nel mondo arabo:
a Report hanno raccontato di come con l’arrivo di Moamed Bin Salman la repressione nel paese è cresciuta.
Secondo un rapporto dell’ONU e della Cia sarebbe
proprio lui dietro l’omicidio del giornalista Khashoggi: ci sono degli scambi tra l’agente che ha diretto l’agguato col principe, gli uomini del commando facevano parte della cerchia di MBS, i jet che sono stati usati dagli uomini del commando fanno parte di una società del fondo PIF, lo stesso fondo che sta pagando gli stipendi miliardari delle stelle del calcio in Arabia, Benzema, Neymar, Ronaldo.

Cacio e sport sono diventate una piattaforma per affermare una autorevolezza politica, come hanno fatto prima gli oligarchi russi: i soldi per il calcio servono a ripulire la propria immagine per i crimini commessi in Yemen e nel loro paese.

Il sogno di MBS è ospitare un mondiale di calcio: per questo sogno l’Arabia ha cercato la sponda dell’Italia, avvenuta per tramite di diversi incontri con la Federcalcio italiana.
Nel 2020 – racconta il servizio di Report – ci fu un incontro tra l’ex presidente Conte e esponenti di Ryad per presentare il progetto di un mondiale a tre con l’Egitto, incontro
a cui partecipò anche il presidente Fifa Infantino e quello della FGCI Gravina. Infantino propose un mondiale a tre con Egitto e Arabia. Ricorda Conte che “già dall’incontro col consigliere diplomatico Benassi convenimmo che non c’erano le condizioni per costruire un progetto del genere.”

C’è stato anche un altro incontro tra Bin Salman e Conte nel corso del G20 in Argentina a fine 2018 (a ridosso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, il 2 ottobre 2018) e in quella occasione in un incontro bilaterale l’ex presidente espresse il suo disappunto per quell’omicidio “inaccettabile” (in un contesto in cui c’era un forte imbarazzo da parte dei leader europei – così ricorda Conte) “gli dissi che l’unico modo per uscirne era consentire un processo con osservatori internazionali ..”

Nonostante i no di Gravina e Conte, gli incontri dei sauditi in Federcalcio andarono avanti.

Pur di portare avanti il loro progetto di un mondiale a tre con Egitto e Italia i sauditi si propongono come mediatori sulla questione Regeni, : la fonte anonima dentro la Federcalcio racconta al giornalista di Report di come un giorno arrivò una lettera col timbro confidenziale e la firma del presidente della Federazione “in realtà però dietro c’era il governo saudita che di fatto parlava al governo italiano .. si proponevano come mediatori per cercare di risolvere la crisi tra il governo italiano e quello egiziano per via dell’omicidio Regeni e sul caso Zaki”.

Sfumato il campionato del 2030, l’Arabia sta puntando ai mondiali del 2034: la nostra supercoppa verrà disputata in Arabia, dietro l’accordo per 150 ml, dentro cui ci sarebbe anche l’acquisto di una squadra italiana. Tutti investimenti per migliorare l’immagine di Bin Salman nel mondo.
Ma la realtà è diversa: in Arabia le donne sono condannate per aver guidato l’automobile, specie le attiviste che si battono per i diritti civili.
I prigionieri politici rinchiusi nelle carceri sono torturati, rischiano la condanna a morte: altro che rinascimento calcistico, comprando squadre di calcio e campioni.

Anche la Champions League è a rischio?

Il fondo saudita sarebbe stato interessato anche all’acquisto della Fiorentina – racconta Daniele Autieri: la società è in un momento di crisi anche per la situazione dello stadio, su cui c’è un vincolo che ne blocca la demolizione. Il presidente Comisso avrebbe voluto usare i fondi anche del PNRR, ma il senatore Renzi aveva criticato l’utilizzo del PNRR bloccando il progetto.

Il direttore generale Barone in una intervista telefonica a Report ha raccontato di questa notizia dell’interessamento degli arabi, uscita in un momento di crisi per la società.
Barone (DG della Fiorentina)
racconta anche di un messaggio ricevuto da parte dell’ex premier Renzi in cui si proponeva un incontro con gli amici dove si giocava la supercoppa (gli arabi).
Erano i giorni in cui Renzi attaccava il comune e la squadra per l’uso dei fondi pubblici per la costruzione dello stadio: “gli arabi non sono interessati alle squadre di calcio” risponde
l’ex presidente a Report, nessuna mediazione, sono solo un tifoso della Fiorentina, “voi pensate solo ai soldi”.

I legami tra Bin Salman e Renzi sono noti, come anche i bonifici ricevuti in questi anni per le sue conferenze. Ha partecipato anche all’evento del fondo FII, nella Davos del deserto.
Come anche è
altrettanto noto che, nel governo Renzi nel 2016, sono state vendute armi in Arabia, usate nel conflitto in Yemen, un conflitto in cui sono morte migliaia di civili.

Sono bombe prodotte in Sardegna, dalla RWM nel Sulcis, un territorio bellissimo e poverissimo, come le lontane terre dello Yemen.
Dopo il blocco col governo Conte, il governo Meloni ha ri-autorizzato la vendita di armi in Arabia:
i rapporti con questo paese sono cambiati tanto che oggi esiste un intergruppo di “amicizia” col paese arabo nel Parlamento italiano, che era pure presente all’evento romano al Saudi Village. Questi parlamentari dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti civili: un parlamentare in forma anonima ha raccontato di incontri tra gli arabi e questi parlamentari, facendo loro regali, invitandoli ad eventi.

Esiste una forma di pressione sui parlamentari italiani da parte del governo arabo?
La senatrice Murelli, membro dell’intergruppo di amicizia, ammette che il problema è Report: “so che l’ambasciatore
saudita non vi rilascia l’intervista e non la rilascio nemmeno io ..”

Il servizio pubblico ha il diritto dovere di sapere se i nostri parlamentari sono liberi nelle loro scelte o meno, chi ha pagato i loro viaggi oppure no?

L’Arabia ha investito 500 miliardi di dollari nella città del futuro, Neom che, come la rosa del deserto, spunta dal nulla del deserto e le acque calde del mar Rosso: qui si vorrebbe che fosse ospitato l’Expo del 2030.

Varrebbe 50 miliardi il giro d’affari per l’Expo: per vincerlo servirebbe il voto di 100 tra i delegati del bureau a Parigi, il BIE.
Il consenso per prendersi l’Expo si compra con gli investimenti: la sponsorizzazione della Roma e l’acquisto della catena degli alberghi di lusso che garantirebbe a CDP una plusvalenza da 200 ml.

Un modo per rendere più digeribile a Roma che dovrà accettare la sconfitta per Expo?

Da una parte il finanziamento nascosto e le pressioni, anche presso il BIE (dove in Francia hanno ingaggiato un uomo delle istituzioni), dall’altra il finanziamento alla luce del sole ai paesi in via di sviluppo o in situazione di crisi: anche Cuba è finita in questo giro di investimenti, soldi per costruire una moschea in cambio dell’appoggio per il voto su Expo.

Un consulente del BIE racconta dell’atteggiamento di sudditanza dei vertici del bureau nei confronti dell’Arabia: pochi giorni prima del voto, la maggioranza dei votanti del BIE (che arrivano dalle ambasciate) sono ospiti a Ryad.

“Nessun giorno vi cancelli dalla memoria”: questa la frase scritta sul memoriale delle vittime dell’11 settembre a NewYork. Ma la memoria a quanto pare può essere messa da parte, se dall’altra parte ci sono i soldi, le sponsorizzazioni, i regali.

29 ottobre 2023

Anteprima inchieste di Report – la rete di influenza dei sauditi

Tre i servizi che andranno in onda questa sera: il soft power saudita e l’ipocrisia occidentale (per cui pecunia non olet). L’incidente a Mestre, che non è stato di certo causato dalle batterie elettriche del bus. Infine una storia incredibile sul Veneto che per un’ordinanza sull’interramento dei rifiuti.

Il soft power saudita

L’Arabia Saudita è il nuovo king maker del mondo, in un rapporto strano con le potenze occidentali da una parte e con i paesi del gruppo Brics dall’altra (come ha raccontato lunedì scorso il servizio di Presa diretta). In bilico tra le ombre interne di una dittatura e l’immagine di sinceri riformatori che viene venduta all’estero.
Per vendere questa immagine positiva comprano le stelle del calcio mondiale, realizzano i progetti più costosi e avveniristici e puntano ad ospitare mondiali di calcio ed Expo nel 2030.
Chi sono gli uomini del soft power arabo?

Il servizio di Daniele Autieri parte da molto lontano, dall’11 settembre 2001, dall’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle: per anni si è raccontata la storia di 19 attentatori dalla scarsa conoscenza dell’inglese, pochi soldi a disposizione, ignoranza totale della cultura occidentale, assoluta inesperienza nel pilotaggio dei grandi aerei. Capaci però di portare a termine il più grave attacco terroristico della storia degli Stati Uniti.

Brett Eagleson è il figlio di una vittima di quell’attentato: “22 anni dopo i cittadini americani, il mondo intero meritano di sapere cosa è accaduto veramente l’11 settembre, chi ha aiutato gli attentatori e in che modo siano riusciti a realizzare quel piano”.
Nel 2021 il presidente Joe Biden firma un ordine esecutivo per declassificare alcuni documenti top secret della CIA e dell’FBI, sono i documenti dell’operazione Encore, un’inchiesta segreta aperta nel 2006 da FBI.
Kenneth Williams era un agente in servizio all’FBI tra il 1991 e il 2017: “l’operazione Encore ha portato a galla attività di numerosi individui impiegati dal governo Saudita e in particolare dal ministero per gli affari islamici che hanno dato supporto agli attentatori fin negli Stati Uniti nella California del sud.”
Quali sono le prove che dimostrano il coinvolgimento del regno Saudita nell’11 settembre?
“All’arrivo degli attentatori negli Stati Uniti d’America nell’aeroporto internazionale di Los Angeles, l’Imam di una moschea di Los Angeles finanziata dai sauditi gli ha assicurato assistenza e protezione. Poco dopo, un altro saudita, Omar Al Bayoumi, che al tempo viveva a San Diego si è messo in viaggio verso LA dove ha incontrato diversi terroristi presso un caffè.”
Secondo le indagini del Bureau, Al Bayoumi era in realtà un agente del regime saudita e teneva rapporti diretti con l’allora ambasciatore a Washington DC, il principe Bandar Bin Sultan, membro della famiglia reale ma anche grande amico della famiglia Bush.

Vi ricordate il film di Michael Moore Fahrenheit 11/9? Nel film del 2004 si parlava già di tutto questo, in internet si trova ancora un articolo di Guido Olimpio del 2006 sui grandi misteri attorno all’11 settembre:

Mistero numero 3

Ci porta in California, e precisamente a San Diego, dove vivono due sauditi assai intriganti: Omar al Bayouni e Osama Basnan. Il primo è stato dipendente governativo, e si è poi stabilito sulla costa occidentale degli Usa. Il senatore repubblicano Bob Graham ha precisato alla rete Cbs che l’Fbi lo aveva schedato come membro dei servizi segreti sauditi. È lui ad assistere, nel 2000, Khalid al Mihdar e Nawaf al Hazmi quando arrivano da Los Angeles. Paga l’affitto di un appartamento e aiuta insomma due degli attentatori dell’11 settembre. Sosterrà di averli conosciuti per caso in un ristorante, e sempre per caso l’incontro coincide con una visita al consolato del regno. Omar non chiarirà mai la sua posizione, in quanto andrà all’estero nel 2001, due mesi prima dell’attacco.

I legami di Osama Basnan sono ancor più interessanti. Ha ricevuto forti somme di denaro dall’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, il principe Bandar Bin Sultan (foto sotto, Reuters), e da sua moglie, la principessa Haifa. Bandar è da decenni uno degli uomini più influenti del regno, ed è amico personale del presidente George W. Bush. Che lo riceveva persino più spesso del segretario di Stato Colin Powell. La verità di Basnan sarà sempre la stessa: il denaro era una donazione per curare e assistere la moglie. No, ribattono gli accusatori: i soldi sono finiti nelle mani o nelle tasche dei dirottatori, o meglio degli organizzatori del più grave attentato della storia recente. Basnan verrà espulso, senza conseguenze legali. L’idea prevalente è che i sauditi — a titolo personale o perché hanno obbedito a ordini? — abbiano costituito una sorta di base avanzata per il team incaricato di compiere le stragi. A gestire il team sarebbe stato il diplomatico Fahad al Thumairy, ritenuto assai vicino agli ambienti più estremisti e dunque pericolosissimo. Nel 2003 gli verrà negato l’ingresso negli Usa.

Le indagini dell’FBI hanno trovato dei contatti telefonici tra Al Bayoumi e l’ambasciata saudita, in particolare con un funzionario di nome Al Jarrah, che lavorava col ministero degli affari islamici presso l’ambasciata a Washington.

Tutto questo ci fa dire, continua il signor Eagleson, “che gli attentatori quando arrivarono qui due anni prima trovarono una cellula istituzionale saudita vicina ad Al Qaeda, che li stava aspettando negli Stati Uniti per assicurargli supporto. Questa cellula li ha aiutati a trovare alloggi, denaro, ad imparare l’inglese. Li ha perfino iscritti alle lezioni di volo ..”
Grazie ai risultati delle indagini dell’operazione Encore i familiari delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 hanno intentato un processo presso la Corte Federale di New York contro il Regno Saudita.

Sarebbe la prima volta negli Stati Uniti che una corte federale condanna un governo straniero: questo darebbe al mondo un messaggio molto forte e potente – è sempre il signor Eagleson a parlare - “ovvero che le vittime del terrore non dimenticheranno mai.”

Torniamo ai giorni nostri: l’Arabia sta puntando molto sulla gara per Expo 2030 e i mondiali di calcio (se sono andati al Qatar, perché non l’Arabia?), arrivando anche ad avvicinare politici stranieri e italiani. Daniele Autieri ha intervistato un parlamentare italiano “Ho partecipato ad incontri a porte chiuse ma non sono mai stato in Arabia Saudita ..” racconta al giornalista, aggiungendo che nei viaggi in Arabia sono stati offerti molti regali ai nostri parlamentari.

Sul Fatto Quotidiano è uscita una anticipazione del servizio dove si parla dell’attivismo del senatore Renzi, che provò ad fare da intermediario tra i proprietari della Fiorentina e Ryad

“Così Renzi offriva ai sauditi di Bin Salman la Fiorentina”

SPORTWASHING - “Matteo il tifoso” attaccava sullo stadio di Firenze, ma faceva arrivare proposte al dg viola Barone per conto di Riya
DI VINCENZO IURILLO 
29 OTTOBRE 2023

L’ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi, tifa Fiorentina. E questa non è una notizia. Lo è invece quella che il nostro Renzi d’Arabia, l’amico del principe regnante dell’Arabia Saudita, Bin Salman, provò a intermediare un incontro a Riyad tra il management della squadra viola e gli “amici” sauditi dell’ex premier, che sarebbero stati interessati all’acquisto della Fiorentina. Nei mesi scorsi, infatti, il senatore Renzi ha inviato un messaggino al direttore generale della Fiorentina, Joe Barone, braccio destro del presidente Rocco Commisso, per proporre questo incontro.

Si usa lo sportwashing e i mega progetti per conquistare l’opinione pubblica mondiale, come il progetto per la città di Neom che, come la rosa del deserto, spunta dal nulla del deserto e le acque calde del mar Rosso: qui il regime ha investito 500 miliardi di dollari per costruire una metropoli ultra moderna, una delle frecce nell’arco del principe Bin Salman per convincere il mondo che l’Arabia è il posto ideale per ospitare i grandi eventi del 2030, contesi con Roma.
Un consulente del Bureau International des Expositiones (l’ente che valuterà le candidature) racconta a report “a me la cosa che mi ha fatto impressione è che alcuni dirigenti BIE, quando gli arriva la telefonata del saudita che lo cerca anche a livello apicale, sbiancano.”


Moamed Bin Salman è l’erede al trono scelto da re Salman, l’ultimo rappresentante della famiglia Saud che dal 1926 guida l’Arabia Saudita. Per alcuni è un riformatore, per altri un tiranno spietato: secondo un report della CIA e dell’Onu è lui il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.
Ma il calcio è uno strumento formidabile per far dimenticare le violazioni dei diritti umani e costruire un consenso unanime attorno all’Arabia Saudita: prima di vincere un mondiale (magari con Mancini come allenatore) il sogno di MBS è di ospitarne uno.

L’obiettivo è far diventare la lega calcio araba una delle prime dieci al mondo entro il 2030: chissà fino a quando la champions League rimarrà in Europa.
Daniele Autieri, oltre ad aver intervista l’ex presidente Renzi sulla vicenda della Fiorentina, ha intervistato anche l’ex presidente Giuseppe Conte: ci fu un incontro nel 2020 in cui l’Arabia presentò il suo progetto per i mondiali del 2030 a cui partecipò anche il presidente Fifa Infantino e quello della FGCI Gravina. Infantino propose un mondiale a tre con Egitto e Arabia. Ricorda Conte che “già dall’incontro col consigliere diplomatico Benassi convenimmo che non c’erano le condizioni per costruire un progetto del genere.”
Lo stesso consigliere Benassi conferma la ricostruzione “Me ne parlò Conte esprimendomi più di un pensiero di perplessità. Allora partire lancia in resta con l’Egitto, in pieno caso Regeni eccetera, lei immaginava che, insomma, destava qualche perplessità d’immagine per il nostro governo. Feci proprio un sondaggio su indicazione del presidente, mi disse ‘veda di approfondire..’ però la posizione iniziale, insomma, ci fa alzare più di un sopracciglio.. ”
C’è stato anche un incontro tra Bin Salman e Conte nel corso del G20 in Argentina a fine 2018 (a ridosso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, il 2 ottobre 2018) e in quella occasione in un incontro bilaterale l’ex presidente espresse il suo disappunto per quell’omicidio “inaccettabile” (in un contesto in cui c’era un forte imbarazzo da parte dei leader europei – così ricorda Conte) “gli dissi che l’unico modo per uscirne era consentire un processo con osservatori internazionali ..”
Racconta il servizio che a volere questo mondiale condiviso sarebbe stata l’Arabia che identifica nel nostro paese la porta d’ingresso per l’Europa, ma ha bisogno del supporto del più fedele degli alleati, l’Egitto.
Il parlamentare Erasmo Palazzotto fu presidente della commissione di inchiesta su Regeni: “I sauditi, soprattutto in una prima parte hanno molto sostenuto l’Egitto quando era escluso dai consessi internazionali.”
Ci sono state pressioni da parte dell’Arabia sul caso Regeni dunque? Sarebbe da escludere “Che si siano interessati non mi è mai apparso in nessuno degli elementi di approfondimento” – ricorda Palazzotto – “su questo punto abbiamo scavato molto.”
C’è stata anche una mini-trattativa tra la federazione dell’Arabia che ha coinvolto sia la FGCI che il governo Conte, dopo il primo diniego: una consulente di Federcalcio rivela a Report che dopo i primi incontri ce ne furono altri in cui gli arabi presentarono un piano dettagliato su come mettere su i mondiali, “Gravina è sempre stato contrario all’ingresso dei sauditi in Italia.”
Tutto confermato da quest’ultimo, “abbiamo deciso con molta fermezza di non condividere questo appoggio di una candidatura a tre.”
E gli altri incontri dei sauditi in Federcalcio? Erano incontri precedenti a questa ipotesi dei mondiali – spiega Gravina – “arrivammo ad una convenzione che prevedeva una collaborazione in diversi settori, collaborazioni che già prevediamo con diversi paesi”. La partnership poi saltò quando fu evidente che l’Italia non era d’accordo con la scelta del mondiale a tre.

Sul tavolo non c’è lo sport, ma la conquista di un peso geopolitico nel Mediterraneo e in Europa che il regno è disposto a raggiungere a qualunque costo anche andando sopra la nostra sovranità nazionale, racconta il servizio: la fonte anonima dentro la Federcalcio racconta di come un giorno arrivò una lettera col timbro confidenziale e la firma del presidente della Federazione “in realtà però dietro c’era il governo saudita che di fatto parlava al governo italiano .. si proponevano come mediatori per cercare di risolvere la crisi tra il governo italiano e quello egiziano per via dell’omicidio Regeni”

La scheda del servizio: Desideri sauditi di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi e Carlo Tecce

Immagini di Giovanni De Faveri, Davide Fonda, Alfredo Farina, Cristiano Forti, Paolo Palermo e Marco Ronca

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio di Andrea Masella

Grafiche di Michele Ventrone

Le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030.

Gli incontri segreti dei parlamentari; le mediazioni dei politici italiani sugli affari del calcio; i viaggi pagati dai sauditi; le ingerenze politiche sul caso Regeni che arrivano fino alla presidenza del Consiglio di allora; le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030 che si deciderà il prossimo 28 novembre a Parigi. Il piano del Regno Saudita per conquistare una leadership geopolitica tra i paesi arabi e un consenso diffuso tra i paesi del blocco occidentale ha come obiettivo anche l’Italia, il primo paese dell’Unione europea che dal 2019 viene scelto per penetrare politicamente il Vecchio Continente. Un piano che Report ricostruisce con documenti e testimonianze finora inedite. Per la prima volta emergono le attività di pressione e lobbying esercitate negli Stati Uniti, in Europa ma anche su parlamentari italiani, così come gli incontri a porte chiuse organizzati a Roma alla presenza di membri del governo saudita. Sullo sfondo il grande circo del calcio mondiale, dove l’Arabia Saudita ha trasformato la più grande e dispendiosa campagna acquisti nella storia in una strategia per la conquista del consenso globale, che ha coinvolto anche la Federcalcio e l’ex Ct della Nazionale Roberto Mancini. Oggi però il Principe ereditario Mohammad Bin Salman deve fare i conti con le conseguenze degli attentati di Hamas del 7 ottobre, che avevano tra gli obiettivi anche quello di far saltare il dialogo di pace avviato tra l’Arabia Saudita e Israele con gli Accordi di Abramo, e che riaprono il dibattito sul ruolo della monarchia saudita nella regione.

La tragedia di Mestre

All’indomani della tragedia, il ministro delle infrastrutture aveva pubblicato un tweet dove si faceva intendere come dietro l’incidente di Mestre (che causò 21 vittime) ci fosse anche un problema coi bus elettrici e le loro batterie, che si incendiano facilmente.
Il servizio di Report si occuperà invece dello stato di manutenzione del guardrail: perché il guardrail era interrotto in un punto e comunque era inadatto?
L’assessore alla mobilità del comune di Venezia ha spiegato che il progetto realizzato da Anas è stato realizzato anni fa con quei varchi. Un progetto vecchio dunque fa intendere l’assessore, ma nel 2001 Anas ha ceduto quel tratto al comune: la legge sulle barriere stradali è del 1992 e prevederebbe un guardrail più alto e continuo, ma questo viadotto è stato costruito 30 anni prima e perciò a quella legge non è soggetto, è rimasto lì senza che nessuno se ne preoccupasse.
A chi spettava la manutenzione? C’è un atto commissariale, ha risposto l’assessore, che dice che la manutenzione è del comune. Il progetto per la sostituzione dei gardrail risale al 2018 ma l’approvazione per il finanziamento è arrivata solo nel 2022 e prevede l’uso di 5,4 ml dai fondi del PNRR.
Colpa dei tempi lunghi delle gare, commenta l’assessore: si poteva almeno mettere in sicurezza quel tratto? Non faccio il tecnico – ha concluso l’assessore – ci sono dei periti del Tribunale che faranno le valutazioni su queste cose, “lasciate alla procura fare le loro indagini”. Come se fare domande ad un nostro rappresentante fosse un ostacolo alle indadini..
La giornalista voleva porre qualche domanda al sindaco di Venezia Brugnaro ma quest’ultimo ha risposto che no, a Report non intende concedere interviste, “report no per carità”. Il sindaco ce l’ha ancora per quella volta in cui Walter Molino, uno dei reporter della trasmissione, aveva chiesto al sindaco se avessero aggiornato la pratica antimafia su una azienda che oggi gestisce in concessione un bene del comune: “siete lo schifo dell’Italia” aveva risposto Brugnaro.
La colpa di Report è essere una trasmissione faziosa: forse perché altri giornalisti non pongono certe domande, scomode, difficili al sindaco. Per esempio come mai sono stati approvati i lavori su un altro cavalcavia, quello sulla rampa Rizzardi finanziato con fondi del Mise.
I nostri rappresentanti devono imparare ad avere un rapporto più sereno coi giornalisti, anziché accusare di faziosità le persone, devono rendere conto delle loro azioni.
Ma gli autisti hanno ricevuto formazione per guidare questi bus elettrici?
Secondo l’azienda La Linea SPA, l’autista riceve una formazione, perché ha un diverso sistema di frenatura, perché elettrico.
Report ha intervistato un ex autista dell’azienda che a Venezia usa questi bus elettrici e che racconta una realtà diversa da quella raccontata dal manager: i corsi di formazione per questi bus non sarebbero stati fatti, “i bus sono arrivati, lo abbiamo solamente provato il giorno prima e il giorno dopo siamo andati lì, abbiamo fatto una riunione .. ci hanno spiegato l’impianto frenante, le batterie in alto, l’energia dove va e come se la prende.”
La riunione sarebbe stata fatta dopo l’incidente, non prima, racconta l’autista:


La scheda del servizio: La tragedia del bus di Giulia Presutti

Collaborazione di Lidia Galeazzo e Andrea Tornago

Immagini di Paolo Palermo e Davide Fonda

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi e Paola Gottardi

Montaggio di Sonia Zarfati, Andrea Masella

Grafica di Giorgio Vallati

Il 3 ottobre scorso un pullman con a bordo 35 turisti è precipitato da un cavalcavia di Mestre.

Nello schianto sono morte 21 persone mentre le altre 15 sono state portate in ospedale con ferite gravissime. Secondo i primi rilievi, il bus si è accostato a destra strusciando sul guard rail per quasi 50 metri. Poi è precipitato in corrispondenza di un varco di servizio. Ma perché la continuità della barriera era interrotta da un'apertura che si è rivelata fatale? E perché il bus, guidato da un autista esperto, sembra esser stato negli ultimi istanti privo di controllo? Il tratto di strada dove è avvenuto l'incidente è sottoposto alla gestione del Comune, che stava svolgendo dei lavori per la messa in sicurezza del viadotto, ma non li aveva ancora terminati. Il bus, invece, è di proprietà dell'azienda Martini Bus, controllata da La Linea Spa, e fa parte di una flotta di 20 pullman elettrici prodotti dal colosso cinese Yutong che sono l'avanguardia della mobilità a zero emissioni. Per l’incidente, intanto, la procura ha iscritto nel registro degli indagati due tecnici del Comune e l'AD di La Linea.

Riso ai veleni

Dal Veneto arriva questa storia incredibile che racconterà Lucina Paternesi: Sorgà è uno dei pochi comuni del veronese dove si può coltivare la qualità di riso chiamata Vialone nano, le risorgive creano l’ambiente ideale per la raccolta del chicco a fine estate. Il Vialone nano è la ricchezza di questo territorio lo sa bene la regione Veneto che ha concesso un finanziamento di 400 mila euro per promuovere i suoi prodotti IGP. Da un lato la regione promuove, dall’altro azzoppa: accanto ai campi di riso si sta preparando la discarica di “car fluff”: un’enorme montagna che andrebbe a raccogliere circa il 40% del car fluff nazionale, lo scarto non riutilizzabile derivante dalla demolizione delle autovetture.

La scheda del servizio: Falda e faldoni di Lucina Paternesi

Collaborazione di Giulia Sabella

Immagini di Davide Fonda, Marco Ronca e Andrea Lilli

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafica di Giorgio Vallati

Come è possibile che la Regione Veneto abbia permesso a un’azienda privata di interrare quei rifiuti a due passi dalle risaie?

Tra i 24 comuni del veronese in cui si coltiva il riso vialone nano, tra i più pregiati e l’unico insignito del marchio I.G.P. in Europa, c’è anche il piccolo comune di Sorgà, in provincia di Verona. Tra un campo di riso e l’altro, però, incombono le ruspe che hanno iniziato gli scavi per realizzare una discarica per rifiuti speciali non pericolosi: il “car fluff”, un pulviscolo contenente tutto ciò che non si può più riciclare dalle auto che rottamiamo. Come è possibile che la Regione Veneto abbia permesso a un’azienda privata di interrare quei rifiuti a due passi dalle risaie e dalle acque pure che inondano quei terreni? Il terreno su cui sorgerà la discarica è privato, l’azienda l’ha acquistato e ha iniziato a pagarlo prima di ottenere il via libero definitivo dalla Regione, nonostante la contrarietà della comunità locale. Ma non è l’unica stranezza. Secondo il progetto che l’azienda ha presentato alla Regione la falda acquifera si troverebbe ben al di sotto di dove si dovrà scavare; è toccato alla piccola amministrazione di Sorgà rifare tutti i rilievi sul terreno fino a che il Tar ha sospeso gli scavi e ora si dovrà pronunciare sul futuro della discarica e del piccolo Comune. Ma quanto è costato tutto questo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 settembre 2022

21 anni dopo – 11 settembre

Io me lo ricordo ancora dov’ero 21 anni quando, nel pomeriggio dell’11 settembre 2001, due aerei di linea americani venivano dirottati e mandati a schiantarsi contro le Torri Gemelle a New York.

In ufficio la notizia arrivò dai canali internet: avevamo anche una piccola televisione, dove seguivamo l’avvicendarsi delle notizie. Un incidente. No, impossibile dopo il secondo schianto. Allora è un attentato. Un attentato organizzato da due gruppi di attentatori di Al Qaeda, un’organizzazione terroristica islamica: questa volta ad essere colpito non era un obiettivo lontano (sebbene solo otto anni prima c’era stato un attentato nei sotterranei delle Torri). A bruciare erano due palazzi simbolo di New York.

Cosa è successo dopo, anche questo me lo ricordo: da una parte la psicosi di nuovi attacchi, per la scoperta di quanto potessimo essere vulnerabili. Dall’altra la risposta di “pancia” nei confronti dei diversi, le persone con la faccia diversa dalla nostra. Bombardiamoli, uccidiamoli.

La guerra in Afghanistan contro il regime dei talebani e poi, nel 2003, la guerra in Iraq, con la bugia delle armi di distruzione di massa.

Sebbene Al Qaeda ricevesse finanziamenti dai sauditi, come Saudita era Bin Laden e sebbene 15 dei 19 dirottatori fossero sauditi, l’amministrazione Bush decise di attaccare l’Afghanistan, per una occupazione durata poi 20 anni e terminata col ritorno dei talebani.
D’altronde i legami tra Bush padre e figlio e l’Arabia erano molto stretti, lo racconta nel suo documentario Michael Moore, Fahrenheit 9/11: il 7% dell’economia americana era nelle loro mani, erano soci dentro il gruppo Carlyle, un gruppo con forti interessi nel settore della difesa, su cui arrivarono miliardi di fondi pubblici per le spese militari.

Si arrivò poi alla guerra in Iraq, per abbattere il regime di Saddam Hussein ritenuto colpevole (in base a prove false) di avere contatti con Al Qaeda e di essere in procinto di realizzare armi di distruzione di massa. Non era vero: Bush, Blair, Powell, hanno mentito al mondo.
Quello che importava erano i profitti che sarebbero arrivati per la guerra, con la spartizione del petrolio iraqeno.
Se non ci fosse stato il lavoro di Wikileaks e il coraggio di poche “gola profonda” nel sistema militare non sapremmo nemmeno dei crimini di guerra, delle torture di Abu Ghraib, delle rendition (come quella dell’Imam Abu Omar qui in Italia), di quanto successo a Guantanamo.

Se avete voglia di approfondire, leggetevi Il potere segreto della giornalista Stefania Maurizi (Chiarelettere). Da una parte la retorica della guerra per esportare la democrazia, dall’altra le falsità di un presidente che manda in guerra ragazzi di poco più di vent’anni e che, cosa ancor più ignobile, si permise pure di tagliare i fondi per l’assistenza dei militari coi postumi della guerra.

A 21 anni da quell’11 settembre 2001 cosa rimane? Viviamo un’epoca dove è stato sconfitto il terrorismo? Abbiamo esportato la democrazia in Iraq e Afghanistan?

Si sono rafforzati gli strumenti sovranazionali per gestire le controversie tra paesi?
La guerra in Ucraina ha fatto irruzione nelle nostre vite: da una parte un regime, quello di Putin, deciso a riconquistare la sua zona di influenza ai confini dell’Europa, senza preoccuparsi delle scelte dei popoli. Dall’altra la Nato e gli Stati Uniti che stanno alimentando questa guerra che non sembra destinata a terminare a breve.

Ancora una volta si assiste al tifo, alla propaganda della guerra, al doversi schierare da una parte o dall’altra, pena l’essere ritenuti complici o amici del nemico.
Quel nemico, Putin, che fino a poco tempo fa erano nostro partner commerciale: a Putin e al suo gas ci siamo legati nel corso degli anni e dei governi passati.

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza.

George Orwell 1984

11 settembre 2021

Vent'anni dopo

L'11 settembre di venti anni fa la guerra entrava nelle case degli americani e dei cittadini di tutto il mondo: la guerra non in un luogo sperduto e lontano (come l'ambasciata in Kenya), ma nel cuore della finanza, con l'attacco alle Torri Gemelle con due aerei pilotati da membri di Al Qaeda.

Dopo venti anni, dopo quasi 3000 morti (molti dei quali tra i soccorritori, rimasti sotto le macerie), dopo la guerra al terrore, l'attacco all'Afghanistan dei talebani e all'Iraq di Saddam potremmo anche fare un passo avanti.

Andare oltre il patriottismo occidentale, la supremazia della nostra cultura: la guerra per esportare la democrazia, con tutto il corollario di bugie al paese, delle torture, dei massacri di civili (i numeri dei morti in Iraq e Afghanistan non viene mai riportato), non hanno risolto nulla.

Leggetevi il saggio di Stefania Maurizi su Wikileaks e sul processo ad Assange per farvi una vera idea di cosa sia stata questa guerra sporca.

Giusto per avere un'idea:

L’Iraq Body Count ha verificato che dal marzo del 2003 all’ottobre del 2020 il numero di civili innocenti uccisi in Iraq oscilla tra 185.395 e 208.419

(Il potere segreto – Stefania Maurizi Chiarelettere)

Me lo ricordo quell'11 settembre di tanti anni fa, con la prima notizia del primo aereo che andò a schiantarsi sulla prima Torre, per un incidente si disse. Poi il secondo aereo, poi l'incendio e il fumo che avvolgeva le Torri, le immagini agghiaccianti delle persone attaccate alle finestre. Poi il crollo.

Sembrava un film invece era il più violento attacco sul suolo americano da parte di un gruppo di terroristi che aveva a capo Osama Bin Laden.

Normalmente la narrazione sull'attacco alle Torri Gemelle si concentra su queste immagina, senza raccontare il prima e il dopo, oppure raccontando solo quello che fa comodo.

Le agenzie governative che si occupavano del terrorismo che non si scambiavano le informazioni, FBI e Cia.

E poi l'utilizzo della paura come strumento per governare, per convincere il paese che si deve sacrificare un po' delle nostre libertà per vivere sicuri dalla minaccia del terrorismo.

Cosa importa se le armi di massa non esistevano. Cosa importa l'uso del terrore, di carceri come Guantanamo dove venivano violate tutte le regole del diritto.

Bombardiamo i nostri nemici: ma i nemici chi?

Di certo non i Sauditi, visto che Bush padre rimase in ottimi rapporti coi sauditi e con membri della famiglia Bin Laden mentre il figlio dava la caccia a Osama Bin Laden (lo riportò nell'ottobre 2001 The Guardian e lo ricorda anche Michael Moore nel suo film).

Volevamo esportare la democrazia senza nemmeno renderci conto che stavamo calpestando la democrazia (ovvero il rispetto dei diritti delle persone, delle minoranze, della libertà di espressione e di critica al potere) anche a casa nostra.

Oggi nei TG non sentirete parlare di John O'Neill, Richard Clarke, dell'Alec Station della Cia, del rapporto dove si parlava di una minaccia sui cieli dell'America, con aerei dirottati e fatti cadere sul suolo americano.

Non sentirete parlare di Abu Ghraib (se non in poche eccezioni come ieri su La Stampa), degli effetti collaterali della guerra. Dopo vent'anni è un po' poco.

15 febbraio 2019

La guerra al cyper terrorismo - da La volpe Forsyth

Cosa c'entra l'11 settembre con la guerra al cyber terrorismo fatta dai servizi segreti di tutto il mondo?
E come mai un reparto di soldati inglesi e americani del SAS sta accerchiando quella casetta alla periferia nord di Londra?
Chi è la volpe, quel temibile hacker che è riuscito a violare la fortezza dell'NSA a Fort Meade, a superare i firewall della difesa americana?
Come ha fatto, cosa ha in mente?

Tutto era cominciato con l'11 settembre:

Quel giorno, oggi noto semplicemente come l'11 settembre, prima che il tramonto calasse avevano perso la vita all'incirca tremila persone, di origini americane ma anche di altre nazionalità. Tra di loro c'erano gli equipaggi e i passeggeri dei quattro aerei, quasi tutti i presenti nelle due torri del World Trade Center e i centoventicinque morti del Pentagono. Più i diciannove terroristi che si erano suicidati. Quegli avvenimenti lasciarono gli Stati Uniti non solo senza parole, ma letteralmente traumatizzati.Quando il paese viene colpito così duramente, il governo americano in genere fa due mosse: si vendica e spende denaro. 
Negli otto anni della presidenza di George W. Bush e nei primi quattro anni di quella di Barack Obama, gli stati Uniti dilapidarono mille miliardi di dollari per costruire il più grande, il più farraginoso, il più ridondante e, con buona probabilità, il più inefficiente sistema di sicurezza nazionale che il mondo abbia mai visto.Se le nove agenzie di intelligence interna e le sette agenzie straniere avessero fatto il loro lavoro nel 2011, l'11 settembre non sarebbe mai avvenuto. C'erano stati segnali, indizi, rapporti, soffiate, indicazioni e anomalie: tutti rilevati, segnalati, archiviati e ignorati. 
Dopo quella data ci fu un'esplosione di investimenti a dir poco impressionante. Bisognava far qualcosa, qualcosa che gli americani potessero vedere, e così fu. Vennero create un'enormità di nuove agenzie con funzioni che replicavano e rispecchiavano l'operato di quelle già esistenti. sorsero migliaia di grattacieli, per lo più di proprietà di imprese private - impazienti di mettere le mani su quell'enorme quantità di denaro - alle quali fu appaltata anche la gestione.La spesa pubblica associata a quell'unica, epidemica parola, "sicurezza", esplose come un ordigno nucleare sopra l'atollo di Bikini, il tutto finanziato senza alcuna lamentela dagli ingenui, fiduciosi e sprovveduti contribuenti americani. Quell'incremento di attività generò un aumento dei rapporti - cartacei e online - talmente importante che solo un dieci per cento di essi  è stato effettivamente letto. 
Mancava il tempo e, nonostante l’enorme numero di dipendenti, anche il personale necessario ad affrontare una tale massa di informazioni.In quei dodici anni, inoltre, era accaduto anche qualcos'altro: i computer e i loro archivi - le banche dati - erano diventati i padroni del mondo.[La volpe, di Frederick Forsyth Mondadori]

La volpe è il titolo del thriller appena uscito di Frederick Forsyth: spionaggio, cyber terrorismo, le sicurezze e i punti nevralgici delle democrazie di oggi.
Come in altri romanzi del maestro del thriller, realtà e invezione narrativa si mescolano facendo nascere nel lettore tante domande ..

Buona lettura!

22 agosto 2017

Estate 2017 – un discorso sul fascismo, di Michela Murgia

Mai parole sono state così necessarie e chiare, quelle scritte da Michela Murgia nel suo post su Facebook dove spiega cosa sia il fascismo (non cosa sia stato), perché non dobbiamo metterlo tra le ideologie e qual è la differenza tra fascismo e comunismo.
Il fascismo è la negazione della democrazia, ma un insieme di metodologie politiche che possono andar bene alle dittature di destra e di sinistra.
Un post utile, proprio in questa estate dove il fascismo sembra tornato (troppo) in voga.

E le foibe? E Stalin? E il comunismo (in Russia, visto che in Italia non abbiamo avuto una dittatura dei soviet mentre abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il ventennio mussoliniano)?

Leggetevi quanto Michela Murgia scrive, avrete tutte le risposte (sempre che uno abbia voglia di approfondire e usare la propria testa).



Piccolo discorso sul fascismo che siamo.

A te che hai vent’anni e mi chiedi cos’è il fascismo, vorrei non doverti rispondere. Vorrei che nel 2017 la risposta a questa domanda la sapessimo già tutti, ma se me lo chiedi è perché non è così.
So perché me lo domandi. Credi che io sia intollerante se dico che il fascismo è reato e deve rimanerlo sempre. Credi che “se il fascismo e il comunismo hanno causato entrambi tanto dolore nel corso della storia devono essere considerati reato senza distinguo”.
È quindi colpa mia se me lo chiedi.
Colpa del fatto che non ti ho detto che il fascismo non è il contrario del comunismo, ma della democrazia. Dovevo dirtelo prima che il fascismo non è un’ideologia, ma un metodo che può applicarsi a qualunque ideologia, nessuna esclusa, e cambiarne dall’interno la natura. Mussolini era socialista e forse non te l’ho spiegato mai. Ho dimenticato di dirti che si intestava le istanze dei poveri e dei diseredati. Ho omesso di raccontarti che i suoi editoriali erano zeppi di parole d’ordine della sinistra, parole come “lavoratori” e “proletariato”. Non ti ho insegnato che un socialismo che pretende di realizzarsi con metodo fascista è un fascismo, perché nelle questioni politiche la forma è sempre sostanza e il come determina anche il cosa. Per questo il fascismo agisce anche nei sistemi che si richiamano a valori di sinistra e anzi è lì che fa i danni più grandi, perché non c’è niente di più difficile del riconoscere che l’avversario è seduto a tavola con te e ti chiama compagno.
Dire che il fascismo è un’opinione politica è come dire che la mafia è un’opinione politica; invece, proprio come la mafia, il fascismo non è di destra né di sinistra: il suo obiettivo è la sostituzione stessa dello stato democratico ed è la ragione per cui ogni stato democratico dovrebbe combatterli entrambi - mafia e fascismo - senza alcun cedimento. Tu sei vittima dell’equivoco che identifica il fascismo con una destra ed è un equivoco facile, perché il fascismo è la modalità che meglio si adatta alla visione di mondo di molta della destra che agisce in Italia oggi. Ma guai se questo ti rendesse incapace di riconoscere i semi del pensiero fascista se li incontri quando sei convinto di guardare da qualche altra parte.
Può esserti utile sapere come riconosco io il fascismo quando lo incontro: ogni volta che in nome della meta non si può discutere la direzione, in nome della direzione non si può discutere la forza e in nome della forza non si può discutere la volontà, lì c’è un fascismo in azione. In democrazia il cosa ottieni non vale mai più del come lo hai ottenuto e il perché di una scelta non deve mai farti dimenticare del per chi la stai compiendo. Se i rapporti si invertono qualunque soggetto collettivo diventa un fascismo, persino il partito di sinistra, il gruppo parrocchiale e il circolo della bocciofila.
Nessuno è al sicuro, se non dentro allo sforzo di ricordarsi in ogni momento che cosa rischiamo tutti quando cominciamo a pensare che il fascismo è solo un’opinione tra le altre.

11 settembre 2016

Cosa rimane dell'11 settembre

Caro diario, 
mi sono chiesto cosa sia cambiato in questi quindici anni dall'11 settembre 2001.
L'attacco alle Torri Gemelle in modo così scenografico. Le migliaia di morti in diretta TV.
La scoperta di essere così vulnerabili, a casa nostra.

Dal 2001 abbiamo assistito a guerre, tutte in difesa dei nostri valori, almeno sulla carta.
Guerre che hanno colpito civili, che hanno reso il mondo meno sicuro, che hanno fatto da serbatoio a nuovi terrorismi.
In Afghanistan, in Iraq non abbiamo esportato alcuna democrazia.
Al Qaeda ha figliato Daesh o Isis. In Africa Boko Haram, nei paesi dove pure sono presenti le multinazionali europee.
Ci siamo alleati, per combattere il terrore, con personaggi discutibili come Gheddafi, come il turco Erdogan.
Abbiamo tollerato Assad in Siria, chiudiamo gli occhi su Al Sisi in Egitto, ora stiamo aprendoci all'Iran.
Abbiamo accettato l'atteggiamento ambiguo del Pakistan, dei paesi Arabi, che da una parte finanziano Isis dall'altra entrano nei paesi europei a colpi di petroldollari.

Sempre in nome della difesa dei nostri valori, siamo pronti ad altre guerre, ad altre crociate. Mandiamo soldati in Libia e sul fronte iraqeno, ma senza dirlo troppo in giro, questa volta.
Perché, rispetto al 2001, è cambiato il mondo, in peggio.
Le parole democrazia, diritti civili, solidarietà sono passare di moda.
Si alzano muri, si chiudono le frontiere, si temono invasioni di disgraziati in fuga da miseria e guerra.
Prima noi.
Un personaggio imbarazzante come Trump può permettersi di candidarsi a presidente. Non bastava aver già avuto uno come Bush.
Make America great again … a colpi di muri, protezionismo, deregulation, meno tasse ai ricchi, prove di forza.
Piace l'uomo forte perché ci dice le cose che la nostra pancia vuole ascoltare. Perché dice cose che possono essere comprese da tutti, anche dai bambini. Non si deve riflettere.

Il mondo è più diseguale, meno giusto, meno stabile (e se è stabile è perché c'è un dittatore a pensarci), meno civile, specie nei paesi del terzo mondo.
Qui, le tante iniziative che cercano di aiutare questa parte del pianeta sono legate ad iniziative di filantropi, slegate dai governi nazionali, presunte democrazie.
Bill Gates in Africa: “invece che distribuire soldi con l’obiettivo di migliorare il mondo, hanno iniziato a finanziare lo sviluppo di prodotti [..]
Reinvent the toilet, ripensare il bagno, magari non una priorità nella Silicon Valley ma un’esigenza piuttosto sentita da quei 2,5 miliardi di persone che ogni giorno fanno i loro bisogni all’aperto” (da La politica non serve a niente, di Stefano Feltri).

La Unilever in India: “Unilever è una multinazionale, vende tante cose. Una volta decise di vendere saponette a chi non ha soldi, in un posto dove non ci sono nemmeno negozi. Se non hai i soldi e non ci sono i saponi, le mani non te le lavi e i primi a morire sono i bambini. Cominciarono dall’India” (Report, Solution revolution – di Michele Buono).

Tempi difficili ci aspettano.
Di quell'11 settembre e della lotta al terrore cosa rimane?
Che insegnamento abbiamo tratto, dalle guerre contro Osama e contro Al Qaeda?

Riusciremo a fare un passo avanti oltre la retorica dell'anniversario, degli eroi per pensare ad un mondo dove tutti hanno gli stessi diritti e una speranza?

11 settembre 2015

11 settembre

L'arcobaleno su NY, oggi

Dubito che si sia imparata la lezione dalle guerre passate.
Le macerie di Kobane, il memorial dell'11 settembre, sono lì a ricordarlo.
Basta con le dittature e coi dittatori tenuti buoni solo perché fa comodo.
Basta con la real politik, che mette in secondo piano i diritti umani.

11 settembre 2014

Il mio 11 settembre

Io me lo ricordo bene cosa facevo l'11 settembre 2011: stavo risolvendo un problema sui server della mia società. E quando i miei colleghi mi dissero che un aereo si era abbattuto su una delle Torri Gemelle ho pensato che avessero trovato la scusa per non aiutarmi. Lo so, è banale, ma è così.
Ma poi ho visto le immagini, in diretta, sempre dal lavoro.
Quelle immagini che, nella loro drammaticità, erano incredibili: sembrava un film. Ma non era il set di uno dei film pieno di effetti speciali. La gente che si lanciava dai piani della torre era vera.
La sera stessa si iniziava già a parlare di Afghanistan e di Al Qaeda. Di Bin Laden e dei Talebani.
I Talebani erano quelli che avevano preso il potere dopo la cacciata dei russi.
Quelli che abbattevano le statue enormi con le immagini del loro Dio.
E Bin Laden erano uno degli sceicchi arabi.

Da allora il mondo non è stato più lo stesso. Perché si era in guerra, anche se la guerra era iniziata da un pezzo: semplicemente gli Stati Uniti erano stati colpiti al loro cuore. Ci si era resi conto di quanto fossimo vulnerabili.
Iniziava la guerra ad Al Qaeda, o almeno così ci dissero.
Bisognava schierarsi, senza fare troppe domande. Sui possibili buchi, su chi fossero i talebani. Su chi fosse lo sceicco. Chi criticava i governi occidentali stava con i terroristi.
Anche noi dovevamo, come gli americani, stringerci attorno a Bush.


Anche se questo avrebbe portato alla guerra in Afghanistan, l'occupazione a macchia di leopardo del paese. Poi in Iraq con lo spauracchio delle armi di distruzione di massa, la fine di Saddam, gli atentati, i rapimenti.
Ma anche la guerra per il petrolio, per il condotto della Unocaldel petrolio dal mar Caspio, la spesa militare per le aziende militari che crescevano.
Ma questo venne poi.



L'11 settembre mi rendevo conto che era successo qualcosa di grosso. Che non si poteva spiegare con le sole parole.  

11 settembre 2011

11 settembre


L'attacco alle torri gemelle, 10 annifa, ha portato per la prima volta in America l'incubo del terrorismo: scoprire quanto si può essere vulnerabili a casa propria. Una ferita più dolorosa di Pearl Harbour, attacco che è avvenuto su un'isola lontana. Più dei precedenti attacchi terroristici: come quello avvenuto sempre al World Trade Center qualche anno prima, o quello all'ambasciata americana in Tanzania.

Gli aerei si sono schiantati sotto gli occhi delle telecamere, e le immagini sono state trasmesse milioni di volte. Lo schianto, le fiamme, la gente intrappolata, i corpi che si lanciavano in un estremo gesto di disperazione dalle finestre, il crollo.
Tutto questo non si potrà dimenticare.

Non dimentichiamo nemmeno però del come è successa, questa tragedia. Gli allarmi ignorati dall'FBI(Michael Maltbie, Marion Bowman e David Frasca) e dal ministro della giustizia (Ashcroft) e dal consigliere alla sicurezza nazionale (Rice). Gli attentatori arrestati e poi rilasciati (Zacarias Moussaoui). La difesa aerea che non è riuscita a mobilitarsi in tempo per bloccare gli aerei. Tutto questo viene oggi marcato come dietrologia.

Ma è vera dietrologia chiedere conto dei tanti buchi neri delle ricostruzioni fatte dell'attentato? Ancora non sappiamo come sono crollate le torri. Perchè è stato autorizzato subito la riapertura da parte dell'EPA dei palazzi vicino (per far riaprire Wall Street?). Cosa ha colpito il Pentagono.
Ci sono difficoltà oggettive a spiegare cosa è successo con i documenti ufficiali.

E poi c'è anche quello che è successo dopo. L'attacco all'Afghanistan, quando si sapeva che il vero obiettivo era un altro, l'Iraq. Su cui i falchi del Pentagono e dell'amministrazione Bush cercavano le prove per un collegamento con Al Qaeda e per le armi di distruzione di massa.

Se è offensivo per le vittime, tirare fuori le diverse teorie colpevolistiche (Bush sapeva?), è altrettanto offensivo non aver cercato da subito i colpevoli (per lo più sauditi) e lo smantellamento di Al Qaeda e Osama Bin Laden.
Anche Guantanamo, Abu Ghraib, la guerra fatta con la menzogna (la bufala del nigergate fabbricata dal nostro Sismi) le migliaia di morti militari e le migliaia di morti civili in Iraq e Afghanistan sono una ferita per l'America e per il mondo. Anche tutto questo non si potrà dimenticare.

L'11 settembre ci dovrebbe aver insegnato che non si può portare avanti una politica basata sulla guerra perenne, sull'utilizzo delle risorse del paese per costruire armi, per costruire il clima di paura, per colonizzare gli altri paesi. L'utilizzo del patriot act, della tortura, delle rendition, ha reso il mondo più sicuro? Ha reciso le ragioni (e i finanziamenti) del terrorismo?
Scriveva Orwell:
“Pertanto la guerra, se la si giudica coi conflitti passati, è un'autentica impostura[..] Pur essendo fasulla, però, la guerra non è priva di significato. Essa divora i beni di consumo in eccedenza e consuma contribuisce a conservare quella speciale disposizione mentale di cui ha bisogno una società organizzata gerarchicamente. Come vedremo, la guerra oggi è un affare puramente interno. In passato i gruppi dirigenti di ogni paese potevano anche riconoscere gli interessi comuni e quindi limitare gli effetti devastanti della guerra, ma si combattevano sul serio: il vincitore saccheggiava sempre il vinto. Al giorno d'oggi nessuno combatte veramente contro un altro. Oggi i gruppi dirigenti fanno innanzitutto guerra ai propri sottoposti, e il fine della guerra non è quello di conseguire o impedire conquiste territoriali, ma di mantenere intatta la struttura della società.”
1984, George Orwell pagina 206.