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21 marzo 2026

Anteprima Presadiretta – l’intelligenza artificiale, l’illusione del ponte

Il ponte sullo stretto di Messina

In Presadiretta Open si parlerà del ponte sullo stretto di Messina, la grande opera su cui il ministro Salvini e il governo stanno puntando tanto. Costo dell’opera, che ha già ricevuto una prima bocciatura da parte della Corte dei Conti (eh ma con la riforma Nordio nessun giudice si permetterà..), è al momento di circa 13 miliardo. Che succederà adesso al progetto?
Quali rilievi ha fatto la Corte dei Conti a cui ora il governo deve rispondere?
Cosa succederà adesso alle famiglie colpite dagli espropri necessari per costruire questa opera strategica, anche in funzione di un attacco militare da sud (così è stato affermato da eminenti ministro). Come la casa della signora Di Domenico, che si affaccia su uno dei posti più magici dello Stretto, vicino la spiaggia di Capopeloro che nel 2022 è stata premiata dal National Geographic come la spiaggia italiana col panorama più bello.

Questa zona sarà completamente trasformata dal progetto del ponte, stravolgendo la vita del territorio e delle persone che ci vivono.

Il valore delle loro case è stato diminuito per colpa del ponte, non conviene vendere o affittare, come anche fare lavori migliorativi, uno ci pensa prima di partire. Sono famiglie bloccate anche se gli espropri non sono partiti ancora e a rendere ancora più precaria la loro situazione è proprio l’ultima decisione della Corte dei Conti che ad ottobre 2025 ha negato il visto di legittimità, l’ennesimo stop che pesa sulla vita degli abitanti di queste zone e sul loro futuro.

Io sono arrabbiata” racconta a Presadiretta “perché avere questa gente che dice domani cominciamo, tra tre mesi cominciamo, insomma è ridicolo. Preoccupata no, perché lo so che il ponte non lo fanno. E lo sanno anche loro che non lo possono fare.”

Il mondo con l’intelligenza artificiale

L’uso dell’intelligenza artificiale sta diventando sempre più importante e strategico nel mondo: nella medicina, nella ricerca, per costruire robot che possano essere addestrati per lavori pericolosi. Purtroppo anche nell’ambito militare l’AI.

Stiamo parlando della rivoluzione tecnologica del secolo: che futuro avremo in un mondo dove domina l’intelligenza artificiale? Quanti posti di lavoro perderemo? E che futuro avrà l’Europa stretta nella morsa tra Stati Uniti e Cina?


Riccardo Iacona è andato a Hangzhou, la capitale cinese dell’intelligenza artificiale perché qui sono nati i “sei dragoni”, le aziende protagoniste dell’innovazione tecnologica cinese. Aziende come Deep Robotics che ha realizzato i robot cane, capaci di muoversi su qualunque terreno, di nuotare nell’acqua: gli algoritmi e i sistemi di controllo di questo robot sono all’avanguardia e sono usati per ispezionare le fabbriche, i parchi industriali. Sono usati in caso di incendi, catastrofi. Coi loro sensori possono vedere e registrare le immagini, registrare la temperatura esterna. Un robot nato nell’università della città di Hangzhou, dove la stessa Deep Robotics e i suoi fondatori fanno ricerca.

Quanti lavori perderemo per l’AI? E quali figure servono per addestrare l’algoritmo?

Come si può capire dall’anteprima del servizio:

Non servono ingegneri per addestrare l'intelligenza artificiale: servono umanisti. Linguisti, traduttori, psicologi e scrittori stanno alimentando, attraverso piattaforme online, i grandi modelli linguistici che sempre più spesso sostituiscono le loro professioni. Un fenomeno silenzioso ma in rapida crescita, che in Italia coinvolge già migliaia di giovani laureati intrappolati nella gig economy del dato.

Ma, oltre alla questione dei posti di lavoro, c’è un altro punto da tenere in considerazione quando si parla degli impatti dell’AI: il consumo energetico e di acqua degli enormi data center dentro cui si elaborano o dentro cui girano gli algoritmi, quello che noi chiamiamo il cloud.

Energia per addestrare l’AI, energia per le elaborazioni. Presadiretta partirà dallo studio fatto dall’università della California: una singola richiesta al chatbot costa come il consumo di una lampadina da 60 watt per una decina di secondi e un consumo d’acqua equivalente a quello di un bicchierino.. Ma, citando Totò, è la somma che fa il totale.

Francesco Fuso Nerino è il diretto di Climate change action a Presadiretta racconta di come nel 2030 si è stimato che il consumo di acqua per i server dell’AI negli Stati Uniti potrebbe arrivare fino a 1100 milioni di metri cubi, un valore importante se i server sono installati in regioni degli Stati Uniti o nel mondo dove c’è scarsità di acqua. Si basa sul documento pubblicato su Nature Sustainability che dice che negli USA nel 2030 l’intelligenza artificiale arriverà a consumare l’acqua che in genere è consumata da 10 ml di cittadini americani.

Lo studio ha preso in esame anche il consumo energetico: sempre nel 2030 i server negli USA arriveranno a consumare fino a 200-250 TW/ora di elettricità l’anno, più della metà del consumo elettrico annuale di un paese come l’Italia. Se l’elettricità arriva da fonti rinnovabili e a basso contenuto di carbonio l’impatto resta più contenuto, se arriva da fonti fossili l’effetto sul clima può diventare rilevante.

La scheda del servizio:

Il Ponte sullo Stretto di Messina, tra questione ambientale, mancata gara, aumento dei costi: questo il tema in apertura della nuova puntata di “PresaDiretta Open”, in onda domenica 22 marzo, alle 20.30, su Rai 3. Dopo la delibera della Corte dei conti e il nuovo decreto del governo Meloni, il racconto tra gli abitanti di Messina che rischiano l’esproprio delle abitazioni, i comitati che si oppongono a un’infrastruttura da oltre 13 miliardi di euro e quelli che la vogliono a tutti i costi. Viaggio nella città col più alto tasso di spopolamento in Europa e dove solo un cittadino su tre riceve l’acqua 24 ore al giorno. Il ponte, secondo uno studio di Unioncamere Sicilia, avrà un impatto sul Pil di oltre 23 miliardi, col paradosso che a beneficiarne saranno Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna. In studio, Riccardo Iacona ne discuterà con Peter Gomez direttore del Fatto Quotidiano online.
A seguire, la puntata di “Presa diretta” si occuperà di “Rivoluzione Artificiale”, con un reportage dentro la più grande trasformazione tecnologica del nostro tempo. Il programma partirà dalla Cina per raccontare come un intero Paese stia trasformando l’intelligenza artificiale nella propria infrastruttura produttiva. Dal piano governativo “AI Plus” - 200 miliardi di dollari investiti a partire dalle scuole primarie - ai laboratori di robotica di Pechino e Suzhou, dove robot umanoidi imparano a camminare, lavorare e prendersi cura degli anziani. Dodicenni che programmano rover spaziali, fabbriche che girano al buio senza operai: una corsa globale che non riguarda solo la Cina, ma il futuro del lavoro nel mondo intero. Ma c’è anche un costo nascosto dell’intelligenza artificiale: nell’hinterland milanese i datacenter avanzano sui terreni agricoli del Parco Agricolo Sud, divorando acqua ed energia, senza una legge nazionale che li regolamenti e senza che nessuno abbia risposto alla domanda più scomoda: questi impianti servono davvero all’Italia, o solo alle grandi aziende digitali straniere? E poi l’attenzione su chi lavora nell’ombra: traduttori, grafici, laureati che guadagnano 12-13 euro l’ora addestrando la stessa IA che li ha rimpiazzati o che lo farà presto. L’ultima frontiera si chiama “IA Agentica”: agenti software invisibili che svolgono compiti aziendali - dalle note spese ai contratti legali - interfacciandosi via WhatsApp come fossero colleghi. All’Aquila, dove i call center sono il principale datore di lavoro, per il 60-70% donne, l’automazione è già entrata in silenzio. Una rivoluzione che rischia di colpire soprattutto chi ha meno strumenti per reinventarsi: i lavori più a rischio sono storicamente quelli svolti dalle donne. Cosa succederà alle decine di migliaia di persone che fanno lavori ripetitivi e non possono semplicemente “reinventarsi”?
"Rivoluzione artificiale" è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Marcello Brecciaroli, Marco Della Monica, Irene Fornari, Luigi Mastropaolo, Teresa Paoli, Paola Vecchia, Emilia Zazza, Fabio Colazzo, Riccardo Cremona, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

06 luglio 2025

Anteprima inchieste di Report – la Cina sommersa, Bandecchi e Unicusano e i finti bandi sulle concessioni balneari

Banche, tribunali, commissari sommersi: il mondo della Cina che non si conosce in Italia.

Poi Unicusano, il sindaco di Terni Bandecchi dopo l’ultima puntata di Report aveva promesso due manrovesci. Domenica vedremo chi li ha presi veramente.

I manrovesci di Bandecchi


Il sindaco di Terni nonché fondatore ed ex rettore di Unicusano, l’università telematica, è stato rinviato a giudizio per evasione fiscale.

Aveva promesso a Sidfrido Ranucci e a Report due schiaffoni, “lei e la sua libertà di stampa se la deve mettere nel c..” cito le testuali parole di un sindaco che oramai non si vergogna più di nulla, “finché lei continuerà a fare programmi dove risulterà infame”.Il servizio di Report su Unicusano non gli era piaciuto, soprattutto i conti che Luca Bertazzoni aveva fatto sugli stipendi dei docenti.

Come spiegava il consulente di Report Pier Gaetano Bellavia, “questi incassano più di 80 ml dagli studenti a fronte di questo per i docenti spendono 9 milioni e mezzo”.

9,5 ml su 1107 docenti fa una media di 8600 euro lordi l’anno questi sono i dati che arrivano dal MIUR: ma i numeri non bastano a convincere Bandecchi, “i nostri docenti sono pagati 4 volte gli altri..”

Ma chissà se nella media di Bandecchi rientra l’ex docente che Report ha intervistato per capire come funzionano veramente le cose: ha insegnato ad Unicusano dal 2018 fino al 2023, la retribuzione era di 4000 euro lordi per tutta la produzione di 40 ore di videolezioni, 250 pagine di dispense e altro materiale. “L’anomalia di questo contratto è che innanzitutto mi venivano chiesti dei diritti d’autore per cinque anni ed oltre”.

Cosa vuol dire? La signora – così la chiama il sindaco, non la docente – “fa una lezione, scrive il suo libro, questo prodotto potrà essere utilizzato da noi per almeno cinque anni”.

I materiali per l’insegnamento erano diventati vecchi e obsoleti, c’era bisogno di un aggiornamento – spiega a Report l’ex docente che aveva segnalato il problema all’università – e le era stato risposto che avrebbero verificato..

Ma il tema non appassiona Bandecchi: “lei sta parlando di una categoria di professori che è lo stato che produce questa gente, io mi limito ad andare su uno scaffale e prendere i prodotti che lo Stato ha già confezionato, lei mi vuole dire che non capiscono un c.. da mo che lo dico..”

Questo è il livello di competenza, di rispetto per il lavoro altrui, del fondatore di Unicusano.

Però Bandecchi non è così aperto nei confronti delle opinioni altrui, quando lo riguardano direttamente: il professor della Statale di Milano Piero Graglia è stato querelato dall’ex rettore e da Unicusano per diffamazione aggravata a causa di un post pubblicato sui social in cui scriveva che le università telematiche sono “il frutto malato della riforma Gelmini”.

L’articolo era stato scritto a seguito del sequestro dei beni a Bandecchi da parte della Finanza, come spunto per un ragionamento sulle università telematiche, aggiungendo che questa vicenda (il sequestro) poteva essere catalogata come un ennesimo caso di peculato cialtrone e gli è stato contestato che aveva dato del cialtrone a Bandecchi.

Il professore ha dovuto prendersi un avvocato e comparire di fronte ad un giudice, non c’era nessuno dall’altra parte tanto che il giudice che poi ha archiviato tutto in seduta ha detto “molto gentile il signor Bandecchi a non aver mandato nemmeno un avvocato.”

Sembrava quasi una querela intimidatoria – commenta oggi il professor Graglia che, per questa vicenda, ha speso duemila euro.

Nella sentenza è scritto che l’opponente sembra non comprendere nemmeno il senso di alcune espressioni: tutta colpa degli avvocato, sbotta il fondatore di Unicusano, sicuramente laureati in qualche università italiana.

La Cina sommersa


La guerra commerciale in corso tra Pechino e l’amministrazione americana si lega con i traffici delle mafie internazionali in Italia e nel mondo.
Traffici che si appoggiano alla rete commerciale delle industrie cinesi, alle banche illegali create dalla comunità cinese in Italia (e non solo).

Report ha preso parte, assieme alla Guardia di Finanza e all’Agenzia delle Dogane, ad un controllo sulla merce in arrivo dalle grandi metropoli cinesi, compie un mezzo giro del mondo e arriva poi in Italia al porto di Trieste.

La merce passa perfino per l’Ucraina, per l’Estonia, tra gli oggetti controllati c’è anche uno sberleffo per Musk, il logo della Tesla rifatto: giochi, apparecchi elettronici, calzature e caschi, ogni container assomiglia ad uno scrigno dei desideri.

Desideri contraffatti, come gli auricolari ritrovati dalla Finanza in un container che poi sarebbero andati in Ungheria.

Tutto questo è solo la punta dell’iceberg della rete commerciale dalla Cina che si avvale del controllo di numerosi porti in Europa per il transito delle merci: nel 2024 il valore complessivo delle merci vendute dalla Cina nel mondo è stato pari a 5 trilioni di dollari.

Sempre in Italia, questa volta a Civitanova Marche: i carabinieri individuato qui una banca clandestina cinese con filiali in tutta Italia, col compito di riciclare denaro per la criminalità organizzata.

Il traffico si svolgeva in una anonima villetta nella campagna marchigiana, in una agenzia di viaggi e in un supermercato all’ingrosso a pochi km da Civitanova. Qui la GDF di Ancora a Macerata coordinate dalla procura europea smascherano nell’ottobre 2024 un’organizzazione criminale transnazionale e ricostruiscono operazioni finanziarie illecite per un valore complessivo di 3 miliardi di euro.

L’associazione criminale riusciva a gestire una underground chinese bank” spiega a Report Peppino Abbruzzese comandante del GICO di Ancora “che riceve denaro contante in cambio di commissioni, il corriere che doveva fisicamente trasportare la merce da un punto a ad un punto b, portava con sé una banconota da 5 euro, questa veniva postata all’interno di una chat criptata, quindi il destinatario della richiesta non faceva altro che verificare il codice alfanumerico presente sulla banconota che esibiva al corriere e automaticamente lo scambio avveniva.”
Quanto denaro veniva scambiato nelle borse dei corrieri?

In un caso siamo riusciti ad individuare un corriere che trasportava più di 100mila euro in un trolley, fisicamente aveva ritirato un borsone da dentro l’agenzia di viaggi, nelle Marche e si recava in una regione del centro Italia.”

Un sistema che vedeva accanto mafia albanese e facoltosi imprenditori italiani tutti in fila agli sportelli della banca cinese clandestina.

Siamo sicuri che alcuni versamenti andavano in direzione Cina” prosegue il comandante Abbruzzese “ma la presenza di conti virtuali ha un po’ di fatto limitato la nostra capacità investigativa .. un conto virtuale viene identificato da un iban europeo, di fatto però quando abbiamo chiesto la collaborazione alle autorità straniere ci hanno comunicato che quelli erano conti specchio dal momento che dietro quel conto virtuale si nascondeva un conto cinese.”

Ci sono dunque degli iban in Germania per cui quando a vai a fare un accredito i soldi arrivano in Cina.

Il GICO ha chiesto aiuto alle autorità cinesi ma “ad oggi è mancato un dato oggettivo di collaborazione.”

Questo meccanismo di riciclaggio di denaro sporco è stato scoperto anche negli Stati Uniti dove decine di broker cinesi avevano messo assieme un sistema bancario parallelo per i riciclaggio del denaro sporco frutto del narcotraffico. New York, Chicago, Los Angeles, Miami, le grandi città sono il parco giochi dei grandi cartelli messicani e il bancomat a cielo aperto dove i narcos costruiscono le loro fortune: miliardi di dollari accumulati dalla vendita delle droghe a cominciare dal fentanyl. Un fiume di soldi che ha bisogno di essere ripulito e nessuno è così bravo a ripulire i soldi quanto i broker cinesi.

Chris Urben è direttore generale dell’agenzia di investigazione Nardello&Co: “quello che prima richiedeva dai sette ai dieci giorni per essere riciclato e restituito ai cartelli messicani ora richiede appena uno o due giorni e con un costo dell’1% contro il 7-10% del passato”.

Urben è stato per anni un agente della Dea il reparto anti droga delle forze speciali statunitensi: olrte vent’anni in cui Chris ha pertecipato alla caccia dle re dei narcos, El Chapo Guzman oltre ad essere stato tra i primi a finire sulle rtacce della grande rete di riciclaggio messa in piedi dal sistema bancario clandestino cinese.

Man mano che i lavoratori cinesi si disperdevano in tutto il mondo avevano buisogno di un modo per rimpatriare i loro fondi in patria. Questa rete di lavoratori cinesi all’estero ha dato origine al sistema bancario clandestino cinese, che era una rete basata sulla fiducia, si trattava di un metodo affidabile per riciclare denaro e rimandarlo nella Cina continentale” spiega a Report Urben.
Dal 2018 l’antidroga americana scopre che all’interno della comunità cinese di New York si nasconde una rete sotterranea di riciclatori ben strutturati e con rapporti di fiducia in ogni angolo del pianeta.

C’era quindi un nuovo metodo di riciclaggio” prosegue il racconto di Urben “ed era quello operato da reti cinesi negli Stati Uniti che raccoglievano grandi quantità di contanti in dollari, uno o due milioni di dollari tenuti in luoghi controllati da loro. Questo ci ha permesso di comprendere come funzionava la rete, abbiamo osservato trafficanti di droga consegnare denaro a soggetti per noi nuovi, riciclatori di denaro cinesi che prendevano quei fondi e li portavano nelle “stash houses” e accumulavano grandi quantità di valuta.”

Le stash houses, le filiali bancarie clandestine possono essere ovunque, nel retrobottega di una pescheria, come nel sottoscala di un magazzino, a Manhattan come come nel Bronx.

C’erano decine di broker cinesi a NY e nel New Jersey e ci siamo resi conto che avevano dei dipendenti, come qualunque altra organizzazione: corrieri che consegnavano il denaro, corrieri che lo recuperavano, avevano persone che lo gestivano con le stash location dove il denaro veniva custodito e contato. E poi avevano altri soggetti che operavano su applicazioni criptate come wechat e su bacheche e canali in mandarino dove vendevano quel denaro.”

Report ha ottenuto un’intervista in esclusiva con l’ambasciatore cinese Jia Guide a cui ha aperto le porte della sua residenza: alla trasmissione ha condiviso le linee guida del governo di Pechino su questioni delicate come dazi e commercio internazionale.

La presidente della commissione UE Von Der Leyen ha telefonato primi ministro cinese dove han parlato dei dazi americani sostenendo che possano costituire una deviazione commerciale cinese verso l’Europa, esiste il rischio che l’Europa sia invasa da merci cinesi?

Comprendiamo le preoccupazioni dei paesi europei” risponde l’ambasciatore Jian Guide “ma in realtà questa questione è stata esagerata, la Cina è ormai il secondo mercato di consumo mondiale, da molti anni il mercato interno costituisce la principale forza motrice della nostra crescita economica.”

L’applicazione dei dazi, quelli attuali e quelli annunciati rischia anche di influire negativamente sui rapporti commerciali tra l’Italia e la Cina?

Le tensioni sul commercio internazionale hanno avuto un impatto sull’ordine commerciale globale e inevitabilmente anche un’influenza negativa sulle cooperazioni economiche e commerciali tra Cina e Italia. In generale le relazioni economiche e commerciali poggiano su basi solide.”

Il governo cinese sta facendo qualcosa per arginare delle prassi illecite che possono in qualche modo influire sulla giusta concorrenza dei mercati?

La Cina attribuisce grande importanza alla concorrenza leale e alle regole del mercato e la legge impone chiaramente alle imprese operanti all’estero di rispettare le leggi del paese ospitante e le norme internazionali. Attualmente il maggiore fattore di turbamento dell’equità sul mercato internazionale è rappresentato dalla guerra dei dazi, unilateralmente avviata dal governo americano: l’abuso delle tariffe da parte degli Stati Uniti danneggia i legittimi interessi degli altri paese e viola gravemente le regole dell’organizzazione del commercio e mette a rischio l’ordine economico e commerciale internazionale. Chi rispetta le regole del commercio internazionale non può cedere a chi le infrange. ”

Antonella Mascali ha firmato un articolo che anticipa alcuni dei contenuti del servizio:

Ombre cinesi”: la guerra dei dazi e la mafia di Prato

di Antonella Mascali

La guerra di mafia cinese in Italia e non solo, è al centro dell’inchiesta di Report di questa sera, che mette in evidenza come omicidi, tentati omicidi, attentati con pacchi bomba, hanno a che fare con la guerra commerciale di Pechino contro Usa ed Europa, che ha avuto un’impennata dopo la guerra dei dazi voluta dal presidente Usa, Donald Trump.

Ombre Cinesi” esplora la complessa rete di attività illegali che coinvolge in particolare Prato, città storicamente dell’artigianato tessile. Lì la comunità cinese è scossa da una guerra criminale definita “guerra delle grucce”. Ai profani potrebbe sembrare di basso livello delinquenziale, ma in realtà nasconde interessi economici enormi legati al settore tessile, alla logistica e al controllo della distribuzione globale delle merci. Secondo l’analisi di centri studi Usa, confermate dal Brookings Institution, le quattro grandi banche di Stato cinesi avrebbero riciclato quasi 22 trilioni tra dollari ed euro, in modo da garantire quella solidità finanziaria per poter combattere la guerra commerciale internazionale. Questo è possibile, sostiene Report, perché a fianco dello Stato ufficiale c’è uno Stato parallelo, occulto, in tutti i paesi del mondo dove sono radicate comunità cinesi.

Le concessioni degli stabilimenti balneari


Secondo quanto ha stabilito l’Unione Europea le concessioni pubbliche sui lidi concesse ai privati andranno messe a gara: tra i gestori c’è anche Gabriele Pagliarani proprietario della stabilimento Tiki26 a Rimini.

Rimarrei qui altri 38 anni qui, pagando quello che mi fa pagare lo Stato italiano, perché cambiano i governi ma noi siamo sempre andati avanti.”

Gabriele è il bagnino d’Italia, una star della riviera romagnola, lo conoscono anche oltre oceano, da sempre gestisce la concessione 26 a Rimini, oltre 8mila metri quadrati di spiaggia, bar, ristoranti, campi da beach volley e un chiringuito a pochi passi dal mare.

Quanto paga di concessione? Poco più di 15 mila euro l’anno da versare al demanio per un giro d’affari che nel 2023 ha sfiorato il milione e mezzo di euro.

E ora lo spauracchio della gara pubblica, “un coltello puntato sulla schiena” lo definisce Gabriele che ora per le gare rischia di andare a casa: ad inizio giugno la corte di Giustizia europea si è espressa su una controversia tra i balneari di Rimini e il comune che ha deciso al rinnovo automatico delle concessioni dando ragione all’ente.

Cosa farà il bagnino d’Italia, che dall’intervista a Report sembra poco felice di fare questa gara?

La riviera è famosa nel mondo grazie ad imprenditori come lui che si sono sempre ingegnati attirare turisti e guadagnare: il lampo di genio lo ha avuto anche quest’anno. Per aggirare un’ordinanza che prevede il divieto di ballare in spiaggia, si è inventato la lezione di zumba a due passi dal mare.

Se lo stato gli dovesse chiedere, ad esempio, duecentomila euro l’anno, non rimarrebbe qui a lavorare..

Il servizio racconterà anche del bando per l’assegnazione del lotto A25 a Castelfusano, una delle concessioni demaniali a Ostia che è stato assegnato all’unica società che ha presentato domanda.

Qui il circolo sportivo Nauticlub Castelfusano, che gestiva la spiaggia sin dal 1985, rischia di sparire – racconta Massimo Intorto uno dei soci del Nauticlub – perché il consiglio direttivo ha deciso di non presentare domanda per il bando del comune di Roma, optando per un ricorso al TAR.

Noi lo scopriamo dalle trapelazioni uscite dai vari giornali, uscivano già i bandi e si vedeva che c’era una società che aveva messo l’occhio sul bando del lotto A25.”

Con la concessione scaduta e con l’assenza di partecipazione alla gara pubblica il TAR ha rigettato il ricorso “perché Nauticlub non ha dimostrato interesse ..”
Ma il TAR aggiunge però che sono ancora in tempo per ripresentare domanda perché i termini ci sono ancora ma lo stesso i vertici del circolo non hanno voluto fare domanda.

L’impressione è che le nuove società che si presentano ai bandi, siano nate per non far perdere la concessione ai vecchi proprietari o per accaparrarsene di nuove.

La società MAMB (che ha partecipato alle gare per l’assegnazione del lotto A16 a Ostia) ha come amministratore Fabrizio Burlone, fratello di Alessandra amministratrice della Kokai SRL la società che ha messo le mani sul Nauticlub.

A parte l’essere fratello e sorella, le due società hanno la stessa sede legale, il commercialista e un oggetto sociale identico con uno statuto con gli stessi errori di battitura.
Fabrizio Burlone è dipendente dello stabilimento La Bicocca e ora partecipa alla gara per aggiudicarsi la concessione che per 30 anni è stata gestita dal cognato Marcello Milani, marito di Alessandra.

Questo comportamento, creare società nuove con dentro le stesse persone che gestiscono gl stabilimenti assegnatari delle vecchie concessioni, non significa aggirare la legge?

L’avranno valutato se hanno aggirato le regole? L’avranno valutato al comune?” risponde Fabrizio Burlone che poi ammette di aver presentato la proposta fatta a Marcello (il cognato) per due società e presentarsi al bando per aver più possibilità di tenersi la concessione.

Domenica scorsa al Nauticlub si è svolta l’ultima assemblea dei soci, il clima era teso non solo per l’approvazione del bilancio: in questa assemblea si parla per la prima volta della gara vinta dalla Kokay di Alessandra Borlone e le telecamere di Report non sono gradite.

Non vogliono nessun contraddittorio .. ma ti pare che uno non partecipa ad un bando e non lo comunichi ai soci, non fai un verbale al consiglio..” racconta a mezza voce uno dei presenti all’assemblea.

Il direttore del circolo aveva promesso di rispondere alle domande di Report al termine dell’assemblea ma alla fine ha scelto di non presentarsi di fronte ai giornalisti.

Vista la caratteristica di quel territorio – commenta il procuratore Sabella – si sarebbe dovuto fare una verifica preventiva sia sulle imprese che partecipavano al bando sia su come si erano comportati i concessionari precedenti: “io li avevo fatti controllare tutti e 91 gli stabilimenti, tutto finito negli scatoloni della fiera di Roma.”

La scheda del servizio:

Roma fa il bando, ma i lidi restano in famiglia

Il comune di Roma è uno dei pochi in Italia che decide di indire il bando sulle concessioni balneari. A gara chiusa, più della metà delle concessioni è tornata ai vecchi gestori: incrociando i dati delle società nuove e vecchi amministratori, sedi legali e studi tecnici di riferimento, sembra esserci un unico centro di interesse.

Ad aggiudicarsi il lotto A25, dove attualmente c'è il Nauticlub Castelfusano, è stata l'unica società che ha fatto domanda. Ma perché l'associazione sportiva che gestisce quel tratto di spiaggia dal 1985 non ha partecipato al bando.

Venezia da non svendere


Bezos, il padron di Amazon, avrebbe voluto entrare nella laguna di Venezia per festeggiare il suo matrimonio col suo veliero, un tre alberi da 127 metri di lunghezza dal valore di mezzo miliardo di dollari.

Perché a lorsignori, i superricchi destinati grazie alle politiche fintamente liberali tanto in voga a diventare ancora più ricchi, ogni capriccio deve essere consentito.

Tra l’altro il matrimonio si è celebrato nel palazzo della Scuola Grande della Misericordia, un palazzo storico del 1500 che il sindaco di Venezia Brugnaro ha dato in gestione per 35 anni ad una società dell’imprenditore Brugnaro (non è un’omonimia).

Brugnaro, e tanti assieme a lui, è contento che Bezos abbia scelto Venezia per festeggiare il suo matrimonio, perché da lustro alla città (come se Venezia avesse bisogno di ulteriore pubblicità, poi): ma a Venezia ci sono anche tanti cittadini che non sono contenti di questa scelta.

Persone come Federica Toninello del laboratorio Morion, che considerano Bezos rappresentante di quell’1% che pensa di poter fare quello che vuole e che soprattutto vive grazie al 99% del resto della popolazione, calpestando le loro libertà, calpestando i loro diritti.

Attivisti e semplici cittadini si sono riuniti nel laboratorio occupato di calle del Morion, una casa dei beni comuni fuori dai circuiti turistici e commerciali di Venezia: è una chiamata a raccolta di quei cittadini che non accettano questa svendita della loro città, solo per chi ha i soldi. La loro idea della città è quella di una Venezia per tutti, abitabile, piena di socialità.

Le immagini delle proteste contro Bezos hanno fatto il giro del mondo (sebbene siano state silenziate qui da noi) e così alla fine il veliero è rimasto ormeggiato in Croazia.

La scheda del servizio:

È lecito trasformare Venezia in un set privato per feste e cerimonie d’élite?

Venezia, così fragile e già soffocata dal turismo di massa, dal traffico inquinante di vaporetti e imbarcazioni che erodono con il moto ondoso e le fondamenta della città, meriterebbe più rispetto?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

23 marzo 2025

Anteprima Presadiretta – rinnovabili, indietro tutta!

Mentre la Cina, che rimane uno dei paesi che più inquinano al mondo, sta spingendo su eolico, solare e sulla mobilità elettrica per una vera transizione energetica, la nuova Europa sta passando dal green deal al war deal.

Si fa campagna elettorale contro le rinnovabili, si predispongono piani per un ritorno al nucleare (pagato coi contributi pubblici) e nell’America di Trump aumenteranno le estrazioni di petrolio (drill, baby drill!). Una conversione ad u delle politiche energetiche poco lungimirante e non sostenibile per il nostro pianeta.

Nell’anteprima della puntata, Aspettando Presadiretta, si parlerà del disordine mondiale sul “cambiamento radicale” nelle relazioni nel mondo intero da quando Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, prendendo sin da subito tante decisioni.
Cosa comporteranno per l’Europa le sanzioni, un reportage sui tagli ad Usaid, l’agenzia internazionale statunitense che aiutava il mondo intero, si parlerà delle mire di Trump in Groenlandia e poi si racconterà di cosa significa veramente lo slogan “drill, baby drill” ovvero l’aumento delle perforazioni di gas e petrolio.


Metteremo dazi e tasse ai paesi stranieri per arricchire i nostri cittadini – ha detto il neo presidente Trump nel discorso di insediamento il 20 gennaio scorso: è il suo guanto si sfida lanciato al commercio mondiale per una battaglia senza confini a colpi di dazi. Una battaglia che prima o poi colpirà le famiglie americane – ha risposto subito l’ex presidente Trudeau, mentre la Cina ha risposto con suoi dazi al 15% sui prodotti americani.

L’Unione europea è stata creata per fottere gli stati uniti” questo ha avuto il coraggio di dire Trump: dazi da una parte e dazi in risposta dall’altra, anche dai paesi europei, divisi tra di loro.
Sono bastati pochi mesi di questa amministrazione per sconvolgere le relazioni commerciali tra i paesi per come eravamo abituati a conoscerle.

Dazi annunciati poi sospesi, a che gioco sta giocando Trump?
È una strategia voluta per creare un terreno di trattativa in cui gli Stati Uniti partono in posizione avvantaggiata, di forza, quasi da bulli – risponde Sissi Bellomo giornalista de Il sole 24 ore.
Una uscita da bullo anche quella contro la Groenlandia: vi porteremo a livelli di ricchezza come non ne avete mai avuti prima, a patto che scegliate liberamente di diventare uno degli stati americani.
Ma noi non siamo una merce, siamo un popolo, una democrazia – risponde Naaja Nathanielsen ex ministra dell’economia della Groenlandia, “abbiamo il nostro parlamento, il nostro sistema giudiziario e ci aspettiamo che i nostri alleati lo rispettino. Quello che non vogliamo è essere annessi, comprati o scambiati.”
Nathanielsen ha avuto la delega anche alle industrie minerarie il vero tesoro dell’isola: se gli Stati Uniti vogliono più concessioni minerarie: “La Groenlandia è già aperta agli investimenti americani eppure ad oggi solo una licenza mineraria è in mano ad una compagnia statunitense, contro le 23 canadesi e 23 britanniche. Trump vuole qualcosa che è già disponibile, basta investire.”
In realtà Trump vuole dividere l’Europa – continua l’ex ministro degli esteri Likketoft “basta vedere come Musk stia sostenendo partiti antieruopei in Gran Bretagna e in Germania. Trump ha iniziato con la Groenlandia, col canale di Panama, col Messico, col Canada, cercando di portarli sotto il suo controllo, vujole portare il mondo sotto la dottrina Monroe, il mondo diviso in sfere di influenza tra le grandi potenze. Questo ci porta davanti ad un’altra domanda: significa che Trump riconoscerà a Putin il diritto di prendersi l’Ucraina? La vera prova sarà l’Ucraina. Gli stati uniti cercheranno di influenza il referendum in Groenlandia, come le interferenze dei russi in Moldavia e negli stati vicini.”

Rinnovabili indietro tutta
Su Raiplay potete trovare una anteprima del servizio sulla rivoluzione verde in Cina: qui le infrastrutture sia per i mezzi pubblici, per i taxi che per le auto private, sono di fabbricazione cinese, sopra le pensiline per le ricariche delle auto elettriche sono presenti pannelli solari, collegati a grandi batterie di accumulo per avere energia pulita per le ricariche.

Qui un kw/ora di ricarica costa 20 centesimi, come prezzo orario più alto perché da mezzanotte fino alle otto del mattino si paga la metà, dieci centesimi di euro, sei volte di meno di quanto costa da noi in Italia. È anche questo uno dei motivi per cui in Cina i consumatori hanno scelto e premiato le auto elettriche: a Shenzhen più del 50% delle auto private in circolazione è elettrico, tutte auto con le targhe verdi, per la gioia delle case automobilistiche cinesi.
Queste aziende infatti hanno visto crescere la vendita delle auto elettriche, sia full che hybrid, al punto che oggi il 45% delle auto in circolazione sono elettriche. Nella zona del porto commerciale di Shenzhen c’è il quartier generale di un colosso della produzione di auto elettriche, BYD, un marchio conosciuto in tutto il mondo: questa azienda ha cominciato nella progettazione e produzione di batterie dove è diventata leader, poi dal 2004 attorno alle batterie ci ha costruito le macchine. In venti anni il gruppo è passato da 20 a 900 mila dipendenti con trenta stabilimenti e filiali in tutto il mondo. Oggi Byd produce veicoli commerciali, autobus, macchine da lavoro, treni e decine di modelli di auto, di ogni dimensione e per tutti i portafogli, dalle utilitarie alle auto sportive.

Il 2024 è stato un anno record per il gruppo, Byd ha venduto 4,3 ml di veicoli con un incremento delle vendite del +41,26%, numeri incredibili rispetto al basso mercato europeo e italiano. Come hanno fatto?
Iacona ha incontrato Stella Li, vicepresidente esecutivo del gruppo, secondo Forbes una delle donne più importanti del settore, tanto da essere stata nominata nel 2025 World car person, persona dell’anno nel settore automotive, un prestigioso riconoscimento internazionale per la prima volta dato ad una donna.
Come hanno fatto dunque? “La tecnologia è la risposta” spiega Stella Li, “ecco perché stiamo andando così bene, il 10% dei nostri dipendenti sono ingegneri, sono 110 mila e lavorano in 11 diversi istituti di ricerca e sviluppo. Produciamo circa 32 brevetti al giorno e portiamo continue innovazioni tecnologiche sulle macchine.”
Quanti investono in ricerca e sviluppo?
“L’anno scorso più di 5 miliardi di dollari in un solo anno, attualmente la spesa in ricerca e sviluppo rappresenta il 7% del fatturato totale. È una cifra enorme e crediamo che il futuro della mobilità sia ancora elettrico.”
Quanto è stata importante la scelta del governo cinese di spingere verso la transizione energetica?

Si, è stato importante, ogni nazione dovrebbe fissare obiettivi sostenibili, se guardi alla Cina, venti anni fa hanno detto nel futuro incoraggeremo tutta l’industria a spingere verso veicoli a nuova energia. Questa politica non è mai cambiata in venti anni, non hanno mai cambiato direzione, hanno fissato un obiettivo e l’hanno mantenuto. Come azienda privata abbiamo bisogno di certezze per il futuro. Questa incertezza è un problema per l’Europa ma anche per altri paesi: le aziende automobilistiche in Europa sono spaventate perché non sanno se esiste una direzione chiara o no, in Cina invece il governo ha investito molto nell’infrastruttura, nella ricarica e nelle energie rinnovabili per portare elettricità a costi bassi nelle città. E’ questo cambiamento che abbiamo visto in Cina che ha reso il nostro paese un leader globale nelle auto elettriche. ”

Stellantis investe in ricerca e sviluppo una quota molto inferiore rispetto al fatturato (2,9% una delle quote più basse del settor) e anche questo marca le differenze.

Eppure l’Italia avrebbe enormi potenzialità nel settore delle energie pulite: nel servizio di parlerà del parco eolico di San Severo in Puglia, 12 generatori ognuno dei quali ha una potenza di 4,5 MegaWatt. “Con il parco eolico in funzione siamo in grado di fornire energia a 55 mila famiglie ogni anno” racconta ai giornalisti Fabrizio Pucacco project manager di RWE. Questa infrastruttura è stata costruita su terreni privati col loro supporto, su terreni dove si continua a fare agricoltura (smentendo una fake news per cui la transizione energetica ruba spazio all’agricoltura), “le rinnovabili possono coesistere in un ambiente dove l’agricoltura è un fattore fondamentale”.
I cittadini hanno potuto partecipare a questo progetto con 200mila euro con un investimento libero di minimo di 250 euro fino ad un massimo di 5000 euro. Per tutti loro c’è un rendimento garantito dell’ 8% l’anno, che diventa del 9% se sei locale.
“Rendere i benefici economici di questi impianti più democratici è stato sicuramente uno degli elementi che mi ha spinto ad investire” racconta a Presadiretta uno di questi investitori: “è un orgoglio, sento l’appartenenza al progetto, alla tecnologia”.
Cosa ne pensano queste persone che, alla transizione ecologica, hanno creduto tanto da metterci dei loro soldi, dell’ostilità che c’è verso queste tecnologie?

Io credo che sia ingeneroso è probabile che ci siano dei casi isolati di speculazione ma nel complesso le evidenze scientifiche dicono che è una tecnologia pulita e necessaria in questo momento..”
Ci sono luoghi dove una pala è certamente impattante, ma ci sono anche zone come San Severo dove non è certamente una pala eolica quella che impatta sul paesaggio tanto da scegliere una fonte fossile – è l’opinione di un altro di questi cittadini investitori.

Ma il clima politico attorno alla transizione energetica è cambiato anche a seguito dell’elezione di Trump: nonostante gli stati petroliferi come la California e il Texas siano ai primi posti al mondo per nuove installazioni di rinnovabili e accumuli, negli Stati Uniti oggi la retromarcia è totale, al grido di “drill, baby, drill”: sempre più perforazioni con evidenti mire alla Groenlandia e al Golfo del Messico. Ritorna la retorica trumpiana del green deal come enorme bufala.

In Europa l’attacco frontale alle rinnovabili arriva dalle destre: nella sua campagna elettorale AFD ha attaccato la legge che destina il 2% della superficie della Germania alle energie rinnovabili, accusata di voler distruggere le foreste.

Grazie alle battaglie contro le politiche verdi, oltre ai temi tradizionali come migranti e sicurezza, l’estrema destra ha raccolto consensi fino ad arrivare il secondo partito in Germania e il primo in stati federali come la Turingia.

Penso che le politiche verdi ci stiano rovinando, i verdi sono il partito dei divieti, sono una setta ideologica” dicono i dirigenti del partito: queste posizioni hanno però spinto i grandi partiti come la CDU a tornare sulle proprie posizioni. La CDU è il partito di Angela Merkel che aveva chiuso le centrali nucleari in favore delle rinnovabili: oggi il nuovo leader Merz dice che non si sarebbero mai dovute chiudere le centrali, “è stata una follia, sta danneggiando la nostra industria.. ”
Le stesse parole della leader di AFD che nella campagna elettorale spiega chiaro che metterà fine alla transizione energetica per uscire dalle politiche climatiche europee, “quando saremo al potere abbatteremo tutte le pale eoliche, mai più questi mulini a vento..”

La scheda del servizio:

Le nuove politiche di Trump e la transizione energetica saranno al centro della puntata dal titolo “Rinnovabili indietro tutta” del programma “PresaDiretta” in onda domenica 23 marzo alle 20.30 su Rai 3. Nell’anteprima “Aspettando PresaDiretta” ci sarà un approfondimento sull’economia mondiale di fronte alle decisioni di Donald Trump: l’analisi con economisti ed esperti , delle misure che, secondo le stime, potrebbero avere per l’Europa un impatto tra i 40 e i 50 miliardi di euro, per riflettere sulle conseguenze per l’Europa e per l’Italia. Nel reportage dalla Danimarca, l'analisi delle mire di Trump sulla Groenlandia. E un’inchiesta sul taglio dei fondi per USAID l’agenzia federale che da decenni fornisce aiuti umanitari e assistenza per lo sviluppo in decine di paesi in tutto il mondo, con quali conseguenze?
A seguire, nella puntata di “PresaDiretta”, un reportage esclusivo di Riccardo Iacona in Cina, la nazione che spende di più per la transizione energetica, ben 1.600 miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, con l’obiettivo emissioni zero entro il 2060.  Da Shenzhen che a sud-est fronteggia Hong Kong fino all’altopiano desertico di Yinchuan nella regione autonoma di Ningxia, passando per la città di mare Shanwei e poi Dunhuang, sulla via della Seta. Un viaggio per conoscere da vicino “i nuovi tre”: fotovoltaico, eolico e mobilità elettrica. Dai taxi agli autobus, dalle metropolitane al parco auto privato, tutto rigorosamente a emissioni zero. “PresaDiretta” è riuscita a entrare nel quartier generale di uno dei colossi della produzione di auto elettriche, nella più grande base portuale per l’energia eolica offshore di tutta la Cina e nel parco di 12 mila eliostati, specchi che seguono il percorso del sole.
Si parlerà anche dell’Italia con un reportage in Sardegna, in rivolta contro le rinnovabili. Comitati di protesta, raccolte di firme, sabotaggi e fake news per fermare i progetti eolici e solari. Ultima tappa, la Puglia. Dal nuovo parco eolico di San Severo finanziato anche dai cittadini alla grande fabbrica di una multinazionale danese che a Taranto produce pale rotanti vendute in tutto il mondo, ma in Italia sempre meno. In studio con Riccardo Iacona: il professor Nicola Armaroli del CNR, esperto di energia rinnovabile per fare chiarezza sulla transizione energetica tra luoghi comuni e fake news.
“Rinnovabili indietro tutta” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Marianna De Marzi, Irene Fornari, Lorenzo Grighi, Alessandro Macina, Elena Marzano, Paola Vecchia, Emilia Zazza, Fabrizio Lazzaretti, Paolo Martino, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 novembre 2023

Anteprima inchieste di Report – la peste suina e la mafia in Veneto

A 4 anni dalla pandemia per il Covid, Report è andata a Wuhan, dove sono stati tracciati i primi contagi. Se abbiamo dimenticato questo virus (e le migliaia di morti, per la disorganizzazione e il caos nella sanità e nelle istituzioni), non possiamo fare altrettanto per la peste suina che sta decimando i nostri allevamenti di suini al nord.

Laddove tutto è iniziato

Nonostante le pressioni internazionali, racconta il servizio di Giulia Innocenzi, soprattutto nel sud della Cina, nei mercati umidi si trovano ancora in vendita cani e gatti per consumo umano. Cuccioli di cane venduti a 150 yuan, circa 20 euro, “la carne è molto buona” assicura la venditrice. Tutti i cani mostrati saranno venduti per essere mangiati, nessuno arriva in questo mercato per tenersi un cane in casa. Anche i gatti sono venduti per essere macellati e poi mangiati: si possono macellare persino nel mercato, senza far la fatica a casa, dietro il mercato c’è una zona nascosta con gli arnesi per uccidere i gatti o i cani e macellarli in diretta.


Siamo a Nanning, capitale da 8 ml di abitanti della regione dello Guangxi nel sud della Cina: il mercato umido della città è simile a quello di Wuhan dove sarebbe partito il Covid. Umido perché in terra c’è il sangue degli animali comprati vivi e macellati sul posto. Oltre a cani e gatti si vendono per essere mangiati anche serpenti, comprati anche per loro proprietà terapeutiche, il loro veleno è alla base di alcuni rimedi della medicina tradizionale cinese. Come in Italia, anche in Cina del maiale non si butta via niente, nemmeno il naso, le orecchie, “l’occhio è croccante alla brace” rassicura la venditrice.

Il problema dei mercati umidi è che qui si macellano animali che in natura non si incontrerebbero mai e animali già macellati con animali vivi chiusi dietro nelle gabbie. Tutti nello stesso luogo e in condizioni igieniche molto precarie. Magari l’uomo non è pronto al momento a recepire il virus del pipistrello ma potrebbe qui incontrare ospiti intermedi che se convergono nello stesso mercato possono determinare degli ospiti di passaggio – spiega a Report Claudio Bandi professore di microbiologia dell’università degli Studi di Milano.

Ma il viaggio in Cina continua: Giulia Innocenzi mostrerà il palazzo a 26 piani costruito a 90 km da Wuhan, dove verranno allevati e macellati fino a 1,2 ml di animali, il più grande allevamento intensivo dove Report è riuscita ad entrare. Questo è il primo di due palazzi gemelli, prevedono di completare il secondo palazzo entro il capodanno cinese, nel 2024, l’intero investimento è costato mezzo miliardo di euro. Lo stabilimento si può visitare solo attraverso le telecamere dalla centrale di controllo, per evitare contagi e trasmissioni di virus, tutto è automatizzato, controllato, bastano solo 4 persone per piano a controllare tutto, un lavoratore per seimila maiali chiusi in gabbia o nei recinti. Il servizio di Report racconterà come questi allevamenti monstre siano una bomba ecologica e rappresentano un pericolo qualora i virus riescano ad entrare.


E i virus in Italia sono già arrivati: il servizio racconterà anche della situazione della peste suina che sta mettendo in crisi gli allevamenti al nord, come nell’area dell’allevamento di Zinasco che l’ATS Lombardia ha messo sotto fermo di tutti gli animali e dei loro resti. Nonostante questi divieti, il vascone dei liquami, potenzialmente infetti, ha la recinzione aperta in più punti, qualunque animale può entrare, contaminarsi e diffondere il virus.

Ovviamente il problema è chi fa le riprese non chi ha lasciato l’allevamento (svuotato dai maiali perché abbattuti) in queste situazioni: la giornalista incontrato il responsabile che cerca di spiegare che i liquami sono stati trattati, “l’ats è venuta ieri”.
Questi allevamenti a Zinasco era già finiti sotto indagine anni fa dopo che la LAV aveva trovato animali molto sporchi, carcasse lasciate nei recinti e mangiate dagli altri animali e una infestazione di topi. Tutte condizioni contrarie alle misure di biosicurezza per difendere un allevamento dalla propagazione di malattie.

Sul Fatto Quotidiano l'autrice del servizio da una anticipazione dei contenuti che andranno in onda questa sera: si parla di come l'allarme peste suina sia stato in parte silenziato, per non mettere in crisi il famoso "made in Italy". In realtà stiamo spendendo soldi pubblici per gestire situazioni di crisi in allevamenti dove le condizioni di sicurezza non sono state rispettate

A essere invece consapevole dei rischi che corrono gli allevamenti in termini di biosicurezza è la Regione Lombardia, che ha istituito un fondo da 2,2 milioni di euro destinato agli allevatori per costruire le recinzioni per evitare che i cinghiali entrino in contatto con i suini. Peccato, però, che queste recinzioni per decreto andavano fatte entro luglio 2023, mentre il bando della Regione Lombardia aveva come scadenza il 18 settembre, quindi di fatto premiando i ritardatari che avrebbero dovuto fare quelle recinzioni di tasca loro. L’assessore all’agricoltura della Regione Lombardia Beduschi si giustifica dicendo che la priorità è proteggere l’industria suinicola. “C’è un’emergenza e noi dobbiamo proteggere un tesoro che è quello produttivo”. Ma intanto risorse pubbliche sono state spese anche per abbattere i suini. Centomila euro al giorno per un totale di 1 milione e 600 mila euro è quanto avrebbe incassato la ditta olandese, la TCC, specializzata in abbattimenti di emergenza. Un’emergenza pagata con i soldi di noi contribuenti.

La scheda del servizio: I monatti di Giulia Innocenzi
collaborazione Greta Orsi, Giulia Sabella

Le telecamere di Report vanno in Cina e a quasi quattro anni dal Covid tornano a Wuhan ed entrano nei mercati umidi nel sud del paese, dove vengono ancora venduti cani e gatti per essere macellati. E prime in assoluto con Giulia Innocenzi entrano negli allevamenti grattacielo, dove vengono allevati milioni di maiali. Una bomba ecologica, secondo gli esperti, un fortino contro i virus, secondo il governo cinese, che ha puntato su queste strutture dopo che la peste suina ha sterminato centinaia di milioni di maiali. E ora la peste suina è riuscita a entrare negli allevamenti italiani, dove sono stati abbattuti 40.000 maiali. Report mostrerà in esclusiva le immagini di alcuni abbattimenti finanziati dalla Regione Lombardia con diverse irregolarità. Sono stati fatti tutti i controlli necessari?

La mafia nel Veneto

Nonostante sia sparita dall’agenda di governo (e tendenzialmente anche da quella dell’opposizione) la mafia (o le mafie) esiste ancora, non è morta con Messina Denaro, Riina e Provenzano.
Esiste ed è ben radicata anche nel nord, anche in Veneto, a Verona dove, secondo l’Antimafia, esisterebbe una locale della ndrangheta: ne parla il servizio di Walter Molino che ha intervistato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, esperto di lotta alla ndrangheta.

L’imprenditore ndranghetista si veste come noi, mangia come noi, ha solo l’accento calabrese come il mio, però porta tanti soldi. Mettiamo il caso in cui l’imprenditore del nord sia in buona fede, quando l’imprenditore ndranghetista gli propone lo smaltimento dei rifiuti con un ribasso del 30-40%, manodopera a basso costo, mi pare che non si possa parlare di ingenuità o buona fede. Si chiama ingordigia.”
Il capo indiscusso della locale veronese si chiama Antonio Giardino che nel marzo scorso è stato condannato in primo grado a 30 anni di carcere: questa è stata la prima sentenza dibattimentale che abbia riconosciuto la presenza di una organizzazione mafiosa sul territorio veneto.
Il giornalista di Report ha intervistato i parenti dell’imprenditore condannato: “io in Veneto non ho mai visto la ndrangheta, non lo so in altre parti, a Milano, .. mai conosciuto uno ndranghetista.”

Sembra di ascoltare le interviste in Sicilia negli anni 70-80 quando le persone (imprenditori, politici, mafiosi stessi) rispondevano “ma dove sta la mafia?”.

In Veneto non ci sarà la mafia, ma c’è già il primo collaboratore di giustizia della ndrangheta, si chiama Nicola Toffanin ed è investigatore privato, considerato la cerniera tra la criminalità organizzata, la massoneria e la politica. Ai magistrati dell’antimafia di Venezia con cui inizia a collaborare dopo l’arresto racconta della composizione della locale veronese: “mi è stato chiesto di tenere un profilo il più basso possibile, di rimanere in una sorta di mondo di mezzo, la maglia che connette la ndrangheta con la politica, le forze dell’ordine e la massoneria. Diamo la possibilità all’organizzazione di crescere e infiltrarsi nel tessuto economico, imprenditoriale e delle amministrazioni pubbliche. Anche dalla Procura di Verona venivo a conoscenza di tante cose, proprio per questo mi hanno dato il soprannome di avvocato”.
Ascoltando le conversazioni telefoniche di Toffanin, gli investigatori si rendono conto della sua rete di relazioni e del suo potere ricattatorio nei confronti dei politici (tra cui anche l’ex sindaco Tosi): solo un modo per vantarsi? “Se noi siamo intelligenti ci da sempre da mangiare” si dicono Toffanin e Francesco Vallone un imprenditore anche lui finito nelle indagini della procura veneziana ma poi assolto dalle accuse, “al massimo usciamo su Report”.
Sul sito VicenzaToday è uscita una anticipazione del servizio: 

La troupe di Report infatti ha intervistato l'ex senatore leghista vicentino di Arcugnano Alberto Filippi.

Sul capo di quest'ultimo la procura antimafia di Venezia ha fatto cadere alcune gravissime accuse: tra cui quella di essere il mandante di un grave atto intimidatorio nei confronti dell'ex direttore de Il Giornale di Vicenza Ario Gervasutti, oggi caporedattore de Il Gazzettino di Venezia. Filippi, come si legge in una nota dell'ufficio stampa della Rai diramata ieri, davanti alle telecamere di Report spiega di avere subito da un uomo vicino al pentito di 'ndrangheta Domenico Mercurio «una estorsione che non ha mai denunciato» e di aver pagato 7.500 euro per assicurare tranquillità alla sua famiglia e all'impresa: si tratta di una circostanza della quale aveva parlato anche il Corveneto il 2 novembre nella sua edizione on-line. Peraltro nei verbali desecretati di Mercurio, che Report mostra in esclusiva, «il pentito parla anche del sostegno elettorale che la comunità calabrese avrebbe dato all'ex consigliere regionale ed ex presidente di Agsm-Aim, la multiutilty di Verona e Vicenza, Stefano Casali»: che peraltro non è indagato.

Ad ogni modo gli inviati nell'ambito della loro inchiesta andranno oltre il Vicentino e il Veronese. Poiché parleranno delle «tranquille e produttive province di Padova e Treviso, del distretto vicentino della chimica». Territori in cui «le organizzazioni mafiose si stanno prendendo il Veneto». Un punto di vista che lascia poco alla immaginazione giacché «le inchieste antimafia degli ultimi anni hanno portato alla luce un territorio in cui si è radicata la criminalità organizzata. Nel ricco Nordest infatti «Cosa nostra, 'ndrangheta, casalesi si mescolano, concludono affari, si infiltrano negli appalti, si interessano di voti e di amministrazione pubblica, intrattengono rapporti privilegiati con forze dell'ordine, imprenditoria e massoneria». Ma c'è di più. Gli autori torneranno a occuparsi delle intemerate del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro che aveva definito Report «lo schifo dell'Italia» dopo che gli inviati avevano posto al primo cittadini alcune domande scomode.


Walter Molino racconterà nel servizio la vicenda della scuola della Misericordia, uno dei palazzi storici di Venezia, dato in gestione dal comune ad una azienda: il giornalista durante una conferenza stampa aveva chiesto al sindaco Brugnaro se la prefettura avesse aggiornato la pratica antimafia sull’azienda SVM che gestisce il palazzo, dopo l’arresto di Pietro Mollica dal GICO per bancarotta (vicenda del 2015).

Ad oggi, dopo la nomina a sindaco, Brugnaro non è più amministratore della società concessionaria che è finita ad un blind trust: “la prefettura sa tutto e penso che la questione sia già risolta” ha risposto a Report il sindaco che non ha perso l’occasione per prendersela con la trasmissione, “d’altra parte siete report, siete lo schifo dell’Italia”. La domanda era fuori luogo? Non dovrebbero essere i cittadini a dirlo, che magari non hanno ben chiaro in cosa consista questo blind trust?

La scheda del servizio: Cosa Veneta di Walter Molino e Andrea Tornago

Dalla Laguna di Venezia alla campagna veronese, dalle tranquille e produttive province di Padova e Treviso al distretto vicentino della chimica, le organizzazioni mafiose si stanno prendendo il Veneto. Le inchieste antimafia degli ultimi anni hanno portato alla luce un territorio in cui si è radicata la criminalità organizzata: nel ricco Nordest Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Casalesi si mescolano, concludono affari, si infiltrano negli appalti, si interessano di voti e di amministrazione pubblica, intrattengono rapporti privilegiati con forze dell’ordine, imprenditoria e massoneria.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 ottobre 2023

Presa diretta – l’economia della guerra

Il gas è salito del 14%, come il prezzo del petrolio e del gas: come per la guerra in Ucraina, la guerra di Gaza ha fatto alzare il costo dell’energia. C’è la guerra e ci sono quelli che ci speculano sopra: la guerra ha fatto salire anche l’inflazione in Italia, di fatto la guerra la stiamo combattendo anche noi.

L’occidente ha cercato di combattere la Russia di Putin con la sanzioni, ma hanno funzionato?

Francesca Nava è andata a Stupina, vicino Mosca, ad incontrare Irina nella sua dacia di campagna: è una pensionata che si informa sulla televisione di stato, dunque appoggia Putin e la sua guerra, perché è necessaria, tutta colpa degli ucraini che lasciano dietro loro distruzione.
Le sanzioni? Sono felice per le sanzioni, faremo le cose in casa, risponde Irina.

Lanfranco Cirillo è l’architetto di Putin, ha progettato il suo palazzo sulle rive del mar Nero: è ricercato dall’interpol, vive da oltre 30 anni a Mosca con una cittadinanza onoraria russa.

Questo imprenditore è stato ambasciatore del made in Italy in Russia, ha portato i miliardari russi in Sardegna, gli amici di Putin: è accusato di frode dalla procura di Brescia, accuse che oggi respinge.
Racconta a Francesca Nava che gli oligarchi russi erano accolti coi tappeti rossi in Italia: sulle sanzioni ha le idee chiare, Cirillo, semplicemente non stanno funzionando.
La maggior parte della popolazione del mondo non ha sanzionato Putin, noi compriamo la benzina dall’India che viene dalla Russia.
Qui si trova tutto per lo shopping: il made in Italy, anche prodotti sotto sanzione, anche i marchi del lusso. L’effetto politico delle sanzioni è fallito perché la guerra non si è fermata: lo spiega bene sia il sociologo Gudkov che la ricercatrice dell’ISPI Ambrosetti. In Russia le auto tedesche arrivano in Russia passando dal Kazakistan: oggi l’Europa vorrebbe colpire queste triangolazioni.
Ci sono però anche imprenditori italiani che hanno scelto di rimanere in Russia, solo il 10% delle aziende italiane ha lasciato la Russia che rimane, piaccia o meno, un mercato molto attrattivo, lasciare il mercato russo è doloroso, se te ne vai ce ne sono altre di aziende pronte a prendere il tuo posto.

Siamo venuti qui per fare un piacere al nostro paese, racconta Torrembini, presidente dell’associazione delle imprese che lavorano in Russia. Non vogliono sentirsi criminalizzati, le sanzioni non hanno fatto cadere la Russia, scegliamo un’altra strada – racconta a Presadiretta. Anche perché l’economia di guerra in Russia sta facendo crescere il PIL: la spesa militare raddoppierà nel 2024, arriverà al 6% del PIL, a dispetto delle sanzioni, la Russia ha aggirato i controlli prendendo i beni di cui ha bisogno da altri paesi.
Torrembrini ammette candidamente che noi occidentali abbiamo fatto una scelta masochista, pagheremo l’energia di più.

Lodigiani è un imprenditore agricolo in Russia, in una regione della Russia dove è anche console: il settore merceologico è stato colpito dalle sanzioni già nel 2014, racconta a Presadiretta.

Adesso la Russia comprerà le macchine agricole dalla Cina, e il made with Italy non ci sarà più.

Le sanzioni hanno riconfigurato l’economia russa in senso autarchico: i prodotti alimentari non sono più importati dall’Italia ma prodotti in Russia, perfino ricotta e mozzarella.
Donato Parisi è un imprenditore napoletano che lavora in Russia dove produce latticini proprio a Mosca: il metodo tradizionale per fare i formaggi è stato spostato a Mosca e i consumatori russi sono anche contenti.

Ci sono anche ristoratori italiani a Mosca: i prodotti italiani arrivano lo stesso, nonostante le sanzioni, col contrabbando, “abbiamo tutti, anche più di prima, perché qui stanno aprendo caseifici”.

Siamo arrivati dunque al pizzaiolo russo: Valentino Bontempi è un ristoratore italiano che possiede diversi locali, importa dall’Italia quello che non è bloccato dalle sanzioni, il resto è auto prodotto in Russia.

C’è però il settore tecnologico: la Russia dipendeva dalle importazioni dall’occidente e la Cina non riesce a colmare le importazioni in questo campo.
Il punto, racconta la ricercatrice dell’Ispi, è che la Russia è destinata a rimanere isolata in termini di ricerca scientifica, culturale.

Cambiando le esportazioni e le importazioni per la sua economia, la Russia si sta preparando ad un nuovo ordine mondiale: nell’area di Stupino Quadrat la Russia ha creato una zona speciale per attirare imprese straniere. Ci sono anche impianti della Barilla, che oggi però ha abbandonato il paese.
Le sanzioni hanno bloccato gli investimenti qui in Russia, lasciando spazio agli asiatici, turci, indiani e cinesi, racconta la direttrice del distretto industriale.
È una sostituzione di partner industriali: in questa sfida chi sta vincendo saranno le aziende che rimarranno in Russia, che sta portando avanti una sua battaglia contro le imprese che vogliono andarsene, arrivando a dei veri e propri espropri.

Chi sono i protagonisti del nuovo ordine mondiale? I Brics, con nuovi attori, come Vietnam e Iraq. L’occidente non è più al centro di questo ordine, conclude la direttrice di Stupino Quadrat.

In studio il giornalista Fubini ha spiegato come, senza sanzioni, avremmo continuato a finanziare la guerra di Putin: l’occidente ha sopravvalutato il potere delle sanzioni, noi non potevamo continuare a vendere la mozzarella in Russia facendo finta di niente.
Non è vero, ha continuato Fubini, che le cose vanno bene in Russia: mancano lavoratori, o perché nell’esercito o perché sono scappati.

C’è ipocrisia sulle sanzioni, ma la Russia vale come l’economia come il Belgio e il Lussembrugo, non è tra le prime dieci destinazioni dell’esportazione, ha continuato il giornalista del Corriere.

Il vertice di Johannesburg

Presadiretta, lo scorso agosto è andato al Brics Summit, l’incontro dove è stato sancito l’accordo per includere nuovi membri, Arabia, Iran e Emirati Arabi Uniti: il Brics rappresenta il 36% del pil mondiale e una buona fetta dei produttori di petrolio.

Dentro i Brics, un ruolo fondamentale lo ha la Russia di Putin: qui il presidente russo ha tutti gli alleati, dall’India alla Cina. Il sud del mondo sta con la Russia e non con l’occidente e gli Stati Uniti.
Presadiretta è stata l’unica trasmissione italiana presente eppure questo summit è stato molto importante per i paesi africani, che qui espongono i loro prodotti.
Anche prodotti per scopi militari sono esposti in questa fiera: il mercato dei paesi in via di sviluppo fa gola a tanti paesi, i Brics propongono di non usare il dollaro (che è diventato una moneta pesante) per gli acquisti ma le monete locali.

Tanti paesi, nostri partner, vogliono entrare nei Brics, dall’Egitto all’Algeria.

Ma, racconta il giornalista Fakude, l’ingresso di Iran e di altre autocrazie, fa paura: i sauditi sono i primi esportatori di petrolio e usano il dollaro. I sauditi sono alleati degli USA, ma intendono diversificare i loro mercati, anche verso la Cina.

I Brics hanno anche una banca che si chiama New Development Bank: stanno emettendo Bond in valuta cinese, fanno finanziamenti in rupie indiane in India, nel lungo termine non vogliono più avere a che fare col dollaro.
Cosa attrae i paesi africani nel Brics: l’occidente sta bloccando i finanziamenti al Sudafrica per la decarbonizzazione, chiedendo la chiusura delle centrali a carbone.
Il Sudafrica oggi è alle prese coi black out organizzati per questi problemi energetici: è un problema per l’economia, per le piccole imprese, per i commercianti, costretti a dover comprare dei generatori.

I black out causano problemi anche negli ospedali, dove le persone muoiono perché i macchinari si devono bloccare: la transizione energetica sta mettendo a rischio la sicurezza del paese, questo è quello che pensano in SudAfrica.
La Cina oggi si è impegnata per aiutare questo paese a superare i black out: le centrali di energia verde non bastano, la Cina ha donato generatori mentre l’Europa si sta importando il carbone che serve ai loro paesi.
Ecco, cosa attrae i paesi africani verso il Brics: il fondo monetario internazionale, la banca mondiale, il G7 sono il passato, il sud del mondo oggi sta guardando ai Brics come opportunità per crescere senza alcuna costrizione.

Il segretario dell’Onu Guterres era presente al summit dei Brics: ha ammonito i paesi presenti, il multilateralismo è un bene, ma qui si parla solo di affari, di scambi commerciali, ma mai dei diritti civili. I paesi dei Brics hanno fatto fatica a condannare la guerra in Russia perché con questo paese fanno affari.

Quello che tiene assieme i Brics, che dentro ha sia autocrazie che democrazie, è l’ostilità verso l’occidente – ha commentato Fubini: la Cina poi sta portando avanti una sua strategia per prendersi gli asset dei paesi a cui concede beni e aiuti.

La guerra di attrito in Ucraina

Mentre i due eserciti sono bloccati uno davanti l’altro in una guerra di posizione, la Russia sta bombardando le città ucraine, per terrorizzare la popolazione e distruggere l’economia che rimane in piedi.

Iacona è andato nella regione di Karkiv, nella città che da il nome alla regione: l’allarme antiaereo annuncia un attacco aereo, uno dei tanti sulla città. I russi hanno cercato anche di conquistarla con l’esercito. Le persone da qui se ne sono andate, per colpa della guerra, per non venire uccisi dalle bombe.

Questa è una strategia dei russi per far bloccare l’economia delle città ucraine, per spopolarle, per tenerle sotto pressione.

Poco fuori dalla città di Isum il servizio ha mostrato le fosse comuni, scoperte dopo che i russi hanno abbandonato la zona, dopo la confroffensiva ucraina che si è fermata a Bakhmut.

Dei morti durante la battaglia a Bakhmut non ne parlano i russi e nemmeno gli ucraini, perché danneggiano la propaganda di guerra.
Presadiretta ha mostrato i feriti di questa battaglia, gli invalidi, i soldati con le ferite visibili sul corpo e invisibili dentro: tutto questo è un altro prezzo della guerra.

Iacona ha incontrato la squadra di Medici senza Frontiere a Micolaiv: ha seguito il team di MSF mentre preparavano i laboratori mobili nei villaggi dove è passata la guerra, per visitare donne, persone anziane, portare medicine.

Da Micolaiv ad Odessa dove la guerra non ha risparmiato la cattedrale.

I russi hanno colpito i porti per bloccare le esportazioni del grano: anche questo fa parte della strategia di Putin, distruggere le aziende siderurgiche, distruggere l’economia agricola, con l’aumento dei disoccupati, di persone senza soldi da spendere.

Dagli alleati sono arrivati 42 miliardi di dollari, ma Putin punta ad una guerra di logoramento, puntando al fatto che i paesi occidentali si stanchino di finanziarla.

Tutto questo si somma ai costi per la ricostruzione, che aumentano per ogni giorno di guerra, una guerra che non vede ancora la fine.

La guerra a Gaza

950 bambini sono già stati uccisi, come risposta alle migliaia di morti israeliani di Hamas: nessun paese civile può accettare questa punizione contro un popolo.

Le guerre non porteranno mai da nessuna parte, non metteranno in sicurezza il popolo israeliano e nemmeno il popolo palestinese – racconta a Presadiretta una esponente del partito arabo di opposizione nella Knesset Aida Touma.

Israele sta militarizzando il paese, si vogliono armare i cittadini – spiega la deputata che oggi si sente tra l’incudine e il martello.

Israele è in guerra contro sé stessa: Orly Noy, attivista per i diritti umani la racconta così la protesta durata otto mesi contro le riforme autocratiche del governo israeliano.
Il governo ha spostato l’esercito a protezione dei coloni che occupavano i territori in Cisgiordania rendendo la zona attorno a Gaza vulnerabile.

La sconfitta di Hamas cambierà poco le cose, occorre comprendere come mai Hamas ha questo potere a Gaza.