Visualizzazione post con etichetta Alfonso Troisi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alfonso Troisi. Mostra tutti i post

08 febbraio 2022

Presadiretta – il sistema università

Ritorna Presadiretta con un lungo reportage lungo l'Italia tra i lavoratori della conoscenza, dentro le università italiane, partendo dalla domanda su come siano scelte le persone dentro questo mondo, che dovrebbe preparare la nostra classe dirigente. Prevale il merito o la raccomandazione?

E' un tema che ci interessa da vicino perché parliamo di persone che prenderanno decisioni ai vertici della sanità, pubblica amministrazione, impresa privata.

Con i concorsi pubblici si selezionano i migliori o solo quelli che si sapeva prima che avrebbero vinto?

A Siracusa lavora il professor Scirè, laureato a Firenze e poi trasferito in Sicilia dove dieci anni fa decise di partecipare ad un bando per un concorso di professore di storia, poi vinto da una architetto con meno titoli.

Scirè ha fatto allora accesso agli atti e ha successivamente vinto i ricorsi al TAR, ma l'università di Catania non ha dato seguito alle sentenze, confermando l'architetto alla cattedra di storia contemporanea.

Nemmeno la sentenza del tribunale penale di primo grado, che sentenzia l'abuso della commissione del concorso, ha smosso le acque. I tre commissari sono stati condannati per abuso d'ufficio, ma continuano ad insegnare.

A pochi passi dall'università c'è il convento dei Benedettini, capolavoro del Barocco: è stato restaurato dall'università dove avrebbe dovuto lavorare il professore Scirè.

Che oggi lavora con un contrattino: il rettore Priolo non ha impugnato la sentenza, così oggi dopo dieci anni, l'università ha assunto Scirè con un contratto per due anni.

Ma Scirè ha fondato una associazione “Trasparenza e merito” che si batte contro i concorsi truccati, da nord a sud.

C'è un metodo che denota una mancanza di etica pubblica – commenta Iacona in studio: un metodo emerso anche a Catania, dove la procura ha mandato a processo due ex rettori per un altro sistema di concorsi truccati, non solo pochi casi. Un sistema che premiava non i migliori, ma chi tra i candidati, apparteneva ad un certo gruppo di potere.

L'indagine della Digos di Catania si chiama Università bandita, si accusano ex rettori e docenti di aver truccato concorsi, con sistemi “squallidi”, secondo il procuratore Zuccaro, si usano sistemi di intimidazione mafiosi per combattere gli outsider.

Si costruivano cioè concorsi su misura per candidati già scelti da questo sistema: Lucia Malaguarnera era una professoressa che aveva più anzianità rispetto al candidato prescelto, Massimo Libra, il candidato che doveva vincere. Le viene consigliato di ritirare la domanda per il concorso, ma la Malaguarnera non recede e così viene convocata dal rettore dell'ateneo e del dipartimento i quali propongono alla dottoressa uno scambio. Rinunciare alla candidatura al concorso in cambio di un futuro concorso preparato su misura per lei.

Un concorso ad articolo 24, solo per interni, dove si sa già chi vince: ma la dottoressa ha scelto di dire no, perché era la cosa sbagliata.

Alla fine la Malaguarnera ha perso il concorso, vinto da Libra e scattano contro di lei le ritorsioni per non essersi adeguata: la sua chiamata ad ordinario sarà l'ultima per ordine di tempo, perché lei non aveva ubbidito.

Quando uscì l'inchiesta sui giornali nessuno dei colleghi ha avuto voglia di parlarne: c'è ancora paura all'interno dell'ateneo.

L'inchiesta Università bandita è partita da esposti e denunce del ricercatore Lucio Maggio, su appalti fatti non secondo le regole: dalle indagini emerge il sistema, carriere costruite a tavolino, ritorsioni contro chi non rispetta il sistema.

Anche l'economista Anna La Bruna ha avuto a che fare con Catania: qui arriva come ricercatrice a tempo indeterminato, ma la sua carriera si blocca.

Perché le designazioni di chi doveva fare carriera erano decise prima, tra i protetti dei baroni. Nonostante le sentenze del TAR e della Corte dei Conti, per nomine fatte senza rispetto delle regole.

La dottoressa è stata fottuta coscientemente – dicono le intercettazioni dei docenti che “apparecchiano” i concorsi. Persone che parlano con turpiloquio, non da persone che dovrebbero formare i ragazzi, portare conoscenza.

Persone che selezionano in base all'appartenenza ad un clan, non per merito e così da Catania se ne stanno andando molti studenti, da una università che nemmeno si è costituita parte civile al processo, processo che poi non ha portato alcun dibattito all'interno della società civile.

Su Catania aveva fatto diversi articoli Sud Press, diretto da Pierluigi Di Rosa: il giornalista ha subito ritorsioni per il suo lavoro, una sua parente che lavorava in università è stata licenziata.

“Alla fine c'è una élite di famiglie ..[da sistemare]” dice nelle intercettazioni l'ex rettore: una élite che è destinata a comandare nella città, assumendo familiari e amici e abbassando il livello di qualità dell'ateneo e della città stessa.

L'ex rettore Recca, oggi pensionato, si sente di chiedere scusa alla città, per i suoi concorsi apparecchiati. Ma il nuovo rettore Priolo, che dovrebbe gestire in discontinuità l'ateneo, non si è costituito parte civile: l'importante è arrivare a regole certe su bandi per i concorsi – si giustifica.

Concorsi fatti per una visione strategica e non su misura per i “pupilli” dei baroni: persone che oggi hanno ruoli di comando nell'università, non potranno essere spostati.

A Catania sono veramente cambiate le cose? Presadiretta ha analizzato, a partire dall'agosto 2019, i 185 concorsi per ordinari e associati banditi: sono in maggior parte rivolti a candidati interni, quei pochi aperti all'esterno hanno sempre visto vincere sempre un candidato locale.

Non è cambiato nulla a Catania, fare concorsi in questa università è inutile – ammette l'ex rettore Recca, sarebbero da abolire.

“I candidati che vengono da fuori non hanno chance...”

Così l'università muore, non solo a Catania.

A Roma, a Tor Vergata, l'ex rettore Novelli è oggi a processo, con accuse gravi: in una intercettazione contro un ricercatore che aveva impugnato una nomina dopo un concorso, risponde “lei qui non sarà mai professore, si trovi un'altra università .. ”

Ma secondo i suoi avvocati è stato il ricercatore a minacciare il rettore: Gruner aveva fatto ricorso contro l'università perché nel 2014 aveva scoperto che a Tor Vergata si diventava professori anche senza nessun concorso, senza nessun bando.

Gruner scopre che nell'ateneo esiste una norma, un regolamento, per scegliersi un candidato che si voleva: così fa ricorso contro questo regolamento e il Consiglio di Stato la annulla.

Alfonso Troisi – professore associato di psichiatria presso l'università di Tor Vergata - ha al suo attivo 3 libri e 250 pubblicazioni e nel 2021 è stato inserito tra i centomila scienziati con maggiore produttività scientifica: quando c'è stato il concorso per passare da associato a professore ordinario, tutta questa competenza scientifica non è servita a nulla.

Il vero meccanismo di arruolamento è la cooptazione, cioè l'idea che l'appartenenza ad un certo gruppo, la fedeltà a questo gruppo, comporti dei titoli di merito che vanno ben oltre la produttività scientifica ” racconta a Presadiretta: quello che conta è la fedeltà al clan.

Se sei fuori dal sistema, ogni possibilità di carriera, di ricevere promozioni viene ostacolata: chi sta dentro viene invece aiutato, il suo nome viene inserito nelle pubblicazioni per far sì che il suo indice H Index possa migliorare, finendo “dopato”.

Chieti - università cittadina: al campus di Pescara della Gabriele D'Annunzio Iacona ha incontrato Agnese Rapposelli, ricercatrice a tempo determinato, dopo dieci anni di precariato e dopo tanti ricorsi che ha sempre vinto.

Aveva fatto ricorso contro i concorsi in cui era stata bocciata, dove (dicono le sentenze) le avevano fatto di tutto pur di farla perdere e far vincere il concorrente.

Ma la Rapposelli continua a far ricorsi, nella solitudine da parte dei colleghi le dicevano “te la faranno pagare”: è rimasta sola in questa guerra, all'interno del suo ateneo: l'aspetto più paradossale è che nostante la sentenza del TAR per un nuovo concorso, questo non si è riuscito a bandire perché tutti i professori scelti hanno declinato l'invito a venire a Pescara.

Il professor Benedetti, del dipartimento della Rappuselli, in un audio registrato dalla ricercatrice glielo dice in faccia: puoi fare ricorsi, oppure accetti che io faccia un concorso su misura per te e entri nel sistema.

Il dipartimento non ha ancora deciso di prendere una posizione contro il professor Benedetti, nemmeno un provvedimento disciplinare.

Il rettore Caputi, nonostante tutto quanto sia successo, considera la Rappuselli una che fa ricorsi in modo seriale: non accettano, i rettori, che sia la magistratura a sostituirsi a loro, per la nomina dei docenti.

Tutti vorrebbero fare come si fa in America, con la nomina diretta dei collaboratori, abolendo i concorsi.

Ma qui siamo sempre in Italia: a Firenze con l'indagine “chiamata alla armi” sono finiti a processo il gotha dei professori tributari in Italia.

L'indagine è nata dalla denuncia nel 2013 di Philip Laroma Jezzi, allora ricercatore: nove anni fa decise di partecipare ad un concorso per l'abilitazione, scoprendo che esisteva una lista di candidati da far vincere.

I vincitori erano già stati selezionati e il suo nome non era presente: “tu non entri nel patto”, risponde il professore di diritto tributario, “nell'ottica del do ut des”.

Un vile commercio di posti, e se fai ricorso, ti giochi la carriera.

Philip Laroma pur essendo bravo, non può candidarsi, perché avrebbe messo a rischio le nomine dei prescelti, con meno titoli.

Un sistema feudale, altro meritocrazia: i concorsi sono una buffonata, seguono logiche spartitorie, così Laroma porta la registrazione dell'incontro col suo professore alla Procura.

C'erano due associazioni di diritto tributario, che facevano capo a due professori: facevano tutte le pressioni possibili affinché le abilitazioni arrivassero ai loro associati.

Tutto pur di arrivare al titolo di professore avvocato: un titolo di prestigio che dietro però non ha alcun valore, alcun merito.

Un sistema mafioso: Philip Laroma non ha dubbi, così procedendo si sta perdendo di prestigio, così i migliori, quelli senza “maestro”, senza “padrino” vanno all'estero.

Gli italiani all'estero.

Iacona è andato a Maastricht, all'università che ha attratto docenti e studenti da tutta l'Europa, non solo nei paesi Bassi.

Qui insegna il professor Sandro Gelsomino in cardiochirurgia: con le sue denunce aveva mandato a processo i vertici dell'università e i vertici della ASL, che avrebbero bloccato la sua nomina a primario, al posto di un altro candidato che aveva meno titoli.

Questa persona non aveva curriculum, non come quello di Gelsomino: ma a Maastricht l'hanno assunto come professor ordinario, dove ha portato avanti i suoi studi, dando lustro al suo dipartimento, come un nuovo brevetto per una nuova tecnica per operazioni al cuore.

Ma qui si lavora per sostituire le vene di pazienti, per curare il cuore con cerotti intelligenti: l'istituto, quando attira i migliori, sforna lavori di ricerca all'avanguardia, attira competenze e anche soldi dallo Stato e dall'Europa.

Con Gelsomino lavora la dottoressa Mariaelena Occhipinti, capo medico alla Radiomics: lavorano ad una nuova frontiera della scienza medica, per un progetto che inizialmente la Occhipinti aveva presentato a Firenze, dove però era fuori dal sistema, così decise di andarsene via.

Perché se il merito non vale più, in questo paese, è il paese che è a rischio.

Dopo Maastricht, Iacona è andato a Berlino, per incontrare altri professori e ricercatori italiani, come quelli che oggi lavorano all'università Humboldt, dove sono passati giganti del pensiero: il suo centro di ricerca non è più nel centro di Berlino ma in un quartiere periferico dove troviamo gli incubatori delle startup.

Perché i laureati in Germania sono assunti come ricercatori anche dall'azienda privata, senza essere costretti di andare nel pubblico.

La guida in questo tour a Berlino è Caterina Cocchi che a 36 anni è professoressa ordinaria nella università di Oldemburg, con un concorso pubblicato perfino sui giornali locali, con un bando pubblicato sia in lingua tedesca che inglese.

Il concorso della Rocchi era un concorso vero: ha presentato la sua ricerca, ha fatto una prova di lezione, è stata sentita dalla commissione. E alla fine è stata scelta lei.

La commissione ha scelto lei, la migliore, che veniva da fuori e che portava pubblicazioni nuove per nuovi spunti di ricerca.

Alessandro Foti è un altro italiano che oggi lavora in un campus della Humboldt, alla Charitè.

Al Max Planck sta studiando il sistema immunitario, hanno scoperto che le cellule neutrofile per combattere le infezioni usano il loro stesso DNA, per intrappolare i batteri.

Mentre liberano il DNA si stanno suicidando, pur di salvare l'organismo, come una supernova.

Foti studia come fanno le cellule a “suicidarsi”, l'obiettivo è trovare il modo di combattere i virus e le infezioni, un tema importante oggi con la pandemia.

Sono tutte ricerche finanziate dal pubblico, tutti e senza ritardi: il governo tedesco spende ogni anno 47 miliardi, contro i 13 spesi dall'Italia, la Germania spende il 2,1% del PIL in ricerca e sviluppo, mentre l'Italia poco più dell'1%. Questo spiega il ritardo nei vaccini, per esempi, ma paradossalmente è un bene perché in Italia i soldi della ricerca finirebbero nelle mani delle persone del clan dentro gli atenei.

In Germania esistono anche ricercatori a tempo indeterminato, come Chiara Romagnani: anche lei lavora alle malattie degenerative, infiammatorie.

Anche lei lavora grazie ai finanziamenti pubblici che arrivano se si ha un'idea buona: le persone di talento portano idee buone e dunque progetti buoni cioè soldi, per questo in Germania non cooptano dei cretini e dei raccomandati.

Quanti Alessandro Foti, quante Chiara Romagnani, quante Caterina Rocchi ci stiamo perdendo oggi in Italia?

E quanta fatica fanno i docenti italiani, i ricercatori italiani, quelli che vogliono fare bene il loro lavoro: che conseguenze abbiamo per questo sistema di cooptazione per clan?

I professori Gallina e Porfirio a Firenze, analizzando i concorsi banditi dalle università toscane, parlano di asfissia del sistema, un sistema senza mobilità, con concorsi dove si presentavano uno o al massimo due candidati.

A Siena il professor Baccini, tra i fondatori dell'associazione ROARS, ha analizzato il sistema di reclutamento in Italia: lo strapotere di pochi ordinari e di regole che danno poteri a pochi sta uccidendo l'università rendendo i concorsi illegali.

Le pubblicazioni dei candidati che poi hanno vinto i concorsi sono “dopate”, perché autoreferenziali, si citano solo ricercatori italiani, gonfiando così i loro H-Index.

Tutto questo è un male per la ricerca italiana perché si tolgono di mezzo le idee innovative.

Iacona è andato a sentire anche Giovanni Abramo, direttore dell'IASI al CNR: qui ha analizzato i criteri di valutazione nei concorsi italiani sollevando diversi problemi. Racconta al giornalista che “è inaudito sommare le citazioni, come si fa in Italia” per dare i punteggi ai concorsi, costruiti per favorire i candidati nella stessa università, specie se è la stessa del presidente della commissione.

Un sistema asfittico che strozza la ricerca: il commissario dovrebbe scegliere il candidato come se scegliesse il chirurgo che opera la persona più cara, “perché noi siamo servitori dello Stato, dobbiamo fare gli interessi del paese, della società, dobbiamo scegliere i migliori, non dobbiamo scegliere chi ci fa comodo.”

Cosa dice la ministra Messa, che è stata rettrice alla Bicocca a Milano?

Bisognerebbe togliere i concorsi a soli interni – sostiene la ministra – ma in Parlamento ci sono delle remore, molti politici hanno interesse a mantenere questo sistema.

Hanno aumentato fondi per i ricercatori, il fondo che finanzia l'università è stato rinforzato, stimolare le competizioni aperte, la ministra vorrebbe togliere anche il concorso per le abilitazioni all'insegnamento.

L'università deve tornare al centro della politica: la ministra vorrebbe istituire un tavolo aperto ai docenti, alla magistratura, ai ricercatori, per capire come cambiare strada.

07 febbraio 2022

Anteprime Presadiretta - Il sistema università

Giovedì scorso il presidente della Repubblica Mattarella, nel suo discorso alle Camere riunite, ha toccato il tema delle disuguaglianze: non è più tollerabile che la forbice tra chi sta sopra e chi sta sotto si allarghi.

La scuola e l'università sono uno degli strumenti con cui ridurre questa distanza, un ascensore sociale che potrebbe consentire a tutti di elevarsi, economicamente e socialmente.

Ma questo ascensore sociale funziona ancora? Presadiretta, nella sua prima puntata della stagione 2022, si occuperà proprio di università, ricerca e concorsi col suo sguardo onesto e attento sulla realtà. La ricerca è un tema caro a Riccardo Iacona tanto da avervi dedicato un ciclo di puntate nel 2005, Viva la ricerca – e successivamente anche con Presadiretta nella settembre 2016.

Come si sceglie la classe dirigente in questo paese, cominciando dalle università, il luogo più alto e sacro dove dovremmo costruire la conoscenza economica, sanitaria, giuridica, scientifica?
I professori entrano nell'accademia per merito o per raccomandazione?


Non siamo riusciti a trovare, tra quelli investigati, un solo concorso svolto con criteri meritocratici.” .. “Quello che dovrebbe essere la culla della cultura in realtà adotta gli stessi metodi che noi ritroviamo nelle associazioni mafiose ”

Non sono due studenti a parlare così, in modo duro e diretto: sono due magistrati della procura di Catania nella conferenza stampa successiva per una inchiesta sui concorsi truccati: l'inchiesta di Presadiretta farà parlare docenti che raccontano di rappresaglie subite per un no (“a questo gliela dobbiamo far pagare”, “ma come ti è venuto in mente, questi ti distruggeranno”), di notti insonni passate per le pressioni subite.

Docenti che non si fanno problemi a fare paragoni col sistema mafioso quando raccontano di come funziona il sistema di reclutamento negli atenei italiani, anche quelli più prestigiosi: intimidazione, ricorsi al TAR per un giudizio non gradito, parlano di una guerra in corso, di cui se ne sente parlare solo a seguito delle inchieste delle Procure.

“La ppaa usa le sentenze dei tribunali amministrativi [quelle di cui se ne fa anche abuso] come carta straccia, nessuno controlla che queste sentenze siano eseguite correttamente ” raccontano a Iacona, parlando di concorsi che sono in realtà delle buffonate, perché le decisioni avvengono in tutt'altre sedi e con logiche spartitorie.

I concorsi si concludono quasi sempre con la vittoria del “candidato locale” - spiega l'ex rettore di Catania Antonino Recca - favorendo il nepotismo, un male per la ricerca italiana perché si discrimina togliendoli di mezzo i giovani innovativi.

Per questi motivi, i migliori, quelli non raccomandati o quelli che non vogliono entrare in questi meccanismi, scelgono di andare all'estero per lavorare.


Iacona ha incontrato Caterina Cocchi, laureata in fisica all'università di Modena, che ha scelto di lavorare in Germania: a 36 anni è professoressa ordinaria (a tempo indeterminato) di fisica teorica presso l'università di Oldemburg dove segue progetti di ricerca sui semiconduttori, coordinando un gruppo di lavoro che paga grazie ai soldi che arrivano all'università grazie a questi progetti, per circa 1 milione di euro.

Sempre in Germania lavora Alessandro Foti, da Milazzo all'istituto Max Planck, finanziato dallo Stato per quasi due miliardi di euro ogni anno, perché il governo tedesco ha una visione e finanzia anche a fondo perduto la ricerca di base.

Anche se in Germania non esistono concorsi pubblici, in questo paese non hanno paura ad investire nei candidati migliori in una competizione aperta a tutti, non come in Italia dove quasi sempre vincono i candidati interni.

Per la ricerca è meglio che la gente si muova- racconta Gerben Marsamann, ricercatore di microbiologia cellulare all'istituto Max Planck - per evitare che si creino baronati o accumuli di potere. In Germania non si scelgono imbecilli – aggiunge Chiara Romagnani professoressa ordinaria alla facoltà di medicina Charitè, perché le università per andare avanti hanno bisogno di soldi e serve gente brava.

Ma in Italia le cose vanno diversamente: non si scelgono i candidati migliori, con risultati che si ritorcono contro le università stesse e contro il paese.

“Il presidente del concorso dovrebbe scegliere il candidato come se stesse scegliendo il chirurgo che lo deve operare” – racconta al conduttore un docente - “perché noi siamo servitori dello Stato, dobbiamo fare gli interessi del paese, della società, dobbiamo scegliere i migliori, non dobbiamo scegliere chi ci fa comodo.”

Così succede di assistere a scene come quelle di Catania dove la Digos è entrata dentro la facoltà nell'operazione “Università bandita”, per una indagine su decine di concorsi pubblici truccati.

Di questa indagine parla Giambattista Scirè, ricercatore di storia contemporanea: “in ogni concorso si aveva un candidato predeterminato”.

Un candidato che doveva vincere alle spalle di altri candidati magari più preparati, come per esempio Lucia Malaguarnera, professoressa di patologia generale a Catania “mi è stato detto, Lucia tu non hai speranza..”

Ma queste storture non succedono solo al sud.


Alfonso Troisi – professore associato di psichiatria presso l'università di Tor Vergata - ha al suo attivo 3 libri e 250 pubblicazioni e nel 2021 è stato inserito tra i centomila scienziati con maggiore produttività scientifica: quando c'è stato il concorso per passare da associato a professore ordinario, tutta questa competenza scientifica non è servita a nulla.

Il vero meccanismo di arruolamento è la cooptazione, cioè l'idea che l'appartenenza ad un certo gruppo, la fedeltà a questo gruppo, comporti dei titoli di merito che vanno ben oltre la produttività scientifica ” racconta a Presadiretta: quello che conta è la fedeltà al clan.

E' quello che ha scoperto la procura di Firenze con una indagine chiamata “Le armi”: questa è stata raccontata da un professore associato dell'ateneo fiorentino che con la sua denuncia nel 2017, ha fatto partire tutto, Philip Laroma Jezzi.

“Il professore di quella università controlla il reclutamento di quella università, l'intimidazione, fare ricorso al TAR contro un giudizio è una cosa da infami ..”

Il rischio, se non si stronca questo meccanismo, è di perpetuare nella classe dirigente, legata a queste raccomandazioni: lo spiega il procuratore Sebastiano Ardita “Il rischio della nuova classe dirigente è che arriva con un meccanismo deviato avendo ovviamente dei debiti nei confronti di qualcuno e per sanare questi debiti continuerà a fare scelte sbagliate”.

L'università, commenta Iacona dopo questi servizi, è troppo importante per lasciarla in mano ai baroni.

Il Fatto Quotidiano con Thomas Mackinson ha intervistato Riccardo Iacona che racconta dello scandalo dei concorsi pilotati e delle responsabilità della politica

La politica che responsabilità ha avuto?

Molte, ha chiuso gli occhi per anni sulla riduzione dei fondi per la ricerca. Poi ha trattato l’università come marginale, favorendone così l’autoreferenzialità e lasciando che tutto il sistema di reclutamento si adagiasse su una legalità che è solo apparente: ad ogni concorso devi costruire una commissione nazionale, col costo che ha, che lavora per confermare una scelta già fatta a monte, senza una reale comparazione. Del resto, basta parlare coi protagonisti che hanno vissuto soprusi terribili per rendersi conto della violenza di questo sistema di cooptazione tribale vestito da concorso. Ma la politica spesso non ascolta.

E che cosa può fare?

Abbiamo intervistato la ministra, che è ben consapevole che questo meccanismo di selezione fallisce proprio nello scopo per cui è stato costruito, quello di premiare i migliori anziché pupilli e raccomandati. Lei mette in campo alcune soluzioni tecniche che sono anche dure e quasi rivoluzionarie, ad esempio cancellare l’articolo 24 che consente di bandire concorsi solo per candidati interni.

Ma se ne parla poco. Ci sono resistenze?

Nel Milleproroghe diversi parlamentari vogliono perpetuare quel sistema, perché c’è una “lobby dei professori” anche in Parlamento. Il concorso interno si chiama così ma nella pratica conferisce potere di nomina che hai nelle mani: se glielo togli non puoi più accomodare le persone che hai deciso di portare avanti. Altra cosa è l’abolizione del concorso per l’abilitazione nazionale della Gelmini, altra proposta della ministra che toglierebbe agli ordinari nazionali delle singole discipline il potere di decidere chi deve fare carriera e chi no.

La scheda della puntata (che trovate sulla pagina FB della trasmissione):

Lunedì alle 21.20 su Rai3 si parte con un viaggio di Riccardo Iacona nel mondo delle università italiane, per capire se i concorsi pubblici con i quali vengono selezionati i professori servono davvero a scegliere i migliori oppure se vincono quelli che “dovevano” vincere.

E intanto le inchieste della magistratura sulle Concorsopoli negli atenei italiani si moltiplicano.

Le nostre università sono ancora fabbriche di cultura? Riescono davvero a promuovere lo sviluppo delle capacità e delle competenze?

E come funziona all’estero, dove si sono trasferiti molti dei nostri ricercatori e professori?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.