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13 giugno 2013

Pacatamente

Bersaglio mobile ieri sera ospitava Luigi Bisignani ("L'uomo che sussurra ..") in una puntata in cui si è parlato del potere di ieri e di oggi.
Come si nomina un direttore di giornale in Italia?
A chi risponde un giornale? Agli azionisti (spesso banchieri) o ai lettori?
Come mai Gelli era amico di tutti e tutti quelli che volevano contare qualcosa si iscrivevano (a loro insaputa forse, come Bisignani stesso) nella sua loggia?

Se si esclude per la presenza di Ferrara (mi chiedo come si possa ospitare un giornalista così maleducato in trasmissioni del genere .. non solo per il litigio con Mentana), è stata una serata trascorsa pacatamente, in un clima rilassato.
Battute, aneddoti, ricordi.

Che male c'è se certe nomine sono fatte al telefono, magari consigliandosi con un lobbista come Bisignani?
Che male c'è ad essere capo dentro un ministero di giorno e dentro l'Ansa di sera a dare le notizie?
Cosa ha fatto di male Gelli e la sua P2?

Ecco, il nostro capitalismo è questo, che ammette anche serenamente e pacatamente come avvengono certe scelte.
Non alla luce del sole (trattandosi di società quotate in borsa, o giornali che formano l'opinione pubblica), ma tra amici.

Poveri noi, cittadini di un paese rimbecillito dall'idolo psicologico della trasparenza assoluta (uso le parole stesse di Ferrara).

Che è anche il paese degli scandali Mps, BPM, Finmeccanica, Parmalat, delle cricche, dei soldi sprecati in opere inutili che non finiscono mai.



10 giugno 2013

L'uomo che sussurrava ai potenti di Luigi Bisignani e Paolo Madron

Sono arrivato a fine lettura giusto per spirito di servizio, ma la tentazione di abbandonare la lettura a metà è stata forte.
E sarebbero queste le profonde rivelazioni dell'uomo degli intrighi, che "sussurava ai potenti"?
A me è sembrato il solito gossip politico, dove "Luigino" ha voluto difendere i suoi politici di riferimento. Da Andreotti, ai politici della prima repubblica, per arrivare fino a Berlusconi.
Tutto viene condotto a scenette familiari, da commedia all'italiana: cene, colazioni, incontri, la cameriera del papa, l'amico generale …
Un sistema di relazioni in cui Bisignani è dentro sin da quando era un ragazzo e che gli ha permesso di coltivare delle amicizie, disinteressate sostiene l'intervistato, nel campo dell'esercito, della finanza e delle banche, nella politica e nel mondo dell'informazione (è stato a lungo giornalista dell'Ansa e capo ufficio stampa di un ministro poi risultato iscritto alla P2).

A leggere questo libro, se ne avete voglia, sembra che Bisignani sia la persona più fortunata del mondo: cresciuta in mezzo a persone importanti che l'hanno aiutato nella crescita: da Rocca della Techint, a Paolo VI a Montanelli, da Andreotti a Craxi ai politici di oggi …
Un mondo dove i cognomi che girano sono sempre gli stessi, che passano da una carica all'altra, in una ascesa a volte interrotta dai magistrati nelle loro inchieste (come avvenuto per l'inchiesta sulla P4, in cui è stato coinvolto).
Magistratura che Bisignani accusa di bloccare certe operazioni finanziarie: “Alla fine, come vede, c’è molto spesso la mano della magistratura dietro il fallimento di certe operazioni”.
Fusioni di gruppi industriali, scalate di banche, privatizzazioni e acquisizioni di giornali (“l’inchiesta sulla P4 mandò a monte il passaggio dei periodici della Rcs al gruppo Farina”).
Il sottotitolo di questo libro intervista è: "Trent'anni di potere in Italia tra miserie, splendori e trame mai confessate": purtroppo, e questa è la mia opinione, quanto viene raccontato va preso con molta cautela. Ho l'impressione che l'autore abbia voluto dare al lettore una versione molto edulcorata dei famosi “misteri”.
Andreotti ne esce fuori come una persona acuta e intelligente.

Berlusconi descritto come un vulcano di idee, che lo stesso Andreotti aveva assolto per le sue vicende legate alle cene eleganti:
“Madron: Il cattolicissimo Andreotti che giustifica le performance in orizzontale del Cavaliere? Una notizia.
Bisignani: Da «uomo devoto», lo assolveva.”

Berlusconi fu presentato a Bisignani nei tempi in cui era capo uff. stampa del ministro dell'industria:
B: Stammati mi disse: «Questo o è pazzo o è un genio». E si riferiva al progetto, espresso da Berlusconi, con entusiasmo e determinazione incredibili, di voler fare concorrenza alla Rai.
[..]
M: Come iniziò a far entrare il Cavaliere nella sua tela di rapporti?
B: A casa di mia madre gli feci incontrare per la prima volta, nel 1980, il neodirettore generale della Banca d’Italia, Lamberto Dini”.

Il ritratto che Bisignani fa del cavaliere:
“B: mi dice che non è un uomo di potere? Lo confermo. È solo un uomo molto ricco che è stato capace di vincere le elezioni. Mai, eccezion fatta per la Rai, di imporre suoi candidati sulle poltrone più delicate”.


Marcinkus descritto come quello che doveva sistemare i conti dello IOR:
B: Marcinkus doveva dipanare il groviglio di partecipazioni possedute dal Vaticano nell’azionariato di grandi aziende italiane come le Condotte d’acqua o l’Immobiliare”.

Craxi il miglior statista, anche lui perseguitato dalla magistratura:
Craxi è stato uno dei migliori presidenti del Consiglio che l’Italia abbia avuto”.
Le tangenti, il debito pubblico schizzato alle stesse, la fine della prima repubblica e la latitanza all'estero per sfuggire alla magistratura, tutto questo passa in secondo piano per l'uomo che sussurra ..

Craxi e il concordato con la Chiesa:
Il suo fu un capolavoro di diplomazia con il quale dribblò il dibattito parlamentare, e riuscì a far passare l’otto per mille, l’ora di religione nelle scuole”.
Poco importa che questo concordato dreni risorse pubbliche che finiscono alla Chiesa in modo non tracciabile, a discapito delle altre religioni (per il meccanismo che assegna il non dichiarato alla Chiesa cattolica).

Nell'intervista emergono tanti quadretti, dell'attuale panorama politico:

Mariarosaria Rossi, «la Badante», come l’ha soprannominata Dagospia, che di volta in volta gli fa da spalla nella scenetta, interpretando varie macchiette tra cui la prostituta con il difetto all’anca

Inoltre Alfano ha una vera mania per i giochini sul cellulare, cui non rinuncia nemmeno durante le riunioni. E poi ha la debolezza di consultare sempre l’oroscopo

E c'è spazio per i traditori del PDL, per la decisione presa da B. di ridiscendere in politica, dopo il moccolo di Verdini.

Nel corso dell'intervista c'è spazio anche per attaccare (o insinuare dubbi) su altri avversari che magari non possono oggi difendersi.
Parlando delle stragi di mafia del 1992-93, Bisignani tira fuori l'inedita pista dei finanziamenti al PCI da parte del PCUS su cui Falcone stava indagando (quando era già direttore dell'ufficio Affari Penali e non più pm).
“M: Ma che idea si era fatto Andreotti dell’uccisione di Falcone e Borsellino?
B: Ha sempre avuto un convincimento. Ovvero che i motivi delle orrende stragi in cui morirono non si dovessero cercare a Palermo, ma fra Mosca e Roma”.

L'attacco a Scalfaro, l'ex presidente della Repubblica, nonché ex ministro degli interni, finito nel fango dell'inchiesta sui fondi neri del Sisde:
“B: Allude ai cento milioni di lire che il Sisde avrebbe versato mensilmente a tutti i ministri dell’Interno, compreso dunque Scalfaro? Non tutti. Scalfaro certamente, Amintore Fanfani li rifiutò”.

Bernabé, ex manager Eni, ora dentro Telecom, di cui Bisigani ritira fuori una vecchia informativa della Finanza:
B: In un’informativa della guardia di finanza del 17 novembre 1997, numero di protocollo 00582, gli investigatori comunicano alla Procura di Brescia a proposito di Bernabè la loro convinzione che potesse essere stato parte attiva nella realizzazione di una struttura di fondi neri all’estero”.

E poi le solite accuse al PCI:
B: Io sono certamente colpevole di finanziamento illecito ai partiti, reato che sinceramente ignoravo di compiere e che con un blitz parlamentare è stato poi depenalizzato per favorire il Pci”.
[..]
M: Lei ha accusato il Pci di aver partecipato alla spartizione. Ma il partito da quell’inchiesta è uscito indenne.
B: Il finanziamento al Pci era documentato nell’agenda di Gardini”.
Cesare Geronzi, colpevole di aver girato le spalle ad Andreotti:
“B: Cesare, anche se finge di dimenticarlo, è stato, più di chiunque altro, andreottiano con Andreotti, demitiano con De Mita, ciampiano con Ciampi”.

In questo libro, le stragi, i rapporti mafia politica, il vero ruolo della P2 (chi l'ha creata, chi l'ha finanziata, i legami con gli USA) sono temi nemmeno accennati: Andreotti di cui è stata accertata la colpevolezza almeno fino al 1980 per i suoi rapporti con esponenti mafiosi.
La P2, dietro tanti segreti, dal delitto Moro, ai depistaggi sulla strage alla stazione di Bologna.
Una struttura le cui dimensioni non sono mai state del tutto chiarite, che aveva Gelli come unione tra le due piramidi rovesciate (l'immagine che ne diede la Commissione di inchiesta di Tina Anselmi): nel libro si arriva a dire che Gelli indagò in Argentina sulla vicenda dei desaparecidos (gli oppositori del regime che venivano fatti sparire, anche gettandoli dagli aerei sull'oceano):
“Fu in merito alle vicende legate ai crimini dei desaparecidos, circostanza in cui il Venerabile riuscì a trovare dei riscontri e a sollecitare chiarimenti dai dittatori allora al potere”.

Come mai tanti militari nelle liste della P2?
M: perché nelle liste italiane della P2 ci sono così tanti militari e grand commis di Stato?
B: Sono ambienti dove domina una continua ansia di promozioni e trasferimenti”.

Come mai nessun comunista, chiede il giornalista Madron?
B: nelle liste ritrovate a casa di Gelli non figuravano uomini del Pci, e questo nel momento in cui il partito guidato da Enrico Berlinguer diventava elettoralmente più forte”.

Secondo Bisignani, una commissione di inchiesta fatta per favorire il PCI (ancora una volta):
la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presieduta da una cattolica partigiana come Tina Anselmi, desiderosa di rendersi gradita al Pci e di attaccare l’intera massoneria”.

E se ieri il problema erano i comunisti, secondo Bisignani, oggi lo è il M5S, dietro cui vede gli stessi movimenti che durante mani pulite aiutarono Di Pietro: “nel modo in modo in cui i servizi americani stanno «attenzionando» Beppe Grillo e il suo movimento”, spiega l'intervistato “mi sembra di rivedere il film con cui alcuni diplomatici Usa accompagnarono la corsa di Antonio Di Pietro”.

Insomma, a rileggere queste pagine sembra di aver vissuto in un paese con una classe politica e dirigente che ha cercato di far crescere l'economia e la finanza, ostacolata dalla magistratura invadente che ha slavato alcuni partiti da Mani Pulite per interessi personali. E dovremmo pure essere grati ai politici della prima repubblica.

Non sono d'accordo, ne su queste tesi, ne su questa visione del paese e in special modo della democrazia. Una democrazia dove le decisioni, le promozioni, le cariche sono decise al buio, nelle segrete stanze, è una non democrazia.

Riporto quanto disse Tina Anselmi,durante la relazione alla Camera sulla Commissione di inchiesta per la P2, il 9 gennaio 1986 (riportato al termine del libro a cura di Anna Vinci, LaP2 nei diari segreti di Tina Anselmi):

Qui sta, io credo, il valore politico principale della relazione della Commissione: essa ci documenta la presenza di uomini affiliati alla loggia in buona parte delle vicende più torbide che hanno attraversato il paese nel corso di più di un decennio.
Da vicende finanziarie, come quelle di Sindona e di Roberto Calvi, sino ad episodi di eversione violenta del sistema, troviamo che la Loggia P2, con la sua segretezza, costituisce il luogo privilegiato nel quale entrano in contatto e si intrecciano ambienti disparati, che hanno in comune il fatto di agire al di fuori della legalità repubblicana.
Dall'esplorazione di questo mondo [..] possiamo trarre una conclusione principale di significato politico rilevante: che la politica sommersa vive e prospera contro la politica ufficiale; che una democrazia manipolata è in realtà una non democrazia; che ogni tentativo di correggere surrettiziamente e per vie traverse il sistema democratico significa in realtà negarlo alla radice dei suoi valori costitutivi.
[..] Che la Loggia P2 abbia cercato e ottenuto connivenze e complicità nel mondo politico costituisce realtà di tale evidenza che, se mai, vi sarebbe da stupirsi del contrario, vista la qualità delle aspirazioni e dei progetti dell'organizzazione.

E poi:

Anche qui sono gli stessi documenti della loggia a rivelarci con inconsapevole franchezza la vera natura dell'organizzazione e delle sue aspirazioni più riposte, come quando nel piano di rinascita democratica si parla di 'selezionati uomini politici' e di un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano.
[..] Per gli uomini e gli ambienti che si riconoscevano nella Loggia P2 l'attività politica nella quale noi siamo impegnati era considerato un onere da delegare; ma così non può essere, perché ogni volta che postuliamo un versante politico occulto, la sua logica non può che essere quella della concorrenzialità rispetto alla politica ufficiale. E che si muove al suo riparo non può che aspirare a una funzione di controllo e di delega: mai certamente di complementarietà. Per tale motivo si può essere complici della Loggia P2, ma solo per finirne vittime, come sistema di certo, se non come singoli.
Per questo io credo che a Loggia P2 è stata, come è stata, un meccanismo di controllo e condizionamento, allora è evidente che in questa vicenda noi siamo stati tutti perdenti o tutti vincenti: perché se la loggia P2 è stata, come è stata, politica sommersa, essa allora è in realtà contro tutti noi!

La scheda sul sito di Chiarelettere

Il link per ordinare il libro su ibs.

29 maggio 2013

IL potere in Italia (raccontato dall'interno) - "L'uomo che sussurava ai potenti"

Esce domani il libro intervista di Luigi Bisignani, per Chiarelettere "L’uomo che sussurra ai potenti": sul Fatto quotidiano alcuni stralci
Berlusconi ha corteggiato in tutti i modi Matteo Renzi. Il Cavaliere ha rischiato di essere tradito dai suoi, compreso Renato Schifani. Alfano voleva mollare il leader Pdl. Le stragi che hanno ucciso Falcone e Borsellino sono state ideate tra Mosca e Roma. Poi i rapporti tra Grillo e i servizi segreti americani. Sono alcune delle verità di Luigi Bisignani nel libro-intervista realizzato con il giornalista Paolo Madron, “L’uomo che sussurra ai potenti” (edito da Chiarelettere, in vendita dal 30 maggio). Come dice il sottotitolo del libro il faccendiere, quello che Berlusconi definì “l’uomo più potente d’Italia”, racconta di “trent’anni di potere in Italia tra miserie, splendori e trame mai confessate”. Bisignani è stato condannato in via definitiva a 2 anni e mezzo per l’inchiesta Enimont e ha patteggiato una pena di un anno e 7 mesi per il processo P4.

I presunti traditori di Berlusconi e la corte a Renzi
Innanzitutto i presunti tradimenti (o tentativi di tradimento) all’interno del centrodestra. “Più che di tradimento vero e proprio – precisa Bisignani – parlerei di piccoli uomini creati da Berlusconi dal nulla e improvvisamente convinti di essere diventati superuomini”. Il faccendiere e ex giornalista parla di “molti Giuda”. “Il primo che mi viene in mente – continua – è Renato Schifani, avvocato di provincia di Palermo, ex presidente del Senato. Con Angelino Alfano, altro siciliano, lavoravano alla costruzione di una nuova alleanza senza Berlusconi”. Nella ricostruzione sui presunti complotti contro Berlusconi all’interno del Pdl, Bisignani assicura che tra chi tramava c’erano “in primis alcuni di An: Gasparri, La Russa, Mantovano e Augello. Certamente non Altero Matteoli che è rimasto sempre leale”. “E tra le donne – aggiunge – la favorita di Angelino, Beatrice Lorenzin, premiata con il ministero della salute”.

Quanto ad Alfano, in particolare, una volta insediato il governo Monti, si mosse per cercare alleanze per abbandonare Berlusconi. “Finché il governo Berlusconi stava in piedi, seppur con una maggioranza risicata, Alfano non si mosse. Cominciò a farlo non appena insediato l’esecutivo Monti, nel momento in cui per Berlusconi iniziava la fase più aspra di un calvario politico giudiziario che sembra non finire mai”. Secondo Bisignani, Alfano cercò la sponda di Casini “il quale in realtà lo ha sempre illuso. E non interrompendo mai un filo sotterraneo con Enrico Letta, all’epoca vicesegretario del Pd”. Il faccendiere ha poi aggiunto che “la sua corte cercò di costruirsela incontrando parlamentari nella casa ai Parioli che Salvatore Ligresti gli aveva fatto avere in affitto. E in più stringendo un asse con Roberto Maroni, che da ex potente ministro dell’Interno, dopo aver fatto fuori Umberto Bossi, preconizzava la morte civile del Cavaliere e l’investitura di Alfano come nuovo leader”.

A Bisignani arriva la risposta secca di Schifani: “Io mi occupo di politica e non di malaffare – dichiara a Porta a Porta – e non ho mai avuto il piacere di incontrare questo faccendiere, e la non veridicità delle sue parole è dimostrata dal fatto che io sono capogruppo del Pdl al Senato e Alfano è vicepremier”.

Ma Berlusconi, secondo Bisignani, guardava altrove. Aveva già un’altra carta da giocare: Matteo Renzi. “Berlusconi lo ha corteggiato in tutti i modi” spiega nell’intervista. “Nei sondaggi riservati – prosegue – Renzi volava, tanto che Berlusconi non si sarebbe mai ributtato nella mischia. Solo Bersani fece finta di non accorgersene, mobilitando tutto l’apparato del partito per batterlo alle primarie. E scavandosi così la fossa”.

“Alfano? Pensava a costruirsi il monumento”
Il tentativo di “eliminare” politicamente Berlusconi partì proprio quando il Cavaliere fece diventare Alfano segretario politico del partito. Ma “una volta incoronato, nell’estate del 2011, contro il parere di tanti – spiega Bisignani nel libro – Alfano ha pensato soprattutto a costruire un monumento a se stesso”. Secondo quanto racconta il faccendiere l’ex ministro della Giusizia “se ne stava chiuso nel suo ufficio bunker in via dell’Umiltà, dove per chiunque era impossibile entrare. Passava più tempo con i giornalisti, su Facebook e Twitter che con i parlamentari e con la base del partito e gli esponenti del mondo imprenditoriale, bancario e culturale che pure avevano desiderio di conoscerlo. Inoltre Alfano ha una vera mania per i giochini sul cellulare, cui non rinuncia nemmeno durante le riunioni. E poi ha la debolezza di consultare sempre l’oroscopo e di regolare le giornate in base a quel che c’è scritto…”. E sui parlamentari del Pdl che definisce “Giuda” perché complottavano contro Berlusconi afferma: “Si montavano a vicenda, senza capire che, quando è ferito, Berlusconi dà il meglio di sé”.

“Monsignor Fisichella lavorava a un dopo Berlusconi”
In molti, insomma, secondo Bisignani, lavoravano a un dopo Berlusconi. Tra questi monsignor Rino Fisichella, a lungo rettore della Pontificia Università Lateranense e attualmente presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. “Con Alfano e il fidatissimo Maurizio Lupi lavorava sodo al dopo Berlusconi anche l’arcivescovo Rino Fisichella” sostiene Bisignani. “Alcuni incontri riservati con Casini e Lorenzo Cesa – ricorda – si svolsero proprio Oltretevere, in un ufficio nella disponibilità di Fisichella, il quale era molto amareggiato per non essere stato fatto cardinale da Joseph Ratzinger”.

“Falcone, Andreotti pensava che c’entrasse il Kgb”
Poi un po’ di sguardi verso il passato. Prima tappa, le stragi del 1992. Giulio Andreotti, ha sempre avuto un convincimento e cioè che i motivi delle stragi di mafia in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino “non si dovessero cercare a Palermo, ma fra Mosca e Roma”. Il sette volte presidente del Consiglio, secondo Bisignani, era convinto che Falcone sarebbe stato eliminato “perché collaborava a una spinosa indagine della magistratura russa sui finanziamenti del Kgb al Partito comunista”. Bisignani ricorda anche che Falcone avrebbe dovuto incontrare, due giorni dopo la strage, il procuratore penale di Mosca Valentin Stepankov: “Andreotti era certo che da lì bisognasse partire per capire meglio la strage, e su questo concordava anche Francesco Cossiga. Il quale era al corrente dell’iniziativa di Falcone”. Secondo il faccendiere “la sinistra ha sempre taciuto ma ora “credo che dovrà fare i conti con Piero Grasso, per anni capo della procura antimafia, ora presidente del Senato”. Dovrà fare i conti con lui “per la sua onestà intellettuale e perché, tra i primi atti, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle stragi”.

“Tangentopoli? Tutti, da Agnelli a De Benedetti, tentarono di bloccare i pm”
Poi la vicenda Tangentopoli: “I protagonisti sotto assedio” del capitalismo italiano, “tutti indistintamente, da Agnelli a De Benedetti, cercarono disperatamente di bloccare il pool dei giudici di Milano”. La “fortezza” in cui si arroccò il capitalismo per respingere l’offensiva giudiziaria contro il sistema delle tangenti fu Mediobanca. “Fu lì – racconta Bisignani – che si tenne una riunione riservata presieduta da Enrico Cuccia, il custode di tutti i segreti. Vi presero parte, oltre all’avvocato Agnelli e a Cesare Romiti, Leopoldo Pirelli accompagnato da Marco Tronchetti Provera, Carlo De Benedetti, Giampiero Pesenti, Carlo Sama per il Gruppo Ferruzzi e ovviamente l’amministratore delegato dell’istituto, Vincenzo Maranghi”.

Proprio Maranghi, dopo una perquisizione della polizia giudiziaria a Piazzetta Cuccia, organizzo nella notte “un pulmino che portò via tutte quelle carte dal contenuto inquietante” che non erano state scoperte. Agli investigatori era infatti sfuggita una parete mobile “celata dietro una libreria in una delle sale del piano nobile dell’istituto – dove si custodivano altri segreti”. Secondo Bisignani, “tutta la storia di Mediobanca è fitta di episodi simili” a quello sul “pulmino” di Maranghi, come il caso dei fondi neri scoperti nella Spafid, la fiduciaria di Mediobanca che “custodiva la contabilità ufficiale e parallela dei grandi gruppi”, fino alle “carte segrete su Gemina” rinvenute in “una botola” dalla Guardia di Finanza.

Tornando alla riunione “anti-pool” in Mediobanca “fu unanimemente decisa la totale chiusura a ogni possibile collaborazione con la Procura di Milano” nonché la “perentoria denuncia dei metodi che stavano destabilizzando il paese e la sua economia”. Cuccia incaricò Romiti di “coordinare ogni iniziativa” e ordinò “a quegli imprenditori che avevano interessi nell’editoria” di supportare la linea “senza tentennamenti”. Il fronte però si sfaldò presto un po’ perché i tg di Berlusconi, che “all’epoca non faceva parte del giro di Mediobanca”, cavalcarono l’onda di Mani Pulite ma soprattutto perché le delle ammissioni di un dirigente Fiat “fecero cambiare radicalmente la strategia decisa” facendo scattare il “tana libera tutti”.

Quando Cossiga mandò i carabinieri al Csm
Un altro retroscena riguarda Cossiga, il “presidente picconatore”. Nel novembre del 1991 l’allora presidente della Repubblica fece intervenire i carabinieri davanti al Csm, rivela Bisignani. “Non fidandosi in quel momento – racconta Bisignani – nonostante fossero suoi amici, dei ministri della Difesa Virginio Rognoni e dell’Interno Vincenzo Scotti, chiamò personalmente al telefono il comandante della legione dei carabinieri di Roma, il colonnello Antonio Ragusa, perché si preparasse a fare irruzione al Csm in piazza Indipendenza”. “In quella riunione – spiega Bisignani – il Csm doveva occuparsi dei rapporti tra i capi degli uffici giudiziari e i loro sostituti. Una materia che, secondo Cossiga, non era di sua pertinenza”. Secondo il racconto di Bisignani, Ragusa mise in stato d’allerta la vicina caserma: “I carabinieri rimasero al loro posto. Ma Ragusa che era in contatto telefonico diretto con Cossiga, entrò da solo negli uffici di piazza Indipendenza e convinse il vicepresidente Giovanni Galloni a togliere dall’ordine del giorno l’argomento incriminato”.

I rapporti tra i servizi segreti Usa e Beppe Grillo
I rapporti dei servizi segreti degli Stati Uniti con Beppe Grillo sono il tema di un capitolo del libro intervista a Bisignani. Oltre a raccontare una vicenda già conosciuta come il pranzo tra Beppe Grillo e alcuni agenti e diplomatici americani e il dispaccio dell’ex ambasciatore Ronald Spogli, aggiunge: “Avendo avuto anch’io il dispaccio in mano, c’è qualcosa che andrebbe approfondito” in quanto sono stati occultati “chirurgicamente quasi tutti i destinatari sensibili” tra cui oltre alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato e alla Cia “c’è da scommetterci ci fosse il Dipartimento dell’energia e la National Secuity Agency, che si occupa soprattutto di terrorismo informatico”. “Agli americani – spiega Bisignani – è noto il rapporto strettissimo che Grillo ha con due loro vecchie conoscenze. Franco Maranzana, un geologo controcorrente di 78 anni, considerato il suo più grande suggeritore su tematiche energetiche e ambientali non politically correct, in contrasto così con la linea ecologica che viene attribuita al movimento. E soprattutto Umberto Rapetto, un ex colonnello della Guardia di finanza”.

Secondo Bisignani l’incontro con Grillo dovrebbe essere avvenuto nel marzo del 2008 in quanto il rapporto dell’ambasciatore Spogli dal titolo “Nessuna speranza. Un’ossessione per la corruzione” reca la data del 7 marzo 2008. Con ogni probabilità, secondo Bisignani, quel documento è finito nelle mani del presidente Obama. Quindi fornisce le conclusioni del rapporto sulle idee di Grillo: “La sua miscela fatta di spumeggiante umorismo, supportata da dati statistici e ricerche, fa di lui un credibile interlocutore per capire dal di fuori il sistema politico italiano”. Inoltre, racconta che dopo le elezioni del febbraio scorso una delegazione di grillini “capeggiata dai due capigruppo in parlamento, Vito Crimi e Roberta Lombardi, è andata a omaggiare l’ambasciatore David Thorne. Lo stesso che, parlando agli studenti, ha pubblicamente lodato il nuovo movimento come motore necessario per le riforme di cui ha bisogno l’Italia”.

“Il Pdl voleva far cadere Monti subito, fu Letta a arrabbiarsi e a scongiurare la crisi”
La crisi del governo Monti poteva arrivare molto prima e non a fine dicembre. “Dopo pochi mesi di governo – riferisce Bisignani – mezzo Pdl voleva far cadere Monti. Ma fu proprio Letta, con voce alterata, a convincere tutti che lo spread sarebbe schizzato alle stelle e che la colpa sarebbe ricaduta tutta sul Cavaliere che a quel governo aveva appena dato appoggio”. Sul ruolo di Gianni Letta, Bisignani ricorda anche che quando Berlusconi e Fini fecero saltare l’accordo sulla Bicamerale, “fece sapere a D’Alema che il Cavaliere aveva commesso un errore”. “Allo stesso modo – ricorda – nel febbraio del 1996 dissentì dal no di Berlusconi a un governo guidato da Antonio Maccanico, grand commis di Stato che avrebbe aperto le porte a una collaborazione tra Forza Italia e la sinistra. La bocciatura di Maccanico segnò la successiva vittoria elettorale dell’Ulivo di Romano Prodi”.

“Scalfari ad ogni scoop mi regalava champagne”
Spazio anche ai ricordi personali nei rapporti con i personaggi più influenti della stampa italiana. Nel libro sono descritti i rapporti con i direttori dei giornali più importanti. Di Eugenio Scalfari ricorda di avergli offerto diverse notizie quando era capo ufficio stampa del ministero del Tesoro Gaetano Stammati. “Ogni volta che lo aiutavo a fare uno scoop – ricorda – mi mandava una bottiglia di champagne. Credo che fosse altrettanto con un’altra sua fonte, Luigi Zanda, portavoce di Francesco Cossiga, al Viminale e poi alla presidenza del consiglio, con il quale credo abbia conservato una forte amicizia”. Sul direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli invece dice: “Sempre compassato, dotato di una camaleontica capacità di infilarsi tra le pieghe del tuo discorso e di una grande dialettica, non sufficiente però a nascondere il fatto di non aver quasi mai un’opinione troppo discorde da quella dell’interlocutore: democristiano con i democristiani, giustizialista con i giustizialisti, statalista o liberista a seconda di chi ha davanti”. Bisignani racconta inoltre di aver favorito i suoi rapporti con Geronzi ma non con D’Alema “visto che i due si detestavano cordialmente”. “E durante il governo Berlusconi – ricorda – i motivi di contatto sono stati molteplici”.

Papa Francesco e la riforma dello Ior
In un passaggio del libro Bisignani parla anche delle mosse future di papa Francesco per trasformare lo Ior: “Secondo alcune autorevoli indiscrezioni lo riformerà trasformandolo in una vera banca della solidarietà al servizio dell’evangelizzazione. Uno strumento di aiuto per le chiese povere e per le missioni sparse nel mondo. I centri missionari saranno uno dei punti fondamentali di papa Francesco, secondo la miglior tradizione dei gesuiti”. Secondo Bisignani, la riforma dello Ior avverrà attraverso la riclassificazione di tutti i conti e saranno “autorizzati solo quelli che fanno capo ufficialmente a congregazioni e ordini religiosi. Nessuno potrà più gestire fondi, depositi e titoli se non nell’esclusivo interesse di enti religiosi”. Bisignani ha quindi spiegato che “la Curia conosce bene le sue intenzioni”. “Non fu un caso – ha aggiunto – se nel conclave precedente, per scampare il pericolo della sua salita al soglio pontificio come voleva il suo grande elettore di allora, Carlo Maria Martini, gesuita come lui, gli fu preferito Ratzinger. Meglio conosciuto nei palazzi apostolici e quindi considerato più malleabile”.

Cairo editore di La7? “Facilita future alleanze”
Telecom ha venduto La7 a Urbano Cairo, preferendolo al fondo Clessidra, perché “si dice nell’ambiente che si è scelto il contendente finanziariamente più debole così da facilitare una possibile futura alleanza con Diego Della Valle o con De Benedetti, a seconda di come butterà la politica”. In particolare sull’interesse di De Benedetti per La7, Bisignani sostiene che l’Ingegnere sarebbe stato disponibile all’acquisto “però solo con un’adeguata dote, quella che poi il consiglio Telecom ha concesso proprio a Cairo e non a lui, secondo me facendolo irritare. Vedrà che alla fine rientrerà nella partita”. Infine “ad accelerare la vendita de La7 – racconta – ha contribuito anche lo studio legale Erede con una lettera che nelle ore che precedettero il consiglio d’amministrazione decisivo”. Del legale Bisignani ricorda che “ha assistito Cairo nell’operazione e ha ottimi rapporti con De Benedetti”.

Stasera Bisignani sarà ospite  della trasmissione “Le inchieste” di Luigi Nuzzi e verrà mandata in onda una sua intervista in diretta: "L’accordo è che non ci sono domande che non si possono fare – spiega Nuzzi – e devo dare atto della correttezza di Bisignani che ha accettato senza problemi".
L’ultima puntata delle “Inchieste” di Nuzzi si concentrerà dunque sul filo rosso che unisce nel corso degli ultimi trent’anni P2, P3 e P4. Oltre a interviste e approfondimenti il programma manderà in onda le intercettazioni originali delle telefonate tra Marcello Dell’Utri e Flavio Carboni, coinvolti nell’inchiesta P3. Dopo una pausa lunga 2 anni la giunta per le autorizzazioni della Camera, presieduta da Ignazio La Russa, dovrà dare l’ok per l’utilizzo di queste intercettazioni nel processo, che – sottolinea Nuzzi – sarà il primo per associazione segreta (le indagini sulla P2 non arrivarono mai a un dibattimento). “Molti indicatori – continua il giornalista e conduttore – confermano l’idea che nei momenti come questo, dove c’è un accordo tra le forze politiche, figure come quella di Bisignani diventino più forti”. In un Paese in cui i substrati che accompagnano il potere “ufficiale” sono sempre innumerevoli e mai ben visibili Nuzzi la vede così: “Secondo me il potere ha molti strati. Dipende tutto dalla capacità di penetrare”.