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18 maggio 2024

Il colpo di spugna, di Saverio Lodato e Nino Di Matteo

 

Trattativa Stato-Mafia: il processo che non si doveva fare

Il colpo di spugna
Tutto cancellato. Tutto inutile. Tutto da rifare. Si poteva trattare con la mafia. Si può trattare con la mafia. Si potrà trattare con la mafia. Lo Stato può scendere a patti col suo avversario ultrasecolare. Non c’è niente di male se lo fa a fin di bene. Cosa nostra resta l’unica organizzazione criminale con licenza di condizionare, intimidire, terrorizzare il suo nemico, alla quale non verrà mai meno la speranza di trovare interlocutori sugli spalti dell’altra sponda.
Che si chiuda un’epoca è pacifico. L’epoca segnata dalla volontà – quantomeno conclamata, quantomeno intrisa di retorica, quantomeno scolpita da milioni di parole – di diventare un’Italia moderna, che sia Europa sino in fondo, capace di saper fare da sola liberandosi per sempre dalla zavorra sporca che per centocinquant’anni l’ha resa socialmente ed economicamente zoppa.

Giudicare e criticare nel merito una sentenza, perfino una sentenza della Cassazione si può e si deve fare, almeno finché saremo dentro una democrazia:

“Rivendico, adesso che la vicenda processuale si è conclusa, il mio diritto a parlare. Le sentenze si devono rispettare, ma si possono criticare” sono le parole di Nino Di Matteo.

La sentenza di cui si occupa questo breve saggio del storico di mafia Saverio Lodato (autore di diversi scritti sulla mafia) e del giudice Nino Di Matteo (che ha sostenuto l’accuso al processo di primo grado a Palermo sulla trattativa assieme ai colleghi Francesco Del Bene, Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia) è quella della Cassazione del 27 aprile 2023, che ha messo definitivamente fine ad una stagione giudiziaria iniziata con le stragi di Palermo.

Quello che i giornali, spesso facendo cattiva informazione, hanno chiamato processo alla trattativa, dove però il reato contestato agli ufficiali dei carabinieri, mafiosi, uomini delle istituzioni e politici era quello di “minaccia a corpo dello Stato”.

Le stragi di via D’Amelio e di Capaci in cui morirono i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone assieme alle rispettive scorte (e la moglie di Falcone, Francesca Morvillo), le bombe fatte scoppiare dalla mafia a Milano, Firenze, Roma nella primavera estate rappresentano fasi in cui cosa nostra, l’ala militare facente riferimento a Riina e Bagarella, cercava di condizionare l’azione politica dei governi italiani? Le 91 pagine che hanno motivato la sentenza cancellano tutte le accuse assolvendo sia i carabinieri (assolti “per non aver commesso il fatto”) che i politici (Dell’Utri) che i mafiosi (salvati dalla prescrizione): i giudici hanno scritto, spazzando via anni di indagine e migliaia di pagine dei processi celebrati (in primo e secondo grado), non tenendo conto di altre sentenze passate in giudicato, che non c’è stata nessuna trattativa, né a fin di bene né per ricattare lo stato.

Non solo, allo Stato, alle istituzioni, questi messaggi di ricatto non sono proprio arrivati: si tratta delle bombe della mafia che dovevano far abbassare la guardia alle istituzioni, revocando il 41 bis, chiudendo le supercarceri dove detenere i mafiosi.

Visto, la trattativa era solo un teorema nelle teste dei soliti pm, una solenne “minchiata” (scusate l’espressione ma l’hanno usata altri), ma come si permettono questi giudici di mandare a processo i solerti uomini dello stato che hanno arrestato fior fior di mafiosi?

Gli stessi investigatori che si sono dimenticati di perquisire il covo di Riina (i sui segreti sono poi finiti nelle mani di Provenzano e di Matteo Messina Denaro). Che non sono riusciti a catturare Provenzano a Mezzojuso..

Ecco, in queste poco più di 109 pagine, si sente tutta l’indignazione, la frustrazione, di fronte a questa sentenza: troverete dentro, dettagliati in modo preciso, tutti gli errori di valutazione della Cassazione.

La trattativa c’è stata, prima di tutto: lo dicono gli stessi ufficiali del Ros (Mori e De Donno) quando parlano degli incontri con Ciancimino (referente politico dei corleonesi) mentre era ai domiciliari a Roma

Ecco Mori il 27.1.’98:
“Incontro per la prima volta 
Vito Ciancimino… a Roma, nel pomeriggio del 5 agosto 1992 (subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, all’insaputa della Procura di Palermo e del comandante dell’Arma, ndr). L’Italia era quasi in ginocchio perché erano morti due fra i migliori magistrati… non riuscivamo a fare nulla dal punto di vista investigativo e cominciai a parlare con lui: ‘Signor Ciancimino, cos’è questa storia, questo muro contro muro? Da una parte c’è Cosa Nostra dall’altra parte c’è lo Stato. Ma non si può parlare con questa gente?’. La buttai lì, convinto che lui dicesse: ‘Cosa vuole da me, colonnello?’. Invece disse: ‘Si può, io sono in condizioni di farlo’… Ciancimino mi chiedeva se rappresentavo solo me stesso o anche altri. Certo, io non gli potevo dire: ‘Be’, signor Ciancimino, lei si penta, collabori che vedrà che l’aiutiamo’. Gli dissi: ‘Lei non si preoccupi, lei vada avanti’. Lui capì e restammo d’accordo che volevamo sviluppare questa trattativa… Il 18 ottobre, quarto incontro. Mi disse: ‘Guardi, quelli (Riina&C., ndr) accettano la trattativa’…”.
Anche De Donno, che aveva condotto da solo i primi incontri con Ciancimino subito dopo Capaci, parlò di “trattativa”: “Gli proponemmo di farsi tramite, per nostro conto, di una presa di contatto con gli esponenti di Cosa Nostra, al fine di trovare un punto di incontro, un punto di dialogo finalizzato alla immediata cessazione di questa attività di contrasto netto e stragista nei confronti dello Stato, e Ciancimino accettò”.

Lo dicono le sentenze di Firenze (processo al boss Tartaglia), la sentenza Bagarella + 25: la trattativa tra pezzi dello stato e mafiosi c’è stata, senza avvisare l’autorità giudiziaria anzi, andando a sentire alcuni esponenti politici su richiesta dei mafiosi (come ad esempio l’allora senatore Violante).

Se la trattativa non c’è stata come spiegare la revoca (in una strana solitudine) fatta dal ministro Conso del 41 bis a 334 mafiosi?

Come spiegare che i punti del “papello” in parte sono stati soddisfatti dallo italiano? Chiusura delle supercarceri, legge sui pentiti..?

Come spiegare l’avvicendamento al DAP col passaggio da Niccolò Conso ad Alberto Capriotti?

In quelle 91 carte i giudici della Cassazione rinfacciano ai giudici di primo grado e secondo grado, in modo abbastanza singolare, di aver voluto riscrivere la storia: si sono permessi di voler giudicare una serie di fatti (le bombe, gli incontri del Ros, i messaggi fatti arrivare ai boss da Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri, le scelte fatte dai vari governi sul tema della lotta alla mafia) cercando di dar loro un filo logico mettendoli assieme, come facenti parte di un unico disegno. Quello della trattativa.

La Cassazione, raccontano i due autori in forma di intervista, è entrata nel merito del processo, andando a spiegare i singoli episodi spezzettandoli, come si faceva nei processi di mafia prima del maxi processo di Palermo istruito dal pool di Caponnetto (di cui Falcone e Borsellino facevano parte).

Racconta Di Matteo:

“sembra invece risentire di un antico vizio che troppe volte in passato aveva caratterizzato l’approccio giudiziario alle più complesse vicende di Mafia. E in proposito, esistono purtroppo precedenti negativi illustri. Qual è la sostanza della questione? La sostanza è che isolare i fatti l’uno dagli altri, parcellizzare la valutazione, ridurre e sfoltire per principio, concentrarsi sul particolare perdendo di vista il contesto, è prassi diffusa quando non si vogliono assumere decisioni delicate che rischiano di diventare dirompenti”.

Ma nelle motivazioni delle scelte della Suprema Corte non si è nemmeno tenuto conto delle deposizioni fatte nei processi: si scrive nelle motivazioni che le minacce dei mafiosi non erano arrivare fino al livello politico, contraddicendo quando raccontato a Palermo dallo stesso ex presidente della Repubblica Napolitano

“Napolitano accettò di essere interrogato dai giudici di Palermo. E qui voglio riportare testualmente la mia domanda e la risposta di Napolitano che, all’epoca delle stragi del 1993, era presidente della Camera dei Deputati.
Gli chiesi: 'Presidente, quali furono ai più alti livelli istituzionali e politici le reazioni più immediate a quelle stragi? Quali furono in quelle sedi, cioè ai più alti livelli istituzionali, le valutazioni più accreditate sulla matrice e la causale di quelle stragi che tanto profondamente avevano scosso il Paese?'.
Il presidente rispose: 'La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di governo in particolare, fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell’ala più aggressiva della Mafia, si parlava allora in modo particolare dei corleonesi, e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via, si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante,
per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut-aut, perché questi aut-aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del Paese'.”

Nelle istituzioni, ai più alti livelli, quella minaccia veicolata dalle bombe, dalle rivendicazioni della Falange Armata, eccome se era arrivata ed era stata anche ben compresa: un altro ex presidente della Repubblica, Ciampi, nelle sue memorie arriva a scrivere che dopo le bombe del 27 luglio 1993, quando Palazzo Chigi si trovò isolato, arrivo a temere perfino un colpo di Stato.

Altro che trattativa a fin di bene, come scrissero i giudici della corte di Appello (che comunque definirono “improvvide” le azioni dei carabinieri, nella loro scelta sul male minore, l’ala moderata di Cosa Nostra).

Ecco, tutto questo è stato cancellato: è come se la visione “minimalista” dei giudici di Cassazione – secondo Di Matteo e Lodato – abbia voluto dare un messaggio tranquillizzante all’opinione pubblica, ci sono state delle stragi, ci sono stati dei morti, ma tutto si è risolto solo all’interno della cupola mafiosa, inutile cercare altrove, complicità nello Stato, nella politica.

Anche la sola ammissione dell’improvvida trattativa fatta dai giudici di appello poteva essere pericolosa, poteva lasciare nei cittadini una sensazione strana.

Per esempio ci si potrebbe chiedere da dove nasce l’iniziativa di creare il finto pentito Scarantino, poi smontata dal pentito vero Spatuzza. Forse dal bisogno di allontanare i sospetti dai Graviano e dunque da Dell’Utri, fino al governo del 1994, il primo della seconda Repubblica?

Non mi sento sconfitto – racconta a fine libro Di Matteo - “Ho cercato solo di fare il mio dovere, mettendo da parte ogni calcolo opportunistico e ogni ambizione di facile carriera. Per questo ancora oggi ho la serenità di chi, con tutti i limiti e i possibili errori, è consapevole di avere contribuito, con altri valorosi colleghi, a far emergere fatti gravi e importanti, a cercare di portare un po’ di luce nei labirinti più oscuri della nostra storia recente”.

Si chiude un’era, una speranza di poter fare chiarezza. La mafia, anzi le mafie, esistono ancora ma sono scomparse dall’agenda della politica. Addirittura la commissione Antimafia presieduta da un esponente di questa maggioranza di destra, ha deciso di voler approfondire le sue indagini SOLO sulla strage di via D’Amelio e SOLO sulla pista del rapporto mafia e appalti del ROS. Ma la tesi che questo rapporto sia alla base della morte del giudice Borsellino è stata già smontata dalle passate indagini. Ancora una volta, anziché seguire il filo unico che lega le stragi per capire il disegno complessivo, ci si concentra su un unico fatto.

Si vuole riscrivere la storia, a proprio piacimento, con tutti i rischi per la nostra democrazia che sappiamo. Aveva ragione Sciascia “Se lo Stato italiano volesse davvero sconfiggere la Mafia, dovrebbe suicidarsi”.

Alla fine del libro-intervista, sono presenti diversi articoli scritti da Saverio Lodato e pubblicati su Antimafiaduemila, sulle sentenze di questo processo e sulle morti dei boss di mafia, protagonisti di questa stagione: Provenzano, il mafioso buono, quello con cui dialogare, che riuscì a vivere da latitante per 43 anni grazie al suo potere (non solo quello mafioso).

Riina, l’autore della sanguinaria “Spoon river” siciliana, le tanti morti per gli omicidi politici mafiosi da fine anni settanta (Giuliano, Mattarella, Chinnici, La Torre, Dalla Chiesa, Costa, Falcone, Borsellino..).

Infine Matteo Messina Denaro, anche lui latitante dal 1993, custode dei segreti di Riina e Provenzano, infine catturato nel 2023. Il boss a cui una certa stampa ha appiccicato la “maschera” del mafioso che si fa i selfie..

Altri articoli di Saverio Lodato pubblicati su Antimafiaduemila sul rapporto Stato mafia

Ai posteri l'ardua sentenza, di Cassazione di Saverio Lodato
Sentenza Trattativa, Di Matteo: ''È un dato di fatto, parte dello Stato cercò Riina''

Trattativa Stato-mafia, la Carnevalesca sentenza della Cassazione

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

25 maggio 2021

Report – il vertice delle stragi

La vicenda Copasir

Gli incontri tra Renzi e il dirigente del DIS Mancini hanno portato all'audizione del direttore Vecchione, poi sostituito dal governo Draghi.

Anche Salvini ha incontrato Mancini, non in un autogrill, ma in prossimità di Cervia.

Renzi giustifica l'incontro parlando di scambi di regali e però ha fatto un esposto alla procura per capire meglio se il video è stato fatto veramente dall'insegnante.

Nel frattempo Volpi, ex presidente, si è dimesso e così le audizioni si sono fermate: il nuovo Copasir avrà voglia di fare chiarezza su questi incontri?

L'eventuale inchiesta si è impantanata, secondo l'onorevole Meloni c'è forse un legame tra le dimissioni di Volpi (leghista) e la voglia di bloccare l'inchiesta su Mancini: sulla successione di Volpi c'è uno scontro tra Lega e FDI, che si sono scambiate accuse sull'essere amici di paesi stranieri. Adolfo Urso che sarebbe amico dell'Iran, mentre Salvini sarebbe amico sia della Russia che del Qatar.

Il vertice delle stragi in Italia e le menti raffinatissime

La strage di Bologna, la strage di Capaci, la strage di via D'Amelio e poi le successive stragi in continente del 1993.

Chi c'è dietro le stragi? Chi ha indicato gli obiettivi a Riina?

Si riparte da qui, dai soggetti dietro le stragi di cosa nostra, Berlusconi e Dell'Utri, già indagati e archiviati anni fa dalla procura di Firenze.

Si parte dalla casa della morte in vicolo Pipitone a Palermo, dove il gotha mafioso decideva chi uccidere come fosse un tribunale senza appello.

Qui è il regno del clan Galatolo dove i mafiosi incontravano soggetti appartenenti ai servizi e alle forze dell'ordine: dal maresciallo Salvano a Faccia da mostro, il dottor Contrada a La Barbera.

In questa casa servizi deviati e mafia si incontravano per scambiarsi favori: Faccia da mostro sarebbe il killer di stato, autore di una serie di omicidi avvenuti negli anni 90, accompagnato ad una donna misteriosa e pericolosa.

Faccia da mostro avrebbe avuto un ruolo nelle stragi di Capaci e via D'Amelio, nel fallito attentato all'Addaura, per spaventare Falcone.

Sui luoghi delle stragi sono quattro le donne viste e di cui esiste un identikit ma non se ne conosce l'identità. Ma non è il solo mistero, ancora oggi non si conosce chi ha premuto il tasto per far esplodere quelle bombe, un segreto inconfessabile perfino per la mafia, perché sarebbe la fine dell'immagine della mafia ..

A quasi 30 anni di distanza ancora non sappiamo i mandanti di queste stragi, per conoscerli Paolo Mondani mette assieme le prove già raccolte e altre, verbali e informazioni, rimaste nei cassetti.

Totò Cancemi nel 1993 si consegna ai carabinieri: Cancemi a Riina aveva confidato le sue preoccupazioni dopo Capaci (“se quelli sanno la verità è finita la cosa ..”). Cosa non dovevano sapere i soldati di mafia?

E chi erano i personaggi non mafiosi presenti durante la preparazione della strage di via D'Amelio?

Ne parlano la moglie del pentito Di Matteo col marito, dopo che era stato rapito il primo figlio, “ne abbiamo ancora un altro”.

E chi erano i personaggi che si muovono attorno alla macchina di Borsellino per rubare l'agenda rossa di Borsellino? Alla mafia cosa interessava di quell'agenda?

Salvatore Baiardo, l'uomo che ha curato i beni dei Graviano e di Messina Denaro, l'agenda ce l'ha proprio quest'ultimo. Parla anche degli incontri tra i Graviano con Berlusconi, tre volte, anche in Sardegna dove il boss avrebbe portato “una barca” di soldi all'ex presidente del consiglio.

“[Il partito di Berlusconi] è stato finanziato dalla mafia e non solo”, conclude Baiardo.

Queste informazioni erano presenti in una informativa della Dia, di cui aveva preso visione il magistrato Chelazzi: poco dopo Chelazzi fu trasferito alla procura antimafia e quella direttiva è stata dimenticata, fino ad oggi, fino al processo sulla ndrangheta stragista.

Oggi i Graviano parlano anche di Berlusconi e dei soldi, come nel 2013 in carcere Riina parlava dei finanziamenti ricevuti dal cavaliere.

Su questo stanno indagando i magistrati Turco e Tescaroli: i soldi a Berlusconi per il suo progetto politico, l'agenda rossa presa da uomini esterni alla mafia e portata ai boss, i luoghi per le stragi indicati dal bibliofilo Dell'Utri.

Tra i verbali dimenticati in un cassetto ci sono quelli raccolti da Chelazzi nel 1998, mentre interrogava Siino, dove si parlava di un collaboratore di Berlusconi, l'ex finanziere Francesco Maria Berruti, contatto tra la mafia e la politica secondo una confidenza ricevuta da Nino Gioè.

E c'è poi la storia della morte di Nino Gioè, uno degli autori della strage di Capaci, morto suicida in carcere, in uno strano suicidio: ma secondo il cugino Di Carlo è stato suicidato, Gioè stava per pentirsi, per confidare qualcosa ai magistrati.

Gioè, prima della bomba telefona a tre numeri negli Stati Uniti, racconta Gioacchino Genchi: a chi stava telefonando?

Gioè era in contatto con Bellini, estremista di destra, oggi indagato anche per la strage di Bologna, fatto infiltrare in cosa nostra dal Ros di Mori – dice lui a processo.

Gioè avrebbe dato un biglietto a Bellini, dove chiedeva favori a cinque mafiosi in carcere, Mori rifiutò di trattare, anzi non sapeva nemmeno di Bellini.

Matteo Messina Denaro era considerato da Riina come un figlio, forse perché era a conoscenza di tutti i suoi segreti: sapeva dell'intenzione di buttarsi un politica, con le leghe meridionali.

Una proposta fatta da Riina a Saro Maino, il suo alter ego in America, in contatto coi servizi americani. Come americani erano i telefoni con cui Gioè si mette in contatto, e anche altre telefonate degli stessi numeri di telefono dei mafiosi si mettono in contatto con l'America.

Bellini fu un infiltrato vero, in Cosa nostra, oppure il suo ruolo era inoculare in Riina l'idea che per far cedere lo stato era meglio colpire le opere d'arte, come sostiene Brusca?

Berlusconi, la banca Rasini, le accuse di riciclaggio di una banca dove avevano i conti Pippo Calò, le indagini di Berruti poi archiviate, le confessioni di Siino su Berruti ..

Il finanziere Pulici aveva seguito le indagini su Matteo Messina Denaro: dal suo ufficio un giorno sparisce una pen drive e un computer con dentro i documenti delle indagini, non è stata fatta alcuna indagine da parte di un giudice.

Chi è stato, chi è entrato nell'ufficio della magistrata Teresa Principato?

Da qui si parte per scoprire chi sta proteggendo la latitanza di Messina Denaro: una fonte racconta a Paolo Mondani di un esponente dei servizi civili che aveva i contatti con la mafia, era stato infiltrato nella mafia di San Lorenzo.

Questa persona (Alessio) si era occupato delle lettere che Messina Denaro scambiava col sindaco di Castelvetrano, raccolte in un libro “Lettere a Svetonio”: sindaco morto in questi giorni, un uomo dei servizi, l'ex sindaco Vaccarino.

Alessio, l'autore delle lettere per conto di Messina Denaro, infiltrato nella mafia, pure lui sarebbe un uomo dei servizi.

Qui siamo oltre l'immaginazione: questo libro serve per mandare messaggi, da una parte dello stato, a Messina Denaro, a creargli un'immagine di nuovo capo della mafia, dopo la cattura di Provenzano. Capo della mafia la cui latitanza è garantita molto in alto, dalla massoneria (Messina Denaro sarebbe pure affiliato ad una loggia figliata dalla P2) e da pezzi dello stato.

La mancata perquisizione del covo di Riina

Dopo l'arresto di Riina, il ROS e Mori decidono di non perquisire subito il covo, per monitorare chi sarebbe entrato in quella casa. Per un disguido, dicono i Ros, nessuna telecamera fu attivata in quei 18 giorni: secondo i pentiti di mafia, i segreti di Riina custoditi dentro la sua cassaforte, sarebbero passati a Messina Denaro e questi avrebbero ingrandito la sua forza.

Anni dopo a Nino di Matteo arriva un documento firmato “Protocolo fantasma” dove si racconta che nei documenti di Riina erano indicati i nomi delle persone a libro paga dentro lo stato, il Vaticano, “si poteva rovinare uno stato intero” racconta la pentita Rosi Vitale.

Nemmeno Riina si spiega come mai quella mancata perquisizione: chi ha venduto Riina, ha venduto solo il capomafia, ma non i suoi segreti.

Chi lo avrebbe venduto è Bernardo Provenzano, anche lui latitante per anni, grazie a tante protezioni.

Provenzano poteva essere arrestato nel 1996, grazie al contributo di Luigi Ilardo, mafioso che stava collaborando col colonnello della Dia Michele Riccio.

Ma il Ros decide di non catturare Provenzano, perché doveva ricompattare l'organizzazione – sostiene Riccio oggi.

Ilardo fu ucciso poco dopo aver incontrato a Roma Mario Mori e il giudice Tinebra: in quell'ultimo incontro Ilardo rinfaccia al carabiniere quei delitti fatti da pezzi dello stato e affibbiati alla mafia.

Come l'omicidio Mattarella, Pio La Torre e Insalaco, che sarebbero omicidi fatti dallo stato e dalla mafia. Mentre un omicidio fatto solo dallo stato sarebbe quello di Domino, un bambino di 11 anni, ucciso durante il maxi processo.

Esistono zone d'ombra negli apparati investigativi del Ros, racconta oggi il procuratore Patronaggio: analizzando gli atti, si denotava una scarsa voglia di collaborazione con la magistratura.

Mori è stato sempre assolto, va ripetuto. Ma quelle zone d'ombra rimangono.

Le strane presenze durante le stragi, il killer di stato faccia da mostro, il ruolo della massoneria e della destra eversiva, i servizi deviati.

Al processo d'appello sulla trattativa sono emersi dei documenti rimasti nei cassetti per anni: erano documenti sequestrati ad un mafioso che descrivevano l'impero economico di Provenzano: Gioacchino Genchi ha tirato fuori da quel pc e da quei floppy migliaia di pagine rimaste nel cassetto fino a pochi mesi fa.

Seconda stranezza, emersa di recente, è scoprire che Mori aveva indagato in Veneto nel 1975 sulla Rosa dei Venti, mentre era al SID.

Maletti allontanò Mori dal Sid: perchè era sospettato di contatti con l'estrema destra eversiva, racconta oggi Maletti. Nel 1978, Mori fu trasferito a Roma, il giorno successivo al rapimento di Aldo Moro: qui, racconta un altro ufficiale dei carabinieri Giraudo, avrebbe fatto proselitismo per conto della Loggia P2.

Mori è stato condannato in primo grado nel processo sulla Trattativa: di fronte ai giudic ha raccontato dei suoi incontri con Ciancimimo, “si può far qualcosa per fermare questo muro contro muro?”

La trattativa che per molti è ancora “presunta”.

La procura di Reggio Calabria ha aperto un fascicolo chiamato mafia parallela: l'indagine parte dalle dichiarazioni del pentito Barreca, che racconta degli anni in cui in Calabria erano arrivati Franco Freda, in contatto con la ndrangheta per mettere in piedi uno stato parallelo, con dentro mafiosi e uomini dello stato e massoni.

Licio Gelli sarebbe il prezzemolo di ogni minestra, conclude Barreca.

Ma Licio Gelli non poteva essere toccato: chi osava mettersi sulle sue tracce, come il funzionario del Sisde Scorza, veniva bloccato dal capo della polizia Parisi.

Qual era l'obiettivo delle bombe, a Firenze, a Milano e a Roma?

Chelazzi era intenzionato a mettere ad iscrivere nel registro degli indagati Mario Mori (l'ultima persona che ha interrogato prima di morire), era convinto dell'esistenza di una trattativa tra stato e mafia, per venire incontro ai problemi della mafia in quegli anni. L'ergastolo col 41 bis e i pentiti.

Oggi si parla proprio di questo, togliere l'ergastolo ostativo (dopo aver riformato il meccanismo dei pentiti per come era negli anni novanta), perché lo chiede l'Europa, dove però non arriva l'odore del tritolo, è la battuta del magistrato Patronaggio.

Un rischio che non possiamo permetterci, depotenziare gli strumenti per contrastare la mafia, come i collaboratori di giustizia e il carcere duro. Specie ora che stanno arrivando i soldi dall'Europa e le mafie hanno così tanti soldi da comprarsi dei pezzi dello stato.

Che riforma della giustizia partorirà questo governo dei competenti?

Che idea ha della lotta alla mafia?

Vogliono far uscire dal carcere quei mafiosi che non hanno intenzione di collaborare, come i Graviano?

24 maggio 2021

Anteprima Report – le stragi di mafia, i tubi dell'acqua e i diritti televisivi

 


In occasione dell'anniversario della strage di Capaci, Report ritorna sulla trattativa stato-mafia e su quella zona grigia tra le istituzioni e la mafia, quelle “menti raffinatissime” che hanno portato avanti la campagna di delegittimazione contro Falcone e il pool antimafia, che hanno pianificato le stragi terroristico-mafiose della stagione 1992-1993 e, negli anni precedenti, i delitti politici di magistrati e politici (da Dalla Chiesa a Mattarella).

Un omaggio a tutte le donne e uomini che hanno lottato contro la mafia senza ambiguità, consapevoli di quello che rischiavano e che oggi, celebrazione dopo celebrazione, rischiamo di trasformare in santini, solo dei nomi che non ci dicono più nulla.

Il servizio di Paolo Mondani toccherà diversi punti oscuri nella storia della lotta alla mafia: la mancata cattura di Provenzano grazie alle rivelazioni del pentito Ilardo (per primo aveva raccontato della convergenza di interessi dietro certi delitti politici, delle connivenze tra mafiosi ed esponenti dei servizi), la mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio 1993. Secondo diversi collaboratori di giustizia nel covo Riina aveva documenti che avrebbero fatto saltare lo stato e che sarebbero stati consegnati a Messina Denaro, documenti che oggi gli darebbero quel suo potere di ricatto.

C'è dell'altro, un documento fatto recapitare al giudice Di Matteo, dal titolo “Protocollo fantasma”, dice invece che quella perquisizione fu fatta. Ma i documenti non furono sequestrati.

Nel servizio si parlerà anche di verbali sequestrati dal Ros nel 1998 e lasciati dentro cassetti chiusi, documenti riportati alla luce durante il dibattimento del processo d'appello sulla trattativa: in quei documenti era disegnato l'impero finanziario di Bernardo Provenzano.

Di un libro uscito nel 2008, Lettere a Svetonio, contenente delle lettere di Messina Denaro, che contenevano dei messaggi precisi per i sui interlocutori.

La scheda della puntata: Il vertice delle stragi di Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persia e Simona Zecchi, immagini di Alessandro Spinnato, Dario D'India, Alfredo Farina e Andrea Lilli

Dopo la puntata speciale intitolata "Le menti raffinatissime" del 4 gennaio scorso, Report torna sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del 1992 e del 1993 con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Strategia sulla quale permane il grande mistero di chi siano i mandanti esterni alle stragi. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report continua a fare luce sul ruolo ricoperto da uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi del 1992 e del 1993. Il 23 maggio si celebra il 29° anniversario della strage di Capaci. Ma Report non vuole imbalsamare i morti nelle commemorazioni. Solo la verità li onora. Per questo torniamo a parlare dei presunti rapporti tra i fratelli Graviano e la politica; di Antonino Gioè e di Paolo Bellini; di Matteo Messina Denaro e di chi nello Stato tutela i suoi segreti, del processo sulla trattativa fra Stato e mafia giunto alla fase dell'appello. Ma soprattutto parleremo di molti verbali dimenticati.

Chi gestisce i diritti televisivi

Il servizio sull'Imaie, l'ente che gestisce i diritti televisivi in Italia è stato rimandato più volte per dare spazio ad altri servizi più attinenti all'attualità.

E' l'ente che incassa i diritti ogni volta che le immagini di Padre Pio passano in televisione, ma è anche l'ente che è in debito col santo, anzi, con la sua televisione.

Le registrazioni padre Pio sono state raccolte in dischi e diffuse per radio e TV, che hanno pagato alla Imaie i contributi per l'opera, come anche per spezzoni di film e di video: sono diritti che, secondo la legge, non devono essere pagati agli artisti ma a questo ente preposto.

Ente che deve 1835 euro a Padre Pio, ovvero a Tele radio Pio, titolare dei diritti: ma l'ente non aveva comunicato l'esistenza di questi crediti, come nemmeno di quelli dovuti alla banda dei Carabinieri o della Guardia di Finanza.

Il direttore generale dell'ente Maila Sansaini ha replicato che, secondo la legge, era sufficiente pubblicare sulla Gazzetta questi crediti col nominativo del titolare dei diritti, “se il titolare richiedeva i diritti, l'istituto pagava, se nessuno si faceva vivo, i soldi erano persi dopo 3 anni.”

In realtà la legge del 1992 diceva altro: Imaie avrebbe dovuto contattare direttamente il creditore all'inizio di ogni trimestre e comunicare loro l'ammontare dei compensi dovuti.

La scheda del servizio: Il vecchio e il nuovo di Emanuele Bellano con la collaborazione di Greta Orsi, immagini di Matteo Delbò e Cristiano Forti, ricerca immagini di Paola Gottardi, montaggio di Igor Ceselli

Ogni volta che vediamo un film o una fiction in televisione o ascoltiamo un brano alla radio gli attori, i musicisti e i cantanti che hanno interpretato quell'opera maturano dei diritti: si chiamano diritti connessi al diritto d'autore e vengono pagati da canali televisivi, network radiofonici o piattaforme streaming. Non vengono versati direttamente ai loro proprietari, cioè agli artisti, ma a soggetti intermediari che devono provvedere a ripartirli con precisione e poi a distribuirli. Fino al 2009 il soggetto intermediario era unico e si chiamava Imaie (Istituto per la tutela degli artisti, interpreti ed esecutori). Dopo trent’anni di attività è stato estinto. Chiudendolo la prefettura di Roma ha stabilito che l'Imaie non è stato in grado di svolgere il compito per cui era stato creato. Al momento della chiusura aveva in pancia cento milioni di euro di diritti incassati e mai versati agli artisti legittimi proprietari. Estinto l'Imaie nel 2010 è stato costituito il Nuovo Imaie, stesso direttore generale e stessi dipendenti. Come sta andando la sua gestione e quanti diritti riesce davvero a distribuire ai legittimi proprietari?

Lo stato dei tubi

Con che criteri di sicurezza sono posati i tubi del gas posati sotto le strade?

Il servizio di Report racconterà di quanto sia impostante che siano posti alla giusta profondità, che siano ben segnalati, per evitare problemi di fuoriuscita di gas per interventi sul manto stradale. Ma non sempre queste regole sono rispettate.

La scheda del servizio: Giù per il tubo di Max Brod in collaborazione di Greta Orsi con immagini di Paolo Palermo, Fabio Martinelli, Cristiano Forti e Andrea Lilli, ricerche immagini di Eva Georganopoulou, montaggio di Andrea Masella

Vicino alle nostre case, sotto il manto stradale, passano chilometri di tubazioni del gas. Quando si verificano delle perdite da queste condotte, il metano può arrivare anche dentro alle abitazioni e provocare gravi incidenti. Per questo motivo i tubi vanno posati a profondità di legge e gli scavi per ripararli vanno poi riempiti con materiali specifici. Ma avviene sempre così? Report ha girato l'Italia per capire come stanno le cose, scoprendo tubazioni superficiali e gestori che hanno dovuto correre ai ripari dopo la posa delle condotte. E i Comuni quanto controllano? Il problema della profondità sembra importare a pochi nonostante ciò che racconta chi sulle strade lavora tutti i giorni: le tubazioni superficiali sono all'ordine del giorno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

30 settembre 2018

Il patto sporco, Saverio Lodato e Nino Di Matteo



Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista

Venticinque anni di solitudine e coraggio
Dottor Di Matteo, venticinque anni di inchieste e di solitudine, di ricerca accanica della verità, di successi e di momenti di amarezza, ma anche di isolamento e di vita blindata. Un quarto di secolo, con la toga addosso, nell'Italia di oggi. Dall'età di trent'anni, a oggi che ne ha cinquantasette.Così è volata via metà della sua esistenza. Ma quando ha inizio l'incubo di una vita blindata giorno e notte? 
Il primo servizio di scorta lo ebbi nel dicembre 1993, alla procura di Caltanissetta. Ero alle prime armi. Mi avevano assegnato un processo che riguardava la guerra in corso in quegli anni fra cosa Nostra e la Stidda, nel territorio di Gela.

Comincia con questo ricordo il libro-intervista del giudice Nino Di Matteo scritto assieme al giornalista Saverio Lodato, autore di diversi saggi sulla mafia (all'inizio era “Dieci anni di mafia”, poi diventato “Venticinque anni di mafia”, fino all'ultimo "Quarant'anni di mafia" .. vedremo mai la fine?).

Il ricordo dei primi passi nella magistratura come uditore nel 1991, l'arrivo a Caltanissetta, la prima scorta, all'inizio vissuta come un cambiamento positivo, per poter lavorare in modo più sicuro.
Scorta che alla fine è diventata come una prigione, che impatta la tua vita e quella della tua famiglia: il livello di protezione si è alzato al massimo livello (“primo livello di protezione eccezionale”) dopo le ultime minacce ricevute. Mai nessun magistrato aveva subito minacce, pressioni, intimidazioni come Di Matteo (bisogna tornare indietro ai tempi di Falcone, Borsellino e al pool di Caponnetto).
Dossier, lettere anonime. E poi dover rispondere del proprio operato di fronte al CSM (per la storia delle telefonate di Mancino).
E apprendere che è già arrivato l'esplosivo per farti saltare in aria, ascoltare dalla voce di un mafioso pentito che sta per arrivare la tua ora: è quello che disse a Di Matteo Vito Galatolo, lei si è spinto troppo oltre nel suo lavoro.
“Lei deve stare attento, perché noi siamo molto avanti”.

Come spiegare questo livello di minacce? La risposta sta proprio nelle parole del capomafia: il giudice Di Matteo, assieme a pochi altri magistrati, si era voluto spingere troppo oltre per portare avanti il processo sulla Trattativa Stato mafia.
Dove “oltre” ha il significato di andare oltre le verità di comodo che la politica (e anche parte del mondo del giornalismo) hanno costruito.
Tramite questo processo si voleva capire i perché delle stragi, degli incontri tra uomini in divisa e mafiosi, del perché la magistratura fosse stata tenuta all'oscuro.
Si voleva applicare il principio della legge uguale per tutti, anche per i carabinieri del Ros, per i politici, per i rispettabili signori che hanno portato avanti, negli anni tra il 1992-1994 la trattativa e commesso (direttamente o in concorso) il reato di violenza a corpo dello Stato.

Per questo, Di Matteo è un magistrato tra i meno amati dalla politica, da parte di quel giornalismo garantista (Il Foglio, Il giornale, la fu Unità, Repubblica ..) nei confronti dei potenti quando vengono chiamati davanti ad un giudice.

Questo libro serve a colmare uno squilibrio che si è venuto a creare in questi anni attorno al processo di Palermo e attorno ai magistrati che l'hanno portato avanti: leggere i vari capitoli, con le domande del giornalista e le risposte del giudice, è come ripercorre la storia della mafia in Italia, anzi la storia del rapporto mafia politica, del rapporto di cosa nostra con parte delle istituzioni.
Dallo sbarco in Sicilia degli alleati, a Portella della Ginestra, i cadaveri eccellenti che hanno insanguinato le strade di Palermo (La Torre, Mattarella, Dalla Chiesa, Costa, Terranova, Chinnici), fino alle stragi della stagione eversiva di Riina e dei corleonesi.
Perché Riina scelse di fare l'attentato proprio a Capaci quando era più semplice uccidere Falcone a Roma?
Chi ha fatto sparire l'agenda elettronica di Falcone (e l'agenda rossa di Borsellino poi)?
Perché quell'accelerazione dopo Capaci, per uccidere Paolo Borsellino con un'altra autobomba?
Chi, in quei giorni, consigliava Riina su come procedere (bisogna fare la guerra per preparare la pace poi)? E chi consigliava i corleonesi (dopo la cattura di Riina nel 1993) gli obiettivi in continente per le altre bombe?

Non tutti i misteri hanno avuto una risposta.
Ma quello che ora è sempre più chiaro (e una sentenza della magistratura ha anche messo nero su banco) è che dopo la sentenza del maxi processo, dopo le condanne all'ergastolo dei capimafia, dopo che per la prima volta la Cassazione aveva ammesso l'esistenza della mafia, come struttura unitaria e verticistica, i vertici di cosa nostra decisero di regolare i conti con la politica.
Cominciando dal capocorrente DC Salvo Lima, nel marzo 1992.

Da qui si deve partire per ricostruire la trattativa politica di pezzi dello stato coi mafiosi: gli ufficiali del Ros che informarono solo alcuni esponenti del mondo politico dei loro incontri con Vito Ciancimino.
La trattativa c'è stata: ci sono stati gli incontri, le promesse, le condotte opache (la mancata perquisizione del covo di Riina, la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso), e ci sono stati anche i segnali di distensione da parte dello stato.
"Questa sentenza di primo grado certifica come la trattativa ci fu e che uomini dello Stato si resero complici con i vertici di Cosa nostra nel ricatto nei confronti di quattro diversi governi della Repubblica. Per la giustizia ci sono voluti 25 anni per affermare, con una sentenza pronunciata nel nome del popolo italiano, quello che era accaduto. Ma nel libro ci crediamo con amarezza, se quanto oggi consacrato in una sentenza dei giudici non era conosciuto ben prima, da soggetti ed ambienti della politica e delle istituzioni che invece che denunciare hanno preferito tacere, nascondere o preferito cancellare le prove di quel terribile connubio. Oggi possiamo essere soddisfatti del risultato a cui è arrivata la magistratura, ma non cancella questa soddisfazione l'amarezza della reticenza, ed oserei dire dell'omertà istituzionale, che ha caratterizzato ampi settori della politica e delle istituzioni rispetto un tema così delicato e così strettamente intersecato con quello delle stragi che hanno insanguinato la Sicilia e l'Italia intera tra il 1992 ed il 1993".


I segnali di distensione dello Stato
L'avvicendamento a capo del DAP di Niccolò Amato con Adalberto Capriotti e col vice Francesco Di Maggio (avvicendamento in cui un ruolo determinante lo ebbe il presidente Scalfaro).
Il siluramento di Scotti al ministero dell'Interno, sostituito da Mancino (il ministro che non si ricordava dell'incontro con Borsellino, che da privato cittadino chiedeva protezione al presidente Napolitano, ai vertici della Cassazione).
L'avvicendamento al ministero della Giustizia di Martelli con Conso, il magistrato che, in solitudine, decise di non prorogare i 41 bis. Come segnale di distensione da parte dello Stato, dopo le bombe a Firenze e a Milano e a Roma.
Segnali che hanno avuto delle controrisposte da parte di cosa nostra, come indicherebbe la convergenza dei voti mafiosi dalle leghe del sud al nuovo partito fondato dal paesano Dell'Utri e da Berlusconi, quello di Canale 5.

Il processo si doveva fare proprio per fare luce su tutti questi punti, per porre fine alle troppe menzogne che si sono sentite: la trattativa non ha salvato vite umane, per esempio non ha salvato le persone morte a Firenze, a Milano, le persone della scorta di Borsellino.
“Tutto questo – sottolinea il magistrato siciliano – lo affermano i giudici sulla base di prove granitiche, con una conseguenza terribile nella sua cruda semplicità: la Trattativa, la manifestata disponibilità al dialogo con la mafia, il cedimento di una parte dello Stato, rafforzarono in Riina e nei suoi seguaci il convincimento che la scelta di attaccare frontalmente le istituzioni – a suon di bombe, ricatti e richieste – era quella giusta. Serviva a costringere definitivamente alla resa uno Stato che aveva già iniziato a piegare le ginocchia. La Trattativa non evitò altro sangue. Lo provocò. Con altre stragi, a partire da quella di via d’Amelio, che muovevano dalla logica di intimorire ancora di più l’interlocutore istituzionale, la controparte di un dialogo scellerato e segreto”.

La trattativa non è servita a combattere definitivamente la mafia: consegnati nelle mani dello Stato la bassa manovalanza, l'ala militare attorno a Riina, il controllo di cosa nostra passò all'ala moderata di Provenzano, fino alla sua cattura nel 2006.
I giudici del processo non hanno perseguito il reato di “trattativa”, che nemmeno esiste, ma il reato di violenza a corpo dello Stato: aver indotto i governi, da quello Amato a quello Berlusconi compreso, a portare avanti delle politiche che interessavano cosa nostra.
Politiche per arginare l'ondata dei pentiti, per arginare la carcerazione preventiva, far chiudere le super carceri.

Nel libro il giudice Di Matteo ricorda anche una delle fase più delicate: quando furono intercettare le telefonate dell'ex ministro Mancino, tra queste quelle con Loris D'Ambrosio e col presidente Napolitano.
Il fuoco che si aprì contro la procura di Palermo, rea di aver osato intercettare il presidente (cosa falsa), contro Di Matteo accusato di aver rivelato il contenuto delle telefonate (cosa falsa, poiché la notizia era già uscita su alcuni giornali).
Cosa intendeva dire, l'ex magistrato D'Ambrosio al telefono quando esprimeva a Mancino i suoi timori, di essere stato “un inutile scriba di segreti indicibili”?

Il re è nudo, si dicono Lodato e Di Matteo:
“Ormai il Re è nudo” scrive Lodato mentre introduce il tema della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. “Il Re era nudo da tempo – replica Di Matteo -. Ma nessuno voleva vederlo. I fatti, i personaggi, le solite manine che hanno accompagnato, e in certi casi diretto dall’esterno sia la mafia sia il terrorismo in questo Paese, erano perfettamente individuabili. Ma nessuno voleva trarne le dovute conseguenze. Non si volevano delineare responsabilità politiche, istituzionali, storiche, che avrebbero potuto precedere e prescindere dalla responsabilità penale di soggetti determinati”.

Mentre in Italia si moriva sotto le bombe, qualcuno nello Stato trattava: questa la storia che non andava raccontata, portata alla luce.
Quegli anni dovevano essere sepolti sotto la verità di comodo di una mafia distrutta e di una battaglia vinta dallo Stato.
Ma non è così: quei segreti, quei ricatti, quel do ut des tra mafia e politica (“un gioco di specchi”) ha degli effetti ancora sul presente.
E' servito il processo (e le rivelazioni di Spatuzza, e le carte di Massimo Ciancimino) per far tornare la memoria ai protagonisti di quegli anni: Liliana Ferraro, Martelli, Violante ..

Le 5252 pagine della sentenza

Le ultime due parti del libro sono forse ancora più importanti del dialogo intervista tra giudice e giornalista: c'è un riassunto delle 5252 pagine della sentenza depositata a luglio 2018, dove si mettono nero su bianco le responsabilità, gli episodi, le date: a futura memoria per il paese ma soprattutto per i negazionisti (Scalfari, Fiandaca, Padovani, Deaglio..) della trattativa, non più presunta.
“Tutto questo – sottolinea il magistrato siciliano – lo affermano i giudici sulla base di prove granitiche, con una conseguenza terribile nella sua cruda semplicità: la Trattativa, la manifestata disponibilità al dialogo con la mafia, il cedimento di una parte dello Stato, rafforzarono in Riina e nei suoi seguaci il convincimento che la scelta di attaccare frontalmente le istituzioni – a suon di bombe, ricatti e richieste – era quella giusta. Serviva a costringere definitivamente alla resa uno Stato che aveva già iniziato a piegare le ginocchia. La Trattativa non evitò altro sangue. Lo provocò. Con altre stragi, a partire da quella di via d’Amelio, che muovevano dalla logica di intimorire ancora di più l’interlocutore istituzionale, la controparte di un dialogo scellerato e segreto”.

Lasciatecelo dire

L'ultimo capitolo è una raccolta di articoli pubblicato da Saverio Lodato su Antimafiaduemila e pubblicato nel libro “Avanti mafia”, con un'ironia molto amara: sono articoli scritti in questi ultimi anni e che toccano alcuni punti già discussi nel libro
- le occasioni mancate per sconfiggere la mafia
- le telefonate di Mancino e gli “indicibili accordi”
- “Quarant'anni di Stato-mafia emafia-stato?”: dove si pone il confine tra Stato e mafia; perché con le BR si è attuata la linea della fermezza mente con la mafia si è scelto di trattare?
- “Il nuovo anno di un condannato a morte”: il silenzio nei confronti del giudice di Matteo (da parte del governo Renzi); la trappola dentro la proposta di andare a Roma alla DNA (Direzione nazionale antimafia) senza passare per un concorso.
- “Chi sono loro? E chi siamo noi?”: loro sono quelli che lodano i magistrati morti, dell'antimafia di facciata.

Altri articoli
- Il dossier sul processo di Palermo sul sito di Antimafiaduemila

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


27 settembre 2018

Cosa dice la sentenza sulla Trattativa (da "Il patto sporco" di Lodato Di Matteo)



Il processo sulla Trattativa Stato mafia: il processo che non si doveva fare, per cui i magistrati che lo hanno voluto portare avanti sono stati chiamati eversori, magistrati che perdono tempo, che non rispettano le prerogative del capo dello Stato.
Perché non c'è nulla di male nel trattare, in guerra si tratta - questo scriveva Scalfari su Repubblica, il decano del giornalismo sul giornale della borghesia democratica.
Ma nelle carte della sentenza (5252 pagine!) c'è scritta tutta la storia del rapporto Stato mafia, del reato di violenza a corpo dello Stato (il reato contestato agli imputati) e la ricostruzione di tanti misteri, delitti politici e stragi avvenute in Italia

5252 pagine. Ogni pagina una pietra, un pugno nello stomaco di chi per anni non aveva capito o aveva fatto finta di non capire. Per i distratti e i "negazionisti" per vocazione. Quelli per cui la mafia è solo bassa macelleria criminale.Non impressiona tanto il dato numerico. c'è molto altro. la chiarezza espositiva, la profondità di ogni argomentazione in fatto e in diritto, la dimostrazione della grande autonomia intellettuale dei giudici che non si sono mai pregiudizialmente e acriticamente adeguati alle tesi delle parti processuali.Una visione d'insieme, in quadro generale che ha permesso di valutare la condotta di ciascun imputato in relazione alla sua personalità, al suo comportamento processuale, ai suoi trascorsi criminali o professionali.Una ricostruzione che ha consentito di dipanare un filo rosso che collega vicende apparentemente distinte: la Trattativa- il dialogo che attraverso Vito Ciancimino i carabinieri del Ros ottennero con i vertici di cosa nostra - la minaccia dei mafiosi nei confronti del governo della Repubblica che ne conseguì, i misteri legati alla cattura di Riina e alla mancata perquisizione del suo covo, l'interminabile latitanza (quarantatré anni!) di Provenzano e le coperture istituzionali di quella vergogna; le minacce, le rivendicazioni, i sinistri preannunci della «Falange Armata» che accompagnarono stragi e attentati tra il 1991 e il 1994; le vicende istituzionali connesse all'avvicendamento del ministro dell'Interno Scotti, il siluramento del capo delle carceri Nicolò Amato, il segnale di distensione che lo Stato volle dare alla mafia con la mancata proroga di 334 decreti di sottoposizione al 41 bis di importanti esponenti della criminalità organizzata; l'evoluzione delle strategie politiche di Cosa Nostra: dal sogno federalista all'appoggio, incondizionato e condiviso dalle diverse anime dell'organizzazione mafiosa, al nascente partito politico di «Forza Italia». La formazione del primo «governo Berlusconi» nel 1994 e il rinnovo della Trattativa e delle minacce non più attraverso il canale dei carabinieri ma,. stavolta ricorrendo a quello già sperimentato in passato, di Dell'Utri-Berlusconi.Tutto è collegato, tutto si tiene; ciascun passaggio della ricostruzione illumina la comprensione degli altri.Una storia complessa che la motivazione della sentenza ripercorre in parallelo a quello delle stragi che insanguinarono il nostro paese.Quelle siciliane e quelle del «continente».Quelle realizzate e quelle fallite; gli omicidi eccellenti eseguiti e quelli il cui progetto venne improvvisamente abbandonato. Stato e mafia. Una mossa dello Stato, una contromossa di cosa nostra. Un gioco degli specchi, una guerra di posizioni giocata ad alti livelli, un intreccio di apparenze create ad arte per nascondere una realtà indicibile. Verità destinate per sempre a rimanere nascoste e che, per questo, venivano ostinatamente taciute anche da uomini dello Stato che avevano l'obbligo di non tacere.[..]La Trattativa non evitò altro sangue. Lo provocò. con altre stragi, a partire da quella di via D'Amelio, che muovevano dalla logica di intimorire ancora di più l'interlocutore istituzionale, la controparte di un dialogo scellerato e segreto.

Il patto sporco -  Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista, di Saverio Lodato e Nino di Matteo

26 settembre 2018

Quello che Matteo Messina Denaro non può non sapere

Dal libro intervista del giudice Nino di Matteo ("Il patto sporco" Chiarelettere editore), il giudice che si è spinto troppo oltre nella lotta alla mafia (sono le parole usate dal boss Galatolo): quali segreti custodisce il boss Matteo Messina Denaro, probabilmente l'erede di Riina dentro cosa nostra?
Ci sono cose che il capomafia non può non sapere - risponde il giudice al giornalista Saverio Lodato:
Non può non sapere se Giuseppe Graviano, nel periodo delle stragi siciliane, aveva davvero rapporti con Berlusconi anche in funzione della successiva creazione del nuovo movimento politico, denominato «Forza Italia». Non può non sapere perché la strategia delle bombe venne esportata in continente con l'adozione di modalità terroristiche mai appartenute, in precedenza, a cosa nostra.
Ma c'è dell'altro. Non può non sapere se, come appare logico pensare, la scelta dei singoli obiettivi da colpire venne suggerita ai macellai di cosa nostra da uomini ed entità esterne di altri poteri.
Infine non può non sapere perché, subito dopo il fallito attentato all'Olimpico - quando il 23 gennaio 1994 la morte di centinaia di carabinieri fu evitata per un soffio dal cattivo funzionamento del telecomando - il progetto venne accantonato e l'intera strategia stragista improvvisamente interrotta. Sono questi i terribili segreti che Matteo Messina Denaro detiene, in una parola: la sua straordinaria arma di ricatto che spiega forse la sua interminabile latitanza

Il patto sporco -  Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista, di Saverio Lodato e Nino di Matteo

Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza (43 anni!) di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia.

21 settembre 2018

Il patto sporco - le telefonate di Napolitano

E' uscito per chiarelettere  "Il patto sporco -Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista" scritto dal giornalista Saverio Lodato assieme al procuratore Nino Di Matteo.
Sul Fatto Quotidiano è uscito un estratto relativo al capitolo sulle telefonate tra l'ex presidente Napolitano e l'ex ministro Mancino


Di Matteo: “Sulle chiamate di Napolitano abbiamo la coscienza a posto. Manterremo per sempre il segreto”“Noi conserviamo nitidamente il contenuto delle conversazioni”, dice il sostituto procuratore antimafia a Saverio Lodato nel libro edito da Chiarelettere
di Nino Di Matteo e Saverio Lodato | 16 settembre 2018
 
Pubblichiamo un estratto de “Il patto sporco” (Chiarelettere) di Nino Di Matteo e Saverio Lodato, in libreria dal 18 settembre. 
Tutto quello che è accaduto intorno al processo è singolare, sconcertante ed emblematico. Tutto, tranne ciò che accadeva dentro l’aula. (…) C’è un’accusa che brucia particolarmente a me e ai miei colleghi: quella di essere responsabili della morte di Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del capo dello Stato Napolitano. In quell’occasione fummo definiti “assassini”, “eversori”, “magistrati che agivano con finalità ricattatorie nei confronti del presidente della Repubblica”. 
Ma l’autentica “bomba mediatica” esplose con la pubblicazione sui giornali del contenuto delle telefonate fra Mancino e Loris D’Ambrosio. Che cosa si dissero i due?
Le telefonate non furono poche. E alcune particolarmente utili per le indagini. L’argomento di fondo era la richiesta di Mancino di coinvolgere Napolitano nella vicenda processuale che lo riguardava. Ci rendemmo subito conto che Loris D’Ambrosio, invece di tagliare corto di fronte a quegli argomenti, preferì dare corda al “privato cittadino” Mancino. Lo rassicurò in più occasioni riferendogli di aver prospettato le sue lagnanze e richieste a Napolitano e ai magistrati che si erano succeduti al vertice della procura generale della Cassazione. (…)
 
Ma proprio in quella fase, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, con la violenza di un meteorite cascato dal cielo, piomba sul vostro lavoro con quel suo iroso conflitto di attribuzione. Vi tremarono le gambe e i polsi?
No. Avevamo la coscienza e la forza di chi aveva agito rispettando sempre la legge, e cercando solo la verità. Intercettando Mancino, ci eravamo imbattuti casualmente in alcune sue conversazioni con il presidente della Repubblica. Con la solita professionalità e riservatezza, gli uomini della Dia di Palermo che ascoltavano le telefonate ci avvertirono tempestivamente. E ci chiamarono ad ascoltarle di persona. Valutammo subito che il contenuto era penalmente irrilevante ed estraneo all’inchiesta. Ovviamente, comprendevamo che si trattava di materiale scottante. Ma a noi non doveva interessare l’aspetto politico o etico delle conversazioni. E quindi decidemmo che non le avremmo depositate, insieme alle altre, al momento della chiusura dell’inchiesta e che, come stabilito dalla legge, avremmo attivato la procedura prevista dal codice per la loro distruzione davanti a un giudice. Procedura di legge che avrebbe comportato la possibilità per i difensori degli imputati di valutare anch’essi la loro irrilevanza. Accadde l’imprevedibile. Nei miei confronti si aprì subito un’indagine disciplinare sollecitata alla procura generale della Cassazione.
 
Era stato sufficiente imbattervi nel nome di Napolitano perché lei si ritrovasse sul banco degli incolpati?
Mi faccia fare una premessa. Erano state pubblicate alcune indiscrezioni di stampa che affermavano che, nelle conversazioni con Mancino, Napolitano aveva parlato della Trattativa. Non era vero. Per questo in un’intervista a un quotidiano nazionale mi limitai a dire che le conversazioni erano penalmente irrilevanti ed estranee alla materia del nostro processo. Venni accusato di avere così confermato, anche se indirettamente, l’esistenza di quelle conversazioni. Un paradosso. Proprio io, che avevo spiegato che i primi articoli di stampa attribuivano al presidente della Repubblica conoscenze e ingerenze inesistenti sulla Trattativa. Scoprii dopo, difendendomi nel giudizio disciplinare, che la mia intervista era stata segnalata alla procura generale proprio dagli uffici del Quirinale. La mia posizione venne archiviata dopo oltre un anno. Ricorderò per sempre l’interrogatorio al quale venni sottoposto. Era la prima volta che entravo negli uffici della Cassazione. Era estate, il Palazzaccio era quasi deserto, mentre salivo le scale avvertivo la grande amarezza di entrare per la prima volta in quel “Tempio della Giustizia” in veste di accusato. Ero però sereno e determinato perché sapevo che mi ero comportato da magistrato, certo di aver fatto solo il mio dovere. Ed ero fiero, come lo sono tuttora, di non aver mai rivelato ad alcuno, e sfruttato in alcun modo, i contenuti di quelle telefonate.
 
Fatto sta che su quelle telefonate calò una pietra tombale per decisione della Corte costituzionale. Ma, a conti fatti, con quali conseguenze?
Le telefonate sono state distrutte senza che i difensori degli imputati le abbiano potute ascoltare. Loro non se ne sono rammaricati. Noi e gli uomini della Dia di Palermo conserviamo nitidamente il ricordo del contenuto di quelle conversazioni. Continueremo, ovviamente, a mantenere il segreto. Ma se oggi qualcuno si inventasse contenuti inesistenti, come è già capitato, ci troveremmo di fronte alla impossibilità di smentirlo con le registrazioni. La prova non esiste più.

23 aprile 2018

Il lunedì dopo la sentenza

Passato il fine settimana, della sentenza di venerdì scorso di Palermo, sul processo alla Trattativa e alla "minaccia ad un corpo dello Stato", non se ne parla più.
Siamo tornati ai tatticismi dei partiti che prima hanno votato il rosatellum e ora accusano il m5s di non essere in grado di fare un governo.

Tutto dimenticato, anche le accuse ai pm che hanno portato avanti l'inchiesta e che sono stati tacciati di grillismo, di essere magistrati di parte: la peggior accusa per chi dovrebbe amministrare la giustizia in nome del popolo italiano.
Eppure, quell'accusa di essere magistrati politicizzati stona, se teniamo presente le ultime nomine fatte dal CSM: anche qui torna utile il saggio di Riccardo Iacona, nel capitolo dove racconta del potere delle correnti nella magistratura, che di fatto hanno occupato l'organo di autogoverno, di fatto condizionando nomine e promozioni.
Cosa aveva rinfacciato Bruti Liberati a Robledo quando si insediò come Procuratore Capo?
“Avrei potuto dire a uno dei miei colleghi che mi rompeva i coglioni e andare a fare la pipì, così sarebbe stata nominata come aggiunta la Gatto”

Ecco: a Napoli il csm ha preferito Melillo al procuratore di Reggio Cafiero De Raho; il primo era capo di gabinetto del ministro Orlando, aveva meno esperienza e meno anzianità. 
A Palermo Lo Voi ha battuto Lo Forte e Lari, dalla sua aveva la nomina in Eurojust, da parte del governo Berlusconi.
Infine Milano: a prendere il posto di Borrelli, D'Ambrosio e Minale, nel 2010 è arrivato Bruti Liberati, nominato anche coi voti del centro destra.
Racconta a Iacona il cronista di giudiziaria Frank Cimini, della voce raccolta dall'avvocato Saponara, secondo cui Bruti Liberati è uno con cui si può parlare, un politico.
Non come Pomarici o Spataro, che si erano permessi di andare contro diversi esecutivi (Berlusconi, Monti e Letta) che avevano messo il segreto di Stato sulla vicenda del rapimento Abu Omar.

Insomma, forse il problema della politicizzazione dei magistrati, legato alla gerarchizzazione delle procure, esiste. Ma non come intendono i detrattori di Di Matteo.

05 settembre 2017

L'intervento dei magistrati Scarpinato e Di Matteo alla festa del Fatto Quotidiano

L'intervento dei due magistrati Nino di Matteo e Roberto Scarpinato alla festa del Fatto Quotidiano, su mafia e malaffare.


Di Matteo e Scarpinato: “La mafia non spara più, i politici se li compra”

“Criminalità organizzata e corruzione stanno vincendo, i governi garantiscono impunità e la globalizzazione offre nuovi affari”. Pubblichiamo la trascrizione dei principali interventi di Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo, e di Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, al confronto che si è svolto il 1 settembre alla festa del Fatto alla Versiliana.

di Nino Di Matteo e Roberto Scarpinato, da Il Fatto quotidiano, 5 settembre 2017

Roberto Scarpinato. 25 anni fa cade il Muro di Berlino, finisce l’Impero sovietico, finisce la Guerra fredda, il bipolarismo internazionale che aveva ingessato la storia italiana dentro la camicia di forza della Guerra fredda e il sistema di potere politico che si era fondato sulla paura dell’avvento dei comunisti al potere collassa improvvisamente, si sciolgono i serbatoi del voto ideologico, il voto d’opinione viene messo in libertà e all’improvviso quel sistema di potere si trova senza più le leve del comando. Un vuoto di potere che allora abbiamo scambiato per l’inizio di una nuova storia, ma oggi possiamo dire che è stata l’apertura di una parentesi, che forse si va a chiudere, in cui la magistratura riesce a fare indagini che prima non erano possibili.

La magistratura non scopre Tangentopoli all’inizio degli anni 90, l’aveva scoperta anche prima, ma il Parlamento aveva sistematicamente negato tutte le autorizzazioni a procedere, quindi non era stato possibile avviare indagini sulla corruzione. E Tommaso Buscetta, per anni, si rifiutò di rivelare a Falcone quali erano i rapporti tra mafia e politica, ripetendogli che l’Italia non era pronta. Buscetta inizia a parlare dopo le stragi, quando il sistema di potere crolla e molti collaboratori di giustizia ritengono che quegli uomini potentissimi che dovevano accusare, non hanno più il potere che avevano prima e si apre una nuova stagione dell’antimafia, e non è un caso che proprio in quel frangente si verificò lo stragismo, negli anni ‘92 e ‘93, ultimo colpo di coda di un sistema di potere che, nel momento in cui collassa, cerca con le stragi di interferire col nuovo corso della storia italiana.

Nino Di Matteo. Quello del 1992 è un periodo che nessuno di noi potrà mai dimenticare. Io muovevo i primi passi da magistrato, da giovane siciliano palermitano avevo coltivato quel sogno avendo come punto di riferimento orazioni di Falcone e Borsellino, avevo fatto il tirocinio a Palermo, li avevo conosciuti. Mentre facevo il tirocinio sono stati uccisi nelle stragi di maggio e luglio.

Già Roberto Scarpinato ha rilevato i punti di analogia tra l’azione delle Procure di Milano e di Palermo, una magistratura che riacquista coscienza del valore della propria indipendenza, della propria autonomia dalla politica, che riacquista coraggio, una magistratura siciliana che sul sangue dei morti si ricompatta, opera una svolta che per alcuni anni produrrà i suoi frutti e i cui effetti purtroppo nella magistratura siciliana, ma in generale, si sono esauriti da qualche anno. Ci sono tanti punti di contatto tra mafia e corruzione. Sono due fenomeni che segnano la fine della Prima Repubblica. E la mafia siciliana, quando inizia la propria strategia stragista con l’omicidio Lima (marzo ‘92) intende – utilizzo parole di Riina come ci sono state raccontate da pentiti di mafia – “fare la guerra per poi fare la pace”, giocare un ruolo decisivo nel delineare nuovi assetti di potere mafioso, politico, imprenditoriale. Intende, attraverso gli omicidi eccellenti e le stragi, rinegoziare il proprio ruolo di potere. Le stragi sono stragi politiche. Quelle del ‘92 e ancora di più quelle del ‘93, quelle di Roma, Firenze e Milano. Con una natura terroristica che è anomala perfino per Cosa Nostra. In quel momento – lo dice anche uno degli autori principali delle stragi del ‘93, Giuseppe Graviano –, bisognava fare le stragi per creare un nuovo tipo di rapporto intenso, duraturo, importante, con la politica di alto livello.

Il procuratore Scarpinato ha subito delineato il fatto della ricerca di nuovi equilibri politici in quel momento da parte della mafia. Fa impressione un dato oggettivo, pesante, lo sancisce una sentenza passata in giudicato di cui pochi parlano e pochi vogliono parlare e su cui pochi vogliono riflettere. Mi riferisco alla sentenza del tribunale, e poi appello e Cassazione, su Marcello Dell’Utri. Quella sentenza sancisce in maniera definitiva cioè che Dell’Utri, uno dei fondatori di Forza Italia, è stato condannato per concorso esterno perché è stato il tramite della stipula e poi del mantenimento di un accordo intervenuto nel ‘74 e rispettato – così dice la sentenza –, almeno fino al ‘92, tra l’allora imprenditore Berlusconi, di lì a poco presidente del Consiglio, e le famiglie mafiose più potenti di Palermo. Io mi chiedo se questa conclusione definitiva di Cassazione abbia avuto un peso nella politica italiana. E la risposta non può che essere negativa, se è vero che nei giorni in cui quella sentenza della Cassazione veniva emessa e quelle motivazioni rese note, il presidente del Consiglio Renzi discuteva con Berlusconi di come riformare la Costituzione.

Scarpinato. Le stragi del ‘92 e ‘93 sono un prolungamento della strategia della tensione, che come accertato in varie sentenze, come quella su Bologna, è stata posta in essere nelle fasi storiche in cui si temeva che il Partito comunista potesse arrivare al governo. La storia italiana nasce con una strage, quella di Portella della Ginestra (1 maggio ‘47) in un momento in cui si teme che il blocco delle sinistre possa arrivare al potere. A fine anni 80 e inizio 90 la situazione è analoga. Il sistema di potere della Prima Repubblica crolla e avanza la “gioiosa macchina da guerra” degli eredi di Pci e sinistra Dc che si pronosticava potesse andare al governo. Erano in molti a temere quest’evento. Non solo i mafiosi, ma anche tutti quelli che, approfittando della Guerra fredda e della protezione Usa, si erano resi responsabili delle stragi neofasciste e avevano coperto gli esecutori materiali. Tutti costoro temono che un avvento delle sinistre al potere possa determinare l’apertura di scenari per loro terribili.

Vari collaboratori di giustizia ci dicono che i capi di Cosa Nostra, prima di lanciare l’offensiva stragista, si sono riuniti mesi per discutere del nuovo assetto politico dell’Italia e abbiamo anche risultanze processuali che ci fanno capire che c’è stato qualcosa che è andato al di là della mafia. Per esempio prima che inizi la strategia stragista, prima di Lima, abbiamo Elio Ciolini, implicato nella strage di Bologna, che scrive una lettera al giudice istruttore di Bologna annunciando che di lì a poco sarebbe stato assassinato un importante esponente della Dc, che da maggio a luglio si sarebbero verificate delle stragi e che poi la strategia sarebbe stata portata al Nord per distrarre l’opinione pubblica dalla mafia. O questo signore aveva la palla di vetro o, evidentemente, era stata pensata anche altrove. Pensiamo ancora che poi l’agenzia Repubblica, vicina ai Servizi segreti, 48 ore prima della strage di Capaci annuncia che di lì a poco ci sarà un grande botto. Gaspare Spatuzza ha rivelato che, quando stavano riempiendo di esplosivo la macchina poi lasciata sotto casa della madre di Borsellino, era presente un soggetto che non era di Cosa Nostra che non gli fu presentato.

Quando viene rapito il figlio del collaboratore Di Matteo, Giuseppe, si mette sotto intercettazione Di Matteo e la moglie. Lei gli dice: “Tu hai capito perché hanno rapito nostro figlio, dobbiamo salvare l’altro figlio, non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage di via D’Amelio”. Questi e altri fattori aprono scenari inquietanti perché sono indicativi del fatto che, così come avvenuto nella strategia della tensione negli anni 70, anche nelle stragi del ‘92-’93 in momenti cruciali di pianificazione politica e scelta obiettivi e anche nelle fasi esecutive, ci sono stati soggetti esterni alla mafia che hanno svolto un ruolo importante.

Di Matteo. La strage di via D’Amelio è stata accelerata rispetto ai programmi originali dei mafiosi. Non era prevista l’eliminazione di Borsellino a 57 giorni soltanto dalla strage di Capaci e in un momento in cui, credetemi, la reazione dello Stato, manifestata con il decreto legge 8 giugno ‘92, si stava spegnendo. A livello politico stava prevalendo l’ipotesi di non convertire in legge il decreto che aveva introdotto il 41 bis. I mafiosi erano consapevoli che Falcone era un nemico per molti, anche all’interno delle istituzioni, e la sua eliminazione, purtroppo, era stata gradita anche in molti ambienti di potere. Nonostante questa consapevolezza, i mafiosi hanno ritenuto di fare un’altra strage. Bisogna capire il perché di questa accelerazione, per capire se riguarda per caso anche quello sciagurato dialogo che alcuni ufficiali dei carabinieri del Ros instaurarono con la mente politica di Cosa Nostra, Vito Ciancimino, che una sentenza definitiva di Firenze dice che oggettivamente provocò in Cosa Nostra la consapevolezza che la strategia delle bombe pagasse. I primi omicidi eccellenti avevano fatto sì che agli occhi di Totò Riina qualcuno dello Stato si fosse fatto avanti. Aveva creato consapevolezza che le bombe stavano costringendo lo Stato al dialogo, legittimando definitivamente Cosa Nostra come forza politica. Bisogna insistere su questo, capire a fondo l’attentato a Maurizio Costanzo, quello di via dei Georgofili, le stragi in contemporanea a Roma e a Milano il 28 luglio, dirette contro due chiese, capire perché le informative dei Servizi, venute fuori solo ultimamente grazie al nostro lavoro a Palermo nell’ambito del processo sulla Trattativa, avevano informato tutti di un possibile imminente attentato nei confronti o del presidente della Camera Napolitano o del presidente del Senato Spadolini. Ma bisogna capire anche, soprattutto, l’ultimo anello della strategia stragista, l’attentato allo Stadio Olimpico, quello in cui dovevano morire centinaia di carabinieri dopo una partita di calcio.

Le indagini hanno dimostrato che quell’attentato era pronto ed era stato materialmente predisposto per il 23 gennaio ‘94 in occasione di Roma-Udinese. L’attentato fallisce per un cattivo funzionamento del telecomando, ma tutti coloro che erano già presenti a Roma erano pronti a ripeterlo la settimana successiva. C’è un nesso tra questo fallito attentato e il fatto che 4 giorni dopo i principali protagonisti – Giuseppe e Filippo Graviano – a Milano, dove si erano recati per una vicenda relativa al provino nel Milan di un loro adepto, vengono arrestati? C’è un nesso col fatto che gli equilibri politici cambino di lì a poco? Ormai abbiamo capito il perché delle stragi, bisogna capire perché improvvisamente, e non credo che l’arresto dei fratelli Graviano possa essere il solo elemento, quelle stragi cessano. In Cosa Nostra si diffonde il convincimento di aver raggiunto l’obiettivo: far la guerra per la pace. Cosa Nostra si è dimostrata capace di uccidere magistrati, politici di governo e di opposizione, ufficiali dei carabinieri, questori, commissari, sacerdoti, imprenditori, giornalisti. E ha nel suo Dna, da sempre, la ricerca costante di rapporti di altissimo livello con la politica nazionale: Andreotti, Dell’Utri (sentenze definitive lo attestano), Contrada, e con il potere regionale (Cuffaro e Lombardo, per citare due casi).

Scarpinato. La corruzione è oggi il principale strumento di penetrazione delle mafie nelle istituzioni. Si è ridotto il tasso di violenza perché non c’è più bisogno di uccidere, corrompi. Abbiamo un ceto politico che, dopo il crollo della Prima Repubblica, ha progressivamente emanato una serie di leggi che hanno impedito il contrasto giudiziario alla corruzione. Oggi la corruzione è sostanzialmente impunita: su 60.000 detenuti, quelli condannati in sede definitiva per corruzione sono talmente pochi che non sono statisticamente riportati. E c’è una differenza fondamentale tra la corruzione della Prima Repubblica e quella della Seconda. Nella prima, quando lo Stato italiano aveva il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato, poteva finanziare la spesa pubblica in modo illimitato e finanziava anche la corruzione. Dopo la fine della Prima Repubblica e poi con i trattati di Maastricht, e l’importanza dell’Ue manifestata in rigorosi vincoli di bilancio, non è più possibile finanziare la corruzione con la spesa pubblica. La corruzione però è rimasta e, anzi, è aumentata, ma ora si finanzia con il taglio ai servizi dello Stato sociale. Uno dei più famosi casi di corruzione è il Mose di Venezia, 2 miliardi il costo iniziale previsto e costo finale, invece, di 6 miliardi, di cui 4 di spesa di corruzione. Nella Prima Repubblica questi 4 miliardi erano di spesa pubblica in più, nella Seconda sono tagli agli ospedali, alle scuole, alle pensioni… Non serve a niente minacciare delle pene severe, perché i colletti bianchi che delinquono sono operatori razionali e prendono in considerazione il concreto rischio di essere scoperti e le concrete conseguenze penali. Oggi il rischio e il costo penale sono prossimi allo zero. Il rischio di essere scoperto è ridotto perché nel mondo dei colletti bianchi c’è un’omertà superiore a quella della mafia, tanto è vero che non abbiamo quasi mai collaboratori. E il rischio è ridotto anche dalla prescrizione, che l’Unione europea ha detto essere criminogena per come è stabilita, perché impedisce di combattere la corruzione, perché non decorre dal momento in cui io pubblico ministero accerto il reato, ma dal momento in cui il reato è stato commesso. Quindi, tutta una serie di reati, dall’abuso d’ufficio al traffico di influenze illecite, il pilotaggio di gare d’appalto, il reato di frode nelle pubbliche forniture, essendo puniti con pene inferiori a 5 anni, si prescrivono in 7 anni e mezzo da quando il reato è stato consumato. Se i reati sono stati consumati 3 o 4 anni fa, a me restano uno o due anni per una sentenza definitiva, impresa impossibile, e non c’è verso di avere una normativa che sia ragionevole. Tutte le riforme che hanno fatto ultimamente non servono, perché sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado non serve, tenuto conto che i pm, di solito, vengono a conoscenza dei reati qualche anno dopo che sono stati compiuti.

Di Matteo. Il sistema mafioso, la sua integrazione col suo sistema corruttivo, la diffusione di metodi mafiosi persino nell’esercizio del potere istituzionale, costituiscono un fattore gravissimo di compromissione della democrazia. Da magistrati, abbiamo una sensazione sgradevole, quella di guidare una macchina della giustizia che ha due velocità: potente ed efficiente quando vuole, perfino spietata, nei confronti della criminalità comune, e assolutamente incapace di sanzionare la criminalità dei colletti bianchi. Penso, ad esempio, alla riforma della prescrizione, che deve decorrere da quando il reato viene scoperto, oppure deve terminare quando il magistrato esercita l’azione penale. In quel modo, ogni intento dilatorio e di fuggire al processo, nonostante i corrotti si possano avvalere degli avvocati più bravi, sarebbe inutile. Penso a una riforma che, sulla falsariga di ciò che è previsto negli Usa, preveda la possibilità di usare gli agenti provocatori per scoprire i corrotti nella PA. Penso alla previsione di benefici sostanziali sulla falsariga di quelli previsti per i collaboratori di giustizia per mafia per chi collabora per reati di corruzione o contro la PA. Penso all’estensione della normativa sulle misure di prevenzione patrimoniali per gli indiziati di mafia nei confronti degli indiziati di fatti gravi di corruzione. Sono tante le possibilità di riforma normativa di cui pure si è parlato ma che normalmente si infrangono contro quella che è una mancanza di volontà di considerare questi problemi come prioritari. Ma oggi, addirittura, e torno a parlare di mafie, non solo non si vuole andare avanti, ma si stanno mettendo in discussione quei capisaldi della normativa che hanno fatto sì che comunque, almeno nei confronti della mafia militare, i passi in avanti siano stati importanti. Si sta nuovamente mettendo in discussione l’ergastolo, l’ergastolo ostativo, cioè l’impossibilità per i condannati per mafia, di godere benefici. Si sta cominciando nuovamente a mettere in discussione, attraverso anche, purtroppo, un sempre più diffuso lassismo nell'applicazione, l’istituto del 41 bis, il carcere duro. Oggi, paradossalmente, ci tocca difendere quegli strumenti normativi che tutto il resto del mondo ci invidia, perché li riconosce come strumenti efficaci contro la mafia.

Oggi gli attacchi all'autonomia della magistratura, che ci sono sempre stati, non provengono solo dal ceto politico. Oggi quegli attacchi portati avanti con campagne ventennali di delegittimazione non della magistratura in generale, ma di quei magistrati che, intendendo il principio della legge uguale per tutti veramente come tale, hanno osato indagare anche sul potere, oggi quegli attacchi non provengono solo dalla politica, ma hanno fatto breccia anche all’interno della magistratura e dell’organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Si stanno creando condizioni pericolose non per la magistratura, ma per i cittadini. Nel 2006 è stata approvata la riforma dell’ordinamento giudiziario che ha previsto una accentuazione della gerarchizzazione delle procure e dei poteri dei pm. Si è venuta a creare una condizione tale per cui gli organi di autogoverno hanno mutuato dalla peggiore politica gli stessi meccanismi spartitori del potere, per esempio nelle nomine dei capi degli uffici, che subiscono sempre di più la volontà di un ceto politico che pregiudizialmente non vuole che certi uffici nevralgici nella struttura giudiziaria complessiva del Paese vengano affidati a magistrati realmente autonomi, coraggiosi, indipendenti, che non tengano in nessun conto il principio di opportunità delle loro iniziative politiche, ma solo il principio della doverosità delle loro iniziative giudiziarie.

Sento sempre più nel nostro ambiente affermare l’importanza della valutazione del principio di opportunità di certe scelte giudiziarie. Per esempio, nell’ambito del Processo per la trattativa, ci siamo sentiti dire “avete agito correttamente, rispettando le norme quando avete citato Napolitano nel processo, avete fatto bene, però non era opportuno”. Sapete quante volte, in indagini come quella su Ilva o in altre, il criterio dell’opportunità finisce per prevalere sugli altri? E quante volte il Csm tende ad assecondare i desiderata politici di nomina nei posti direttivi di magistrati sensibili a quel criterio? Questa è la fine dell’indipendenza della magistratura e fino a quando crediamo nei valori costituzionali anche noi magistrati dobbiamo avere il coraggio di dirlo.

Scarpinato. Qualche anno fa, Time ha pubblicato una graduatoria dei giganti del capitalismo americano. Nei primi 20, accanto a Rockefeller e Bill Gates, ha messo anche Lucky Luciano. Ho chiesto ad alcuni giornalisti del Time il perché della loro scelta. Risposta: “Prima di Lucky Luciano la mafia americana era come quella siciliana, predatrice, quella delle estorsioni, del racket. Lucky Luciano ha un colpo di genio: negli anni del proibizionismo si rende conto che milioni di americani volevano beni e servizi vietati e si inventa la mafia mercatista, che offre sul libero mercato beni e servizi per cui c’è una domanda di massa. A fronte di questa offerta, introita capitali che immette nel circuito produttivo, aiutando il capitalismo americano a decollare”. Questa è diventata una storia italiana.

Dal 2014, l’Ue ha stabilito che nel calcolare il Pil dei Paesi membri bisogna calcolare anche il fatturato della droga, della prostituzione e del contrabbando. Me lo sono fatto spiegare da alcuni economisti: la mafia delle estorsioni sottrae risorse al ciclo produttivo, se impone il suo monopolio è contro la concorrenza e zavorra il Pil, la mafia mercatista invece, che offre droga e prostituzione, a fronte della libera trattazione riceve una prestazione monetaria che fa crescere il Pil. Quindi, ormai, la distinzione di base è tra una mafia predatrice violenta classica e quella nuova, che aumenta il Pil. La mafia russa, in un momento di crisi dell’economia spagnola, ha cominciato a investire nella costruzione di villaggi, facendo girare l’economia, e io credo che molti Paesi dell’Ue, in momenti di recessione come questo, non abbiano interessi a fare l’analisi del sangue ai capitali esteri che investono.
Perché non c’è una reazione popolare? Io non credo sia per paura, credo che invece la mafia mercatista, che si è insediata al Nord, si rapporti alle popolazioni come un’agenzia che offre beni e servizi, immette capitali, fa girare l’economia e che quindi sta diventando molto più pericolosa di quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Dopo la globalizzazione, la creazione di un mercato unico delle merci, la crescita di reddito dei Paesi emergenti consente milioni di nuovi ricchi nel mondo che vogliono imitare lo stile di vita occidentale, il volume globale degli affari di mafia è cresciuto in maniera tale che non è gestibile penalmente. Questo è il terreno di riflessione che manca.

Di Matteo. C’è speranza di capire chi sono quelli che hanno collaborato con Cosa Nostra per le stragi? Chi siano i mandanti? Bisogna leggere le sentenze dei giudici per comprendere che quelli che i mandanti a volto coperto ci sono. Ma finora non c’è stata volontà di dare un nome. In questo momento storico la ricerca dell’approfondimento della verità sulla stagione stragista è rimasta sulle spalle di pochissimi magistrati e pochi investigatori, che pagano prezzi altissimi, primo dei quali la solitudine assoluta, trattati come gli ultimi giapponesi che non capivano che la guerra fosse finita. Vengono denigrati, messi in ridicolo, così come abilmente vengono delegittimati quei pochi collaboratori di giustizia che ancora sono rimasti disponibili a cercare di aprire spiragli di verità.
Oggi ci vorrebbe una mobilitazione forte, anche politica, un’iniziativa non estemporanea da parte di una Commissione parlamentare. Tutto questo non c’è. Non c’è la volontà, al di là di quello che si dice in occasione degli anniversari del 23 maggio e 19 luglio, di completare quel percorso di verità, anzi, quando c’è qualche iniziativa giudiziaria, che al di là delle critiche che si possono muovere e che quindi si possono accettare, come a noi a Palermo col processo alla Trattativa, che ha portato alla sbarra contemporaneamente mafiosi riconosciuti come Riina, Bagarella, Brusca, esponenti delle istituzioni e delle forze di polizia, ed esponenti politici, ecco, quel processo è diventato il bersaglio preferito da colpire, perché è il simbolo di quella pretesa della magistratura di fare luce a 360 gradi.

Quando il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha mosso un conflitto di attribuzioni nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, quel processo è diventato ancor più un bersaglio, anche all’interno della magistratura. Ci sono stati perfino procuratori generali di altri distretti, che nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario in Alto Distretto, hanno criticato l’iniziativa della Procura della Repubblica e della Corte d’Assise (fu Giovanni Canzio, a Milano). Quando si parla del processo sulla Trattativa e di possibili mandanti occulti, tutto si può fare, tutto si può criticare, anzi, chi muove delle critiche o degli attacchi calunniosi è sempre da apprezzare.

Non è importante l’azione del singolo magistrato o l’esito di questo o quel processo, certe volte da questo punto di vista, nei momenti anche di maggiore scoramento, ho l’orgoglio di essere appartenuto a un ufficio che comunque, negli anni, al di là del fatto se le sentenze siano state di condanna o assoluzione, ha fatto venire fuori determinati fatti che il potere non voleva far venire fuori.
Avere stabilito, grazie alle iniziative giudiziarie della Procura di Palermo, con sentenze definitive, che un politico sette volte presidente del Consiglio ha trattato e incontrato personalmente i capi della mafia palermitana prima e dopo l’omicidio di Pier Santi Mattarella, parlandone prima e dopo, non è una cosa da poco. Avere scoperto che uno dei fondatori del partito Forza Italia, Marcello Dell’Utri, è stato colui il quale ha fatto da garante di un patto tra Silvio Berlusconi e i mafiosi, non è cosa da poco. Non è cosa da poco nemmeno aver stabilito, al di là di quella che sarà la sentenza, che nel momento in cui i mafiosi mettevano le bombe, qualcuno dello Stato andava a cercare i mafiosi e chiedeva loro – utilizzo le loro stesse parole nel processo di Firenze –, “Cos’è questo muro contro muro? Cosa si deve fare per far finire queste stragi?”.

Questi sono fatti che l’opinione pubblica deve conoscere e che sono venuti fuori non grazie a un impegno politico, ma grazie all’azione testarda e incisiva della Procura della Repubblica di Palermo negli anni. I fatti sono fatti, anche quando vengono giudicati in sentenza come non sufficienti per condannare qualcuno, perché non c’è la prova del dolo, come avvenuto anche in altri processi recentemente a Palermo, questo significa che i fatti comunque si sono verificati. Adesso la partita è questa: vogliamo una magistratura che si accontenti di perseguire in maniera efficace i criminali comuni o, come accadde miracolosamente all’indomani delle stragi, possiamo aspettarci ancora che l’azione della magistratura si diriga anche nel controllare il modo in cui il potere viene esercitato in Italia? Questa è una partita decisiva per la nostra democrazia e per il nostro futuro.

(5 settembre 2017)