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08 aprile 2024

Presadiretta – A tutto idrogeno

Il viaggio dell’ultima puntata di Presadiretta parlerà dell’idrogeno verde, un gas che non emette co2, che ci consentirà di sganciarci dalle energie fossili.

Poi un passaggio in Svezia dove si producono le batterie a ioni di sodio.

In Italia invece il governo Meloni punta su costosi rigassificatori con cui trasformare l’Italia nell’hub del gas, perché, visto che si deve consumare (e si sta consumando) sempre meno gas?

L’idrogeno verde

Al centro Enea di Casaccia sta crescendo la prima Hydrogen Valley italiana, dove sperimentare l’idrogeno verde: idrogeno prodotto da energie rinnovabili (e non da combustibili fossili) il cui surplus può essere dedicato all’idrogeno “green”.

Per produrre idrogeno si usa il processo di elettrolisi per scindere la molecola dell’acqua: l’acqua diventa un gas combustibile pulito, che non ha nella sua molecola il carbonio.

Serve tanta energia elettrica e serve tanto idrogeno: Presadiretta è andata a Livorno dalla Erre2, dove si producono i macchinari per generare l’idrogeno verde, in loco proprio nelle grandi produzioni industriali che oggi usano fonti energetiche inquinanti.

La tecnologia ad idrogeno andrà in parallelo a quella dell’elettrico, può convivere: è uno strumento in più per arrivare alla decarbonizzazione, la ricerca intanto sta andando avanti per arrivare a celle per centrali a idrogeno meno ingombranti.

Alla Erre2 esportano le loro macchine in Francia e Inghilterra, sono fiduciosi che questa tecnologia, l’idrogeno green, avrà un futuro nella transizione energetica: la Hydrogen Bank sarà finanziata dalla banca europea e su questo settore siamo addirittura davanti alla Cina.
Questi impianti per la elettrolisi sono ancora montati a mano, ma man mano che l’idrogeno verde andrà avanti la sua produzione avrà costi minori.
Come per le altre energie rinnovabili, come il solare: dove c’è il sole oggi produrre energia dal fotovoltaico costa meno rispetto ad altre fonti – spiega Marco Alverà a Presadiretta – il mix del futuro sarà 50% elettricità e il restante deriverà da un combustibile (per le navi, per il riscaldamento, per fare l’acciaio). Questo secondo 50% sarà per metà combustibili a idrogeno e l’altra metà combustibili fuel.

Con l’idrogeno verde si potrebbe ridurre le emissioni per 4 tonnellate l’anno, per questo tanti paesi europei stanno investendo in questo settore.

L’energia in Danimarca

Il vento genera la metà dell’elettricità in Danimarca: questo paese è stato tra i primi a puntare sull’eolico, anche con impianti offshore. Entro il 2030 vogliono quadruplicare l’energia dall’eolico, il surplus di questa energia verrà usata per produrre idrogeno: Presadiretta è entrata nello stabilimento di Everfuel, uno dei più grandi in Europa che è alimentato solo da energie rinnovabili.
Questo impianto venderà anche le energie di scarto, come il calore, per il teleriscaldamento.
L’idrogeno verde è accumulato in tante batterie in serie (poi mandate nella rete), il loro progetto è distribuirlo anche fuori dalla Danimarca.

In Germania nella regione che si affaccia sul mare del nord sono pieni di pale eoliche: sono ovunque perché i contadini si sono messi in società, coltivano e lasciano le pale eoliche sui loro terreni.
Il governo tedesco ha deciso che Amburgo diventerà un grande cantiere per l’idrogeno verde: una centrale a carbone è stata convertita per l’idrogeno verde, che sostituirà il gas naturale entro il 2045, e dovrà riscaldare l’intera città, raccogliendo il calore di scarto da tutte le produzioni industriali (il cui calore non deve essere sprecato).

Intorno al porto di Amburgo sono concentrate decine di industrie pesanti che andranno convertite: questa è la sfida della città che si appoggia proprio all’idrogeno verde, prodotto da energie anche non rinnovabili nel periodo di transizione, ma alla fine si userà solo idrogeno verde.

Negli stessi giorni in cui si sono registrate le interviste, i trattori dei contadini tedeschi sfilavano per le strade protestando contro le scelte dell’Unione Europea, che ha portato al dietro front sui pesticidi. Ma il governo tedesco continua a puntare sulle energie rinnovabili, anche nei grandi processi industriali che hanno bisogno di tanta energia, come quello siderurgico.
Ad esempio alla Arcelor Mittal puntano all’idrogeno verde, al posto del gas (in Germania, non in Italia), per arrivare a produrre acciaio verde.

Comunque due terzi dell’idrogeno verde dovranno essere importati: non saremo mai indipendenti sull’idrogeno dunque, la Germania sarà sempre un consumatore di quello prodotto in altri paesi, per esempio i paesi del nord Europa o i paesi del sud, come il nord Africa.

Dobbiamo prendere l’energia laddove si può, come il nord Africa, e trasformarla in qualcosa che si può trasformare come l’idrogeno: questo è il futuro, nonostante ancora si punti sul gas naturale.

Il grande Hub del gas

In Abruzzo a Sulmona Snam vuole realizzare il centro della rete di smistamento del gas: ma questo progetto, il gasdotto che attraverserà l’appennino, è ancora sulla carta.
Costerà 2,5 miliardi di euro questo progetto che era stato abbandonato e poi risuscitato dal governo Draghi e Meloni poi.
Questo progetto sarà strategicità – spiega la presidente del Consiglio – ma la popolazione locale lo ha criticato per l’impatto ambientale, perché la centrale di Sulmona è in una zona sismica dentro una valle chiusa.
Non ci sarà nessuna ricaduta occupazionale: si tratta di un’opera di pubblica utilità? No perché è stata pensata nei tempi in cui ancora si puntava sul gas, la stessa regione Abruzzo si è detta contraria a questa opera, ma la contrarietà della regione è stata superata dai decreti dei governi Draghi e Meloni.
Il gasdotto dovrebbe passare sotto Paganica, vicino all’Aquila: qui ancora ci sono le cicatrici del terremoto del 2009, poco lontane dal tracciato del gasdotto che prosegue poi verso il nord.
Come si fa a parlare di sicurezza? Le popolazioni sul territorio non credono alle rassicurazioni della Snam e del governo, la gente ha paura.

Ferdinando Galletti è il presidente dell'amministrazione usi civici: a Presadiretta racconta che il suo ok all’opera non lo darà mai, perché prima viene la tranquillità delle persone.

Molti dei proprietari dei terreni su cui dovrà passare il gasdotto hanno già firmato dei documenti in cui consentivano l’opera, ma ora dopo il terremoto temono il pericolo: Snam sta tenendo conto del rischio terremoto, dell’impatto sulle case di questa opera?

L’istituto nazionale di vulcanologia INGV ha confermato queste paure: questoo gasdotto provocherà delle accelerazioni del suolo che potranno essere superiori a quelle previste per l’opera. Il governo Meloni ha chiesto di fare altri studi anche sulla tratta da Sulmona a Foligno e serviranno altri due anni, mentre non si farà nessuna indagine sul tratto verso l’Emilia Romagna.

Ma non si potranno aspettare due anni, perché la Snam deve completare l’opera entro il 2027 per prendere i soldi del pnrr e i lavori devono iniziare entro il primo semestre del 2025, ovvero prima della fine degli studi.

Secondo Snam l’unico tratto dove serve l’analisi di INGV è quello verso Foligno, negli altri tratti le indagini sono sufficienti.

Ma il problema è che il consumo di gas in Italia è in calo: questo è il vero punto, quest’opera è inutile, lo racconta il think tank Ecco.
Anche con una transizione più lieve, il consumo di gas non giustifica investimento, a meno che i consumi di gas crescano (cosa molto improbabile).

Il rischio che la dorsale adriatica verrà ripianato dai consumatori italiani è dunque molto reale: il costo di questo gasdotto, di cui si vanterà questo governo, lo pagheremo noi due volte, prima col Pnrr (che sono soldi dell’Europa) e poi con le bollette.

Salvatore Carollo è stato a capo del trading del gas per Eni: a Presadiretta spiega che questo mercato del gas non interesserà il resto dell’Europa, come nemmeno il gas liquido (che costa anche molto di più).

Perché la Germania dovrebbe comprarsi il gas liquido da noi?

Il presidente Marsilio scarica le colpe al governo Draghi – racconta il conduttore Iacona in trasmissione: il governo Meloni ha solo confermato queste scelte.

Il gas liquido

Per la strategia energetica italiana, fondamentale sarà il rigassificatore davanti Ravenna: in Italia Snam ha acquistato una nave per la rigassificazione, col decreto energia Meloni ha fatto rinascere due progetti per rigassificatori, in Sicilia e in Calabria a Gioia Tauro.

Peccato che, a parte l’essere una fonte energetica vecchia e inquinante, lo stabilimento di Gioia Tauro è abbandonato e usato anche da una comunità di migranti.
A San Ferdinando sono preoccupati del rigassificatore e delle opere accessorie, promesse ma mai messe sulla carta: il sindaco vorrebbe delle garanzie su questa ennesima opera strategica (vecchia e costosa), prima di vedersi depredata un’altra parte del loro territorio.

Conviene investire su questi rigassificatori, la cui costruzione richiederà altri 4-6 anni? Come giustificano queste opere Iren e Surgenia anche di fronte al calo della domanda di gas?
Ci sono ragioni di sicurezza strategica, risponde Iren, che però chiede un forte sostegno economico allo stato, perché sanno benissimo che queste opera non si ripagherebbero da sole. Anche qui saremo sempre noi con le bollette a pagare queste opere.

Abbiamo bisogno anche di nuovi fornitori di gas per il nostro piano: tra i fornitori c’è anche Israele, che vorrebbe essere nostro partner nel piano sull’hub europeo, assieme a noi vorrebbero realizzare un gasdotto dai giacimenti italiani fino a Cipro, poi la Grecia per arrivare alla costa pugliese.

Estmed Poseidon costerebbe miliardi: nemmeno l’Europa ci crede più a questo progetto, ma nonostante questo c’è un grande lavoro di lobby in Parlamento per convincere lo stato a finanziare questa opera.
Le riserve di gas di Israele sono minuscole, anche questo è un fattore che dovrebbe farci riflettere sull’investire o meno su un nuovo gasdotto.

Estmed non servirà nemmeno a trasportare idrogeno verde, perché nel futuro l’idrogeno sarà prodotto – come si è visto prima – laddove sorgono i grandi impianti di elettrolisi.

Combustibili alternativi

Ci sono carburanti a base di idrogeno che possono funzionare anche nei motori termici: il problema è che costa tanto e dunque si pensa di usarlo nei trasporti a lungo raggio, come navi o aerei.

L’idrogeno può essere anche usato nei mezzi pesanti, come i trattori che spostano le merci nei porti: li stanno sperimentando sempre all’Enea con le loro fuel cell, che funzionano in un processo di elettrolisi inversa, l’idrogeno diventa acqua e energia elettrica (vapore acqueo e nessuna emissione di co2).
Ci sono anche le auto ad idrogeno: sono poche e funzionano anche loro col principio della fuel cell, emettono acqua a partire dall’idrogeno.
Sono auto con motore elettrico, con una batteria più piccola, nei serbatoi è contenuto idrogeno e non benzina: il modello della BMW ha una autonomia tra i 5-600 km, al momento sono solo prototipi, ma alla fine di questo decennio pensano di produrla in serie.

Lo svantaggio è il costo e la mancanza di una infrastruttura capillare per il rifornimento dell’idrogeno: in Italia ce ne sono solo due, in Germania ne esistono 60 circa.

Le batterie senza litio

Oggi stiamo costruendo le prime batterie al sodio, senza nemmeno un grammo di litio: questa è la nuova sfida dell’industria, alla faccia dei tanti detrattori dell’elettrico. Non solo, le stesse batterie al litio stanno diventando sempre più efficienti.

Assieme alla rivista indipendente Motor1.com, Presadiretta ha testato nuove auto elettriche per misurarne le performance, in termini di autonomia, di costo per km. Serviranno sempre più auto elettriche, da collegare alla rete per stabilizzarne i picchi quando serve.

In Svezia, dove circolano tante auto elettrico (nonostante il freddo) stanno lavorando a nuove batterie agli ioni di sodio, con un processo più semplice – raccontano dalla Altris: Il processo di produzione per gli ioni di litio o di sodio è lo stesso al 95%, possiamo usare gli stessi macchinari. Il vantaggio è che rispetto alle batterie al litio qui possiamo usare un unico tipo di rame anziché due ha dichiarato all’inviato Alessandro Macina il co-fondatore e CTO di AltrisRonnie Mogensen fare le batterie al sodio è un processo più semplice e le batterie sono più facili da riciclare, i materiali sono sostenibili e tutto quello che c’è in queste celle viene dall’Europa, non bisogna più importare niente.
Dunque non ci sarebbe più bisogno dei metalli delle terre rare con questa tecnologia basata sugli ioni di sodio che al momento è usata per le cosiddette applicazioni stazionarie, dove vengono utilizzate come batterie di accumulo per l’energia prodotta dalle rinnovabili, ma qui in Svezia sono pronti per il grande salto e cioè portare le batterie al sodio anche nel settore dei trasporti, nelle auto elettriche. Sarebbe un bel passo in avanti per la filiera dell’auto elettrica che ci renderebbe più indipendenti dalla Cina.
“Abbiamo celle che possono caricarsi in 15 minuti e sono utili in applicazioni come i veicoli elettrici o come quando è necessaria molta energia in tempi rapidi, la densità energetica diminuisce leggermente, ma possiamo creare celle al sodio per ogni applicazione, la cella giusta per il lavoro giusto e per il consumatore non cambia nulla, userà la stessa colonnina di ricarica di prima, sodio o litio l’infrastruttura è la stessa. Parliamo di pochi anni al massimo, non stiamo parlando di un decennio. Abbiamo clienti automotive che ce le chiedono già ora. Questa cella è davvero molto vicina al mercato. Stiamo recuperando terreno sul litio settimana dopo settimana” ha aggiunto ancora Mogensen a PresaDiretta.

È molto promettente questa tecnologia: ad oggi queste batterie sono più pesanti, ma col tempo diventeranno sempre meno ingombranti: alla Altris immaginano un futuro dove le batterie al litio e al sodio conviveranno, per applicazioni diverse.

A questo progetto delle batterie agli ioni di sodio è interessata la Northvol, il più grande produttore europeo di batterie, che stanno aprendo la prima gigafactory europea del riciclo delle attuali batterie al litio. Dopo aver aperto un primo impianto in Norvegia destinato al riciclo del più grande mercato di auto elettriche, in questi laboratori hanno messo a punto un nuovo processo automatizzato in cui si fa tutto, dal disassemblaggio fino alla black mass, la polvere catodica contenente i materiali per le nuove batterie. Emma Nehrenheim è la responsabile sostenibilità ambientale di NorthVolt “questa polvere nera contiene tutto, grafite, nichel, cobalto, manganese e litio nel processo, aumentando lentamente il ph, riusciamo a separare tutti i diversi metalli fin quando non li avremo ognuno nella sua forma più pura”, il nichel o il cobalto riciclato, che la responsabile ha mostrato al giornalista, spiegando come “la cosa bella dei metalli è che possono essere riportati alla loro forma elementare, cobalto rinnovabile che non è estratto da una miniera, è lo stesso cobalto che continuiamo a tenere in circolo, è questa la chiave della sostenibilità ambientale per i veicoli elettrici perché, o apriamo nuove miniere in Europa oppure investiamo nel riciclo. Ma credo che questo investimento valga molto di più a lungo termine sia in termini di sostenibilità che economici.”
La nuova gigafactory riciclerà 125mila tonnellate di materiali per batterie all’anno, il vantaggio dei metalli riciclati è che le loro prestazioni nelle nuove batterie sono equivalenti o superiori a quelli dei metalli appena estratti e poiché non esauriscono mai le loro proprietà, possono anche essere riciclati più volte, così nel 2021 in questi laboratori NorthVolt ha prodott
o le prime celle 100% riciclate.

Nel loro impianto il riciclo si fa da batterie che vengono da tutto il nord Europa: la strategia è rendere l’Europa indipendente dalla Cina, per le batterie e per il litio, occorre essere pronti a far partire il processo industriale del riciclo appena arriveranno a fine vita le prime batterie.

L’Europa ha messo obblighi di riciclo su ogni materiale e questo farà nascere una grande industria europea del riciclo. Sono previste 41 gigafactory al 2030 con investimenti per 2,6 miliardi ma i ricavi saranno almeno il doppio, ha calcolato il Politecnico di Milano.
Anche per l’Italia il riciclo delle batterie potrebbe essere un mercato promettente: il professor Colledani parla di un mercato da almeno 600 ml di euro l’anno e questa promessa del riciclo è quella che rende l’elettrico diverso dal motore endotermico.

Tutti le grida d’allarme sui rischi del motore elettrico, che ci renderà dipendenti dalla Cina, sono solo propaganda. Oppure ignoranza.

Quanto idrogeno verde produrremo (coi soldi del pnrr)?

Sono circa 3,6 miliardi di euro i fondi del pnrr destinati all’idrogeno verde: Presadiretta è andata a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, dove un’azienda italiana attiva nelle energie rinnovabili prevede di installare 100 megawatt di fotovoltaico per riconvertire un’ex grande area industriale in una Hydrogen Valley: produrre idrogeno verde può essere un buon modo per riutilizzare siti industriali dismessi ma che abbiano ancora infrastrutture utilizzabili.

Il CEO di Ge-Group Federico Parma racconta che in questo sito ci sia ancora una linea per l’alta tensione già connessa, basta girare una leva dell’interruttore, sono presenti 11 pozzi di acqua, una condizione fondamentale per andare a produrre, ci sono 60mila metri quadri coperti e poi il sito è su una dorsale della A1, quindi in una situazione favorevolissima, come tanti altri siti dismessi, “chi è che vorrebbe dieci raffinerie di più in Italia, ma dieci elettrolizzatori ad idrogeno in più non creano problemi, male male emettono ossigeno.. ”
In questo progetto con il calore di scarto per la produzione di idrogeno si climatizza una vertical farm che coltiva in ambiente protetto frutta e ortaggi mentre con l’ossigeno si alimentano allevamenti ittici.
Ma per il fatto che questo progetto è così vario e non prevede la produzione di solo idrogeno verde gli ha impedito di accedere ai fondi del pnrr.

Lo racconta ancora il CEO: “non siamo riusciti in alcun modo ad intercettare alcun fondo per finanziamento pubblico, tenendo conto che questo progetto rientra in dodici misure del pnrr. Creare un’economia circolare dove è tutt’uno non è stato proprio concepito nel pnrr. Fondamentalmente andiamo avanti con soldi 100% privati. ”

Per l’idrogeno in Italia dai fondi pubblici del pnrr sono stanziati 3,6 miliardi di euro, oltre 700ml sono destinati proprio alla creazione di siti di Hydrogen Valley con cui produrre 700 mila tonnellate di idrogeno verde da qui al 2030. ReCommon sta seguendo questi progetti: “lo scenario migliore è quello dove si produce e si utilizza in loco per ad esempio decarbonizzare le industrie ” racconta Elena Gerebizza a Presadiretta, per evitare i problemi del trasporto e della distribuzione dell’energia.
Di progetti simili finanziati dal pnrr ce ne sono più di 50 in quasi tutte le regioni d’Italia, protagonisti sono i grandi operatori dell’energia da Snam a Eni. Quelli dell’associazione ReCommon hanno fatto i conti e si sono accorti che con i soldi stanziati si produrrà solo una minima parte di idrogeno verde, prodotto cioè con le energie rinnovabili, solo 7mila tonnellate: “siamo molto lontani dagli obiettivi e questo lascia immaginare che gli elettrolizzatori che si installeranno nelle Hydrogen Valley utilizzeranno sia energia prodotta in loco, principalmente da fotovoltaico, ma anche energia che circola nella rete [dove l’energia rinnovabile è solo al 40%], quind
i sarà un idrogeno prodotto tramite elettrolisi ma non è necessariamente verde.”

In Italia potremmo produrre poco idrogeno verde, perché manca l’energia rinnovabile di partenza – spiega il professor Setti a Bologna: l’idrogeno verde che parte da un principio buono, parte male in Italia dove manca il surplus di energia rinnovabile. Gli elettrolizzatori saranno alimentati da impianti di rinnovabili dedicati altrimenti prendiamo l’idrogeno che arriva dalla rete.
Il rischio che tutto l’idrogeno che produrremo sarà generato da fonti non green: stiamo investendo per sviluppare un mercato dell’idrogeno che porterà vantaggio solo ai grandi player del settore, che hanno già una filiera pronta.

Oggi paghiamo il prezzo di non aver installato tutta l’energia rinnovabile come avremmo dovuto fare nel passato: siamo appena al 40% dell’energia rinnovabile sul totale, dovremmo arrivare al 60%, c’è ancora una lunga strada da percorrere.

Anteprima Presadiretta – A tutto idrogeno

A che punto è la scommessa per l’idrogeno verde, la fonte per l’energia green su cui hanno puntato Eni e Snam e il governo Meloni che ha intenzione di trasformare l’Italia nell’hub del gas?

L’idrogeno verde, secondo le promesse, dovrebbe alimentare le navi, gli aerei, le acciaierie: sarebbe tutto bello, ma è un sogno realizzabile nel futuro o è già realtà?


Presadiretta è andata a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, dove un’azienda italiana attiva nelle energie rinnovabili prevede di installare 100 megawatt di fotovoltaico per riconvertire un’ex grande area industriale in una Hydrogen Valley: produrre idrogeno verde può essere un buon modo per riutilizzare siti industriali dismessi ma che abbiano ancora infrastrutture utilizzabili.

Il CEO di Ge-Group Federico Parma racconta che in questo sito c’è ancora una linea per l’alta tensione già connessa, basta girare una leva dell’interruttore, sono presenti 11 pozzi di acqua, una condizione fondamentale per andare a produrre, ci sono 60mila metri quadri coperti e poi il sito è su una dorsale della A1, quindi in una situazione favorevolissima, come tanti altri siti dismessi, “chi è che vorrebbe dieci raffinerie di più in Italia, ma dieci elettrolizzatori ad idrogeno in più non creano problemi, male male emettono ossigeno.. ”
In questo progetto con il calore di scarto per la produzione di idrogeno si climatizza una vertical farm che coltiva in ambiente protetto frutta e ortaggi mentre con l’ossigeno si alimentano allevamenti ittici.
Ma per il fatto che questo progetto è così vario e non prevede la produzione di solo idrogeno verde gli ha impedito di accedere ai fondi del pnrr.

Lo racconta ancora il CEO: “non siamo riusciti in alcun modo ad intercettare alcun fondo per finanziamento pubblico, tenendo conto che questo progetto rientra in dodici misure del pnrr. Creare un’economia circolare dove è tutt’uno non è stato proprio concepito nel pnrr. Fondamentalmente andiamo avanti con soldi 100% privati. ”

Per l’idrogeno in Italia dai fondi pubblici del Pnrr sono stanziati 3,6 miliardi di euro, oltre 700ml sono destinati proprio alla creazione di siti di Hydrogen Valley con cui produrre 700 mila tonnellate di idrogeno verde da qui al 2030. ReCommon sta seguendo questi progetti: “lo scenario migliore è quello dove si produce e si utilizza in loco per ad esempio decarbonizzare le industrie ” racconta Elena Gerebizza a Presadiretta, per evitare i problemi del trasporto. Di progetti simili finanziati dal pnrr ce ne sono più di 50 in quasi tutte le regioni d’Italia, protagonisti sono i grandi operatori dell’energia da Snam a Eni. Quelli dell’associazione ReCommon hanno fatto i conti e si sono accorti che con i soldi stanziati si produrrà solo una minima parte di idrogeno verde, prodotto cioè con le energie rinnovabili, solo 7mila tonnellate: “siamo molto lontani dagli obiettivi e questo lascia immaginare che gli elettrolizzatori che si installeranno nelle Hydrogen Valley utilizzeranno sia energia prodotta in loco, principalmente da fotovoltaico ma anche energia che circola nella rete [dove l’energia rinnovabile è solo al 40%], quindi sarà un idrogeno prodotto tramite elettrolisi ma non è necessariamente verde.”

I giornalisti di Presadiretta sono andati a Livorno, dove ha sede uno degli stabilimento della Erre2, che produce elettrolizzatori da più di 20 anni e collabora con Cnr, Enea e Università di Pisa:

PresaDiretta ha visitato gli stabilimenti di produzione, il dipartimento di ricerca e sviluppo per vedere da vicino le innovazioni del settore, intervistando i vertici dell’azienda e il fondatore e presidente Enrico D’Angelo. Quando D’Angelo ha iniziato 38 anni fa a costruire i primi elettrolizzatori in maniera artigianale, per l’industria orafa e altri settori di nicchia, mai si sarebbe immaginato l’esplosione di questa industria. Oggi ha 100 dipendenti in buona parte soci dell’azienda e una nuova sede in apertura, perché il loro sapere è finito al centro della transizione energetica.

Presadiretta ha visitato anche il centro ricerche di Enea di Casaccia, la prima HydrogenValley italiana.


Mentre in Italia il governo Meloni (assieme a Eni e Snam) sta puntando su questo progetto del gas, Presadiretta è andata in Svezia a visitare la fabbrica dell’azienda Altris che produce le batterie agli ioni di sodio (che si ricava dal sale) e non più al litio:

Il processo di produzione per gli ioni di litio o di sodio è lo stesso al 95%, possiamo usare gli stessi macchinari. Il vantaggio è che rispetto alle batterie al litio qui possiamo usare un unico tipo di rame anziché due ha dichiarato all’inviato Alessandro Macina il co-fondatore e CTO di AltrisRonnie Mogensen fare le batterie al sodio è un processo più semplice e le batterie sono più facili da riciclare, i materiali sono sostenibili e tutto quello che c’è in queste celle viene dall’Europa, non bisogna più importare niente.
Dunque non ci sarebbe più bisogno dei metalli delle terre rare con questa tecnologia basata sugli ioni di sodio che al momento è usata per le cosiddette applicazioni stazionarie, dove vengono utilizzate come batterie di accumulo per l’energia prodotta dalle rinnovabili, ma qui in Svezia sono pronti per il grande salto e cioè portare le batterie al sodio anche nel settore dei trasporti, nelle auto elettriche. Sarebbe un bel passo in avanti per la filiera dell’auto elettrica che ci renderebbe più indipendenti dalla Cina.
“Abbiamo celle che possono caricarsi in 15 minuti e sono utili in applicazioni come i veicoli elettrici o come quando è necessaria molta energia in tempi rapidi, la densità energetica diminuisce leggermente, ma possiamo creare celle al sodio per ogni applicazione, la cella giusta per il lavoro giusto e per il consumatore non cambia nulla, userà la stessa colonnina di ricarica di prima, sodio o litio l’infrastruttura è la stessa. Parliamo di pochi anni al massimo, non stiamo parlando di un decennio. Abbiamo clienti automotive che ce le chiedono già ora. Questa cella è davvero molto vicina al mercato. Stiamo recuperando terreno sul litio settimana dopo settimana” ha aggiunto ancora Mogensen a PresaDiretta.

A questo progetto è interessata la Northvol, il più grande produttore europeo di batterie, che stanno aprendo la prima gigafactory europea del riciclo delle attuali batterie al litio. Dopo aver aperto un primo impianto in Norvegia destinato al riciclo del più grande mercato di auto elettriche, in questi laboratori hanno messo a punto un nuovo processo automatizzato in cui si fa tutto, dal disassemblaggio fino alla black mass, la polvere catodica contenente i materiali per le nuove batterie. Emma Nehrenheim è la responsabile sostenibilità ambientale di NorthVolt “questa polvere nera contiene tutto, grafite, nichel, cobalto, manganese e litio nel processo, aumentando lentamente il ph, riusciamo a separare tutti i diversi metalli fin quando non li avremo ognuno nella sua forma più pura”, il nichel o il cobalto riciclato, che la responsabile ha mostrato al giornalista, spiegando come “la cosa bella dei metalli è che possono essere riportati alla loro forma elementare, cobalto rinnovabile che non è estratto da una miniera, è lo stesso cobalto che continuiamo a tenere in circolo, è questa la chiave della sostenibilità ambientale per i veicoli elettrici perché, o apriamo nuove miniere in Europa oppure investiamo nel riciclo. Ma credo che questo investimento valga molto di più a lungo termine sia in termini di sostenibilità che economici.”
La nuova gigafactory riciclerà 125mila tonnellate di materiali per batterie all’anno, il vantaggio dei metalli riciclati è che le loro prestazioni nelle nuove batterie sono equivalenti o superiori a quelli dei metalli appena estratti e poiché non esauriscono mai le loro proprietà, possono anche essere riciclati più volte, così nel 2021 in questi laboratori NorthVolt ha prodotti le prime celle 100% riciclate.
L’Europa ha messo obblighi di riciclo su ogni materiale e questo farà nascere una grande industria europea del riciclo. Sono previste 41 gigafactory al 2030 con investimenti per 2,6 miliardi ma i ricavi saranno almeno il doppio, ha calcolato il Politecnico di Milano. 

La scheda del servizio:

Quale gas per il nostro domani? “PresaDiretta” – in onda lunedì 8 aprile alle 21.20 su Rai 3 con Riccardo Iacona - mette a fuoco l'idrogeno verde nella transizione energetica.  Che ruolo può avere nel nostro mix energetico? I piani del Governo per trasformare l’Italia in hub del gas. A che punto siamo? “A tutto idrogeno” fa il punto sull’Italia e sulle strategie in campo per raggiungere la piena decarbonizzazione entro il 2050. La sfida è ora. Secondo molti è il vero protagonista della transizione green, il tassello mancante che renderà possibile la decarbonizzazione dei nostri sistemi energetici. È l’idrogeno verde, il gas pulito, prodotto dall’acqua, che non emette CO2. “PresaDiretta” è stata presso il Centro Ricerche Enea di Casaccia, la prima Hydrogen Valley italiana, per scoprire come si produce e quali sono le sue applicazioni.  Fondamentale è il suo ruolo per gestire e immagazzinare l'energia in eccesso prodotta da fonti rinnovabili. 

In sommario anche una visita in esclusiva alla prima grande centrale europea pronta a produrre idrogeno verde – un impianto da 20 Mw di potenza in Danimarca – e una ad Amburgo, in Germania, dove si sta realizzando un parco energetico in cui l’idrogeno verde giocherà un ruolo di primo piano. In questi paesi si stanno facendo sperimentazioni per sfruttare il potenziale dell’idrogeno in settori tradizionalmente a impronta fossile come la chimica e la siderurgia. È questa la chiave per un futuro più sostenibile?
Obiettivo, poi, sull’Italia: il Governo vuole realizzare rigassificatori e gasdotti per trasformare il Paese nella porta di ingresso del gas in Europa: è il piano "Italia Hub del Gas". “PresaDiretta” punta l’obiettivo su alcuni progetti chiave di questa strategia: la Dorsale Adriatica, un investimento di 2,4 miliardi, 400 chilometri che dovrebbero collegare l’Abruzzo con l’Emilia-Romagna; il rigassificatore di Gioia Tauro in Calabria che mira ad essere il più grande d’Europa; il progetto EastMed e Poseidon, il gasdotto che dovrebbe collegare Israele alla Puglia.
Non mancano i progetti legati all’idrogeno verde. La strategia italiana è efficace e sostenibile? Quanti progetti ci sono in Italia e come sono finanziati? “PresaDiretta” è stata a Figline, in Toscana, dove è stato creato il primo polo energetico circolare agroalimentare.

E infine, un aggiornamento su auto e batterie elettriche: in Svezia, per vedere come nascono le batterie agli ioni di sodio e per visitare la prima gigafactory europea del riciclo batterie. Un modello di circolarità che potrebbe finalmente aiutarci a superare i modelli produttivi ed economici degli attuali motori endotermici.  “A tutto idrogeno” è un racconto di Riccardo Iacona con Marcello Brecciaroli, Marianna De Marzi, Alessandro Macina, Fabrizio Lazzaretti.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 settembre 2022

Anteprime Presadiretta – I signori del gas

 Puntata quanto mai attuale quella di stasera: si parlerà di gas, di energie fossili, di chi ha guadagnato (e continuerà a guadagnare) dai rincari e dalle speculazioni sul prezzo dell’energia. Ma si affronteranno anche altri temi: i rigassificatori sono l’unica soluzione per scindere la dipendenza dal gas russo? E il famoso gas autarchico è veramente una soluzione per i nostri problemi?

Parlare di gas ed energia significa parlare di geopolitica, del futuro di questo paese, di programmazione industriale, di tutela dei posti di lavoro (penso all’industria dell’auto) e dell’ambiente.

Al listino di Amsterdam il prezzo del gas è cresciuto fino a dieci volte rispetto allo scorso anno, un flusso di denaro che ha continuato ad arrivare anche alla Russia, che ha continuato a guadagnare miliardi vendendoci il suo combustibile dall’inizio della guerra. Sono soldi che alimentano la guerra e la devastazione in Ucraina: nei primi tre mesi di quest’anno la Russia ha raddoppiato i guadagni rispetto al 2021.

Dalla crisi del gas qualcuno ci perde (per i rincari delle bollette, perché i costi per la produzione superano i ricavi delle imprese) ma qualcuno ci guadagna: Presadiretta è andata nell’impianto più grande di esportazione di gas liquido al mondo. Navi che lasciano il porto negli Stati Uniti e che il 75% portano gas liquido verso l’Europa.
Qualche politico lo ha chiamato gas della libertà, perché ci renderebbe liberi dalla dipendenza da quello russo: non è l’opinione di alcuni esperti interpellati dalla trasmissione, “quale libertà, se sei drogato e cambi spacciatore, sei ancora dipendente dalla droga”.

Tra l’altro i due rigassificatori che Snam ha acquistato non risolveranno i problemi energetici di questo inverno e garantiranno un flusso di gas pari a 5 mld di metri cubi (solo l’impianto di Piombino): l’impianto di Ravenna sarà pronto nel 2024, quello di Piombino (che si farà nonostante l’opposizione del sindaco della città) non sarà pronto prima di aprile.

Nello stesso comunicato con con cui annunciava l’acquisto della nave, a luglio, Snam spiegava che “l’avvio di Golar Tundra come Fsru, è atteso durante la primavera del 2023”. Chi lavora al dossier, considera questi tempi un record (va anche aperto il bando per trovare i fornitori), il dubbio è che che alla fine si arrivi all’estate.

Come si intuisce, in ogni caso, Piombino non servirà per l’anno termico 2022/23, che si chiude ad aprile. Eppure il governo sembra ignorare questo fatto. Giovedì in Cdm, illustrando il piano italiano per fare a meno del gas russo, Cingolani ha ribadito ai colleghi che se Piombino non verrà realizzato, “c’è il rischio concreto di andare in emergenza nel marzo 2023”. 
Carlo di Foggia – Il fatto quotidiano 3 settembre

La parola d’ordine se non vogliamo rimanere senza gas è diversificare: i vertici di Eni, accompagnati da Draghi e dal ministro Di Maio, sono andati in Algeria per garantirci una certa quantità di gas. Ma quanto ci costerà e quanto è sicura questa fonte?
I prezzi a cui venderanno il gas aumenteranno – spiega al giornalista di Presadiretta il ministro algerino – “ci sarà una revisione del 10%, del 20% o del 30%”. Perché questo è il mercato: se gli Stati Uniti vendono il loro gas all’Europa a 70$, perché l’Algeria dovrebbe vendere a 12$ - racconta l’ex ministro dell’energia Attar? Come gli Stati Uniti, anche l’Algeria non ha mai guadagnato così tanto dal gas.

C’è anche un altro aspetto, legato al gas algerino: quando dipendi da un paese straniero su un tema come l’energia, si creano delle situazioni di forza come dimostra la storia della sovranità territoriale algerina che, in modo unilaterale, è stata estesa nel 2018 fino a lambire le coste sarde. Hanno creato una sovranità nel mare a due passi dalla Sardegna – racconta a Presadiretta l’ex presidente Pili: la cartina pubblicata dal mensile Limes mostra quanto sia estesa questa zona. L’ex ammiraglio Fabio Caffio, di fronte a questa cartina, spiega come i pescatori sardi, superate le 12 miglia di acque territoriali potrebbero trovarsi, in teoria, una motovedetta algerina che gli addebita la pesca illegale nella loro zona: “L’Algeria ha esercitato una forma di potere geopolitico, allargare la giurisdizione sugli spazi marittimi in modo da acquisire più acqua e quindi più potere negoziale nei confronti dei vicini.”



Nel frattempo il rischio di rimanere senza gas è reale: lo ha spiegato il vicepresidente della commissione Timmermans “se Putin chiude i gasdotti completamente state sicuri che lo farà nel momento in cui potrà farci più male”.

Non è solo il costo del gas: l’aumento del prezzo ha fatto crescere il costo di tutte le materie prime, mettendo a rischio tutta l’industria manifatturiera italiana, ma sono anche previste interruzioni della produzione dell’acciaio, lo racconta da Ravenna il direttore della stabilimento del Gruppo Marcegaglia. Quando è arrivata la guerra il gruppo ha iniziato a riempire i magazzini da mezzo mondo, ma il prezzo dell’acciaio è cresciuto del doppio, a questo si devono aggiungere i costi dell’energia. Una volta l’energia era il 15-20% del costo totale, oggi supera tutti gli altri costi. Per capire l’impatto sul settore produttivo dei rincari in questo stabilimento bisogna tener conto che l’acciaio della Marcegaglia arriva ad altre 15000 aziende e impatta sull’edilizia, sui costruttori di auto, autobus e treni, sull’industria degli elettrodomestici, sull’agricoltura, sulla chimica, sugli arredamenti..



La strada del gas, a cui siamo rimasti testardamente attaccati in questi mesi di pandemia prima e di guerra poi, va in direzione contraria a quanto dovremmo fare per cercare di salvare il pianeta dal problema del riscaldamento globale.
È uscito oggi un articolo su l’Espresso a firma dei giornalisti Simone Alliva, Antonio Fraschilla e Chiara Sgreccia che parla dei ritardi nella transizione ecologica: l’Italia è il peggior paese in Europa per consumo del suolo, emissioni di co2, inquinamento e consumo di energie fossili. Complice la guerra, siamo andati in direzione contraria a quanto avremmo dovuto fare per attuare la decarbonizzazione e la fine del fossile. Nell’articolo si parlano dei decreti attuativi che mancano ancora, per i parchi eolici, per le comunità energetiche, per accellerare la costruzione di nuovi impianti di fotovoltaico nelle ex aree industriali (che andrebbero bonificate).

Così mentre in Italia si discute di rigassificatori e centrali nucleari, dove per evitare la catastrofe e l’emergenza si spera nel buon senso degli italiani (sulla temperatura in casa, sulla cottura degli spaghetti, tutte cose di buon senso certo), dall’estero arrivano notizie che raccontano altro.
In Messico è stato installato il parco solare più grande al mondo, arrivando ad installare 18990 pannelli in un giorno per un impianto che darà energia a 1,3 ml di case.
Negli Stati Uniti prevedono un boom per le energie rinnovabili grazie al “climate bill”, la nuova legge dell’amministrazione Biden che prevede “ incentivi finanziari per far evolvere l'economia americana nella direzione delle energie rinnovabili, limita i prezzi di alcuni farmaci e istituisce un'aliquota fiscale minima per le grandi imprese. ”

Presadiretta ha intervistato l’ex generale Russel Honoré, diventato eroe nazionale quando, dopo il disastro provocato dall’uragano Katrina, guidò i soccorsi rimettendo in piedi la città.
Adesso vive in Luisiana e ha fondato la Green Army, un gruppo di volontari con una missione, combattere l’inquinamento: si è schierato contro gli investimenti per trasportare gas liquefatto perché “questa industria sta distruggendo la nostra acqua, la nostra terra. Sappiamo tutti ormai che l’effetto del metano, in termini del riscaldamento dell’atmosfera, è 80 volte superiore a quello della CO2 nei primi venti anni dal rilascio.”
Che insegnamenti ha avuto dall’emergenza per Katrina?
“Non possiamo approfittarci di madre natura, che può distruggere qualsiasi cosa costruita dagli esseri umani, ma continuiamo ad essere stupidi, a costruire nuovi impianti in mezzo ai territori devastati dagli uragani. Non ha senso! L’Europa può andare avanti con l’energia del vento, del sole, ed è il momento per l’Europa di cambiare: c’è un proverbio cinese che dice, per ogni sfida c’è un’opportunità. Questa guerra può svegliare il mondo.”

E il gas italiano, quello per cui la destra, Salvini e Meloni, chiede di riprendere l’estrazione?

Secondo i dati dello stesso ministero della transizione ecologica le stime del gas nel nostro sottosuolo si aggirano tra i 60-60 miliardi di metri cubi:

Le riserve. L’Italia non ha però così tanti giacimenti con gas pronto a essere estratto. Gli ultimi dati, pubblicati dal ministero della Transizione ecologica, sono del 2021: si dividono in riserve certe (possono essere prodotte con probabilità maggiore del 90%), probabili (la percentuale è del 50%) e possibili (probabilità inferiore di molto al 50%). Il totale delle riserve ad oggi è di 39 miliardi di metri cubi di gas certo, 44 miliardi di metri cubi probabile e 26 miliardi possibile. Il totale, considerando tutto, è 110 miliardi di metri cubi. È ragionevole però prendere in considerazione un valore intorno ai 60-70 miliardi. Meno del consumo nazionale di gas di un anno (75 miliardi di metri cubi).

I giacimenti. Il gas è distribuito in centinaia di giacimenti sparsi su tutto il territorio per i quali servirebbero altrettanti pozzi e piattaforme. Questo implicherebbe costi molto elevati per le aziende petrolifere (hanno bisogno di identificare le posizioni migliori per produrre un buon margine di guadagno in tempi normali) e un margine ridotto o perdite sostenibili ad oggi (l’idea è vendere il gas nazionale a prezzo calmierato alle imprese). Si dovrebbe contare sui giacimenti più grandi, per i quali c’è bisogno di superare divieti ambientali, vincoli legislativi, iter autorizzativi (altrimenti sarebbero probabilmente già stati svuotati) e installazioni o integrazioni dell’infrastruttura. Solo poi su quelli più piccoli e quasi in esaurimento.

Nel caso dei primi, bene che vada non si riuscirebbe a intervenire in poco tempo. Nel caso dei pozzi già esistenti, invece, molti – seppur considerati ancora produttivi – sono quasi esauriti: la pressione al loro interno si è ridotta e produrre è più costoso per le aziende (come dismetterli peraltro), ma è anche da questi che potrebbe arrivare qualche contributo.
Virginia della Sala – Fatto Quotidiano del 3 settembre 2022

Estrarre gas nel nostro sottosuolo, o nell’Adriatico, costa troppo, è svantaggioso economicamente, funziona giusto in campagna elettorale.

La scheda del servizio:

La seconda puntata di PresaDiretta, in onda in diretta lunedì 5 settembre alle 21.20 su Rai3, è dedicata alla crisi del gas. Nel pieno della tempesta scatenata dal prezzo del gas che continua a salire senza controllo, PresaDiretta analizza gli effetti delle scelte energetiche del nostro Paese. Come faranno le imprese a sostenere le bollette e la carenza di materie prime? Che autunno ci aspetta? Ci stiamo rendendo indipendenti dal gas russo, ma i nostri nuovi partner offrono garanzie democratiche? E c’è un legame tra i profitti dell’industria energetica e le guerre? 
PresaDiretta compie un viaggio tra le fabbriche del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, per raccogliere il grido di allarme degli imprenditori. Come faranno le nostre imprese a sostenere i picchi del costo del gas e a rimanere competitive? L’industria italiana è già entrata in una spirale pericolosa: riduzione dei consumi, rallentamento della produzione e conseguente carenza di materie prime. Che effetto avrà tutto questo sulle esportazioni, sugli appalti pubblici e nei cantieri già aperti dove le spese lievitano?  
La ricerca della diversificazione e dell’autonomia da Gazprom, intanto, hanno aperto nuove strade di approvvigionamento. E’ il boom del gas liquido americano, il gnl estratto attraverso la contestata e impattante tecnica del fracking. PresaDiretta è tornata negli Stati Uniti a vedere come funziona il gigantesco mercato del gnl verso l’Europa e a capire quanto ci costerà. 
E poi in Algeria, il nuovo partner privilegiato per la fornitura del gas all’Italia. Che garanzie ci offre davvero questo Paese? 
Una recente ricerca poi, ha messo in relazione le robuste entrate nei bilanci della Federazione russa legate all’export di petrolio e del gas con un massiccio aumento della spesa militare. Qual è allora il legame tra l’industria energetica e la spesa per gli armamenti? 
Ospiti in studio di Riccardo Iacona: Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte e Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, esperto di energia. Insieme parleranno di come affrontare l’emergenza gas, di cosa rischiano le nostre imprese e di come affrontare l’autunno che ci aspetta.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 maggio 2022

Anteprima inchieste di Report – La guerra in Ucraina, i difensori del fossile, il riciclo del vetro

Come mai Putin è così interessato al Donbass? Cos’è il soft power russo con cui il Cremlino ha influenzato i paesi europei, spendendo 240 ml di dollari, passando per società fantasma e offshore? A seguire un servizio sul gas e sul perché non abbiamo mai puntato sulle rinnovabili e nell’anteprima in servizio sul riciclo del vetro.

L’influenza russa in Europa

La democrazia liberale è una ideologia identitaria, sostiene il filosofo russo Dugin, considerato uno dei consiglieri di Putin, ispiratore delle sue politiche di espansione e di influenza fuori dai confini nazionali.

Questa influenza è avvenuta grazie al gas russo, ai soldi degli oligarchi (i cui beni sono solo in parte congelati, la maggior parte stanno al sicuro in paesi offshore), all’aiuto che la Russia in questi anni ha dato alle formazioni dell’estrema destra in Europa, arrivando a condizionare la politica interna di quei paesi.

Fino a ieri stendevamo i tappeti rossi agli oligarchi, sapendo benissimo chi fossero loro e chi fosse Putin, oggi gli congeliamo i beni con l’accusa di riciclaggio e terrorismo, col rischio poi, se non fossimo in grado di dimostrare le accuse, di doverglieli restituire.


L’invasione russa era stata prevista da Dugin: il servizio di Emanuele Bonaccorsi cercherà di spiegare il suo ruolo nel panorama russo.

In un video amatoriale girato durante il suo ultimo viaggio in Italia Dugin racconta di aver percepito l’odio nei confronti della Russia e contro di lui da certi “centri di influenza liberisti, globalisti che hanno fatto la guerra culturale contro me”.

Questo viaggio, durato 14 giorni, ha portato Dugin in dieci città italiane in cui ha partecipato a incontri, convegni, interviste.

In una di queste gli è stato chiesto come mai lei (Dugin) fa così paura: “sono chiamato da alcuni giornali americani il filosofo più pericoloso del mondo”.

Questo forse perché è considerato l’ideologo a cui si ispira il presidente russo Putin: secondo gli analisti occidentali, le sue teorie sull’euroarianesino avrebbero ispirato il progetto da parte della Russia dell’invasione dell’Ucraina.

Ma in cosa consiste questa idea di Dugin di Euroarianesimo?
Risponde il direttore del Center for Democratic Integrity Anton Shekhovstov: “io definisco l’euroarianesimo come una forma di fascismo, nella logica dell’euroarianesimo c’è la concezione dello scontro con l’occidente finalizzato non solo a garantire la sopravvivenza della Russia, ma a farla tornare grande.”
Ma Dugin ha agito non solo come filosofo e ideologo, oggi è possibile ricostruire la rete di relazioni che per anni ha tessuto tra il Cremlino e personaggi influenti in occidente. In una lettera di cui Report ha preso visione elabora
un elenco diviso per singoli paesi. Il titolo è emblematico: Paesi e persone in cui vi sono motivi per creare un club d'élite e/o un gruppo di influenza informativa sulla falsariga di Russia Today.
Lo scopo è diffondere posizioni filo russe, coltivare l’ideologia euroasiatica e minare i principi che fondano l’Europa e l’occidente.

La scheda del servizio: LA LISTA RUSSA di Emanuele Bonaccorsi
Collaborazione Chiara D’Ambros, Edoardo Garibaldi

L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia era stata teorizzata e prevista dal filosofo e ideologo russo Aleksandr Dugin le cui teorie, secondo molti analisti, sarebbero di ispirazione per la politica di Vladimir Putin. Una lettera riservata inviata da Dugin a un suo collaboratore svela il progetto del Cremlino, messo in atto nell'ultimo decennio: generare un sentimento filo-russo nei Paesi europei, minare dall'interno i valori fondanti dell'Europa, contrastare la gestione unipolare del mondo guidata dagli Stati Uniti. La diffusione di questi valori e la loro penetrazione in Occidente viene spinta da Mosca attraverso un sofisticato quanto poderoso meccanismo di "soft power". Investendo oltre 240 milioni di euro, filtrati attraverso società off-shore e compagnie fantasma, la Russia ha stretto rapporti di collaborazione con forze politiche europee di estrema destra e con esponenti del mondo politico e culturale, indirizzando in alcuni casi perfino le scelte politiche e di governo dei Paesi Europei.

Perché la guerra in Donbass

Donetsk, era chiamata la capitale sovietica del carbone, diceva Lenin la cui statua campeggia in una piazza della città, che senza il Donbass il socialismo rimarrà solo un sogno: perché quel carbone vuol dire energia, elettricità, acciaio. Peccato che da allora le condizioni di lavoro di chi estrae il carbone da sottoterra non siano cambiate: quando la miniera visitata da Report è stata aperta il carbone era in superficie, oggi si deve scendere a 750 metri di profondità per estrarlo, ma nel Donbass ce ne sono anche che superano i mille metri di profondità e ventilarle non è per niente facile – racconta uno dei responsabili al giornalista.
Il punto è che il carbone ucraino è un buon carbone, quando viene arricchito arriva all’80% di purezza.

Questo acciaio è strategico anche per l’Italia – racconta Gianni Venturi della Fiom CGIL – “la produzione dell’acciaio in Italia è particolarmente dipendente dall’Ucraina, rischiamo di avere ripercussioni particolarmente pesanti [sulla nostra industria]. Molto dell’acciaio arrivava da Azovstal e noi abbiamo una condizione che è determinata dal fatto che nel nostro paese di produzione di acciaio in un ciclo integrale ormai abbiamo solo lo stabilimento di Taranto e questo significa che non c’è ghisa disponibile nel nostro paese.”

Le aziende stanno provando a risolvere il problema importando la ghisa dal Brasile e dall’Indonesia ma i costi di trasporto sono destinati a salire di molto.

Continua il sindacalista “noi rischiamo di avere qualche decina di migliaia di lavoratori del settore siderurgico e nel settore degli utilizzatori finali in grave difficoltà. [..] Tutto questo si riversa sugli utilizzatori finali dell’acciaio in particolare per quanto riguarda il settore dell’automotive ma anche il settore dei semiconduttori perché non tutti sanno che nella produzione dell’acciaio da ciclo integrale si liberano dei gas particolarmente pregiati come il neon che vengono usati per la tracciamento dei semiconduttori.”

La scheda del servizio: LA GUERRA DEL CARBONE Di Manuele Bonaccorsi
Collaborazione Giulia Sabella

La Russia vuole annetterlo, l'Ucraina non vuole cederlo. Il Donbass è la regione contesa, dove la guerra è iniziata ormai otto anni fa. I nostri inviati si sono recati a Donetsk, capitale della Repubblica popolare filorussa, che si è proclamata indipendente dopo la rivolta Euromaidan del 2014. Ma cosa rende il Donbass così importante? Patria dei più ricchi oligarchi ucraini, il suo carbone e le sue acciaierie lo rendono strategico. Non solo per Putin e l’Ucraina, ma anche per l'Italia, che a causa della guerra rischia di veder crollare la sua produzione di acciaio e l'indotto connesso.

La mancata transizione energetica

Perfino il presidente Draghi ha parlato di maggiori investimenti sulle energie rinnovabili per far fronte alla crisi energetica, specie dopo l’inizio della guerra in Ucraina e la necessità di rendersi indipendenti dal gas russo. Di fronte ai deputati ha spiegato di come il governo sia impegnato a diversificare le forniture, aumentare il contributo delle fonti rinnovabili, che “resta l’unica strategia fondamentale nel lungo periodo. Tutto quello che sperimentiamo finora è transizione.”

MA nonostante gli annunci la strategia si è concentrata solo sulla ricerca di altro gas a migliaia di km di distanza, eppure potrebbe esserci una soluzione a km zero, molto più economica e sostenibile, costruire nuovi impianti di energia rinnovabile come chiedono di fare dall'inizio della crisi in Ucraina gli imprenditori del settore.
Agostino Re Rebaudengo è presidente dell’associazione elettricità futura: “Noi chiediamo di poter fare 60 GW di nuovi impianti in questo modo potremmo le importazioni di gas russo.”

Sono 60 GW di energia verde che potrebbero partire subito da qui ai prossimi tre anni.
Oggi in Italia sono installati in totale impianti di rinnovabili per 56 GW, se il governo
autorizzasse gli impianti pronti a partire si potrebbe in breve tempo raddoppiare la quota di energia verde prodotta in Italia e dimezzare le importazioni di gas russo.
Ma, a più di un mese dall’in
izio della guerra non è stato alcun atto formale per lo sblocco di questi 60GW: gli imprenditori non chiedono soldi, sono pronti ad investire fino a 80 miliardi nei prossimi anni.
Cosa dice il ministro Cingolani: “Macron ha fatto un piano da 100GW in dieci anni, noi
abbiamo fatto un piano da 70GEW in sette anni. Si sbagliano tutti?”

D’altronde l’Italia si è battuta in Europa affinché nell’elenco della tassonomia verde fosse presente anche il gas: Sul come sia potuto succedere tutto questo, lo spiega a Report il vicepresidente della Commissione ambiente al parlamento europeo, Bas Eickhout, relatore della legge sulla tassonomia.

“Il ruolo sulla legge per la tassonomia lo ha avuto la Francia che ha dichiarato sin dall’inizio di volere il nucleare dentro la tassonomia, ma visto che era complicato lo ha legato al gas. Perché mettendo assieme nucleare e gas poteva creare una coalizione di paesi più larga.”
E qual è stato il comportamento del governo italiano?
“L’Italia non ha preso una posizione precisa, ma posso rilevarvi che Draghi dietro le quinte ha fatto pressioni per il gas, d’altronde il ministro dell’Ambiente italiano è un sostenitore del nucleare, e Draghi del gas, quindi questa tassonomia metteva tutti d’accordo. ”

Cosa risponde il ministro Cingolani a questa ricostruzione?
“Noi non abbiamo spinto per il gas, a noi è stato chiesto un parere da tecnico, il nostro parere è stato che non potevamo che accettare questo perché non c’è in questo momento un altro vettore di transizione.”
Non è paradossale che in una tassonomia verde ci sia anche il gas? Visto che dovrebbe indirizzare gli investimenti verso le energie veramente verdi.
“Non lo è, ed è questo l’errore che fanno tutti quelli che vedono la parola verde: siccome tutta l’Europa va avanti a carbone qual è il modo migliore per accelerare l’uscita dal carbone? Passarlo al gas.. ”

La scheda del servizio: BLOWING IN THE WIND di Giorgio Mottola
Collaborazione Norma Ferrara

Da settimane i ministri del governo Draghi girano il mondo a caccia di nuovi fornitori di gas che possano rimpiazzare la Russia. Finora sono stati portati a casa accordi con Paesi a democrazia limitata o con vere e proprie dittature. Accordi di cui non conosciamo i dettagli: non sappiamo quanto pagheremo il metano e nemmeno quali società lo esporteranno in Italia. Eppure, c’è una soluzione a chilometro zero molto più sostenibile dal punto di vista economico e democratico: gli imprenditori italiani e stranieri sono disposti a investire nel nostro Paese 80 miliardi di euro per costruire nuovi impianti di rinnovabili che consentirebbero in poco tempo di rimpiazzare metà del gas russo. Ma dal governo non è arrivata nessuna risposta. Report mostrerà in esclusiva con documenti inediti, come, sull’esecutivo guidato da Draghi, le lobby dell’industria fossile sembrano aver esercitato finora una forte pressione.

Il riciclaggio del vetro

C’era una volta la bottiglia di vetro per il latte, c’era quella dell’acqua (e in parte si usa ancora): poi è arrivata la plastica e ha spazzato via tutto. Eppure il vetro si può riciclare, non inquina, non rilascia nulla al liquido contenuto: ma ne produciamo poco e, lamentano le aziende del settore, non si riesce a coprire nemmeno il fabbisogno nazionale anche a causa dell’aumento dei prezzi, fino al +30%.

La scheda del servizio: UNA BOTTIGLIA È PER SEMPRE di Chiara De Luca

Il vetro cavo che oggi produciamo in Italia non basta a coprire il fabbisogno e i produttori non riescono a far fronte a questa carenza. Chi riesce a reperirlo deve fare i conti con un notevole aumento dei prezzi dovuto all'aumento del costo dell’energia e la guerra ha ridotto le importazioni. Quale potrebbe essere una soluzione? Report è andato in Lituania a vedere come funziona il sistema di deposito cauzionale per rimettere in circolo il vetro usato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

16 novembre 2021

Report – (in)capacity market e biodiversità

Come vivono nel territorio dove coltivano le nocciole per la nutella e come vivono nei territori dei più grandi vivai?

Poi un servizio sul frutto proibito, il dattero di mare, così proibito e ambito da politici, magistrati perfino dall'uomo più ricco della terra.

Ma prima, nell'anticipazione, come stiamo gestendo la transizione ecologica?

Incapacity Market di Lucina Paternesi

Cosa accadrebbe se, un giorno all'improvviso, non avessimo più energia per la nostra casa, per gli uffici, per le aziende? Per scongiurare i blackout che fermerebbero il paese l'Italia (su indicazione dell'Europa) ha creato il sistema “capacity market”, si tratta di aste di energia che paghiamo oggi per avere una riserva domani, in caso di bisogno.

Ma questa energia da dove arriva? Dal gas, alla faccia della transizione ecologica: oggi non avrei firmato quegli accordi dice il ministro Cingolani, perché non hanno senso.

Ma anche ieri non avevano senso: abbiamo stanziato miliardi per comprare energia passando per un'asta (ad un prezzo salato) senza chiederci da dove venisse, così anziché smantellare il gas e il metano, dovremo ricorrere proprio all'energia fossile.

Enel e Edison, grazie al capacity market, stanno costruendo nuove centrali a gas: Edison si è accaparrato incentivi statali per costruire una centrale a Marghera e poi a Caserta (con un progetto vecchio di venti anni).

Edison incasserà 750ml nei prossimi anni, più del doppio di quanto costerebbe realizzare queste centrali: queste centrali, che verranno usate in modo discontinuo, inquineranno anche di più se fossero usate in modo continuativo. Era proprio necessario realizzare queste centrali?

Anziché investire in eolico e fotovoltaico, dovendo dismette il carbone, dobbiamo passare al gas: “è un qualcosa di inefficiente” è il commento di Michele Governatori, responsabile del programma energia del Think Thank Ecco “ed è anche incompatibile con gli obiettivi di decarbonizzazione. Un azzardo che rischia di bloccare tecnologie alternative coerenti con la fine delle energie fossili.”

Ma il ministro Cingolani la pensa in modo diverso.

“In questo momento è inutile fare voli pindarici” risponde il ministro: “abbiamo nove anni per arrivare al target europeo degli accordi di Parigi [del 2015] del 55% di decarbonizzazione, lì credo che la tecnologia ci darà risposte enormi.”

In attesa della tecnologia c'è chi incassa: Enel ad esempio, che prenderà 750ml dalle aste, per potenziare impianti esistenti come quelli di Priolo e Termini Imerese mentre nuovi camini e nuove turbine verranno installate in Sicilia, a La Spezia e nella laguna di Venezia, nuovi impianti da 100MW dove un tempo bruciava il carbone.

Per Carlo Tamburi, AD di Enel Italia, questo è il principale strumento per favorire la transizione ecologica “meglio fare del nuovo gas, sicuramente più efficiente e performante piuttosto che lasciare il carbone.”

Per arrivare la transazione ecologica serve passare per la cruna del gas e la pagheremo noi utenti: i consumatori pagheranno per queste centrali e anche per quelle a carbone che Enel sta riconvertendo da carbone a gas.

Non era meglio incentiva tecnologie che guardano al futuro e meno inquinanti?

Del Pizzo, responsabile strategie Terna, dice che dobbiamo dare a tutte le tecnologie le stesse possibilità, come se queste avessero lo stesso impatto sull'ambiente. Ma ora Cingolani cambierà le regole del capacity market per il 2024?

Edison ed Enel dicono che le scelte sono state fatte da Terna e da chi deve distribuire l'energia, ma poi Terna scarica la colpa alla politica. Un altro aiuto di stato a chi sta costruendo queste centrali?

Monoculture o Biodiversità – (e che nocciola sia) di Bernardo Iovene

Che mondo sarebbe senza Nutella?

La nocciola è la base della Nutella, del gusto più famoso e venduto di gelato, di dolci e biscotti: ma basta una nocciola cimiciata (con la puntura della cimice) per far andare a male il prodotto, il gelato potrebbe avere un gusto rancido.

Le aziende grandi eliminano il problema alla base usando prodotti chimici, altri ne fanno a meno: il problema non è di salute ma riguarda la biodiversità.

Quando si fanno grandi coltivazioni monocoltura, come succede nel viterbese, si hanno sempre degli effetti collaterali nei tanti comuni dove gli amministratori locali temono il potere della Ferrero, una multinazionale del settore alimentare.

Qui una volta erano tutte vigne – racconta un contadino nel pistoiese a Bernardo Iovene, in una campagna dove si è circondati da alberi di nocciole: Vignanello era il paese delle vigne, una volta, oggi è il paese dei noccioleti, perché da queste parti piantare nocciole è diventato un investimento, ma la cultura intensiva ha le sue controindicazioni, specie per chi ci vive in mezzo. Coltivare le nocciole è più facile rispetto alle viti, che richiedono maggiori attenzioni e lavoro: così dove una volta erano vigneti, oggi è solo noccioleti.

Anche nel viterbese, pascoli, culture di frutta sono state convertite in noccioleti, che per il grande bisogno di acqua hanno prosciugato l'acqua, come successo a Gallese.

A Nepi, poco lontano, l'amministrazione si sta battendo contro i produttori intensivi dei noccioleti per l'abuso dei trattamenti e per il prosciugamento dei pozzi. Chi vive in mezzo alle coltivazioni deve uscire di casa con la maschera: le denunce dei cittadini non hanno avuto seguito perché le amministrazioni sono impotenti contro la “grande azienda” che compra queste nocciole.

Il sindaco di Nepi non fa il nome di questa “grande azienda”, la Ferrero: il viterbese è il più grande serbatoio di nocciole in Italia, che poi vengono trasformate nel suo stabilimento.

Ferrero non fa trasformazione qui e soprattutto non vuole il biologico e dunque i produttori devono usare la chimica per proteggere il frutto: con quali effetti sulla salute?

Si parla di maggiore incidenza di melanomi, per l'esposizione ai pesticidi – spiega a Report un medico.

Per questo motivo 13 comuni si sono organizzati in un consorzio per vietare l'uso del glifosato e per tutelare la cultura biologica: ma il consorzio Assofrutti, che è fornitore di Ferrero, si è opposto a queste ordinanze perché le ritengono imposizioni troppo restrittive.

Ma sostanze tossiche (come arsenico e fosforo) e batteri sono stati trovati nelle acque del lago di Vico: l'ex sindaco di Caprarola, intervistato da Bernardo Iovene, assicura che l'acqua del lago di Vico è potabile per i cittadini. Ma, intervistando il tecnico degli impianti di trattamento, emerge che l'acqua non è potabile, perché manca l'autorizzazione finale dell'ASL, che ha sospeso il giudizio sulla potabilità.

“L'acqua non è potabile nella forma ma non nella sostanza” assicura l'ex sindaco (lo era fino al momento del servizio) che assicura che ai suoi cittadini non è mai arrivata acqua tossica.


In realtà il rapporto dell'ASL è chiaro: anche dopo il trattamento l'acqua non è potabile, anche perché dai rubinetti esce con un coloro scuro, costringendo le persone a prendere l'acqua da un'altra fonte o dai distributori automatici.

Anche a Ronciglione c'è la stessa situazione: ci sono gli erogatori comunali per le persone, ma anche qui il problema sono le condutture, da cui esce acqua con arsenico e di un colore scuro. Per queste storie l'Unione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro l'Italia.

Ora i produttori si stanno spostando verso il lago di Bolsena: qui i terreni si stanno riconvertendo alla nocciola, con produttori che prendono i contributi per il biologico, ma poi appena si va in produzione (dopo 5 anni) smettono di fare i biologici e pompano con la chimica. Sono i furbetti del biologico.

Tutto per colpa della cimice: quest'anno, per colpa delle gelate molti produttori “convenzionali” (cioè non biologici) hanno perso una buona parte del raccolto.

Produttori che devono combattere la cimice con la chimica perché, racconta uno di loro, senza la chimica il prodotto sarebbe peggiore.

Ci sono invece coltivatori che, sposando la linea biologica, di trattamenti non ne fanno i quali vendono la loro crema spalmabile: Iovene ha cercato anche in questa produzione biologica la presenza di cimici, rilevando (da un suo test, che non fa statistica) che l'assenza di trattamenti non comporta necessariamente un prodotto peggiore.

Cosa fanno questi coltivatori per combattere le cimici? Hanno piantato leguminose e trifogli sotto le piante per attrarre questo insetto, sono tecniche che comportano costi e sacrifici, ma che darebbero risultati migliori, spiegano questi produttori.

La soluzione è dunque la biodiversità (che darebbe minore produzione): è la battaglia dei sindaci del biodistretto che si stanno scontrando con Confagricoltura e Assofrutti, contrari alla imposizione del biologico.

La provincia di Viterbo sta cercando di mediare tra le due posizioni, biologico e tradizionale, mentre i sindaci si trovano nel mezzo delle pressioni dei produttori convenzionali.

“Sto cercando di difendere la biodiversità di questo territorio” racconta il sindaco di Nepi.

Assofrutti ha spiegato a Report che loro non usano più glifosato, perché prodotto superato dalle nuove tecniche, ma ha presentato un ricorso alle ordinanze dei comuni e il ministero della transizione si è schierato dalla loro parte.

Nel frattempo, i produttori biologici producono una crema spalmabile (biologica) che però è per la maggior parte venduta all'estero.

Ferrero, pur non accettando un'intervista, ha deciso di sviluppare in Italia un progetto di nocciola tracciabile, in una lettera inviata a Report.

I vivai nel pistoiese.

A Pistoia c'è il distretto più grande al mondo dei vivai: 5200 ettari a ridosso della città e dei paesi limitrofi, che vende piante per i più grandi giardini al mondo, perfino a Versailles.

Vannucci è l'azienda più grande e vende i suoi prodotti all'estero, piante belle e floride ma che creano problemi al territorio: non sono solo la fabbrica di ossigeno d'Italia.

Perché anche nei vivai si fanno trattamenti e anche a ridosso delle case delle persone, come Silvia Capo: ci sono vivai con piante a terra, dove per pulire il terreno si usa il glifosato che garantisce una resa migliore rispetto all'estirpazione a mano delle erbe infestanti e degli insetti.

Ma i fitofarmaci, se non spruzzati a terra e in modo diretto sulle piante, finiscono nell'aria e fino alle case a ridosso delle piante, dove le persone sono ad un passo dall'esasperazione.

Denunce ed esposti delle persone rimangono inascoltate: Report è andata ad intervistare il presidente distretto vivaistico di Pistoia che è un agronomo, che però difende l'uso del glifosato.

Da una parte la produzione e la resa, per i vivaisti, che devono inseguire una domanda mondiale che è cresciuta di dieci volte, dall'altra parte una provincia e i suoi abitanti che devono convivere con i vivai e con i fitofarmaci nell'aria.

E non sempre le regole vengono rispettare dai vivaisti: non siamo tutti santi – ammette il presidente dei vivaisti, perché dopo i controlli molte aziende (nove su dieci) avevano situazioni di irregolarità (usavano prodotti scaduti o che dovevano essere ritirati che invece erano sparsi sui terreno).

Tracce di fitofarmaci sono state trovate nei pozzi, che dovrebbero essere a distanza di almeno dieci metri e i campi.

E attorno ai pozzi, per un raggio di duecento metri, non dovrebbero essere usati pesticidi o sostanze tossiche: ma poi la regione ha autorizzato una serie di pesticidi, togliendo vincoli rispetto alla legge nazionale che riprende le direttive europee.

A complicare le cose c'è poi una ordinanza del comune di Pistoia, che prevede una soglia di venti metri attorno ai pozzi di captazione: una confusione che consente ai vivaisti non onesti di fare come vogliono.

Iovene ha ottenuto una intervista al responsabile del settore agricoltura in regione Toscana (che ha tirato in ballo il comitato di tecnici che ha consultato per le sue scelte): la regione nel piano regionale aveva consentito l'uso del glifosato (assieme ad altre sostanze attive), poi bloccato.

Il presidente del consorzio vivaistico vorrebbe espandersi, creando vivai ex novo in modo biologico: ma chi controllerà l'applicazione delle norme, in questa situazione di confusione, con norme diverse tra comune e regione ed enti di controllo come ARPAT?

In attesa di vedere come andrà a finire, la qualità delle acque in questa zona della Toscana è pessima.