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19 marzo 2020

Il nodo al fazzoletto (anche in tempi di virus)

Anche in tempi di corona virus, che ci sta cambiando la vita, non ci dobbiamo dimenticare dei tanti nodi al fazzoletto che ci siamo fatti, per non dimenticare la nostra storia.

Questa settimana è cominciata col ricordo della strage di via Fani, l'eccidio della scorta del presidente Aldo Moro il 16 marzo 1978.


Ieri era l'anniversario della morte di Fausto e Iaio: due ragazzi milanesi uccisi la sera del 18 marzo 1978 in zona Casoretto, pochi giorni dopo via Fani, da un killer rimasto ignoto.
Un delitto con tante zone d'ombra e sinistri collegamenti con quanto stava succedendo a Roma, col rapimento di Moro da parte delle BR. 
Poi succede quello che deve succedere.Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.E se vai a dire all'onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.[La famosa teoria dei cerchi concentrici di Corrado Guerzoni, collaboratore di Aldo Moro]
Due ragazzi con tanti sogni che non hanno potuto realizzare.


Il giuslavorista Marco Biagi fu ucciso a Bologna, mentre tornava a casa, il 19 marzo 2002 dalle nuove BR (del nucleo costituitosi attorno a Nadia Lioce). Fu ucciso per colpire quello Stato che non deve funzionare, quello Stato che non deve cercare di far funzionare bene le cose nel mondo del lavoro. Ucciso perché lo Stato si abbatte.
Si rammaricava, in una lettea scritta ai collaboratori dell'allora ministro del lavoro Sacconi, per la scorta che gli era stata tolta
“La politica ha prevalso e non ci resta che accettare i risultati pur nella certezza di aver fatto tutto il possibile per evitare lo scontro. Cominciano tristi conseguenze per me in quanto alcuni colleghi con vari pretesti stanno prendendo le distanze. Eppure, con riserve sulle decisioni adottate, ho un senso di profonda lealtà nei confronti di Maroni e Sacconi, mi sentirei un vigliacco a stare dalla parte di Cofferati, dove si adagia la maggior parte dei giuslavoristi per conformismo e tranquillità personale.Ti ho scritto queste cose perché tu sai quanto, nella nostra materia costano certe scelte. Quanto costa stare dalla parte del progresso anche quando non è capiti”.


Guido Galli è un altra vittima del terrorismo, ucciso nei corridoi della Statale di Milano il 19 marzo 1980, al termine di una lezione da un commando di Prima Linea. Da magistrato aveva seguito inchieste importanti sul terrorismo rosso.  
Col suo lavoro rendeva credibile lo Stato che i terroristi rifiutavano, lo avevano pure scritto nella rivendicazione: Galli "apparteneva alla frazione riformista e garantista della magistratura" colpevole di aver ricostruito "l’Ufficio Istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente".

18 marzo 2018

Strani eroi di Alessandro Bongiorni


Incipit
Milano, 10 ottobre 1990Via Monte Nevoso Ore 04.00
L’uomo parcheggiò sul passo carrabile. Scese dalla macchina con la sua solita tracolla di pelle. Estrasse le chiavi del civico 8, aprì il portone, salì al primo piano ed entrò nell'appartamento che dodici anni prima era stato il covo di Azzolini, Bonisoli e della Mantovani.Si chiuse la porta alle spalle e iniziò a girare la casa, al buio.Raggiunse il tavolo su cui il capitano Arlati aveva trovato il memoriale di Aldo Moro, spostò una sedia e ci sprofondò sopra.Dall'imbottitura uscì uno sbuffo di polvere.Fumò una Gauloises.Quando ebbe finito si alzò, si avvicinò alla finestra, guardò dall'altra parte della strada: a sette metri da lui, nella vecchia camera di Fausto Tinelli, c'era la luce accesa.Erano anni che Danila non la spegneva.Poi l'uomo si chinò, rimosse la parete di cartongesso sotto alle imposte e aprì la sua tracolla di pelle. Estrasse il plico. Lo guardò a lungo.Erano dodici anni che lo custodiva.Gli era arrivato per posta quando le cose si erano messe male – il mantenimento di una promessa cui non aveva mai creduto davvero – e da quel momento non ne aveva mai parlato con nessuno.Dietro al pannello, nell'intercapedine, c'era il borsone nero.Lo aprì e controllò il contenuto.Sorrise.Esattamente come gli avevano detto.Poi infilò il plico nel borsone, riposizionò nel pannello e se ne andò.


Nell'introduzione al romanzo, l'autore scrive:
«Questo è un romanzo in cui si narra di fatti realmente accaduti, di altri che non sono accaduti e di altri ancora che sarebbero potuti accadere.»

I fatti accaduti sono quelli ricordati ogni anno, ogni 16 marzo: il rapimento di Aldo Moro e l'uccisione della sua scorta, in via Fani a Roma, mentre si accingeva di andare a votare la fiducia alla Camera al governo di “non opposizione” dei comunisti, frutto del lungo percorso di avvicinamento dei due grandi partiti di massa.
Ma tra i fatti reali attorno a cui si sviluppa il racconto c'è anche il duplice omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci, delitto senza alcun colpevole anzi, un delitto con una soluzione di comodo (una storia tra spacciatori, no un omicidio interno alla sinistra) e senza alcuna indagine seria da parte della polizia.

La caccia al memoriale di Moro, quello scoperto una prima volta nel covo delle BR di via Monte Nevoso, a pochi passi dalla stanza di Fausto Tinelli guarda caso.
E quello scoperto poi successivamente nell'ottobre 1990, a muro di Berlino abbattuto, contenente qualche paginetta in più.
Un memoriale contenente gli interrogatori, le lettere, i segreti di Stato confessati da Moro ai suoi carcerieri nella prigione del popolo. Gladio, il golpe De Lorenzo, Piazza Fontana ..
Un memoria che faceva paura a tanti e che in tanti avevano cercato: come il generale Dalla Chiesa e il suo aiutante Varisco, come il giornalista Carmine Pecorelli, giornalista.
Tutti e tre accomunati dal medesimo destino di morte.

Ecco, su queste storie, su queste strane (perché misteriose, perché con troppe zone d'ombra) possiamo fermarci alla verità di comodo, alla forma dell'acqua (per citare un famoso romanzo di Camilleri), oppure possiamo usare l'arma della fiction, della storia romanzata, per cercare di arrivare ad una verità diversa, scomoda per qualcuno, ma forse più verosimile di quello che si è raccontato fino ad oggi.

Così, Alessandro Bongiorni, promettente giallista milanese, prova a raccontarci le stesse storie, seguendo punti diversi, quelli degli strani eroi di un “romanzo criminale” della fine della Prima Repubblica.
Persone che forse non sono mai esistite, ma che avrebbero potuto anche esistere.

Persone che si muovono a fianco degli attori principali, Aldo Moro e la scorta, Andreotti e Cossiga, la scorta, le BR ufficialmente responsabili del rapimento e della morte del presidente DC.

Persone come il colonnello Ruiu, anima sporca dell'Ucigos, la struttura di intelligence del Viminale voluta da Cossiga, che prese il posto dell'ispettorato antiterrorismo del prefetto Santillo, composto da poliziotti poco flessibili alla ragione di stato, specie quando questa è contraria alle leggi, in nome di una ragione di stato usata per nascondere interessi di potere.
Ufficialmente era un carabiniere, ma da un mese e mezzo le cose erano cambiate. Il nuovo anno, infatti, si era aperto con la creazione, da parte del ministro dell’Interno Cossiga, dell’Ucigosuna struttura particolare che dipendeva direttamente dal Viminale. Un gradino sopra la normale polizia, un gradino sotto i Servizi.

Dove sta il confine tra il bene e il male, se sei costretto sempre a stare dalla parte del male?

Persone come il bastardo e il segugio, i due giornalisti de l'Unità Brutto e Peres, che si mettono subito a seguire una loro pista sul delitto di Fausto e Iaio.
Il primo dei due, Mauro Brutto, è un giornalista è veramente esistito (ancora una volta, realtà e un pizzico di finzione), se volete sapere qualche cosa di più potete leggere il libro di Daniele Biacchessi “Fausto e Iaio – La speranza muore a diciottoanni”.

Persone come Cinzia, la donna usata dall'uomo Potente (così viene chiamato nel corso del libro, senza mai usarne il nome, anche se si comprende che dietro ci sia l'ombra di Gelli) per andare a letto con gli uomini per carpire i segreti e poterli manovrare.

16 marzo 1978, Roma
Il quinto governo Andreotti, monocolore DC con l'appoggio esterno del PCI, doveva essere il culmine della carriera politica di Aldo Moro: quella mattina, assieme alla sua scorta stava andando a votare la fiducia ad un esecutivo in cui finalmente si coinvolgeva il più grande partito comunista in Occidente di prendersi un pezzo delle responsabilità di governo.
Un percorso di avvicinamento, quello di Moro e Berlinguer, nato dal desiderio di fare un passo in avanti al paese, dopo il golpe in Grecia e quello in Cile, dopo la contestazione, le stragi negli anni precedenti, le minacce velate ricevute da Washington.
«La avverto», aveva tagliato corto Kissinger, le mani piantate sul tavolo. «Se non cambia la sua linea politica, la pagherà molto cara.»

Il rapimento di Moro e la strage della scorta (con tutti i dubbi sulla dinamica ancora oggi rimasti) fu uno choc per il paese.
La mobilitazione delle masse, che si auspicavano i dirigenti delle BR, ci fu, ma in senso inverso, per difendere le istituzioni, non per abbatterle.
Uno choc per il suo partito, per il Parlamento, ma in particolare anche per due suoi colleghi: Cossiga e Andreotti, preoccupati per due borse di Moro finite nelle mani dei brigatisti e contenenti documenti importanti per il paese.
Aveva staccato da meno di un’ora, e alle sette avrebbe dovuto presenziare al primo comitato di crisi. Parrucconi e spie. Froci baciapile. Strani eroi.

Il colonnello Ruiu, chiamato al Viminale dal comitato di crisi, viene incaricato di recuperare queste valigie, a qualunque costo.

«Prenda un paio di uomini dell’Ucigos, li scelga lei. Gente di cui si fida. Indagate per conto vostro e non condividete nessuna informazione con chicchessia. Neanche con i Servizi. Riportate solo ed esclusivamente a me, intesi?».

Ci sono segreti che non possono essere rivelati al popolino, che non comprenderebbe quello che si gioca sui tavoli della democrazia, non approverebbe forse certi giochi sporchi.
Come il fatto che le BR erano seguite da mesi, come seguito da mesi era anche Moro.
Come certi personaggi dei servizi presenti quella mattina in via Fani..

Matteo Brutto e Carlo Peres sono invece due giornalisti vecchio stampo de l'Unità di Milano: Brutto detto il segugio, l'anziano, e Carlo, la sua ombra, un giornalista che “sapeva tacere. Taceva, e ascoltava. E capiva. Una dote, questa, più unica che rara, soprattutto per un giornalista di fine anni Settanta”.

Avvisati del duplice omicidio nel quartiere Casoretto, in quella sera del 18 marzo 1978, si precipitano a raccogliere le notizie, a fare il loro mestiere.

I due giornalisti de l'Unità porteranno avanti, quasi in solitudine, una loro indagine sul delitto di via Mancinelli, capendo fin da subito di essere finito in un grande depistaggio, in un delitto dai risvolti poco chiari: i troppi comunicati di rivendicazioni, le armi utilizzate, la fuga degli assassini ..
Cosa avevano visto o fatto i due studenti, che stavano scrivendo un libro bianco sul consumo di droga a Milano, per essere uccisi?

Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci erano due studenti, frequentavano il centro sociale Leoncavallo ma non erano due estremisti (con tutto quello che può voler dire questa parola), lavoravano ad un libro bianco sullo spaccio della droga.
I loro assassini, uno dei quali vestito con un trench bianco, li hanno fermati per strada, gli hanno sparato e poi si sono dati alla fuga, ripassando davanti al locale da cui i due erano usciti.
Un comportamento strano. Come strano il fatto che sparassero attraverso una retina, per non far ritrovare i bossoli. Strane anche le rivendicazioni. Troppe, per non pensare ad un depistaggio.
L’accusa di depistaggio, poi, che classificava la prima rivendicazione come fittizia, sembrava grottesca. La puzza di insabbiamento si sentiva lontano un miglio.

E' un'indagine che li mette a dura prova: come per Moro, anche qui ci sono troppe cose che non tornano, le indagini non fatte dalle forze dell'ordine, gli strani comportamenti dei killer. Cose strane successe nei mesi precedenti, quando Fausto si sentiva seguito.
Strana anche la sparizione di parte del libro bianco.
Strani anche quei movimenti di persone, che muovono strani macchinari, vicino casa Tinelli, che si scoprirà poi, era vicina al covo delle BR.

..due uomini che, carichi di scatoloni, uscirono dal palazzo di Fausto. I due attraversarono la strada e deposero gli scatoloni nel baule di una berlina scura parcheggiata. Peres intravide degli aggeggi elettronici spuntare da uno scatolone aperto.

L'indagine mette a dura prova anche l'amicizia tra i due, il segugio e il bastardo, che si allontanano, come se all'improvviso Mauro Brutto volesse tenere Peres al riparo da certe indagini troppo pericolose.
I neofascisti, le BR, la droga, tutte quelle morti:

Carlo Peres era tornato a vedere i morti. Da quando aveva lasciato l’Unità, i corpi martoriati di Fausto e Iaio erano diventati solo un ricordo sbiadito

Infine Cinzia, la bellissima donna dai capelli rossi, cresciuta con le suore e finita a fare la cacciatrice di uomini per conto dell'uomo potente, una specie di “grande vecchio” che vive sulla sua villa sulle colline di Siena: uomini che fa innamorare, e che alla fine “finivano sempre per fare quello che voleva lei. Soldi, gioielli, vestiti, viaggi: Cinzia aveva tutto. Farsi mantenere da un uomo di successo era un gioco da ragazzine..”

Questa volta è il turno di un magistrato di Roma, impegnato nel caso Moro, che l'uomo potente deve tener d'occhio, affinché la vicenda Moro segua il corso che qualcuno ha deciso che deve prendere.
Moro deve morire. Le BR devono essere portate là dove queste persone, l'uomo potente, la sua loggia, l'alleato americano, vogliono.

Tutti e quattro, questi strani eroi, sono alla ricerca di qualcosa: la verità sulla morte di Fausto e Iaio, i misteri sul rapimento di Moro, la libertà da ricatti e inganni.

Strani eroi è un giallo che segue la scia di Romanzo Criminale, di Giancarlo De Cataldo o anche Confine di Stato di Simone Sarasso: usare la fiction per cercare di raccontare i misteri italiani, usando una forma di narrazione del “non vero ma verosimile”, capace di colmare tutte le lacune che la verità giudiziaria ha lasciato.

Ma le cose sono andate veramente così?
C'è stata veramente una femme fatale nelle mani della P2 e del grande vecchio che, nella sua villa lontana dal caos romano, decideva le sorti di Moro e della democrazia italiana come un puparo muove i suoi burattini?
Veramente in quella mattina in via Fani non c'erano solo le BR, ma anche altre persone?
Il direttore di Maquis si girò verso Peres. «Brutto ci è morto, per questa storia.» «Quale storia?» «Infiltrati. Spie. Agitatori.» «Agenti dei Servizi infiltrati nelle BR?» «Anche, ma non solo.» Calò un silenzio pesante.

Veramente le cose nel comitato di crisi sono andate come ci racconta Bongiorni?
Veramente ai vertici della polizia di Cossiga, l'Ucigos (una struttura che in seguito fu sciolta), c'erano personaggi con gli occhi da demonio e pochi scrupoli di coscienza per far fuori i nemici della ragion di Stato?
«Un capo assoluto a cui, in nome della ragion di Stato, tutto è concesso.» Poche parole ma dirompenti. Una sintesi oltremodo efficace. Due righe che spiegavano meglio di qualsiasi dissertazione chi era davvero Giulio Andreotti...

Veramente c'è stata una trattativa tra parti dello Stato e le BR per consentire una soluzione della vicenda Moro che fosse conveniente ad entrambi? Pochi anni di carcere per gli assassini di Moro e della scorta in cambio della sparizione di segreti troppo compromettenti per chi ha governato questo paese per decenni...

Non è mai troppo tardi per chiedere e pretendere la verità, che liberi la democrazia da ricatti e bugie.
Ma possiamo leggere questo romanzo solo come un noir, un bel romanzo pieno di azione, colpi di scena, veloce, serrato, drammatico e sconvolgente. Con dentro anime nere e anime sporche. Pochissimi eroi dall'anima pulita. Strani eroi, appunto, che dovranno decidere se vivere o morire:

Ricordati: puoi morire da uomo libero o vivere da persona intelligente. A te la scelta.

Buona lettura!


La scheda del libro sul sito di Frassinelli

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

12 marzo 2018

Strani eroi (Alessandro Bongiorni), il prologo

Prologo

Milano, 10 ottobre 1990
Via Monte Nevoso Ore 04.00

L’uomo parcheggiò sul passo carrabile. Scese dalla macchina con la sua solita tracolla di pelle. Estrasse le chiavi del civico 8, aprì il portone, salì al primo piano ed entrò nell'appartamento che dodici anni prima era stato il covo di Azzolini, Bonisoli e della Mantovani.
 
Si chiuse la porta alle spalle e iniziò a girare la casa, al buio.

Raggiunse il tavolo su cui il capitano Arlati aveva trovato il memoriale di Aldo Moro, spostò una sedia e ci sprofondò sopra. Dall'imbottitura uscì uno sbuffo di polvere. 
Fumò una Gauloises. Quando ebbe finito si alzò, si avvicinò alla finestra, guardò dall'altra parte della strada: a sette metri da lui, nella vecchia camera di Fausto Tinelli, c'era la luce accesa.Erano anni che Danila non la spegneva. 
Poi l'uomo si chinò, rimosse la parete di cartongesso sotto alle imposte e aprì la sua tracolla di pelle. Estrasse il plico. Lo guardò a lungo. 
Erano dodici anni che lo custodiva.Gli era arrivato per posta quando le cose si erano messe male – il mantenimento di una promessa cui non aveva mai creduto davvero – e da quel momento non ne aveva mai parlato con nessuno.Dietro al pannello, nell'intercapedine, c'era il borsone nero.

Lo aprì e controllò il contenuto.Sorrise.Esattamente come gli avevano detto.Poi infilò il plico nel borsone, riposizionò nel pannello e se ne andò. 
Strani eroi Alessandro Bongiorni - Frassinelli


«Questo è un romanzo in cui si narra di fatti realmente accaduti, di altri che non sono accaduti e di altri ancora che sarebbero potuti accadere.»

Questo scrive l'autore nell'introduzione di questo romanzo che entra dentro uno dei misteri d'Italia, portando il lettore dentro la scena: il rapimento di Aldo Moro, i 55 giorni della prigionia, la ricerca del memoriale ..

Ma non c'è solo il presidente della DC Moro: ci sono i misteri dell'omicidio di FaustoTinelli e Lorenzo Iannucci, l'enigma del memoriale di Moro, delle borse scomparse.
Una storia di spioni, di sbirri al servizio della ragion di Stato (ma forse non dello Stato), di uomini potenti e di donne bellissime capaci di rubare segreti tra un bacio e una carezza
Di giornalisti che si ostinano a trovare una pista, come segugi in caccia.
Tutti strani eroi di un romanzo che mi sta catturando, pagina dopo pagina.

A metà tra Romanzo Criminale di De Cataldo e i noir di James Ellroy.

26 marzo 2017

Fausto e Iaio – La speranza muore a diciotto anni, di Daniele Biacchessi

Nel 1978, Milano è una città di frontiera. Carica uomini, merci, idee dal sud del mondo e la trasferisce in Europa, nella grandi metropoli del nord.Borsa, affari, traffici, legali e illegali.È così da sempre, anche in quell'anno. Milano è il luogo dove i soldi sono un mezzo per comprare la felicità, non certo i valori.Frontiere che si snodano all'interno della città.
Non c'è filo spinato, nessuno chiede un documento d'identità, la cortina di ferro prooprio non esiste, nemmeno i cavalli di Frisia.Sono i binari della ferrovia, quelli che dalla stazione Centrale portano a Lambrate.Un groviglio di traversine, e ponti, e sottopassaggi, quasi inestricabile.Ma nel 1978, per noi ragazzi dei quartieri, era una frontiera.Da una parte le potevi scorgere quelle ville, con dentro parcheggiata la macchina sportiva rossa, difese da cancelli già telecomandati a distanza.Ci viveva gente arricchita da un benessere fittizio, foortuna create in poco tempo, magari sulla schina di chi non riusciva neppure a comprarsi un televisore in bianco e nero.Duecento metri.Non di più.[..] Dall'altra parte le case erano scrostate, sui balconcini c'erano cianfrusaglie, vecchie biciclette arruginite dal tempo. Ci vvivevano per lo più operai delle grandi industrie di Sesto San Giovanni, gente che anni prima aveva attraversato l'Italia dal sud al nord per un pezzo di pane.

Ci sono duecento metri a separare questi due mondi. Due mondi, quartieri diversi dove eri catalogato per come ti vestivi, per quali giornali avevi in tasca, per il taglio dei capelli.
Se avevi gli stivaletti a punta, gli occhiali a goccia, il soprabito grigio, i capelli corti.
Oppure se indossavi le clark, l'eskimo, se leggevi Lotta Continua o l'Unità e avevi i capelli lunghi.
Come Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci. Fausto e Iaio.
Due ragazzi del quartiere Casoretto, due come tanti, che in una sera del 18 marzo 1978, mentre attraversavano quelle strade tra i quartieri di centro e periferia, furono uccisi da un commando di killer professionisti.
La storia di Fausto e Iaio è diventata così un pezzo della storia di Milano, sicuramente un pezzo importante della storia milanese dei quegli anni difficili, di lotta, di passione e di sangue.
Volevano uccidere due ragazzi, quei killer professionisti in via Mancinelli, venuti probabilmente da fuori. Non hanno ucciso la memoria e non hanno ucciso il loro ricordo che hanno dopo anno si tiene vivo, grazie ai ricordi dei loro amici, dei genitori, degli storici e dei giornalisti come Daniele Biacchessi, che hanno seguito la loro vicenda. Un ricordo che è anche compito nostro tenere vivo, anche se non abbiamo conosciuto le loro passioni e le loro speranze: perché usando le parole dell'intellettuale Matvejevic, “bisogna voltare pagina [..] Prima di voltarla, però, bisogna leggerla”.


I funerali di Fausto e Iaio (e l'enorme folla di sindacati, lavoratori, studenti, amici ...).

Leggiamola, questa pagina della nostra storia.
Siamo nel 1978, l'anno maledetto (o che noi ricordiamo come maledetto): l'anno del rapimento di Aldo Moro (due giorni prima della morte di Fausto e Iaio, un caso?) e dell'omicidio degli agenti e carabinieri della sua scorta. Aldo Moro fu poi ucciso al termine dei 55 giorni di prigionia, dalle Brigate Rosse.
Ma è anche l'anno della morte di un giovane ragazzo siciliano, Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio, proprio lo stesso giorno in cui il cadavere di Moro viene fatto trovare in via Caetani.
Strano il destino a volte.
Il presidente della DC, fautore della politica delle convergenze parallele tra i due grandi partiti di massa, ucciso dopo un rapimento e una prigionia che ancora oggi sollevano tanti dubbi.
Una storia piena di depistaggi, amnesie, verità ufficiali che fanno acqua da tutte le parti.

Destino comune a quello di Peppino, che dalla sua radio denunciava apertamente la mafia, il boss Gaetano Badalamenti. Ucciso lungo i binari della ferrovia dopo un agguato: delitto fatto passare (con complicità anche dentro chi nell'arma, doveva investigare sul delitto).
Per anni si è detto e scritto che Peppino fosse morto mentre preparava un attentato, fino a che le rivelazioni del boss Badalamenti, pentito, non gli hanno reso giustizia.
Ecco, Fauto e Iaio ancora la devono aspettare quella giustizia.
Per quei due ragazzi appena diciottenni, uno schivo e timido, l'altro ridente e solare, nemmeno una sentenza che dica perché sono stati uccisi.
Ma, come per le storie raccontate prima, tante false piste, disseminate per sparigliare le carte, tante piste non seguite, tanti particolari cui gli investigatori non hanno dato peso.
I pedinamenti che, da mesi, i due avevano notato. Una moto e una Mini Minor.
I due ragazzi col soprabito bianco, visti sul luogo dell'agguato, che parlavano con un accento romano.
Quella ragazza venuta a chiedere informazioni su Fausto, nel suo stabile, presentatasi come una sua amica.
A fare una vera indagine, più che la Questura, è stata la Controinformazione, i “pistaroli” come venivano chiamati in quegli anni i giornalisti che non si fermavano alla versione ufficiale.
Giornalisti come Camilla Cederna, come Giorgio Bocca, come Marco Nozza. O come Mauro Brutto, giornalista de l'Unità.
Sono i giornalisti che per primi avevano tirato fuori le responsabilità dello Stato nella strage di Piazza Fontana. Che avevano fatto le prime indagini sulla mafia di Liggio al nord.
Mauro Brutto, in particolare, aveva seguito una pista particolare, sulla morte dei due ragazzi del Casoretto: stava lavorando sul connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato.
A Danila, la mamma di Fausto, aveva detto che la verità di Fausto e Iaio non era poi così chiara come qualcuno voleva farla apparire.
Non erano morti, come disse il capo di Gabinetto della Questura, per una storia di spaccio o per una faida da dentro il mondo degli spacciatori.

Fauto Tinelli e Lorenzo Iannelli, avevano collaborato alla scrittura di un un libro bianco sullo spaccio della droga a Milano. Per cercare di capire chi fossero gli spacciatori e chi i grandi trafficanti che avevano in mano le redini del traffico.
Mauro Brutto non ha fatto in tempo a finire il suo lavoro: è stato investito da un auto pirata il 25 novembre 1978. Un altro di quegli strani incidenti che ogni tanto capitano alle persone che fanno domande che non si devono fare.
Il libro bianco uscì, però, anche se con qualche pagina in meno, senza i nomi degli spacciatori con forti legami internazionali, di bande in contatto con narcotrafficanti sudamericani ed europei.
Altri misteri che si aggiungono.

Ma, oltre a misteri, piste non seguite e depistaggi, c'è anche altro. C'è la pista nera, quella che porta al mondo del neofascismo milanese e dei suoi contatti con quello romano.
La prima inchiesta, condotta dal magistrato Armando Spataro, punta già su alcuni nomi, ma porta a ben poco.
Maggiore fortuna ebbe, a fine anni '80, l'inchiesta del giudice Michele Salvini, che si avvale delle testimonianze dei pentiti della destra fascista.
Testimonianze da prendere con le pinze, certo, quelle di Angelo Izzo, Walter Sordi, Valerio Fioravanti.
Ma che concordano tutte nel dire che quell'omicidio era cosa nota a tutti che era roba loro. E che ad uccidere i due ragazzi erano implicati (presumibilmente) gente come Massimo Carminati e Mario Corsi.
Massimo Carminati ora lo sappiamo tutti chi sia: è la persona che, nelle intercettazioni dell'inchiesta mafia capitale (per cui è stato arrestato) parla del “mondo di mezzo” di persone in contatto tra la politica e la criminalità, per affari sporchi (il business dell'accoglienza dei migranti).
Nel libro Daniele Biacchessi racconta chi fosse stato, Carminati, tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80: la cerniera tra la Banda della Magliana (la holding criminale a servizio di mafia, Loggia P2..) la loggia P2 e i servizi deviati (nel Sismi).
Se una persona come Carminati si muove da Roma a Milano per fare un delitto come questo, significa che dietro ci sono questioni ben più importanti dello spaccio.

Forse c'entra qualcosa il fatto che i due ragazzi stavano seguendo una pista sul traffico di droga nel quartiere che portava a Ettore Cichellero, esponente del “Noto Servizio”, che nell'inchiesta veniva definito come uno dei padrini del narcotraffico (si legga quanto scritto in proposito da Aldo Giannuli nel libro “Il noto servizio”).

Noto Servizio, Brigate Rosse, servizi deviati e rapimento Moro: è questa la pista molto suggestiva che sembra venir fuori, mettendo assieme ipotesi, supposizioni secondo una pista che abbia una logica.
Fausto Tinelli abitava in via Monte Nevoso 9, il suo letto era proprio sotto la finestra di fronte allo stabile al numero 8. Via Monte Nevoso 8 è dove, nell'ottobre del 1978 prima e nel 1990 poi, è stato ritrovato il memoriale di Aldo Moro (e la madre di Fausto racconta anche della mansarda del loro stabile affittata a carabinieri e a uomini dei servizi, in quei mesi, per osservare i brigatisti).
Era un covo delle Brigate Rosse (per un approfondimento “Doveva morire” di Sandro Provvisionato).

Forse un caso. Come forse un altro caso è il fatto che le stesse BR, nel comunicato numero due, avessero citato proprio Fausto e Iaio
Onore ai compagni Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime”.

Cos'è stato quell'omicidio, allora? Un messaggio (da parte di qualche componente dello stato) alle Br, per far loro comprendere che qualcuno sapeva dove fossero le basi dell'organizzazione ed era disposto a ricorrere a forme di contro-terrorismo di tipo argentino?
E, di conseguenza, il comunicato numero due, era un “messaggio ricevuto”?

E per questo che sono morti questi due ragazzi, uccisi da killer professionisti una sera di marzo di tanti anni fa? Perché avevano visto cose che non dovevano vedere? Perché stavano arrivando a persone che non dovevano essere scoperte?
Uccisi in nome di quella ragione di Stato per cui è stato sacrificato anche il presidente Moro?
Di questo è convinta la madre di Fausto Tinelli, che in una intervista al Corriere dice esplicitamente «Fausto e Iaio uccisi dai servizi segreti». Danila non è mai stata interrogata (nemmeno dal GUP Clementina Forleo, l'ultimo magistrato ad occuparsi del caso)
Vengono in mente le parole di Corrado Guerzoni, collaboratore di Aldo Moro, la sua teoria dei cerchi concentrici, sulle responsabilità politiche nelle stragi e nei misteri d'Italia:

Per cerchi concentrici ognuno sa che cosa deve fare.
Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.
Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.
Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?
Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.
Poi succede quello che deve succedere.
Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.
Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].
Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.
E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.
Non è che l’onorevole X dice ai servizi segreti di recarsi in Piazza Fontana e mettere una bomba. Non accade così.Al livello più alto della stanza dei bottoni si afferma: il Paese va alla deriva, i comunisti finiranno per andare presto al potere.Poi la parola passa a quelli del cerchio successivo e inferiore dove si dice: sono tutti preoccupati, cosa possiamo fare?Si va avanti così fino all’ultimo livello, dove c’è qualcuno che dice “ va bene, ho capito ”.Poi succede quello che deve succedere.Una strage in una banca, in una stazione, in una piazza, sopra un treno.Oppure, come nel nostro caso, un omicidio di due ragazzini [si riferisce all'omicidio di Fausto e Iaio a Milano nel 1978].Così nessuno ha mai la responsabilità diretta.E se vai a dire all’onorevole X che lui è il mandante della strage di Piazza Fontana, ti risponderà di no. In realtà, è avvenuto questo processo per cerchi concentrici.

La scheda del libro sul sito di Baldini e Castoldi.
Il sito dell'autore Daniele Biacchessi (che aveva già raccontato ne “Il paese della vergogna” la storia di Fausto e Iaio).

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