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01 maggio 2022

La Repubblica fondata sul lavoro (povero)

Il Sole 24 ore ci fa sapere oggi, 1 maggio giornata di festa dei lavoratori, che gli imprenditori sarebbero anche disposti ad assumere e a pagare uno stipendio, peccato manchino le competenze.

Non è colpa loro (delle imprese, delle associazioni di categoria, dei loro referenti in Parlamento) dei working poor, dei salari più bassi in Europa, degli scarsi investimenti in ricerca e nel capitale umano.

Non è colpa di nessuno se ci sono i morti sul lavoro, specie nei settori a bassa competenza, dove vige il far west di contratti, il dumping salariale, l’assenza di formazione al personale che poi finisce schiacciato da un camion mentre scarica la merce. Non è colpa di nessuno se nelle imprese si manomettono gli strumenti di sicurezza dei macchinari.

Così come non è colpa di nessuno l’escalation di violenza a cui assistiamo: imprenditori che dicono basta a questi sfaticati che si permettono pure di chiedere che stipendio prenderanno, dovrebbero essere loro a pagare il padrone che gli sta insegnando un mestiere, no?

Come vi permettete di andare in bagno e starci più del tempo stabilito dall’algoritmo? Come vi permettere di avere il ciclo, di andare in malattia, di rivendicare diritti?

Da Repubblica fondata sul lavoro siamo diventati una repubblica fondata sullo sfruttamento. Succede tutti i giorni, ogni tanto ne leggiamo qualcosa sui giornali.

Assieme alle notizie degli chef stellati che hanno evaso il fisco per 127 milioni di euro (quanti redditi di cittadinanza?), o quell’altro chef per cui non c’è nulla di scandaloso a lavorare gratis all’inizio (anche a me piacerebbe non pagare la prima volta che entro in un ristorante, mica lo so come ci si mangia, no?) o lavorare anche 16 ore al giorno..

Non usciremo mai dalla crisi finché il lavoro sarà questo: oggi non bisognerebbe festeggiare, bisognerebbe urlare contro queste ingiustizie.

Sempre il primo maggio si ricorda un’altra ricorrenza, la strage di Portella della Ginestra, il primo segreto di Stato di questa Repubblica: il 1 maggio 1947 per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, contadini e sindacalisti si ritrovarono sulla piana di Portella della Ginestra per festeggiare il 1 maggio e la vittoria alle elezioni regionali.

Su di loro si scatenò il fuoco di un commando composto da mafiosi, esponenti della banda di Salvatore Giuliano e della X Mas, provocando la morte di 11 persone.

Questa strage, per cui unico colpevole fu riconosciuto Salvatore Giuliano e la sua banda, è il primo mistero d’Italia, con tanto di misteri, depistaggi, mandanti occulti rimasti ancora col volto coperto.

I depistaggi sulla morte di Giuliano e la finta ricostruzione dei carabinieri.

Il memoriale di Giuliano fatto sparire e la strana morte del suo luogotenente Gaspare Pisciotta in carcere.

Le denunce fatte da Pisciotta stesso in tribunale contro i veri mandanti: l’aveva chiamava la santissima trinità

Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”.

Mario Cereghino e Giuseppe Casarrubea nei loro saggi hanno a lungo indagato su questi misteri, andando a consultare anche i documenti americani dell’intelligence desecretati dopo tutti questi anni: ne emerge un quadro di complicità tra i latifondisti, gli esponenti del partito indipendentista, la neonata Democrazia Cristiana, la mafia rurale e la supervisione dei servizi americani. Giuliano non sarebbe stato un bandito qualsiasi, ma un membro della “Rete invasione” lasciata dai nazisti per destabilizzare quella parte del paese ora nelle mani degli alleati e nel regno del Sud.

Se conoscessimo meglio la nostra storia sapremmo quanto la nostra democrazia sia nata da basi solide, con tanti compromessi (lo statuto autonomo in Sicilia per esempio, dopo la guerra scatenata nel sud dagli indipendentisti), una nazione a sovranità limitata.

Forse un giorno saremo veramente una repubblica fondata sul lavoro, dignitoso e che aiuta alla realizzazione e all’emancipazione delle persone.

-Lupara Nera di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

-La santissima Trinità: Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia nel 1943-1947. Nicola Tranfaglia, Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

Quando la Sicilia dichiarò guerra all'Italia, Alfio Caruso

18 ottobre 2021

Anteprime Presadiretta – la filiera del calzaturiero

Il made in Italy va difeso, per tutelare le nostre aziende, le competenze delle persone che vi lavorano: ma cosa si nasconde dietro un marchio italiano?

Presadiretta si occupa della filiera del calzaturiero

Luci e ombre sull’industria calzature. Come funzionano filiera e sistema appalti e subappalti? Chi controlla sostenibilità e catena produzione? Come funziona la certificazione? Qual è il vero costo delle nostre scarpe?

Ci sono le acque inquinate dall'industria della pelle da cui si producono le scarpe, le piccole ditte che lavorano in subappalto e che sono strozzate dal ricatto dei grandi brand che impongono prezzi bassi. E poi le fabbriche nell'est Europa che producono le scarpe che poi compriamo come made in Italy, a prezzi folli, con dentro persone pagate con salari da fame, da 1 euro all'ora, perché questa è la paga.

La filiera delle scarpe è una delle più complesse e meno indagate nel mondo della moda – racconta nell'anticipazione la giornalista Giulia Bosetti - i marchi del lusso si forniscono di fornitori di primo, secondo e terzo livello, appalti e subappalti, per ogni brand decine o centinaia di terzisti tagliano, cuciono e assemblano le varie parti della scarpa, dalla tomaia che è la parte superiore, alla suola.

Ci sono marchi dove la suola è fatta in Italia mentre il resto è fatto e assemblato in Turchia, con un costo da 25 a 27 euro, prezzo non paragonabile a quello che si trova nei negozi italiani, dove quelle scarpe si vendono anche a 400 euro.

Come è possibile che un prodotto venduto dal fornitore a 31 euro, arrivi ad un prezzo di mercato di 400 euro, con una ricarica di dieci volte?

Il produttore che ha accettato l'intervista non può fare il nome del brand, altrimenti perderebbe il contratto, perché tutti fornitori dei marchi del lusso sono costretti a firmare rigidissime clausole di riservatezza, se dichiari, per chi lavori, se ti lamenti dei prezzi che ti affamano, sei fuori dal mercato.

Nessuno denuncia” racconta uno di questi, perché parliamo di un sistema - “ad un certo punto ho dovuto arrendermi all'evidenza e dire ho fallito, non ce la faccio e ho gettato la spugna”.

Questa imprenditrice che ci ha messo la faccia, ha chiuso la sua attività.

Un altro di questi imprenditori, che ha scelto di non mostrarsi, fa qualche nome di questi marchi, Givenchy, Barbery, il gruppo LVMH: “loro devono avere più margine possibile per avere il maggior profitto possibile.”

LVMH è una multinazionale del lusso, una delle più grandi al mondo, 75 maison, 44.7 miliardi di euro di fatturato, detiene brand come Luis Vitton, Fendi, Dior, Loropiana. L'azionista principale è Bernard Arnoult, molto felice del record di profitti raggiunto, uno dei tre uomini più ricchi al mondo, con un patrimonio, netto di 188 miliardi di dollari.

C'è poi il gruppo Kering, 10 miliardi di fatturato e una galassia di brand che vanno da Gucci a Yves Saint Loren, da Bottega Veneta a Valenciaga.

La persona intervistata dalla giornalista lavora per questi gruppi, il suo compito è fra produrre le collezioni in Italia e all'estero e vengono richiesti sempre tempi di consegna inferiori per prezzi sempre inferiori.

La differenza tra i prezzi con cui questi capi vengono venduti sul mercato e il prezzo a cui vengono pagati a queste aziende è enorme: “noi troviamo un capo spalla che il fornitore vende a 100 euro venire tranquillamente venduto a 2500, 3000 euro in negozio.. ”

Giuseppe Iorio è un manager del settore della moda, direttore della produzione della ITIERRE: a Presadiretta racconta di aver delocalizzato aziende del settore per anni per i grandi gruppi “da un punto di vista economico io posso dire che hanno fatto un'operazione brillante perché comprare a 12 e vendere a 200, vuol dire che veramente hai il cervello, ma da un punto di vista morale, non è concepibile. Questo gap, questa differenza finisce nelle tasche a dei produttori italiani che se ne sono andati in Romania, con la connivenza dei grossi marchi, con la connivenza di confindustria e soprattutto con la connivenza della camera della moda. ”

“Pochi lo sanno ma l'Italia ha il primato in Europa per l'industria della conceria” - racconta Iacona, ma ha anche un impatto ambientale della filiera: per produrre la pelle, il materiale base per le scarpe, servono tonnellate di agenti chimici, tra questi anche il cloro che è molto inquinante: ne sanno qualcosa nel distretto di Prato, dove la procura sta indagando per sversamenti illeciti da parte di industrie del settore, dove di mezzo c'era anche la ndrangheta.

O ad Arzignano, dove Presadiretta aveva fatto uno dei suoi primi servizi sul settore della concia della pelle: anche qui la pianura e la falda sono state inquinate dall'industria della pelle,

Salari da fame, inquinamento ambientale, ma chi controlla la filiera di queste aziende non si accorge di queste storture? Chi sono gli enti che danno le certificazioni alle aziende della moda?


Perché è un problema che non riguarda solo le aziende nel sudest asiatico o nell'est Europa, ma anche qui da noi: pochi giorni fa a Prato, gli operai che stavano scioperando davanti la Dreamland (azienda nel settore tessile) sono stati aggrediti con bastoni e mazze, come era già successo gli operai della Texprint
In questo paese pare stia diventando un rischio manifestare a difesa delle proprie condizioni di lavoro: “mai più schiavi” è quello che chiedono queste persone assunte con contratto da apprendista e che però lavorano da tre anni 12 ore al giorno per sette giorni, per una paga da 950 euro al mese. E quando finisce il contratto da apprendista, il padrone può cacciarli via: qui il contratto nazionale, con orari ben definiti, con tutele per tutti, è un tabù. Gli operai intervistati da Giulia Bosetti raccontano che se ti succede un incidente in azienda, si viene portati in ospedale con una macchina privata, non si chiama mai l'ambulanza per non tirare in ballo l'azienda.

Nel settore tessile a Prato c'è un sistema che si basa sullo sfruttamento (come anche in altre zone del paese) e queste persone stanno lottando per tutti, non solo per loro. E l'azienda cosa risponde? “hanno iniziato loro a picchiare, se la sono cercata”.

Lo stato, qui a Prato, come altre zone di caporalato e sfruttamento, dove sta?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

12 ottobre 2017

Corruzione e ricatti

Andrea Franzoso era un funzionario di Ferrovie Nord Milano, dentro l'Audit: denunciò le spesse illegali del presidente Achille prima seguendo la via gerachica e poi presentanto un esposto alla procura di Milano.
Ora Franzoso non lavora più per FNM, alla presidenza della holding c'è un'altro manager di nomina politica. Mentre l'ex presidente Achille "rischia" una pena di poco superiore a due anni, per spese pazze contestate che sommano a 500mila euro. 

Questo è quello che succede in Italia a chi fa il proprio dovere, a chi non fa finta di non vedere (come avrebbe potuto fare Franzoso, come aveva fatto il predecessore all'audit), a chi piega la testa.
Non deve sorprendere il dato che oggi viene riportato (senza troppa enfasi) sulla diffusione della corruzione:
La corruzione tocca 1,7 milioni di famiglie. Il picco nel LazioLa richiesta di denaro e favori è più frequente sul posto di lavoro, poi quando si ha a che fare con la giustizia e nel caso di necessità di accedere a prestazioni assistenziali. A 2,1 milioni di famiglie è stato chiesto di fare una visita medica a pagamento prima di accedere al pubblico. Solo il 2,2% denuncia.
Perché denunciare, se quando denunci rischi di perdere il posto, di avere la vita rovinata?
Perché denunciare quando poi lo stato non è credibile (coi condoni, con le leggi ammazza processi, coi processi contro i magistrati dalla schiena dritta)?
Il risultato è che mentre si discute sull'approvazione di una legge elettorale che da stabilità all'esecutivo, i fondamenti del paese diventano ogni giorno meno stabili.
Si vive chinando la testa di fronte alle malefatte di chi sta sopra di noi e di fronte ai ricatti.
Come i ricatti dentro il mondo del lavoro? Vuoi mantenere il posto (ovvero vuoi continuare a vivere in modo semi dignitoso, visto che là fuori di posti di lavoro non ce ne sono)? Allora devi accettare il ricatto, ovvero firmare un accordo peggiorativo: è successo anni fa a Pomigliano per la Fiat FCA (che poi non mantenne gli impegni sui miliardi da investire in Italia), è successo in Alitalia e sta succedendo ora in Almaviva.

Lo racconta oggi Marta Fana (chi se no?) sul FQ:
Da sempre i colossi dei call center vivono di commesse pubbliche, ampi profitti e basso costo del lavoro. Oggi però cercano anche di imporre un modello di relazioni sindacali che ricorda quello del padrone delle ferriere: se il meccanismo non piace, scattano licenziamenti collettivi e trasferimenti coatti. Come nel caso dei lavoratori Almaviva di Milano, che fino al 30 settembre si occupavano della gestione dei call center di Eni. Scaduto il contratto, il colosso petrolifero controllato dallo Stato ha deciso di non rinnovare l’accordo dichiarando di voler “internalizzare il servizio”. Se desse l’appalto ad aziende che delocalizzano violerebbe il codice di autoregolamentazione fatto sottoscrivere dal ministero dello Sviluppo, ma nessuno lo sa perché non ha dato alcun dettaglio ai sindacati, che hanno chiesto invano informazioni al ministero.
Almaviva ha colto l’occasione per proporre a tutti i 440 dipendenti della sede di Milano – non solo ai 110 della commessa Eni – un accordo che prevede il controllo individuale a distanza, la cassa integrazione a zero ore, gli straordinari non pagati e il pieno dominio su organizzazione del lavoro e turni, da stabilire mensilmente a livello individuale. Un peggioramento delle clausole previste del contratto nazionale, ma legale grazie al decreto Sacconi del 2011.
Queste condizioni “non negoziabili” sono state accettate solo dal sindacato più rappresentativo, la Cisl, ma l’accordo è stato bocciato a larga maggioranza dal referendum dei lavoratori: 322 no, 107 sì e una scheda nulla. Hanno respinto l’accordo nonostante sapessero di rischiare il posto di lavoro. Come in Alitalia e in altre vicende, i dipendenti sconfessano i sindacati confederali e rivendicano la dignità nei luoghi di lavoro e il rifiuto della politica dei ricatti. I lavoratori sapevano che senza accordo avrebbero ricevuto la lettera di trasferimento a Rende, in Calabria. Cosa che infatti è accaduta ieri. Una dinamica già sperimentata in Almaviva che un anno fa licenziò a Roma 1666 lavoratori, rei di aver rigettato con il referendum l’ennesima riduzione di tutele e salari.
La legge concede mano libera ad Almaviva e la sua posizione di forza sul mercato gli permette di continuare ad aggiudicarsi commesse pubbliche. All’indomani dei licenziamenti collettivi di Roma, l’azienda si è aggiudicata, in raggruppamento temporaneo d’impresa, un appalto Consip del valore complessivo di 850 milioni di euro.
Il settore pubblico esternalizza servizi a chi non fa che competere al ribasso sui diritti dei lavoratori, utilizzando quando conviene trasferimenti coatti e licenziamenti quando invece lo Stato dovrebbe essere in prima fila a garantire il rispetto dei diritti tutelati dalla Costituzione.

PS: ai macchinisti di Ferrovie dello Stato che conducono i treni merci è stato proposto un premio se saltano la pausa pranzo per evitare ritardi.
Come Mimì, il protagonista del film "La classe operaia va in Paradiso", stiamo tornando al cottimo.