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14 marzo 2023

Presadiretta - mal di plastica

La plastica dura in eterno, dovremmo usarla con maggiore consapevolezza: lo si scopre andando a pulire le spiagge dove si trovano, come racconta nell’anteprima il servizio di Presadiretta, anche i tappi con la scritta Moplen.

La plastica è eterna e dura anche pochi attimi, quella usa e getta: non solo inquina anche prima di entrare in commercio, come succede a Brindisi al Petrolchimico. Sulle spiagge davanti la struttura industriale Greenpeace ha rilevato una elevata concentrazione di granuli di plastica.
Da questi granuli si ricavano gli oggetti a noi familiari: tutte le persone cresciute su questa spiaggia si ricordano di questi granuli colorati con cui, da bambini, si giocava anche.
I granuli si sono presi la spiaggia, si ritrovano nel mare: finché non si bonificherà l’area davanti il polo di Brindisi non se ne uscirà, si continuerà ad inquinare l’acqua e l’aria. Sono granuli che si trovano nelle pance dei pesci, per arrivare dentro l’uomo.
La domanda di plastica continua a crescere nel mondo e questo causa il maggiore inquinamento di granuli nell’ambiente, fuoriusciti dalle industrie o dai container che trasportano la plastica, a causa di incidenti e degli sversamenti in mare.
Eni-Versalis nega che quei granuli dipendano dalla loro produzione: dal 1991 l’azienda sta provando ad arginare la dispersione dei granuli, senza successo.

Lo studio epidemiologico nella zona del Brindisimo mostra un aumento del rischio delle malattie gravi, tumori maligni, del pancreas, eventi coronarici acuti, malattie respiratorie: sono stati rilevati anche aumenti dei ricoveri nei bambini sotto l’anno.
L’impianto Eni Versalis è stato bloccato nel 2020, dopo la fuoriuscita di sostanze nell’aria dannose per la salute dell’uomo: c’è l’inquinamento per la plastica e anche quello per la sua produzione.
Si è arrivato al 2022 prima di avere delle centraline che monitorassero l’aria attorno agli impianti, con un ritardo di vent’anni.

Il 98% della plastica al mondo si produce dal petrolio e dal gas: i primo venti produttori di plastica al mondo sono anche aziende nel settore petrolifero come Exxon e Totale.
La plastica monouso contribuisce ai cambiamenti climatici spiega Dominique Charles a Presadiretta: conviene produrre plastica vergine piuttosto che riciclarla, il rapporto è 20 a 1 tra plastica nuova e riciclata. Di questo passo, continuando a produrre troppa plastica, riempiremo il mondo: solo il 9% di plastica si ricicla, il resto finisce nei mari oppure abbandonato nei campi. Ma finisce anche nel profondo del nostro corpo.

La plastica nel sangue
Amsterdam, dipartimento di immunologia dell’università: qui i ricercatori hanno ipotizzato che l’esposizione alla plastica portasse ad una contaminazione nel sangue. La ricerca ha dimostrato questa tesi: la plastica è anche dentro di noi, ci scorre nelle vene sotto forma di microplastice (sotto i 5 mm fino ai micron).
Sono microplastiche provenienti da materiali che usiamo tutti i giorni: il polimero più trovato è quello delle bottiglie di plastica, poi il polistirolo, infine la plastica dei giocattoli e dei cosmetici.
Quali gli effetti di queste microplastiche? Porteranno a nuove malattie? Ancora non lo si sa, raccontano ad Asmterdam, ma stanno facendo altre ricerche in tal senso.

Studiano come reagiscono i globuli bianchi alla presenza di microplastiche: le cellule che fanno da spazzini si mangiano anche queste microplastiche, come i virus o le cellule morte, ma ancora non si sa se poi le “cellule spazzine” muoiono.
Le microplastiche si trovano anche nell’urina, nelle feci e nella parte più profonda dei polmoni.

Paolo Tremolada è un professore dell’Università degli Studi di Milano che ha studiato come la plastica è entrata nel nostro corpo: la plastica può sprigionarsi quando si scalda un contenitore di plastica, dalle gomme delle macchine, dal rubinetto dell’acqua, che scorre nei tubi, dall’aria negli uffici (dove c’è meno ricambio d’aria).
Negli ambienti chiusi respiriamo plastica tramite fibre sottilissime che arrivano dai nostri vestiti: la sorgente più comune è quello dei materiali sintetici che indossiamo, come il pile. A lungo termine non è detto che sia così innocuo – ammette il professor Tremolada.

All’università di Milano hanno fatto un esperimento, hanno estratto dal filtro di una asciugatrice circa mezzo grammo di microfibre su un kg di capi sintetici messi nel cestello: la piccola matassa è stata poi consegnata al laboratorio di medicina rigenerativa del policlinico di Milano per capire che effetto possa avere sui polmoni respirare queste sottilissime fibre sintetiche.
Lo spiega la dottoressa Lorena Lazzari: nel laboratorio hanno elaborato un modello sofisticato che, partendo da una biopsia che con opportuni a queste cellule staminali presenti in essa, riusciamo ad ottenere quello che è un piccolo organo, vengono infatti chiamati organoidi, che è tridimensionale con tutte le cellule che il polmone umano presenta.

“Una volta ottenuto questo piccolo modello di polmone umano abbiamo unito le microplastiche ottenute dal professor Tremolada al nostro organoide” racconta la dottoressa a Presadiretta “scoprendo che all’inizio avevano inglobato la plastica e alla fine abbiamo valutato se funzionalmente producevano dei fattori nocivi, abbiamo visto questo fattore che è peculiare dell’infiammazione.”
Tradotto in termini più semplici significa che le cellule dell’organoide, che è un modello vivente dei nostri polmoni, ha sofferto all’impatto con queste microplastiche.

La plastica inquina i fiumi, i mari e anche la terra. Così, mangiata dagli animali, assorbita dalle piante, entra nel nostro organismo.

I ricercatori di Catania hanno elaborato un sistema innovativo per analizzare porzioni minuscole del cibo, analizzando frutta e verdura presa dal biologico e dal supermercato. Hanno trovato microplastiche ovunque, senza distinzione tra bio e meno.
Racconta alla giornalista di Presadiretta una dottoressa dell’università di Catania, “fino a poco tempo fa non immaginavamo che venissero assorbite da questi organismi vegetali, perché la parte che viene assorbita è di difficile osservazione”. Sono le particelle più piccole, quelle di pochi millesimi di mm quelle più spesso trovare nel cibo e anche le più insidiose per la salute, perché capaci di entrare in circolo nel sangue.
Assieme all’università di Messina hanno fatto uno studio su un pesciolino, messo a contatto con le microplastiche: “abbiamo esposto un pesciolino molto piccolo in un acqua ricca di particelle di polietilene blu, le microplastiche, che sono di 10 micron, quindi moto piccole, e sono state assorbite dai tessuti circostanti. ”
Una parte delle larve del pesciolino morivano, non si cibavano più, “ci siamo resi conto che diventavano cechi, non si orientavano più nell’ambiente circostante, non riuscivano a nutrirsi e quindi morivano di stenti e di fame.”
Quando noi assorbiamo delle microplastiche, parte viene eliminata con le feci, ma una parte viene assorbita nei nostri tessuti: se ne sono accorti anche a Catania, con l’analisi del sangue: “in un 1 ml di sangue abbiamo trovato centinaia di particelle dai 3 micron in giù, nonostante io cerchi di eliminare la plastica dalla mia tavola, dalla cosmesi, ma è veramente complicato, perché poi in realtà gli alimenti poi la contengono, quindi noi per via alimentare siamo esposti ma anche per via inalatoria”.

Esiste una correlazione tra microplastiche nel sangue e il tumore nel colon retto? Sappiamo che le microplastiche bene non fanno al nostro organismo: l’analisi della risposta delle cellule staminali sottoposte alle microplastiche ha rilevato effetti di infiammazione, ma gli effetti generali devono ancora essere studiati.
Le cellule di plastica che respiriamo arrivano nel cervello, potrebbero causare malattie degenerative, potrebbero causare malattie come il diabete: dovremmo ridurre al massimo l’utilizzo della plastica, chiedendo sempre meno plastica, perché è il mercato che orienta l’industria.

Ma anziché ridurre la plastica, spediamo tonnellate di plastica in giro nel mondo, pensando che sia riciclata.
Lo ha scoperto Presadiretta in Turchia, ad Adana: in mezzo ai palazzi in costruzione c’è una discarica illegale di rifiuti di plastica, proveniente dall’Italia.
Sono balle di plastica che provengono dalle aziende di riciclo nella zona: plastica europea che i cittadini hanno differenziato e che i paesi hanno venduto alla Turchia perché venisse riciclata, come consente la normativa europea.
Ma alla fine la Turchia non ha riciclato nulla e la plastica è finita nei terreni attorno ai grattacieli di questa città poi colpita dal terremoto.
L’esportazione verso la Turchia è cresciuta del 500% dopo che la Cina ha smesso di prendersi la nostra plastica: le aziende del riciclo devono lavare la plastica quando viene triturata e così si inquinano anche le acque dei fiumi, che in Turchia sono molto inquinati.
Quello che succede in Turchia è che la plastica viene bruciata oppure gettata nel terreno, perché riciclarla veramente costa troppo.
Così nell’ambiente si rilasciano metalli pesanti, in zone dove sono presenti campi coltivati, dove gli animali vengono allevati all’aperto.
“Non ci sono confini, se si inquina una parte del mondo, si inquina tutto il mondo” racconta a Teresa Paolo un ricercatore dell’università di Adana a proposito della plastica europea (e italiana) che finisce qui. Ma arrivano in questi campi anche rifiuti illegali, come pezzi Tetrapak: che conseguenze ci sono per gli abitanti in questo distretto del riciclo?

Le discariche a cielo aperto hanno inquinato i terreni con diossina e furano, raccontano da Greenpeace Turchia: il governo turco sta ora cercando di mettere un freno a questi comportamenti, ma ci sono le pressioni delle aziende del riciclo.
L’Europa non si interessa se queste aziende in Turchia fanno veramente riciclo, pur sapendo che il servizio offerto ha un costo inferiore rispetto ad altri paesi.
Pur sapendo che a lavorare in queste aziende del riciclo ci sono rifugiati siriani e perfino bambini che raccolgono la plastica in strada o che lavorano nelle fabbriche del riciclo.

Sono fabbriche dove ancora si divide la plastica europea a mano, senza nessuna tecnologia sofistica: l’odore che sale da queste fabbriche impesta le case costruite vicino. La plastica viene bruciata di notte, quando la gente dorme, ma le persone se ne accorgono lo stesso, per l’odore.
E i controlli del governo turco? “Noi non ce ne siamo accorti” racconta a Presadiretta una signora che vive attorno a queste aziende del finto riciclo.
Il Parlamento Europa nel gennaio 23 ha votato una norma per vietare l’esportazione della plastica fuori dall’Unione Europea: vedremo cosa succederà dopo la negoziazione, se prevarranno gli interessi ambientali e della salute o altri interessi. E vedremo se si riuscirà a combattere le esportazioni illegali di rifiuti, come quelle che vengono scoperte al porto di Brindisi.

Altro che economia circolare, i consorzi e le aziende dovrebbero verificare gli impianti a cui mandano i loro rifiuti.
Ma in realtà l’Europa ha la coscienza sporca, manda i rifiuti in Turchia a basso prezzo senza vedere come viene riciclata.

Ma quanta plastica può essere riciclata?
Ogni volta che compriamo qualcosa, compriamo anche della plastica, che va differenziata e che arriva negli impianti di recupero come quello di Caivano.
Cosa succede in questi impianti? La verità sul riciclo è amara: non tutta la plastica può essere riciclata, le macchine dell’impianto e i lettori ottici non riescono a gestire tutte le tipologie di plastica, divise per colore e polimero.
C’è molta plastica che non può essere riciclata, come quella nera, come il polistirolo, le reti (come quelle per le patate): questi imballaggi vengono così bruciati.

Il 50% della plastica differenziata viene bruciata: tocca a noi consumatori scegliere i prodotti che hanno un minor impatto sull’ambiente. Per esempio Plastica vuol dire non riciclabile, anche se è presente il simbolo del riciclo. Lo stesso vale per le vaschette degli affettati, le buste della mozzarella …
Il codice di identificazione della plastica è stato inventato in America, ma molte aziende lo usano come prodotto di marketing: l’azienda della plastica non ha fatto abbastanza per il riciclo ed è stata inerte per troppi anni, colpevolmente inerte.
La plastica non è riciclabile, dobbiamo esserne consapevoli: le aziende petrolchimiche in America nel 1991 avevano promesso al Congresso di costruire 15 nuovi impianti di riciclo, ma alla fine ne è rimasto solo uno, perché riciclare veramente ha un costo non sostenibile.

IL professor La Mantia ha studiato la plastica per anni: i polimeri differenziati hanno caratteristiche meccaniche diverse dalla plastica vergine, la plastica mista non ha speranze dunque di utilizzo nel mondo, da una bottiglia di PET si può al massimo creare delle fibre con cui fare il pile.
Non si devono costruire prodotti con più polimeri assieme perché impossibile da riciclare spiega il professore.
Per esempio il brik di Estathè della Ferrero: l’azienda ha firmato un accordo per impegnarsi a produrre altri brik, ma nei prossimi anni.

In Francia la multinazionale Danone è stata accusata da diverse associazioni di consumatori di non fare abbastanza per il riciclo: le minacce di azioni legali però non sempre bastano, servirebbero leggi severe a livello nazionale ed europeo.
Ma le leggi sul riuso hanno sollevato critiche dai paesi europei, come in Italia da parte di Confindustria che si è opposta alla normativa europea: riuso e riciclo però non sono in contrapposizione, possono funzionare assieme.
Dal 2030 sul mercato ci deve essere solo plastica riciclabile o compostabile, l’altra plastica non deve esserci più, almeno questa è la promessa.

Che fine ha fatto la bioplastica?
Poco più del 50 % delle bioplastiche sono biodegradabili, questa è la prima notizia. Le bioplastiche derivano da fonti vegetali, ma non possono essere gettati come rifiuti organici: le bottiglie di bioplastica rimangono tali come quelle di plastica, anzi possono essere anche peggio per l’ambiente.

A Padova hanno fatto degli studi sulla biodegradabilità del PLA: la sua biodegradabilità si ferma però al 40%.

Ci sono impianti, come a Montello, dove la bioplastica diventa compost, attraverso degli enormi “digeritori”: servirebbe una raccolta a parte delle bioplastiche, ma c’è uno scontro tra chi gestisce gli impianti e il consorzio Biorepak.

Meno plastica per tutti

Nonostante le proteste delle nostre industrie, ridurre e riusare la plastica (specie quella usa e getta) si deve e si può fare, come han mostrato i servizi dalla Francia e dalla Norvegia.
In Norvegia la plastica viene messa da parte e portata nei supermercati: è la plastica su cauzione, 20 o 30 centesimi di euro che vengono consegnate alla cassa.
Il sistema di deposito cauzionale funziona in Norvegia: non si vedono bottiglie di plastica in giro perché tutti sanno che queste hanno un valore.
Qualsiasi chiosco, qualsiasi supermercato è obbligato a pagare una cauzione, a prescindere da dove sia stata acquistata la bottiglia, perché il sistema è centralizzata.

A gestire i resi c’è un ente non profit che dalle bottiglie ricava le balle di PET e di alluminio: ogni bottiglietta può essere riciclata, in un ciclo virtuoso, solo l’1% dei contenitori rimane fuori da questo sistema, che coinvolge tutti, dall’industria ai consumatori.
E in Italia? Enzo Favoino racconta di come in Italia si disperdano miliardi di bottigliette ogni anno, con un costo a carico dei comuni, le aziende del settore raccontano che non convenga il deposito cauzionale, ma in realtà senza deposito non si arriverà mai al 90% di plastica riciclata o riusata come chiede l’Europa.

Possiamo riusare le bottiglie con le borracce e lo stesso possiamo fare con i flaconi dei detersivi, con lo shampoo, riempiendo barattoli all’infinito: anche i nostri comportamenti singoli possono fare la differenza.
In Francia hanno bandito le plastiche monouso, anche nei bar, con una legge ancora più ambiziosa della direttiva europea: niente imballaggi per frutta e verdura nel supermercato, niente bottigliette nei bar. È aberrante imballare dentro la plastica la banana o la verdura – racconta la ministra per la transizione energetica in Francia (si, anche da loro esiste un ministero del genere, ma diversamente da noi lavora per l’ambiente).

03 luglio 2022

E Molinari scoprì la complessità

Vi ricordate quando in Italia venivano attaccati i pacifisti ovvero tutti coloro non sposavano la linea bianco e nero, buoni e cattivi sulla guerra in Ucraina?

Guai a tirar fuori la parola complessità (l'allargamento della Nato, l'occidente che per anni aveva chiuso gli occhi sui crimini di Putin, i limiti della democrazia in Ucraina).


Che stupore oggi nel leggere quella parola nell'editoriale di Molinari su Repubblica: si riferisce al rischio dell'espansionismo russo in Africa, sul fronte sud della Nato (oramai Nato ed Europa sono la stessa cosa), perché la Russia e la Cina cercano di fare in Africa quello che i paesi europei hanno fatto per anni, ovvero mandare armi, controllare i governi. E usare l'arma dei migranti per attaccare l'Europa in una guerra ibrida.

Ma le cose sono complesse: perché Haftar, che in Libia ha dato accesso alle basi militari alla Russia, vede tra i suoi alleati l'Egitto e l'Arabia Saudita, che sarebbero pure alleati dell'occidente.

E come la mettiamo con la Turchia di Erdogan? Lo paghiamo per tenere i migranti lontani dalle nostre frontiere, abbiamo accettato il suo ricatto su Svezia e Finlandia per aver mano libera sui curdi (e sui rifugiati politici in questi paesi del nord).

Eh questa complessità. Ma allora Erdogan è cattivo? Come Putin? Ma non scherziamo..

E' la geopolitica bellezza, che di fatto è la cartolina al tornasole dell'ipocrisia occidentale.

23 marzo 2021

Presadiretta – la dittatura delle armi

Al centro del racconto di Presadiretta il mondo delle armi, chi le produce e chi le compra. E le ragioni geopolitiche dietro questo mondo, poco trasparente per natura.

Un altra puntata interessante, dopo quella sulla ndrangheta, che ha suscitato qualche polemica nel mondo forense calabrese: non va sottovalutata la mafia, non va lasciata sola la gente calabrese, i giornalisti che parlano delle ndrine.

L'Italia ripudia la guerra ma spende miliardi in armi e le vende in tutto il mondo: una volta erano le mine della Valsella, oggi sono le mine, più gli elicotteri, i carri, le bombe e le navi.

Le armi sono un settore strategico, lo scorso marzo le aziende di questo settore sono rimaste aperte perché la politica le ha considerate strategiche.

I ministri del Mise e della Difesa hanno scritto una lettera ai vertici dell'industria militare dove chiedevano a loro di scegliere cosa tenere aperto e chiuso.

Nei mesi in cui il virus ci attaccava, il governo si prendeva cura di questo settore: la lettera è arrivata all'ex deputato Crosetto, fondatore di Fratelli d'Italia.

“E' stata chiusa al 50% la parte produttiva ” ha spiegato alla giornalista “oltre al lockdown di tutta la parte amministrativa.” Ma lo stato ha fatto decidere alle aziende: “è stato un accordo fatto coi sindacati all'interno dei codici Ateco che il governo ha reputato fondamentali.”

Nella lettera i due ministri ribadiscono l'importanza fondamentale del settore che si è deciso di tutelare il settore: “le aziende hanno lavorato per le forze armate che si muovono su mezzi che hanno bisogno di manutenzione, hanno bisogno di elicotteri, c'era bisogno di mantenere aperte quelle aziende per mantenere i contratti che altrimenti sarebbero caduti.”

Il settore militare italiano viene sempre privilegiato? “l'industria delle difesa viene privilegiata in tutti gli stati.”

Nel documento programmatico per la spesa tra il 2020 e il 2022 sono contenute le spese per il settore della difesa, con i sistemi d'arma che intendiamo comprare: fino al 2025 nuovi aerei per 11 miliardi, navi e sottomarini per 4,1 miliardi di euro, elicotteri per 2 miliardi, blindati 1,5 miliardi.

Anche aerei spia americani modificati da una società americana per fare attività di spionaggio, che pagheremo in tre tranche, la prima rata è di 1,3 miliardi.

Con l'ultima legge di bilancio del 2020, il bilancio della difesa è passato da 22 a 24 miliardi: il giornalista Francesco Vignarca ha commentato questa scelta: almeno 6 miliardi di euro sono spesi per nuovi bombardieri, nuovi carri armati, nuovi elicotteri: miliardi che potrebbero essere utilizzati per la scuola, per la sanità: “si acquistano sistemi d'arma eccedenti le necessità e in alcuni casi come si è visto per i blindati acquisiti nel decennio scorso, vengono parcheggiati e cannibalizzati per quei mezzi che non si riescono ad aggiustare perché non ci sono soldi.”

Lo spreco è testimoniato dal cimitero dei carri armati nella provincia di Vercelli: ma i soldi della difesa non bastano più, per le armi prendiamo soldi dal ministero delle finanze, per finanziare missioni all'estero e nuovi acquisti e così scopriamo che il 25% dei fondi strategici pluriennali sono destinati alla difesa, mentre la sanità si prende solo l'1,25%: veramente pensiamo che gli armamenti sono così importanti?

Un sottomarino nucleare costa come 9280 ambulanze, un caccia f35 costa come 3244 posti letto in terapia intensiva: ne abbiamo comprati 90 esemplari, un programma di acquisto tra i più costosi nella storia italiana.

LA spesa totale per gli F35 costerà 18 miliardi di euro, ogni governo fino ad oggi ha scelto di andare vanti nel programma.

Non ci sono penali da pagare, chi lo sostiene mente al paese: tanti politici sui caccia f35 hanno cambiato idea con un voltafaccia ipocrita, da Bersani a Renzi.

Sulle spese militari la politica si convince sempre, nonostante i costi aumentati, nonostante le consegne in ritardo: l'ex generale Tricarico, di fronte alla domanda dei costi del caccia f35 si è messo a ridere. Dovremmo spendere di più secondo il generale, che forse non sa che la spesa militare è da anni in crescita. Spese che non danno ritorno in posti di lavoro, spese che non hanno dietro esigenze strategiche, come l'acquisto voluto dall'ex ministra Pinotti per i droni della Piaggio. Spesa fatta per una questione di immagine.

Ma allora, compriamo armi per la nostra sicurezza oppure per l'immagine delle aziende private che le producono? E poi, come mai vendiamo armi a paesi come l'Egitto e l'Arabia?

Il 3 febbraio 2016 a Il Cairo fu ritrovato il corpo di Giulio Regeni, sparito giorni prima: sul suo corpo il segno della tortura, fatta dai servizi segreti egiziani, “il dizionario delle torture” lo chiama la madre di Giulio.

Tutti sanno cosa è accaduto a Giulio, tutti i politici a parole dicono di voler arrivare alla verità su Giulio, di voler arrivare ai responsabili. Ma solo a parole: dal governo Renzi al governo Conte, la ragione di stato ha sempre fermato la volontà di fare giustizia.

L'Egitto ha sempre protetto i servizi, depistando le indagini, uccidendo testimoni: la procura di Roma accusa 4 ufficiali della sicurezza egiziana, hanno scoperto anche che Regeni fu venduto da un venditore ambulante ai servizi egiziani, arrestandolo il 25 gennaio per portarlo nell'edificio sede della security a Il Cairo.

Un'attivista egiziano di We Record, scappato alle torture, ha raccontato a Giulia Bosetti del suo incontro con Giulio Regeni: si diventa un numero nelle carceri egiziane, quando si entra in queste strutture, dove le persone sono numeri, così è più facile ucciderli.

Il dittatore Al Sisi sa proteggere i suoi uomini, sa premiare chi fa quadrato attorno ai segreti del regime: Al Sisi sapeva dell'arresto di Regeni, perché riguardava un cittadino italiano, un paese con cui l'Egitto aveva e ha forti rapporti commerciali.

Dal 2016 al 2018 l'Italia ha smesso di vendere armi all'Egitto: nel 2018 le dotazioni per le forze si sicurezza vengono però sbloccate.

L'anno della svolta è proprio il 2018: a Il Cairo arriva un nuovo ambasciatore, inviato dal governo Gentiloni e pochi mesi dopo, arrivano i ministri del governo Conte freschi di nomina, tra cui il ministro Salvini, il primo ad incontrare il presidente Al Sisi, nel luglio 2018.

Ad agosto è il turno del ministro degli esteri, Enzo Moavero, poi tocca al ministro del lavoro Di Maio: tutti in fila per incontrare premier e ministri del governo egiziano.

L'ultimo è stato il presidente Conte, a novembre 2018, che parlava di un dialogo costante col presidente Al Sisi per arrivare ad una verità giudiziaria ..

Nonostante tutte queste visite, il governo italiano non ottiene la verità sulla morte di Giulio Regeni, ma ottiene altri accordi per la vendita delle armi.

Dal 2019 – lo racconta Erasmo Palazzotto, presidente della commissione sulla morte di Regeni – l'Egitto è il primo paese verso cui l'Italia esporta le armi e nel 2020 questo record viene superato, aumentando il volume d'affari, parliamo di cifre pari a 900 milioni di euro nel 2019 e nel 2020 col contratto di fornitura per le due fregate Fremm, un rapporto che per i prossimi anni porterà a vendite per 10 miliardi di euro.

Le due fregate Fremm costruite da Fincantieri, società partecipate dal Tesoro, sono state adattate per gli egiziani, coi sistemi di controllo di Leonardo, ex Finmeccanica, con una partita che è costata 1,2 miliardi di euro. La prima fregata parte per l'Egitto a Natale, quasi di nascosto.

Vendere armi all'Egitto è una cosa normale? Secondo Crosetto ci si muove secondo i confini dati dalla politica. Il problema è se uno vuole avere rapporti con paesi come l'Egitto – sono parole dell'ex sottosegretario – non gli vende le armi e nemmeno i formaggini.

Ma la questione Egitto era così scottante che è stata gestita direttamente da Conte e da Di Maio: un aiuto per la propria industria, è sempre il generale Tricarico a parlare, perché tutti i paesi difendono i loro prodotti.

Ma questo è un tradimento nei confronti dei genitori di Giulio Regeni: l'Egitto è il più grande acquirente di armi per il nostro paese.

E' tutto collegato: Al Sisi e l'Italia sono legati, l'Egitto ha comprato la nostra inerzia nella ricerca della verità con le concessioni per il gas estratto nel bacino davanti le sue coste, comprando le armi.

E ad ogni acquisto di armi, Al Sisi si intasca una commissione pari al 2,5% che finisce in un conto in Svizzera: non solo, i soldi per comprare le Fremm sono arrivati da un prestito arrivato dalle banche, tra cui la nostra Cassa depositi e prestiti.

E il prestito è stato garantito dalla SACE, la controllata di CDP, e dal ministero dell'Economia, grazie ad un decreto firmato dal ministro Gualtieri.

Noi abbiamo pagati interessi per 21 milioni di euro per le Fremm, che dovevano essere vedute alla marina italiana: paghiamo noi le armi per Al Sisi che, dall'altra parte, sta pagando il nostro silenzio, la nostra vigliaccheria.

Queste fregate verranno usate dal governo egiziano per presidiare il Mediterraneo orientale, dove sono presenti i bacini di estrazione del petrolio tanto cari al governo egiziano e su cui l'Eni ha firmato un accordo con Al Sisi: la geopolitica del governo egiziano coincide dunque con la politica dell'industria delle armi, nonostante il fatto che, in base alle leggi italiane, noi non potremmo vendere sistemi d'arma a paesi che non rispettano le convenzioni sui diritti umani.

L'Egitto sta investendo molto nella sicurezza, pur soffrendo una grossa crisi, per continuare ad avere una certa influenza nell'aria nordafricana.

E continuare a torturare i nemici del popolo, a far sparire le persone, a mantenere nel terrore la vita dei cittadini egiziani. Chiunque parli delle sparizioni, delle torture, fa una brutta fine.

Come successo a Patrick Zaki, in carcere dal 7 febbraio 2020: collaborava con una ONG per la difesa dei diritti umani, dei detenuti e degli omosessuali.

Arrestato dalla polizia, è stato anche lui torturato e messo in carcerazione preventiva, senza un processo, da un anno intero. Con l'accusa di propaganda eversiva.

Gli egiziano lo chiamano “riciclaggio di prigionieri”, persone arrestate e detenute per settimane, poi rilasciate e riarrestate con accuse diverse.

Cosa deve succedere perché nessuno venda armi all'Egitto: nel 2016 la commissione europea aveva provato a fare una risoluzione per non vendere armi ad Egitto e Arabia, ma poi Macron ha rotto il fronte, concedendo la Legion d'Onore ad Al Sisi. Tutti vendono armi all'Egitto, e non sono formaggini come dice Crosetto.

Ogni paese ha le sue leggi, i suoi regolamenti per vendere le armi: l'europarlamentare Neumann si sta battendo per un regolamento unico per l'export delle ami, ma molti stati membri come Italia a Francia violano questa posizione comune.

Le armi non devono finire nelle mani dei dittatori, non devono uccidere civili, dobbiamo controllare a chi vendiamo le ami.

I nostri fucili d'assalto Benelli sono stati usati in Bahrein, durante la repressione delle proteste dei civili: la vendita è continuata anche dopo che l'Unione Europea ha protestato contro le violenze sui civili nel 2015.

Anche in Birmania le persone sono uccise da pallottole italiane.

E lo stesso succede in Turchia, lo dice il lavoro del gruppo di indagine Light House: elicotteri italiani sono stati usati per colpire la popolazione curda nel 2018 e nel 2019.

Il 2019 l'Europa blocca l'export di armi verso la Turchia, dopo i bombardamenti turchi in Siria: ma l'Italia non ha mantenuto la promessa, abbiamo continuato ad inviare armi all'esercito e all'aeronautica turca, che viene usata contro la popolazione civile.

Dal 2018 l'Italia è il paese che esporta più armi alla Turchia, alla faccia delle promesse di Di Maio: un ex ammiraglio della marina turca ha raccontato alla giornalista come, con l'Italia, ci sia un progetto per un lavoro congiunto tra Italia e Turchia.

Nonostante il blocco annunciato dall'Italia, noi continuiamo a vendere armi ad Erdogan e a lavorare assieme: la Beretta possiede uno stabilimento a Turchia, Leonardo ha una sede ad Ankara e appalta i suoi modelli d'arma ad una società turca, la Onuk.

Onuk spedisce le componenti all'Italia e l'Italia vende le armi alla Turchia: nel 2019 questo paese ha importato armamenti per 3 miliardi, ma ha investito anche nella produzione di armi con aziende locali, ogni anno investe in armi 45 miliardi.

Come sono usate le armi dalla Turchia: in Siria, nel Curdistan iraqeno, perché la Turchia vuole esercitare la sua egemonia sul popolo curdo.

Egemonia esercitata grazie agli elicotteri Mangusta, prodotti in Turchia su licenza: attacchi militari che Erdogan giustifica con l'esigenza di garantire sicurezza sui suoi confini.

Giulia Bosetti è andata a vedere gli effetti di questa sicurezza, nella regione del Curdistan: sono territorio montuosi, dove la guerriglia del PKK può nascondersi.

Ma dove a morire è anche gente comune, uccisa e ferita da attacchi che colpiscono le case nei villaggi. Attacchi che lasciano a terra macerie, villaggi rasi al suolo, migliaia di civili costretti a fuggire: “le schegge delle bombe sono piovute dal cielo” racconta un sopravvissuto ad uno di questi raid turchi “ho visto mia moglie in fiamme e mio figlio a terra coperto di sangue perché era stato colpito alla testa [..] la Turchia usa le vostre armi contro noi civili, se il nostro governo non gliele vendesse non potrebbe bombardarci.”

Queste operazioni militari hanno portato allo spopolamento dei villaggi nel Curdistan, perché nessuno vuole vivere col terrore dei bombardamenti.

Con le nostre armi. Cambiano i regimi, da Saddam a Erdogan, ma a farne le spese sono i civili curdi.

Da questa situazione chi si arricchisce sono i venditori di armi: dovrebbe essere la comunità internazionale che si deve prendere cura della situazione del Kurdistan, che non ha armi nemmeno per difendersi.

E non è solo un problema di armi: noi Italia abbiamo prodotti anche le mine che sono state piazzate e mimetizzate lungo questo territorio. Mine che uccidono bambini, che strappano gambe e mani alle persone che hanno la sfortuna di incontrarle.

Altro teatro di guerra importante è quello libico: sarebbe vietato far arrivare armi alla Libia, ma ci sono traffici illegali che alimentano il conflitto libico. La procura di Genova sta indagando sui traffici di una nave libanese, arrivata in Turchia al porto di Mersin, poi scortata fino alle acque libiche che hanno accompagnato il suo carico di armi, scaricato poi nel porto di Tripoli.

Da Tripoli è poi arrivata a Genova, dove è poi partita l'indagine: il comandante ha patteggiato una condanna per traffico di armi, ma il capitano è già in Libano e non sconterà un giorno di pena.

Questo traffico d'ami, con la stessa nave libanese, è andato avanti per anni, per trasportare armi in Libia, violando l'embargo di armi, in modo sfacciato: la Turchia sta portando avanti la sua politica sul Mediterraneo, vuole conquistare il controllo nel Mediterraneo orientale.

E così alimenta una delle due fazioni che si scontrano in Libia, come fanno l'italia e la Francia.

L'Europa è più interessata alla Libia ma non ai libici, racconta l'ex inviato speciale dell'Onu Ghassam Salamé: non ci sono pene per chi viola gli embarghi per le armi, tutti i paesi occidentali vendono armi a paesi come la Giordania, che poi le mandano alla Libia.

Gli embarghi sono aggirati anche dalle licenze con cui un paese concede ad un altro di produrre sistemi d'arma.

La RWM produce armi in Sardegna, bombe poi vendute all'Arabia, che le usava contro i civili in Yemen: da un mese l'export di queste armi è bloccato.

Le armi per l'Arabia partono dal porto di Genova, dove una volta al mese attracca la nave della compagnia araba, dove viene caricata di armamenti ed esplosivi: a maggio 2019 i portuali di Genova scoprono che le navi di questa compagnia arrivano cariche di carri armati, esplosivi, elicotteri e che a Genova vengono caricati i generatori italiani Dual-Use per alimentare i droni da combattimento e artiglieria da campo da utilizzare nella guerra in Yemen che, secondo l'OCHA ha causato circa 233mila morti.

I lavoratori hanno bloccato così il carico di armi: uno di questi portuali, intervistato dalla giornalista, ha spiegato che da quel giorno hanno deciso che le armi non dovevano essere più caricate e nemmeno transitare dal porto. “Il porto è incastonato nella città, la nave che imbarca container pieni di esplosivo potrebbe essere un monito per la città di Genova che fa attraccare questa nave a cinquecento metri dalle case.”

Un altro portuale racconta che altre compagnie fanno la stessa cosa celando la merce, “i mezzi grossi vengono blindati all'interno delle stive alle quali i portuali non hanno accesso, l'elicottero non viene parcheggiato nella stiva ma è a pezzetti, da assembrare poi”.

Non vogliono lavorare con materiale che porta morte i portuali: “noi non ci sporchiamo le mani di sangue”.

Quella dello Yemen è la più grave crisi umanitaria al mondo: in questo conflitto un ruolo lo ha avuto anche l'Italia, che ha fornito armi per gli attacchi aerei ai villaggi yemeniti.

Le bombe che uccidono persone in Yemen sono prodotte in Italia: ora abbiamo bloccato l'export verso l'Arabia e il 24 febbraio scorso la procura di Roma sta indagando sulle responsabilità dei dirigenti della RWM sulle morti civili, per la violazione del diritto umanitario.

Dovremo rimettere in discussione l'export di armi anche contro la Turchia, ma l'industria delle armi vive a doppio filo con i vertici delle forze armate: spesso ex generali finiscono a lavorare per queste industrie, come nel caso di Tricarico e Carta.

Si chiama sliding doors, una situazione da conflitto di interesse che viene tollerata in Italia.

Le duecento aziende del settore delle armi non hanno mercato, lavorano solo coi soldi dello stato italiano, che ingaggiano poi ex generali ai loro vertici. E poi ci sono aziende controllate dallo stato come Leonardo.

Qualche nome di generali o politici che sono passati all'industria:

Sandro Ferracuti ex generale, prende un incarico alla Selex.

Giulio Fraticelli nel 2006 diventa presidente della Oto Melara.

De Gennaro diventa presidente di Finmeccanica.

Minniti entra in Leonardo.

Sono tanti i generali che passano poi all'industria delle armi: servirebbe un controllo su questi passaggi tra governo e industria, per far sì che il governo non sia condizionato nelle sue scelte.

Lo stato è sia controllore che esportatore di armi, in una situazione di conflitto di interesse. Non solo tutti gli investimenti in armi non portano grandi incrementi in PIL e in posti di lavoro.

Leonardo, per esempio, si è convertita al militare, ma le sue azioni sono passate da 13 a 5 euro: chi ha investito in azioni ha rimesso il suo valore.

Chi combatte il potere dell'industria delle armi, come l'ex deputato Gian Piero Scanu, ha perso la sua battaglia: ha cercato di bloccare sprechi e spese militari ma non è stato ricandidato dal PD, è stato isolato e lasciato a casa.

27 settembre 2016

Presa diretta – sulla pelle dei migranti, le schiave e Donald Trump

L'anteprima della puntata (il link al sito)
Ospitiamo 190mila migranti, 0,3% della popolazione: piccola percentuale che spaventa il paese, e lo stesso accade in Europa.
Eppure quelli che sono arrivati in Europa sono ancora pochi: nell'anteprima del servizio sui migranti Iacona ha mostrato la situazione dell'Uganda, paese appena uscito da una guerra e dove le donne fanno in media sei figli. Un boom demografico in un paese dove la maggior parte delle persone vive nelle campagne.
Col problema dell'acqua, delle malattie infettive (portate dalle punture delle zanzare, che portano la malaria).
Per curarsi dalla malaria ci sono pochi presidi medici: i soldi per la disinfestazione ci sono ma i villaggi sono lontani e difficili da raggiungere.
Nei villaggi si coltivano patate, mais, fagioli, noccioline: il magro guadagno serve per mandare i bambini a scuola, per i vestiti.
Un altro lavoro è quello degli “spaccatori di pietre”, pietre usate per le strade.

Il pasto, per questa gente è fagioli, mais, raramente carne: questo spiega perché molti ugandesi emigrano all'estero, spesso in Inghilterra.
E questa emigrazione spaventa gli italiani, come ha raccontato un sondaggio uscito oggi su Repubblica: ma tutti i muri non possono reggere la forza della vita, di questa gente alle prese con fame, carestie, guerre.
L'Europa non sa decidere ed è sotto ricatto di quei paesi che i migranti non li vogliono.
E contro questa Europa si è scagliato il nostro presidente del Consiglio: contro un'Europa che non ha idea di come affrontare questa tragedia. Nel frattempo una grande massa di migranti è bloccata alle frontiere, a Como, a Calais ..

Gli altri servizi.
La discriminazione sulle donne: in Italia una donna su due non lavora e al sud lavora solo una donna su tre (il 67% non lavora). Ma come fanno le donne italiane a fare figli se queste sono le condizioni in cui lavorano?
E poi Trump: che idea di America ha in mente?

Schiave.
Il servizio sulla discriminazione nel lavoro per le donne parte da Grottaglie, dove le braccianti italiane vengono prelevate da un pulmino e portate nei campi, di notte, dai caporali.
E sui luoghi di lavoro sono trattenute 10-12 ore, tutti i giorni: chi si rifiuta di lavorare a queste condizioni viene poi lasciata a casa. Una situazione nota a tutti e tollerata, a quanto pare, da tutti.

Lo stipendio: 27 euro al giorno, per tutte le ore di lavoro. E il contratto di lavoro non sempre c'è: nessuna donna vuole parlare, delle donne che si vedono nel servizio, perché c'è paura di ritorsione.
Non c'è lavoro: o stai a casa o subisci questo ricatto.
Maltrattamenti, soprusi, vessazioni, punizioni per una pausa più lunga: i caporali, uomini, possono fare tutto quello che vogliono.
Le donne fanno oggi tutti i lavori che una volta facevano gli uomini, come raccogliere la frutta, perché pagate di meno.

E per queste donne il lavoro prosegue anche a casa: altro lavoro per i figli e i mariti.
Il datore di lavoro, queste lamentele le chiama “puttanate”: per questo è morta Paula, mentre raccoglieva l'uva. Ancora aspetta giustizia, il marito. E forse anche noi.
Per cosa è morta Paola? Per alzarsi alle 3 del mattino e guadagnarsi la giornata, nell'omertà per le ingiustizie.
I pm di Trani hanno chiamato a testimoniare 100 donne, che lavoravano con la donna morta: nessuna ha testimoniato.

Leonardo Palmisano è un professore che si è occupato dello sfruttamento delle donne nel sud: un mondo di lavoro nero, di paghe dimezzare, di fatica, di pochi di controlli.

Le differenze nei salari: in Italia una donna guadagna fino al 30% in meno all'uomo, per lo stesso lavoro. Presa diretta ha mostrato un colloquio di lavoro ad un uomo e una donna, stessa esperienza. Alla ragazza veniva proposto un salario inferiore.
Gender paygap: così si chiama il problema, raccontato dal blog La 27 ora da due giornaliste del Corriere.

Il pregiudizio comincia già all'università: nelle categorie di ingegneria ci sono più uomini, in quelle di insegnamento sono più donne.
E man mano che si sale, nella posizione lavorativa, è meno frequente trovare una donna (si chiama segregazione verticale): meno donne tra i rettori, tra i giudici, nei ricercatori..
Siamo condizionati dagli stereotipi e questo rende il sistema inefficiente, è uno spreco di risorse.

In Italia ci sono 4 ml di casalinghe: entro il 2020 almeno 2 ml devono entrare nel mondo del lavoro, ci chiede l'Europa. Ma sarà difficile: al sud solo il 67% lavora, peggio di noi solo la Grecia.
La necessità di un lavoro, qualunque e a qualunque costo porta agli sfruttamenti che abbiamo visto ad inizio servizio. Ci si arrangia: chi vendendo le caramelle davanti le scuole, chi pulendo le scale, vendendo detersivi, in una lavanderia, come collaboratrice domestica ..
Gli uomini sono a casa per la crisi e ora tocca a alle donne sobbarcarsi il carico: a Scampia, al rione Traiano.

Quante energie e potenzialità sprecate, quanta strada dobbiamo ancora compiere per arrivare ad essere un paese con pari opportunità.
Il governo ha un mini piano per proteggere il lavoro delle donne: ma ci aspettiamo di più.

Sulla pelle dei migranti.
Molti paesi europei di stranieri non ne vogliono parlare: dei 40mila stranieri in Italia che dovevano essere ricollocati, ne sono andati via solo un centinaio.
Sono tutti bloccati in Italia: il nostro paese è un enorme hotspot, dove si continua a sbarcare ogni giorno, salvando i migranti dai naufragi.
Ma quello che lasciano alle spalle è più pericoloso, del viaggio in mare – dice un volontario a Lampedusa.
Sulla banchina di Augusta sono sbarcate una decina di migliaia di persone: le strutture sono sature, negli sbarchi arrivano anche minori che sono a carico del comune, si è creata una tendopoli sta crescendo.
Altri sono portati via pullman negli altri centri: la maggior parte rimane in Sicilia, altri escono fuori dalla regione.
I minori in posti come quelli mostrati dal servizio, a Pozzallo, non ci potrebbero stare: sono poco attrezzati, manca l'acqua e mancano i servizi di assistenza.
I minori scappano dal centro: c'è il sospetto che ci sia dietro qualcosa.
E se non scappano si trovano di fronte insegnanti poco rispettosi della loro dignità: altro che hotel a cinque stelle di cui parla Salvini nei suoi comizi.

Nei centri non si insegna nulla, né la lingua, né la storia. Non ci sono progetti, non c'è un'idea di integrazione.
Save the children è un'organizzazione che si occupa di questi minori: sono preoccupati del rischio sfruttamento dei minori non accompagnati o anche peggio. A Roma la polizia ha scoperto un traffico di minorenni che venivano fatti prostituire.

Ma i migranti vogliono raggiungere i paesi del nord: non avendo alcuna struttura per accoglierli, ogni punto del percorso, ogni stazione si è trasformata in un hot spot. Come a Roma alla Tiburtina, al centro Baobab: sono migranti in transito dal sud, che hanno subito delle violenze nel corso del viaggio.
A Parigi il sindaco creerà un centro di transito di soccorso: la situazione è come quella di Roma e il sindaco ha ritenuto di dover fare qualcosa per i transitanti, altrimenti sarebbe stata una omissione di soccorso.
A Milano c'è un altro punto di passaggio: i posti nei centri di accoglienza iniziano a scarseggiare, perché è più difficile oggi passare la frontiera.

L'assessore Majorino parla di disordine nell'affrontare il problema: servirebbe una distribuzione più capillare dei migranti nel territorio, ma molte amministrazioni si oppongono all'accogliere i profughi.

Come a Saronno: “Saronno non vuole i clandestini” c'è scritto sui manifesti appesi sui muri. Una ex scuola della Caritas doveva accogliere 32 migranti: il centro è vuoto ma i migranti non arriveranno perché il comune non ha dato l'agibilità. Il comune non ha ricevuto le carte per l'autorizzazione, eppure i profughi sono stati mandati lì dal prefetto.

Inveruno, provincia di Milano: un profugo dal Gambia è stato accolto da una famiglia, esempio di come questi drammi possono essere risolti anche grazie all'impegno delle singole persone.
Se l'immigrazione viene gestita male, tutti i problemi ricadono sul territorio: come successo a Ventimiglia, dove la polizia ha caricato i migranti che si erano insediati sulla spiaggia.
E se non è la spiaggia, è la strada o le case occupate.
Anche i richiedenti asilo.
A Foggia, c'è il CARA dove la gente entra ed esce senza controlli e fuori, le baracche del campo, dove si vive in condizioni disumane. Niente fogne, niente raccolta dell'immondizia, niente medici.
E le persone di colore sono sfruttate, a nero, nei campi e per piccoli lavori.
Si ruba per comprare il certificato di residenza: questo raccontano i ragazzi intervistati dalla giornalista.

Tutti prigionieri nel nostro paese per colpa del trattato di Dublino: se sei identificato in Italia rimani in Italia. Senza integrazione, si rimane senza lavoro, clandestino senza altre possibilità che non finire nelle mani dei caporali.

Sono arrivati 131 mila migranti nel 2016: nel 2014 il boom è stato di 170 mila arrivi. Non sono grandi numeri eppure ancora siamo impreparati: il governo ha individuato sei caserme per l'accoglienza ma vuole accentrare le funzioni all'interno dell'esecutivo.
Eppure sono sei mesi che il governo non paga i conti dei centri di assistenza: entro il 30 settembre servono 600 milioni, altrimenti parte dei migranti finiranno per strada.

Gentiloni vorrebbe puntare ancora sui ricollocamenti: eppure in Europa nessuno vuole i nostri migranti.
A Strasburgo, Juncker nel discorso dell'Unione ha al primo posto il problema dei migranti: ma non li vogliono i paesi del nord né quelli dell'est.
Ma la soluzione alla crisi dei migranti sono i muri?
Juncker ora si affida al buon cuore dei governanti: punta sullo slancio volontario per la solidarietà, queste le parole usate nei confronti della Slovacchia, della Polonia.
Un appello fondato sul vuoto, destinato a fallire.
Juncker e l'Europa non è stata coraggiosa: non è stato coraggioso nemmeno l'accordo con la Turchia, un accordo fatto sulla pelle dei migranti.
Così Lesbo e Moria sono diventati un campo per profughi e migranti a cielo aperto, un carcere senza strutture adeguate per minori.
Contro questo accordo con la Turchia hanno protestato Medici senza frontiere, Oxfam, Onu, perché sono in pratica dei respingimenti: se la domanda d'asilo è respinta si viene respinti in Turchia, in altri campi.
L'accordo ha trasformato la Grecia in un enorme prigione per afghani, pakistani, iraqeni, siriani.

Ad Idomeni, al confine con la Macedonia, ci sono 10000 profughi: la frontiera è chiusa col filo spinato impedendo alle persone di arrivare nei paesi del nord, come Svezia, Germania.
Molti avrebbero diritti alla ricollocazione, anche perchè Idomeni è un posto pericoloso, per gli scontri tra le varie etnie accentuati dalla situazione di vita: per questo è stato sgomberato all'inizio dell'estate.
Niente campo, ma la frontiera è rimasta chiusa: i profughi si sono semplicemente spostati un altro campo.

Diamo sei miliardi di euro alla Turchia per non farli partire verso di noi: i non aventi diritti all'asilo sono rimandati da Erdogan.
E in Turchia potranno così rifare domanda di asilo, se hanno diritto: così ha risposto alle obiezioni delle associazioni umanitarie, l'Europa.
Ma non è vero: non è vero che continua in Turchia il sostegno ai migranti come ha raccontato la Mogherini alla giornalista.

Molti dei migranti, respinti dall'Europa, vengono deportate in Turchia e, senza poter fare domanda d'asilo, sono rimandati indietro nei paesi d'origine, dove c'è la guerra: il governo dice che sono “migranti illegali” difendendo il loro lavoro.
Ma in realtà la bandiera europea sventola sul campo d'espulsione, e basta.

Circa tre milioni sono i rifugiati in Turchia: vivono dappertutto e sono condannati a rimanere in Turchia a vivere in condizioni pessime, sottopagati, in condizioni non dignitosi. La Turchia non è un paese sicuro per queste persone: niente cure, niente asilo, nessuna assistenza.
Che razza di accordo abbiamo firmato con la Turchia? Solo ipocrisia, per proteggere i nostri confini, della fortezza Europa e non dei diritti universali.

Muri in Europa e muri in Turchia, al confine con la Siria, a pochi chilometri da Aleppo. Attorno a questo muro, a rischio delle bombe di Assad e delle violenze dell'Isis vivono migliaia di persone cui è impedito di attraversare il confine: l'esercito è arrivato a sparare contro le persone che cercavano rifugio.

E l'Europa? E l'alto commissario Mogherini?
Mogherini ha parlato chiaro agli interlocutori turchi. Anche dopo il golpe. L'accordo (per cui l'Europarlamento non è stato interpellato) blocca migranti non si tocca, sta funzionando. In Europa arrivano meno migranti ora, la Grecia si è trasformata in una prigione, la Turchia nel gendarme d'Europa.
E noi possiamo scaricarci la coscienza.

E ora l'accordo con la Turchia verrà usato come base per fare accordi con altri paesi, come l'Egitto che, ci dice, ha 500 mila migranti in pancia. Se non li vogliamo sulle nostre coste, dobbiamo pagare.

Sui migranti e sulle paure si costruiscono carriere politiche una volte insperabili. E inspiegabili.
Come quella di Donald Trump.


18 luglio 2016

Si fa presto a dire democrazia

Tanto l'elenco delle tragedie legate al terrorismo o a tensioni sociali e razziali si allunga, tanto si accorciano i tempi per la loro comprensione.
Dall'Isis, alla sparatoria a Batoun Rouge da parte di un ex militare di colore contro i poliziotti.
Le analisi si devono fare in fretta, anche in assenza di tutte le informazioni, spesso bansandosi sulle voci sui social.
O sui luoghi comuni: oggi Gilioli scrive un bel post sul tema noi contro voi, che merita più di un approfondimento. Chi sono loro? Una religione? Una razza? ..
Una cosa in particolare mi ha colpito, sul golpe in Turchia: il sospiro di sollievo tirato da molti governanti, perché i soldati non hanno cacciato un governo eletto.
Viva la democrazia, dunque.

Che però è la democrazia di Erdogan, che pure si sta facendo riconoscere con le purghe contro i militari golpisti, col ventilare un ritorno alla pena di morte, con la messa sotto accusa di migliaia di magistrati.
C'era un golpe così esteso e non se ne era accorto.
Ma la domanda è: possiamo chiamare anche il governo della Turchia come una democrazia?
Basta che ci siano state elezioni libere (più o meno condizionate da eventi terroristici) per parlare di democrazia? Il voto popolare fa la forma ma anche la sostanza di una democrazia (diritti, tutele, rispetto delle minoranza..)?
Forse è arrivato il momento di capire che significato vogliamo metterci dentro questa parola, con cosa lo vogliamo riempire questo sacco, per darne forma e sostanza.
E vale per la Turchia come per gli altri paesi.

Il rispetto dei diritti civili, la libertà di stampa, l'indipendenza della magistratura dall'esecutivo, la libertà di associazione, la libertà di espressione. La rappresentanza maggiore possibile di tutti i partiti e delle minoranza.

Magari la Turchia ci sembra così lontana, però mi tocca sentire sempre pià spesso da politici italiani l'elogio della stabilità.
Governo stabile, maggioranza stabili.
Per dare una risposta ai problemi del paese, dell'Europa.
L'Isis, la crisi economica, gli immigrati.

Un Turchia avremo un governo stabile che è difficile etichettare come una democrazia liberale, per come siamo abituati a considerarle noi occidentali.
In Francia un governo sotto nei sondaggi ma stabile, sta approvando una riforma del lavoro che ha portato in piazza migliaia di manifestanti. E i cui effetti benefici sono da dimostrare (vedi riforma del jobs act in Italia, coi decimali di crescita ..).
Negli Stati Uniti inutile chiederlo a Trump: "make America great again", il suo slogan: più armi, meno immigrati, più guerre contro nemici più o meno reali. E se poi cresceranno le tensioni (sociali, razziali), basterà mettere sul piatto sempre più armi, sempre più militari, sempre più poliziotti.

In Italia la stabilità si paga coi cambi di casacca (per stabilizzare la maggioranza) e, dice il ministro delle riforme, col sì al referendum.

Mia opinione, ma si fa presto a dire democrazia.

22 febbraio 2016

Presa diretta: l'alleato turco


Spero che il ministro Gentiloni, il ministro Pinotti e il presidente del Consigliosi siano guardati il servizio di Giulia Bosetti dentro la Turchia.
Il nostro alleato nella lotta contro il califfato, più prossimo al fronte siriano.
Alleato che è spaventato dall'autonomia concessa ai Curdi in una regione della Siria (dopo i successi nella lotta contro l'IS), perché questa potrebbe essere chiesta anche dai curdi in Turchia.
Così Erdogan, dopo aver vinto le elezioni con una maggioranza assoluta (e dopo una scia di attentati che hanno insanguinato le piazze del paese), ha occupato il Curdistan militarmente, che oggi è in piena guerra civile.
Dove i diritti civili non vengono rispettati: i giornalisti che parlano di traffico d'armi, di guerra civile, di traffico di petrolio con l'Isis., vengono incarcerati rischiando l'ergastolo.
Il presidentedell'ordine degli avvocati curdi (Tahir Elci) è stato ucciso sotto gli occhi della polizia: in molti hanno parlato di crimine di Stato.
Stato che considera il PKK un problema più importante dell'Isis e del califfato.
Col risultato che la frontiera con la Siria è estremamente permeabile sia in un senso che nell'altro, basta pagare i poliziotti al confine. Anche i foreign fighters sono passati dalla Siria alla Turchia.
Il risultato è che i giornalisti di “Ribbs”, gli unici che raccontano la situazione dall'interno del califfato, vengono uccisi e non si sentono sicuri all'interno della Turchia.

E l'Europa?
All'Europa della violazione dei diritti civili non importa: importa solo che la Turchia si tenga il milione dei profughi siriani nei suoi confini.
Eppure mai come in questo momento il califfato è in difficoltà, col consenso ed è per questo i giornalisti di Ribbs sono pericolosi a Raqqa.


Ma per noi, evidentemente l'importante è alzare i muri per i profughi. Quanto siano funzionali per tenere fuori i terroristi, lo scopriremo solo al prossimo attentato. Sperando che questo non avvenga mai ... 

21 febbraio 2016

L'industria del vino e un'inchiesta sulla Turchia a Presa diretta

Erano gli anni '80 quando lo scandalo del vino al metanolo gettò un brutta ombra su uno dei simboli della nostra cultura, il vino italiano.
Vino adulterato, con tutti i rischi per la salute dei consumatori, in nome del profitto per le industrie del settore, con pochi scrupoli di coscienza.
Passati tutti questi anni, con la crisi dell'agricoltura, con la spietata concorrenza dei viticoltori esteri, che spinge verso la quantità da produrre a scapito della qualità, che spinge verso le culture intensive, qual è la salute del nostro vino?
Lo racconterà il servizio di Raffaella Pusceddu per Presa diretta questa sera: sul corriere un'anticipazione


La scheda del servizio La fabbrica del vino
A PRESADIRETTA un'altra puntata con due pagine, una dedicata all'industria del vino per capire se qualità e quantità riescono davvero ad andare a braccetto e l'altra sul ruolo della Turchia come nostro alleato nella battaglia contro lo Stato Islamico.LA FABBRICA DEL VINO. Un'industria da 9 miliardi e mezzo di fatturato all’anno, la concorrenza sui prezzi al consumo, la contrapposizione tra piccoli e grandi produttori, tra aziende artigianali e marchi industriali. Quanto pesano gli interessi di un settore industriale così importante sulla qualità e sulle caratteristiche del vino che arriva sulle nostre tavole?Quasi 50 milioni di ettolitri prodotti ogni anno. Sempre più terra dedicata alla coltivazione intensiva della vite e il mercato che spinge per aumentare la produzione per ettaro. E l'uso dei fitofarmaci nei vigneti in che modo impatta sulla nostra salute?Le telecamere di PRESADIRETTA hanno viaggiato da nord a sud per capire cosa c'è davvero nel vino che beviamo. Sono circa 60 le sostanze consentite dalla legge che si possono usare nella preparazione del vino seguendo le indicazioni di vere e proprie ricette. Lieviti, fermenti, tannini, stabilizzanti, correttori di acidità, chiarificanti.

La seconda inchiesta riguarda la Turchia dell'alleato Erdogan: è il paese ora strettamente in mano al sultano che sta schiacciando le opposizioni, la libertà di stampa, di informazione, di manifestare liberamente.
Il paese che, dopo una velata minaccia all'Europa sull'emergenza profughi, ha preteso e ottenuto 3 miliardi di nostri soldi. Cosa ne farà di questi profughi non interessa l'Europa, a quanto pare: li terrà nascosti ai nostri occhi, per non turbare le nostre coscienze?
La Turchia è il paese che ha ingaggiato una guerra fredda con la Russia, paese con cui invece Nato e gli USA trattano nei tavoli anti-Isis: sta facendo la guerra ai curdi che poi sono l'unico paese che sta facendo la guerra sul campo contro le truppe dell'esercito del califfo.
C'è il sospetto, leggendo alcuni report russi, di traffici con l'Isis sul commercio del petrolio con una società in cui sono soci membri della famiglia del presidente Erdogan (notizia riportata dal FQ e smentita dalla famiglia del presidente).

La scheda del servizio:
L'ALLEATO TURCO. Nella seconda parte di PRESADIRETTA un reportage dalla Turchia, luci e ombre del nostro alleato nella guerra contro lo Stato Islamico. Il conflitto aperto contro il PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan che il governo di Erdogan considera un’organizzazione di terroristi. Lo scontro permanente con tutte le voci del dissenso, giornalisti, politici di opposizione, intellettuali.Le telecamere di PRESADIRETTA sono arrivate fino al profondo sud est del paese, al confine con la Siria, al crocevia della guerra di tutti contro tutti, la dove si concentrano la pressione dei profughi siriani in fuga dalle città bombardate, i traffici illegali di armi e di petrolio, i combattenti di tutti i fronti, terroristi compresi.In esclusiva per PRESADIRETTA, la storia degli attivisti di “Ribbs”, una piattaforma di informazione giornalistica. Un gruppo di giovani coraggiosi di Raqqa, le uniche voci rimaste a raccontare al mondo quello che accadeva nella capitale dello Stato Islamico in Siria."LA FABBRICA DEL VINO" e "L'ALLEATO TURCO" sono un racconto di Riccardo Iacona con Giulia Bosetti, Elisabetta Camilleri, Raffaella Pusceddu, Cristiano Forti, Andrea Vignali.

Sull'Huffington post trovate un'anteprima del servizio di Giulia Bosetti girato da Andrea Vignali:
Nella reportage di Giulia Bosetti e girato dal filmmaker Andrea Vignali è evidente come l'impegno militare turco si svolge oggi contro il Pkk dentro i confini del paese, nelle zone abitate a maggioranza dai curdi, piuttosto che in Siria contro l'Isis.Le telecamere di Presadiretta sono state nel Sudest, a Diyarbakir, una delle città turche con la più altra concentrazione di curdi, dove vige il coprifuoco e il quartiere centrale è chiuso dalla polizia e assediato dai cecchini e le famiglie curde reclamano la restituzione dei cadaveri dei loro famigliari uccisi per le strade. 
Il pericolo di una guerra civile nel paese lo racconta Cengiz Aktar, uno degli accademici che ha firmato la petizione per fermare il massacro dei curdi nel Sudest e lo raccontano anche i giornalisti che sono stati messi sotto inchiesta per gli articoli in cui denunciavano questa emergenza. E ancora i colleghi e le mogli di Can Dundar ed Erdem Gul, i giornalisti del quotidiano Cumhuriyet, tutt'ora in carcere per aver pubblicato articoli e foto su un presunto traffico di armi tra la Turchia e la Siria. Per loro la procura di Istanbul ha chiesto l'ergastolo poche settimane fa.Presadiretta si è spinta fino al confine turco siriano, dove l'Isis lancia missili da oltre il confine per raccontare la situazione delle frontiere e le infiltrazioni dello Stato Islamico raccontando le storie dei giornalisti siriani uccisi dall'Isis in Turchia per il loro lavoro di denuncia su quello che sta avvenendo nel Califfato. 
Nel reportage, con un’intervista esclusiva in una località segreta, anche la voce di uno degli attivisti di Ribss, la piattaforma di informazione "Raqqa is being slaughtered silently", premiata negli Stati Uniti per il loro lavoro e per il fatto di essere le uniche voci libere dallo Stato Islamico su cui l'Isis ha posto una taglia da 50mila dollari e a cui dà una caccia spietata.


17 giugno 2013

Genesi di una dittatura



Deve essere per colpa della crisi: si deve essere per forza colpa della crisi se l'Europa in questo momento ha girato la testa dall'altra parte (e intendo le maggiori dmeocrazia dell'Europa), per non vedere cosa sta succedendo in Turchia (moniti a parte).
Medici arrestati perché hanno prestato soccorso ai manifestanti di piazza Taksim.
Minacce a chi scende in piazza da parte del governo: i manifestanti sono equiparati a terroristi.
E su di loro la polizia ha avuto mano libera: colpi di pistola, abuso di idranti, gas urticanti usati contro la folla.




I media che raccontano quello che succede sulla piazza rischiano l'arresto, come successo ai due giornalisti canadesi.

Certo, la Turchia non è in Europa, sebbene siano in corso i negoziati per il suo ingresso.


E in Germania si vota ad ottobre, e quindo meglio non immischiarsi in faccende estere.
La Francia ha i suoi problemi interni.
Come in Italia: noi siamo passati dall'amico Gheddafi, al concedere le basi per bombardare l'esercito del colonnello.

Staremo a guardare. 


PS: è stato arrestato un fotografo italiano. Che dice Letta? E la Bonino?