30 agosto 2023

La distruzione del talento - da Sarà assente l'autore di Giampaolo Simi


L'industria del libro, intesa come catena di montaggio di libri costruiti per essere letti da chiunque non abbia voglia di sforzarsi troppo. L'industria dei talent, intesa come catena di montaggio di persone in cerca del colpo di fortuna che dia una svolta alla vita.
Si parla di questo, tra le altre cose, nell'ultimo romanzo di Giampaolo Simi, molto divertente all'inizio ma che, arrivati alla vita, lascia spazio a tante riflessioni:

In Tv,sui social, in politica, nel lavoro, il messaggio è chiaro: chiunque può diventare influencer, rapper, regista, opinionista in TV, vlogger, chef, tiktoker, ministro, scrittore di bestseller. Se uno ha il procuratore giusto e i tuoi pagano, pure calciatore..

Noi stiamo distruggendo a picconate la più aristocratica e odiosa delle discriminazioni, l’unica forma di disuguaglianza che è sopravvissuta alla rivoluzione industriale, a quella francese e anche a quella di Ottobre.
Sperticato non ebbe bisogno di domandare alcunché. Bastò il suo sguardo smarrito a far proseguire Vinciguerra.
- Il talento, Sperticato. L’ingiustizia sociale più feroce che esista, l’elemento che la natura ha distribuito nella maniera più antidemocratica, casuale e crudele. Il reddito lo puoi ridistribuire, l’istruzione anche, il talento no.

- .. Ha presente quella cosa che i giovani che non hanno voglia di lavorare, che rifiutano stipendi interessanti?
- Ho presente. Salta fuori ogni due o tre mesi, più o meno.
- Tutte cazzate. Non è vero che i giovani sono sfaticati. Ma mi dice perché dovrebbero farsi il mazzo e invecchiare alla fresatrice in un buco di culo di mondo, prendendosi due settimane di ferie d’agosto e due per Natale? Perché dovrebbero vivacchiare con millesei, millesettecento euro al mese pagandone, che so, la metà d’affitto quando se azzeccano un video virale finiscono ospiti ovunque.. o se fondano la startup giusta la rivendono a Google e a trent’anni possono andare a vivere di rendita ad Algarve. Noi questo gli stiamo inculcando da anni, e poi ci stupiamo che alcuni sputino su un contratto a tempo indeterminato, invece di sentirsi fortunati.
Ma ci credo! Glielo stiamo ripetendo noi che il posto fisso è roba da falliti. Ma è anche questo il motivo per cui, aspettando di svoltare, se ne fregano di tutto, non pensano a cambiare il mondo ma solo a salvarsi la pelle, accettando buoni buoni qualsiasi lavoretto precario e mal pagato.
Anzi, più schifo fa meglio è, avranno meno rimpianti a lasciarlo quando verranno selezionati dal reality show che gli cambierà la vita.
 

Da Sarà assente l'autore di Giampaolo Simi Sellerio 

 

 

Sarà assente l’autore di Giampaolo Simi

 


«L’inizio della presentazione era per le 17, ma Gianfelice Sperticato arrivò davanti alla storica Libreria Lanzoni con un anticipo di un’ora e trentaquattro minuti. La città sembrava spopolata da un attacco di gas nervino e il sole di settembre gli arrostiva la fronte.
Ovviamente non entrò. Rimase a distanza, spiando gli interni ombrosi e la loro promessa di sapienziale refrigerio. Prese a morsi un cono confezionato sulla sediola di plastica di un bar tabacchi frequentato da muratori esausti e gente che si rovinava al Gratta e Vinci.
Mentre si accorgeva di aver masticato voracemente anche un po’ di carta dell’involucro, rilesse i passaggi principali del suo discorso segnati su un taccuino a quadretti.

La putrescenza morale come infertile oblio della propria seppur cieca trascendenza gli sembrava un punto nodale messo bene a fuoco..».

Ho iniziato a leggere questo romanzo godendomi i primi capitoli, dove con uno stile umoristico (e vagamente fantozziano) si raccontano le gesta del ricercatore e aspirante scrittore Gianfelice Sperticato. In una storica libreria di provincia sta per presentare il suo ultimo romanzo, a cui ha dedicato mesi di lavoro, “Lo scempio”: ha preparato con cura ogni dettaglio ma le cose per lui non si mettono bene, sin dall’arrivo alla libreria. Passa da una fase di disperazione all’altra, quando scopre che non sono presenti che poche persone per il suo libro, tutte venute a godersi il fresco dell’aria condizionata e non per sentire le sue “alte” parole sulla letteratura moderna e sulla dittatura dei bestseller. Come il giallo scritto da un tale Federigo Crudeli, “Acque torbide”, le cui copie sono impilate una sopra l’altra in libreria, genere che Sperticato considera solo un “blando succedaneo di esperienza culturale”.

La presentazione non andrà bene, Sperticato si ritrova perfino a prendere a pugni il cartonato di Crudeli, per sfogare la sua rabbia (contro lui e il diktat dei distributori), ma servirà a poco.

Nel tentativo di tornare a casa, non potendosi permettere oltre un regionale, finisce in un capoluogo di provincia dove si tiene il FESTIVAL della LETTURA, di cui aveva molto sentito parlare in facoltà. Incredibile, ci sono persone disposte a spendere per la letteratura - si trova a pensare.
Ma la star del festival è ancora una volta la sua nemesi, quel Federigo Crudeli che col suo primo libro sta vendendo migliaia di copie e che viene celebrato in uno stand dedicato a lui dove il pubblico applaude a lungo di fronte alla sua immagine.

- Mai come oggi avremmo voluto dire: sarà presente l’autore …
Purtroppo l’esordiente giallista, che qualche critico ha niente di meno che paragonato al nuovo Fruttero e Lucentini (che erano una coppia) è morto tragicamente in un volo col suo parapendio.
Nel tentativo di passare una notte nella città del festival incontra il direttore editoriale di Idra Media Group, la casa editrice di Crudeli, disperato per la perdita dello scrittore.
Non per la perdita di un autore importante, ma per la perdita dei guadagni che avrebbe assicurato all’azienda, per performance innanzitutto, perché oggi il libro è un prodotto commerciale come gli altri in fondo.
L’incontro con Vincenzo Vinciguerra, il direttore editoriale, è per il ricercatore senza soldi Sperticato un viaggio nella terra a lui oscura dei best seller. Come si costruisce un best seller? Con quali ingredienti (quelli che devono esserci e quelli che devono essere evitati ad ogni costo)? In che modo creare un finto dibattito, sui social e sui giornali, usando critici disponibili a costruire una finta polemica, perché l’importante è che di un libro se ne parli …
- Ambientazione Veneto, quindi ville del Palladio, gente che sacramenta, sghèi che girano a vortice, prosecco a spritz che vanno di moda. Protagonista una Montalbano femmina, categoria milf incazzosa, un collega giovane, belloccio e imbranato con le donne, una collega grassa che sempre e fa le gaffe, ...
Uso di un’aggettivazione semplice e scontata, copiare idee da altri autori, tante similitudini a buon mercato: insomma scrivere un libro per persone che non hanno alcuna intenzione di leggerli, i libro. Dunque scrivere qualcosa che non impegni troppo il cervello, che non crei problemi nel lettore (i gay devono essere presenti perché persone sensibili, la protagonista che deve essere “copulabile”, non fa sesso ma “cede alla passione”) che ha scelto di fare la poliziotta non per un senso del dovere ma per un trauma del passato insanabile..

Un libro così potrei scriverlo anche io - pensa Sperticato. E così inizia il suo viaggio dall’altra parte del muro letterario.
Se fin qui si è riso, la seconda parte del racconto, con la seconda vita del ricercatore Gianfelice Sperticato, pagina dopo pagina, fa sorgere una diversa sensazione: a quanti libri, anche di quelli che si è letti personalmente, è possibile applicare il canovaccio del bestseller, per come ce lo racconta questo signor Vinciguerra?

Non è forse vero che, tranne qualche eccezione, la critica letteraria è sparita anzi, è diventata sempre più autoreferenziale, con giurati di un premio letterario che diventato premiati a sua volta in altre sedi?

A chi parla la letteratura alta, oggi? Parla al paese, anche a quella parte di italiani che non vogliono leggere o che non hanno tempo da leggere, oppure parla solo a sé stessa?

Si comprende bene il senso del titolo “Sarà assente l’autore”: libri che seguono un modello che piace al lettore pigro, dove gli si racconta quello che vuole sentirsi raccontare e dove non si capisce cosa voglia dirci, di personale, l’autore.

Da una parte i libri modello fast food, da consumare in fretta, a poco prezzo, dove sai già il gusto del boccone che ti stai mettendo in bocca, dall’altra parte autori che si prendono troppo sul serio, parlano di Pasolini, Moravia, Sciascia, dimenticandosi che questi autori (tutti morti, dunque senza possibilità di rispondere) scrivevano perché volevano dirci qualcosa. Perché rimanesse nel lettore una frase, un messaggio, un sapore.


La scheda del libro sul sito di Sellerio
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23 agosto 2023

In caso di disgrazia di Georges Simenon

 


Domenica 6 novembre

Appena due ore fa, dopo colazione, nel salotto in cui eravamo passati a prendere il caffè, stavo in piedi davanti alla finestra abbastanza vicino da avvertire la fredda umidità dei vetri, quando ho sentito mia moglie dire, dietro di me:

«Pensi di uscire nel pomeriggio?»
Queste parole, così semplici e banali, mi sono apparse cariche di significato come se celassero un sottinteso che né io né Viviane osavamo esprimere. Ho esitato un po' prima di rispondere, non perché non sapessi che cosa intendevo fare, ma perché per un attimo sono rimasto sospeso in quell'universo un po' inquietante, anche se in fondo più reale del mondo di tutti i giorni, che dà l'impressione di scoprire l'altra faccia della vita.

Lucien Gobillot è un avvocato di successo a Parigi, seppur non sia propriamente un bell’uomo e non provenga da una famiglia benestante, è riuscito a costruirsi una posizione oggi: vive in una bella casa, è sposato con una bella donna, Viviane (che era la moglie dell’avvocato presso cui ha mosso i suoi primi passi) con cui frequenta i salotti bene di Parigi assieme a ministri, giornalisti e futuri presidenti del Consiglio.

Nel corso degli anni si è costruito la fama di saper vincere le cause più disperate, salvando da una facile condanna anche personaggi equivoci. Potrebbe essere una persona felice, avendo avuto tutto dalla vita, eppure sin dalle prime pagine capiamo, in questa sua lunga confessione, che nella sua vita c’è qualcosa che non va. Proprio nel suo rapporto con la moglie:

Alcuni quando parlano di Viviane e di me, ci paragonano a una coppia di belve, intendendo probabilmente alludere al fatto che tra gli animali selvatici la femmina è la più aggressiva.

Tra Viviane e Lucien c’è ormai solo un gioco delle parti: è come se oggi, dopo tanti anni dal loro incontro, siano diventati due estranei che si rispettano, sanno che esistono dei protocolli, delle cerimonie da rispettare (capiremo poi fino a che punto), senza il bisogno di capire veramente quali siano i pensieri in testa l’uno dell’altro. Ci sono le noiose domeniche parigine, le serate nei salotti dell’amica Corine.. Ma nella testa di Lucien in questi giorni piovosi di novembre, c’è altro per la testa.

Quello che leggiamo, in questo romanzo raccontato in prima persona dal protagonista, è una sorta di lunga istruttoria, un diario scritto giorno dopo giorno, dove si racconta tutta la sua storia a partire dall’ultimo anno, da quando cioè una sera ha ricevuto nel suo studio una ragazza che gli confessa di aver commesso un crimine e che si è rivolta a lui proprio per la sua fama, di essere cioè un avvocato che non si fa troppi scrupoli per difendere i suoi assistiti.

«Tutto è cominciato...»

Quando? Con Yvette, la sera in cui rientrando dal palazzo di giustizia, l'ho trovata seduta tutta sola in sala d'attesa? È la soluzione più facile, quella che sarei tentato di definire romantica se non ci fosse stata Yvette probabilmente ci sarebbe stata un'altra. Chissà poi se era davvero necessaria l'intrusione di un elemento nuovo nella mia vita.

Questa ragazza, giovane e minuta, arriva ad offrirsi mostrandosi nuda, pur di essere difesa dal celebre avvocato Gobillot che, invece, per un senso di vanità, decide di prendere il caso così, come se fosse l’ennesima sfida

Mi avevano costretto ad avanzare anche troppo su una strada che non corrispondeva neanche un po' al mio temperamento i miei gusti.

In realtà quella ragazza ha qualcosa che lo attira, che non sta nella sua bellezza o nel suo atteggiamento da bambina, ma per quel senso di gratitudine che gli dimostra. Come se tutto nella vita di Yvette dipendesse da Lucien. La possibilità di non dover ricorrere a tutti i mezzi per sopravvivere, la possibilità di avere una casa. Perché non solo Lucien riesce a salvarla dalla condanna, ma le trova un appartamento in rue de Ponthieu.

Inizia una strana relazione tra i due, anzi dovremmo dire tra i tre personaggi di questo dramma della borghesia parigina: perché Viviane è consapevole della relazione che si è creata tra il marito e la giovane ragazza. Non solo, Lucien arriva ad accettare il fatto che in quell’appartamento Yvette incontri il suo fidanzato, uno studente di medicina che di giorno lavora in una fabbrica.
Stiamo parlando di un rapporto che è destinato a non poter durare a lungo: per questo oggi Lucien sta scrivendo tutto, perché potrebbe un giorno tornar utile “in caso di disgrazia”, nel caso capiti qualcosa di brutto a lui.

Come in tutti i suoi romanzi, Simenon fa un grande lavoro sulla psicologia dei personaggi: sulle relazioni che li tengono assieme, nonostante i tradimenti e le bugie. Come la relazione tra Lucien e Viviane, marito e moglie

Viviane mi considera come una sua creazione: prima di conoscerla, secondo lei, non esistevo. Mi ha scelto come Corine ha scelto Jean Moriat, con la differenza che io non ero nemmeno un deputato, e che per me lei ha rinunciato ad una vita spensierata o lussuosa.

Questa complicità che ha resistito per i vent’anni di matrimonio viene all’improvviso messa a rischio dal colpo di fulmine di Lucien con questa ragazza “con un viso da bambina e da vecchia allo stesso tempo, un misto di ingenuità e astuzia, e mi verrebbe da aggiungere di innocenza e di vizio..”
Questo “In caso di disgrazia” è uno dei romanzi più “erotici” tra quelli che finora ho letto dello scrittore belga: in questo romanzo ritroviamo molti dei temi cari allo scrittore, come l’impossibilità di sfuggire ai binari di una vita che altri hanno predisposto per noi.
Nonostante il protagonista percepisca il
dramma incombere nell’aria, (ed è per questo che vuole scrivere un diario dei giorni a futura memoria, “in caso di disgrazia”), lo stesso non riesce a frenare la sua passione, il suo desiderio.
Unico turbamento, la nostalgia di non aver vissuto una vita normale, di quelle raccontate “nei discorsi di fine anno”. Ma esiste veramente una famiglia normale? Per Georges Simenon il giudizio è spietato:

L’esperienza mi ha insegnato che le famiglie come le altre non esistono, che basta grattare la superficie e andare in fondo alle cose per ritrovare gli stessi uomini, le stesse donne, le stesse tentazioni, gli stessi cedimenti. Cambia solo la facciata, il grado di franchezza o di discrezione – o di illusioni?

La scheda del libro sul sito dell'editore Adelphi

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19 agosto 2023

Morte di un agente segreto di Giuseppe Casarrubea

 

Fra Diavolo, la banda Giuliano e il neofascismo in Sicilia (1943-47)

Le confidenze di un patriarca
Intorno alla mezzanotte del 26 giugno 1947 alcuni uomini salivano, indisturbati e con passo deciso, dalla via dei Mille di Alcamo. Questa cittadina del trapanese, definita da alcuni come luogo prediletto dei “santoni” della mafia, aveva il pregio di portare ancora, nel suo nome, l’etimo delle sue origini arabe, da cui la stessa parola mafia sembra derivare. Città di frontiera e di antica resistenza islamica contro gli invasori Normanni, si poteva dire che aveva segnato, assieme a Jato, la linea di difesa occidentale di quel popolo conquistatore che per tre secoli aveva dominato la Sicilia.

Quei cinque uomini che camminano in quella notte senza luna (particolare non da poco, come spiegherà in questo saggio lo storico Giuseppe Casarrubea) ancora non lo sanno, ma stanno per morire: il capomafia di Alcamo, don Vincenzo Rimi li ha venduti al capitano dei carabinieri Giallombardo i cui uomini sono appostati lungo quella via per tendere loro una trappola. I primi quattro moriranno in un conflitto a fuoco, le cui dinamiche ancora oggi, a distanza di 76 anni sono poco chiare. I rapporti dei carabinieri, redatti da un ufficiale che nemmeno era presente quella notte, sono pieni di contraddizioni. Anche il rapporto ufficiale sulla morte del quinto uomo (e le ricostruzioni dei carabinieri) è assolutamente poco credibile: si chiama Salvatore Ferreri, alias Fra Diavolo, ma anche noto come Totò u palermitamu o anche il Vendicatore per una cerchia ristretta di amici. Si era arreso ai carabinieri dicendo loro di essere un informatore dell’Ispettorato di Polizia per la Sicilia, Ettore Messana, ma una volta in caserma, venne ucciso nel corso di un alterco col capitano Giallombardo.

Ma chi era questo Salvatore Ferreri, un ragazzo di appena 24 anni, che aveva però sulle spalle decine di omicidi, specializzato in sequestri di persona e assalti alle caserme?

Avrebbe dovuto scontare una lunga detenzione in carcere, invece la sua storia riguarda anche una latitanza abbastanza lunga e tranquilla, con tanto di rapporti di confidenza con le forze dell’ordine, conclusasi in modo cruento nella notte del 27 giugno 1947.
Vi ricorda forse altre storie di altrettanti latitanti della mafia, come Luciano Leggio, Riina, Provenzano, che almeno rimasero in vita anche dopo la cattura?
Bene, perché questo saggio di Giuseppe Casarrubea ricostruisce tutta la storia di questo strano personaggio, che non era un boss come Provenzano, un capo dei capi, ma solo un bandito, la cui breve carriera criminale era iniziata all’inizio del 1944 con l’omicidio di un autista (similmente alla carriera criminale di Giuliano che era cominciata col delitto di un carabiniere nel settembre del 1943). Carriera costellata da tanti, pesanti segreti sui rapporti tra le istituzioni, i gruppi neofascisti che non si erano rassegnati alla sconfitta e la mafia che quel conflitto a fuoco, che forse è stata un’esecuzione, ha cercato di nascondere nella sua tomba.

In un documento dell’808° Battaglione per il Controspionaggio del Sim (data: 5 marzo 1945, titolo: “Organizzazione Sabotatori - Attentatori, Abwher Kommando L90, Milano, Gruppo David”), il maggiore dei carabinieri Cesare Faccio annota: “[…] Reclutatori: Tommaso David, alias ‘prof. D’Amato’, alias ‘dott. De Santis’, tenente colonnello della milizia fascista, squadrista, marcia su Roma, già capo del suo gruppo a Roma, piazza Colonna. Soprannominato ‘il Nostromo’ da Mussolini, col quale ha frequenti contatti. Età 70 anni, ma non ne dimostra più di 50. Ufficio ed alloggio: villa Hiche, via Carlo Ravizza 51, Milano. […] Reclutatori degli elementi maschili: membri dell’esercito repubblicano e della Decima Flottiglia Mas. […] Enti di provenienza dei reclutati: esercito repubblicano; Decima Flottiglia Mas; movimento giovanile misto ‘Onore e combattimento’ […] Missioni per conto del Gruppo David: […] prendere contatti, presso l’albergo ‘Boston’ in Roma, con certo Alfonso Fiori (in realtà Alfredo Fiore), capo di una squadra di agenti al servizio dei tedeschi, provvista di apparecchio radio e che da tre mesi non dà segni di vita, usando la parola d’ordine ‘LB 3519’. Se rintracciato, attingere dal Fiore notizie di carattere politico, economico e militare e chiedergli se ha bisogno di denaro. Il Fiore dovrà inoltre porre l’agente (Vito La ginestra, nda) in contatto con certo Fra’ Diavolo, capo di una banda di fascisti operante nella zona di monte Esperia, sita a circa 40 chilometri a sud di Roma. Fra Diavolo dovrà fornirgli le seguenti informazioni: progressi della banda, morale degli uomini, provvista di armi, condizioni finanziarie. Se la banda ha necessità di denaro, indicare sopra una carta topografica, servendosi della punta di uno spillo, la località precisa sulla quale dovrà essere effettuato un futuro lancio di denaro a mezzo di paracadute. […].” Il Fra Diavolo in questione è Salvatore Ferreri (inteso Fra Diavolo), numero due della banda Giuliano negli anni 1945 – 1947?

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]

Tra questi segreti che dovevano sparire con lui, il peccato originale della nostra storia repubblicana: un segreto che lega assieme la rete nazista di sabotatori che i gerarchi di Salò lasciarono al sud per sabotare alle spalle l’avanzata alleata, gli specialisti in sabotaggio ed esplosivi della X Mas di Junio Valerio Borghese, salvato dalla fucilazione dal James Jesus Angleton, responsabile del controspionaggio americano, l’OSS in Italia. Angleton mise gli occhi sin dal 1944 su questa rete di esperti sabotatori (“le uova del drago”, le chiama l’autore), che aveva usato gente come Giuliano e Ferreri per le sue azioni criminali, trasformandoli da banditi in agenti in una struttura segreta che doveva agire dietro le linee del nemico.
La ricostruzione dello storico Giuseppe Casarrubea si è basata sui documenti presi dai registri dei servizi americani e italiani, dagli archivi di Stato italiani, dagli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, nonché gli atti del processo di Viterbo per la strage di Portella. Tutti documenti pubblici la cui consultazione dovrebbe stimolare oggi, a distanza di quasi 80 anni, una seria riflessione sulla genesi della nostra repubblica, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda.

Secondo la tesi dell’autore, questa rete di origine fascista sarebbe stata poi riciclata dall’OSS in funziona anticomunista, mettendo a frutto l’esperienza da sabotatori (e da criminali) fatta nel biennio 1944-45 contro l’esercito italiano e i carabinieri.

Tra le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 - 1945, figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5; il mitra automatico Beretta mod. 38, cal. 9; il moschetto mod. 1891/38, cal. 6,5 (cfr. il volume di Raffaele La Serra, Il battaglione guastatori alpini Valanga della Decima Mas, Monfalcone, 2001, pp. 185 - 187). Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda di Salvatore Giuliano a Portella della Ginestra, vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30 (cal. 6,5) e il moschetto mod. 1891/38 (cal. 6,5). Il mitra automatico Beretta mod. 38 (cal. 9) è invece utilizzato da Salvatore Ferreri e dai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. Tra le armi della Decima Mas citate da La Serra, troviamo anche la bomba a mano Srcm (modello 35), il medesimo tipo di ordigno esplosivo utilizzato per gli assalti alle Camere del Lavoro nella provincia di Palermo (22 giugno 1947).

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


Sono i mesi in cui in Sicilia si sperimentano politiche e strategie che poi rivedremo nel corso della nostra storia: attentati contro sindacalisti (come Accursio Miraglia) e contro le camere del lavoro e del partito comunista in un crescendo che è culminato con la strage di Portella della Ginestra (e le successive stragi a San Giuseppe Jato e Partinico, meno note): secondo la storiografia che si è purtroppo consolidata fino a noi, il bandito Giuliano sparò contro i braccianti radunatisi sulla piana quel 1 maggio per festeggiare la festività sul lavoro.

Ecco, dice Casarrubea, si tratta una storia falsa tutta da riscrivere, a sparare sulla folla fu Ferreri col suo mitra, mentre da un altro punto di fuoco un reparto di soldati della X Mas lanciarono le granate che all’inizio furono scambiati per petardi. Giuliano fu soltanto il “Lee Oswald” siciliano (oppure fu Lee Oswald ad essere il Giuliano americano): indicato al paese come unico responsabile della strage, Giuliano fu tenuto in vita finché convenne alla mafia, per poi essere eliminato anche lui nel luglio del 1950 dopo essere attirato in un tranello dal compare Gaspare Pisciotta.

Se per la morte di Giuliano vale il titolo de l’Europeo “L’unica cosa che è certa è che è morto”, perché tutta la ricostruzione dei carabinieri del colonnello Luca faceva acqua, per le vicende avvenute in Sicilia tra il 1943 e il 1947 l’unica cosa certa è che non solo solo storie di banditi e di siciliani che si sparavano tra di loro (come dichiarò in Parlamento Mario Scelba, negando la presenza di mandanti sopra la banda Giuliano).

Dall'estate del 1944, Venezia ospita infatti un importante centro nazifascista di addestramento al sabotaggio e allo spionaggio presso l’isola di Sant’Andrea, in collegamento con i centri di Montorfano (Golf Club Villa d’Este, Como) e di Villa Grezzana di Campalto (Verona). Nella città lagunare, ai primi di maggio del 1945, si arrendono agli Alleati Nino Buttazzoni e Rodolfo Ceccacci (Decima Mas). Nel luglio 1945, ai militi della ex Decima dell'isola viene clamorosamente concessa dagli angloamericani e dal Sim “la totale immunità” per i misfatti compiuti nei venti mesi della repubblica di Salò. Da quel momento, a Venezia, decine di ex marò di Junio Valerio Borghese si mettono segretamente al servizio dell'Oss [cfr. Nicola Tranfaglia, Come nasce la repubblica, cit., pp. 60 – 62]. Le affermazioni di Paolantonio ci portano a ipotizzare che Salvatore Ferreri/Fra’ Diavolo entra nell'Evis di Giuliano (nella tarda estate del 1945), dopo aver trascorso un periodo “al servizio degli Alleati a Venezia” all'indomani della Liberazione.

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


In Sicilia in quegli anni che vanno dal 1943 al 1947 si costruì un’alleanza eversiva che vedeva dentro separatisti, vecchi latifondisti che non volevano perdere i privilegi che le sinistre avrebbero loro tolti, vecchi esponenti del fascismo (come i due ispettori generali della polizia in Sicilia, Messana e Verdiani, che avevano operato sotto il fascismo nella Slovenia) riciclati per la nuova causa anticomunista, personaggi come Borghese (comandante del reparto X Mas) che non accettavano l’arrivo della Repubblica. Tutti alleati assieme agli ex nemici di poco prima, i servizi americani che qui in Sicilia sperimentarono quello che poi avremmo visto verificare poi a Milano, a Brescia durante la strategia della tensione.

Portella della Ginestra fu l’atto più cruento di una guerra di altra natura inflitto a tradimento sulla pelle della democrazia che così nasceva malata, come la mela col verme dentro.
E anche, qui, come a Marzabotto, furono lavoratori indifesi, bambini, donne e adolescenti a pagare le spese della follia umana. Il piano era partito da lontano, si era geneticamente conformato agli eventi storici o, meglio, erano stati i fatti a generarlo per avere finalmente un banco di prova. Portella della Ginestra doveva essere come un vetrino sotto la lente di un microscopio geopolitico. Un laboratorio che usava, per la prima volta, una strage per provocare una reazione a catena. Furono tutti delusi.

Questo libro (come anche i precedenti scritti di Giuseppe Casarrubea) non dovrebbero costituire una clamorosa novità: nel 1981 l’ex capo della CIA William Colby potè scrivere nelle sue memorie senza essere smentito: “L’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione politica clandestina. Molte operazioni organizzate dalla Cia si sono ispirate all’esperienza accumulata, in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile.”

La storia italiana, il tradimento degli italiani che hanno combattuto per la liberazione dal nazifascismo, dei siciliani che nel 1947 hanno votato in regione per il blocco delle sinistre è passato anche attraverso personaggi oggi sconosciuti come Salvatore Ferreri, legato dai rapporti dei servizi americani al gruppo di Nuotatori paracadutisti di Nino Buttazzoni, addestrato dalla rete clandestina fascista per operazioni di sabotaggio dietro le linee del fronte alleato.
Proprio oggi che forze politiche eredi del Movimento sociale, partito fondato da reduci, gerarchi, ex esponenti del partito fascista, sono al governo e tentato di riscrivere la storia, diventa importante fare luce su queste pagine cupe del nostro passato, sul nostro non aver fatto i conti col passato fascista, sulla nostra politica a sovranità limitata e sugli input che arrivano da oltre oceano. Da Portella fino ad arrivare alla strage di Bologna.

La scheda del libro sul sito dello storico Giuseppe Casarrubea

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18 agosto 2023

Il delitto Pecorelli di Massimo Canuti (storia dei grandi segreti d’Italia – Oggi RCS)

 


Nelle nebbie della prima Repubblica
Giornalista scomodo e coraggioso o strumento nelle mani dei servizi segreti? Doppiogiochista disposto a tutto per ogni scopo ricercatore indefesso della verità e fustigatore del potere? Ricattatore dei potenti o eroe senza paura?
Ma soprattutto, vittima di quale mano?
Gli interrogativi su Mino Pecorelli, suo suo ruolo, le sue attività, il suo essere sempre nell’occhio del ciclone di tutte le più complicate vicende politiche degli anni Sessanta e Settanta, le domande, in particolare, sulle circostanze della sua morte, inevase da quarantadue anni, sommergono chiunque si accosti alla sua storia, in un’ondata che toglie il respiro, che sembra non finire mai, da cui sembra di non poter più riemergere, risucchiati nell’incubo nero di un paese senza via d’uscita.

Se il delitto Moro, il rapimento del segretario della DC in via Fani, la sua lunga detenzione conclusa con la sua morte, è il grande mistero della prima Repubblica che da qui iniziò il suo lento declino (conclusosi con le bombe della stagione 1992-93), il delitto del giornalista Mino Pecorelli, diretto del settimanale Osservatorio Politico è IL delitto della prima Repubblica.

Perché attraverso la sua morte, attraverso i suoi articoli pubblicati raccogliendo informazioni dalle sue innumerevoli fonti, dai servizi alla politica al mondo dell’economia, possiamo rileggere in controluce tutti gli scandali, i veleni, i misteri di quel trentennio della nostra storia repubblicana.

Il mistero Mino Pecorelli, chi sia stato veramente, chi lo ha ucciso quella sera del 20 marzo del 1979, è un mistero che avvolge anche i momenti successivi al suo delitto: chi erano quegli uomini che sono stati visti sotto il suo palazzo, come se attendessero qualcuno?

Chi era il visitatore misterioso con cui Pecorelli aveva un appuntamento alle 17? Chi ha rovistato nella sua macchina lasciando la portiera aperta? Chi è entrato nella sua casa, prima degli investigatori, prelevando oggetti del giornalista? Infine l’enigma della telefonata fatta dai carabinieri alla dell’Olgiata di Maria Palma, dove stava per iniziare una strana cena, con protagonisti il procuratore capo di Roma, De Matteo, il sostituto Domenico Sica, il sostituto Vitalone e il colonnello Varisco, braccio destro di Dalla Chiesa.

Per cosa è stato ucciso Mino Pecorelli, per quale dei suoi scoop? Per la storia degli “assegni del presidente”, gli assegni dell’industriale Rovelli ad Andreotti, poi girati ad altre persone, tra cui il costruttore Caltagirone? Oppure per tutti i suoi articoli sul sequestro Moro, i cui contenuti avevano come fonte sicuramente persone del Viminale? Non si era fatto prendere in giro, Pecorelli, dalla finta scoperta del covo di via Gradoli: fu lui l’autore della cartolina per il signor Borghi, alias Mario Moretti, il carceriere di Moro, residente in via Gladioli (altro riferimento occulto del giornalista a Gladio).
Forse Pecorelli era riuscito a mettere le mani sull’intero memoriale di Aldo Moro, le lettere gli interrogatori nel corso della prigionia, ben prima che fossero scoperti, in parte e fotocopiati la seconda volta nel covo di via Montenevoso a Milano.

Tutte le persone che si misero alla ricerca del memoriale fecero una brutta fine, dal generale Dalla Chiesa, ritenuto ingombrante non solo dalla mafia e ucciso da essa in convergenza di interessi con altri poteri occulti. Nel luglio del 1979 fu ucciso anche il colonnello Varisco, uno dei presenti a quella strana cena, a pochi giorni di distanza dal liquidatore della banca di Sindona, Giorgio Ambrosoli, ucciso da un killer della mafia il 12 luglio a Milano.
Ad aggiungere mistero alla storia, c’è la famosa riunione proprio nell’ufficio del colonnello Varisco a Roma, a cui parteciparono proprio Pecorelli, il commissario della banca d’Italia Giorgio Ambrosoli (uno che se l’era andata a cercare, secondo Giulio Andreotti) e il generale Dalla Chiesa.

A rileggere i numeri di OP, inizialmente solo un’agenzia di stampa, poi diventato un settimanale venduto nelle edicole, c’è l’imbarazzo della scelta nel cercare i nemici di Mino Pecorelli, persone che avrebbero voluto tanto togliere di mezzo questo giornalista. Ci sono le inchieste sullo scandalo petroli, sulle tangenti con la Libia, armi in cambio di petrolio da Gheddafi. Sulle tangenti americane dalla Lockheed, finite a politici italiani, dove si arrivò ad accusare perfino l’allora presidente Leone (poi prosciolto dalle indagini).

C’è la storia dei dossier del Sifar, raccolti dal generale Giovanni De Lorenzo, autore del piano Solo nei mesi del governo di centro sinistra di Moro, che tante tensioni suscitava in Italia e anche oltre oceano. Quei dossier avrebbero dovuto essere distrutti mentre in realtà furono usati per anni per ricattare taluni personaggi in guerre politiche nascoste.
Pecorelli era un giornalista che non spaventava facilmente, anche quando le sue piste arrivavano a toccare fili che scottano: come l’inchiesta sulle attività del padre domenicano Felix Morlion, agente dell’OSS nei mesi della seconda guerra mondiale, in contatto con l’allora sottosegretario Andreotti. Ne avrebbe parlato in un articolo della rivista “Nuovo mondo d’Oggi” nel 1967 dove si metteva tutto assieme: la rete nazista lasciata nel sud dopo lo sbarco in Sicilia, riciclata dai servizi americani in funzione anti-sinistre, fino ai finanziamenti USA ai gruppi imprenditoriali italiani..

Storie che raccontano l’anima grigia della nostra Repubblica: la Gladio italiana (rivelata ai cittadini italiani solo nel 1990), le tangenti pagate ai partiti politici, il ruolo di Gelli come deus ex machina nella politica italiana (quando ancora era un signor nessuno per tanti). I retroscena e i preparativi del golpe Borghese, unico tra i tanti colpi di stato arrivato ad uno stadio avanzato: a Pecorelli arrivò non il “malloppino”, la relazione del SID piena di omissis, ma il vero malloppone (ovvero il rapporto redatto dal capitano Labruna con i colloqui fatti coi cospiratori), che gli arriva direttamente dalle mani del generale Maletti, responsabile dell’Ufficio D del Sid.

Erano gli anni delle guerre interne al servizio tra le due cordate, quella vicina all’area andreottiana, del direttore Miceli (poi candidato nel Msi) e quella vicina ai morotei del generale Maletti: sono gli anni del processo per piazza Fontana celebrato a Catanzaro, dove sfilarono politici e ufficiali del servizi assieme ad estremisti di destra.

Il processo tenutosi a Perugia, che ha visto tra gli imputati l’ex presidente del Consiglio Andreotti, l’ex magistrato Vitalone, assieme ad esponenti dell’estrema destra italiana (i NAR Carminati e Fioravanti usati come manovalanza per tanti delitti politici degli anni 80-90) e al boss mafioso Pippo Calò è finito con l’assoluzione di tutti: le prove indiziarie c’erano, ma erano tutte voci de relato. Pecorelli sarebbe stato ucciso per fare un favore al divino Giulio, per tramite dei fratelli Salvo, ma sarebbero servite altre prove.

Un nuovo input alle indagini sulla morte del direttore di OP potrebbe arrivare da due nuove fonti: la prima sono le rivelazioni di Vincenzo Vinciguerra, ex esponente di Avanguardia Nazionale e amico di Stefano Delle Chiaie, che ha iniziato a collaborare con lo stato quando si è reso conto che i suoi ex camerati erano solo strumenti nelle mani di poteri deviati dello stato italiano, quello che a parole dovevano combattere. La seconda è invece la sentenza di condanna di Gilberto Cavallini per la strage di Bologna (che in primo grado ha visto la condanna anche di Paolo Bellini, altro esponente di A.N.): si tratta di quel magma nero dentro cui troviamo Gelli, la P2, i suoi finanziamenti ai NAR di Fioravanti e Mambro, i rapporti con la destra (Mario Tedeschi, ex senatore del MSI) e con pezzi delle istituzioni come Federico Umberto d’Amato, direttore del Ufficio Affari Riservati.

Quel magma su cui stava indagando, in una drammatica solitudine il magistrato Mario Amato:

Mario Amato erano l’unico giudice della capitale che si stava occupando dei NAR e del rapporto esistente tra i Nuclei Armati Rivoluzionari e alcuni apparati dello Stato. Per parte sua Mino Pecorelli era l’unico cronista che nei suoi articoli faceva riferimento a molto più che presunti rapporti tra uomini della destra radicale e dei servizi segreti, nonché del finanziamento della P2 e di Licio Gelli ai gruppi eversivi. I vertici di Avanguardia Nazionale erano a conoscenza del fatto che Pecorelli sapeva molto di loro. Nel marzo del 1979 il giornalista aveva recuperato parecchi documenti legati a questo apparato, che come sappiamo ha svolto un ruolo di primissimo piano nella strage di Bologna. Ruolo che è tornato alla ribalta negli ultimi tempi, da quando è stata ipotizzata la presenza di Paolo Bellini sul luogo della strage di Bologna.”

Da questa sentenza occorre ripartire per fare giustizia, per Mino Pecorelli e i suoi familiari, e per fare luce su questo mistero, poiché in democrazia non possono esserci zone d’ombra sulle istituzioni (vale per tutti i grandi misteri d’Italia, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, per la strage di Bologna e per le stragi che hanno insanguinato il paese tra il 1992 e il 1993):

“Oggi la sentenza Cavallini- come scrive sempre Graziella Di Mambro – può essere il riferimento più importante e autorevole da cui muovere nell’inchiesta ancora aperta sull’omicidio Pecorelli. In essa è scritto che Giuseppe Valerio Fioravanti uccise Mino Pecorelli «in veste di sicario su mandato di altri». Chi sono, dunque, questi «altri»?.
«Se la pistola usata per l’omicidio del giornalista è finita nell’arsenale di Avanguardia Nazionale, allora l’organizzazione di Delle Chiaie non era estranea al groviglio di interessi che portò al suo omicidio.» E’ ciò che afferma il giornalista Fabio Camillacci..

La scheda del libro sul sito di RCS Oggi

12 agosto 2023

Marzabotto e Portella della Ginestra

.. i siciliani non sono mai stati spettatori di quanto nel corso dei secoli è loro capitato. Hanno avuto solo il torto di scegliere quasi sempre la parte sbagliata e non hanno mai privilegiato la ragionevole idea di essere essi stessi arbitri del loro futuro. Forse perché non hanno mai creduto a questa doverosa eventualità. Le sorti, per loro, sono veramente determinate dagli altri. Questo semplice convincimento ha fatto storicamente la differenza tra Portella della Ginestra e Marzabotto o le altre innumerevoli stragi nazifasciste ancora impunite.

A Marzabotto, nel 1944, furono i militari nazisti ad eseguire il massacro di 771 civili inermi, compresi i bambini, neonati, gli anziani, le madri partorienti. Un’intera popolazione fu sterminata dalla più folle e inspiegabile aberrazione umana solo perché non stava dalla parte dei nazisti, voleva semplicemente esistere, essere sé stessa, libera. A Portella della Ginestra, nel 1947, non furono i soldati di Hitler ad agire ma i neofascisti italiani della defunta Salò, come Fra Diavolo, che si erano professionalizzati ed erano pronti a maturazione pe r entrare in azione sotto la spinta di un piano incredibile che aveva visto diventare amici degli Alleati i nemici di un tempo recente.

[..] Perché Portella della Ginestra fu l’atto più cruento di una guerra di altra natura inflitto a tradimento sulla pelle della democrazia che così nasceva malata, come la mela col verme dentro.
E anche, qui, come a Marzabotto, furono lavoratori indifesi, bambini, donne e adolescenti a pagare le spese della follia umana. Il piano era partito da lontano, si era geneticamente conformato agli eventi storici o, meglio, erano stati i fatti a generarlo per avere finalmente un banco di prova. Portella della Ginestra doveva essere come un vetrino sotto la lente di un microscopio geopolitico. Un laboratorio che usava, per la prima volta, una strage per provocare una reazione a catena. Furono tutti delusi.

Morte di un agente segreto – Fra Diavolo, la banda Giuliano e il neofascismo in Sicilia (1943-47) di Giuseppe Casarrubea

Rossoamaro di Bruno Morchio

 


TILDE
Sestri Ponente, gennaio 1944
Ansima e pensa alla calza di lana. L’ha rammendata in fretta e adesso che spinge il pedale della pesante Legnano e arranca per lo sterrato di Sant’Alberto il rattoppo le tormenta la pianta del piede.
Con quelle vecchie scarpe le è già successo, quando le sfilerà si troverà una ciocca acquosa pronta a scoppiare.

Questo libro, uno dei primi della serie con l’investigatore Bacci Pagano, è dedicato a chi ha combattuto dalla parte giusta durante la guerra di liberazione. Uomini, studenti, ex soldati, operai. E donne, come la protagonista di questa storia, frutto della fantasia dell’autore ma ispirata a fatti realmente accaduti a Genova in quell’anno tremendo che è stato il 1944. Sono reali i bombardamenti degli alleati che martoriarono una città già stretta dalla morsa dei fascisti e dei nazisti, che arrestavano chiunque fosse sospettato di stare dalla parte dei partigiani, dei “banditen”. Come reale è anche l’attentato al cinema Odeon di via Vernazza, organizzato dai GAP che operavano in città e come lo fu anche la rappresaglia nazifascista, che si scagliò contro le 59 persone arrestate e condannate a morte senza processo, i martiri del Turchino.

Tutto questo è realmente accaduto: forse è veramente accaduto che, in una fredda notte di inverno una giovane donna, Tilde, si sia trovata all’improvviso la via sbarrata da un posto di blocco di tedeschi alla caccia delle staffette partigiane, donne coraggiose che in cima alle loro bici portavano viveri e rifornimenti ai partigiani nascosti in montagna.
A molte di loro quell’incontro ha voluto dire lunghi ed estenuanti interrogatori, torture, umiliazioni: per Tilde invece il destino ha scelto altro, l’incontro con un ufficiale tedesco che, dopo una veloce verifica della sua storia, la rimanda a casa.

Il capitano è un uomo sui quarant’anni. Porta la divisa con il colletto slacciato e la barba di qualche giorno. Ha l’aria stanca e lo sguardo triste.

Ma questa è la storia del passato, quella di Tilde e degli altri partigiani in quei mesi dell’inverno del 1944, che si intreccia (in un modo che vi sorprenderà) con la storia di oggi.

Bacci Pagano, l’investigatore dei Carruggi, si trova in ospedale dove è stata ricoverata in fin di vita Jasmine, la ragazza di origine africana, costretta a fare la prostituta dai suoi protettori che avevamo incontrato nel racconto “Bacci Pagano: una storia di Carruggi”.

JASMÌNE
Stavo seduto nel corridoio da oltre quindici ore, ma la sedia era troppo scomoda per riuscire a dormire. E quella maledetta porta continuava a restare chiusa. Non un infermiere né un dottore che uscissero a dare notizie.

La sorte si è accanita su Jasmine, la bella ragazza dalla pelle scura di cui Bacci si era anche innamorato, a modo suo: è stata venduta ad un gruppo di persone sadiche, persone che considerano queste donne sfortunate come un loro oggetto, su cui sfogare tutte le perversioni.
Nel corso delle ore di fronte alla stanza di Jasmine nella mente di Bacci Pagano passano davanti le immagini della sua indagini per salvarla dalle mani di questi aguzzini. Con l’aiuto del suo amico Pertusiello, uno strano poliziotto, così diverso dall’investigatore ma in fondo con molti tratti comuni, come l’empatia verso gli ultimi.
Mentre si trova in ospedale Bacci Pagano viene avvicinato da un vecchio signore tedesco:

Aveva capelli bianchi, leggermente mossi, e occhi celesti dove palpitava una volontà di ferro. Sembrava disinteressarsi del poliziotto e guardava fisso nella mia direzione. [..]
«Lei è angosciato», disse l’uomo continuando a guardarmi negli occhi. «Quindi cercherò di essere conciso. Mi chiamo Kurt Hessen e vengo da Köln.»

Il signor Hessen gli sta offrendo un nuovo caso, andare alla ricerca di suo fratello, anzi del suo fratellastro: il figlio di sua madre, una signora vissuta a Sestri durante la guerra, che ebbe una relazione con un ufficiale tedesco da cui nacque lui. Dopo il parto la madre decise di abbandonarlo, per tornare a Genova dove poi ebbe un altro foglio da un altro uomo, il fratello che ora Bacci Pagano deve cercare, senza molte altre informazioni. Un assegno molto generoso riesce a fargli superare le poche remore e accettare il caso e iniziare a mettersi alla caccia di questa persona, facendo le domande ai tanti ex partigiani che conosce personalmente, perché amici del padre, partigiano anche lui.

Inizia così un lungo viaggio nel passato, per Bacci Pagano, tra partigiani, “leggeroni” (ragazzi disposti a fare azioni rischiose in modo autonomo), staffette, spie dei nazisti e

donne costrette a vendere la loro bellezza ai nazisti. Un viaggio dove il nostro investigatore ha l’impressione che le persone che incontra, ex partigiani che quei giorni terribili li hanno vissuti in prima persona, gli stiano nascondendo qualcosa. E forse anche questo signor Hessen, che vuole incontrare il fratellastro per comunicargli che sta ereditando i suoi beni, gli sta nascondendo qualcosa.

Come se dietro questa donna, Nicla, si nasconda un segreto difficile da confessare ancora oggi, passati sessant’anni dalla guerra. Quale sia questo segreto lo scopriremo, pagina dopo pagina, seguendo la prima storia, quella ambientata nel passato alternandosi al presente in un continuo avanti e indietro nel tempo: a Tilde, la bella e coraggiosa operaia che fa da staffetta per i partigiani, viene questo di fare un’operazione che non solo potrebbe mettere a rischio la sua vita ma che ha anche profondi risvolti etici e personali. Avvicinare quell’ufficiale tedesco, avere una relazione per carpirgli quante più informazioni possibili.

Ma il costo di queste informazioni, che pure permetteranno di salvare delle vite umane, sarà forse troppo alto.

Alla tristezza che la invade cerca di reagire con collera, pensando che la guerra si è ingoiata non solo la gioventù, ma l’intera vita. Quando le scorte della speranza sono esaurite, il solo rimedio contro la rassegnazione rimane la rabbia.

C’è la guerra, la miseria, le bombe. La resistenza raccontata con gli occhi di chi l'ha vissuta, senza nessuna retorica, ma anzi raccontando sia il coraggio che gli errori di chi, comunque in quei mesi difficili fece la scelta giusta. C’è la paura, delle bombe che uccidono dal cielo, di finire in qualche retata e finire nelle mani della “sbirraglia” fascista, cercando di resistere alle loro torture. Ci sono poi tutte le scelte personali fatte da queste persone, donne, uomini, che giovanissimi, fecero una scelta: da una parte il fascismo, la dittatura, l’oppressione, dall’altra la libertà, l’idea di un riscatto che doveva passare necessariamente per la lotta, senza aspettare l’arrivo degli alleati:

«Al contrario, sentivamo l’obbligo di dimostrare che stava nascendo una nuova nazione. L’unico modo per farlo era combattere, e il prezzo da pagare uccidere o morire. Una nazione non nasce quando un esercito di occupazione ne scaccia un altro.»

Jasmine e Tilde: protagoniste di due storie così distanti, anche temporalmente, ma capaci di sopravvivere alle battaglie della vita, alle crudeltà dell’uomo, che lascerà addosso a loro profonde ferite.
Come profonde sono le ferite subite da Genova, altra protagonista di questo romanzo: ferita dalle bombe ieri, dalla speculazione oggi, dalla logica del profitto ad ogni costo.

La scheda del libro sul sito di Garzanti e il link per leggere le prime pagine
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 agosto 2023

Le vittime della mafia nell'estate del 1985 - Cassarà e Montana

Foto di Letizia Battaglia presa dalla pagina di Libera 

Dispiace che, in un momento in cui la politica, specie questa destra oggi al governo, abbia tanta voglia di raccontare la storia italiana (e riscriverla come fa comodo ai camerati), che in pochi si siano ricordati di quanto avvenne in Italia nell'estate del 1985.

Tra i pochi lo storico Francesco La Licata, che su La Stampa ricorda due cadaveri eccellenti della guerra che la mafia fece allo stato: Beppe Montana (chiamato Serpico, come il personaggio del film con Al Pacino), capo della catturandi di Palermo e Ninni Cassarà, capo della Mobile, uccisi a distanza di pochi giorni l'uno dall'altra. Montana fu ucciso il 28 luglio sul molo di Porticello vicino Palermo: tra i suoi compiti quello di dare la caccia ai latitanti mafiosi che, nonostante gli omicidi, se ne giravano quasi indisturbati per le strade della città e che godevano di molte protezione, anche dentro la società civile.

Lo ricorda Libera in questo articolo dove si parla di un suo amico e collega, Roberto Antiochia

Dopo il funerale ricorda Giuseppe Vinci, amico di Beppe,  accompagnammo la salma di Beppe al cimitero di Catania. Con noi anche il Vicequestore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia, che fino a pochi mesi prima aveva lavorato nella Squadra Catturandi di Beppe, diventando oltre che un abile investigatore, suo intimo amico. Roberto era da poco rientrato nella sua Roma, ma avendo appreso dell’omicidio di Beppe volle tornare a Palermo e da allora non lasciò un attimo solo l’altro suo superiore e amico Ninni, prestandosi come volontario per fargli la scorta. E così si beccò insieme a lui una scarica letale di kalashnikov mentre lo accompagnava a casa il 6 agosto 1985. Appena una settimana prima lo avevo sentito promettere davanti alla tomba di Beppe che avrebbe preso “quei bastardi”, gli assassini del suo grande amico. In occasione del trigesimo dell’omicidio di Beppe Montana, il  padre chiese la pubblicazione, a pagamento sul quotidiano La Sicilia, nella rubrica dei necrologi, del seguente testo: “La famiglia con rabbioso rimpianto ricorda alla collettività il sacrificio di Beppe Montana – commissario di P.S. – rinnovando ogni disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori”. Incredibilmente, l’impiegato del giornale La Sicilia gli rispose che sarebbe dovuto andare a chiedere alla direzione l’autorizzazione per la pubblicazione; al suo ritorno, affermò categoricamente che il testo veniva respinto allo sportello su insindacabile disposizione del direttore, Mario Ciancio Sanfilippo.

Era difficile fare la lotta alla mafia in quegli anni, come sapevano bene i giudici del pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino, come sapevano anche gli uomini della Mobile di Cassarà, braccio destro di Falcone.

Cassarà fu ucciso il 6 agosto, mentre rientrava a casa, assieme proprio a Roberto Antiochia: una talpa dentro la Questura aveva avvisato i killer del suo rientro a casa, dopo giorni che Cassarà mangiava nel suo ufficio.

C'era un brutto clima a Palermo e nella Questura: un clima di sospetti e veleni che costringe poi i membri del pool a rifugiarsi del carcere dell'Asinara per scrivere la sentenza di rinvio a processo per il Maxi.

Oggi siamo tutti a parole contro la mafia: ma l'impressione, leggendo le dichiarazioni, gli intenti, si ha l'impressione di un voler ritornare indietro col passato. Agli anni in cui la mafia per molti non esisteva come struttura unitaria, gli anni in cui non bisognava dar fastidio ai fratelli Salvo (grandi elettori della DC), ai cavalieri del lavoro Costanzo, alla mafia dei colletti bianchi. 

Gli anni di Cassarà e Montana appunto.

03 agosto 2023

Gli intrusi, di Georges Simenon

 


«Pronto! Rogissart?».

Il procuratore della repubblica si era alzato per rispondere al telefono, e adesso se ne stava lì impalato in camicia da notte, mentre dal letto la moglie lo fissava con aria interrogativa. Rogissart aveva freddo soprattutto ai piedi perché nella fretta non era riuscito a infilarsi le pantofole.

«Chi parla?».
Aggrottò le sopracciglia. e per far capire alla moglie chi era l'interlocutore ripeté:

«Loursat? E’ lei Hector?».

Il titolo non rende giustizia al personaggio al centro di questo romanzo, l’avvocato Loursat: il titolo originale "Les inconnus dans la maison", era molto più calzante.

Perché l’atmosfera che si respira dentro casa Loursat, uno degli avvocato più famosi nella città di Moulins è proprio questa: due sconosciuti, un padre e una figlia, Nicole, che vivono assieme, ignorandosi, senza scambiarsi nessuna parola, nemmeno a tavola.

La tavola era rotonda, la tovaglia bianca. Seduta di fronte a Loursat, sua figlia Nicole si portava il cibo alla bocca con calma e con apatica concentrazione.
Nessuno dei due parlava. Loursat mangiava molto male chino sul piatto come un animale intento a brucare masticando rumorosamente ed emettendo di tanto in tanto un sospiro di noia e di stanchezza

Cosa è successo in quella casa, da portare a questa situazione? Perché la scena sopra descritta si presenta da anni: l’avvocato passa le sue giornate chiuso nel suo studio, dove cerca qualcuno dei libri impilati sugli scaffali facendo finta di leggerli. E poi bevendo: ogni giorno almeno tre bottiglie di Bourgogne prese dalla cantina.
Come un orso, come un animale, incurante delle persone che gli stanno accanto e degli inviti dei parenti, come il marito della cugina, il procuratore Rogissart, il marito della sorella, l’imprenditore Dossin (uno con ambizioni politiche): tutto questo da quando sua moglie, Geneviéve se n’è andata, abbandonandolo.
Ma un giorno nella sua vita arriva l’evento imprevisto, quella scossa che lo porta ad uscire dal suo bozzolo: in una sera di ottobre sente come uno sparo preveniente dai piani superiori. Scorge anche un’ombra di un uomo, mentre sale le scale. Soprattutto, entrando in una delle camere del piano dove una volta vivevano i domestici, il giardiniere, scorge un cadavere

Non si mosse. Era come paralizzato. C'era qualcosa di troppo sorprendente in quella situazione. Gli occhi appartenevano un uomo disteso sul letto. La coperta nascondeva una parte del corpo, ma si vedeva penzolare fuori una gamba avvolto in una grossa benda, o forse mobilitata da uno di quegli apparecchi che si applicano in caso di frattura. [..]

Il corpo era quello di un uomo, e anche il viso, i capelli ispidi e folti tagliati a spazzola, ma gli occhi erano quelli di un bambino pieni di paura e sembrava di vedervi spuntare delle lacrime.

Un morto, in casa sua. E quell’ombra sul piano, come di qualcuno che uscisse dalla camera della figlia Nicole: non rimane che chiamare il procuratore Rogissart che, sicuramente, avrebbe aperto un’inchiesta su quel morto, avrebbe fatto domande, creando imbarazzo sulla sua cerchia di parenti, di amici. Per

A un tratto si guardò attorno con quei suoi occhi chiari, un po' bovini, e sospirò o piuttosto ansimò, mormorando:
«Che tegola, per loro».

Loro erano tutti, a cominciare da Regissart, o meglio da sua moglie Laurence, che s’intrometteva dappertutto e sputava sentenze su quello che si faceva su quello che si sarebbe dovuto fare; e poi gli altri, quelli del tribunale, per esempio, magistrati e colleghi che non sapevano che pesci pigliare quando Loursat si decideva patrocinare una causa, e ancora gente come Dossin, suo cognato quello delle trebbiatrici Dossin, che frequentava il mondo della politica perché brigava per un seggio di consigliere generale; con sua moglie Marthe - sempre malaticcia, sempre lagnosa, sempre avvolta in vesti fluttuanti -, la sorella di Loursat, anche se non si vedevano da anni; e infine la gente comune i buoni borghesi quelli ricchi e quelli che facevano finta di esserlo..

Ecco, all’improvviso succede qualcosa di inaspettato: l’orso, l’animale, quell’uomo così bravo ma, come dicevano i colleghi, la brava gente di Moulins alle sue spalle, una persona così strana e sfortunata, decide di sorprendere tutti. Partecipa ai primi interrogatori in casa, segue l’inchiesta, rimbecca il povero commissario e il giudice istruttore, così impacciato in quella casa.
Improvvisamente è come se Loursat aprisse gli occhi e scoprisse il mondo: scoprisse che nella sua casa si riunivano un gruppo di ragazzi, tra cui sua figlia Nicole. Ragazzi che facevano parte di una banda, si riunivano in una locanda dove, una sera, avevano deciso di rubare una macchina per fare una bravata, investendo quell’uomo ora trovato morto nella sua casa.

All’improvviso scopre sé stesso, cosa paradossale se uno ci pensa: si scopre come un essere sporco, con le dita sporche, con addosso un cattivo odore. Una persona che fino a quel momento ha passato la sua vita nello studio, con accanto una bottiglia di vino e tanti libri, tutti oggetti a lui familiari.

In una sorta di sdoppiamento di sé stesso si ritrova poi a prendere le difese del ragazzo accusato del delitto, un giovane di estrazione sociale bassa, Emile Manu.
Perché sta facendo tutto questo? Perché scopre quanto fino a quel momento non abbia vissuto, disinteressandosi di tutto e di tutti, perché all’improvviso scopre l’ipocrisia di quella classe sociale, a cui lui stesso appartiene, avvocati, imprenditori, prefetti, incapace di vedere il mondo là fuori, composto da persone che vivono una vita più difficoltosa.

La strada era fiancheggiata da grandi case simili alla sua: sentì di detestarle, come detestava i loro abitanti, come detestava sua sorella, Dossin, Rogissart e consorte, Ducup e il sostituto procuratore. Non perché gli avessero fatto qualcosa, ma perché stavano dall'altra parte della barricata, dalla sua parte in fondo, o almeno da quella in cui si sarebbe trovato anche lui se sua moglie non fosse scappata con un tale di nome Bernard, e se lui stesso non avesse passato 18 anni rintanato nel suo studio per scoprire poi all'improvviso tutto un formicolio inaspettato, una vita sovrapposta all'altra, alla vita ufficiale della città

Muovendosi dentro questa nuova vita, l’avvocato Loursat riscoprirà la voglia di vivere, la bramosia dell’uscire di casa, nell’andare a bere nelle locande anche, nell’incontrare delle persone. Ma, soprattutto, riuscirà ad arrivare alla soluzione del delitto, alla fine di un processo pieno di colpi di scena.

Costruito attorno allo schema di un giallo, un morto, un sospetto, un investigatore, questo romanzo è la storia di una trasformazione o, forse sarebbe meglio dire, della liberazione di un uomo di 48 anni dalle sue catene. Quelle della solitudine, della pigrizia mentale. E anche dei pregiudizi: forse, si può leggere anche così questa storia, ad essere rinchiusi nel loro mondo sono tutti quanti vivono nella loro bolla sociale, incuranti del mondo reale fuori.

La scheda sul sito di Adelphi

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