Visualizzazione post con etichetta politica internazionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica internazionale. Mostra tutti i post

01 febbraio 2018

Realpoliticche, all'italiana

Ieri, di fronte al nostro ambasciatore a Il Cairo, il presidente Al Sisi si è complimentato col governo italiano, il nostro governo, perché non ha mai abbandonato i rapporto commerciali con l'Egitto.
"Non dimentico che l'Italia è stata con noi nonostante l'episodio di Regeni".
Business as usual.
Mica vorremmo bloccare tutto (l'enorme giacimento scoperto dall'Eni) per una banale questione di diritti umani violati, di rapimento e torture, di cazzate raccontate da un governo amico al nostro ambasciatore, ai nostri magistrati?

Oggi è previsto l'arrivo del presidente turco Erdogan a Roma: oggi incontrerà Gentiloni, domenica il papa.
Anche con Erdogan ci aspettiamo i soliti discorsi di real politik: l'alleato turco (che considera i curdi alleati dell'Isis, che nega il genocidio armeno ...), partner commerciale anche lui e gendarme per l'Europa per tutti i profughi siriani che noi non vogliamo più.

Questa è la real politik all'italiana: ci lamentiamo dei migranti che ci stanno invadendo e poi vendiamo armi all'Arabia che poi le usa per bombardare lo Yemen (e così i migranti in fuga dall'Etiopia devono prendere la via libica per scappare dal loro paese); i partiti della destra sovranista gridano "prima gli italiani" ma mai che li avessi visti esprimere sdegno, prendere una posizione ferma sul caso Regeni.

E pensiamo pure di contare qualcosa in Europa, con questo atteggiamento ondivago.
Sul Messaggero di Roma il professor Orsini (esperto in sicurezza e altre cose..) pure che quella di Erdogan è un'occasione da non perdere (dopo che abbiamo perso Gheddafi).

Realpoliticche, all'italiana

16 aprile 2017

La prossima guerra

La guerra che verrà di BertoltBrecht
La guerra che verrànon è la prima. Primaci sono state altre guerre.Alla fine dell’ultimac’erano vincitori e vinti.Fra i vinti la povera gentefaceva la fame. Fra i vincitorifaceva la fame la povera genteegualmente.

La storia si ripete, in forme e modi diversi, ma uguali nella sostanza.
La guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi, immantata da missioni umanitarie o missioni di pace.
La guerra come strumento per combattere il terrorismo, per abbattere regimi quando diventano scomodi (e se non hanno l'atomica).
La guerra sola igiene del mondo, come declamavano i futuristi (che almeno in guerra, nella grande guerra, c'erano andati).
Perché siamo in guerra, ci dicono. Come vuoi combattere l'Isis? Coi gessetti, con le preghiere, con la diplomazia, col buonismo?

Da una parte lasciamo crescere i regimi antidemocratici, in nome di una finta ragione di stato che nasconde semplici ragioni economiche che di volta in volta sono petrolio, armi, opere di ingegneria, flusso di migranti (usati come arma di ricatto).

Dall'altra parte continuiamo a sbandierare questi valori europei, di civiltà, che nemmeno sappiamo più cosa siano. Non sono l'accoglienza, non sono il rispetto della dignità delle persone, nemmeno l'eguaglianza sociale.

Oggi si vota in Turchia per incoronare, una volta per sempre, il sultanato di Erdogan. Dopo lo zar Putin (e gli altri zarini come Alyiev) e il generale Al Sisi. Tutti amici nostri, come l'Arabia cui vendiamo le armi poi usate per bombardare i ribelli yemeniti.
Tra pochi giorni si vota in Francia, dove si dovrà scegliere tra una destra fintamente liberale, che porta avanti le politiche economiche che hanno creato diseguaglianze e preparato il terreno per i populismi.
Come Marine Le Pen.

In Italia si fa finta di discutere di legge elettorale (peggio della tela di Penelope), della manovra correttiva da qualche miliardo, con tanti propositi ma nessuna sostanza. Rimaniamo, come al solito, osservatori silenti di quello che succede nel mondo: Trump che minaccia la Corea del nord, dopo aver sganciato la madre di tutte le bombe (da milioni di dollari) sopra un bunker usato dai terroristi che risale ai tempi dell'invasione russa in Afghanistan.
Osserviamo la politica internazionale come se discutessimo di una partita di calcio, schierati come tifosi allo stadio. Gli amici di Trump. Gli amici di Putin. Perché bisogna schierarsi da una parte o dall'altra.

La guerra, la minaccia della guerra, la soluzione della guerra. La guerra che sembra inevitabile, come la crescita di questi movimenti sovranisti che pensano veramente che un'Europa divisa possa contare qualcosa nel mondo.

E cosa cambierà, dopo questa guerra? I poveri (anche in America, come ai tempi della guerra al terrore di Bush) saranno sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi e felici. Sia tra i vincitori che tra i vinti.
Come aveva scritto Brecht tanti anni fa.

10 aprile 2017

L'assenza di politica

In pochi giorni, l'incendio è tornato a divampare nel mondo. 
Trump deve cedere all'ala interventista, rinnegare quanto diceva in campagna elettorale e lanciare missili contro Assad.
L'attentato in Svezia, che risveglia le paure delle persone ed è un altro colpo all'integrazione.
Gli attacchi alle chiese Copte rivendicato dall'Isis nell'Egitto del generale Al Sisi: nell'Egitto che ha spiato e torturato il ricercatore Giulio Regeni, perché considerato nemico del paese, non riesce a bloccare gli attentati contro la minoranza cristiana.
La settimana scorsa c'era stata la bomba a San Pietroburgo: la valigetta lasciata da un uomo (il presunto attentatore intravisto in un frame di un video delle telecamere) dentro la metropolitana.
A dettare l'agenda politica nei paesi occidentali è sempre il terrorismo, la parola d'ordine la sicurezza, lo slogan non ci faremo intimidire.

L'Europa e le democrazie occidentali non hanno detto nulla sull'attacco missilistico fatto da Trump (la seconda sconfitta della sua gestione scrive il generale Fabio Mini, dopo l'Obamacare) fatto senza autorizzazione dal Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Gentiloni e il ministro degli esteri (se ne abbiamo uno) avrebbero potuto chiarire quale sia la loro strategia per il problema siriano: una soluzione politica, con Assad, o un rovesciamento del regime.
Sempre in Egitto, i genitori di Giulio Regeni hanno chiesto supporto all'Eni per arrivare ad una verità (non una di comodo) sulla morte del figlio.

Tutto questo per dire cosa: che in Siria, in Egitto come nell'America dell'era Trump è sparita la diplomazia, la politica.
Solo consenso, immagine, interessi economici.

30 gennaio 2017

Bar sport (internazionale)

La costruzione del muro col Messico .. il blocco degli ingressi da una serie di paesi islamici (quelli con cui Trump non fa affari o non ha ricevuto sostegno, pare) ..
I fondi per l'aborto chiusi..
In pochi giorni Trump è riuscito a piazzare una serie di mosse, molte delle quali per soli fini mediatici, che secondo me hanno solo l'obiettivo di alzare il livello del tifo da stadio. 
I tifosi pro Trump, da copione, si difenderanno dicendo che sta mantenendo le promesse elettorali, per cui è stato votato.
I tifosi contro, sempre da copione, parleranno di violazione dei diritti umani, del caos negli aeroporti, dei toni xenofobi.

E andremo avanti così per un pezzo.
Dimenticandoci che anche qui in Europa tiriamo su muri (e quello americano è anche bipartisan), accogliamo a fatica i profughi ..
Tutto questo servirà a dimenticarsi di altre promesse o altre questioni sul tavolo: i posti di lavoro e le imprese da riportare in America.
La questione dei dazi sui prodotti importati.
Le guerre sporche nella quali sono coinvolti gli Stati Uniti.
I rapporti, molto più che cordiali, con Putin, l'ex nemico russo.
American first, make america great again .. di certo non si tratta degli americani che rimarranno scoperti dalle cure mediche.

Immaginate se anche in Italia si dovesse andare a votare a breve: ci aspetterebbero altri di campagna elettorale, in cui torneremo alle discussioni da stadio.
La palude, il 40%, le riforme. I sovranisti italiani, quelli che hanno governato fino a pochi anni fa ma, come novelli smemorati di Collegno, non se lo ricordano più.

E i terremotati lasciati sotto la neve?
E i problemi delle banche (avete sentito Visco? Stiamo uscendo dal tunnel e non dobbiamo interrompere con le riforme)?
E i salari bassi (che bloccano la crescita), la deflazione, il problema (sociale oltre che economico) dell'accoglienza ai migranti?
E i problemi nella giustizia (che diventa un lavoro per ricchi), della scuola (con ancora troppi buchi), delle province (senza risorse)?

Buon tifo per tutti.

28 gennaio 2017

Su fake news e alternative news

C'è una storia interessante, sulla genesi del muro tra Stati Uniti e Messico e la racconta oggi IlManifesto: già oggi un muro esiste tra i due paesi, una serie di strutture che servono a scoraggiare l'ingresso di immigrati verso gli Stati Uniti.
Se Trump potrà completare il muro, come ha promesso in campagna elettorale, senza passare dal vaglio del Congresso è anche grazie ad una legge del 2006, governo Bush jr, il Secure defence act, votata anche da molti democratici, tra cui il senatore Obama e la senatrice Clinton.

La porta di Sunland Park del muro tra Messico e Usa nei pressi di Ciudad Juárez
E, lo racconta sempre l'articolo, la prima idea del muro nacque nel lontano 1994, amministrazione Clinton (il marito), poco dopo la firma sull'accordo NAFTA, con cui Canada e Stati Uniti inondarono il Messico di prodotti a basso costo che uscivano da aziende che prendevano sussidi statali.

È stato infatti il presidente democratico Bill Clinton a iniziarne la costruzione nel 1994. Nel momento in cui entra in vigore il Nafta, l’Accordo di «libero» commercio nord-americano tra Stati uniti, Canada e Messico. Accordo che apre le porte alla libera circolazione di capitali e capitalisti, ma sbarra l’ingresso di lavoratori messicani negli Stati uniti e in Canada.
Il Nafta ha un effetto dirompente in Messico: il suo mercato viene inondato da prodotti agricoli statunitensi e canadesi a basso prezzo (grazie alle sovvenzioni statali), provocando il crollo della produzione agricola con devastanti effetti sociali per la popolazione rurale.
Si crea in tal modo un bacino di manodopera a basso prezzo, che viene reclutata nelle maquiladoras: migliaia di stabilimenti industriali lungo la linea di confine in territorio messicano, posseduti o controllati per lo più da società statunitensi che, grazie al regime di esenzione fiscale, vi esportano semilavorati o componenti da assemblare, reimportando negli Stati uniti i prodotti finiti da cui ricavano profitti molto più alti grazie al costo molto più basso della manodopera messicana e ad altre agevolazioni.
Nelle maquiladoras lavorano soprattutto ragazze e giovani donne. I turni sono massacranti, il nocivo altissimo, i salari molto bassi, i diritti sindacali praticamente inesistenti. La diffusa povertà, il traffico di droga, la prostituzione, la dilagante criminalità rendono estremamente degradata la vita in queste zone. Basti ricordare Ciudad Juárez, alla frontiera con il Texas, tristemente famosa per gli innumerevoli omicidi di giovani donne, per lo più operaie delle maquiladoras.
Questa è la realtà al di là del muro: quello iniziato dal democratico Clinton, proseguito dal repubblicano Bush, rafforzato dal democratico Obama, lo stesso che il repubblicano Trump vuole completare su tutti i 3000 km di confine. Ciò spiega perché tanti messicani rischiano la vita (sono migliaia i morti) per entrare negli Stati uniti, dove possono guadagnare di più, lavorando al nero a beneficio di altri sfruttatori.
Storia interessante, quella del muro.
Che racconta della scarsa memoria delle persone e di come queste siano poi facilmente manipolabili da chi racconta loro “notizie alternative”.
L'ignoranza è forza – era uno degli slogan del regime in cui Orwell ambienta il suo romanzo distopico, 1984, che sta conoscendo una seconda giovinezza, non a caso.

Il muro di Trump dunque ha radici solide che vanno ben indietro nel tempo, e la sia genesi magari spiega anche il perché la sua rivale alle presidenziali ha perso voti nel suo elettorato democratico.

Nello stesso filone di notizie “alternative” potremmo metterci quelli che nella giornata della memoria hanno messo assieme nazismo (e non il fascismo) e il terrorismo islamico.
I nazionalisti all'italiana che da una parte inneggiano a Putin, che almeno fa gli interessi della Russia, ma poi criticano la giornata contro le vittime della Shoa “e i Gulag di Stalin? E le vittime del comunismo?”.

Fake news o alternative news: ovvero notizie non del tutto vere, che raccontano solo un pezzo della verità. La “messa messa”, dei romanzi di Camilleri.
O, anche, notizie inventate che però suonano verosimili.

13 ottobre 2016

Come fai a distinguere

In Iran si apprestano ad impiccare una ragazza, rea di aver ucciso l'uomo che ha dovuto sposare da minorenne.
Amnesty international racconta di torture subite dalla sposa bambina, che si è difesa raccontando un'altra verità (l'assassino sarebbe il fratello del morto) e di un processo senza avvocato.
Tutto questo, nonostate l'Iran abbia firmato trattati internazionali sui diritti civili.

In Ungheria il governo ha fatto chiudere un giornale di opposizione, "Népszabadság" colpevole di aver denunciato casi di corruzione nel governo e nella Banca nazionale.
L'Ungheria è un paese europeo, di quell'Europa che batte i pugni sul tavolo se un paese del sud non rispetta i vincoli di bilancio, di deficit.

Il nostro ministro e il principe saudita
L'Arabia Saudita ha usato bombe prodotte in Italia contro i rivoltosi in Yemen. Il ministro Pinotti (difesa) si è difesa spiegando che "le armi spedite da Cagliari dalla "Rwm" (la multinazionale in affari con l'Arabia) sarebbero "regolari e autorizzate" poiché l'azienda avrebbe sede in Germania". 
Un cavillo.
La legge italiana (185/1990) fa divieto di vendere armi a Paesi “in stato di conflitto armato” in contrasto con le direttive Onu (come appunto l’Arabia).
Il 4 ottobre scorso il ministro Pinotti ha incontrato il re saudita e anche il ministro della difesa: nel comunicato stampa di fine visita si ricordano “gli ottimi rapporti tra Italia e Arabia Saudita”.

Il ministro del turismo del governo egiziano (del dittatore Al Sisi) è in Italia a promuovere le bellezze del suo paese. Un paese accogliente, sicuro, stabile (come chiedono i mercati).
Basta non fare troppe domande ai sindacalisti (come capitato a Giulio Regeni), non impicciarsi troppo su questioni che riguardano diritti, il mondo del lavoro e amenità varie...

Non solo: leggo qui che
Il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi e il commissario europeo per la Politica di vicinato e l'allargamento, Johannes Hahn, hanno accettato di rafforzare il partenariato tra Bruxelles e il Cairo su "stabilità, sicurezza e prosperità".
Quando l'asticella dei diritti scende così in basso, come si fa a distinguere terrorismo da una finta democrazia?

14 settembre 2016

Questo decisionismo (militare)

Non saranno quei 5000 soldati che l'ambasciatore Philips aveva chiesto all'Italia (democrazia sovrana ma senza esagerare), ma sono comunque qualche centinaio di parà italiani mandati in Libia a controllare la costruzione di un ospedale, per l'operazione Ippocrate.

Giampiero Gramaglia sul Fatto quotidiano:
"L'ospedale da campo di Misurata consentirà di effettuare interventi per codice rosso e trasfusioni e andrà a regime entro fine mese, assistendo fino a 50 pazienti al giorno: “Il lavoro preparatorio fatto ad agosto serviva per essere operativi al più presto”, dice il ministro, riferendosi forse ai commando sul terreno che hanno però contribuito anche ad indirizzare i raid aerei Usa contro i jihadisti. L’avvio della missione in Libia coincide con un momento delicato sul terreno, dopo che le forze del generale Haftar, vicine al parlamento di Tobruk e ostili al governo d’unità nazionale del premier al-Sarraj, hanno rivendicato la conquista di punti strategici della Mezzaluna petrolifera. 
Gentiloni giudica gli sviluppi “negativi perché danneggiano il processo di stabilizzazione”. Haftar ha miliziani “prevalentemente del Sudan e del Ciad arruolati, che si sono scontrati con le guardie delle installazioni petrolifere. Non è certo quali siti siano stati presi, ma la situazione è instabile” e, quindi, pericolosa. Si cerca di dialogare con il generale, in vista del prossimo appuntamento internazionale sulla Libia: la conferenza ministeriale a New York tra una decina di giorni. Per il ritorno alla normalità di Sirte, il governo italiano ha stanziato 500 mila euro per sminare l’area. 
Una volta Ippocrate era il giuramento dei medici, oggi il simbolo dell'ipocrisia con cui un governo informa a cose fatte (della serie prendere o lasciare) di un'operazione militare le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. 
Forse è questa la stabilità e il sapere prendere le decisioni in fretta tanto auspicata dalle agenzie di rating, dall'ambasciatore, da JP Morgan quando sponsorizzano il si al voto referendario.

Che poi queste decisioni prese in fretta provochino disastri poco importa ai signori di sopra.
Del disastro in Iraq (che ci ha raccontato dal campo Riccardo Iacona l'altra sera) e in Libia mica se ne dovranno occupare Bush, l'ambasciatore, Blair o Cameron.
Dell'emergenza migranti, del terrorismo che è arrivato fin sotto casa.
E lo stesso discorso si può fare per la grande crisi finanziaria nel mondo di cui pure JP Morgan (e Fitch) hanno grandi colpe.
E così, come una barzelletta che non fa ridere, a Siena silurato l'ex AD Viola ritorna Morelli, braccio destro di Mussari che è stato pure multato da Bankitalia.

11 settembre 2016

Cosa rimane dell'11 settembre

Caro diario, 
mi sono chiesto cosa sia cambiato in questi quindici anni dall'11 settembre 2001.
L'attacco alle Torri Gemelle in modo così scenografico. Le migliaia di morti in diretta TV.
La scoperta di essere così vulnerabili, a casa nostra.

Dal 2001 abbiamo assistito a guerre, tutte in difesa dei nostri valori, almeno sulla carta.
Guerre che hanno colpito civili, che hanno reso il mondo meno sicuro, che hanno fatto da serbatoio a nuovi terrorismi.
In Afghanistan, in Iraq non abbiamo esportato alcuna democrazia.
Al Qaeda ha figliato Daesh o Isis. In Africa Boko Haram, nei paesi dove pure sono presenti le multinazionali europee.
Ci siamo alleati, per combattere il terrore, con personaggi discutibili come Gheddafi, come il turco Erdogan.
Abbiamo tollerato Assad in Siria, chiudiamo gli occhi su Al Sisi in Egitto, ora stiamo aprendoci all'Iran.
Abbiamo accettato l'atteggiamento ambiguo del Pakistan, dei paesi Arabi, che da una parte finanziano Isis dall'altra entrano nei paesi europei a colpi di petroldollari.

Sempre in nome della difesa dei nostri valori, siamo pronti ad altre guerre, ad altre crociate. Mandiamo soldati in Libia e sul fronte iraqeno, ma senza dirlo troppo in giro, questa volta.
Perché, rispetto al 2001, è cambiato il mondo, in peggio.
Le parole democrazia, diritti civili, solidarietà sono passare di moda.
Si alzano muri, si chiudono le frontiere, si temono invasioni di disgraziati in fuga da miseria e guerra.
Prima noi.
Un personaggio imbarazzante come Trump può permettersi di candidarsi a presidente. Non bastava aver già avuto uno come Bush.
Make America great again … a colpi di muri, protezionismo, deregulation, meno tasse ai ricchi, prove di forza.
Piace l'uomo forte perché ci dice le cose che la nostra pancia vuole ascoltare. Perché dice cose che possono essere comprese da tutti, anche dai bambini. Non si deve riflettere.

Il mondo è più diseguale, meno giusto, meno stabile (e se è stabile è perché c'è un dittatore a pensarci), meno civile, specie nei paesi del terzo mondo.
Qui, le tante iniziative che cercano di aiutare questa parte del pianeta sono legate ad iniziative di filantropi, slegate dai governi nazionali, presunte democrazie.
Bill Gates in Africa: “invece che distribuire soldi con l’obiettivo di migliorare il mondo, hanno iniziato a finanziare lo sviluppo di prodotti [..]
Reinvent the toilet, ripensare il bagno, magari non una priorità nella Silicon Valley ma un’esigenza piuttosto sentita da quei 2,5 miliardi di persone che ogni giorno fanno i loro bisogni all’aperto” (da La politica non serve a niente, di Stefano Feltri).

La Unilever in India: “Unilever è una multinazionale, vende tante cose. Una volta decise di vendere saponette a chi non ha soldi, in un posto dove non ci sono nemmeno negozi. Se non hai i soldi e non ci sono i saponi, le mani non te le lavi e i primi a morire sono i bambini. Cominciarono dall’India” (Report, Solution revolution – di Michele Buono).

Tempi difficili ci aspettano.
Di quell'11 settembre e della lotta al terrore cosa rimane?
Che insegnamento abbiamo tratto, dalle guerre contro Osama e contro Al Qaeda?

Riusciremo a fare un passo avanti oltre la retorica dell'anniversario, degli eroi per pensare ad un mondo dove tutti hanno gli stessi diritti e una speranza?

31 luglio 2016

100 giorni alle elezioni americane

100 giorni ci separano dalle prossime elezioni americane.
Elezioni che potrebbero portare alla Casa Bianca il candidato Repubblicano Donald Trump.
Sabato mattina leggevo la notizia dei malumori, dentro la Casa Bianca, nel condividere dossier non classificati della Cia con Trump: era consuetudine dai tempi di Truman che i servizi segreti mandassero parte dei rapporti ai due candidati usciti dalle nomination.
Giovedì, durante un briefing con la stampa, il press secretary Josh Earnest ha detto che l’amministrazione si fida di Hillary Clinton e confida che l’ex segretario di Stato capisca l’importanza di mantenere il segreto sulle informazioni classificate. Interrogato su Trump, Earnest ha glissato dicendo che si tratta di una decisione che deve prendere il direttore della Cia. “Non posso esprimermi io”, ha detto. Ma secondo i giornalisti presenti, Earnest ha lasciato intendere che l’Intelligence potrebbe operare una selezione tra i candidati nel condividere informazioni classificate.

Questo per dire del clima che si sta vivendo in America.
Dove il candidato Repubblicano ha invitato i servizi di un paese “non amico” come la Russia, di indagare sulla rivale Clinton.
Dove si mormora, vero o falso che sia, che per la campagna elettorale sia stata finanziata da soldi russi, per l'interesse di Putin di far crescere nel resto del mondo i partiti nazionalisti.
Nazionalisti e populisti come Trump: il politico del muro lungo il Messico, quello che andrà a dialogare con Putin ma non andrà a far nulla contro la Turchia di Erdogan.

La Turchia di Erdogan è una delle sconfitte della politica estera dell'amministrazione Obama: come hanno potuto non accorgersi di quello che stava diventando la Turchia di Erdogan, che da alleato strategico in pieno medio oriente, si è trasformata da serpe in seno.
Il contro golpe di Erdogan, che magari ci ha salvato da un nuovo Al Sisi, sta facendo un repulisti nel paese che dovrebbe preoccuparci tanto quanto la visione “trumpiana” dell'America, bianca, estremista, intollerante.
Altrettanto intollerante è la massa che sta occupando le piazze turche per difendere Erdogan, le cui immagini riempiono le facciate dei palazzi (come l'immagine del grande fratello di Orwell, volendo fare un sinistro paragone)
Erdogan che, in una torsione a 180 gradi ha aperto il dialogo con Putin e ora anche con Assad.
E ricordiamoci Assad, il dittatore Assad, è all'origine della guerra in Siria, coi suoi 470mila morti.

Che scenari internazionali si preparano nel mondo, nel prossimo semestre?
Nel 2017 si voterà anche in Germania e poi in Francia, dove i partiti di destra (populisti e nazionalisti) scalpitano da tempo, puntando su immigrati, sicurezza, il prima noi poi gli altri ..

Certo, noi italiani possiamo consolarci con le storie del nostro giardino: il salvataggio di MPS col bollino blu di BCE e Commissione Europea (e nessuno che si chiede come abbia fatto a scendere così in basso la banca più vecchia d'Europa), le crescite da decimali dei posti di lavoro, per lo più di precari stagionali. La conclusione dei lavori sulla Salerno - RC, i cui lavori di ammodernamento  però si fermeranno un pelino prima di Reggio. 
Anche noi abbiamo il nostro Trump, qui in Italia, che si limita però a portare sul palco delle bambole gonfiabili per far ridere il suo pubblico.

Ma nei prossimi mesi, in Turchia, in Siria, in America e anche qui in Europa, ci sarà poco da ridere.


10 aprile 2016

Guerra all'Isis, di Aldo Giannuli

Gli errori che abbiamo fatto, perchè rischiamo di perderla, che cosa fare per vincerla

Stiamo perdendo la guerra all'Isis.
Una frase che sentiamo ripetere spesso sui nostri giornali che, a volte, più che fare informazione, si preoccupano solo di alimentare i nostri pregiudizi e le nostre paure.
Ma con chi esattamente stiamo combattendo la guerra?
Che tipo di guerra stiamo combattendo, con quali strumenti, con quali armi?
E poi, ancora, chi è ISIS, che struttura ha, chi sono i suoi vertici, oltre al Califfo Al Baghdadi? C'è forse una catena di comando sotto che non vediamo?
Infine, perché stiamo perdendo questa guerra con ISIS? Perché abbiamo sbagliato strategia? Perché non abbiamo informazioni? Perché nonostante le bombe, nonostante i tanti propositi bellicosi dei signori presidenti (da Hollande a Obama), ancora non abbiamo capito quale sia la giusta strategia per contrastare sia la guerra di terra, laggiù in Iraq (lontano) e anche gli attacchi terroristici qui in Europa?

Lo storico, ricercatore nonché esperto di intelligence Aldo Giannuli cerca di dare una risposta a tutte queste domande, cercando, pur nei limiti della complessità della materia, di fare un po' di chiarezza, su ISIS, guerra e strategie.
Perché stiamo perdendo la guerra con l'Isis?Dobbiamo chiarire quattro parole: «siamo», «guerra», «perdere» e «ISIS».«Siamo»: prima persona plurale; ma qual è il soggetto reggente della frase? Include chiaramente l'Occidente. Certo, gli occidentali, a causa delle sciagurate decisioni die propri governanti, questa situazione sono andati a cercarsela: tre guerre, una più insensata dell'altra [..]Ma quel noi include anche i sostenitori della «Primavera araba» del 2011- 2012, chie chiedeva libertà individuali e collettive, democrazia, stato di diritto, liberazione della donna.[..]Include anche gli immigrati islamici in Europa, la cui condizione di vita peggiorerebbe bruscamente se vincesse il califfato.[..]La seconda parola da spiegare è «guerra»: già, ma che guerra è questa che nessuno ha dichiarato e che non ha linee di fuoco, regole e confini? Se per «guerra» si intende uno scontro tra eserciti regolari, con truppe schierate, carri armati, aerei ecc.. , ciò che sta accadendo è solo in piccolissima parte corrispondente ad un simile scenario.[..]La terza parola è «perdere»: vuol dire che stiamo per essere invasi da orde di saraceni con le scmimitarre sguainate?[..]La partita in gioco è un'altra: la nascita di un super stato islamico a carattere tecnocratico e jihadista in grado di mutare radicalmente l'ordine internazionale, con conseguenze catastrofiche per la democrazia, per la pace, per l'eguaglianza.E veniamo al termine «ISIS»: in realtà sarebbe stato più corretto scrivere «jihad», di cui «ISIS» è solo una delle espressioni, quella attualmente più conosciuta. In effetti il Califfato potrebbe essere invaso e distrutto, e non per questo lo scontro finirebbe.

Obiettivo di questo saggio è raccontare la natura di questa (non nuova) minaccia, la guerra santa dei fondamentalisti islamici, che è tale non solo per noi europei ma per tutti gli equilibri nel mondo, perché a rischio non è solo la nostra libertà e i nostri valori, ma anche quelli dei paesi nel ME (Medio Oriente).
Siamo in guerra su due fronti, quello interno contro il terrorismo che ha dimostrato di poterci colpire secondo due strategie: attentati mirati e ben preparati a obiettivi precisi e attentati a sciame, su più obiettivi, da parte di cellule già presenti nel paese.
E poi c'è la guerra di terra, combattuta in Iraq, da parte di unità militari ben armate e ben motivate, ma di una consistenza molto ridotta (sebbene non esistano stime precise).
Chiarito sul significato della parola guerra, rimane da chiarire due punti importanti: che errori abbiamo compiuto fino ad oggi e che strategie adottare se vogliamo vincere la battaglia.

L'errore del pregiudizio.
Che è quello che finora è stato il combustibile per tutte le nostre decisioni.

Noi europei pensiamo e guardiamo il resto del mondo solo con gli occhi da europei: pensiamo che al di là del Mediterraneo ci siano popolazioni assimilabili, con la stessa lingua, la stessa religione (più o meno), magari anche ignoranti e primitivi.
“Proprio nel film dedicato a questo personaggio, c'è un dialogo che, per quanto in modo romanzato, esprime abbastanza bene lo stato delle cose: Lawrence chiede al capo di una potente tribù di predoni di unirsi alla rivolta degli arabi, e questi gli risponde: «Gli arabi? Conosco gli Awetat, i Walla, gli Abbas, so perfino che esistono gli Airit, ma gli arabi che tribù sono?»”. [dal film Lawrence D'Arabia]

Non è così e Giannuli lo racconta bene in uno dei capitoli del libro: l'Islam è diviso in tante correnti, pure in lotta tra loro (sunniti contro sciiti): nel passato noi europei abbiamo giocato a fare i demiurghi creando nazioni che erano tali solo sulla carta, come fecero Francia e Inghilterra al crollo dell'Impero Ottomano. Oppure in Iraq dove, rovesciato Saddam, si è lasciato il potere nelle mani degli sciiti.

Non abbiamo fatto i conti col nostro passato coloniale e abbiamo pensato che il mondo arabo le avesse dimenticate: abbiamo pure ripetuto lo stesso errore con le tre sciagurate guerre in ME (le due in IRAQ e quella in Afghanistan) pensando di esportare la nostra democrazia con la guerra, creando all'opposto terreno facile per il proselitismo anti occidente, dove gli eserciti erano visti come nuovi crociati che calpestavano i terreni sacri.
Altro errore è stato dividere il mondo in un noi contro loro: ci attaccano, ci uccidono, scontro di civiltà, non esiste islam moderato …
La jihad uccide anche musulmani, per cui noi occidentali non siamo disposti a spendere troppe lacrime.
Niente lacrime, pena l'essere chiamati buonisti, per le immagini dei profughi siriani abbandonati alle nostre frontiere, di fronte alle barriere sollevate per tenerli fuori.
Oppure relegati nei quartieri ghetto, le banlieu a Parigi o i quartieri come Molenbeek a Bruxelles (tra l'altro a due passi dalla sede del Parlamento europeo).

Pensavamo che la morte di Bin Laden (in un compound ad Abbotabad, in Pakistan, nostro paese alleato) avesse messo la parola fine al terrorismo islamico, alla jihad.
Poi sono arrivati gli attacchi (dopo l'11 settembre 2001, che pure qualcosa avrebbe dovuto insegnarci) qui in Europa, a Parigi alla sede di Charlie Hebdo, poi in Tunisia (dove sono stati colpiti dei turisti) e ancora in Francia a Parigi e poi a Bruxelles.
E la paura e lo sdegno, che non sono arrivati dopo analoghi attentati di altre cellule in Nigeria, in Turchia, in Libano e in Iraq, ha fatto il resto...
Siamo in guerra.
Stiamo perdendo.
Non avendo risolto il problema alla radice, ci troviamo ora con un nemico con una buona base sociale (per quanto detto prima, l'emarginazione dei profughi, le banlieu, i morti per gli attentati considerati in modo diverso) e con un disegno ben chiaro in mente, a differenza di noi europei che nemmeno sappiamo cosa vogliono.
Già, ma quali sono gli obiettivi del Califfo?
“Torniamo alla domanda centrale di questo libro: quali sono i piani dell’Isis nel breve e nel lungo periodo?E’ molto difficile pensare che l’Isis pensi alla fondazione del super stato islamico come aggregazione intorno a sé, cioè assimilando brani di territorio via via strappati agli avversari, sino ad ingoiare Siria, Iraq, Libano, Giordania e, magari, stati minori della penisola arabica e, infine, Arabia Saudita, Quatar eccetera. Ci sono troppi ostacoli ancora su questa strada: le classi dirigenti nazionali arabe, per quanto divise e litigiose, difficilmente lo permetterebbero e le più forti di esse sarebbero in grado di battere anche ciascuna da sola l’esercito del Califfo. Poi anche i vicini (Iran e Turchia) non è probabile che restino inerti a vedere la ascesa della super potenza arabo-sunnita. Infine, c’è sempre la possibilità di un intervento occidentale (magari insieme alla Russia) se Daesh dovesse diventare troppo preoccupante. Un processo paragonabile all’espansione del Regno di Sardegna non appare realistico, almeno a breve termine: l’Isis non ha nessuna Francia disposta a combattere a suo fianco e nessuna Inghilterra disposta a proteggere il suo “sbarco a Marsala” ed ha nemici molto più numerosi. Dunque, non è una strategia del ”carciofo” quella a cui stanno pensando. Certamente, sin quando gli sarà possibile mantenere il suo stato sovrano e, magari ingrandirlo con questo o quel territorio, lo farà, ma la carta principale della sua strategia è, piuttosto, un’altra: destabilizzare tutto il più possibile, per poi ridefinire i confini e rapporti di forza nel Medio Oriente, giungendo a quel momento con il migliore rapporto di forze possibile. Insomma: destabilizzare per stabilizzare, una cosa già sentita.Se poi l’esito dovesse essere un grande stato che includa quello che c’è fra Suez e l’Eufrate, o solo una porzione o magari quello che alcuni già chiamano il “Sunnistan” (cioè la sommatoria dei territori sunniti di Iraq, Siria, Libano e Giordania privati dei territori di sciiti, alawuiti e curdi) tutto questo si vedrà e dipenderà dai rapporti di forza con cui il “Califfo” dovesse giungere al momento. Dopo si discuterebbe il da farsi in prospettiva”.

Che fare allora, per vincere la guerra?

Se ha un pregio Aldo Giannnuli, è quello della chiarezza: ci sono strategie destinate a peggiorare la situazione
  • creare una nuova coalizione occidentale per andare in guerra, sul campo, contro l'Isis
  • continuare a considerare il mondo islamico con un unicum, senza differenziare tra moderati e progressisti, conservatori e il mondo della jihad (tre mondo da tenere distinti)
  • confondere il piano religioso col piano politico: la jihad è un movimento politico che usa l'Islam come pretesto, per un suo disegno egemone in ME.

Quella contro ISIS è una guerra asimmetrica, contro un nemico ben motivato, con una struttura militare mobile, capace di nascondersi sul terreno quando serve (e questo la dice lunga sulla poca utilità dei bombardamenti) ma capace di usare bene l'arma psicologica con cui mettere in difficoltà i suoi nemici, sia nel mondo arabo che in Europa.
L'arma del terrore, per spingere i paesi ad una guerra sul campo che sarebbe lunga e logorante.
L'arma del proselitismo contro i crociati invasori.
“Da quello che siamo andati dicendo sin qui si capisce che la maggiore abilità Al Baghdadi e i suoi uomini (ottimi allievi di Al Zarkawi) la hanno dimostrata nell’infilarsi nelle pieghe dell’inestricabile nodo mediorientale, giocando un attore contro l’altro, approfittando delle indecisioni americane, della contemporanea crisi ucraina, dell’inesistenza politica della Ue, utilizzando gli interessati e momentanei appoggi dal mondo sunnita, pur coscienti della loro strumentalità. E’ uno degli aspetti della grande duttilità tattica dell’Isis che, non a caso, abbiamo definito un soggetto anfibio, capace di metter piede sulla terra ferma del potere sovrano, ma di tornare, in ogni momento, ad inabissarsi nelle acque della clandestinità, e del quale abbiamo sottolineato le capacità di rapido adattamento alle mutevoli condizioni del combattimento. Una tattica spesso spregiudicata, come quando Al Zarkawi decise di attaccare gli sciiti, usando il secolare odio che li divide dai sunniti, per trasformare quella che rischiava di diventare una guerra nazionale (ed il principio nazionale è l’aspetto più combattuto dagli jihadisti sunniti) in guerra settaria e, perciò stesso, transnazionale.
E già in questo scorgiamo alcuni elementi che ci dicono della maestria con la quale l’Isis gioca sul piano della guerra psicologica: in tutto quello che abbiamo scritto, dalla scenografia delle esecuzioni, curata sin nei minimi particolari, al tempismo delle operazioni, all’uso dei simboli, gli uomini di Al Baghdadi hanno mostrato di padroneggiare le tecniche della manipolazione psicologica, come se avessero studiato a lungo le opere di Gustave Le Bon, di Serghej Ciacotin, oltre, ovviamente, che di Sigmund Freud.

L’Isis ha un grande vantaggio su chi lo combatte: è quello che ha capito meglio di tutti la guerra asimmetrica ed il suo cuore psicologico: "Combattere sul piano convenzionale l’Isis sarebbe come fare lotta greco romana con un maestro judoka coperto di lubrificante."

Piuttosto che a mandare truppe sul campo, noi europei dovremmo una volta per tutto risolvere l'ipocrisia dei nostri alleati, come Turchia (la cui frontiera è molto permeabile al petrolio e ai foreign fighters) Arabia Saudita e Qatar, sostenitori in modo consapevole o meno di Isis.
O anche il Pakistan, paese che ospitava (e forse per lungo tempo) ha protetto il latitante numero uno, Bin Laden: Giannuli racconta che tra le principali fonti di guadagno non c'è solo il petrolio, ma ci sono dei giochi finanziari che coinvolgono le petromonarchie della penisola arabica.

La strategia da mettere in atto qui, nei nostri paesi.
Fino ad oggi la risposta politica dei paesi europei è stata disomogenea e basata sull'ondata emotiva nata dagli attentati.
Strette contro le libertà individuali, riforme costituzionali minacciate e poi ritirate, blocchi alle frontiere, blocchi anche nei confronti dei profughi (persone che hanno attraversato migliaia di km per scappare dalle macerie), espulsioni facili.
Se volevamo attirarci altro odio ci siamo riusciti: chiediamo ai giudici di non applicare la Costituzione ma di mettersi l'elmetto. E ai giornalisti lo stesso.

Eppure basterebbero pochi gesti per togliere l'alibi ai reclutatori di Isis: per esempio le moschee, avere luoghi di culto aperti e ben noti è meglio di luoghi di preghiera clandestini con predicatori improvvisati.
Meglio i quartieri ghetti, dove la polizia non si arrischia ad entrare, o quartieri dove gli immigrati di fede islamica sono ben integrati?
Obama non è riuscito a chiudere la vergogna di Guantanamo, così oggi nelle loro esecuzioni i registi dell'Isis fanno vestire le vittime con tute arancioni, che richiamano per bene le tristi prigioni americane. Loro, la psicologia, la sanno usare.
Infine il ruolo dell'intelligence, fin qui mancato: è mancato uno scambio di informazioni a livello europeo, è mancato uno screening delle persone transitate da e verso i paesi in guerra.
Bisognerebbe seguire i flussi di denaro (dei sospettati), monitorare il traffico dati dei siti che inneggiano alla jihad, creare dei siti civetta che confondano le acque.
Anziché puntare alle espulsioni facili, per calmare il popolino, andrebbero tenuti d'occhio, sapere chi incontrano, da chi ricevono aiuti, quali i contatti della loro struttura.

La realtà è che viviamo in un'epoca di estrema fragilità, costretti a prendere decisioni in fretta e con poche informazioni, sotto la paura dell'immigrazione da una parte e la crescita dei gruppi xenofobi dall'altra.

Tirando le fila
Riassumendo, la nostra indagine ci ha portato a queste conclusioni: c'è in atto un conflitto pluridimensionale, che oppone quanti mirano alla costruzione di una superpotenza imperialistica a carattere tecnocratico, di ispirazione islamista, tanto alle potenze occidentali quanto alle classi dirigenti nazionali islamiche e in particolare arabe. Questo disegno trova consenso in una base sociale prevalentemente di ceto medio .

Il vero fine del Califfo non è conquistare Roma, dunque, nessuna invasione ci aspetta. Ma piuttosto il fine è destabilizzare (socialmente, economicamente, militarmente) i paesi del ME per stabilizzarli in senso autoritario e imperialista, e nel frattempo creare delle tensioni sociali col rischio di arrivare a delle rivolte, nel cuore dell'Europa.
In questo libro Aldo Giannuli indica il necessario cambio di rotta di una lotta che interessa tutti, dall’uomo comune al decisore politico; una lotta in cui, se oggi è troppo presto, domani sarà troppo tardi.

Altri post sul libro sul libro:
- Isis e Al Qaeda a confronto
- Le “carte” dell’Isis: la strategia della “Fitna” e l’operazione “Daquib”

Il book trailer:


L’indice del libro:

1. Cosa vogliono gli jihadisti?
2. Gli errori storici dell’Occidente
3. Lo scenario attuale
4. L’ISIS e il Califfato
5. Gli errori dell’intelligence occidentale
6. Le fragilità dell’Occidente
Conclusioni. Tirando le fila

La scheda del libro sul sito dell'autore Ponte alle Grazie.
Il blog dell'autore e un capitolo del libro, qui invece l'indice

I link per ordinare il libro su Amazon e Ibs

31 marzo 2016

La regressione

Lasciamo perdere per un momento Egitto e Libia. 
In Brasile per evitare il processo (sull'inchiesta per la Petrolbras) all'ex presidente Lula, la presidentessa Rousseff lo nomina consigliere, suscitando tutte le polemiche del caso.
In America il candidato Trump se ne esce ogni giorno con una stupidaggine nuova: l'ultima sulle donne che abortiscono, che andrebbero punite. Oramai non è più uno spettacolo indecente, è indecente e basta.
In Siria, dopo la riconquista di Palmira strappata all'Isis, Putin si è congratulato con Assad. A prescindere dalla necessità dell'intervento russo, quante migliaia di morti civili è costata ad oggi questa guerra?
Dopo l'attentato al Bataclan, Hollande (socialista) voleva riformare la costituzione, per dare una risposta emotiva alle esigenze di sicurezza dei cittadini: si trattava revocare la nazionalità ai francesi con doppio passaporto condannati per terrorismo.
La patata bollente verrà lasciata ai successori (di destra presumibilmente).
Quattro giorni fa sono scesi in piazza a Bruxelles estremisti di destra, nonostante il divieto: non possiamo lasciare che ad occupare gli spazi pubblici contro l'estremismo islamico siano altri estremisti.

Sono storie prese dal mondo, che raccontano della regressione civile ed etica.
Di paesi che vorrebbero magari esportare modelli culturali, democrazie, valori.

Per la presentazione del suo ultimo libro "Non luogo a procedere", a Pavia, lo scrittore Claudio Magris ha parlato del terrorismo e dei problemi che stiamo vivendo oggi:
Un libro di episodi traumatici che possono apparire lontani. L’Europa in questi ultimi anni ci aveva abituato a sentirci sicuri dalla guerra e dall’orrore, ma il terrorismo islamico sta cambiando le cose.«È innegabile che stiamo vivendo la Quarta Guerra Mondiale, se consideriamo come Terza la Guerra Fredda. L’enorme problema è che non abbiamo ancora riconosciuto questo nostro stato: siamo in guerra, ma la parola guerra non viene pronunciata da nessuno. Eppure siamo tutti contro tutti, non capiamo chi ci è amico e chi nemico: l’Arabia Saudita, ad esempio, è un’alleata ma finanzia i campi di addestramento dell’Isis. È come se stessimo vivendo in un idilliaco periodo di pace, però allo stesso tempo, ci cascano addosso bombe, muore gente e saltano in aria edifici».Forse stiamo cadendo nel vuoto anche noi, come l’uomo della copertina del suo libro?«Forse. Siamo in una situazione disastrosa, inaspettata e nella quale nessuno sa cosa fare. La realtà è che siamo tutti ciechi conservatori e viviamo come se le cose non dovessero mai cambiare. Terribile è anche il fatto che con gli eccezionali strumenti di informazione che possediamo nonsappiamo quasi nulla dell’Afghanistan, chi sta vincendo o chi controlla cosa. Gli errori politici dell’Occidente sono stati enormi e, perciò, non possiamo pretendere che se ci buttiamo nel vuoto o nell’incognito, con un cielo quasi in tempesta, non cadremo facendoci del male».

10 marzo 2016

Da quando c'era lui

Sull'omicidio Regeni, il ragazzo che è stato rapito e torturato (e non per una questione passionale) ci facciamo prendere in giro dall'Egitto. A chiacchiere stiamo a zero, che siano le chiacchiere del ministro Gentiloni o del presidente Mattarella.
Sulla morte dei due dipendenti della Bonatti (Salvatore Failla e Fausto Piano), uccisi in uno scontro a fuoco tra milizie pro o contro uno dei governi libici, ci facciamo prendere in giro: i medici libici hanno già fatto le autopsie sui corpi che sono stati lavati e i proiettili estratti. Per aiutare i colleghi italiani? Per evitare che si facciano strane domande.

Sembra che da quando c'era ancora lui, l'uomo delle corna alle riunioni in Europa, delle barzellette, delle risatine tra Merkel e Sarkozy, sia cambiato poco.
Contiamo poco nella politica internazionale, non siamo invitati agli incontri che contano per le crisi, ci facciamo dire dagli ambasciatori quanti soldati impiegare in Libia e in che fronti.
Siamo stati lasciati soli a gestire i profughi che sbarcano sulle nostre coste, abbiamo lasciato che la Grecia venisse strozzata dall'austerity dei falchi e ora chiediamo noi maggiore flessibilità agli stessi falchi per gestire i migranti.
Ma non abbiamo ottenuto quasi nulla.

E non possiamo nemmeno dire quando c'era lui .. ora che c'è un altro è la stessa cosa.

PS: sempre a proposito di contare qualcosa in Europa etc etc oggi l'UE approva l'importazione di 35mila tonnellate di olio tunisino senza dazi.
Provate ad immaginare lo stesso per la birra ..

09 marzo 2016

Quelle idee di vecchissimo stampo

Si diceva una volta che uno nasceva incendiario per finire poi pompiere, da adulto.
Non è evidentemente il caso dell'ex presidente della repubblica, interventista della prima ora nella guerra (ma sarebbe meglio dire caos) di Libia: niente pacifismo, siamo italiani. Perché "dare l'illusione che non ci sia nel futuro la possibilità di interventi militari sarebbe come ingannare l'opinione pubblica e sollecitare un pacifismo di vecchissimo stampo che non ha ragione di essere nel mondo di oggi".

Capito, vecchissimo stampo.
Un po' come la questione dell'Europa unita, senza barriere ideologiche, germinaio dei nazionalismi che hanno insanguinato il primo novecento.
Meglio ora, con l'Europa che ti fa il mazzo così per il non rispetto dei vincoli, ma che gira la testa dall'altra parte sul mancato rispetto dei diritti civili.
In Turchia, in Ungheria e in Slovenia.

04 marzo 2016

In guerra a nostra insaputa

All'inizio era solo la disponibilità delle nostre basi per i droni che andavano a bombardare le postazioni dell'Isis in Libia.
Poi abbiamo scoperto, dagli articoli del Corriere e del Sole 24 ore, che dal 10 febbraio è pronto un decreto di Palazzo Chigi secretato, dove si mettono nero su bianco le regole d'ingaggio, la linea di comando, i reparti scelti da mandare in Libia (e anche la licenza di uccidere a quanto pare..).
Tutto sotto il controllo dell'Aise, il servizio segreto che a sua volta risponde alla presidenza del Consiglio.
Ieri la morte dei due dipendenti della Bonatti, uccisi in uno scontro a fuoco tra i loro rapitori (che probabilmente li volevano vendere all'ISIS) e le milizie governative.
Tutto questo ha risvegliato gli animi dei politici e l'attenzione sulla questione libica. Anche da parte dei leghisti che accusano il governo di avere le mani sporche disangue (in Libia, non in Egitto dove un altro italiano è morto ma interessa di meno).

Siamo in guerra a nostra insaputa? – accusavano i deputati del M5S l'altro giorno nei confronti del governo.
Siamo in guerra ma contro chi e a fianco di chi?
Si sta veramente preparando un intervento militare con un contingente di 3000 militari, come ha scritto Il sole 24 ore?

La scorsa guerra contro Gheddafi (e prima ancora la guerra in Iraq) dovrebbe averci insegnato che prima si decide una strategia politica per un paese, poi si va in guerra.
E poi magari si avvisano anche le Camere che si sta preparando un intervento militare, visto quello che dice la Costituzione (art 11 “l'Italia ripudia la guerra”), che forse per qualcuno solo solo un impiccio (vedi cosa scrive Unità oggi, che si permette di sbertucciare il costituzionalista Pace) ..

Ipocrita aspettare un governo che ci chieda di intervenire e inutile nascondersi dietro un'Europa che non esiste più.
5 anni fa il governo Berlusconi si accodò a Francia e Inghilterra nella guerra in Libia, che ha portato al crollo del paese, oggi diviso, con due governi che per accordarsi devono trattare in Tunisia e in Egitto.
Oggi in Libia non esiste un fronte, un esercito regolare, non si capisce con chi allearsi: prima di dire armiamoci e partite (come fa Salvini) bisognerebbe sceglierci gli obiettivi e a chi appoggiarci.

Il generale Mini, a Otto e mezzo era molto pragmatico ieri: se non ce lo chiedo l'Eni e non lo chiede il paese libico, meglio starsene a casa. Quanto meno avvisare il paese, le Camere.

In assenza di una strategia condivisa, meglio l'attendismo di Renzi.

25 febbraio 2016

Sovranità limitata

Che barba, che noia .. siamo ancora qui a parlare di democrazia a sovranità limitata! Roba da dietrologi, complottisti, vecchi professoroni noiosi.

Eppure in pochi giorni siamo testimoni di fatti che fanno sorgere troppi dubbi sui pieni poteri della nostra democrazia.
L'allora presidente del Consiglio Berlusconi era intercettato da un paese che, almeno sulla carta, è nostro alleato ma che, a quanto pare, poco si fidava di noi.
Pensare che noi italiani abbiamo posto, con cinque presidenti del Consiglio diversi, il segreto di Stato sulla vicenda del rapimento dell'Imam Abu Omar a Milano. La rendition operata dalla Cia con la collaborazione del Sismi.
Noi italiani sapevamo che l'Imam era stato rapito, portato in Egitto e torturato. Quali segreti abbiamo tutelato, nell'interesse dello Stato?
Certo, noi non abbiamo ancora una legge contro la tortura.
E l'Egitto era, ed è, un paese con un governo amico degli Usa e poco incline alla trasparenza e alle proteste di piazza. Come è emerso nel caso di Giulio Regeni.
Come è morto e perché, questo ragazzo, che voleva comprendere il mondo?
Sapremo mai la verità, oppure ci accontenteremo della “forma dell'acqua” che l'Egitto e la nostra diplomazia darà alla vicenda?
Abbiamo tanti interessi in Egitto, specie ora che Eni ha avuto la concessione per lo sfruttamento del giacimento di gas scoperto questo autunno al largo dalle coste egiziane.

Democrazia limitata nella nostra politica internazionale: diamo le basi italiane per i droni americani e lo veniamo a sapere dai giornali americani.

Democrazia limitata anche dal punto di vista economico, dopo esserci legati mani e piedi a questa Europa dell'austerità, dell'euro, che si basa sulle esportazioni dei paesi del nord, sull'egoismo di certi paesi nei confronti della questione dei profughi, sul surplus delle bilance commerciali della Germania e della contrazione dei salari.

22 febbraio 2016

Presa diretta: l'alleato turco


Spero che il ministro Gentiloni, il ministro Pinotti e il presidente del Consigliosi siano guardati il servizio di Giulia Bosetti dentro la Turchia.
Il nostro alleato nella lotta contro il califfato, più prossimo al fronte siriano.
Alleato che è spaventato dall'autonomia concessa ai Curdi in una regione della Siria (dopo i successi nella lotta contro l'IS), perché questa potrebbe essere chiesta anche dai curdi in Turchia.
Così Erdogan, dopo aver vinto le elezioni con una maggioranza assoluta (e dopo una scia di attentati che hanno insanguinato le piazze del paese), ha occupato il Curdistan militarmente, che oggi è in piena guerra civile.
Dove i diritti civili non vengono rispettati: i giornalisti che parlano di traffico d'armi, di guerra civile, di traffico di petrolio con l'Isis., vengono incarcerati rischiando l'ergastolo.
Il presidentedell'ordine degli avvocati curdi (Tahir Elci) è stato ucciso sotto gli occhi della polizia: in molti hanno parlato di crimine di Stato.
Stato che considera il PKK un problema più importante dell'Isis e del califfato.
Col risultato che la frontiera con la Siria è estremamente permeabile sia in un senso che nell'altro, basta pagare i poliziotti al confine. Anche i foreign fighters sono passati dalla Siria alla Turchia.
Il risultato è che i giornalisti di “Ribbs”, gli unici che raccontano la situazione dall'interno del califfato, vengono uccisi e non si sentono sicuri all'interno della Turchia.

E l'Europa?
All'Europa della violazione dei diritti civili non importa: importa solo che la Turchia si tenga il milione dei profughi siriani nei suoi confini.
Eppure mai come in questo momento il califfato è in difficoltà, col consenso ed è per questo i giornalisti di Ribbs sono pericolosi a Raqqa.


Ma per noi, evidentemente l'importante è alzare i muri per i profughi. Quanto siano funzionali per tenere fuori i terroristi, lo scopriremo solo al prossimo attentato. Sperando che questo non avvenga mai ...