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08 maggio 2023

Anteprima inchieste di Report – la rete di Messina Denaro, dell’estrema destra, degli stadi col PNRR

La rete di Matteo Messina Denaro

Come è possibile che quello che veniva considerato il numero uno di cosa nostra, Matteo Messina Denaro, abbia potuto rimanere latitanti per quasi 30 anni, sin dalle bombe della stagione terroristico-mafiosa del 1992-93, per poi essere catturato a Palermo, mentre si recava a curarsi in una clinica?

L’imprendibile mafioso, che per anni ha potuto mantenere intatti i suoi legami con la borghesia mafiosa, con l’imprenditoria compiacente, portando avanti i suoi affari grazie ai prestanome, all’improvviso è impazzito tanto da farsi dei selfie assieme ad altri pazienti come lui?
In questo paese, giocare coi misteri è l’unica possibilità che rimane se una persona vuole cercare di avvicinarsi alla verità, visto che la storia ufficiale non è che convinca molto.

Quali erano i veri legami tra la famiglia Bonafede e Matteo Messina Denaro?

Il servizio di Claudia di Pasquale legherà questa vicenda, con ancora tanti aspetti da chiarire, con altri omicidi eccellenti nel passato, come l’assassinio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto ucciso nella notte del 25 gennaio del 1983. Per questo delitto sono stati condannati Totò Riina e il boss di Mazara del Vallo Mariano Agate: tra le varie ipotesi si è parlato che dietro ci fosse anche Matteo Messina Denaro nel commando quella notte – racconta a Report la figlia Marene Ciaccio Montalto che oggi vorrebbe incontrare il mafioso per chiedergli chi erano i mandanti e soprattutto chi era coinvolto da un lato e dall’altro, soprattutto dalla parte delle istituzioni.

Il magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto stava indagando sugli interessi della mafia trapanese nel traffico internazionale di stupefacenti, sul riciclaggio del denaro sporco e sulle troppe banche presenti a Trapani.
Rino Giacalone, giornalista della Stampa, ricorda queste indagini: “nelle indagini che il magistrato svolse spuntò fuori non tanto il nome di Castelvetrano, ma spunta fuori il nome di Campobello di Mazara [l’ultima residenza di Messina Denaro era in questo comune].”
Cosa aveva già scoperto il giudice Ciaccio Montalto?
“Il legame tra la mafia trapanese con Leonardo Bonafede, capomafia di Campobello di Mazara ..”
E Andrea Bonafede è il geometra di Campobello – arrestato poi dal ROS - che ha prestato la sua identità al capomafia.
Hanno un sapore amaro le parole della figlia: “In questi 40 anni il nome di mio padre è andato completamente perduto e da solo è morto in quella stradina dove nessuno si è dato la briga allertare la polizia, ed è stato trovato il mattino dopo.”
Tutti in silenzio, il silenzio della paura, dell’omertà, della complicità. Ma sempre silenzio rimane: “non ci stupiamo del fatto che Matteo Messina Denaro sia vissuto per 30 anni indisturbato ..”

Ecco, quale rete di protezione ha garantito a Matteo Messina Denaro una latitanza quasi indisturbata? Nelle carte del processo a Ruggero Ruggirello si dice che aveva avuto contatti con personaggi contigui alla mafia proprio per le elezioni a Campobello nel 2014 e che alla fine il suo intervento aveva portato anche alla vittoria dell’attuale sindaco Giuseppe Castiglione.
Il sindaco a risposto alla giornalista spiegando che, all’epoca, Ruggirello era deputato regionale, “potevo immaginare che eventualmente lui potesse avere contatti con persone malavitose o quant’altro?”
In aula, al processo, il pm ha fatto ascoltare l’audio di una intercettazione tra Ruggirello e un esponente mafioso a commento della vittoria di Castiglione dove si dicono “è salito il nostro sindaco ”. Lo scorso 12 aprile Ruggirello è stato condannato a 12 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa: un paradosso secondo il suo difensore, “è stato ritenuto responsabile per avere favorito l’elezione del sindaco Castiglione e il sindaco Castiglione è immune da qualsiasi censura di carattere penale. ”
Anche l’onorevole, in Sicilia i consiglieri regionali si chiamano così, si pone la stessa domanda, di fronte alla giornalista che ha cercato di porgli qualche domanda per strada.
“E’ una cosa gravissima ..” spiega il sindaco: “io sono vittima semmai, perché se avessi avuto il minimo sentore che lui fosse vicino ad ambienti mafiosi giammai lo avrei fatto avvicinare alla mia campagna elettorale”.

La scheda del servizio: INSOSPETTABILI IN BUONAFEDE di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Norma Ferrara

Consulenza Rino Giacalone

Il 16 gennaio 2023 è stato catturato Matteo Messina Denaro dopo trent'anni di latitanza. Ora sappiamo che ha trascorso gli ultimi anni a Campobello di Mazara, che ha un tumore, che è stato operato già due volte e che ad aiutarlo nella gestione della latitanza sono stati i parenti più stretti dell'ex capofamiglia di Campobello, Leonardo Bonafede, deceduto nel 2020 all'età di 88 anni. Oggi sono agli arresti la figlia dello storico boss e tre dei suoi nipoti. Ma cosa facevano prima i cugini Bonafede? Davvero non era possibile immaginare un loro eventuale coinvolgimento nella gestione della latitanza di Matteo Messina Denaro? In una girandola di incredibili paradossi Report tocca con mano la commistione, gli intrecci insospettabili, le relazioni inconsapevoli tra favoreggiatori, istituzioni e società civile.

La rete di protezione nelle carceri italiane

La scorsa inchiesta di Giorgio Mottola si era occupata delle associazioni che si occupano della riabilitazione dei detenuti nelle carceri: associazioni di ex detenuti di estrema destra che si sono occupate della riabilitazione e della possibilità di uscire dal carcere di altri terroristi di destra.

Come ad esempio i responsabili della strage di Bologna, i Nar Mambro e Fioravanti, in semilibertà da anni, che non hanno mai rifondato quanto dovuto ai parenti delle vittime della strage in quanto nullatenenti. Nullatenenti ma alla loro figlia è intestata una casa a Roma dal 2002, quando aveva appena un anno di età, casa che non si può pignorare.

Questa sera il servizio partirà dall’ex esponente del partito dei radicali in Sicilia Antonello Nicosia e i suoi legami con alcuni mafiosi: in una intercettazione lo si sente parlare dell’aeroporto di Palermo, intitolato a Falcone e Borsellino con un’altra persona che pensa si debba cambiare il nome, “ma perché dobbiamo sempre spiegare chi sono, perché dobbiamo sempre riminare la stessa merda? Poi non è detto che.. sono vittime, ma di che cosa? Di incidente sul lavoro, no?”.
Una risata chiude questa vergognosa frase.
Nicosia è un attivista siciliano per i diritti dei detenuti che all’epoca ricopriva il ruolo di membro del comitato nazionale dei radicali italiani. In virtù di questo suo incarico Nicosia faceva continue ispezioni nelle carceri siciliane e, come è emerso dalle indagini, nel corso di alcune visite, recapitava messaggi ai boss e si accertava di alcuni detenuti mafiosi sospettati di voler collaborare.
Tra queste, l’imprenditore siciliano Domenico Maniscalco che ha “gentilmente” invitato il giornalista a non fargli domande.
Durante una di queste ispezioni Nicosia approccia anche un detenuto molto vicino a Matteo Messina Denaro, l’ex consigliere di Castelvetrano Santo Sacco, condannato ad 8 anni per aver curato gli affari del boss e consegnato alcuni suoi pizzini.

[Nicosia] è una persona che l’ho incontrata due volte ma alla presenza di tutte le autorità all’interno del carcere, dal comandante, al direttore, all’ispettore.. Quindi, di che cosa stiamo parlando?”.
In una intercettazione Nicosia definisce l’ex consigliere il braccio destro, il primo ministro di Messina Denaro: “io tutte queste qualifiche non ce le ho” ha risposto Sacco.
Nicosia era già stato in carcere per dieci anni per traffico di stupefacenti, ma, come racconta a Report l’ex tesoriere dei radicali Capano, non sono abituati a fare le analisi del sangue alle persone con cui entrano in rapporto. Un insegnamento di Pannella, che però non esclude che si debbano prendere informazioni sulle persone che porti nel partito.
Questo non vuol dire che i radicali sono un partito vuol bene ai mafiosi, ma la domanda lecita che una persona è tenuta a farsi è questa, c’è il rischio che i radicali siano stati strumentalizzati?

Assolutamente si..” la risposta dell’ex tesoriere.


Giorgio Mottola si occuperà anche dell’associazione Nessuno tocchi Caino: da anni si occupa, anche in modo meritorio, della situazione delle carceri italiane.

Come il carcere di Rebibbia, dove – racconta il servizio – per la terza volta in pochi mesi, l’associazione del partito radicale ha svolto un’ispezione con una delegazione di cui facevano parte alcuni dirigenti dell’associazione neofascista di Casa Pound.

Non erano molto felici delle domande di Report, “come mai siete qui con una delegazione di Casa Pound”: Rita Bernardini ha risposto che nella sua associazione ci sono anche iscritti di Casa Pound, “cosa c’è di strano? Tutti coloro che sono impegnati ad attuare la Costituzione, ci teniamo moltissimo, abbiamo una storia pannelliana ..”.

Cosa c’entra con la Costituzione antifascista con Casa Pound? “Non mi pare che abbiano ricostituito il partito fascista” ha risposto Bernardini “su questa cosa della pena siamo perfettamente d’accordo.”

Eppure dopo la tentata strage di Traini a Macerata, il segretario di Casa Pound Di Stefano si era detto a favore della pena di morte (per i responsabili della morte di Pamela Mastropietro), non un qualcosa in linea coi principi garantisti dei radicali.
I neofascisti sono molto interessati alle carceri italiane: nel settore carcerario l’ex terrorista nero Luigi Ciavardini ha costruito un piccolo impero, ma dalle carte a cui Report ha avuto accesso emergono legami tra l’autore della strage di Bologna e il mondo di mezzo di Massimo Carminati.

La scheda del servizio: OMBRE GRIGIE di Giorgio Mottola

Consulenza Andrea Palladino

Collaborazione Norma Ferrara

Report torna a occuparsi di uno degli autori della strage di Bologna, Luigi Ciavardini, e delle sue attività nel settore carcerario. Dopo aver ottenuto la semilibertà nel 2010 ha riallacciato i rapporti con figure criminali legate al mondo dei Nar, protagonisti negli ultimi anni della scena mafiosa romana. L’estrema destra sembra da tempo molto interessata al mondo dei penitenziari italiani. Di recente molti esponenti di organizzazioni neofasciste hanno aderito a Nessuno Tocchi Caino, una delle principali e più autorevoli associazioni che si occupa di carceri in Italia. Fondata negli anni ’90 sotto l’egida di Marco Pannella e del Partito Radicale negli ultimi anni sembra essersi focalizzata sulla lotta contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, con una presenza massiccia di detenuti ed ex detenuti condannati per mafia nei suoi organismi dirigenti.

La rete di amicizia attorno agli stadi

Stavamo spendendo dei milioni del PNRR, il piano di resilienza ottenuto dall’Europa dopo il covid, per costruire stadi. Non ospedali, asili nido (per quei figli che mancano e per cui questo governo Meloni teme la sostituzione etnica), nemmeno la digitalizzazione della ppaa.

Uno stadio di calcio a Firenze e uno a Venezia: per fortuna, dopo la bocciatura dall’Europa, i progetti sono saltati, ma chi c’era dietro la rete di politici che aveva spinto per questi progetti?
Il senatore di Italia Viva Matteo Renzi era favorevole ad un progetto di rifacimento dello stadio di Firenze, ma pagato dalla Fiorentina, per evitare di rimanere indebitati nei prossimi trent’anni, mentre costruendolo da soli, lo stadio potrebbe diventare un valore.

Ma, racconta il servizio di Lorenzo Vendemiale, Renzi starebbe lavorando ad un progetto sul cambio di proprietà della squadra di calcio, per favorire contatti con l’Arabia Saudita.
Uno dei maggiori investitori del calcio internazionale che cerca di applicare il suo soft power per l’assegnazione dei mondiali di calcio 2030, anche come rivalsa per quelli disputati lo scorso anno in Qatar. Mentre l’attuale proprietario, Rocco Comisso, smentisce ogni intenzione di voler vendere.
Il giornalista ha chiesto conto di queste voci al senatore stesso, sempre disponibile ad un confronto, senza risparmiarsi in qualche frecciatina: “di solito vi vedo in autogrill..”.
Quali privati ricostruiranno lo stadio, una volta tolti i vincoli per abbattere lo stadio (o una sua parte)? Renzi ha risposto che a lui non è stato chiesto alcun interessamento ad alcuna cordata, né italiana né straniera.

La scheda del servizio: I CIRCOLI DEGLI AMICI di Lorenzo Vendemiale

L’Europa ha bocciato gli investimenti all'interno del PNRR per quanto riguarda gli stadi di Firenze e Venezia, e il governo Meloni è stato costretto a escludere i due progetti. Ma come c’è finito uno stadio di Serie A nel Pnrr? Un caso internazionale che ha visto scendere in campo anche Matteo Renzi, che sostiene la ristrutturazione privata pagata dalla Fiorentina. Quale partita sta giocando il senatore di Italia Viva? Report ha scoperto altri progetti controversi, ancora inediti, che riguardano il mondo dello sport e sono entrati nel Pnrr: diverse Federazioni sportive hanno indirizzato i finanziamenti proprio verso la città d’origine dei loro presidenti. Mentre altri 4 milioni di euro serviranno per realizzare un grande campo da golf in Toscana, che sta a cuore a un noto politico.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 gennaio 2021

Report – la transizione verde, la pandemia nelle carceri e l'Imu di Coverciano

La casa degli azzurri

La federcalcio italiana non paga l'Imu al comune di Firenze, per una cifra che supera il milione di euro: perché è un ente non commerciale, dice il presidente dalla Federazione Gravina.

Eppure ci sono importanti marchi che fanno spot associati all'immagine di Coverciano, altro che ente non commerciale: la Federcalcio SRL, che ha la proprietà del centro, fa attività per scopo di lucro e Federcalcio SRL è una partecipata al 100% della Federcalcio.

Si paga per fare i corsi per allenare, si paga per il vitto e per l'alloggio, come se si fosse in un albergo, si fanno corsi e convegni: sono soldi che finiscono nelle casse di Federcalcio.

La Cassazione si è pronunciata più volte su altre sedi FGCI ma non ancora a Coverciano: il presidente Gravina ne fa una questione di principio, non sono un ente a scopo di lucro, se dobbiamo pagare pagheremo, dice.

Le carceri al tempo del Virus (link)

La polizia penitenziaria italiana è stata messa a dura prova quest'anno: nel periodo del primo lockdown, a marzo, in 21 carceri ci sono state proteste da parte dei detenuti con 107 feriti tra gli agenti e 69 tra i detenuti. Ma ci sono stati anche 13 detenuti morti (sospette) e danni ingenti alle strutture carcerarie, per quasi 10ml di euro.

Purtroppo, ci sarebbero stati anche abusi e atti di violenza gratuita sui detenuti: Bernardo Iovene ha incontrato alcuni parenti dei detenuti, da cui ha raccolto diverse testimonianze inedite su quanto sia successo in quel mese “stati tolti i viveri .. sono stati trattati come animali, picchiati cella per cella” racconta una parente delle vittime.

Si tratta di violenze e pestaggi a freddo accaduti a Modena, a Opera, a Milano, a Pavia: sono violenze di cui danno testimonianza i parenti dei detenuti.

Dei fatti di Modena ne parla invece un testimone diretto: non aveva partecipato alla rivolta, aveva trattato l'uscita dalle celle con un ispettore, ma sono stati picchiati dalle guardie.

Una violenza tale che, dice il detenuto, anche le guardie si erano sporcate di sangue per le botte.

A Modena sono morte 5 persone e poi, dopo il trasferimento in altre carceri, altri 4 detenuti: per overdose di Metadone, la versione ufficiale, metadone rubato in carcere. Secondo la versione del testimone non è vero, sono morti per il fumo, per le botte.

Il virus ha evidenziato delle criticità a cui non abbiamo posto rimedio, nemmeno nelle carceri: ora il problema del sovraffollamento è sotto gli occhi di tutti e la paura del contagio ha fatto partire delle rivolte con morti e feriti.

C'era una regia occulta? Non ci sono prove, ma c'è stato chi ha soffiato sul fuoco, la magistratura sta indagando ora su come sono state sedate e come sono scoppiate.

Bernardo Iovene ha raccontato nel servizio tutto questo, della dignità calpestata dei detenuti e anche delle guardie.

Uno dei detenuti morti si chiamava Fedi e aveva 35 anni, doveva uscire dopo 2 settimane: è stato consegnato dai detenuti agli agenti perché stava male.

Aveva avuto nel passato problemi di tossicodipendenza, racconta il suo avvocato a Report, ma ne era uscito da almeno 1-2 anni, era fortemente asmatico. Sarebbe importante – continua l'avvocato – capire da chi è stato portato, quando ha iniziato a star male, e capire in che condizioni era e da chi è stato soccorso.

Non tutti sono stati trasferiti subito alla fine delle rivolte, molti sono stati picchiati indistintamente (senza distinguere tra chi aveva partecipato alle rivolte e chi no) per giorni, per più volte al giorno.

Pestaggi che sarebbero continuati anche dopo il trasferimento, perché sono stati bollati tutti come rivoltosi: “prima di entrare in carcere [dopo il trasferimento a Salluso] tutti ci hanno picchiato. Ogni giorno, per tre mesi non ci hanno lasciato cambiare i vestiti, niente .. ”

C'è un esposto presentato da due detenuti dove si parla delle violenze, a freddo: l'avvocato che li assiste racconta anche che per giorni queste persone non hanno potuto contattare persone fuori, non hanno avuto assistenza, detenuti lasciati scalzi nelle celle.

In carcere è morto anche un detenuto che in carcere aveva fatto teatro, Salvatore Piscitelli: è stato dichiarato che è morto in ospedale, ma nell'esposto si racconta delle percosse e che Piscitelli è morto in cella.

Altri detenuti raccontano di essere stati trasferiti da Modena a San Gimignano, dove sono rimasti senza medicine, anche i salva vita, senza coperte e senza vestiti.

Stessa storia a Foggia: dopo al rivolta i detenuti sono stati trasferiti in altre carceri dove hanno subito pestaggi sia prima del trasferimento che dopo. A Viterbo, a Catanzaro .. Come se tutto fosse stato pianificato.

La polizia penitenziaria dipende dal DAP: il DG del DAP Parisi nega qualsiasi premeditazione da parte delle guardie, come mai allora tutte queste denunce per le violenze a freddo, dopo il trasferimento?

Le indagini interne sarebbero state bloccate dall'autorità giudiziaria, dice Parisi: “il DAP una volta che ha fatti acclarati, effettua le misure necessarie”.

In attesa delle indagini del DAP, la procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando sulle violenze in carcere: si tratta di una spedizione punitiva fatta da diversi agenti, dopo le proteste di aprile.

I detenuti avrebbero avvisato i familiari da un cellulare: “ci stanno massacrando di botte..”.

La direttrice del carcere avrebbe ammesso le violenze – testimonia una parente di un detenuto- facendo venire in carcere agenti da Secondigliano.

Cosa ancor più grave, prima della spedizione punitiva, le proteste erano già finite, come ammette anche il magistrato di sorveglianza Marco Puglia e il garante dei detenuti della Campania.

Non è normale sentir parlare di agenti incappucciati, di botte, persone lasciate nude in cella.

Gli agenti negano questa versione e la ricostruzione della procura di Santa Maria Capua Vetere che ha incriminato 44 agenti resi riconoscibili.

Da chi è partito l'ordine della violenza? Secondo il sindacalista del sindacato autonomo delle guardie, l'ordine è partito dal direttore o dal provveditore dell'amministrazione penitenziaria.

Quest'ultimo, Antonio Fullone, ha accettato l'intervista e ha spiegato di aver dato l'ordine di procedere con una perquisizione fatta da agenti di una squadra di intervento rapido.

Perquisizione che si è trasformata in un atto di violenza: l'agente penitenziario non è un cappellano, dice il sindacalista, ma questo non giustifica le spedizioni punitive, nemmeno ai carcerati.

Nel 2013 la Corte di giustizia europea ha condannato l'Italia per le condizioni incivili di diverse carceri: in questi anni non si è fatto nulla e non abbiamo colto i segnali emersi in questi anni.

Le violenze nelle carceri a Torino, a Sollicciano, a San Gimignano (tortura e violenza), Ivrea, Viterbo, Asti e infine a Ferrara. Qui è arrivata la prima condanna per le torture avvenute in carcere.

Carceri che rendono la vita impossibile per chi sta dentro, che sia un detenuto o una guardia. Carceri come Poggioreale, dove i colloqui sono bloccati e così i familiari devono passare per un bar, fuori dal carcere, per far arrivare qualcosa ai detenuti: in questo bar si trovano anche articolo per detenuti, ovvero cappelli, scaldacollo, pantofole, mascherine, pigiama.

Vendono anche cartoline con messaggi di speranza per chi sta dentro.

Fuori dal carcere si trova anche il servizio di deposito dei cellulari, per quei familiari che hanno ottenuto un colloquio, ma devono lasciar fuori il loro cellulare. Ci pensa Pasquale ai cellulari delle persone, non lo Stato italiano.

A Poggioreale ci sono 2200 detenuti, mentre dovrebbe contenerne 1600 al massimo: l'ultimo decreto del governo consente ai condannati a fine pena di scontare la pena a casa, per poter evitare il sovraffollamento, perché il covid è entrato dentro le celle e fa paura, perché le persone che si sono infettate, dicono i familiari, non sono tenuti in isolamento.

In carcere si contagiano anche gli agenti: ci sono 200 positivi e altrettanti isolati in quarantena, la struttura, vecchia e sovraffollata, non può garantire il rispetto delle norme di sicurezza.

La sanità a Poggioreale è tagliata per 1600 persone, qua dentro in questa struttura secolare non possiamo garantire le norme di igiene più elementari già nella normalità, figuratevi adesso in piena epidemia.”

Se lo dicono gli agenti c'è da credergli, addirittura i direttori sanitari delle tre carceri metropolitane della Campania hanno contratto il Covid: è successo a Vincenzo Maria Irollo, ds di Poggioreale: “anche io purtroppo sono stato vittima del Covid perché frequento tutti i padiglioni ..”

La soluzione sarebbe evitare l'affollamento, evitare i nuovi ingressi.

Ma il nuovo decreto, quello che consente i domiciliari, non ha ancora dato effetti, perché le posizioni dei detenuti devono essere ancora valutati, sono 60 le posizioni da valutare, e il tribunale ha 3000 domanda ancora da controllare.

Nel decreto ristori si prevedeva di stare a casa, se si è a fine pena, per certi reati: ma mancano i braccialetti per consentire la fuoriuscita di questi detenuti.

Chi dovrebbe aiutare i detenuti potrebbe essere il dottor Ciambriello, garante dei diritti dei detenuti in Campania: dal suo ufficio si vedono i carcerati nell'ora d'aria, ben poco distanziati.

Fa impressione vedere queste persone ammassate, dalle 15 di oggi alle 9 di domani mattina stanno in sei in una cella, è disumano.”

Viene calpestata la dignità, appena entri in carcere e magari non sei nemmeno colpevole: in questi ultimi anno sono state risarcite 27mila persone, perché detenute illecitamente.

Dovremmo ampliare le pratiche alternative al carcere: i lavori socialmente utili, il braccialetto.. invece siamo il paese che in questi anni ha contato mille suicidi in carcere, dove mancano le strutture per il reinserimento dei detenuti, per quelli senza fissa dimora.

Contro la situazioni nelle carceri hanno protestato gli avvocati, i cappellani delle carceri: tra loro don Franco Esposito, che con la sua struttura offre ai ragazzi un posto dove stare, se ottengono i domiciliari.

Sono detenuti che lavorando, seguono un percorso riabilitativo, per avere una nuova possibilità, per quella funzione rieducativa che il carcere dovrebbe avere.

Secondo i conti del Garante dei detenuti nazionale, sono 350 i detenuti che avrebbero diritto ai domiciliari, ma il ritmo con cui escono dal carcere è lento, rischiamo che nelle carceri scoppino dei focolai.

Mancano i giudici di sorveglianza, sono il 40% in meno, mancano i braccialetti (l'appalto l'ha vinto fastweb, che dice di aver rispettato il contratto), ma almeno coi braccialetti arrivati si sono isolati 7500 detenuti. E mancano anche le guardie penitenziarie, ne mancano 17mila per completare i ranghi, ma nel decreto ristori erano escluse le guardie dagli stanziamenti del governo.

Sui detenuti al 41 bis è scoppiata una polemica, a seguito della circolare emanata dall'ex direttore Basentini: si applicava solo alle persone malate, a rischio della loro vita.

Tutta questa linea dura sui carcerati al 41 bis non fa che rinfocolare le polemiche da parte di chi vorrebbe abolirlo, questo regime carcerario duro.

Ci sono detenuti in 41 bis intubati di cui familiari non sanno nulla: Salvatore Genovese, un capo mafia detenuto ad Opera, è stato infettato e oggi è stato trasferito al San Paolo. Dove è morto per le complicazioni del Covid.

Anche i mafiosi devono essere curati, questi dice la Costituzione, questo dicono le leggi.

Politica e istituzioni non stanno affrontando questo problema, non danno i numeri di infetti e ammalati in carcere.

Ci sono state le iniziative isolate di Giachetti, di Rita Bernardini per far uscire i detenuti prossimi allo scadere della pena, ma sono iniziative isolate, perché sia i carcerati che le guardie sembrano cittadini di serie B.

Servirebbero soldi per sistemare le celle, costruire o finire le carceri, per assumere (e pagare gli straordinari) guardie, per realizzare progetti di reinserimento.

Perché altrimenti continueremo ad avere una recidiva dell'80%, mentre in carceri come Bollate è ferma al 20%. Magari qualche ministro penserà ancora nuovamente a svendere le carceri, come voleva fare Alfano. Magari si continuerà a chiedere indulti ed amnistie, che sono l'ammissione di un fallimento.

La transizione verde (link)

Quella di Michele Buono è una visione, per una vera transizione verde, ma anche un piano industriale, non le slide di qualche leader politico di opposizione o di governo.

E' un piano industriale per una vera transizione che tolga di mezzo carbone e idrocarburi, per trasformare l'Italia come paese esportatore di energia, padrone di tecnologie all'avanguardia nel settore energetico, pulire l'aria, creare posti di lavoro.

Tutto basato sull'idrogeno: energia prodotta al sud Italia, dal solare e trasportata al nord e in nord Europa con le condotte della Snam.

Niente carbone per produrre acciaio, per esempio come si faceva a Taranto.

Non serve stravolgere impianti, risparmiando sulle emissioni e anche sui costi.

MA per questo serve creare una filiera attorno all'idrogeno che parta dai centri di ricerca e università e arrivi fino alle imprese.

Prima che anche questo treno, e i miliardi del recovery fund, passino per sempre, sperperati in qualche pala eolica, nell'idrogeno prodotto dagli idrocarburi..

Magari copiando in Italia quello che in Germania fanno i centri Fraunhofer, centri di ricerca che affiancano le piccole imprese, per efficientarle dal punto di vista energetico.

Il tutto partendo dal sole, dal vento, dall'acqua. E mettendo via, una volta per sempre, metano, carbone e petrolio.

E anche l'alta velocità e il TAV, se il progetti Hyperloop (fatto dal gruppo Angel in Puglia), lo realizzassimo anche per i viaggiatori italiani.

Hyperloop costa meno del TAV, consuma meno energia, anzi la produce.

Ma noi rimaniamo il paese del trasporto privato, delle autostrade inutili, delle città che sono camere a gas.

18 gennaio 2021

Anteprima delle inchieste di Report: la transizione verde, dentro le carceri e l'Imu di Coverciano

Uno scenario green, per davvero, quello di cui parlerà il servizio di Michele Buono. Poi un'inchiesta su cosa è successo dentro le carceri nei giorni della rivolta ad inizio pandemia.

Nell'anticipazione, l'Imu non pagata dal centro tecnico di Coverciano. Come mai?

L'Imu di Coverciano

Al centro sportivo di Coverciano si fanno corsi per allenatori, si organizzano eventi ci sono società che organizzano convegni dove, pagando un extra, puoi fare due tiri sui campetti dove si allena la nazionale.

E' un centro sportivo che è anche il nostro fiore all'occhiello, che però non paga l'Imu al comune di Firenze dal 2007, per una somma pari a 836mila euro più interessi, per una cifra che supera il milione di euro.

Perché appartiene ad una società non a fini di lucro, si difende la federazione, il centro è di proprietà della Federcalcio SRL: ma i giudici la pensano in modo contrario, ora il contenzioso è arrivato davanti alla Cassazione ma il giudizio appare scontato poiché nel centro sono presenti, e note a tutti, diverse attività commerciali i cui guadagni finiscono nel bilancio della Federazione.

Lorenzo Vendemiale ha fatto una anticipazione del servizio nel suo articolo uscito sul Fatto Quotidiano

La scheda del servizio: TASSA AZZURRA di Giulia Presutti e Lorenzo Vendemiale

Coverciano ospita il centro tecnico della Federcalcio, dove si allena la nazionale italiana. Otto ettari tra campi sportivi, un auditorium, un albergo e un ristorante. Su questo gioiellino dal 2007 non viene pagata l'Imu. Federcalcio sostiene di avere diritto all'esenzione per gli enti non commerciali che esercitano attività sportiva e di promozione dello sport. Ma è così? Chi è il vero proprietario del centro tecnico di Coverciano e quali sono le attività che si svolgono all'interno?

La transizione verde

Quest'anno arriveranno i soldi dall'Europa parte dei quali saranno usati per una svolta verde, tutta da verificare al momento. Ancora oggi in Italia si continua ad investire in gas metano, a breve potrebbero ripartire le trivellazioni sui fondali del mare e si parla di auto a idrogeno senza specificare la provenienza: se è idrogeno da idrocarburi, non è green né sostenibile.



L'inchiesta di Michele Buono ci mostrerà come potremmo essere produttori di energia pulita, senza dipendere da altri paesi: a Bolzano, oggi, alla H2 Sudtirol producono auto ad idrogeno, il giornalista ha visitato l'impianto dove si produce questo combustibile scindendo le molecole dell'acqua.

Ad oggi è l'unico impianto in Italia che produce idrogeno con annessa stazione di servizio.

Che emissioni hanno i motori elettrici alimentati ad idrogeno? Solo acqua, niente fumi.

Più in giù, nelle Marche, il gruppo Loccioni ad Ancona produce più impresa di quanta ne consuma: qui realizzano sistemi di controllo ed efficienza per l'industria, dall'automobile, all'ambiente, all'industria biomedicale.

L'energia la prendono da pannelli fotovoltaici, da piccoli impianti idroelettrici: per non disperderla, hanno dei cappotti termici per proteggere gli edifici, sistemi automatici di chiusura ed apertura sulle vetrate, per far entrare più o meno sole se è inverno o estate.

Questo impianto è costato un 20% in più sull'investimento totale, ma stanno anche registrando l'86% di consumo in meno per la gestione dell'edificio.

Affinché l'energia prodotta non sia dispersa, serve orchestrare i flussi, tramite una regia, dove si da energia alle “griglie” che ne hanno bisogno prendendola da chi ne ha in surplus, “questa è la grid, questa è la rete intelligente” spiega Maria Paola Palermi responsabile della comunicazione del gruppo Loccioni.

A Bari invece studiano i treni del futuro: capsule a levitazione magnetica che viaggiano, sottovuoto e senza attrito, in un tubo fino a 1000km orari. Si tratta del progetto della canadese Hyperloop sviluppato assieme al gruppo italiano Angel: il gruppo italiano si occuperà della tecnologia che arriva direttamente dallo spazio, la trasmissione di energia senza contatto e ad alta velocità.

Si potrebbe coprire una tratta come Bari Napoli in un quarto d'ora, Roma Milano in mezz'ora, Milano Parigi in un'ora. Altro che l'AV a cui oggi sono destinati una buona parte dei fondi europei.

Con questi progetti tutte le città si avvicinano veramente e dunque anche le attività economiche: Vito Pertosa presidente del gruppo Angel “si potrebbe avere un trasporto merci che invece di andare sull'aereo va su Hyperloop con un costo più basso e in un tempo inferiore.”

Gli stessi vantaggi ci sarebbero per il trasporto delle persone: Tranpod ha calcolato che per la tratta Toronto Montreal si spenderebbero non più di 80 dollari, 545 km in 45 minuti, su un tracciato che ha la stessa misura di quelli italiani ed europei, “basta” metterci questi tubi , la cui posa costerebbe meno di quanto ci costa oggi l'AV, consumando meno del treno col vantaggio che l'Hyperloop produce anche energia

La scheda del servizio LA TRANSIZIONE Di Michele Buono con la collaborazione di Edoardo Garibaldi e Filippo Proietti

L’età della pietra non è finita perché mancavano le pietre. La transizione energetica dal fossile alle rinnovabili, e la conseguente decarbonizzazione, è una necessità ambientale e al tempo stesso un’occasione di crescita economica; non è una storia di qualche pannello o impianto eolico in più ma è un’organizzazione complessa che coinvolge un intero sistema, dalla ricerca al trasferimento di tecnologie all’industria, alla società intera. Quali sono i nostri punti di forza? E quali i nostri vantaggi competitivi? Possiamo trasformarci da paese importatore a esportatore netto di energia sempre più pulita? Si sta aprendo una nuova partita globale.

Dentro le carceri

La polizia penitenziaria italiana è stata messa a dura prova quest'anno: nel periodo del primo lockdown, a marzo, in 21 carceri ci sono state proteste da parte dei detenuti con 107 feriti tra gli agenti e 69 tra i detenuti. Ma ci sono stati anche 14 detenuti morti (sospette) e danni ingenti alle strutture carcerarie, per quasi 10ml di euro.

Purtroppo, ci sarebbero stati anche abusi e atti di violenza gratuita sui detenuti: Bernardo Iovene ha incontrato alcuni parenti dei detenuti, da cui ha raccolto diverse testimonianze inedite su quanto sia successo in quel mese “stati tolti i viveri .. sono stati trattati come animali”.

A Modena sono morti 9 detenuti, 5 dei quali nello stesso carcere e altri 4 dopo essere stati trasferiti: Iovene ha raccolto la testimonianza di un detenuto che afferma di non aver partecipato alla rivolta, insieme ai detenuti della sua sezione era rimasto in cella.

Ha trattato con l'ispettore l'uscita pacifica sul campetto dell'area perché in cella stavano soffocando dal fumo: “era lui che ce lo ha detto, uscite voi che non c'entrate con la rivolta, uscite solo in campo. Poi ci hanno picchiato da morire, abbiamo preso così tante di quei manganelli che anche i poliziotti diventavano con il sangue ..”

Cioè con le manganellate anche gli agenti si erano sporcati del loro sangue schizzato sui vestiti.

Uno dei detenuti morti si chiamava Fedi e aveva 35 anni, doveva uscire dopo 2 settimane: è stato consegnato dai detenuti agli agenti perché stava male.

Aveva avuto nel passato problemi di tossicodipendenza, racconta il suo avvocato a Report, ma ne era uscito da almeno 1-2 anni, era fortemente asmatico. Sarebbe importante – continua l'avvocato – capire da chi è stato portato, quando ha iniziato a star male, e capire in che condizioni era e da chi è stato soccorso.

I detenuti trasferiti da Modena riportano di essere stati bollati tutti indistintamente come rivoltosi: “prima di entrare in carcere [dopo il trasferimento a Salluso] tutti ci hanno picchiato. Ogni giorno, per tre mesi non ci hanno lasciato cambiare i vestiti, niente .. ”

La procura di Santa Maria Capua Vetere sta indagando i presunti abusi di 44 guardie del carcere usando proprio i filmati, un fatto senza precedenti.

Uno dei detenuti aveva un micro cellulare, senza questo nessuno avrebbe saputo delle violenze: “è partita una telefonata da un micro cellulare che ha chiamato la moglie è ha detto ci stanno massacrando di botte. Di la è partito tutto, se non non avremmo mai saputo niente.”

A Poggioreale i colloqui sono bloccati e così i familiari devono passare per un bar, fuori dal carcere, per far arrivare qualcosa ai detenuti: in questo bar si trovano anche articolo per detenuti, ovvero cappelli, scaldacollo, pantofole, mascherine, pigiama.



Vendono anche cartoline con messaggi di speranza per chi sta dentro.

Fuori dal carcere si trova anche il servizio di deposito dei cellulari, per quei familiari che hanno ottenuto un colloquio, ma devono lasciar fuori il loro cellulare.

Ci pensa Pasquale ai cellulari delle persone, non lo Stato italiano.

Ma nelle carceri a soffrire ci sono anche le guardie penitenziarie: a morire per Covid sono anche loro, fino ad oggi ne sono morte cinque e i contagiati sono oltre mille, solo a Poggioreale erano oltre duecento a dicembre, significa che ce ne stanno altrettanti isolati in quarantena commenta Emilio Fattorello del sindacato polizia penitenziaria.

“La sanità a Poggioreale è tagliata per 1600 persone, qua dentro in questa struttura secolare non possiamo garantire le norme di igiene più elementari già nella normalità, figuratevi adesso in piena epidemia.”

Se lo dicono gli agenti c'è da credergli: addirittura i direttori sanitari delle tre carceri metropolitane della Campania hanno contratto il Covid.

E' successo a Vincenzo Maria Irollo, ds di Poggioreale: “anche io purtroppo sono stato vittima del Covid perché frequento tutti i padiglioni ..”

Così i parenti dei carcerati oggi hanno paura di non rivedere più i loro familiari, perché potrebbero infettarsi e morire per la pandemia, la loro richiesta di aiuto, dicono, è ancora rimasta inascoltata.

Chi dovrebbe aiutarli potrebbe aiutarli è il dottor Ciambriello, garante dei diritti dei detenuti in Campania: dal suo ufficio si vedono i carcerati nell'ora d'aria, ben poco distanziati.


“Fa impressione vedere queste persone ammassate, dalle 15 di oggi alle 9 di domani mattina stanno in sei in una cella, è disumano.”

Ancora più disumano se si tiene conto dell'aspetto psicologico, delle paure di contagio in carcere che rendono ancor più dura la loro situazione.

“Mio figlio sta qua dentro per pagare una pena o per morire?” si domanda una madre davanti al giornalista.

La funzione del carcere dovrebbe essere rieducativa, non punitiva.

La scheda del servizio: CARCERI, UN MONDO A PARTE di Bernardo Iovene con la collaborazione di Federico Marconi e Greta Orsi

Cosa è successo dentro al carcere di Modena durante la rivolta di marzo? Secondo le testimonianze di detenuti e familiari che ricostruiscono quei momenti tragici, ci sarebbero stati pestaggi a freddo dopo la rivolta, e anche durante i trasferimenti, all'arrivo nei vari istituti, e nei giorni seguenti. Dai racconti intrecciati si disegna uno scenario inquietante, che deve riguardare tutti compreso le massime istituzioni, per capire se è vero; quali sono stati gli ordini, chi li ha dati e se il Ministero ne era al corrente. Nel carcere di Modena sono morti 5 detenuti, le autopsie dicono da intossicazione di farmaci e metadone. Altri 4 detenuti sono morti dopo essere stati trasferiti in altre carceri, sono stati visitati? Si potevano salvare? Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere attraverso le registrazioni delle telecamere di sorveglianza la procura ha individuato abusi che sarebbero stati commessi da 44 agenti penitenziari, altre centinaia di agenti non è stato possibile identificarli. Report è venuta a conoscenza che a operare a volto coperto è stato un nuovo reparto creato dopo le rivolte: sono i Gir, Gruppo di intervento rapido. Intanto il decreto Ristori ha posto molti paletti alla possibilità di detenzione temporanea ai domiciliari per chi ha un residuo di pena fino a 18 mesi e pochi detenuti ne hanno usufruito. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Natale è stato in visita a Regina Coeli, ma per il Garante nazionale dei detenuti e anche per alcuni magistrati di sorveglianza il decreto è timido e non affronta il problema principale del sovraffollamento.

14 febbraio 2016

Lo scandalo del dieselgate (e il peso della lobby europea delle auto)

A scoprire la truffa del sw taroccato sulle emissioni dei motori diesel della Volkswagen (che erano anche 40 volte superiori a quelli stabiliti in America) è stato un anonimo ingegnere del West Virginia Environment Protection Agency (Epa): Dan Carder, un omone con la passione dell'heavy metal e della caccia all'orso.
Se la casa madre tedesca, emblema della germanicità tedesca nel mondo, rischia oggi una multa salata da 18 miliardi da parte del governo americano, è grazie al suo lavoro.
Volkswagen, maxifrode sulle emissioni ambientali. Rischia multa da 18 miliardiIl colosso di Wolfsburg ammette di avere falsificato i dati grazie a un software che entrava in funzione solo durante i test. Oltre alla sanzione, potrebbe partire una causa penale, così come è possibile una class action miliardaria. Coinvolti 482mila veicoli, nel periodo 2009-2015. Il titolo perde più del 20% sulla borsa di Francoforte

Nel settembre passato quando è scoppiata questa bomba, in tanti si sono questi come sarebbe andata a finire: il titolo tedesco è crollato, c'è stato un cambio nei vertici del gruppo tedesco, ci sono state delle scuse ufficiali. Per settimane la pubblicità delle auto tedesche era sparita.
Tante erano le domande che ci si poneva: come è possibile che nessuno si sia accorto che i dati comunicati dalla casa tedesca erano falsi e che le prove di laboratorio (che certificavano questi numeri sulle emissioni)erano di fatto inutili?
Ci si aspettava la tempesta, che avrebbe sicuramente coinvolto anche altre marchi europei: la Renault ad esempio, ma anche la FCA. L'indagine nel frattempo si allargava anche alle emissioni (e ai dati comunicati dalle case automobilistiche) dei motori a benzina.
Faremo giustizia, faremo chiarezza ..
E' andata a finire che le pubblicità sono tornate in tv, che ancora dobbiamo aspettare una risposta dal ministero dei trasporti italiano e anche dall'Europa.
Smog, l'europarlamento raddoppia i limiti di emissioni per le autoCon pochi voti di scarto, approvata la modifica del regolamento sugli ossidi di azoto, i precursori delle polveri sottili. Socialisti e verdi si sono opposti ma hanno perso

Anzi, l'Europa e l'Europarlamento una risposta l'ha data: in spregio al buon senso, i partiti della destra europea e i membri del partito popolare hanno approvato l'innalzamento dei limiti delle emissioni degli ossidi di azoto. La lobby europea dei costruttori delle auto ha fatto valere il suo peso:
Oggi l’europarlamento ha votato a strettissima maggioranza l’approvazione di una modifica del regolamento che stabilisce il tetto delle emissioni di NOx, gli ossidi di azoto che sono precursori delle polveri sottili. La dose ammessa per legge è stata generosamente raddoppiata. Le auto potranno inquinare, per gli NOx, il 110% in più di quello che era stato stabilito prima del dieselgate.

Se l'Europa voleva dare ancora una volta prova della sua distanza rispetto ai cittadini e ai loro diritti (come quello della salute), c'è riuscita.

Sul Messaggero è uscita un'anticipazione del servizio: la giornalista di Presa diretta Rebecca Samonà è andata in giro per Roma per misurare la qualità dell'aria, assieme al professor Ben Barratt, che insegna scienze della qualità dell'aria a Londra.
A Roma dove la qualità dell'aria non è buona, dove far funzionare i trasporti pubblici è cosa complicata (anche per il superprefetto Tronca) e dove l'unica risposta all'inquinamento sono le targhe alterne.
E i progetti per i bus elettrici che fine han fatto? 
Ce lo racconterà questa sera Presa diretta.

La scheda del servizio Dieselgate
Ancora due diverse inchieste per la prossima puntata di PRESADIRETTA.DIESELGATE. Lo scandalo che ha investito il colosso tedesco delle auto, la VolksWagen, la più importante industria tedesca nel mondo, è nato negli Stati Uniti ma è arrivato come un terremoto nel cuore d'Europa. E l'Europarlamento ha appena votato una modifica del regolamento che consente di alzare le emissioni degli ossidi di azoto, le polveri sottilissime emesse dai motori diesel. Come si inserisce questa contestata decisione nello scandalo VolksWagen? Ci sono state pressioni da parte delle case automobilistiche sulla decisione Europea?Le telecamere di PRESADIRETTA hanno fatto un lungo viaggio tra Germania, Italia, Belgio e Norvegia. La preoccupazione per le potenziali ricadute occupazionali degli operai tedeschi della Volkswagen. Come si effettuano e quanto sono attendibili i test in laboratorio sulle emissioni delle auto di tutte le case automobilistiche. I rischi per la salute a causa dell’inquinamento dei motori nelle nostre città. Il futuro della mobilità privata e le politiche di incentivo per le auto elettriche messe in campo dal Governo nel nostro paese.

La perenne emergenza delle carceri
La seconda inchiesta riguarda un tema che Presa diretta ha già affrontato: lo stato delle carceri italiani, sovraffollate, che cadono a pezzi, luoghi dove i condannati pagano due volte la colpa. Potremmo costruire nuove carceri, ristrutturare quelli esistenti, controllare meglio come sono spesi i soldi per gli appalti (spesso con procedure secretate). Invece: le leggi svuota carceri, il ritorno perenne di proposte di indulto, i soldi per gli appalti continuano ad essere sprecati.
Presa diretta confronterà le carceri italiane con quelle norvegesi: da noi il 70% dei detenuti torna a delinquere, in Norvegia solo il 20%.
E' così che si alimenta l'emergenza sicurezza e l'insicurezza degli italiani che, evidentemente, ai nostri politici fa comodo perché è benzina elettorale.

La scheda del servizio: SENZA CARCERI.
Nella seconda parte di PRESADIRETTA un reportage dalla Norvegia, un paese che ha scelto una via estrema e unica al mondo di gestire la punizione per chi ha commesso un delitto. Un paese dove le carceri sono senza sbarre. Lì i detenuti sono trattati nel rispetto della dignità che spetta a ogni essere umano e solo il 20% di loro torna a delinquere, mentre in Italia la percentuale di recidivi arriva al 70%.PRESADIRETTA ha raccolto le riflessioni di Luigi Manconi, politico, sociologo, da sempre impegnato nella battaglia contro le disfunzioni, le anomalie e i disservizi del nostro sistema carcerario."DIESELGATE" e "SENZA CARCERI" sono un racconto di Riccardo Iacona con Lisa Iotti, Giuseppe Laganà, Fabrizio Lazzaretti, Danilo Procaccianti, Rebecca Samonà.

01 dicembre 2014

Report – il risarcimento di Claudia di Pasquale e Giuliano Marrucci

Quanti lavori servirebbero nei comuni, nelle provincie e nelle regioni?
Lavori che non vengono fatti perché non ci sono soldi.
Il Seveso che è esondato sei volte quest'anno: ma qualcuno ha pensato di usare i detenuti di San Vittore per spalare il fango? Il comune potrebbe usarli, ma non ha fatto nessuna offerta.
“C'è un'opportunità da cogliere” dice l'assessore Majorino.
Il centro di Napoli è pieno di graffiti, scritte: anche qui, la manutenzione di strade e facciate dei palazzi potrebbe essere fatta dai detenuti.
Sodano, il vicesindaco “sono progetti che vanno finanziati”. Non sa che i lavori sono gratuiti, che esiste una legge che permette l'impiego dei detenuti per lavori di pubblica utilità.
Roma: alle casse del comune mancano 550 ml, le strade sono dissestate, le periferie sono in degrado. Perché non si usano i detenuti dei cinque carceri?
L'assessore ai lavori sociali dice che non sono fatti suoi.
Quelli ai lavori pubblici dice che li stanno usando, e che si sta chiudendo l'accordo con Anci ..
Ma è un altro protocollo quello a cui si riferisce.
Marino, intervistato dalla giornalista, dice che è andato a Rebibbia. Ma al direttore non ha presentato proposte.
Palermo: 1658 detenuti, ma solo uno lavora gratis per lavori di pubblica utilità. “E' un beneficio per me perchè meglio lavorare che guardare i muri del carcere”.

La puntata di ieri di Report è stata provocatoria e propositiva: ci sono i lavori che i comuni non possono fare perché non hanno i soldi, e allora perché non usiamo i detenuti?
Perché i detenuti non possono lavorare per i lavori di manutenzione nel carcere, senza aspettare la ditta e la gara d'appalto?
La legge prevede sia i lavori per pubblica utilità, ma non si riesce ad applicare. Il muro non lo fanno i detenuti che, anzi, sarebbero molto felici di lavorare gratis, ma lo fanno le istituzioni. Gli amministratori locali che non conoscono le leggi. Lo fanno i politici con la loro superficialità, col loro parlare politichese. Perché?

Non è facile far lavorare fuori dal carcere i detenuti perché, come a Brescia, escono senza scorta e nessuno li controlla. E perché non è facile scegliere, per i dirigenti delle carceri, chi far uscire e chi no.
In tutta Italia hanno lavorato solo lo 0,6 % dei detenuti: forse manca l'organizzazione per farli uscire in squadra. Coinvolgendo la polizia carceraria e quella municipale, creando un piano organico, a livello nazionale, per farli lavorare, con una visione politica anche. E non lasciando che sia ogni direttori che affronti il problema a modo suo.

Come a Bollate, il carcere modello vicino Milano, dove i detenuti hanno fondato un'associazione per curare un orto, per aiutare i senzatetto .. Ridanno qualche cosa alla società, a cui hanno tolto.
Ma Bollate è un'eccezione.

Far lavorare i detenuti è una partita di giro, conviene a loro ma conviene anche a noi. Anche dal punto di vista economico. Mantenerei detenuti è costoso: il costo è di 100-200 euro: sono 2,8 miliardi anno. E i detenuti passano il tempo a non far nulla, o a camminare attorno alle mura.
La recidiva del carcere è del 70%: ma se lavorassero, il tasso crollerebbe, perché imparerebbero un lavoro e si abbatterebbero i costi di manutenzione delle carceri.
Ma per legge il detenuto andrebbe pagato.
Legge giusta, direte voi. Legge ipocrita, secondo me. Perché finge di non vedere il fatto che in questo modo i detenuti non ripagano in alcun modo lo stato e la società. Non si tratta di sfruttarli (come gli stagisti, come i callcenteristi, come i neolaureati negli studi di professionisti): ma di dar loro un'opportunità.
Oggi, visto che non ci sono soldi per pagare tutti i detenuti, per fare i lavori di manutenzione, le carceri crollano e interi reparti vengono chiusi (causando altro sovraffollamento). Molte strutture diventano inagibili e per risistemarle servono altri appalti milionari. Con tutti i problemi degli appalti che abbiamo ..
E i detenuti che possono avere un lavoro sono troppo pochi.

La soluzione sarebbe cambiare la legge per permettere il lavoro volontario.
Chi lavora in carcere, guadagna oggi da 150-400 euro al mese. Uno stipendio deve esserci, dice la legge.
Ma possiamo cambiarle norme, visto che chi va in carcere ed è condannato ha fatto un danno alla società e io istituzione devo cambiarti. Allora potrebbe essere giusto obbligarti a lavorare quasi gratis, concedendo anche uno sconto di pena e trattenendo parte dello stipendio per le spese di mantenimento in carcere.
Lo sconto di pena fa paura? Oggi esci prima lo stesso, ma oziando tra le mura del carcere, basta non aver fatto nulla.

Ma come funziona nel resto del mondo?Claudia di Pasquale ha posto la domanda ai nostri politici. Che, ovviamente hanno scaricato ad altri il problema. Dando un'idea di incompetenza che trovo insopportabile.
Cosimo Ferri sa come funzionano le cose in America? E Donatella Ferranti? E il senatore D'Ascola?
In America ci è andato Marrucci: nelle carceri i detenuti lavorano, come falegnami, come muratori. E i lavori dentro le carceri sono fatti dai detenuti.
La legge non obbliga a lavorare, ma qui tutti fanno qualcosa, specie quelli condannati per sentenze lunghe. Chi non lavora non può fare telefonate ogni giorno e non prende soldi.
Chi fa sempre il suo dovere ha delle celle con docce e anche computer. È un bel benefit.
Il carcere risparmia sui lavori ordinari, per i cancelli, per le copisterie, e i detenuti imparando un lavoro, sono meno propensi a delinquere una volta fuori.
Carcere della contea: qui si trovano detenuti per pene sotto l'anno o in attesa.
Furgoni per 10 persone li portano a lavorare in squadre, per essere impiegati in interventi speciali in contea, come pulire le strade, le piazzole, raccogliere immondizia, scovare discariche abusive. Lavorano da 32 a 40 ore, per un dollaro al giorno.
Le carceri incassano i soldi presi dalla Contea, e guadagnano anche dal lavoro fatto all'esterno per la Contea. Qui i detenuti sono contenti di lavorare, perché ottengono sconti della pena.
E forse anche senza sconti, preferirebbero uscire dalla cella, piuttosto che guardare la tv e oziare.

Nel carcere statale si trovano solo detenuti con condanne definitive: anche qui lavorano all'esterno, ma si sono sviluppati di più lavori interni, per motivi di sicurezza.
E allora producono scarpe, fanno manutenzione per gli interni della struttura: i mobili, le lavatrici, i bagni.
Lavorano e accumulano punti, in base ai punti prendono una paga da 30-50 dollari: qui il 90% dei detenuti partecipa ad un programma.

Suben, Austria: ci sono carceri dove si lavora come conto terzisti di aziende locali, oltre a fare lavori di manutenzione.
Qui si lavora a tempo pieno e i detenuti sono pagati dai 7-10 euro, ma il 75% dei soldi rimane all'amministrazione, come contributo.
Quelli che lavorano all'esterno prendono paghe da 2-3 euro: dopo la riforma del 93 si sono aperti laboratori, per occupare i detenuti.
Che imparano un lavoro che poi una volta usciti, diventa il loro lavoro.

Il giudice Gratteri, favorevole alla proposta, ha fatto il paragone con le comunità terapeutiche, dove il detenuto deve lavorare, perché è già un costo per lo stato.
Allo stato il detenuto costa anche per le spese processuali, per le ammende.

Certo, bisogna trovare politici che appoggino questa idea: ci sono le coperture finanziarie per quest'idea, dovrebbe essere il ministro a proporle al Parlamento. Ma il ministro non risponde e il sottosegretario Cosimo Ferri ammette che “è una proposta di buon senso”.
Oggi le spese di mantenimento sono pagate dai detenuti che lavorano: ma chi non lavora non le paga. Al contrario del resto del mondo, in Italia lo stato non trattiene niente per la paga ai detenuti.
E anche chi esce dal carcere non pagherà le spese.
Lo stato ha pagato 213 ml di euro, per le spese di mantenimento, ma ne ha recuperati solo 4 ml, nel 2013.
Tra queste ci sono anche le spese di giustizia, per risarcimenti e multe non pagate.
Sono spese che ricadono sulle spalle della collettività: perché lo stato non obbliga tutti a lavorare, come risarcimento per le spese di giustizia e per le spese di mantenimento?

Quelli che non possono pagare, chiedono la remissione del debito.
Come Raffaele Pernasetti, ex boss della Magliana, deve allo Stato 40000 euro. Soldi non pagati, ha chiesto e ottenuto la remissione del debito.
Il presidente della commissione giustizia Ferranti scarica il problema sul DAP: “queste domande le deve rivolgere a chi gestisce le carceri”.
E Pagano vice al DAP invita la giornalista a rivolgersi al ministero. Uno scaricabarile, sembra: tanto è vero che nessuno ha idea di quanti soldi non si riescono ad incassare dai detenuti.
Chi governa non sa quanto si recupera da Equitalia giustizia. Mentre aspettiamo che Ferri dia la risposta, Report lo ha chiesto ad Equitalia, che ha risposto di non avere questo dato.
E dunque, perché non si copia dall'estero, dove i detenuti vengono impiegati in lavori interni e di pubblica utilità e si trattengono dallo stipendio le spese carcerarie?

Poi ci sono casi emblematici, come a Secondigliano, dove a lavorare per lo stato sono ergastolani che prima erano in regime di 41 bis.
Lavorano in un orto, per fare zucche siciliane: lavorare in un orto è una sorte di rinascita, dicono.
Sono boss mafiosi come Gaetano Pennisi, Galatolo, Molinetti: tutti condannati per omicidi e reati di mafia.
Alla domanda della giornalista rispondono che, se obbligati, non lavorerebbero. Perché non riconoscendo lo stato, per la loro logica mafiosa, non lavorerebbero gratis.
Ecco, la stortura è questa: ai mafiosi, ergastolani, viene data la possibilità di uscire all'esterno.
Vogliono essere trattati come un fiore. Possono ottenere permessi premio, perché fanno delle attività. Ma non si sono pentiti.
E quelli che non hanno preso delle condanne pesanti?

Il sistema delle pene alternative.
È uno strumento che esiste dal 1975, per dare la possibilità di scontare delle condanne lievi fuori dal carcere.
Il condannato più noto affidato alle pene sociali è Berlusconi: a Cesano Boscone lavora un giorno alla settimana, per 4 ore, dove si occupa dei malati di alzheimer.
Forse una pena un po' lieve, per uno che è stato condannato per frode fiscale.

Berlusconi ha un'assistente sociale personale, mentre nel comune di Milano ci sono una decina di assistenti per 1200 detenuti: Berlusconi è diversamente uguale anche da condannato.
Gli altri affidati incontrano l'assistente una volta al mese, se va bene. Berlusconi ha modo di incontrare la sua assistente una volta alla settimana, come prescrive la legge.
E la situazione del sistema delle pene alternative è in crisi in tutto il paese.
A Padova 8 assistenti seguono più di mille casi: oggi sono in agitazione.
Un affidato si riesce a vedere una volta ogni 3 mesi, altro che una volta alla settimana, secondo gli standard del ministero.
All'ufficio di esecuzione penale esterna di Roma ci sono 3000 affidati per pochi assistenti. La gente va di autocertificazione, e sconta la pena andando nelle parrocchie.

Come funziona all'estero? Portland è detta la città delle rose, perché c'è un parco pubblico pieno di questi fiori.
A gestirlo un solo dipendente e una decina di condannati, che lavorano come servizio sociale, come alternativa al pagamento di una multa. Sono i condannati ai servizi sociali che tengono pulito il parco, lavorano nella distribuzione dei pasti, nella coltivazione degli orti. Si restituisce qualcosa alla società. Solo nel 10% dei casi, chi lavora ai servizi sociali continua a commettere reati.
Dublino: hanno scoperto quanto sono efficaci i servizi sociali nel 2008, con la crisi e il taglio dei fondi pubblici ai comuni. Chi commette reati va a pulire i graffiti, a tenere puliti parchi e strade.
Amsterdam: le pene alternative hanno surclassato la prigione. Con la misure alternative hanno addirittura chiuso delle carceri. I condannati puliscono i parchi, li tengono in piedi.
Funziona meglio fare lavorare i condannati, piuttosto che tenerli in galera.

Gli affidati in prova sono 12500, ma manca un progetto integrato per controllarli, per renderli efficienti per lo stato. Alla fine è sempre un problema di visione politica. Che nulla ha a che vedere con le ferie dei magistrati. Senza visione si lavoro in emergenza: le carceri scoppiano, i detenuti diventano pazzi o imparano ad odiare lo Stato. E quelli affidati alle pene alternative non scontano la pena.
E alla fine arrivano le multe, per il sovraffollamento carcerario. L'emergenza carceri è stata risolta col risarcimento da 8 euro al giorno e con la scarcerazione di detenuti con pene sotto i tre anni.
Certo, finché affideremo la soluzione dei nostri problemi ad una classe politica che non sa come funzionano le cose del mondo, avremo poche speranze.
MILENA GABANELLI IN STUDIOAnche noi ricorriamo alle misure alternative per i piccoli reati dal ’75 sono 12mila e 300 gli affidati in prova, ma manca un progetto organico anche per utilizzarli in maniera produttiva: gli assistenti sono pochi e non riescono a controllare se chi ha evitato di andare in carcere poi mantiene un comportamento corretto e quindi non spaccia, non frequenta farabutti e fa il lavoro che gli è stato assegnato. Questo perché mancano perfino i soldi per la benzina. E alla fine ci si ritrova sempre là con le carceri sovraffollate; cioè manca un’idea, una visione. Ma il Ministro dice “il problema èrisolto” e però si va verso le multe.



Il link al sito di Report per rivedere la puntata e il pdf con la trascrizione del servizio.

30 novembre 2014

Perché non facciamo lavorare i carcerati?

Il fine della carcerazione non è quello del contrappasso dantesco o della tortura dei rei condannati (almeno di quelli che finiscono in cella..).
Il fine è la riabilitazione: significa che è obbligo (o sarebbe obbligo) dello Stato italiano restituire alla società persone migliori di quelle che sono entrate nelle carceri.
Sappiamo che non è così: la condizione delle carceri riaffiora nella discussione politica come un fiume carsico ogni volta che fa comodo. Comodo per lasciar libero qualche colletto bianco, per discutere di indulti e amnistie.

Basterebbe costruire (o mettere a norma, o completare) le carceri necessarie. I soldi e i progetti (secretati al Viminale) ci sono. Forse manca la volontà.
Basterebbe smetterla con le leggi criminogene, come quella sullo spaccio o sul reato di clandestinità.
Ma non di questo che si occuperàl'inchiesta di Claudia di Pasquale per Report: la proposta della giornalista è una di quelle così rivoluzionarie nella sua semplicità che non verrà mai presa in considerazione. Ma almeno si può provare a parlarne. L'idea è di impiegare i carcerati per fare lavori socialmente utili, fuori dalle carceri.
Ci sono le scuole che cadono a pezzi in attesa dei milioni di Renzi. Ci sono gli argini dei fiumi (anche quelli in attesa). C'è la pulizia delle strade, dei parchi, dei muri.
C'è pure una legge che da la possibilità ai comuni di richiedere questa manodopera, per motivi eccezionali. Ma forse in molti non la conoscono e poi, sui detenuti pende il solito pregiudizio: ci si può fidare? Chi controlla?
A parte che già oggi, grazie alle riforme sulla carcerazione preventiva, è difficile finire dentro, mi chiedo se per la società sia più sicuro lasciare delle persone ad incattivirsi dietro le sbarre (e quando escono sono pure peggiorati) piuttosto che non farli lavorare.
Conviene non solo per i costi correnti (svolgerebbero un lavoro per la società), ma anche per i costi futuri: se imparano un lavoro, è più facile che smettano di delinquere.
Ma forse è meglio così, lasciare le cose come stanno: perché tanto per i pezzi grossi ci pensa santa prescrizione, per quelli piccoli (tipo i faccendieri delle tangenti di Expo) c'è il patteggiamento.
E mentre in carcere ci si ammala, restituiamo alla società degli esperti in mazzette.

L'anteprima su Reportime: La vita bucolica dei boss in carcere
Dentro il carcere di Secondigliano ci sono circa 1300 detenuti, ma quelli che lavorano sono solo 250. Di questi 220 sono alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e svolgono lavori domestici come pulire, cucinare, o fare la manutenzione ordinaria del carcere. Altri 26 invece lavorano per un impianto di rifiuti gestito da una cooperativa e altri 6-7 detenuti coltivano l’orto del carcere, noto come “tenimento agricolo” e promosso anche da un protocollo.Questi detenuti, che raccolgono zucchine e pomodori, hanno iniziato come volontari e ora dovrebbero essere assunti a scaglioni da una cooperativa (tre sono stati già assunti nelle scorse settimane). Hanno la possibilità di lavorare, di stare fuori dalla cella all’aria aperta e di non oziare, come capita invece alla stragrande maggioranza dei carcerati costretti per mancanza di risorse a passare le giornate a guardare la tv o il muro.Questi sei detenuti sono però tutti dell’alta sicurezza, provengono dalla criminalità organizzata, mafia, ’ndrangheta, Sacra corona unita, e in passato sono stati reclusi anche nel 41bis, definito da loro una “tortura psicologica”. Che alla mafia il 41bis non sia mai piaciuto fa parte della storia di questo paese. La domanda resta: perché sono stati scelti proprio loro?Oggi i detenuti del tenimento agricolo di Secondigliano il carcere duro l’hanno lasciato alle spalle, la direzione del carcere ha deciso di investire proprio su di loro e alcuni a quanto pare hanno avuto anche dei permessi premio. Intanto 40mila detenuti in Italia non lavorano, e tra questi ci sono anche quelli che non hanno l’ergastolo, quelli che hanno condanne brevi e che certamente sono destinati a uscire dal carcere, ma per loro l’orto dove coltivare le zucchine non c’è.Ma perché non li facciamo lavorare, i detenuti, invece di lasciarli guardare il muro?

La scheda dell'inchiesta: Il risarcimento di Claudia di Pasquale
Domenica 30 Novembre Report propone un'inchiesta provocatoria e propositiva: tutti i detenuti in salute dovrebbero essere obbligati a lavorare, perché nel lavoro c’è il loro recupero e anche quello delle spese giudiziarie, oltre a quelle per il mantenimento in carcere. Mai come in questo caso abbiamo trovato ostilità. Dai detenuti? No, dalle istituzioni. In Italia l’intero sistema penitenziario grava sulle tasche dei cittadini per circa 2 miliardi e 800 mila euro l’anno. Mantenere ogni singolo detenuto in carcere costa allo Stato, comprese le spese di sicurezza, circa 4000 euro al mese. Sono cifre importanti che dovrebbero servire anche a reinserire nella società anche le persone che non hanno mai imparato un mestiere. Nella maggior parte delle carceri italiane i detenuti giocano a carte o guardano la televisione. E il 70% quando esce torna a delinquere. Eppure la legge dice che i condannati in via definitiva dovrebbero lavorare, anche per saldare le spese processuali, le multe, o risarcire le vittime dei loro reati. Il problema è che, sempre secondo la legge, vanno retribuiti, però i soldi per pagarli non ci sono, allora si preferisce lasciarli oziare. Perché non cambiare la legge e farli lavorare lo stesso senza pagarli visto che i detenuti devono saldare il loro debito con lo Stato? Sarebbe una partita di giro. C'è poi un'altra legge che permette di impiegarli gratuitamente in lavori di pubblica utilità, come la pulizia dei parchi, delle strade, dei muri, degli argini dei fiumi o del fango delle alluvioni. Ma anche qui nulla si muove, perché dovrebbero essere i comuni a farne richiesta, ma sindaci e assessori non sanno nemmeno che esiste questa legge. Un immobilismo che alla fine vede crescere le spese dello Stato, il degrado delle carceri ( perché non li impiegano nemmeno per ridipingere le celle) e i detenuti non rieducati restituiti alla società. Eppure la maggior parte dei detenuti vorrebbero lavorare, anche gratuitamente, invece di guardare tutto il giorno un muro. Gli esempi di come funziona negli Stati Uniti e nel nord Europa, dimostrano che è possibile impiegare i carcerati, con un vantaggio per l'amministrazione e per la dignità della persona.

La seconda inchiesta della puntata: Campioni d'Europa di Emilio Casalini. C'è qualcosa per cui siamo primi in Europa. Non è un record lusinghiero ...
Siamo la nazione con il record di procedure di infrazione aperte dall'Unione Europea. Violiamo le norme comunitarie che noi stessi abbiamo votato e che, nel 20% dei casi, non siamo in grado neppure di recepire nel nostro ordinamento. Non siamo capaci di tutelare i diritti dei disabili, dei passeggeri, persino quelli delle galline ovaiole.Nel campo ambientale siamo poi un disastro: abbiamo condanne perché un terzo del nostro Paese non è in regola con gli scarichi delle acque reflue. Spesso mancano i depuratori, e molti di quelli che ci sono funzionano male. E così rischiamo di dover pagare mezzo miliardo di euro di multa per ogni anno perché le nostre acque non sono pulite.