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22 novembre 2023

Le ombre della sera, di Bruno Morchio


 L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato otto anni fa, al funerale di Cesare alla Sala Chiamata del Porto; c’erano anche i suoi figli, Mario e Alessandro, due giovani marcantoni che stringevano mani e distribuivano sorrisi di circostanza..

Che cosa rimane di noi dopo che ce ne siamo andati, quando non siamo più nulla su questa terra?

Siamo come meteore, che illuminano il cielo per un attimo, per poi lasciare dietro solo una scia di polvere. No, questo romanzo di Bruno Morchio non è un trattato di filosofia, ma questa volta l'indagine del suo Bacci Pagano, più che rivolta alla ricerca di un assassino, che forse poi nemmeno esiste, è rivolta alla scoperta di sé stessi. Come nel romanzo di Patrick “Via delle botteghe oscure” ed Bompiani, dove il protagonista è un investigatore senza memoria che deve indagare su sé stesso

Gente strana, che al passaggio lascia solo una scia di nebbia che prontamente svanisce. Con Hutte chiacchieravo spesso di questi esseri di cui le orme si perdono. Nascono un bel giorno dal nulla e al nulla ritornano dopo un fugace brillio. Reginette di bellezza, gigolos, farfalle. La maggior parte, anche da vivi, non avevano più consistenza di un vapore destinato a non condensarsi mai.

Lo stesso dovrà fare Bacci Pagano, l'investigatore dei Carrugi, che un giorno si trova in studio Katia, la ragazza che al liceo aveva fatto perdere la testa a tutti i ragazzi per la sua bellezza e che poi aveva scelto come compagno Cesare Almansi, suo compagno di banco.
Erano stati grandi amici al liceo con Cesare Almansi, inseparabili, anche nell'impegno politico giovanile nonostante fossero così distanti, figlio di operai il primo e figlio di un importante principe del foro, nonché esponente della Democrazia Cristiana il secondo.

Sentimento che si era cementato anche perché il padre lo aveva difeso al processo subito a vent'anni, quando Bacci Pagano era stato trovato con un'arma in mano ed era stato accusato di terrorismo.

Come è possibile che le loro vite si siano separate per trent'anni? Certo c'era stato quel brutto episodio, la morte di Adele, la fidanzata di Cesare. Era stato proprio quest'ultimo a chiamare il vecchio compagno di banco, diventato nel frattempo investigatore, per capire chi lo stesse minacciando nel corso della campagna elettorale dove il famoso avvocato Almansi si era candidato in Senato. Ma anche questo era successo tanti anni prima: l'entusiasmo per la sua legge sulla gestione dei rifiuti si era spento nelle nebbie della palude romana. E un martedì di otto anni prima la macchina su cui il senatore Almansi stava tornando a casa da Roma, aveva sfondato il guardrail sulla A11 per andare a sfasciarsi.
Il funerale dell’amico Cesare era stata l’ultima volta che aveva visto Katia, la moglie e anche Lou, l’amante di cui tutti sapevano, di cui anche Bacci si era innamorato.
Ora Katia è li, davanti a lui a chiedergli di indagare su quella morte: una morte su cui sono già state fatte tutte le indagini possibili, sulla macchina, su eventuali manomissioni.

«.. insieme abbiamo cresciuto due figli e creduto negli stessi ideali. Come posso accettare di averlo perso senza neanche sapere perché?»
Ecco, perché? Perché quella mattina il senatore Almansi aveva deciso di lasciare Roma per tornare a Genova dove non aveva alcun appuntamento?
Ma questo è solo uno dei tanti perché a cui Bacci deve dare una risposta.

Perché, dopo al suo ritorno in Italia, Cesare aveva aspettato trent’anni prima di farsi vivo con lui?
E perché lui, una volta tornato a casa, dopo cinque anni in giro per il mondo, non aveva mai pensato di fare un colpo di telefono al suo compagno di banco, soprattutto dopo che il padre lo aveva salvato da una condanna per terrorismo?

Sono trascorsi troppi anni e, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare come tutto è cominciato. Ricordo che era il mese di ottobre del 1968

Sono domande che costringono l’investigatore a scavare nella vita dell’amico, per far riemergere anche tante vecchie cicatrici che ancora fanno male. Perché è anche nella sua vita, che deve guardarsi: per avere delle risposte Bacci Pagano inizia una lungo viaggio (in fondo una indagine non è anche questo?) andando ad ascoltare i suoi amici, le persone che sono state accanto a questa icona, questa specie di divinità che era Cesare Almansi: una persona che, per la sua condizione sociale poteva permettersi una rettitudine e una integrità morale “che la sorte non gli ha mai scalfito”.
La moglie Katia, che ha bisogno di una risposta e forse anche di una rassicurazione sul suo ritorno viaggio improvviso, forse qualcuno lo ha voluto uccidere?

Poi Maso, il professore universitario ideatore della candidatura al Senato, che gli spiega come nonostante l’affossamento della sua legge, Almansi non si fosse sentito sconfitto.
L’amico Pertusiello, l’ex commissario ora in pensione, gli rinfaccia il suo voler fare una indagine su dei fantasmi, persone che non ci sono più.

Lou, che era stata per anni l’amante segreta di cui tutti sapevano, e che ora si è rifatta una vita, con un nuovo compagno, una nuova villa.

Come è potuto accadere che per trentatré anni hai perso per strada il tuo migliore amico?
La risposta a queste domande, a questi perché arriverà da due libri: negli ultimi mesi Cesare Almansi aveva ritrovato una certa serenità, come se la fiamma della passione politica avesse lasciato il passo ad una diversa rassegnazione. Dedicava più tempo a sé stesso e a leggere. Tra le sue ultime lettura il libro di Modiano, “Via delle botteghe oscure”:

Secondo l’autore non siamo altro che ombre e tutto quello che possiamo fare per contrastare questa evanescenza è lasciare un segno, una traccia che affidiamo agli altri, alla loro memoria…

L’altro libro, la traccia che Cesare Almansi ha voluto lasciare dietro di sé, tanto da regalarlo ad un suo amico a Roma, è il romanzo scritto anni prima che aveva al centro un brutto episodio che aveva coinvolto Almansi, un suo amico e la prima fidanzata Adele. Una storia che aveva segnato per sempre le loro vite, dove il protagonista era proprio Bacci Pagano.
L’indagine sui fantasmi diventa l’occasione per ricordare l’amico perduto, per fare i conti con le occasioni mancate, per i rimpianti. Di come le nostre vite siano tutte intrecciate: la nostra forza sta nell’impronta che lasciamo negli altri, per sopravvivere alla nostra fine quando di tutta la meteora non rimane che niente.

L’indagine senza capo né coda, senza un assassino da scoprire, fatta per cercare di chiudere i conti in sospeso con un amico che non c’è più, diventa l’occasione per fare i conti con sé stesso, con quello che è stato Bacci Pagano, cercando di immaginarsi nel Bacci Pagano che sarà.

«E allora perché hai accettato l’incarico?»
«Perché ho ceduto alla tentazione di chiudere i conti in sospeso con un amico a cui ho voluto davvero bene, un amico che non c’è più.»

Un’indagine bislacca, una caccia ai fantasmi. Una riflessione sull’amicizia, sui rapporti tra le persone, sulla propria vita quando si avvicinano le “ombre della sera”.

Ma anche una sfida, come spiega l’autore a fine libro, ai tanti scrittori che in questi anni prendono spunto dalla realtà, mentre in questo romanzo tutti i personaggi sono inventati, ma trattati come fossero veri.

La scheda del libro sul sito di Garzanti e il link per leggere il primo capitolo

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12 agosto 2023

Rossoamaro di Bruno Morchio

 


TILDE
Sestri Ponente, gennaio 1944
Ansima e pensa alla calza di lana. L’ha rammendata in fretta e adesso che spinge il pedale della pesante Legnano e arranca per lo sterrato di Sant’Alberto il rattoppo le tormenta la pianta del piede.
Con quelle vecchie scarpe le è già successo, quando le sfilerà si troverà una ciocca acquosa pronta a scoppiare.

Questo libro, uno dei primi della serie con l’investigatore Bacci Pagano, è dedicato a chi ha combattuto dalla parte giusta durante la guerra di liberazione. Uomini, studenti, ex soldati, operai. E donne, come la protagonista di questa storia, frutto della fantasia dell’autore ma ispirata a fatti realmente accaduti a Genova in quell’anno tremendo che è stato il 1944. Sono reali i bombardamenti degli alleati che martoriarono una città già stretta dalla morsa dei fascisti e dei nazisti, che arrestavano chiunque fosse sospettato di stare dalla parte dei partigiani, dei “banditen”. Come reale è anche l’attentato al cinema Odeon di via Vernazza, organizzato dai GAP che operavano in città e come lo fu anche la rappresaglia nazifascista, che si scagliò contro le 59 persone arrestate e condannate a morte senza processo, i martiri del Turchino.

Tutto questo è realmente accaduto: forse è veramente accaduto che, in una fredda notte di inverno una giovane donna, Tilde, si sia trovata all’improvviso la via sbarrata da un posto di blocco di tedeschi alla caccia delle staffette partigiane, donne coraggiose che in cima alle loro bici portavano viveri e rifornimenti ai partigiani nascosti in montagna.
A molte di loro quell’incontro ha voluto dire lunghi ed estenuanti interrogatori, torture, umiliazioni: per Tilde invece il destino ha scelto altro, l’incontro con un ufficiale tedesco che, dopo una veloce verifica della sua storia, la rimanda a casa.

Il capitano è un uomo sui quarant’anni. Porta la divisa con il colletto slacciato e la barba di qualche giorno. Ha l’aria stanca e lo sguardo triste.

Ma questa è la storia del passato, quella di Tilde e degli altri partigiani in quei mesi dell’inverno del 1944, che si intreccia (in un modo che vi sorprenderà) con la storia di oggi.

Bacci Pagano, l’investigatore dei Carruggi, si trova in ospedale dove è stata ricoverata in fin di vita Jasmine, la ragazza di origine africana, costretta a fare la prostituta dai suoi protettori che avevamo incontrato nel racconto “Bacci Pagano: una storia di Carruggi”.

JASMÌNE
Stavo seduto nel corridoio da oltre quindici ore, ma la sedia era troppo scomoda per riuscire a dormire. E quella maledetta porta continuava a restare chiusa. Non un infermiere né un dottore che uscissero a dare notizie.

La sorte si è accanita su Jasmine, la bella ragazza dalla pelle scura di cui Bacci si era anche innamorato, a modo suo: è stata venduta ad un gruppo di persone sadiche, persone che considerano queste donne sfortunate come un loro oggetto, su cui sfogare tutte le perversioni.
Nel corso delle ore di fronte alla stanza di Jasmine nella mente di Bacci Pagano passano davanti le immagini della sua indagini per salvarla dalle mani di questi aguzzini. Con l’aiuto del suo amico Pertusiello, uno strano poliziotto, così diverso dall’investigatore ma in fondo con molti tratti comuni, come l’empatia verso gli ultimi.
Mentre si trova in ospedale Bacci Pagano viene avvicinato da un vecchio signore tedesco:

Aveva capelli bianchi, leggermente mossi, e occhi celesti dove palpitava una volontà di ferro. Sembrava disinteressarsi del poliziotto e guardava fisso nella mia direzione. [..]
«Lei è angosciato», disse l’uomo continuando a guardarmi negli occhi. «Quindi cercherò di essere conciso. Mi chiamo Kurt Hessen e vengo da Köln.»

Il signor Hessen gli sta offrendo un nuovo caso, andare alla ricerca di suo fratello, anzi del suo fratellastro: il figlio di sua madre, una signora vissuta a Sestri durante la guerra, che ebbe una relazione con un ufficiale tedesco da cui nacque lui. Dopo il parto la madre decise di abbandonarlo, per tornare a Genova dove poi ebbe un altro foglio da un altro uomo, il fratello che ora Bacci Pagano deve cercare, senza molte altre informazioni. Un assegno molto generoso riesce a fargli superare le poche remore e accettare il caso e iniziare a mettersi alla caccia di questa persona, facendo le domande ai tanti ex partigiani che conosce personalmente, perché amici del padre, partigiano anche lui.

Inizia così un lungo viaggio nel passato, per Bacci Pagano, tra partigiani, “leggeroni” (ragazzi disposti a fare azioni rischiose in modo autonomo), staffette, spie dei nazisti e

donne costrette a vendere la loro bellezza ai nazisti. Un viaggio dove il nostro investigatore ha l’impressione che le persone che incontra, ex partigiani che quei giorni terribili li hanno vissuti in prima persona, gli stiano nascondendo qualcosa. E forse anche questo signor Hessen, che vuole incontrare il fratellastro per comunicargli che sta ereditando i suoi beni, gli sta nascondendo qualcosa.

Come se dietro questa donna, Nicla, si nasconda un segreto difficile da confessare ancora oggi, passati sessant’anni dalla guerra. Quale sia questo segreto lo scopriremo, pagina dopo pagina, seguendo la prima storia, quella ambientata nel passato alternandosi al presente in un continuo avanti e indietro nel tempo: a Tilde, la bella e coraggiosa operaia che fa da staffetta per i partigiani, viene questo di fare un’operazione che non solo potrebbe mettere a rischio la sua vita ma che ha anche profondi risvolti etici e personali. Avvicinare quell’ufficiale tedesco, avere una relazione per carpirgli quante più informazioni possibili.

Ma il costo di queste informazioni, che pure permetteranno di salvare delle vite umane, sarà forse troppo alto.

Alla tristezza che la invade cerca di reagire con collera, pensando che la guerra si è ingoiata non solo la gioventù, ma l’intera vita. Quando le scorte della speranza sono esaurite, il solo rimedio contro la rassegnazione rimane la rabbia.

C’è la guerra, la miseria, le bombe. La resistenza raccontata con gli occhi di chi l'ha vissuta, senza nessuna retorica, ma anzi raccontando sia il coraggio che gli errori di chi, comunque in quei mesi difficili fece la scelta giusta. C’è la paura, delle bombe che uccidono dal cielo, di finire in qualche retata e finire nelle mani della “sbirraglia” fascista, cercando di resistere alle loro torture. Ci sono poi tutte le scelte personali fatte da queste persone, donne, uomini, che giovanissimi, fecero una scelta: da una parte il fascismo, la dittatura, l’oppressione, dall’altra la libertà, l’idea di un riscatto che doveva passare necessariamente per la lotta, senza aspettare l’arrivo degli alleati:

«Al contrario, sentivamo l’obbligo di dimostrare che stava nascendo una nuova nazione. L’unico modo per farlo era combattere, e il prezzo da pagare uccidere o morire. Una nazione non nasce quando un esercito di occupazione ne scaccia un altro.»

Jasmine e Tilde: protagoniste di due storie così distanti, anche temporalmente, ma capaci di sopravvivere alle battaglie della vita, alle crudeltà dell’uomo, che lascerà addosso a loro profonde ferite.
Come profonde sono le ferite subite da Genova, altra protagonista di questo romanzo: ferita dalle bombe ieri, dalla speculazione oggi, dalla logica del profitto ad ogni costo.

La scheda del libro sul sito di Garzanti e il link per leggere le prime pagine
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07 luglio 2023

Bacci Pagano. Una storia da Carruggi di Bruno Morchio


Notte di luna

L'uomo delle affissioni comunali sputa per terra e si orbisce con l'avambaccio libero, il sinistro. Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l'ascella un lungo rotolo di carta. Mugugna qualcosa, forse impreca contro quella smisurata gigantografia che si appresta ad incollare sul cartellone con maestria da attacchino professionista.

[..] Con una manovra che rivela tutto il suo mestiere intinge la pennellessa nella colla e la fa scivolare sotto un manifesto della gigantografia, quello in alto a sinistra. Un colpo preciso ed è disteso sul cartellone come un tappeto

CINQUE PALLOTT

Complice l'uscita di questa raccolta di gialli, per La Gazzetta dello sport, ho letto questo romanzo dello scrittore genovese Bruno Morchio con l'investigatore Bacci Pagano: primo dal punto di vista cronologico, perché in realtà scritto successivamente a Maccaia, il primo in assoluto.

Questo “Una storia da Carruggi” stata una sorpresa perché, avendo letto gli ultimi romanzi col suo investigatore genovese, qui lo stile narrativo è molto diverso: tanto più nei suoi ultimi la sua scrittura è asciutta e tipicamente noir, quanto in questo lo stile è molto più descrittivo (col rischio di appesantire leggermente la lettura).

La mia impressione, da lettore, è che in questa storia ci sia dentro molto di personale dello scrittore genovese: si parla del periodo post nuovo millennio, quando il neoliberismo selvaggio cavalcava l’economia mondiale, senza che nessuno si ponesse alcun problema di controllare i mercati prima che prendessero il posto delle democrazie, che sarebbero diventate come oggi tristemente scopriamo, luoghi svuotati da ogni potere.

Sono gli anni del governo Berlusconi, tornato al governo con l’obiettivo di salvarsi dai processi e di continuare a farsi i suoi affari sulle spalle dei cittadini italiani.

Passa per un vero democratico, un liberale fino al sacrificio, avallando l’idea che la libertà è una concessione del padrone e non un diritto di tutti.

Il G8 di Genova era ancora una ferita aperta, con quell’assaggio di “sudamerica” (intesa come privazione di tutti i diritti civili) che fu per molti genovesi e per molti cittadini democratici un brutto risveglio. Benvenuti nel nuovo millennio!

Il racconto comincia con un cartello fatto appendere da una radio privata sui muri di Genova: c’è scritto “CINQUE PALLOTTOLE PER RIPULIRE L’ITALIA”. A chi sparereste, tra politici imprenditori e affini per pulire il paese?
Quello di questa radio, Radio Baba Yaga, gestita da un reduce degli anni settanta e della contestazione è un modo leggermente populista per affrontare il tema del livellamento al ribasso della classe dirigente.

Ma a Bacci Pagano, che si muove con la sua Vespa 200PX per le strade spazzate dal freddo vento invernale, tutto questo per il momento non interessa.
Sta seguendo un caso che gli è stato assegnato da donna Assunta Pellegrini, famiglia di vecchi imprenditori, che vuole controllare la fidanzata del figlio, Alma, che frequenta un po’ troppo un professore che lavora per la concorrenza, Alberto Losurdo.

A Bacci Pagano, che sulle spalle ha cinque anni di carcere per l’accusa, infondata di terrorismo, un matrimonio finito male, le storie di corna non interessano.

Ma questa vicenda si rivelerà qualcosa di più, e di peggio.

Ma anche la storia del cartellone con le cinque pallottole, che ben presto gli ascoltatori della radio dedicano ad un noto personaggio politico dell’epoca, diventa qualcosa di più.

Un ladro è entrato nella radio e ha rubato la carabina posseduta dal direttore Lagrange, che Bacci Pagano ha già inquadrato per il suo essere narcisista. Della vicenda se ne occupa la Digos, comandata da un dirigente che vede comunisti dappertutto (come quel personaggio politico di cui sopra).

Prima che qualcuno si faccia del male, usando quella carabina e scaricando le colpe sulla radio comunista e magari tirando di mezzo anche lui stesso, Bacci Pagano viene ingaggiato per un secondo incarico: deve cercare di capire chi ci sia dietro questo furto.

Il rampollo di una famiglia della borghesia genovese con una fidanzata “focosa” e una vicenda che puzza di servizi e di menti raffinatissime con al centro una carabina: nella sua indagine Bacci Pagano si muoverà nei suoi Carruggi, “un luogo dove vive l’umanità più sciroccata della città”, dove verrà aiutato dalla sua rete di informatori, tra cui Gegè, un cieco che è anche la memoria della città vecchia e nuova. E poi una ragazza che viene dalla Costa d’Avorio, costretta a far la prostituta dalle persone che l’hanno portata in Italia.

L’investigatore e la prostituta, due che in fondo fanno lo stesso lavoro, “tutti e due razzoliamo nel retrobottega della gente perbene…”.

Effettivamente dietro il furto della carabina c’è una vecchia conoscenza, lo “zoppo”: l’idea su quale sia il piano di questo personaggio, nella zona grigia dove i servizi pescano la manovalanza per le operazioni sporche, arriva a Bacci Pagano sotto forma di sogno. Un manichino, un carretto siciliano portato da due uomini con la coppola e un colpo ad abbattere l’uomo di plastica.

Anche la prima inchiesta, quella su Pellegrini Junior e la fidanzata, lo porta dentro quel mondo dell’economia dove girano tanti soldi e poche regole di trasparenza, come vuol d’altronde il nuovo modello economico mondiale. Un modello dentro cui le mafie si trovano a proprio agio e che costringerà Bacci Pagano a dove impugnare la sua pistola e sparare.

Mentre mi sollevano come un manichino marcio e mi trascinano fuori dal garage, è un altro l’odore che mi fa venire voglia di piangere o di vomitare. Inconfondibile. Quasi familiare. Quello che sento è odore di sudamerica.

Il G8 non è stato un caso isolato e nella polizia non sono solo poche mele marce quelle che considerano la divisa come una sorta di immunità per sfogarsi contro gli ultimi, le zecche, i comunisti. O gli investigatori privati che si mettono in mezzo nelle loro indagini, anche nelle loro azioni sporche. Ma per fortuna non tutta la polizia è così: non è così il capo della Mobile, il commissario Pertusiello a cui Bacci Pagano ha dato anche una mano in diverse occasioni.

C’è l’indagine, sulla guerra commerciale tra due aziende dietro cui girano troppi soldi e dove si intravede il ruolo della nuova mafia. E l’indagine su questa carabina che sta per sparare all’uomo più potente d’Italia.

Ma sullo sfondo c’è Genova, non solo la zona dei Carruggi, che visiterete coi vostri occhi portati dalla lettura delle pagine, ma anche quella che andava via via trasformandosi per la speculazione immobiliare che cacciava via dal centro gli ultimi.

C’è tanta denuncia sociale in questo libro, molto “politico”:

«Io non sono nessuno. Questo delinquente ha ragione. Sono un morto di fame che sbarca il lunario razzolando nella rumenta. E sopravvivo mangiando la vostra merda. Ma i morti che porto sulla coscienza sono tutti criminali che stavano per spararmi addosso».

Si parla di temi quanto mai attuale anche oggi, la prevalenza dell’economia sui diritti sociali, sulle regole della democrazia, che deve essere svuotata dalle regole che frenano le imprese:

«Oggi è il potere economico a dettare le regole. E le decisioni dell’economia non spettano certo ai Parlamenti nazionali. Questi sono chiamati a ratificare grandi opzioni di livello globale, assunte da persone che non occupano alcun incarico elettivo. Inoltre c’è nel mondo una resistenza ottusa a tutto questo. Per questo una guerra è inevitabile. [..] Tante guerre locali per evitare una guerra globale che farebbe terra bruciata di duemila anni di storia».

La scheda del libro sul sito dell'editore Frilli e il link sul sito della Gazzetta (della serie Noir Italia)

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15 novembre 2021

Nel tempo sbagliato, di Bruno Morchio

 

FUGHE E TRASLOCHI

Sarebbe stato facile raccontare alla polizia che Carlo Pizarro mi aveva cercato per ritrovare sua moglie. In fondo era la verità, o quantomeno la ragione che in quel pigro lunedì mattina di maggio del 1994, infestato dai cattivi pensieri e da una macaia da tagliare col coltello, lo aveva portato nel mio ufficio di piazza De Marini senza nemmeno darsi la briga di prendere un appuntamento.

Per quelli come me, che stanno iniziando adesso (con colpevole ritardo) a leggere i romanzi di Bruno Morchio col suo investigatore Bacci Pagano, può non essere facile seguire il filo della storia di questo personaggio: se il penultimo romanzo era ambientato in pieno lockdown ("Voci nel silenzio"), nel pieno della prima ondata, dentro una indagine che lo aveva portato a ritornare su una vecchia indagine del fine millennio passato.

Anche questo romanzo è un salto indietro nel suo passato, ci troviamo nel 1994 in un momento di passaggio della sua vita (appena separato dalla moglie) e in un momento di passaggio anche per la Storia con la s maiuscola, nel paese per l'arrivo del nuovo miracolo economico a seguito della discesa in campo dell'imprenditore prestato alla politica e mai più restituito. E per i cambiamenti nel mondo, l'arrivo della globalizzazione, un pezzo alla volta, con la fine dell'era industriale a Genova e anche nel paese, sostituite dal nulla, se non da una nuova economia basata sulla speculazione, sul denaro che genera denaro, sulle posizioni di rendita.

Una mattina, nel mezzo del trasloco della sua casa e del suo ufficio da piazza De Marini, dove era cresciuto sin da piccolo, si presenta il signor Carlo Pizarro per denunciare la scomparsa della moglie.

Pizarro è l'emblema di questa nuova Italia che è affacciata sulla scena imprenditoriale, un poco alla volta, puntando sulla finanza, sui giochi in borsa, uno che “aveva accumulato una cospicua fortuna giocando in borsa e la esibiva come una maschera posticcia,” per darsi l'impressione di essere uno di quegli industriali che avevano fatto fortuna nell'Italia del boom degli anni cinquanta.

Gli anni dell'emigrazione di massa, del cemento che conquistava pezzi di campagna, dell'inquinamento delle acque e dei terreni, di quell'effimera ricchezza che, gocciolando dall'altro, dalla tavola dei grandi industriali, arrivava anche sulle tavole delle famiglie della classe operaia che coi soldi dello stipendio fisso potevano comprarsi il frigo e perfino la 500.

Dopo una gita in barca ad Arenzano nel week end, la domenica mattina si era svegliato e la moglie, Myra, era sparita portandosi via le sue robe in un borsone. Un allontanamento volontario, parrebbe, e allora perché quella denuncia?

Perché Mira, nella vita precedente, lavorava in un locale notturno, il Gardenia, dove, assieme a tante altre ragazze dell'est, serviva ai tavoli mostrando in costumi succinti la sua bellezza.

Perché Myra era una bellissima ragazza nata in Ucraina (con una somiglianza con la cantante francese Sylvie Vartan), unica figlia di una famiglia borghese che l'aveva aiutata a lasciar il suo paese per trovare un futuro migliore nel belpaese: forse – spiega il marito, che l'aveva conosciuta proprio in quel locale – è stata “risucchiata” da quel mondo, lasciando intende un mondo di malaffare, di sfruttamento, dove le ragazze sono considerate carne da macello (senza rendersi conto che quella carne viene esibita proprio per persone come lui).

«Temo che abbia sbagliato persona: io sono un investigatore privato, non un patriota.»

«Dovremmo sentirci tutti patrioti, non crede?» «Fortunato il paese che non ha bisogno di patrioti.»

Dopo un'iniziale scetticismo, Bacci Pagano accetta il caso e inizia la sua indagine andando ad ascoltare le persone che erano state accanto alla moglie nella sua vita passata, e nella vita presente, da Moglie, dove Myra era riuscita a laurearsi e a conquistarsi un suo posto come ricercatrice all'università di Genova.

I night club sono locali carichi di misteri, primo fra tutti quale sia la ragione che li rende così allettanti agli occhi dei loro clienti.

Il gestore del locale lo rimanda ad un'amica di Myra, Paula Pataki, con cui Myra aveva convissuto in quel periodo, in via Merano, “là dove un tempo erano allineati i grandi stabilimenti dell’Ansaldo” oggi smobilitati come ferite aperte che ancora sanguinano: come Myra, anche Paula è una di quelle bellezze che colpiscono, di una bellezza indossata con disinvoltura però, senza preoccuparsi troppo dell'effetto che facevano sul prossimo.

Myra, quando condividevano lo stesso tetto, si preoccupava solo di studiare, per la laurea in lettere, perfino la domenica. Nessun altro pensiero, nessuno svago: dopo il matrimonio i loro rapporto si erano piano piano diradati, anche perché il marito sembrava non apprezzare quell'amicizia.

«Forse… era geloso di quello che era lei.»

«Non capisco.»

«Myra era bella, era intelligente e sapeva quello che voleva. Io credo che Carlo pativa sua forza.»

C'è un altro ragazzo con cui Myra era entrata in confidenza, in quella fase della sua vita: si tratta di un artista di strada, incontrato quando dormiva in un ostello.

Grazie all'aiuto di Gegè, un informatore della rete dei carruggi, Bacci Pagano riesce a mettersi sulle sue tracce.

Ancora una volta emerge un quadro di una ragazza bella, incantevole “era impossibile non amarla”: ma a fianco alla bellezza una forte determinazione nel voler raggiungere i suoi obiettivi, appassionata alla ricerca, allo studio, alla conoscenza.

Lo stesso ritratto che ne fa il “mentore” all'università, il professor Umberto Cevasco della facoltà di lettere (che le aveva fatto ottenere un dottorato), altro luogo pieno di ricordi per l'investigatore, dove era iniziata la sua passione politica

Ma tutto era iniziato lì, alla facoltà di lettere, dove la passione politica che mi avevano trasmesso mio padre e mio nonno, entrambi ex partigiani comunisti, mi aveva portato a scontrarmi con acrobati e sofisti della rivoluzione:

Chi è Myra Rostova? Un pezzo alla volta, nella testa di Bacci Pagano si forma un'immagine di una donna indipendente, che attraversava le relazioni gettandosi dentro ma senza lasciarsi intrappolare, di cui in tanti si erano innamorati e a cui Mira aveva anche corrisposto, in modo sincero, prima di abbandonarli, per raggiungere quel suo obiettivo legato al mondo della ricerca, come il padre.

Non era una ragazza chiusa, anche dal punto di vista sessuale: non a caso aveva basato la sua tesi di laurea sugli epigrammi erotici del poeta latino Marziale.

Perché una donna così dovrebbe scappare dal marito, da questa sua vita, apparentemente senza problemi o pericoli?

Sarà Mara, la dottoressa Mara Sabelli, psicoanalista, la sua “fidanzata” non ancora convivente, a fargli vedere quel dettaglio che consentirà a Bacci Pagano di inquadrare nel modo giusto tutta la storia, facendogli comprendere la sua difficoltà nel riconoscere i sentimenti, intrappolato nei suoi ricordi come “la zanzara nella goccia d’ambra”.

L'indagine su Myra fa da spunto ad una indagine, più personale, su un mondo in cambiamento: il mondo dei suoi ricordi che deve abbandonare, facendone una cernita nel doloroso momento del trasloco dalla casa dove era cresciuto, vicino al nonno materno Baciccia.

La trasformazione di un paese, dove l'industria lasciava il passo alla finanza e dove gli “arcigni” operai dovevano imparare al nuovo cambiamento togliendosi le tute blu e “cambiare casacca e mettersi la livrea dei camerieri e dei maître d’hotel, oppure fare come Pizarro e diventare colletti bianchi della finanza”.

Un cambiamento che Bacci Pagano non riesce ad accettare, nato in un'altra epoca, non riesce ad adattarsi a tutti i nuovi cambiamenti, compresi quelli sul volto delle città, trasformate in vetrine per vendere giocattoli, sempre lustre in nome del decoro urbano.

Perché Bacci Pagano è nato in un altro tempo, il “tempo sbagliato”, come anche il suo cliente, il signor Pizarro, cresciuto con l'ambizione di diventare anche lui uno degli industriali “patrioti” che hanno contribuito al boom, ma costretto a far soldi col mondo effimero della finanza.

Piano piano,

ma irresistibilmente

torno da te.

La mia vita

irresistibilmente

corre con te

Sylvie Vartan Irresistibilmente

La scheda del libro sul sito di Garzanti

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25 novembre 2020

Voci nel silenzio di Bruno Morchio

 


Prologo

«April is the cruellest month.» T.S. Eliot

La telefonata è arrivata ai primi di aprile, nel mezzo del lockdown decretato dal governo per contrastare la pandemia da Covid-19.Alle dieci del mattino, dirimpetto alle finestre di casa, un sole luminoso e beffardo illuminava il prato della facoltà di architettura, bello e deserto come il giardino dell'Eden dopo il peccato originale.

Ho scoperto lo scrittore Bruno Morchio solo da poco, prima col romanzo Dove crollano i ponti, una storia di disperazione giovanile in un quartiere fuori Genova.

E ora col suo Bacci Pagano, in un giallo intenso e drammatico ambientato nei mesi del lockdown.

La consegna di non uscire di casa, contro cui qualcuno ha rivolto una discutibile indignazione, non mi è pesata. L’ho presa come un’altra prova, forse l’ultima, a cui la vita ha voluto sottopormi, quasi a testare la mia capacità di sopportazione con l’avanzare dell’età.

Si può ambientare un romanzo ai tempi del Covid: per dare azione ai personaggi, confinati in casa per le regole di contenimento della pandemia, basta aggiungere un piano temporale alla storia, come fa Bruno Morchio in questo romanzo che parla di morti e di segreti e della difficoltà nel prendere una decisione: si può raccontare una verità ad una persona sapendo che questa potrebbe non reggerne il peso?

Il tutto parte, al tempo dell'oggi, con una telefonata e una lettera che l'investigatore privato Bacci Pagano riceve da una ragazza

«Parlo con Bacci Pagano, l’investigatore?» Una voce di donna fresca e giovanile..

Si chiama Lara Tanzi ed è la figlia di un ex cliente di Bacci Pagano, Beppe Bortoli che, prima di morire per il covid, aveva scritto una lettera proprio per lui, dove si ripercorrono tutte le fasi della loro conoscenza e dove alla fine gli viene chiesto di fare una nuova indagine per lui. Nel 1998 Bortoli, ex brigatista che aveva trascorso anni di latitanza all'estero, l'aveva assunto per trovare delle prove che potevano scagionarlo dall'accusa di omicidio.

Un piccolo criminale rinchiuso in carcere lo aveva denunciato, riportando le confidenze di un altro brigatista suicida in carcere a Torino, a Le Vallette, Paluzzi.

Secondo quest'ultimo, nel 1980 aveva fatto parte di un commando di BR dove era stato ucciso un carabiniere: ma Bortoli era stato un pesce piccolo nelle BR, non aveva fatto nessuna azione e quando aveva iniziato ad avere paura di finire in trappola era scappato in Brasile, dove era tornato solo nel 1992, quando il suo avvocato (un nome importante del foro di Torino) aveva patteggiato per lui la pena.

Una ricerca dolorosa, perché lo costringe a tornare indietro con la memoria, ai cinque anni passati in carcere per un accusa falsa, negli anni migliori della propria gioventù, anni in cui per un semplice sospetto, per delle accuse solo indiziarie, potevi finire in galera per mesi, in attesa di un processo. O per colpa di una condanna sbagliata.

Dal tempo moderno ci trasferiamo al tempo passato, fine anni 90, più di un decennio dopo la fine della stagione del terrorismo rosso. Quando l'Italia passò dalla rivoluzione del proletariato a Tangentopoli per arrivare al nuovo sogno italiano:

Vorrei rispondere che la rivoluzione l’hanno fatta gli altri, visto che, dopo Tangentopoli, al potere è andata l’immaginazione delle reti Mediaset e al governo si sono insediati gli epigoni del Movimento Sociale, ..

Perché questa accusa nei confronti di Bortoli così dopo tanti anni?

Ci sono cose che non convincono Bacci Pagano in questa storia: per esempio il suicidio di Paluzzi, l'accusatore di Bortoli. Pure lui finito in cella molti anni dopo la fine della stagione del brigatismo quando si era anche rifatto una vita.

Come mai Marra, un ex brigatista pentito che oggi si è trasformato in un professionista rispettabile, lo ha accusato con tanti anni di ritardo?

Come ha fatto Bortoli a tornare in Italia, dopo anni di latitanza, senza finire in galera, patteggiando una pena mite? Certo, nel 1992 l'emergenza era la mafia, non le BR.

Non è un'indagine facile, c'è questa impressione che Bortoli non gli stia raccontando tutto, che ci sia dell'altro dietro il suo rientro dalla latitanza. Come non è facile avere a che fare con pentiti come Marra, nei cui occhi si vede ancora quel luccichio dell'ideologia malata.

O come l'avvocato Canessa, un avvocato importante, troppo per uno come Bortoli:

Più che uno studio legale questo austero appartamento nasconde una fabbrica che ingurgita clienti, macina diritto penale e civile e defeca soldi a palate.

La lettera di Bortoli, però, finisce con una richiesta ben precisa: l'ex brigatista vuole scoprire l'origine del rancore da parte della moglie, Marina, nei suoi confronti. Rancore, un vero e proprio odio, nato pochi mesi prima di morire per un tumore e pochi mesi dopo che il processo a suo carico nel 1998 lo avesse assolto.

Ora ti domanderai a quale scopo ho chiesto a Lara di recapitarti questa lettera. Quello che ti chiedo è semplice: scopri perché Marina ce l’aveva tanto con me. Rintraccia la sua amica, Tania Serao, e convincila a parlare.

Questa seconda parte dell'indagine sarà un viaggio indietro nel tempo ancora più doloroso.

Perché Marina e Bacci Pagano si erano incontrati nel lontano 1980 a Cuba, in una piantagione di zucchero, quando i giovani come loro coltivavano un sogno di costruire un mondo nuovo.

Erano trascorsi quasi quarant’anni da allora. E di Marina Tanzi, oltre alle tracce, avevo perso anche il ricordo. Non potevo certo immaginare che nel 1998, grazie a un personaggio come Beppe Bortoli, i nostri destini fossero sul punto di incrociarsi.

La voce di Lara, la figlia di Marina e Beppe Bortoli, ricorda quella della madre, una donna conosciuta in una piantagione di zucchero, dove tra loro era anche successo qualcosa, e poi dimenticata. Come aveva fatto a perderla?

Un'indagine che si sposta al tempo di oggi, un'indagine su fantasmi, che lo riporta a bar e locali chiusi da anni, quelli in cui incontrava vecchi “compagni” come Ardigò

.. reduci che avrei voluto interrogare non avevano niente da dire perché non c’erano più, o erano finiti in qualche discarica della storia. Fantasmi che esistevano solo nella mia mente

Quello in cui lo aveva trascinato Bortoli è un viaggio in un territorio dominato solo dal buio e dal silenzio, ma

Bacci Pagano riuscirà a fare luce su quel buio e a mettere in fila tutte le risposte alle sue domande: come mai Marina in quegli ultimi frenetici mesi della sua vita, avesse iniziato ad odiare Bortoli.

Quale fosse il segreto di questo ambiguo personaggio che, agli occhi della figlia appariva come un combattente, un rivoluzionario che voleva cambiare il mondo e che non aveva fatto nulla di male …

Una verità di un passato le cui ferite fanno ancora male e il cui peso dovrà Bacci Pagano tenersi addosso, “su questa schiena provata dagli anni, dalle ferite e dalla pioggia buscata nel corso di centinaia di appostamenti”.

Voci nel silenzio è la dimostrazione che si può ambientare un romanzo, un giallo, anche ai tempi del Covid. Facendo un'indagine senza quasi uscire di casa, telefonando a vecchie conoscenze del passato, ex poliziotti in pensione o guardie carcerarie con cui si era diventati (nonostante le sbarrre) amici.

E' un romanzo che tocca diversi temi: dal racconto della lotta armata da parte dei reduci di quegli anni (con riflessioni molto profonde su cosa sia stata quella stagione per molti reduci), al peso della memoria, di cui a volte ci si vorrebbe liberare.

Un racconto in cui il protagonista si mette a nudo mostrando tutte le sue vulnerabilità, come il rapporto difficile con la compagna, il dolore per quelle cose perse dietro di sé, le amicizie, gli amori, i ricordi e gli spettri del passato ..

La scheda sul sito di Garzanti

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