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05 settembre 2022

Anteprime Presadiretta – I signori del gas

 Puntata quanto mai attuale quella di stasera: si parlerà di gas, di energie fossili, di chi ha guadagnato (e continuerà a guadagnare) dai rincari e dalle speculazioni sul prezzo dell’energia. Ma si affronteranno anche altri temi: i rigassificatori sono l’unica soluzione per scindere la dipendenza dal gas russo? E il famoso gas autarchico è veramente una soluzione per i nostri problemi?

Parlare di gas ed energia significa parlare di geopolitica, del futuro di questo paese, di programmazione industriale, di tutela dei posti di lavoro (penso all’industria dell’auto) e dell’ambiente.

Al listino di Amsterdam il prezzo del gas è cresciuto fino a dieci volte rispetto allo scorso anno, un flusso di denaro che ha continuato ad arrivare anche alla Russia, che ha continuato a guadagnare miliardi vendendoci il suo combustibile dall’inizio della guerra. Sono soldi che alimentano la guerra e la devastazione in Ucraina: nei primi tre mesi di quest’anno la Russia ha raddoppiato i guadagni rispetto al 2021.

Dalla crisi del gas qualcuno ci perde (per i rincari delle bollette, perché i costi per la produzione superano i ricavi delle imprese) ma qualcuno ci guadagna: Presadiretta è andata nell’impianto più grande di esportazione di gas liquido al mondo. Navi che lasciano il porto negli Stati Uniti e che il 75% portano gas liquido verso l’Europa.
Qualche politico lo ha chiamato gas della libertà, perché ci renderebbe liberi dalla dipendenza da quello russo: non è l’opinione di alcuni esperti interpellati dalla trasmissione, “quale libertà, se sei drogato e cambi spacciatore, sei ancora dipendente dalla droga”.

Tra l’altro i due rigassificatori che Snam ha acquistato non risolveranno i problemi energetici di questo inverno e garantiranno un flusso di gas pari a 5 mld di metri cubi (solo l’impianto di Piombino): l’impianto di Ravenna sarà pronto nel 2024, quello di Piombino (che si farà nonostante l’opposizione del sindaco della città) non sarà pronto prima di aprile.

Nello stesso comunicato con con cui annunciava l’acquisto della nave, a luglio, Snam spiegava che “l’avvio di Golar Tundra come Fsru, è atteso durante la primavera del 2023”. Chi lavora al dossier, considera questi tempi un record (va anche aperto il bando per trovare i fornitori), il dubbio è che che alla fine si arrivi all’estate.

Come si intuisce, in ogni caso, Piombino non servirà per l’anno termico 2022/23, che si chiude ad aprile. Eppure il governo sembra ignorare questo fatto. Giovedì in Cdm, illustrando il piano italiano per fare a meno del gas russo, Cingolani ha ribadito ai colleghi che se Piombino non verrà realizzato, “c’è il rischio concreto di andare in emergenza nel marzo 2023”. 
Carlo di Foggia – Il fatto quotidiano 3 settembre

La parola d’ordine se non vogliamo rimanere senza gas è diversificare: i vertici di Eni, accompagnati da Draghi e dal ministro Di Maio, sono andati in Algeria per garantirci una certa quantità di gas. Ma quanto ci costerà e quanto è sicura questa fonte?
I prezzi a cui venderanno il gas aumenteranno – spiega al giornalista di Presadiretta il ministro algerino – “ci sarà una revisione del 10%, del 20% o del 30%”. Perché questo è il mercato: se gli Stati Uniti vendono il loro gas all’Europa a 70$, perché l’Algeria dovrebbe vendere a 12$ - racconta l’ex ministro dell’energia Attar? Come gli Stati Uniti, anche l’Algeria non ha mai guadagnato così tanto dal gas.

C’è anche un altro aspetto, legato al gas algerino: quando dipendi da un paese straniero su un tema come l’energia, si creano delle situazioni di forza come dimostra la storia della sovranità territoriale algerina che, in modo unilaterale, è stata estesa nel 2018 fino a lambire le coste sarde. Hanno creato una sovranità nel mare a due passi dalla Sardegna – racconta a Presadiretta l’ex presidente Pili: la cartina pubblicata dal mensile Limes mostra quanto sia estesa questa zona. L’ex ammiraglio Fabio Caffio, di fronte a questa cartina, spiega come i pescatori sardi, superate le 12 miglia di acque territoriali potrebbero trovarsi, in teoria, una motovedetta algerina che gli addebita la pesca illegale nella loro zona: “L’Algeria ha esercitato una forma di potere geopolitico, allargare la giurisdizione sugli spazi marittimi in modo da acquisire più acqua e quindi più potere negoziale nei confronti dei vicini.”



Nel frattempo il rischio di rimanere senza gas è reale: lo ha spiegato il vicepresidente della commissione Timmermans “se Putin chiude i gasdotti completamente state sicuri che lo farà nel momento in cui potrà farci più male”.

Non è solo il costo del gas: l’aumento del prezzo ha fatto crescere il costo di tutte le materie prime, mettendo a rischio tutta l’industria manifatturiera italiana, ma sono anche previste interruzioni della produzione dell’acciaio, lo racconta da Ravenna il direttore della stabilimento del Gruppo Marcegaglia. Quando è arrivata la guerra il gruppo ha iniziato a riempire i magazzini da mezzo mondo, ma il prezzo dell’acciaio è cresciuto del doppio, a questo si devono aggiungere i costi dell’energia. Una volta l’energia era il 15-20% del costo totale, oggi supera tutti gli altri costi. Per capire l’impatto sul settore produttivo dei rincari in questo stabilimento bisogna tener conto che l’acciaio della Marcegaglia arriva ad altre 15000 aziende e impatta sull’edilizia, sui costruttori di auto, autobus e treni, sull’industria degli elettrodomestici, sull’agricoltura, sulla chimica, sugli arredamenti..



La strada del gas, a cui siamo rimasti testardamente attaccati in questi mesi di pandemia prima e di guerra poi, va in direzione contraria a quanto dovremmo fare per cercare di salvare il pianeta dal problema del riscaldamento globale.
È uscito oggi un articolo su l’Espresso a firma dei giornalisti Simone Alliva, Antonio Fraschilla e Chiara Sgreccia che parla dei ritardi nella transizione ecologica: l’Italia è il peggior paese in Europa per consumo del suolo, emissioni di co2, inquinamento e consumo di energie fossili. Complice la guerra, siamo andati in direzione contraria a quanto avremmo dovuto fare per attuare la decarbonizzazione e la fine del fossile. Nell’articolo si parlano dei decreti attuativi che mancano ancora, per i parchi eolici, per le comunità energetiche, per accellerare la costruzione di nuovi impianti di fotovoltaico nelle ex aree industriali (che andrebbero bonificate).

Così mentre in Italia si discute di rigassificatori e centrali nucleari, dove per evitare la catastrofe e l’emergenza si spera nel buon senso degli italiani (sulla temperatura in casa, sulla cottura degli spaghetti, tutte cose di buon senso certo), dall’estero arrivano notizie che raccontano altro.
In Messico è stato installato il parco solare più grande al mondo, arrivando ad installare 18990 pannelli in un giorno per un impianto che darà energia a 1,3 ml di case.
Negli Stati Uniti prevedono un boom per le energie rinnovabili grazie al “climate bill”, la nuova legge dell’amministrazione Biden che prevede “ incentivi finanziari per far evolvere l'economia americana nella direzione delle energie rinnovabili, limita i prezzi di alcuni farmaci e istituisce un'aliquota fiscale minima per le grandi imprese. ”

Presadiretta ha intervistato l’ex generale Russel Honoré, diventato eroe nazionale quando, dopo il disastro provocato dall’uragano Katrina, guidò i soccorsi rimettendo in piedi la città.
Adesso vive in Luisiana e ha fondato la Green Army, un gruppo di volontari con una missione, combattere l’inquinamento: si è schierato contro gli investimenti per trasportare gas liquefatto perché “questa industria sta distruggendo la nostra acqua, la nostra terra. Sappiamo tutti ormai che l’effetto del metano, in termini del riscaldamento dell’atmosfera, è 80 volte superiore a quello della CO2 nei primi venti anni dal rilascio.”
Che insegnamenti ha avuto dall’emergenza per Katrina?
“Non possiamo approfittarci di madre natura, che può distruggere qualsiasi cosa costruita dagli esseri umani, ma continuiamo ad essere stupidi, a costruire nuovi impianti in mezzo ai territori devastati dagli uragani. Non ha senso! L’Europa può andare avanti con l’energia del vento, del sole, ed è il momento per l’Europa di cambiare: c’è un proverbio cinese che dice, per ogni sfida c’è un’opportunità. Questa guerra può svegliare il mondo.”

E il gas italiano, quello per cui la destra, Salvini e Meloni, chiede di riprendere l’estrazione?

Secondo i dati dello stesso ministero della transizione ecologica le stime del gas nel nostro sottosuolo si aggirano tra i 60-60 miliardi di metri cubi:

Le riserve. L’Italia non ha però così tanti giacimenti con gas pronto a essere estratto. Gli ultimi dati, pubblicati dal ministero della Transizione ecologica, sono del 2021: si dividono in riserve certe (possono essere prodotte con probabilità maggiore del 90%), probabili (la percentuale è del 50%) e possibili (probabilità inferiore di molto al 50%). Il totale delle riserve ad oggi è di 39 miliardi di metri cubi di gas certo, 44 miliardi di metri cubi probabile e 26 miliardi possibile. Il totale, considerando tutto, è 110 miliardi di metri cubi. È ragionevole però prendere in considerazione un valore intorno ai 60-70 miliardi. Meno del consumo nazionale di gas di un anno (75 miliardi di metri cubi).

I giacimenti. Il gas è distribuito in centinaia di giacimenti sparsi su tutto il territorio per i quali servirebbero altrettanti pozzi e piattaforme. Questo implicherebbe costi molto elevati per le aziende petrolifere (hanno bisogno di identificare le posizioni migliori per produrre un buon margine di guadagno in tempi normali) e un margine ridotto o perdite sostenibili ad oggi (l’idea è vendere il gas nazionale a prezzo calmierato alle imprese). Si dovrebbe contare sui giacimenti più grandi, per i quali c’è bisogno di superare divieti ambientali, vincoli legislativi, iter autorizzativi (altrimenti sarebbero probabilmente già stati svuotati) e installazioni o integrazioni dell’infrastruttura. Solo poi su quelli più piccoli e quasi in esaurimento.

Nel caso dei primi, bene che vada non si riuscirebbe a intervenire in poco tempo. Nel caso dei pozzi già esistenti, invece, molti – seppur considerati ancora produttivi – sono quasi esauriti: la pressione al loro interno si è ridotta e produrre è più costoso per le aziende (come dismetterli peraltro), ma è anche da questi che potrebbe arrivare qualche contributo.
Virginia della Sala – Fatto Quotidiano del 3 settembre 2022

Estrarre gas nel nostro sottosuolo, o nell’Adriatico, costa troppo, è svantaggioso economicamente, funziona giusto in campagna elettorale.

La scheda del servizio:

La seconda puntata di PresaDiretta, in onda in diretta lunedì 5 settembre alle 21.20 su Rai3, è dedicata alla crisi del gas. Nel pieno della tempesta scatenata dal prezzo del gas che continua a salire senza controllo, PresaDiretta analizza gli effetti delle scelte energetiche del nostro Paese. Come faranno le imprese a sostenere le bollette e la carenza di materie prime? Che autunno ci aspetta? Ci stiamo rendendo indipendenti dal gas russo, ma i nostri nuovi partner offrono garanzie democratiche? E c’è un legame tra i profitti dell’industria energetica e le guerre? 
PresaDiretta compie un viaggio tra le fabbriche del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, per raccogliere il grido di allarme degli imprenditori. Come faranno le nostre imprese a sostenere i picchi del costo del gas e a rimanere competitive? L’industria italiana è già entrata in una spirale pericolosa: riduzione dei consumi, rallentamento della produzione e conseguente carenza di materie prime. Che effetto avrà tutto questo sulle esportazioni, sugli appalti pubblici e nei cantieri già aperti dove le spese lievitano?  
La ricerca della diversificazione e dell’autonomia da Gazprom, intanto, hanno aperto nuove strade di approvvigionamento. E’ il boom del gas liquido americano, il gnl estratto attraverso la contestata e impattante tecnica del fracking. PresaDiretta è tornata negli Stati Uniti a vedere come funziona il gigantesco mercato del gnl verso l’Europa e a capire quanto ci costerà. 
E poi in Algeria, il nuovo partner privilegiato per la fornitura del gas all’Italia. Che garanzie ci offre davvero questo Paese? 
Una recente ricerca poi, ha messo in relazione le robuste entrate nei bilanci della Federazione russa legate all’export di petrolio e del gas con un massiccio aumento della spesa militare. Qual è allora il legame tra l’industria energetica e la spesa per gli armamenti? 
Ospiti in studio di Riccardo Iacona: Marco Gay, presidente di Confindustria Piemonte e Matteo Villa, ricercatore dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, esperto di energia. Insieme parleranno di come affrontare l’emergenza gas, di cosa rischiano le nostre imprese e di come affrontare l’autunno che ci aspetta.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 maggio 2022

Report – l'importanze del Donbass, il soft power russo e la mancata transizione verde

Come mai Putin è così interessato al Donbass, tanto da scatenare la terza guerra mondiale? Cos'è il soft power russo? Come mai non abbiamo ancora imboccato con decisione la via delle rinnovabili?

Nell'anteprima un servizio sul vetro che ci manca, per coprire il nostro fabbisogno.

UNA BOTTIGLIA È PER SEMPRE di Chiara De Luca

Produciamo bottiglie o recipienti di vetro per un giro d'affari da 2,5 miliardi di euro, siamo leader europei ma ne importiamo anche tanto di vetro, dalla Turchia e dai paesi dell'est, come l'Ucraina. A causa della guerra diversi forni sono stati chiusi: così le nostre vetrerie non riescono a soddisfare la domanda, anche perché è aumentato il costo del carburante.
Unionvini lancia l'allarme: manca il vetro, coi prezzi aumentati del 30%, costi che si ripercuotono anche sui consumatori.
Chi lo deve produrre il vino oggi è costretto a rimanere fermo, in attesa delle bottiglie – raccontano i produttori alla giornalista di Report.
Nonostante il prezzo fosse stato stabilito, sono previsti cause di forza maggiore che giustificano gli aumenti: alcuni hanno provato col tetrapak oppure col prodotto cinese che ha costi ancora maggiori. Nell'estate ci sarà il problema del pomodoro, con le conserve in vetro.

La soluzione? Riciclare il vetro, col sistema del deposito con cauzione, a beneficiarne sarebbe l'ambiente (tonnellate di bottiglie si disperdono) e anche i consumatori.
È un modello che si sta allargando in Europa, la Lituania è al primo posto per uso del deposito, con distributori che raccolgono le bottiglie, le separano per essere poi inviate alle aziende di riciclo.

Il governo ha solo definito il quadro giuridico, è compito dei produttori prendersi carico del riciclo delle bottiglie, questo in base alla legge europea: in questo modo la Lituania ha diminuito l'emissione di co2, mettendo d'accordo sia consumatori che produttori di cibo e bevande.

In Italia si è inserita una norma per il deposito cauzionale, ma manca un decreto attuativo per applicarlo: i 120 giorni per la sua emanazione sono scaduti, non c'è fretta in Italia per fare leggi a beneficio dell'ambiente.

BLOWING IN THE WIND di Giorgio Mottola

I nostri ministri stanno girando il mondo per trovare un'alternativa a Gazprom: per non dipendere dal gas russo, ci leghiamo a dittatori e democrazie fragili.

Un gruppo di imprenditori si è reso disposto ad investire nelle energie rinnovabili, chiedono solo al governo di sbloccare l'iter burocratico.
Perfino il presidente Draghi ha parlato di maggiori investimenti sulle energie rinnovabili per far fronte alla crisi energetica, specie dopo l’inizio della guerra in Ucraina e la necessità di rendersi indipendenti dal gas russo. Di fronte ai deputati ha spiegato di come il governo sia impegnato a diversificare le forniture, aumentare il contributo delle fonti rinnovabili, che “resta l’unica strategia fondamentale nel lungo periodo. Tutto quello che sperimentiamo finora è transizione.”

MA nonostante gli annunci la strategia si è concentrata solo sulla ricerca di altro gas a migliaia di km di distanza, eppure potrebbe esserci una soluzione a km zero, molto più economica e sostenibile, costruire nuovi impianti di energia rinnovabile come chiedono di fare dall'inizio della crisi in Ucraina gli imprenditori del settore.
Agostino Re Rebaudengo è presidente dell’associazione elettricità futura: “Noi chiediamo di poter fare 60 GW di nuovi impianti in questo modo potremmo le importazioni di gas russo.”

Sono 60 GW di energia verde che potrebbero partire subito da qui ai prossimi tre anni.

Oggi in Italia sono installati in totale impianti di rinnovabili per 58 GW, se il governo autorizzasse gli impianti pronti a partire si potrebbe in breve tempo raddoppiare la quota di energia verde prodotta in Italia e dimezzare le importazioni di gas russo.
Ma, a più di un mese dall’inizio della guerra non è stato alcun atto formale per lo sblocco di questi 60GW: gli imprenditori non chiedono soldi, sono pronti ad investire fino a 80 miliardi nei prossimi anni.
I contribuenti ci guadagnerebbero, gli imprenditori sostengono anche che le bollette scenderebbero: ma il governo come mai non si muove in questo senso?

Il ministro Cingolani da la colpa alla rete elettrica che non è pronta ad assorbire questa nuova energia, non abbiamo gli accumuli per i 60GW delle rinnovabili, non abbiamo le smart grid.
Ma è vero? Report lo ha chiesto a Enel: non abbiamo problemi di accumuli, perché la nostra rete è tra le più avanzate e su cui Enel investirà 10 miliardi nei prossimi anni, “ben vengano i 60GW di rinnovabili” spiega il direttore generale di Enel.

Chi vuole investire in rinnovabili deve fronteggiare tanti problemi autorizzativi: lo sanno alla European Energy Italia che stanno costruendo parchi solari in Sardegna, ma l'azienda danese sta aspettando il via per l'iter autorizzativo da tre anni e così hanno dovuto ripartire da zero.
In Danimarca fanno fatica a capire come mai in Italia si ostacola così la transizione ecologica: dovremmo abbattere i tempi di attesa, oggi in media a sette anni, come ci chiede l'Europa.
Ma adesso c'è una accelerazione alla mano, si difende Cingolani: ma sono accelerazioni che le aziende non percepiscono, servirebbe un commissario per prendere in mano queste autorizzazioni, come per il covid e per il ponte di Genova.
Ma per il ministro Cingolani quella delle rinnovabili non è una emergenza: lo stato fa lo stato, mentre gli imprenditori devono fare gli imprenditori. Eppure quando si tratta di stipulare i contratti per il gas non funziona così: assieme a Draghi e Di Maio viaggia l'AD di Eni, non Cingolani e alla fine non ci guadagna l'ambiente e nemmeno i contribuenti.

Chi fa la politica verde in Italia? Il governo ha un occhio di riguardo con le energie del settore del fossile, basta vedere come si è comportata l'Italia in Europa sulla legge della tassonomia.
I commissari europei hanno messo nella tassonomia verde anche gas e nucleare.

Sul come sia potuto succedere tutto questo, lo spiega a Report il vicepresidente della Commissione ambiente al parlamento europeo, Bas Eickhout, relatore della legge sulla tassonomia.

“Il ruolo sulla legge per la tassonomia lo ha avuto la Francia che ha dichiarato sin dall’inizio di volere il nucleare dentro la tassonomia, ma visto che era complicato lo ha legato al gas. Perché mettendo assieme nucleare e gas poteva creare una coalizione di paesi più larga.”
E qual è stato il comportamento del governo italiano?
“L’Italia non ha preso una posizione precisa, ma posso rilevarvi che Draghi dietro le quinte ha fatto pressioni per il gas, d’altronde il ministro dell’Ambiente italiano è un sostenitore del nucleare, e Draghi del gas, quindi questa tassonomia metteva tutti d’accordo. ”

Cosa risponde il ministro Cingolani a questa ricostruzione?
“Noi non abbiamo spinto per il gas, a noi è stato chiesto un parere da tecnico, il nostro parere è stato che non potevamo che accettare questo perché non c’è in questo momento un altro vettore di transizione.”
Non è paradossale che in una tassonomia verde ci sia anche il gas – ha chiesto Mottola? Visto che dovrebbe indirizzare gli investimenti verso le energie veramente verdi.
“Non lo è, ed è questo l’errore che fanno tutti quelli che vedono la parola verde: siccome tutta l’Europa va avanti a carbone qual è il modo migliore per accelerare l’uscita dal carbone? Passarlo al gas.. ”

In Italia c'è un esempio che contraddice il ministro: nel Sulcis Enel ha chiuso la centrale a Carbone e non l'ha convertita a gas, ma l'ha convertita in un sistema ad accumulo per le rinnovabili, le energie generate da sole e vento.

Tutta l'Europa sta guardando a quello che è successo a Portoscuso: ma il governo Conte e poi Draghi hanno deciso di costruire davanti al porto un rigassificatore, una scelta non condiviso dal sindaco. Un rigassificatore creato dalla Snam, l'azienda che assieme ad Eni ha più da guadagnare dal gas: guarda caso Snam ed Eni fanno parte della commissione che decide come spendere i soldi del PNRR sulla transizione ecologica.
Re Common parla della pressione di queste aziende sul governo: Cingolani ha spalancato le porte a queste lobby del fossile, con differenti incontri avvenuti nei mesi precedenti la presentazione del piano.
Contano i fatti, spiega Cingolani: ma con i fatti come si spiega che i fondi per l'idrogeno sono aumentati dopo gli incontri con Eni e Snam?
L'idrogeno prenderà 4 miliardi dal governo, dovrebbe rimpiazzare il fossile, ma per produrre l'idrogeno serve molta elettricità, un limite enorme per il nostro idrogeno verde.
Di fatto questo idrogeno non serve a niente: di fatto è una scappatoia per continuare ad usare la stessa rete del gas.
Eni e Snam stanno puntando sull'idrogeno blu, che non è quello verde: la commissione europea ha bocciato il piano iniziale che prevedeva l'idrogeno blu, il piano è passato solo dopo le raccomandazioni fatte all'Europa che avremmo fatto solo quello verde.
Che idrogeno avremo in Italia?

Il think thank Ecco ha valutato le azioni presenti nel nostro Recovery plan, giudicandole in buona parte inefficaci a combattere i cambiamenti climatici.
Basterebbe sbloccare la burocrazia per gli imprenditori che vogliono investire in rinnovabili, magari sfruttando le aree industriali abbandonate.

LA GUERRA DEL CARBONE – CASUS BELLI Di Manuele Bonaccorsi

Non manca solo il vetro e il gas, manca anche l'acciaio, che acquistiamo in buona parte dal Donbass, al centro della guerra in Ucraina.
In guerra il conflitto divide le famiglie, è una guerra civile, le bombe colpiscono le persone da una parte e dall'altra, in quartieri residenziali, lontano da obiettivi militari.
14Mila morti, 3000 civili: questo il costo della guerra in Donbass che dura da 8 anni e che ha causato la separazione dall'Ucraina delle due repubbliche autonome, di Donetsk e Lugansk.
Gli accordi di pace di Minsk sono rimasti lettera morta.
E oggi abbiamo una guerra locale che rischia di diventare una guerra mondiale: come mai?

Donetsk, era chiamata la capitale sovietica del carbone, diceva Lenin la cui statua campeggia in una piazza della città, che senza il Donbass il socialismo rimarrà solo un sogno: perché quel carbone vuol dire energia, elettricità, acciaio. Negli anni di Stalin migliaia di cittadini arrivavano qui ad estrarre carbone.
Secondo gli esponenti della repubblica separatista, quello successo nel 2014 è stato un colpo di stato che poi ha portato agli scontri tra gruppi filorussi e le milizie ucraine.
Ci sono due narrazioni opposte, oggi, in Donbass, tra i due gruppi che accollano agli altri le colpe della guerra e delle violenze.

Gli accordi di Minsk non sono mai stati applicati, sia da parte dell'Ucraina che da parte delle repubbliche separatiste: il Donbass vuole l'indipendenza non l'autonomia, mentre l'Ucraina non vuole riconoscere l'autonomia.
Nella guerra in Donbass sono morte così 14mila persone, hanno attirato milizie come il battaglione Azov, coi soldi degli oligarchi ucraini come Kolomoyskyy, amico del presidente Zelensky.

Report ha visitato le miniere in Ucraina: le condizioni di lavoro di chi estrae il carbone da sottoterra non siano cambiate dai tempi di Stalin. Una volta il carbone era in superficie, oggi si deve scendere a 750 metri di profondità per estrarlo, ma nel Donbass ce ne sono anche che superano i mille metri di profondità e ventilarle non è per niente facile – racconta uno dei responsabili al giornalista.
Il punto è che il carbone ucraino è un buon carbone, quando viene arricchito arriva all’80% di purezza.

Le migliori miniere sono di proprietà dei privati, come il proprietario dello stabilimento Azovstal Akhmetov, oggi circondato dalle truppe russe.
I rapporti tra Akhmetov e Zelensky non sono stati buoni nel passato, l'oligarca è stato accusato di tradimento, che è proprietario di diversi stabilimenti anche in Italia, oggi fermi perché non arriva l'acciaio.

Questo acciaio è strategico anche per l’Italia – racconta Gianni Venturi della Fiom CGIL – “la produzione dell’acciaio in Italia è particolarmente dipendente dall’Ucraina, rischiamo di avere ripercussioni particolarmente pesanti [sulla nostra industria]. Molto dell’acciaio arrivava da Azovstal e noi abbiamo una condizione che è determinata dal fatto che nel nostro paese di produzione di acciaio in un ciclo integrale ormai abbiamo solo lo stabilimento di Taranto e questo significa che non c’è ghisa disponibile nel nostro paese.”

Le aziende stanno provando a risolvere il problema importando la ghisa dal Brasile e dall’Indonesia ma i costi di trasporto sono destinati a salire di molto.

Continua il sindacalista “noi rischiamo di avere qualche decina di migliaia di lavoratori del settore siderurgico e nel settore degli utilizzatori finali in grave difficoltà. [..] Tutto questo si riversa sugli utilizzatori finali dell’acciaio in particolare per quanto riguarda il settore dell’automotive ma anche il settore dei semiconduttori perché non tutti sanno che nella produzione dell’acciaio da ciclo integrale si liberano dei gas particolarmente pregiati come il neon che vengono usati per la tracciamento dei semiconduttori.”

Il controllo delle risorse minerarie e della lavorazione dell'acciaio vale il 21% dell'export dell'Ucraina: Mariupol è diventata città martire per colpa dell'acciaio allora? Perché c'è l'acciaieria e per il porto così strategico?

Oggi siamo in un vicolo cieco: Putin le vuole tutte queste risorse mentre Zelensky non può rinunciarne, gli accordi di Minsk non bastano più alle repubbliche autonomiste.

E Putin ha condizionato la politica europea col suo soft power, su cui ha investito 240 ml di dollari, arrivando a stilare accordi con partiti europei, come la Lega di Salvini.

Il servizio di Emanuele Bonaccorsi - LA LISTA RUSSA - ha raccontato della rete di influenza russa, che ha attratto gruppi di estrema destra, gruppi ultra cattolici, gruppi di sinistra anti atlantici.

Rapporti intensi con la Germania, con la Turchia, la Francia e anche l'Italia.