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13 ottobre 2017

L'assassinio di Socrate, di Marcos Chicot

«Ora è giunto il momento di andarcene, io per morire, voi per vivere. A chi tocca la parte migliore? Nessuno lo sa, tranne gli dei».

Adocchiato su uno scaffale in libreria, ho iniziato subito a sfogliare le pagine di questo romanzo, incuriosito da quel titolo, “L'assassinio di Socrate”.
Quello che avrete o avete già tra le mani, è un romanzo che racconta della guerra del Peloponneso del V secolo A.C., tra le due città egemoni dell'antica Grecia, Atene e Sparta. Una guerra che durò trent'anni, quasi, e che causò migliaia di morti tra i soldati dei due eserciti (e dei loro alleati), tra i civili, per le rappresaglie e i saccheggi degli eserciti e per la peste, che scoppiò ad Atene durante il primo assedio da parte degli spartani.
Marcos Chicot ha scelto la forma del romanzo storico per questo racconto, inserendo tra personaggi storici reali, come Alcibiade e Perseo il generale spartano Brasside e l'ammiraglio Lisandro, anche altri inventati, come le due donne, forse le reali protagoniste di tutta la storia, Denianira e Cassandra.
Il libro comincia col famoso quesito che Cherefonte, amico e allievo si Socrate, sottopone all'oracolo di Delfi, la Pizia.
«Vi è un uomo più sapiente di Socrate, figlio di Sofronisco?»
Ad angosciare l'uomo è la risposta alla seconda domanda, su quale morte attende il filosofo:
“La sua morte sarà violenta, per mano dell’uomo dallo sguardo più chiaro”.

Negli stessi mesi a Sparta nel frattempo, Denianira, vedova del soldato Eusseno, viene accolta dal fratello, Aristone: costui scaccia, mandandolo a morire nelle rocce del monte Taigeto (dove gli spartano lasciavano morire i bambini nati precoci o con qualche deformità), il figlio appena nato, nel timore che qualcuno lo possa considerare come un figlio del fratello.
Sarebbe un ostacolo per le sue ambizioni di salire al trono, avendo sangue reale nelle vene, oltre ad una forza enorme e un'enorme malvagità.

Ma il piccolo è destinato a sopravvivere al freddo e alle bestie. E ad essere salvato proprio da un altro ateniese, il ceramista Eurimaco, che, nello stesso giorno perde moglie e figlio per mano di un gruppo di banditi che li assalgono, in viaggio verso Atene.
Ma, nella tenda di una strega, ritrova quel bambino, dagli occhi chiari come l'argento.
E' lui la persona a cui si riferisce la Pizia?

E Socrate? Il grande filosofo ateniese, rimane in disparte nel corso della storia, che si concentra nelle guerre, via mare e via acqua tra Sparta e Atene.
Nella storia d'amore contrastata tra Perseo, che diventa sempre più esperto nell'arte del disegno, e Cassandra, la giovane figlia dello scrittore di opere Aristofane.
Nella dura vita di Denianira, costretta a subire la violenza del marito Aristofane, che cerca perfino di uccidere: a Sparta le donne potevano vivere un po' più all'aperto rispetto alle donne ateniesi, dovevano svolgere dell'attività fisica, per tenersi in forma e dare figli alla città Stato.
Che cresceva i propri figli per prepararli alla guerra, fino dall'età di sette anni, in cui cominciava l'agogé.

Quando si parla di Atene, viene subito in mente la parola democrazia, termine di origine greca, appunto: eppure dalle pagine del libro emerge quanto questa idea sia abbastanza lontana dalla realtà.
Seppur romanzato, l'autore ha ricostruito in modo fedele l'ambientazione storica del libro: la città era governata da un comitato di saggi e le decisioni più importanti erano prese in assemblee pubbliche (dove potevano partecipare solo gli uomini).
Assemblee dove la folla veniva arringata e governata da oratori che si basavano più sulle emozioni, sulle paure, sui bassi istinti, che non dal raziocinio.
Non era una democrazia nel senso che intendiamo noi oggi e nemmeno nel senso che lo intendeva Socrate: in assemblea si scontravano politici come Pericle e Cleone prima, e l'ambizioso Alcibiade poi.
Sarà un paragone forzato, ma anche oggi non siamo in una situazione diversa, vedendo come i politici di oggi, secoli dopo, si preoccupino di manipolare le masse non per perseguire il bene comune, la giustizia.
“Non mancavano mai i demagoghi disposti a esaltare le passioni del popolo per ergersene a portavoce, con l’unico fine di guadagnare influenza, riconoscimento o potere”.

Anche demagogia è una parola che deriva dal greco, termine che oggi viene spesso associato a populismo e populista. Ovvero del politico che si sente investito direttamente dal popolo e che al popolo fa riferimento, senza corpi intermedi a mediare.
Era una democrazia imperfetta anche quella ateniese, che prendeva decisioni, come quella sulla campagna in Sicilia, a furor di popolo, abbagliati dalle ricchezze che avrebbero defraudato dall'isola.
Dove le persone venivano manipolate dai sofisti nelle assemblee e nei teatri, dove si recitavano le opere di Aristofane, Eschilo ..
«Voglio dire che Aristofane manipola la folla in teatro con la stessa abilità di Cleone in Assemblea, se non meglio.»

E Socrate che fine ha fatto? Rimasto sullo sfondo, incontriamo il filosofo mentre usa la maieutica per porre domande e portare i suoi interlocutori sul sentiero della sapienza e della conoscenza. Lo vendiamo vestire l'armatura da oplita nelle battaglie delle guerra a Sparta, lo vediamo crescere il figlio dell'amico Eurimaco, Perseo, quando costui viene a mancare.
Nell'ultimo capitolo si celebra il famoso processo a Socrate, che Chicot ci mostra portandoci all'interno della gremita assemblea che lo deve giudicare.
Per i reati di corruzione nei confronti dei giovani e per aver negato l'esistenza degli Dei.
«Il principale accusatore è Meleto, il poeta. Ma oltre a lui ci sono l’oratore Licone e Anito, il padre di Antemione». Perseo si affrettò a intervenire. «Anche se è Meleto a esporsi di più, siamo sicuri che il vero istigatore sia Anito».

Accuse mosse per motivi personali, costruite sulla menzogna da parte di Anito, e da cui Socrate si difende usando la sola arma che possiede. L'arte di porre domande alla persona che ha davanti per smontarne le teorie e portarlo, lungo il sentiero del dubbio, verso una direzione di verità.
Dopo che era stato indicato come il più sapiente degli uomini aveva interrogato politici, indovini (l'arte divinatoria aveva molta importanza nell'antica Grecia), artigiani e rinomati sofisti:

«Allora compresi perché il dio mi avesse indicato come l’uomo più sapiente: tutti i presunti tali che avevo interrogato erano ignoranti [..]
mentre io ero sempre stato consapevole della mia ignoranza e, almeno in questo senso, ero più sapiente di loro».

So di non sapere, la più grande massima di Socrate che Platone ci ha tramandato nell'Apologia: ovvero la continua ricerca del giusto e del bene, andando a spronare le persone, affinché fossero meno manovrabili, affinché sapessero distinguere cosa sia giusto o meno
«Il dio di Delfi mi ha inviato a voi perché vi sproni ogni giorno. Se mi condannate a morte, penso che non troverete con facilità un altro cittadino che vi stimoli allo stesso modo».

Socrate fu condannato a bere la cicuta, nello sconforto dei suoi amici che cercarono anche, corrompendo le guardie, di farlo fuggire.
Fuga che Socrate non accettò, proprio per non venir meno al rispetto delle leggi e della giustizia:
“Credo che, se al momento della fuga mi si presentassero le leggi in persona, mi direbbero: ‘Dove sono finiti i tuoi discorsi sulla giustizia e sulla virtù?”

L'assassinio di Socrate è un romanzo che racconta la Storia con la S maiuscola, le battaglie, gli assedi, i grandi personaggi, affiancandola alla storia comune delle persone, dalle due parti del fronte.
Uomini che si scrutano dalle fessure degli elmi, sul campo di battaglia, in attesa dello scontro.
Donne che si tormentano per la fame e per l'attesa del proprio uomo al fronte.
Fratelli che si ritrovano, per un gioco del destino, a scrutarsi da lontano sul campo di battaglia e anche sulla pista dell'olimpiade.

Un romanzo di passioni, di odio, d'amore ben raccontato e pieno di dettagli, nella ricostruzione dei luoghi (il santuario di Delfi, quello di Olimpia con l'enorme statua di Zeus in avorio, il Partenone e l'Eritteo..), dei costumi, della vita delle persone nell'antica Grecia.

La scheda del libro sul sito di Salani editori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


23 giugno 2010

Socrate e la politica

Dall'apologia di Socrate (cap VII), di Platone:

E seguitai ad andare: con dolore e tremore, sentendo che veniva in odio; nondimeno parevami necessario far grandissima estimazione della parola dell'Iddio, e andare a tutti coloro che mostravano di sapere qualche cosa, per vedere che dicesse mai l'oracolo.
E per il Cane[1], o giudici (a voi si ha a dire il vero), ei m'avvenne che, cercando secondo la mente dell'Iddio, quelli massimamente riputati mi paressero quasi essere piú da poco, e quelli, a vedere piú da poco, essere piú savii.
E la peregrinazione mia conviene che io ve la conti, la quale non fu senza fatiche, acciocché la sentenza dell'oracolo chiaro mi si mostrasse.

Perché dopo ai politici andai ai poeti, a quelli di tragedia e a quelli di ditirambi e agli altri, per cogliere in sul fatto me quale piú ignorante di loro. E pigliando in mano i loro poemi, quelli che mi parean piú lavorati, anche per apprendere qualche cosa dai poeti,
li interrogai che mai dire volessero. Bene ho vergogna, o giudici, di palesarvi il vero; e pur vi si ha a palesare.

Ecco, se ho a dire, di quelli argomenti dei quali aveano cantato, quasi tutti gli astanti ne ragionavan meglio di loro. In breve questo ebbi conosciuto, che i poeti non per sapienza poetavano checché poetassero, ma per certa natura e da Dio occupati, come i divinatori e i vaticinatori; i quali dicono pure molte e belle cose, e non sanno nulla di ciò che dicono.
E vidi che tale passione tocca i poeti: e insieme mi fui accorto che essi, perciò che poeti, si reputavano ancora nelle altre cose sapientissimi uomini, senza che fossero: e ne andai via pensando che, per la ragion medesima, al paragone di quelli non altrimenti che al paragone dei politici, piú valeva io.

Chissà cosa scriverebbe il povero Socrate, della politica, dei saggi, dei poeti e dei giornalisti in circolazione.
Altri che bere la cicuta: verrebbe tacciato di anti-atenismo (anti-italiano), di fare antipolitica, di essere fastidioso.
Gli investigatori che stanno cercandodi fare luce sul presunto intreccio di interessi tra Propaganda Fide (leggi Vaticano), ministero delle Infrastrutture e “cricca” hanno acceso il loro interesse su una partita di giro ancora tutta da dimostrare ma definita «molto interessante».

La legge bavaglio:
"Approvare la legge sulle intercettazioni prima della pausa estiva? Onestamente, continua a sembrarmi difficile". Fabio Granata, uno degli esponenti di punta del plotone dei finiani alla Camera, conferma la sua perplessità su un'accelerazione a Montecitorio delle norme-bavaglio.
Tremonti spiega ai contribuenti che, dopo il varo del decreto attuativo del federalismo, i comuni potranno reintrodurre l'imposta comunale sugli immobili. Non la chiameranno più Ici. Inventeranno l'acronimo più originale. Ma la sostanza per i cittadini non cambia: le tasse che non vi saranno prelevate dalla mano del governo centrale ve le sfileranno dal portafoglio le mani dei comuni.