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15 maggio 2023

Anteprima inchieste di Report – il lavoro povero, le etichette e lo smaltimento dei pneumatici

La Repubblica fondata sul lavoro povero

L’Italia è oramai una Repubblica fondata sul lavoro povero, malpagato, sfruttato, senza tutele. A dircelo sono, tutti i giorni, esperti, imprenditori, giornalisti che spiegano come non possiamo mica permetterci i salari degli altri paesi. E nemmeno possiamo permetterci il reddito di cittadinanza (in media 500 euro, con punte di 700 euro a nucleo familiare) perché andava a fare concorrenza sleale coi salari. Non sono solo gli operai delle fabbriche, a lavorare in queste condizioni, il povero Cipputi oggi è in buona compagnia: ci sono i magistrati onorari, operatori culturali (vi ricordate, il patrimonio culturale è il nostro petrolio..), i lavoratori socialmente utili agli istruttori sportivi, sono tutti lavoratori rimasti per decenni senza contributi previdenziali.


C’è poi il settore della logistica, un vero far west dove ad aziende come la BRT, DHL e Geodis, sono stati sequestrati 120 ml di euro per frode fiscale.
Avete sentito parlare della vicenda Italtrans, una delle più grandi piattaforme della logistica? Non credo, non è una notizia che acchiappa come i blitz di Ultima Generazione oppure le sparate del ministro sulla sostituzione etnica: dai capannoni della Italtrans partono i camion che riforniscono le catene di supermercati di tutta Italia. I lavoratori in appalto da cooperative esterne in appalto sono circa 700, quelli iscritti al sindacato USB chiedono maggiori salari, una mensa che non c’è e più diritti. Report ha mostrato le immagini della loro protesta, quando questi lavoratori hanno bloccati i cancelli all’ingresso, causando code di chilometri, causando l’intervento della polizia, con gli sgomberi e le manganellate. Una rivendicazione di diritti, di salari diventa, non solo con questo governo, una questione di sicurezza pubblica, da gestire con le forze dell’ordine. Una cosa grave, raccontano i rappresentanti dell’USB: “abbiamo fatto tre scioperi fuori dai cancelli e tre volte c’è stato l’intervento delle forze dell’ordine” racconta Elisa Fornoni “per sciogliere il picchetto”.
“Non siamo animali” racconta a Bernardo Iovene uno di questi scioperanti tutti dipendenti di cooperativve “siamo persone con dei nostri diritti, chiediamo il buono pasto”, perché manca la mensa, i salari dovrebbero tener conto di questo.
Il fatto di essere assunti da cooperative e non da Italtrans rende più difficile la loro lotta: ci sono dieci cooperative diverse con trattamenti diversi, pagano la malattia in modo diverso. Ci sono ancora dipendenti che dopo anni hanno ancora un contratto part time ma l’azienda pretende che si fermino a fare gli straordinari. Si parla di almeno 10-12 ore al giorno e a fine mese ci si ritrova con una busta paga da 1200 euro, quando si va a chiedere più soldi ti viene risposto “ma potevi fare straordinario”.

Per l’azienda è più conveniente avere il 90% dei lavoratori in mano alle cooperative: dopo questa protesta, dopo qualche giorno, una di queste ha mandato ai delegati USB una lettera di licenziamento immediato e un’altra di contestazione con sospensione, intercettando dei messaggi whatsapp tra i lavoratori. Così è ripreso il blocco dei tir in ingresso e uscita. A parte questa situazione di conflittualità ci sono migliaia di cooperative e società che sono serbatoi di manodopera che chiudono dopo due anni frodando sia il fisco che il lavoratore.

Report racconterà la storia di Simone, nome di fantasia, che lavora per la BRT ma attraverso una società esterna che gli ha addebitato le rate del furgone facendogli credere che poi sarebbe diventato suo. Poi gli hanno sempre consegnato buste paga che non corrispondevano al reale pagamento: quello che c’è scritto sulla busta paga non corrisponde a quanto viene versato sul conto in banca. Attualmente BRT, colosso dei trasporti, su richiesta della procura di Milano è in amministrazione giudiziaria per frode fiscale e stipula di fittizi contratti di manodopera e ha subito un sequestro da 68 ml di euro. L’operazione della procura ha colpito anche la Geotis, l’altra multinazionale della logistica e un’azienda intermediaria: complessivamente lo Stato ha recuperato 126 ml di euro.

Iovene ha intervistato il comandante del nucleo della GDF di Milano Emilio Palermo: “BRT e Geotis utilizzavano manodopera a bassissimo costo ed in modo illecito. Spesso le buste paga sono state in qualche modo manomesse. Ma sono società costituite per avere una vita breve, non più di 3 anni, scompaiono in modo da essere difficilmente rintracciabili soprattutto per il fisco. In mezzo ci sono i nuovi schiavi…”
Benvenuti nella repubblica fondata sullo schiavismo?
Ma non c’è solo la logistica:
Iovene racconterà anche dei giudici onorari, partendo dalla loro protesta di qualche anno fa in cui Raimondo Orru, un giudice onorario a Roma, ringraziava fratelli d’Italia perché appoggiava la loro protesta.
Era presente anche l’attuale presidente Meloni che, nel 2020, spiegava ai manifestanti, “da tempo abbiamo depositato una proposta semplice, la stabilizzazione per la magistratura onoraria fino alla pensione, trattamento equiparato ai magistrati togati”.

Come è andata a finire? Oggi Meloni è al governo ma le cose non sono cambiate: “siamo francamente imbarazzati a dover sapere che il ministero della giustizia continua a parlare di volontarietà della giustizia, una sorta di caporalato, nascondendo all’Europa la vera essenza della riforma Cartabia ..”
Perché a Roma e nelle altre procure ci sono ancora magistrati e giudici onorari che lavorano a cottimo, come Fabiana Pantella e Maria Elena Francone di cui Iovene ha raccolto le testimonianze: “non abbiamo previdenza, non abbiamo malattia, non abbiamo al momento alcun tipo di tutela.”
Ci sono anche giudici che dovrebbero essere stati assunti, ma sono tutti bloccati da una riforma che li tiene appesi in una situazione di precarietà: l’Europa però si era espressa chiaramente, l’ultima lettera di messa in mora di questo sistema è del luglio 2022, dove la commissione europea sosteneva come in Italia ci fosse una condizione di disparità di trattamento per i giudici onorari. Nella lettera la commissione scrive che “i magistrati onorari e i giudici togati sono lavoratori comparabili”. Quando erano all’opposizione, Meloni e l’attuale sottosegretario Delmastro ne chiedevano conto ai precedenti governi: Delmastro ha anche la delega alla giustizia, nel passato ha sempre accompagnato la protesta dei giudici onorari. Ma oggi sembrerebbe che abbia cambiato idea, “propone una gestione autonoma di Inps quando noi dovremmo avere la gestione ordinaria dell’Inps come l’hanno i magistrati” racconta al giornalista Maria Flora di Giovanni giudice a Chieti. Oggi Delmastro e Meloni tengono in vita la riforma Meloni che, dal gennaio di quest’anno, assume in diversi scaglioni per tre anni i magistrati onorari col trattamento economico dei funzionari amministrativi. Un compenso che la commissione europea ha bocciato perché inadeguato. Col rischio di incappare nell’ennesima procedura di infrazione che costerà all’Italia milioni di euro.

Anche il mondo della cultura e della tutela del patrimonio artistico non è immune a questi fenomeni di lavoro malpagato: a Verona

A Verona, città d'arte, nei musei civici, oltre ai dipendenti comunali, lavorano anche 65 operatori museali dipendenti e soci, che è vincitrice di una gara d’appalto, la maggior parte sono giovani laureati e sono pagati 4 euro l’ora, nonostante conoscano le lingue e siano specializzati nella materia dei beni culturali.

Un operatore museale che preferisce mantenere l’anonimato ha raccontato a Report la sua situazione: lavora presso la casa di Giulietta, l’Arena, Castelvecchio: il loro contratto dovrebbe essere quello di federculture, ma nessuno di loro ha questo contratto. In realtà lavorano con un contratto fiduciario, che è quello degli operatori di sorveglianza nei musei e la paga è di 4 euro all’ora. Si parla di mille, mille e cento euro al mese quando va bene: “pensavo che una paga oraria così bassa non esistesse neanche più.”.

Sono lavoratori che si sentono sfruttati, presi in giro, molti di loro sono laureati nel settore dei beni culturali e non si sentono valorizzati.

La cooperativa Le macchine celibi di Bologna ha vinto l’appalto con il comune di Verona applicando un contratto multiservizi, quello per gli addetti alle pulizie, già di per sé penalizzante, ma poi in corsa, senza accordi e unilateralmente ha peggiorato il contratto in quello della vigilanza, si chiama servizi fiduciari, che prevede appunto paghe da 4 euro l’ora.
Quello che indigna è che dei lavoratori oggi siano costretti a raccontare la loro situazione di sfruttamento incappucciati come fossero dei mafiosi pentiti: non ci mettono la faccia perché vengono minacciati, rischiano di perdere il posto di lavoro. E i sindacalisti? Racconta uno di questi ragazzi “le posso assicurare che non si esporrà proprio perché la paura è forte. Penso che la paura sia forte per il sindacalista, soprattutto nella direzione museale perché hanno questo sistema di minacce e di ricatto..”

Infine i lavoratori socialmente utili: dal 2020 quasi tutti sono stati assunti dei rispettivi enti pubblici dove hanno prestato servizio per 25 anni con un sussidio di 580 euro al mese. Adesso ricevono uno stipendio, in parte con un incentivo dallo Stato e la restante parte toccava ai comuni che, sempre in dissesto, non hanno soldi e dunque si ritrovano ad essere dipendenti ad ore, con lo stesso stipendio di prima, ma tassati. Lo racconta un dipendente del comune di Atella (CE): dopo essere stato inquadrato ha iniziato a prendere anche i contributi, ma lo stipendio (per 11 ore settimanali) da 600 è passato a 430 euro.
Due signore sono state assunte a 18 ore settimanali nel comune di Castello di Cisterna: lavoravano dal 1995 nel comune e ora sono state stabilizzate con uno stipendio di 618 euro, senza un passato contributivo. Si sono state fare un estratto dall’Inps e hanno visto che verrebbero a prendere 270 euro di pensione dopo aver lavorato per tanti anni in un comune.
A Fratta Maggiore il comune ha assunto i LSU a 20 ore settimanali: si arriva a 800 euro al mese, ma sono costretti costretti a fare altri lavori a nero, sono quasi obbligati raccontano a Iovene, senza preoccuparsi né delle forze dell’ordine né dell’ispettorato. Non si fa problemi questa persona, che aggiunge anche di aver subito pressioni da qualcuno per fare dei lavori nella casa di amministratori del comune. Il tutto nelle ore dell’LSU, non fuori dall’orario di “lavoro”.

L’incentivo dello Stato per i lavoratori socialmente utili ammonta a 9300 euro l’anno, poi dovrebbero esserci i soldi messi dai comuni: ma molti di questi, essendo in dissesto, hanno usato l’integrazione per coprire i loro conti.

La scheda del servizio LA BUSTA NON PAGA di Bernardo Iovene
Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Le maggiori aziende della logistica utilizzano lavoratori dipendenti da cooperative e società esterne, il costo del lavoro per loro si riduce, addirittura per BRT vale solo l’8 per cento del fatturato. Le aziende esterne talvolta chiudono dopo due anni e riaprono con un altro nome a danno del lavoratore, che spesso viene pagato poco e perde i diritti dovuti. La procura di Milano attraverso la GDF ha recuperato 170 milioni di euro di oneri non pagati da BRT, Geodis e DHL, che utilizzavano questo schema impiegando manodopera a basso costo. Ma anche in vari settori della Pubblica amministrazione si aggirano contratti nazionali e livelli di retribuzione e contributi: dai custodi dei musei ai vecchi LSU, lavoratori socialmente utili che avrebbero dovuto essere assunti stabilmente; fino ai magistrati onorari, la cui mancata regolarizzazione rischia di far saltare i soldi del PNRR previsti per il ministero della Giustizia. Infine, l’esempio degli istruttori sportivi: sono decenni che svolgono l’attività professionale presso impianti sportivi pagati come dilettanti senza diritti di ferie, malattie, maternità e contributi.

Una questione di trasparenza

La guerra tra Italia e Francia non è solo quella sulla pelle dei migranti. C’è anche una guerra, meno nota sulle cronache, sulle etichette alimentari.
Come racconta l’anteprima: “Il Nutriscore è il sistema di etichettatura di origine francese che funziona come un semaforo per aiutare i consumatori a fare acquisti consapevoli. L'Italia ha proposto la Nutrinform Battery come più esplicativa. Cosa ne pensano i consumatori?
Report ha chiesto ai clienti di alcuni consumatori di confrontare tre scatole di cereali in base ai valori riportati sull’etichett
a “Nutrinform Battery ”. Quella più chiara è quella col semaforo, che non è quella italiana.

La scheda del servizio: LA BATTAGLIA DELLE ETICHETTE di Lucina Paternesi e Giulia Sabella

Con il 59% della popolazione in sovrappeso e il 23% affetto da obesità, dal 2020 l’Unione Europea ha intrapreso la strategia “Farm to Fork”, alimenti più sostenibili e abitudini più sane a tavola anche grazie a un’etichettatura comune in tutti i paesi membri. Tra le proposte più quotate c’era il Nutriscore, il sistema di etichettatura fronte pacco di origine francese che funziona come un semaforo: cinque lettere dalla A alla E, e cinque colori, dal verde scuro all’arancione intenso, per aiutare i consumatori a fare acquisti consapevoli e limitare il consumo di quegli alimenti che potrebbero avere un impatto negativo sulla salute umana. Il voto definitivo, però, è slittato anche grazie alle proteste dell’Italia, da sempre contraria all’etichetta a semaforo, perché ritenuta ‘discriminatoria’ nei confronti dei prodotti tipici italiani. Sotto la bandiera della difesa del Made in Italy si sono coalizzate associazioni di categoria, lobby e politici di tutti i colori. Nasce così la proposta italiana, il NutrInform Battery, un’etichetta che non valuta gli alimenti con un colore, ma spiega la composizione nutrizionale attraverso 17 diversi numeri e percentuali e, soprattutto, fa contenti i produttori. Ma quali studi scientifici hanno validato la proposta italiana e chi li ha fatti? Tra conflitti d’interesse e timori corporativi l’Italia rischia di perdere uno strumento utile di salute pubblica in nome della tutela degli interessi delle lobby?

Lo smaltimento dei pneumatici

Chi gestisce lo smaltimento degli pneumatici deve raccogliere il 95% del peso di quelli immessi sul mercato l’anno precedente perché l’usura del pneumatico è stimata nel 5%, ma il peso di questo è una sorta di autodichiarazione fatta dai soci del consorzio (la Combat Tyre, in questo caso). Servirebbe un registro informatico che tracci tutti i nuovi pneumatici immessi nel mercato, questo servirebbe a controllare l’attività sia di chi immette sul mercato gli pneumatici sia lo smaltimento. Avrebbe dovuto essere attivato dal ministero dell’ambiente entro la fine del 2021: sono a buon punto, racconta un dirigente della divisione di economia circolare. Senza il registro la vigilanza del ministero è fallace visto che ogni anno quelli da raccogliere sono molto di più di quelli censiti mandando in tilt il sistema di raccolta e le autofficine dove le gomme esauste invece che essere ritirate si accumulano. In assenza del registro e di un vero sistema di tracciamento il ministero ha invitato chi ha in mano la gestione dei rifiuti a raccogliere il 20% in più delle tonnellate annue prestabilite, con un costo a carico della collettività.

La scheda del servizio: A RUOTA LIBERA di Antonella Cignarale
Collaborazione Marzia Amico

Se il sistema di smaltimento degli pneumatici non funziona a regola chi paga? Per ogni pneumatico immesso sul mercato va pagata la quota del contributo ambientale per lo smaltimento. Produttori e importatori sono responsabili del servizio di raccolta e smaltimento e il costo del servizio è a carico del consumatore finale. I dati dell’Osservatorio sui flussi illegali di pneumatici e PFU in Italia, però, registrano 12 milioni di euro di contributo ambientale evasi. Le soluzioni potrebbero essere a portata di legge: strumenti per garantire un’efficace tracciabilità delle gomme, incentivi all’uso di materiale prodotto con gomma riciclata, eppure non ci sono sanzioni neanche per i rivenditori di pneumatici che non applicano ed evadono, al momento della vendita, la quota del contributo ambientale.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

12 dicembre 2017

La logistica, le nuove frontiere della contraffazione e la genetica comportamentale

Eravamo abituati a vedere il DNA la prova principe per incastrare gli assassini: da Bossetti al serial killer Donato Bilancia.
Ma oggi si usa il DNA in modo opposto: in tema di impunità non ci batte nessuno.
Questo è il tema dell'anteprima della puntata di Report, poi la logistica e la contraffazione che si nasconde dietro un click.


Siamo responsabili delle nostre azioni: secondo la genetica comportamentale i nostri comportamenti si possono prevedere dall'analisi del dna.
Sappiamo che alcuni ritardi mentali dipendono dal dna: anche i comportamenti aggressivi?
Il gene dell'aggressività si chiama “mao A”: persone con questa alterazione del gene è predisposta a comportamenti che portano ad omicidio, non una semplice lite.
Stefania Albertani è stata protagonista di uno dei casi più efferati di cronaca nera: ha ucciso la sorella, ha tentato di uccidere i genitori.
Era una persona coerente, all'apparenza ma era affetta da una malattia mentale: ma viene poi sottoposta ad alcuni esami, poi il test del DNA.
Il test stabilì che parte del suo cervello era compromesso: in certe condizioni questo poteva portare all'aggressività.
Il Tribunale di Como ha ridotto la pena di un terzo.

Stessa storia per un assassino a Trieste: per la prima volta il test del DNA portò ad una riduzione della pena e ora la genetica bussa sempre di più alle porte dei processi.
L'ex avvocato di Albertani ammette che userà il test del DNA su altri processi: il rischio è di portare a processi lunghi, l'impunità per chi si potrà permettere questo test, per qualcosa che ancora non ha solide basi genetiche.
L'assassino è il DNA?
Allora colpevoli si nasce e potremmo fare lo screening a tutti gli italiani e rinchiudere quelli “tarati” nel DNA.
Lo psichiatria De Rosa spiega che è come i fattori di rischio cardiovascolari: posso avere un infarto a 25 anni come non averlo mai.
In Israele è nata un'azienda (Faception) che stabilisce se uno è un criminale dall'analisi del solo sguardo: siamo tornati ai tempi di Lombroso, anziché andare avanti stiamo tornando indietro con la scienza.
Analizzano il viso, i tratti, il dna e grazie ai big data, il prezzemmolino di tutte le discussioni, è sappiamo se tu sei un terrorista o meno.
È un business da miliardi di dollari ma è anche una mostruosità, che rischia di portare a discriminazione razziali.

La logistica: il pacco e la società del futuro di A. Nerazzini

Il servizio di Nerazzini è cominciato da Amazon: una visita nel magazzino dove lavorano in tanti, con le parole d'ordine di velocità e ordine.
Nel posto di lavoro che è il top dell'informatica si lavora ancora a mano: sono le persone che prelevano gli articoli dagli scaffali, rispettando i tempi prestabiliti.
Qui nel giorno del Black friday c'è stato il primo sciopero: i dipendenti della logistica protestavano contro i ritmi, le paghe, lo sfruttamento.
Dietro un pacco c'è un giro d'affari di mille miliardi di euro in Europa, 120 nella sola Italia.
E ora che arriva a Natale il traffico aumenterà: spariranno i negozi piccoli per favorire le multinazionali come Amazon e del trasporto.
Amazon, Alibaba, TNT …
Cosa c'è dietro un click?
Sulle spalle di chi risparmiamo quando compriamo a poco un prodotto su uno store online?
Sugli stipendi delle cooperative che nascono e muoiono per pagare sempre meno tasse, sempre meno stipendi, un mondo dove regnano evasione e ricatti.

Nerazzini, dopo Amazon, è andato a vedere come si lavora in una azienda in Brianza: oltre ai dipendenti regolari ce ne sono altri, che lavorano a chiamata anche se non potrebbero e che rischiano l'arresto per i controlli delle forze dell'ordine.
Aziende da 200 dipendenti che ne assumono solo una dozzina: Marta Fana spiega come queste aziende usano il meccanismo delle cooperative come strumento per somministrare manodopera al massimo ribasso.
Le cooperative hanno trasformato la loro funzione, i sindacati sono rimasti incastrati nel gioco dal PD e ora capiscono che forse è troppo tardi.

Il consumatore e l'azienda non si preoccupano di cosa sta dietro un click e la consegna immediata di un pacco.
Come succede a DHL, che non ha dipendenti in Italia, caso unico, e si appoggia a subfornitori.
Fornitori che sono stati costretti, per tenersi l'appalto, a licenziare lavoratori, allontanare personale non gradito, fare la guerra al sindacato.
I dirigenti della multinazionale DHL scrivevano mail in chiaro ai capi del consorzio Salerno Trasporti: non sembra più nemmeno un appalto ma una gestione diretta della DHL che però qui non ha dipendenti.

Alla Salerno Trasporti avevano preso prima i complimenti dal manager della DHL, ma poi hanno ricevuto un fax per la cessione del rapporto, e così alla fine hanno perso molte migliaia di euro.

Giovannini è stato presidente di Cotra, che in esclusiva lavorava per DHL: dopo 26 anni di rapporto, ha perso il lavoro con la multinazionale, mollato anche lui, perdendoci pure molti soldi.
DHL ha fatto un'offerta che ha vinto una nuova società che si è presa i dipendenti di Giovannini.
Le aziende che si ribellano alla DHL sono distrutte – racconta un altro testimone, Claudio Saragozza, della filiale di Treviso.
È stato tagliato fuori dopo che si è rifiutato di pagare una tangente – così racconta a Nerazzini.
Anche lui fatto fuori in favore di un altro fornitore che si è preso la filiale.

Alberto Nobili, presidente DHL Italia respinge le accuse: solo opinioni di ex fornitori (anche se parliamo di mail, con tutto nero su bianco).
Perché DHL non assume? Così si evita che i dipendenti finiscano nelle mani di fornitori incompetenti.

Altro caso nel mondo della logistica la SDA, marchio comprato da Poste Italiane: è oggi l'unico player in perdita nella logistica in Italia, colpa anche dello sciopero di settembre.
Sciopero a Carpiano, zona sud di Milano: tutto è nato da un cambio di appalto, pubblico o privato il gioco è lo stesso, da un consorzio all'altro.
Poi ci pensa il jobs act a livellare verso il basso le condizioni di lavoro.
Verso chi protestava sono volate bastonate e coltellate, nella battaglia di Carpiano.
Una battaglia tra i Cobas e i trasportatori di Salerno Trasporti.

Il consorzio Metra sta prendendo una buona parte degli appalti di Poste, partendo quasi dal nulla: 3000 lavoratori, che ora mirano a prendersi il magazzino di Carpiano.
Dove una volta lavorava il consorzio CPL, il cui presidente aveva lavorato con l'ex presidente Pivetti: l'ex pasionaria ha stretto buoni rapporti con la Cina.

Il sistema dei trasporti è opaco e dentro ci trovi anche vecchie conoscenze: come la figlia di Vittorio Mangano che aveva messo le mani su appalti per la Lidl, per il Tribunale.
Nell'ortomercato di Milano lavorava la cooperativa di Morabito, ndranghetista, dove si trafficava anche in droga.

La TNT fa parte del gruppo Fedex: TNT a Milano stava per entrare nell'orbita della ndrangheta – lo ha raccontato il giudice di Milano Gennari.
Grazie alla ndrangheta l'efficienza delle consegna era schizzata: la presenza della mafia era gradita al tessuto imprenditoriale.
I vertici di TNT conoscevano il passato criminale di Paolo Martino, vicino al boss Di Stefano: solo dopo l'inchiesta hanno deciso di collaborare con la giustizia.
TNT si era trovata così bene con la ndrangheta a Milano che avevano chiesto una mano anche a Napoli: il boss pluricondannato faceva affari con politici e manager, è il mondo alla rovescia.

Invece che distribuire gli utili, le cooperative li fanno sparire con le cartiere che producono fatture finte. Cooperative che si passano i dipendenti che entrano con dei diritti acquisiti ed escono con meno diritti.
Col jobs act si è eliminato il reato di somministrazione fraudolenta di lavoro, chi dovrebbe controllare è il ministeri del lavoro che sembra che si muova solo in prossimità di alcune trasmissioni televisive.

In questo mondo lavorano maghi delle cooperative come il signor Tulli, che hanno fatto sparire 1,7 miliardi allo Stato, con le sue cooperative nella logistica.
Vanta amicizie importanti, da Previti a Taiani.
Tulli ha sulle spalle 5 crack, ma è ancora pronto a giocare una nuova partita, assieme ad Amazon.

Ancora oggi, racconta a Nerazzini, ci sono cooperative che non pagano l'Iva, evadono, usano le cooperative cartiere.
Tulli accusa il suo vice, lui non se ne era accorto dei soldi portati in Lussemburgo: l'organizzazione poteva usare una rete di fiduciarie per il suo lavoro, c'è il ruolo dei consorzi esterni.

Il viaggio prosegue nel modenese nel mondo delle cooperative spurie, nel mondo della carne.
Qui, chi ha protestato, per vedersi applicato un contratto giusto, è rimasto senza lavoro.
Altri invece, che sono stati zitti, sono entrati nello stabilimento, con tanto di caporale pregiudicato.
E alcuni di loro sono inseguiti dalla Finanza per evasione dellIrpef.
Contributi non versati, presidenti della cooperativa che hanno firmato tutto, come prestanome. Tunisini, albanesi, romeni.
Buste paga irregolari.
Sulla carne ci mangiano tutti: ma che cavolo di filiera abbiamo messo in piedi sulla carne?

Infine a Bologna, da Fico di Farinetti, inaugurato con politici e ministri, dentro.
Fuori le proteste degli studenti e dei Cobas.
Nessuno vuole parlare con Nerazzini, solo Boccia che, ammette la sua sconfitta con Renzi per la web tax.

Renzi ha chiamato come commissario della digitalizzazione un manager Amazon: l'evasione di Amazon è bene organizzata, sta dentro la sua struttura societaria: Amazon Italia logistica e poi c'è la società lussemburghese che è quella che fattura.

Il governo del Lussemburgo aveva fatto un accordo molto favorevole con Amazon: così gli utili sono liberi di uscire dall'Europa, per finire negli Stati Uniti. Nel Delaware, il vero offshore americano.
Ora Amazon dovrebbe restituire 250ml a Lussemburgo, ma questo paese non ha alcun interesse ad ottenere.
Così mentre aumenta il fatturato di Amazon, si distruggono posti di lavoro, si creano disparità in Europa, si tolgono tasse dal pubblico.
Obiettivo di Bezos è prendere il mercato, non arricchirsi – spiega il consulente Bellavia: con tutta quella liquidità si compra il mercato, per far fuori la concorrenza.
E alla fine potrà alzare i prezzi e nessuno potrà opporsi.

Lavoratori scannerizzati, posti di lavoro persi con una azienda che fattura 40% in più ogni anno, robot assunti al posto degli umani (non chiedono contributi), profitti che si spostano dai nostri paesi verso paesi offshore.
C'è chi chiama tutto questo innovazione.
Ma la politica che ha in mente Piacentini è questa?

C'è poi il rischio di comprarsi un pacco, quando si compra online, come ha raccontato Luca Chianca nel suo servizio.

11 dicembre 2017

Il pacco di Natale, il mondo della logistica e la spending

Natale, tempo di regali: le inchieste di Report di questa sera riguarderanno il mondo dei negozi online visto da diverse angolazioni.
Le truffe che si annidano sugli store, le persone che stanno dietro i negozi online nella logistica e, infine, un punto sullo stato della spending review.

Ma prima l'anteprima, oggi dedicata al DNA il cui uso come prova a discarico inizia a prendere piede nei Tribunali.
Mi sembra un po' di tornare ai tempi di Lombroso, dove si poteva stabilire l'indole criminale delle persone dall'analisi dei lineamenti.
Non diremo più “guarda che faccia da ladro”, ma forse “che dna da ladro” ..

Questa è la frase che potremmo sentire nei film polizieschi del futuro. Nei tribunali italiani sono infatti sempre di più gli imputati che chiedono la prova del dna. Se fino ad oggi è sempre stata usata solo per incastrare i colpevoli, da un po' di tempo può essere usata anche per scagionarli. Secondo alcuni studi, l'aggressività di alcune persone potrebbe dipendere infatti dal loro dna. Il mondo scientifico è molto diviso sulla validità di queste teorie, ma di recente in due differenti processi per omicidio, gli imputati hanno ottenuto uno sconto di pena perché il test del dna dimostrava che avevano una predisposizione genetica a essere aggressivi.

Il mondo della logistica: chi sta dietro il pacco che riceviamo a casa


Chi sta dietro il pacco che riceviamo a casa, comprato in rete magari con l'opzione “Prime” per riceverlo subito?
E dietro i pancali con le primizie, che qualcuno ha portato dall'agricoltore al supermercato?
Il servizio di Alberto Nerazzini racconterà il mondo della logistica: un settore centrale dell'economia di oggi (il che suona anche paradossale in mondo governato dagli algoritmi, dal web e in un futuro dai robot.
Il mercato della logistica in Italia è in esplosione, vale circa 120 miliardi: sono soldi che non finiscono nelle tasche dei dipendenti di questo settore che lavorano per turni massacranti e per stipendi che spesso sono da fame (parliamo di 5 euro l'ora per scaricare prodotti ortofrutticoli), mentre i profitti arricchiscono pochi (che poi nemmeno pagano le tasse nel nostro paese).
Quando si parla di logistica non si intende solo Amazon, ma anche i pomodori che arrivano sugli scaffali.
Chi paga la nostra spesa?
I prodotti che compriamo al supermercato, gli acquisti online che arrivano a casa: c'è sempre qualcuno che, quelle merci, le ha dovute caricare, scaricare, trasportare.

"Le multinazionali della distribuzione. La domanda di trasferimento di merci e materiali è impazzita: trasporto via mare, via cielo, via terra. In questo enorme mercato dove produzione e consumo sono globalizzati, il giro d’affari della logistica esplode e i profitti si concentrano nelle mani di pochi. Ciò che conta sono i risultati, non come questi siano stati raggiunti, perché tutti vogliamo consumare e risparmiare, vogliamo essere soddisfatti, vogliamo che tutto sia puntuale. E puntuale, ogni giorno, va in scena lo sfruttamento, senza regole e senza controllo. Negli immensi hub della logistica, ma anche nei magazzini e negli stabilimenti della nostra “eccellenza” alimentare, ovunque la micidiale macchina di appalti e subappalti, tra società e cooperative false, schiaccia i diritti e il costo del lavoro.
Alberto Nerazzini indaga su un settore cruciale dell’economia, dove regnano i soprusi e le illegalità, l’evasione fiscale e gli interessi di un’imprenditoria criminale, spesso espressione diretta della mafia. Un mondo di disuguaglianza e ingiustizia dove si gioca anche il futuro dell’Europa".

I pacchi in rete

Si avvicina Natale e allora stiamo attenti al pacco, ovvero il prodotto griffato che abbiamo pagato anche a caro prezzo ma che è falso.
Di lotta contro la contraffazione del made in Italy se ne era parlato nell'incontro tra l'ex presidente del Consiglio Renzi con il presidente di Alibaba, Jack Ma: quest'ultimo era stato chiaro, “non avremo pietà dei contraffattori”, riferendosi al falso made in Italy.
Linea dura contro i falsi: “Noi collaboreremo col governo, coi detentori delle marche, per prenderli (i contraffattori) ed arrestarli”.
Ad ogni modo, ancora oggi le grandi piattaforme di e-commerce non fanno alcuna verifica prima di pubblicare un inserzione: si muovono solo dopo le denunce da parte dei marchi.
Nonostante tutte le promesse, vendere prodotti falsi è ancora troppo facile: Luca Chianca è andato a Canton per incontrare un'esperta di contraffazione online: sul sito 1688 (uno della galassia di Alibaba) ha trovato delle scarpe italiane vendute a 30 euro circa, mentre in Italia costerebbero anche 300.
Scarpe prodotte in Cina, c'è scritto nell'inserzione, mentre quel marchio produce solo in Italia.
Il giornalista, partendo dal numero di telefono dell'inserzionista, è arrivato al negozio, nella periferia di Canton, prima in una zona residenziale e poi, finalmente, in un centro commerciale.
Qui si trovano scarpe simili alle Golden globe, prodotte però lì Cina, per un venditore coreano: buone imitazioni delle originali ma sempre imitazioni, che si vendono online, ma solo per il mercato cinese.
Venderle su siti visibili anche da clienti europei sarebbe troppo pericoloso, spiega il produttore.

Il mercato dei falsi vale circa 338 miliardi di euro ed è proprio la Cina a produrne di più.
Dietro i click con cui compriamo online (1000 miliardi di giro d'affari in Europa) si nasconde evasione, sfruttamento e interessi mafiosi.

La scheda del servizio: F COME FALSO di Luca Chianca
L'inchiesta di Luca Chianca lunedì alle 21.10 su Rai3. In Italia 19 milioni di persone comprano online. Ma su Amazon e Ebay, come anche sulle piattaforme cinesi Alibaba e Taobao gira una quantità incalcolabile di prodotti di marca taroccati. 
"In Italia 19 milioni di persone comprano online. Ma su Amazon e Ebay, come anche sulle piattaforme cinesi Alibaba e Taobao gira una quantità incalcolabile di prodotti di marca taroccati. Come si riconoscono? Basta scegliere dei marchi noti e fare una ricerca online. Se esce un prodotto con il prezzo molto diverso da quello originale, è probabile che sia un falso. C’è una gran quantità di prodotti contraffatti anche tra i pezzi di ricambio, che poi si mescolano con il prodotto originale creando danni al consumatore o all’azienda quando deve riparare in garanzia. Dall'inizio dell'anno a oggi dai nostri aeroporti sono entrati in Italia ben 2,6 milioni di pacchetti, ma l'Agenzia delle dogane riesce a controllare solo il 5% della merce. Il nostro viaggio nei falsi inizia a San Marino e finisce in Cina: siamo stati laddove la merce viene prodotta".

Lo stato del taglio alla spesa (improduttiva)

Facciamo un fact checking sullo stato della spending review, cominciando dalla domanda: le auto blu sono diminuite davvero?

"La spesa pubblica italiana è diminuita, vero o falso? È una domanda per la quale non esiste un'unica risposta. Yoram Gutgeld, da tre anni commissario alla spending review, ci informa che sono stati tagliati capitoli di spesa per 30 miliardi. I risparmi però sono stati reimpiegati in altri capitoli di spesa, dalle pensioni alla sanità e quindi il corpaccione della spesa pubblica è ancora intatto con i suoi 830 miliardi l'anno, di cui ben 327 sono la spesa corrente aggredibile. Cosa c'è lì dentro? Tanto per dire, i costi della politica e della macchina della pubblica amministrazione. E questi sono stati tagliati? Difficile dirlo perché da un lato chi dovrebbe fare i sacrifici riesce con vari trucchi a salvaguardare i propri privilegi, mentre dall'altro lato mancano le informazioni, per esempio sulle spese degli enti locali, su cui il governo centrale non riesce ad avere pieno controllo".