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22 aprile 2018

Palazzo d'ingiustizia – il caso Expo (e la sensibilità istituzionale)

La recente sentenza di primo grado sulla Trattativa Stato mafia ha fatto riemergere le solite polemiche sui magistrati politicizzati, che partecipano ad iniziative politiche, rilasciano interviste e dunque sono magistrati schierati.
È un modo per screditare il loro lavoro, per gettare discredito sulle loro inchieste, una sorta di difesa basata sul fango piuttosto che sui fatti.
Ma che ci sia il rischio di una politicizzazione nelle Procure non è un'invenzione dei garantisti a corrente alternata (solitamente in soccorso del potente di turno): nel libro “Palazzo d'ingiustizia” Riccardo Iacona parte dalla storia del pm Alfredo Robledo per raccontare una certa deriva nei palazzi dove si amministra la giustizia.
Si citano, nel libro, diverse inchieste che sono state bloccate o sottratte al procuratore aggiunto, che a Milano era a capo del dipartimento per i reati contro la pubblica amministrazione: inchieste stoppate per questioni di sensibilità politica, per non mettere in difficoltà amministratori pubblici. Eppure la giustizia non dovrebbe guardare in faccia a nessuno: sono le inchieste sul crac del San Raffaele, cominciata nel 2011 e tenuta ferma, questa l'impressione, per consentire il salvataggio del gruppo da parte del Vaticano (con l'interessamento del cardinal Bertone).
L'inchiesta sulla vendita delle quote azionarie di Sea, da parte del comune di Milano nel dicembre 2011: un fascicolo sparito, fino allo scoop de l'Espresso del marzo 2012, quando poi uscì fuori dai cassetti dell'allora procuratore capo Bruti Liberati.
L'inchiesta sulle elezioni regionali del 2010, vinte da Formigoni e poi annullate dal TAR (anni dopo): fu presentato un esposto dai radicali dove si parlava delle firme false presentate dal PDL. Inchiesta archiviata in soli tre giorni.
L'inchiesta su presunti poliziotti corrotti nella Mobile di Milano, che Bruti Liberati si è ostinato a voler affidare alla stessa polizia, portando ad un nulla di fatto, col sospetto di coperture interne.
Infine l'inchiesta su Expo, sull'appalto della piastra, cominciata nel 2014, quando a vincere la gara fu il gruppo Mantovani (lo stesso del Mose), con un ribasso del 42% (ma poi con le variazioni dei costi, il costo dell'opera aumentò dell'80&%, La Mantovani si riprese quasi tutto..).
Su questo stava indagando il procuratore Robledo, quando fu stoppato da Bruti Liberati che inventò l'Area Omogenea Expo, affidando le indagini alla Boccassini e di fatto supervisionando tutti i fascicoli.
“L'expo non doveva esserci, ma si è fatta grazie a Cantone e Sala, grazie ad un lavoro istituzionale d'eccezione, al prefetto e alla procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale” - queste le parole dell'allora Presidente del Consiglio Renzi.

Quale è stata questa sensibilità istituzionale?

La cupola degli appalti 
Robledo, di fatto, è fuori dall'indagine su Expo 2015. Il procuratore della Repubblica gli impedisce persino di partecipare agli interrogatori dei funzionari, dirigenti, faccendieri arrestati il 7 maggio 2014, tra cui Angelo Paris, il direttore della pianificazione acquisti di Expo, Primo Greganti, il già noto «compagno G» e Gianstefano Frigerio, altro protagonista di Mani Pulite quando svolgeva il ruolo di collettore delle tangenti per la Dc.A coordinare l'unica inchiesta aperta dalla procura di Milano sull'Esposizione Universale è quindi Ilda Boccassini, sotto la stretta sorveglianza imposta da Bruti Liberati con la nascita dell'Area omogenea Expo 2015.L'8 maggio 2014, nell speciale conferenza stampa convocata in procura all'indomani degli arresti Expo, Bruti Liberati e Ilda Boccassini parlano dell'esistenza in Lombardia di una vera e propria cupola degli appalti, un'associazione alla quale il pm Antonio D'Alessio, che segue le indagini, riconosce la «capacità di avere ramificazioni in diversi settori dell'alta amministrazione, nonché appoggi e agganci di carattere politico istituzionale che hanno assicurato la possibilità di avvicinare con successo pubblici ufficiali.» 
In questa cupola Primo Greganti avrebbe avuto il ruolo di difendere gli interessi delle cooperative, mentre Frigerio secondo i magistrati «proteggeva le imprese riconducibili a tutti gli schieramenti politici».Sulle prima pagine di tutti i giornali campeggia l'annuncio che finalmente la cupola del malaffare che inquinava Expo è stata sgominata. La notizia di un'organizzazione «bipartisa» che si spartiva gli appalti sull'evento suscita tanto clamore da far dichiarare all'ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo, che a ventidue anni da Tangentopoli nulla è cambiato [..]L'allarme porta la nomina dell'ex pm anticamorra, Raffaele Cantone, alla guida dell'anticorruzione. Molto rumore per nulla, a leggere le sentenze di patteggiamento con cui i protagonisti dell'inchiesta hanno chiuso il loro conto con la giustizia, davanti al giudice per l'udienza preliminare di Milano Ambrogio Moccia. Le pene superano a stento i tre anni: Primo Greganti è agli arresti domiciliari per motivi di salute, come l'ex parlamentare Dc Gianstefano Frigerio, mentre l'ex manager Expo Carlo Paris è tornato libero. 
Ci si sarebbe aspettato di più per quella che era stata definita la «cupola nazionale degli appalti». Inoltre l'inchiesta non ha aperto alcuno squarcio di verità su cosa si stesse muovendo attorno all'affare del secolo.Greganti, Frigerio e Paris non hanno confessato o rivelato i nomi dei politici con cui sarebbero stati in contatto, e la loro decantata operazione di pulizia si è risolta nel semplice accertamento delle responsabilità personali dei tre rinviati a giudizio.«In effetti questa inchiesta non era un granché come spessore investigativo», commenta Manuela D'Alessandro, «[..] si sono toccate le seconde linee, anche se comunque è stato arrestato Paris, che era il braccio destro di Sala: non dimentichiamo che gli uomini vicini a lui sono stati quasi tutti arrestati». 
Il cuore dell'inchiesta sarebbe stato quindi la Piastra? «L'affare della piastra, certo. Prova ne è che adesso la procura generale ha scoperto che quell'appalto sarebbe truccato in origine, anche se è ancora tutto da provare».«Hanno fatto quell'inchiesta prima che Expo venisse inaugurato, per dire ai giornalisti che avevano “beccato” le tangenti e ce si poteva andare avanti con i lavori perché era tutto a posto», dice Frank Cimini. «Se avessero indagato a fondo su Expo c'era il rischio che saltasse tutto. Ecco perché hanno fatto questa scelta». 
È proprio, infatti, sull'affare della piastra (l'indagine che Robledo aveva cominciato prima che gli fosse sottratta) che la nuova inchiesta riprende forza fino a rinviare a giudizio, insieme agli altri, Giuseppe Sala e Antonio Rognoni, rispettivamente commissario unico di Expo 2015 e amministratore delegato di Infrastrutture Lombarde spa. 
Secondo Frank Cimini e Manuela D'Alessandro, che di inchieste molto mediatizzate ma poi finite nel nulla ne hanno viste tante, anche questa nuova indagine della procura generale potrebbe non andare in porto. Non solo per il rischio prescrizione ma perché, a loro giudizio, non abbastanza solida: «Le indagini andavano fatte nel 2014, quando aveva cominciato Robledo. Bisognava intercettare tutti. Non è stato fatto e adesso, anni dopo, vai a trovare le prove per un processo. Non è affatto semplice».
Palazzo d'ingiustizia – Riccardo Iacona Marsilio editore



Altri articoli sul libro di Iacona


22 maggio 2017

Paese di esperti di cose di mafia

Italia paese di navigatori, santi, allenatori e ora anche di esperti di cose di mafia.
L'anniversario dell'attentato al giudice Falcone ha risvegliato nella Rai l'interesse (sopito nel resto dell'anno) per la guerra alla mafia e nel ricordare quanti in questa guerra hanno perso la vita.
All'improvviso nelle trasmissioni si parla di maxi processo, di pool antimafia, di Ufficio Istruzione (nel vecchio ordinamento giudiziario la magistratura inquirente era divisa in giudici istruttori e procuratori della Repubblica). All'improvviso irrompono in tv le immagini di Falcone e Borsellino anzi, "falconeeborsellino" scritto tutto attaccato, così si risparmia.
Se fosse ancora vivo, Falcone, direbbe con quel suo sorriso sornione che non si può combattere la mafia a corrente alternata.
Specie se si vuole veramente sconfiggere cosa nostra.

E non ridurre l'antimafia solo ad una questione di celebrazioni sterili, discorsi pieni di retorica ed eroi. 
Perché Falcone (e Borsellino e Chinnici e Cassarà e Costa ...) non volevano fare gli eroi: semplicemente intendevano applicare la legge, uguale per tutti, anche nei confronti dei boss, dei bancheri che li aiutavano a far girare i soldi, dei politici come Ciancimino o Lima che prendevano voti in cambio di protezione ..

Falcone, per esempio, avrebbe voluto diventare capo dell'ufficio istruzione per continuare il lavoro di Caponnetto, approfondire le indagini sui delitti politici (Mattarella, Dalla Chiesa, Reina), aprire il capitolo dei rapporti tra mafia e massoneria (e Gladio, poi).
Ma il CSM gli preferì il più anziano Meli: più anziano ma meno esperto.

Nel libro l'Assedio, Bianconi racconta della reazione di Falcone a questa notizia: di fronte alla consigliera Contri disse
"ma lo avete capito che mi avete consegnato alla mafia? Che ora la mafia può colpirmi perché anche i miei [i magistrati] non mi vogliono".

Ieri sera ho seguito il confronto del vice presidente Legnini con Minoli su La7: ecco, sarebbe interessante rileggere i fatti di oggi, le polemiche sulle inchieste che toccano esponenti politici, gli attacchi ai magistrati, il tifo da stadio che si scatena pro o contro un'inchiesta alla luce di quanto è già successo.
Perché anche oggi ci sono troppi magistrati lasciati soli, senza tutele da quel CSM che Legnini presiede come vice.
Da Di Matteo a Woodcock.

Anche oggi ci si schiera, pro o contro, si usa un'inchiesta (e un magistrato) per battaglie politiche pro o contro un partito.
Boccassini (il magistrato milanese) indaga su Silvio e le sue cene? Brava Ilda.
Pignatone apre il fascicolo su Mafia capitale? Bene, avanti così.
Woodcock apre un fascicolo sull'inchiesta Consip? Attacco alla democrazia.

E lo stesso vale ad ogni prescrizione, ad ogni assoluzione nei processi ad un esponente politico.
E ora chi paga? Come se gli unici processi buoni sono quelli che si concludono in condanne.
Come se non esistessero già strumenti per rivalersi in caso di errori giudiziari.
Perché ancora oggi non si riesce a tenere separati gli aspetti penali, che seguono i magistrati, da quelli di opportunità politica.

E gli espempi da questo punto di vista non mancano, dal caso Guidi alla storia dei rolex per arrivare alle amicizie pericolose di certi partiti al sud.

30 novembre 2015

Report – la giusta causa

Come mai giudici diversi decidono in modo manifestamente diverso su casi simili?
Come mai le sentenze arrivano dopo anni?
Mancanza di personale, leggi fatte male, mancanza di risorse, si dice.
Ma allora, come si organizzano gli uffici e il lavoro nelle procure?
Come si decidono le carriere dei magistrati?
Come vengono selezionati i dirigenti in questi uffici?

“Se le leggi potessero parlare per prima cosa si lamenterebbero dei giuristi”.
Dei giuristi se ne era occupata una passata inchiesta di Report (le leggi fatte col buco): ora tocca ai magistrati.
Un'inchiesta sulle corti supreme, la Cassazione e la Corte Costituzionale, le cui sentenze impattano sulle nostre vite, usando la metafora della bilancia, cercando di unificare l'applicazione delle leggi affinché i giudici non si sbizzarriscano nelle scelte.
Ma se ad una sentenza si arriva dopo 11 anni, qualcosa non va nella magistratura
Lo stesso vale se, per la nomina di un procuratore capo, si muovono giochi poco puliti di raccomandazioni come successo a Napoli.
Infine i giudici della Consulta, i più pagati al mondo.
I garanti della Costituzione le cui ultime decisioni hanno fatto molto discutere, creando qualche difficoltà ai nostri conti.

La giusta causa di Claudia Di Pasquale (qui il pdf con la trascrizione del servizio)

Iniziamo dai licenziamenti per giusta causa: vediamo alcuni casi.

17 maggio 2001: la dottoressa Spinu partecipa ai Fatti nostri mentre era in malattia.
Le sue coliche non le consentivano di lavorare ma di cantare sì.
La casa di cura non sapeva della trasmissione e la licenzia: lei però fa appello e vince in Cassazione, prendendosi anche i contributi arretrati.
La Cassazione sentenzia che uno può anche fare attività hobbistica in malattia.

Altra trasmissione “Paese che vai”: il conduttore aveva proposto l'assunzione della moglie nel programma, cosa vietata dal codice etico.
Il giudice fa reintegrare il giornalista perché moglie e marito non sono parenti ma coniugi.
Il comportamento rimane in palese contrasto, ma il modulo era fallace …

Sempre in Rai, il caso del giornalista Testi che guadagna 19mila euro ma non fa nulla, pur avendo incarichi dirigenziali. Incarichi contestati dal giornalista, che ha fatto causa all'azienda.
La Cassazione gli ha riconosciuto 170mila euro, per questa inattività.
Ma poi si scopre che lavora la domenica, per poche ore, accumulando tanti mancati riposi.

Salvatore, ex addetto in una pescheria in un supermercato: viene licenziato perché in malattia fu sorpreso a lavorare in una pescheria in nero.
Si è difeso dicendo che stava facendo apprendimento, stava studiando.
I giudici hanno ritenuto scorretto il comportamento, ma la Cassazione ha ribaltato il verdetto dopo 11 anni, col rimborso di 10 anni di stipendi arretrati e contributi.

Roberto ha avuto una storia simile con un finale opposto: sorpreso a lavorare per altri, in malattia, fu licenziato. In primo grado e in appello gli viene data ragione, ma alla fine la Cassazione conferma il licenziamento. Per slealtà.

In Liguria 5 dipendenti vengono sorpresi a rubare: la Cassazione li fa reintegrare, per il valore tenue della merce rubata.
Lucio viene licenziato per un furto di dischetti, in Fincantieri. Nel suo caso la Cassazione ha confermato il licenziamento.
Merendine si e dischetti no?

Oggi non c'è la certezza del diritto: cambia a seconda del magistrato. Come mai?
Il primo pres. Della Corte di Cassazione Santacroce spiega che è fisiologico, una sezione può non conoscere le scelte di un'altra.
La lunghezza dei processi è imputata alla carenza degli organici.

Col jobs act il governo ha tagliato la testa al toro, togliendo l'articolo 18.
Niente reintegro, solo indennizzo.
Il senatore Ichino ha citato proprio il caso del pescivendolo, per giustificare la riforma del lavoro: ma all'addetto alla pescheria non si imputa la nuova norma, perché è stato assunto prima del jobs act.
La normativa vale solo per i nuovi assunti, dunque rimane una divisione di trattamento dei lavoratori: colpa del governo che ha legiferato con la delega del Parlamento.

I giudici hanno una responsabilità?
Santacroce invita a porre la domanda alla sezione lavoro, quello che ha deciso per il giornalista rai e per la pescheria, e che ha risposto a Report dicendo che parlano solo le sentenze.

Come funziona nel pubblico?
Savona 2013: alcuni dipendenti dell'ospedale vengono condannati a 4 anni, per una storia di mazzette. Oggi i dipendenti lavorano, il giudice del lavoro li ha riammessi al lavoro.
Veniano: Samanta viene fermata dai vigili, era senza assicurazione. Uno dei vigili fa delle avances, per chiudere un occhio.
Samanta denuncia i vigili, che vengono licenziati: uno dei due fa ricorso e lavora ancora come vigile.
Nel trevigiano: l'ex dirigente della scuola aveva sottratto 197mila euro, il giudice lo fa reintegrare per un vizio di forma.
Nel paese ci si chiede perché?

L'onorevole Rubinato aveva chiesto, tramite un emendamento, di unificare la ppaa al privato: per i nuovi dipendenti pubblici vale il jobs act o no?
Ichino dice si, la collega Gnecchi in commissione lavoro dice di no.
Forse perché è una legge scritta male, che non chiarisce cosa sia giusta causa?

Nemmeno il ministro Madia riesce a chiarire i dubbi della giornalista.
Milena Gabanelli
Il ministro Madia ha detto più volte che le nuove norme sui licenziamenti non valgono
per i dipendenti pubblici; quindi la legge discrimina fra pubblico e privato, ma anche
fra privato e privato, perché, come abbiamo sentito, per chi è stato assunto prima del
7 marzo valgono le vecchie, per i nuovi non c’è tanto da interpretare. Comunque
nessuna legge ha risolto il problema dei tempi biblici, nemmeno quando le cause
arrivano davanti alla Corte Suprema.

Perché i giudici, prima di decidere, non consultano le sentenze della Cassazione, che dovrebbe garantire l'uniformità delle decisioni?
Il problema viene imputato alla mole dei ricorsi: in totale pendono 137026 ricorsi, non esistono tanti ricorsi in altri paesi europei.
In Germania siamo a 7mila casi.
In Italia si arriva in Cassazione sempre, non è mai l'eccezione: ogni consigliere partecipa a 4 sedute al mese, le sezioni tengono udienza 1 o due volte al mese.
Il tempo lo occupano a leggersi le carte.
Nel civile si aspettano così anche 5 anni per una sentenza.
Nel penale si aspetta un anno: per ogni ricorso dichiarato inammissibile si dovrebbe pagare una penale di 1000 euro, ma nessuno paga.
Conviene impugnare e nessuno paga nel caso si debba pagare le penali che sono il 61% dei casi.
In Cassazione rispondono che non sanno nemmeno calcolare il totale delle sanzioni non pagate: contenti loro.

Chi nomina i membri della Cassazione? Il CSM, presieduto dal presidente della Repubblica che pra dovrà decidere i capi di diverse procure in Italia.
Come vengono nominati i capi delle procure?

La storia di Falcone (e Borsellino) forse non la conoscono in tanti: un “giuda” (parole di Borsellino) fece fuori Falcone a capo dell'Ufficio istruzione che fu dato a Meli perché più anziano.
Oggi la storia sembra ripetersi: Di Matteo è stato bocciato per la procura nazionale antimafia dal CSM, nonostante i suoi successi, in 18 anni.

Quelli nominati che cosa avevano di più? Dopo solo sette mesi i membri del CSM non si ricordano.
Di Matteo lo vuole morto Riina, non fa parte di una corrente, ha istruito il processo stato mafia.
La correntocrazia sta uccidendo la magistratura – racconta Bruno Tinti: recentemente Area, Unicost e MI si sono divise le procure di Appello di Napoli, Milano, roma e Caltanissetta.
Per un accordo tra correnti Napoli è rimasta scoperta per un anno.

Balduzzi, membro laico del CSM, nemmeno sa cosa ha fatto il procuratore generale Alfonso per meritare il posto a Milano.
Francesco Greco è uno dei giudici bocciati, in questo giro di nomine: la carriera si fa perché ti occupi di altre cose, non per i processi – dice Greco.
Non si viene scelti perché si è bravi, ammette il giudice del processo Parmalat: conta di più l'appartenenza.
Anche Davigo è stato bocciato alla corte d'appello a Torino: sul perché, il vice presidente del CSM Legnini non sapeva rispondere alle domande di Di Pasquale.
Ma è tutto ampiamente motivato.

Ma nelle carte di parla genericamente delle doti dei singoli. Nessuna valutazione nel merito, attendibile. Solo una storia di baratti. Voto di scambio, così dice Aniello Nappi.

Tra i magistrati eletti nelle correnti, Forteleoni e Pontecorvo, sponsorizzati via sms dal sottosegretario Ferri, ex capo di MI.
E i membri laici del CSM? Sono quasi tutti ex politici, come Balduzzi, Leone, Casellati. O come Legnini, che era un sottosegretario prima della nomina al CSM.
Sono lì per controllare i magistrati?

Milena Gabanelli
A vedere i fascicoli degli aspiranti dirigenti degli uffici giudiziari, sono tutti straordinari.
Ma non potrebbe essere diversamente, perché quale sostituto farà presente che il suo
capo è carente quando è quello che poi gli deve firmare la relazione? Il quale capo dirà
che ha un sostituto che sa lavorare male, che è come dire, come accusare se stesso di
non essere capace di organizzare l’ufficio. Per cui sono sempre tutti fantastici.
Chi deve scegliere, allora, come sceglie? Presumibilmente quello che si è dato da fare
per la mia corrente, che può anche andar bene, purché sia bravo. Però non siamo in
grado di valutarlo. Noi che ne sappiamo se quello che è stato mandato a Milano o a
Palermo è il migliore, il peggiore o il mediocre. Però alla domanda “perché Tizio al
posto di Caio” la risposta è: “non ricordo”. Allora, noi invece ricordiamo benissimo
perché ne paghiamo le conseguenze, del fatto che sono troppi gli uffici giudiziari
organizzati male. Non è che è dovuto anche al fatto che è stato scelto il capo
sbagliato? Intanto gli esclusi fanno ricorso e i tar sono pieni.

Come quello per Lo Voi a Palermo.
Come Passandante a Venezia: aveva vinto il ricorso al Consiglio di Stato. Ma la collega con meno titoli rimane al suo posto.
Vincenzo Russo invia una lattina di olio al giudice del Consiglio di Stato che doveva decidere sul suo ricordo.
De Donno, Gasparri, Annibali al CSM era la catena con cui Mancuso voleva assicurarsi la nomina per Napoli. È stato solo ammonito dal CSM.

Solo il 7% degli esposti ai magistrati non vengono archiviati: quando i magistrati sbagliano, cosa succede?
Di Pasquale ha parlato del caso della centrale di Tirreno Power di Savona: nelle intercettazioni si parla del procuratore Granero, contro cui si voleva arrivare ad una sanzione disciplinare presso il CSM, con un esposto. Per bloccare l'inchiesta.
Il sottosegretario De Vincenti non ha risposto alla giornalista.

Centrale Enel di Porto Tolle: la procura di Rovigo ha fatto tre processi contro l'Enel, per i danni ambientali. Ma il pm Fasolato è finita sotto processo dal CSM.
Per aver scritto al ministero dell'ambiente per un chiarimento: tutto era partito dall'interessamento di Violante e di Alfano.

Legnini scrisse una lettera aperta al corriere in cui chiedeva ai magistrati di valutare il peso delle loro scelte sull'economia, dopo il caso Ilva.
Il modello del giudice sta cambiando: oggi il giudice ha bisogno di una formazione continua, una cultura dell'organizzazione.


Oggi il ministero della giustizia sta lavorando alla riforma del CSM, con ex membri del CSM stesso. Tra questi Mirabelli, Ciani e Zagrebelsky. E anche Virga, il magistrato indagato a Palermo per induzione indebita.

Qui il link per rivedere il servizio sulla Corte costituzionale.

28 settembre 2010

Giudici contro giudici

Oggi a Milano l'Associazione nazionale magistrati si riunisce a porte chiuse per discutere di P3 e questione morale: l'elezione di Marra alla corte d'appello, le telefonate sul lodo Alfano, su Cosentino e il ricorso in Cassazione ..
Giudici che discutono su altri giudici politicizzati. Dove però la politicizzazzione è a senso unico. In favore dei potenti, altro che toghe rosse e di persecuzione contro Berlusconi.

Una fonte ha rivelato al Fatto quotidiano che dentro la Corte Costituzionale ci fu chi pensò di espellere i due giudici della corte, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, che "a maggio dell’anno scorso, a pochi mesi dalla sentenza sul lodo Alfano, cenarono con Berlusconi, premier e parte in causa, il ministro della Giustizia, Angeli-no Alfano, il sottosegretario Gianni Letta e il presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini. " [dall'articolo di Antonella Mascali su Il fatto]
Decisione che non fu portata avanti, pare per non indebolire la Corte stessa.
Prima di quel comunicato, dentro al palazzo della Consulta, racconta un giudice,“sono giorni di grande amarezza per la compromissione del prestigio dell’istituzione . Quella cena è inaccettabile non perché ci fossero tra gli invitati dei politici, ma perché uno di loro era il soggetto di una nostra imminente decisione. È stata una ferita per molti di noi, a cominciare dal presidente Amirante”. Poi fa una rivelazione sul mancato avvio dell’iter per le dimissioni dei due colleghi, prevista nel caso di ‘gravi mancanze nell’esercizio delle loro funzioni’: “Alcuni di noi avremmo voluto, ma ci siamo resi conto che non ci sarebbero stati i 10 voti necessari, cioè i due terzi, obbligatori, dei componenti.”. I giudici hanno così rinunciato alla richiesta, altrimenti avrebbero ottenuto l’effetto contrario: la difesa di Mazzella e Napolitano da parte della Corte. Quindi la maggioranza dei giudici era dalla parte dei colleghi a braccetto con Berlusconi? “Qualcuno sì – ammette la fonte – altri invece hanno desistito perché convinti di poter dimostrare la nostra indipendenza”. La Corte l’anno scorso boccia la legge salva premier dopo oltre 8 ore di camera di consiglio. Segreta, naturalmente. Pertanto – senza entrare nel dettaglio della votazione e tanto meno dei nomi dei giudici – possiamo raccontare che fra i sei pro lodo Alfano, un solo giudice è di nomina presidenziale, mentre altri due provengono dalla magistratura e appartengono a organismi diversi. L’eventuale processo accerterà se tra quei sei giudici costituzionali ve ne siano contigui alla P3. Ma sulle manovre tentate, e fallite, dagli uomini con il “grembiulino”,le intercettazioni non lasciano dubbi. Da oltre due mesi sono in carcere il faccendiere Flavio Carboni, l’ imprenditore Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, geometra e giudice tributarista. “L’ambasciatore” dei nuovi piduisti al Csm e, a quanto pare,alla Consulta. Secondo la procura e il Riesame di Roma (sulla base di intercettazioni), Lombardi ha avvicinato diversi giudici costituzionali che avrebbero garantito il voto a favore di Berlusconi. “Cesare”, per gli amici della P3. Scrive il presidente del Tribunale del Riesame, Guglielmo Muntoni, quando, nel luglio scorso, respinge le richieste di scarcerazione: “Lombardi era riuscito a ottenere l’assicurazione del voto, nel senso voluto dai sodali, di sette dei 15 giudici”. Andò male, “ma resta il fatto che tale ingerenza ci fu,che essa venne esercitata su almeno 6 dei giudici costituzionali (proprio il numero dei giudici che hanno votato a favore del lodo, ndr) che anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”.
Ci si rende conto, allora, di quanto sia profonda l'infezione del virus piduista, dentro le istituzioni. E di come il tema della questione morale, non sia più procrastinabile. Almeno nella magistratura: per quanto riguarda la politica, non si può chiedere ad un cappone di infilarsi nel forno.

A proposito di P3, logge e corruzione:
il ministro delle finanze tedesco ha proposto la linea dura contro i membri UE che sforano i limiti sul debito pubblico, come l'Italia:

I Paesi caratterizzati da un rapporto debito/Pil superiore al 60% dovranno infatti tagliare l’eccesso del proprio debito di almeno un ventesimo all’anno se vorranno evitare di incorrere nelle sanzioni di Bruxelles. Per una Paese come la Francia, che secondo le previsioni dovrebbe chiudere il 2010 con debito pari all’83% del prodotto nazionale si tratterebbe di tagliare 4 punti percentuali all’anno per i prossimi tre anni. Per l’Italia, che con il suo 116% detiene il peggior quoziente d’Europa, sarebbe necessario tagliarne ben otto. Per un totale di circa 130 miliardi.

In questo quadro, sembrano molto rigide anche le ‘punizioni’ per chi trasgredirà i limiti. Multemilionarie per chi non riuscirà a ridurre sufficientemente il proprio debito, tagli ai fondi per lo sviluppo e ai sussidi agricoli, sospensione del diritto di voto nel Consiglio dei ministri dell’Unione per quegli Stati membri incapaci di adeguarsi alle direttive.