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09 maggio 2023

La memoria delle vittime (in un paese senza memoria condivisa)

Oggi, 9 maggio, è la giornata della memoria delle vittime del terrorismo: considerando come questo governo (di destra, non antifascista) sta riscrivendo la storia di questi anni, mi chiedo in che modo verranno commentati oggi, a 45 anni di distanza i due eventi, la scoperta del cadavere di Aldo Moro e la scoperta, qualche km più in la, del cadavere dilaniato di Peppino Impastato. 

Due storia distinte, da una parte il tragico epilogo della prigionia del presidente DC Aldo Moro, stritolato nell'ingranaggio della ragione di Stato e della fermezza nei confronti dei brigatisti e la visione delirante di chi inseguiva la dittatura del proletariato.

Dall'altra parte il piccolo grande siciliano, nato da una famiglia mafiosa, che riesce ad uscire da quel mondo, andando perfino a sfidare la mafia, quel boss che viveva a 100 passi da casa sua.

Si trattava di Tano Badalamenti, che dalla sua radio Peppino chiamava "don Tano seduto", che comandava sul maficipio di Cinisi.

Temo che l'anniversario della morte di Aldo Moro (i cui misteri sono ormai dimenticati dentro uno dei tanti armadi, pieni di ragnatele) verrà strumentalizzato perché considerato un morto da addossare alla sinistra.

E il povero Peppino Impastato, che voleva poter gridare che la mafia è una montagna di merda, denunciare i legami tra amministratori e mafiosi? 

Dopo la scoperta del cadavere, i carabinieri sposarono la tesi dell'attentatore solitario che si era fatto esplodere. Oggi uno Impastato verrebbe fatto passare per pazzo, perché la mafia non deve essere disturbata.

Questo pessimismo sulla nostra memoria condivisa, sul terrorismo, sulla mafia, non può che aumentare dopo il servizio di ieri di Report sulla rete di protezione che ha consentito a Matteo Messina Denaro di rimanere latitante per 30 anni (e prima ancora i 40 anni di latitanza non lontano da casa di Provenzano).

Cosa racconteremo oggi, per ricordare Aldo Moro (e del declino della prima repubblica, che inizia a morire in quel 1978) ? Del fatto che la versione dei fatti sull'agguato, sulla prigionia e sulla morte è di fatto quella dei brigatisti, con tutti i punti rimasti colpevolmente oscuri

E cosa diremo, oltre alle scontate parole di circostanza sulla mafia, su Impastato, sui depistaggi di stato, sul fatto che siamo arrivati alla verità sulla morte di questo pazzo siciliano (che prendeva in giro il potente capomafia di Cinisi) grazie alle rivelazioni dei pentiti?

E cosa diremo il 23 maggio, altra data storica nel nostro calendario laico fatto di martiri?

Che abbiamo sconfitto la mafia, che abbiamo arrestato i boss, che lo stato, la politica è stata inflessibile contro la mafia?

Si tratta della stessa politica che ha avuto nel suo interno un politico come Dell'Utri, condannato per concorso esterno in mafia. O come il sottosegretario D'Alì, condannato pochi mesi fa, poco prima che Messina Denaro fosse catturato.

Oggi, stravolgendo il significato della parola garantismo, abbiamo coperto con un velo di ipocrisia la guerra della mafia allo stato, la trattativa (quando pezzi dello Stato si sono parlati con i mafiosi dopo la strage di Capaci), l'attacco da una parte della politica contro le leggi antimafia. Nel 1978 Peppino Impastato chiamava il capomafia Badalamenti "Tano Seduto" dai microfoni della sua radio. Oggi a Campobello cadono tutti dal pero, dopo gli arresti della rete di protezione che ha aiutato Messina Denaro. 

09 maggio 2022

Il delitto Moro, la morte di Peppino Impastato – il declino della Repubblica

Il 9 maggio 1978, annunciato da una telefonata del brigatista Morucci al professore Trinca, viene trovato il cadavere del presidente della DC Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault 4 lasciata in via Caetani. E’ una strada a metà tra la sede della DC e quella del PCI, nel centro di Roma, in una zona simbolica, vicina al circo dei gladiatori dell’antica Roma.

È l’epilogo del sequestro di Aldo Moro avvenuto 55 giorni prima, con l’agguato in via Fani in cui le Brigate Rosse dimostrarono tutta la loro “geometrica potenza”.

L’agguato in via Fani a Moro e alla scorta, il sequestro e la sua prigionia, i comunicati (veri e falsi), la morte del presidente Moro (e quelle successive di altri personaggi legati alla vicenda), la caccia al memoriale contenente gli interrogatori e le sue dichiarazioni all’interno della prigione del popolo, sono parte di un mistero che si trascina da più di 40 anni. Il delitto Moro, o il caso Moro, costituiscono sia uno dei misteri d’Italia, per i troppi punti aperti, sia uno spartiacque per la nostra politica.

Sui misteri, è uscito ieri un articolo sul Fatto Quotidiano a firma Gianni Barbacetto “Mafia, ’ndrine, Gladio: tutti i punti oscuri del caso Moro”: di fatto la verità che è arrivata a noi di quegli eventi (che lo storico De Lutiis aveva definito Il Golpe di via Fani, per la sua importanza) derivano dalle dichiarazioni dei brigatisti, sebbene piene di incongruenze e lacune. Quanti erano gli uomini del commando? Dove è stato detenuto Moro (solo nel covo di via Montalcini?)? Come mai Moretti, il leader delle BR, aveva il suo covo in via Gradoli (in un palazzo dove molti appartamenti erano di proprietà di una società del Sisde? Come mai le BR non pubblicarono direttamente il memoriale come avevano promesso in uno dei primi comunicati?
E poi, altre domande: ci sono state interferenze esterne sulla gestione del sequestro? La politica di Moro, il compromesso storico col partito comunista, l’avvicinamento di quest’ultimo nell’area di governo (non l’ingresso al governo) davano fastidio ad entrambi i blocchi, quello sovietico che temeva che altri paesi avrebbero preso l’esempio dell’Italia per arrivare ad un “eurocomunismo” sempre più staccato da Mosca. E dava fastidio anche a Washington: Moro aveva già ricevuto minacce (più o meno velate) dall’amministrazione Nixon, per il suo atteggiamento nei confronti delle sinistro. Nei giorni del sequestro arrivo dagli Stati Uniti il consulente Steve Pieczenick col compito (come ammise anni dopo) di far fallire qualunque trattativa tra lo Stato e le BR. L’unica linea doveva essere la linea dura, anche gettando ombre sulla salute mentale di Moro nella prigionia.

E Peppino Impastato cosa c’entra in questa storia? Poco, forse, o forse c’entra tanto: il suo omicidio, avvenuta nella notte tra il giorno 8 e il 9 maggio 1978, fu oscurato dal ritrovamento del corpo dell’onorevole morto, certamente quest’ultima notizia aveva maggiore rilevanza nazionale. Ma il suo omicidio non solo fu oscurato: le indagini dei carabinieri, gestite dall’allora capitano Subranni che successivamente entrerà nel Ros (venendo anche coinvolto nelle indagini sulla trattativa), puntarono sulla pista dell’incidente. Secondo la ricostruzione falsa, Peppino Impastato era morto mentre preparava un attentato sulla linea ferroviaria.

Non era vero: la sua morte fu decisa dal boss di Cinisi, Tano Badalamenti, la cui abitazione distava 100 passi da quella degli Impastato, perché Peppino con le sue trasmissioni radiofoniche raccontava delle malefatte dentro il maficidio di Cinisi (il municipio infiltrato dai mafiosi), prendendolo in giro.

La storia di Peppino parla del rapporto stato mafia, delle penetrazioni di quest’ultima dentro le istituzioni, ma anche di come la mafia non sia un male incurabile: gli Impastato erano una famiglia legata alla mafia, ma Peppino riuscì a rimanerne fuori, facendo della lotta agli affari sporchi di cosa nostra (gli appalti pilotati, il traffico di droga) la sua missione di vita.

Sono morti a distanza di poche ore, il presidente che voleva sbloccare il quadro politico ingessato dagli accordi di Yalta e quel piccolo attivista siciliano che aveva sfidato la mafia. Ma le loro storie vanno ricordate, come un nodo al fazzoletto, perché la storia del nostro paese è anche la loro. Un paese a sovranità limitata, dove la verità giudiziaria, su Moro e Impastato, è stata superata dalla verità storica, che ancora oggi per molti aspetti è un tabù che non si può raccontare.

09 maggio 2021

La giornata per le vittime del terrorismo e la credibilità delle istituzioni

 


Oggi, 9 maggio, è la giornata in cui si ricordano le vittime del terrorismo, nello stesso giorno dove 43 anni fa in via Caetani le brigate rosse facevano trovare il cadavere del presidente della DC Aldo Moro, con quella lugubre telefonata.

Quest'anno la ricorrenza segue, di poche settimane, la decisione del governo francese di arrestare 9 ex esponenti dei movimenti dell'estrema sinistra e terroristi condannati per fatti di sangue avvenuti negli anni settanta/ottanta.

Finalmente lo Stato italiano acquista credibilità, mettiamo fine a quella stagione di lutti sono stati alcuni commenti: mi chiedo quale credibilità possa questo stato riacquistare quando, anche sulla vicenda Moro (il rapimento, la prigionia, la sua morte, il memoriale ritrovato in due fasi e forse monco) rimangono molti misteri. Di fatto lo stato italiano e l'opinione pubblica hanno accettato, quasi acriticamente, la versione fornita dalle BR che oggi, sono quasi tutte uscite dal carcere.

E' lo stesso stato, le stesse istituzioni, che ancora oggi deve interrogarsi sulle stragi di mafia degli anni 1992-1993: chi ha seguito l'interessante puntata di Atlantide di Andrea Purgatori andata in onda giovedì 6 maggio, ha sentito parlare di quella zona grigia tra stato e mafia di cui facevano parte esponenti delle forze dell'ordine e agenti dei servizi che avrebbe condizionato le scelte della mafia e di Totò Riina.

Oppure anche qui, come per Moro, dobbiamo accettare la teoria secondi cui Riina e la cupola fecero tutto da soli? Mattarella, Reina, Dalla Chiesa, Pio La Torre, Terranova, Beppe Montana Ninnì Cassarà, Falcone, Borsellino, Rocco Chinnici .. per non parlare delle mattanza contro le famiglie palermitane.


La credibilità dello stato non è una patente che ci auto-assegna. Nel corso della puntata di Atlantide si è ripetuta una teoria, da vagliare certo, secondo cui cosa nostra (o una sua parte) fece da braccio armato per un pezzo dello stato deviato, per compiere quei delitti eccellenti contro esponenti della politica, della magistratura, del giornalismo, dentro la società, che davano fastidio per il loro lavoro.

Analoga teoria esiste per la banda della Magliana, una holding criminale l'aveva chiamata il giudice Sica a servizio dell'antistato.

Come a servizio dell'antistato è stato il terrorismo nero, la galassia neofascista, sin dai tempi della strage di Milano del dicembre 1969 e, prima ancora, per la strage di Portella della Ginestra.


Costringere lo stato a fare i conti con la sua coscienza sporca è l'unica strada per rendere veramente credibili queste istituzioni: altro che loggia Ungheria, che è veramente presunta visto che c'è solo la parola dell'avvocato Amara (tutta da verificare).


Questo paese ha sempre, sin dalle origini, avuto una doppia coscienza, una doppia faccia: prima la guerra fredda, il bloccare ogni tentativo di cambiamento politico anche con la forza. Poi col crollo del muro, la necessità di un nuovo patto tra queste forze criminali e quel pezzo dello stato che era conoscenza dei ricatti, della verità su tante pagine nere della nostra storia.

I tentativi di golpe, la loggia P2 (quella sì, reale e pericolosa), la trattativa stato mafia, la mafia che cambia volto ed entra nell'economia, nella politica.

Tanti anni fa una giovane ragazzo di Cinisi denunciava dalla sua radio le malefatte del municipio del suo paese: appalti dati ad amici degli amici, opere pubbliche realizzate solo per mangiarci sopra. E sopra a tutto, il potere di Tano Seduto, il boss Badalamenti, che nemmeno si poteva pronunciare, tanto faceva paura.

Quel ragazzo, Peppino Impastato, fu ucciso dalla mafia e le sue indagini furono condizionate da depistaggi, cui contribuirono anche i carabinieri dell'allora maggiore Subranni (in nome che riemergerà poi con la trattativa).

Depistaggi come quelli della strage di Piazza Fontana, della bomba di Bologna, del delitto Borsellino.

O verità di comodo, come quella per cui, dopo 55 giorni, le Brigate Rosse di Mario Moretti, il 9 maggio 1978 attraversarono Roma, con tutti i posti di blocco, su una Renault R4 rossa con un cadavere nel bagagliaio.

Come scriveva Sciascia, dopo la denuncia per vilipendio contro il regista Rosi per il film Cadaveri eccellenti, “Le istituzioni non vanno vilipese. Ma a patto che ci siano

Non è insomma il caso di fare un discorso sulle libertà, di fronte alle denunce per vilipendio delle istituzioni che colpiscono il film di Rosi. Si può anche, per principio, ammettere che le istituzioni non vanno vilipese: ma a patto che le istituzioni ci siano. Che ci siano, cioè, come organismi stabiliti, certi, uniformemente regolati, e per tutti. Ma le istituzioni d'Italia ormai non sono che involucri vuoti, involucri da pesce d'aprile, da cui altro non può uscire che la paura di essere vilipese. E il vilipendio dunque appunto consiste nel dire la verità sulle istituzioni.

Il film di Rosi di verità sulle istituzioni ne dice molte. Direi che è un mosaico di verità tratte dalla cronaca di questi ultimi anni. Di verità su quel groviglio di non verità che è diventata l'Italia. C'è una sola verità che le istituzioni abbiano detto in questi anni? Da quando, nel cortile della casa di Castelvetrano, è stato rinvenuto il cadavere del bandito Salvatore Giuliano, le istituzioni si sono votate alla menzogna. La verità, quegli italiani che ne sentivano il bisogno, se la sono faticosamente cercata, un tassello dopo l'altro, e sempre con qualche tassello che mancava e che manca.

09 maggio 2020

La notte della Repubblica e il confronto coi tempi di oggi

Immagine presa dal profilo di Simona Zecchi su FB

42 anni fa le BR facevano trovare il cadavere del presidente della DC, Aldo Moro, in via Caetani, nel centro di Roma: i 55 giorni di prigionia trovavano la conclusione con l'immagine di quel corpo piegato all'interno della Renault 4.
L'altra sera, il giornalista Andrea Purgatori nel corso della trasmissione Atlantide faceva un parallelo, secondo me un po' ardito, tra quei 55 giorni in cui le istituzioni e il paese rimasero quasi bloccate da quel rapimento, e i 55 giorni del lockdown in cui oggi il paese è rimasto bloccato.
Certo, ci sono le immagini dei controlli delle auto, le istituzioni che sembravano impotenti nell'affrontare la crisi, quel nemico invisibile che sembrava invincibile ..

Ma le similitudini si fermano qui: il rapimento di Aldo Moro (con tutti i buchi nella ricostruzione ufficiale, dall'agguato in via Fani, alla sua prigionia, la storia del falso comunicato numero sette) segnò la fine del tentativo di sbloccare il paese, politicamente, rendendo il partito comunista una reale alternativa di governo.

La fine del lockdown è solo una data sul calendario, decisa dopo tanti compromessi dal governo: sì, siamo stati in casa per tutti questi cinquanta giorni, i morti sono in diminuzione, è diminuita la pressione sugli ospedali. Ma questo nemico invisibile non è stato sconfitto: oggi abbiamo molte più informazioni su di esso, sappiamo come curarlo, è forse meno pericoloso.
Pericolosità dovuta anche all'impreparazione che avevamo agli inizi, alla sua sottovalutazione, agli errori fatti qui in Regione Lombardia (la delibera sulle RSA, il non bloccare certe zone per non intralciare gli interessi degli industriali).

Di questo virus sentiremo parlare ancora, così come il terrorismo rosso fece altre vittime negli anni successivi: alla sua fine si è arrivati perché quella scintilla che doveva bruciare la prateria, come era nelle menti di Curcio e Franceschini, per arrivare ad una rivoluzione proletaria, non prese forza.
Le istituzioni tennero, non ci furono derive autoritarie, i sindacati non persero forza, la morte dei cinque agenti della scorta fecero comprendere alle persone il vero volto, folle, dei brigatisti.

Forse, un altro parallelo di queste due storie è la forte “mediatizzazione”: il virus ha riempito le prime pagine (e giustamente) dei giornali, con messaggi spesso in contraddizione e non sempre con l'obiettivo di fare informazione.
La stesso avvenne 42 anni fa, cominciando dalla scelta delle BR con l'agguato in via Fani (Moro poteva essere rapito in modo meno cruento in altri luoghi che frequentava), con le lettere di Moro e i comunicati delle BR usati per lanciare messaggi da una parte e dall'altra.

Metteremo da parte anche il coronavirus, senza averne imparato la lezione, così come abbiamo messo da parte la vicenda Moro con tutti i misteri?

Un mistero che oggi, grazie alle rivelazioni di un pentito, non lo è più è quello della morte di Peppino Impastato: giornalista e tante altre cose che fu ucciso dalla mafia la notte del 9 maggio 1978, delitto su cui, anche per colpa di lacune investigative (o peggio) fu montato un depistaggio.
Impastato era morto mentre preparava un attentato.

Non era vero: la mafia, Tano Badalamenti, non accettava più le sue denunce contro il boss, Tano seduto, contro la giunta comunale (mafiopoli, la chiamava).

Con Aldo Moro (e in parte con Peppino Impastato), lo stato ha dimostrato di non voler processare sé stesso.
Farà lo stesso anche col coronavirus?

12 maggio 2019

Un gioco al rialzo


In un gioco al rialzo, il capitano ha alzato la posta: non basta un decreto sicurezza? E allora noi facciamo il bis. Al momento è solo una bozza, una sorta di monito agli alleati del 5 stelle e una minaccia al paese: in esso si prevedono multe da 5000 euro a chi salva in mare un migrante.

Un numero che evoca altri tempi del nostro passato: 5000 lire era la cifra che le SS pagavano a chi dava informazioni per catturare una famiglia ebrea.
Ricompense analoghe anche per quanti facevano le spie contro soldati alleati o partigiani



Non proprio una cosa bella da parte di un ministro che cerca (inutilmente) di prendere le distanze da certe nostalgie fasciste.
Perché siccome lui non è fascista, considera il 25 aprile un derby tra comunisti e fascisti, mettendoli sullo stesso piano e di fatto, qualificando come una forza politica come le altre quanti oggi sventolano simboli fascisti, alzano il braccio col finto saluto romano, evocano Mussolini (quello che fece cose buone).

Siccome lui non è fascista è andato a Corleone il 25 aprile (e non il 26 o il 24) ad inaugurare un commissariato. Pochi giorni fa ho ricordato l'anniversario della morte di Peppino impastato, ucciso dalla mafia perché aveva osato, dalla sua radio denunciare i mafiosi e i politici mafiosi seduti nel maficipio (municipio) di mafiopoli, Cinisi.

A Cinisi c'era una stazione dei carabinieri e sulla sua morte indagarono pure i carabinieri di Palermo, l'allora maggiore Subranni.
Eppure l'inchiesta fini in una archiviazione, per i depistaggi, per una soluzione di comodo secondo cui Peppino, il terrorista, era morto mentre preparava attentati.

Se ci insegna qualcosa, la storia di Peppino, è che polizia e carabinieri, come anche giudici e magistrati, servono in parte a risolvere il problema della lotta alla mafia.
E lo stesso vale se vogliamo cambiare le cose in Europa: su Repubblica in prima pagina oggi si parla di un fronte unico da Macron a Tispras contro i sovranisti.
Lo stesso Macron che ci ha chiuso le frontiere a Ventimiglia, che forse ora darà risposta alle proteste nelle piazze di Parigi, coi suoi gendarmi che sconfinano talvolta in Italia.
Un fronte unico dal PSE fino ai liberali per dialogare col PPE, il partito di Orban. L'amico di Salvini.

Anche questo, come il finto decreto sicurezza, mi sembra solo un voler alzare la posta del gioco.

09 maggio 2019

Lo statista e il piccolo grande siciliano

Il piccolo siciliano pazzo, Peppino Impastato che voleva combattere la mafia senza nascondersi, a viso aperto, prendendo pure in giro il boss locale, Tano Seduto capo di mafiopoli.
E poi il presidente della DC Aldo Moro, colpevole di aver aperto il dialogo col partito comunista, per un governo di unità nazionale.
Entrambi uccisi perché si erano permessi di sfidare un potere che stava sopra di loro e sopra lo Stato, entrambi delitti pieni di depistaggi e misteri.
Quello di Peppino Impastato si è chiarito solo anni dopo, quando Salvatore Palazzolo boss pentito, ammise il delitto di mafia. Altrimenti, grazie al lavoro dei carabinieri, il caso era archiviato come una morte accidentale, mentre stava preparando un improbabile attentato.

Per la morte di Aldo Moro i misteri e le zone d'ombra ancora persistono: causa delle soluzioni di comodo (per lo Stato, per la DC, per le BR) che sono diventate verità ufficiale.
Le BR che avrebbero dovuto rendere pubblico tutto quanto Moro raccontava ai carcerieri, di fatto hanno contribuito al mistero, al silenzio, al proliferare dei segreti.

Oggi Moro, e in modo diverso, Impastato, sono usati come icone, di una politica seriosa che non abbiamo più, e come icona di un'antimafia militante.
Un'antimafia cioè che non si limita alle solite parole di circostanza, che si limita a qualche parolina contro i boss ma poi fa finta di non vedere scandali, politici a braccetto coi boss portatori di pacchetti di voti.

Su Moro suggerisco la lettura dell'articolo uscito oggi sul Fatto Quotidiano, a commento del saggio di Rita di Giovacchino "Il libro nero della Repubblica": si parla del covo dove il presidente DC avrebbe trascorso gli ultimi giorni di prigionia, nel ghetto di Roma, vicino via Caetani.
L'indagine di Imposimato si interruppe prima di arrivare a qualche risultato, si basava su una piantina attribuita ad Adriana Faranda ..



09 maggio 2018

L'impronta di Moro e Impastato

Stride col racconto del quotidiano, questa giornata in ricordo delle vittime del terrorismo.
Dovremmo parlare di Peppino Impastato, il piccolo siciliano che col suo coraggio e la sua incoscienza è oggi ricordato come un eroe.
Sopravvissuto al tritolo della mafia, alla condanna a morte del boss Badalamenti (di uno come lei ce ne vorrebbe uno per ogni angolo della strada ..), al depistaggio e alle finte indagini dei carabinieri, all'ingiuria di essere considerato un terrorista.
La sua colpa, non aver avuto il buon senso, comune a tanti siciliani e anche a tanti italiani, di non chinare il capo, di non far finta di non vedere la mafia, i boss a braccetto con sindaci, assessori, signorotti locali.

Dovremmo anche parlare di Aldo Moro, vittima del terrorismo e di una ragione di Stato usata come alibi per fermare la sua visione, anche questa da pazzi verrebbe da dire, di svecchiare la politica italiana, sbloccarla da quei vincoli che, dopo Yalta, avevano portato ai governi della DC e degli alleati, impedendo un cambiamento, un rinnovamento.
Un rinnovamento che poteva arrivare solo portando il PCI (e i suoi milioni di elettori) dentro l'area di governo.
  
Nel giorno in cui si ricordano le vittime di mafia e terrorismo e, in particolare, di queste due persone, dobbiamo assistere ad una politica svuotata di valori e di ideali.
Una politica affidata ad un leaderismo sterile, da caminetto, in cui la politica è solo questione di tifo, o con me o contro di me.
Nessun slancio, nessuna pazzia alla Peppino Impastato, nessuna visione a lungo termine ma solo un eterno presente, preoccupandosi delle prossime consultazioni.

Siamo passati dalla mafia è una montagna di merda alle ruspe e agli apriscatole.
Alle slide, ai gufi e ai rosiconi: una politica dove non ci si incontra, ma si scontra a colpi di tweet e post.

Sono passati 40 anni da Moro e Impastato: ogni sera, in questi 55 giorni dal 16 marzo, blob ha trasmesso in prima serata, spezzoni di storia, testimonianze, filmati in bianco e nero.
40 anni fa, un'intera era geologica.
Un periodo in cui non siamo riusciti a fare luce del tutto sui misteri della loro morte.
Ma il loro pensiero, la loro impronta sulla nostra storia, è rimasta intatta.

09 maggio 2017

A futura memoria - Peppino Impastato e Aldo Moro

Cento passi separavano la casa della famiglia Impastato da quella del capo mafia Tano Badalamenti, capo di Cinisi, comune di mafiopoli.
Comune dove tutti sapevano, dei traffici della droga, degli appalti finiti agli amici per l'autostrada Palermo Messina, per l'aeroporto di Punta Raisi.
Ma tutti tacevano, per paura, per timore, perché è sempre stato così.
Perché a dire in faccia (o su un giornale, o attraverso la radio) ad un mafioso che è "tano seduto", ridicolizzare lui e la mafia, quella montagna di merda, ci vuole coraggio.
Meno coraggio l'ha avuto la mafia quando lo ha rapito e ucciso, inscenando quel finto suicidio grazie anche al contributo dei carabinieri.
Il coraggio, la forza, l'ingenua pazzia di Peppino Impastato sono stati riscattati anni dopo, dal pentimento del boss Badalamenti.

Peppino, illuso, voleva combattere la mafia senza nascondersi: la mafia che faceva e fa comodo a molti siciliani e non, politici e non. Perché da tranquillità, perché porta voti, perché aiuta negli affari..

Nello stesso giorno in cui si ricorda il piccolo grande eroe di Cinisi, si ricorda anche la morte del presidente DC Aldo Moro, l'ideatore delle convergenze parallele tra i due grandi partiti di massa, comunisti e democristiani, per cercare di tirar fuori la politica italiana dall'immobilismo.
"Il meno implicato di tutti", lo definì Sciascia nel suo saggio l'Affaire Moro, dove affrontava tutti gli enigmi del rapimento e della prigionia: le lettere, il covo, l'atteggiamento della DC e del PCI che non accettarono alcuna trattativa.

Oggi, almeno lasciamo da parte tutte le polemiche sterili, almeno per una sorta di rispetto verso lo statista democristiano, ucciso dalle BR (e anche dallo stato) e verso Peppino, ucciso perché lo stato aveva delegato quella parte di Sicilia alla mafia.

A futura memoria, se la memoria ha futuro..

09 maggio 2016

Roma Palermo, 9 maggio 1978: lo statista democristiano e il giovane siciliano


Palermo, aprile 1978 
Si riunisce cosa nostra, l'altro stato 
Spiega Bontade: «A Roma non sanno che cosa fare e ci chiedono aiuto. Ma un piano c'è: noi abbiamo Masino Buscetta in carcere a Milano. Ce lo facciamo trasferire a Torino – a questo pensano loro – dove ci sono tutti i capi delle Brigate Rosse che sono a processo. E Masino ci parla, voi sapete che è bravo, e si fa dire dove tengono Moro. Se non ci riesce con le buone, organizza una rivolta nel carcere, li afferra e e lo fa dire con le cattive. Se non funziona neanche quello, i carcerati propongono uno scambio, Moro al posto di Curcio.» 
Intorno c'è perplessità: «Ci esponiamo troppo». 
Bontade: «Sapete, è un favore che gli facciamo». 
Di Cristina è molto d'accordo. Michele Greco medita: «C'è Pippo Calò, a Roma, che ci dice di fare attenzione, perché secondo lui neanche la DC lo vuole tirare fuori. Dice che poi diventa un ingombro anche per loro». 
Bontade cerca di insistere: «E' un favore che gli facciamo ..» Nettamente contrario è invece Salvatore Riina. Il suo concetto dello Stato è molto diverso: «A me quel Moro non piace, non mi è mai piaciuto. Lui vuole portare i comunisti dentro il governo, e questo non è un bene per la Sicilia. Noi non ci dobbiamo entrare in queste cose». Anche Michele Greco si allinea. Di Cristina guarda Riina e lo sguardo che riceve non gli piace. 
Decidono di dire né si né no, che equivale a no. Prima di sciogliersi viene sollevato il caso di Gaetano Badalamenti, il capo famiglia di Cinisi. Dice che un suo nipote comunista, Peppino Impastato, che ha fatto una radio e parla alla radio contro di lui, gli manca di rispetto, lo fa apparire ridicolo, e che non riesce a farlo smettere. Lo stato siciliano scioglie la sua riunione, Michele Greco bacia e saluta tutti. 
Ognuno se ne sale sulla sua BMW con qualche pensiero in più.[Dalle testimonianze di Tommaso Buscetta al processo contro Andreotti] 
Roma-Palermo, 9 maggio 1978 
Le uccisioni di Aldo Moro e Peppino Impastato 
La mattina i giovani brigatisti che lo detengono da 55 giorni in un cubicolo dentro la «prigione del popolo» invitano il presidente DC a rivestirsi con la grisaglia che indossava il 16 marzo, il giorno che avrebbe dovuto segnare la svolta storica della politica italiana. Nel risvolto dei pantaloni Anna Laura Braghetti ha messo un po' di sabbia che lei stessa è andata a prelevare sulla spiaggia di Focene, per confondere gli investigatori. 
Moro ha la barba lunga di alcuni giorni. Viene portato in un garage e fatto accomodare nel bagagliaio di una Renault 4 di colore rosso. Gli sparano Mario Moretti, Prospero Gallinari e Germano Maccari. Poi la macchina si muove con il cadavere nel centro storico di Roma. 
Uno dei medici legali che vedrà il cadavere dirà: «Aveva un'espressione trasognata». 
Nella notte precedente, nel piccolo e sconosciuto paese siciliano di Cinisi, Cosa Nostra rapisce il giovane Peppino Impastato, «quello che mancava di rispetto». Lo uccidono e lo depositano sui binari della ferrovia. I carabinieri lo trovano la mattina e comunicano la morte di un terrorista rosso, mentre stava per compiere un attentato.Patria, 1978-2008 Enrico Deaglio

Strano paese l'Italia, che ha bisogno di eroi e di figure da venerare post mortem.
Paese dove, in quel maggio 1978, i destini di due persone quanto mai distanti si intrecciarono: il presidente della DC Aldo Moro, ministro, presidente del Consiglio, che aveva saputo far navigare il paese nelle torbide acque degli scandali, dei colpi di stato, delle stragi di Stato.
E il ragazzo nato e cresciuto in un piccolo paese di provincia, Peppino Impastato, cresciuto in una famiglia dove si respirava aria di mafia e che invece che adagiarsi in un destino familiare scritto, decide di combattere la mafia e il boss di Cinisi mettendoci la faccia.
Aldo Moro, rapito il giorno del giuramento del suo governo, il primo con l'appoggio esterno dei comunisti, finalmente sdoganati in barba a Jalta e alla guerra fredda. Rapito in un agguato in via Fani (con la strage della sua scorta) che ancora oggi solleva tanti misteri, in cui l'unica verità rimasta è quella dei brigatisti.
Rapito e lasciato in mano alle brigate rosse per 55 giorni in cui tra stato e br avvenne una lotta o forse una trattativa a colpi di comunicati (veri o falsi come quello di Cucchiarelli e del lago della Duchessa).
Moro fatto ritrovare cadavere in una Renault R4, in via Caetani, tra Botteghe oscure (sede del PCI) e via del Gesù (sede della DC), centro Roma. Anche qui, come per l'agguato, in una ricostruzione di Moretti e Morucci che fa acqua da tutte le parti.

Peppino Impastato aveva la sola colpa di essere “sanguepazzo”, era cresciuto a fianco di un comunista, il pittore Venuto, che l'aveva educato alla bellezza, con le poesie di Majakóvskij (“non rinchiuderti partito nelle tue fredde stanze..”).
Alla lotta a fianco dei più deboli, contro i soprusi e i lavori fatti dal comune per favorire gli amici della mafia, come l'aeroporto di Cinisi o l'autostrada Cinisi Mazara del Vallo (che passava sui terreni di amici degli amici e che veniva pagato a caro prezzo).
Ma Peppino aveva una colpa ancora più grave: non aveva il buon senso di abbassare lo sguardo e la voce di fronte ai mafiosi, come il boss di Cinisi Gaetano Badalamenti (ne servirebbe uno per ogni angolo della strada, avrebbe detto Andreotti secondo Tommaso Buscetta).
Voleva cambiare le cose e per questo nella sua radio colpiva i boss e il sindaco di “mafiopoli” prendendoli in giro, mancandoli di rispetto.

Aldo Moro e Peppino Impastato, Palermo e Roma che si intrecciano, come si intrecciano potere mafioso e potere politico, entrambi uccisi perché si erano messi in mezzo ad uno status quo, che non poteva essere cambiato.
Due storie senza giustizia: dei misteri del rapimento di Moro, sulla sua vera prigione (non il covo in via Montalcini), sulla sua morte, sui veri componenti del commando, sugli intrecci tra caso Moro e P2, la presenza di Gladio e del “Noto servizio”, del comitato di crisi di Cossiga .. se ne occupano ormai solo gli storici e qualche giornalista in qualche saggio che esce in stampa.
Quello che è stato uno dei punti cardine della nostra storia, che ha consegnato il paese al pentapartito non interessa la politica, che ha cercato solo di “pacificare” e dimenticare.

Di Peppino Impastato e della sua morte, archiviata come incidente mentre stava organizzando un attentato, non se ne è proprio parlato per anni fino a che, nel 1997 un pentito ammise che quello di Impastato fu un omicidio voluto da Badalamenti e portato in quella commissione della mafia di cui all'inizio.

Omicidio archiviato dal maggiore dei carabinieri Subranni, il carabiniere che secondo Agnese Borsellino sarebbe stato “punciuto”.

Moro, le convergenze parallele, la DC e i comunisti.
Moro e il rapimento e gli interessi della mafia (e anche dei boss della banda della Magliana).
Moro e le Brigate Rosse, le strane versioni di comodo dei brigatisti che diventano verità ufficiale.
La DC e i capibastone al sud, con la mafia, con i boss.
La mafia e quel piccolo siciliano che non ne voleva proprio sapere di avere il buon senso di starsene zitto di fronte alla mafia.
Strano paese, questo, dove tutto si intreccia.

09 maggio 2015

Una vita contro la mafia (la forza del buon senso)

Peppino Impastato non aveva il buon senso di guardare dall'altra parte per non vedere la mafia. Per non vedere i boss che comandavano in comune, decidevano a chi dare gli appalti per le opere pubbliche, trafficavano in droga, compravano i politici garantendo i pacchetti di voti prima delle elezioni.
Era ancora una mafia che sparava e uccideva, che ancora non era entrata dentro il mondo dell'economia, delle imprese.
Eppure, nonostante questo, Peppino dalla sua radio non si era fermato nel denunciare e nel prendere in giro i mafiosi, proprio per quel buon senso che è proprio della brava gente, della maggioranza silenziosa.
Peppino faceva nomi e cognomi, a cominciare da don Tano Seduto, passando per il sindaco di Cinisi per arrivare a ricordare i mafiosi dentro la sua famiglia.
Cento passi separavano la sua casa da quella di don Tano, a Cinisi lo sapevano tutti chi fosse.
Peppino è morto in una notte, dilaniato da una bomba che lui stesso stava preparando, l'8 maggio 1978.
Per anni si è detto, perché le indagini dei carabinieri a questo avevano portato, che Peppino prima aveva sbattuto la testa contro un sasso, poi si era legato la dinamite attorno al corpo e poi si era ammazzato.



 “Peppino si è suicidato, dicono; domani non leggerete la notizia della sua morte. Anzi non leggerete proprio niente, perché domani i giornali parleranno di una notizia molto più importante. Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse... Spegnetevela questa radio, voltatevi dall'altra parte. Perché diciamolo, niente può cambiare qui a Cinisi .. Voi avete la forza del buon senso, che evidentemente Peppino non aveva. Diciamolo una volta per tutte: a noi la mafia ci piace, perché ci da sicurezza .. e tu Peppino Impastato sei stato solo un illuso!!”. [dal finale de I cento passi di M. T. Giordana]
Dopo tanti anni si venne a sapere la verità. L'omicidio voluto dallamafia, la messa in scena. E forse un giorno scopriremo che forse anche le indagini dei carabinieri presero una certa strada troppo in fretta ..
Oggi, il maggiore telegiornale della Rai, servizio pubblico, ha dedicato due parole di numero, in ricordo della sua memoria.
Troppo presi a ricordare le beghe interne al partito di maggioranza e di governo. Le elezioni in Inghilterra. Il ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani.

La memoria, la ricerca della verità, la giustizia.

Tutte belle parole che però, in bocca a certe persone, quelle sì, piene di buon senso, fanno una strana impressione.
Politici che voltano la testa dall'altra parte o, peggio, la cercano proprio la mafia. I suoi servizi, i suoi voti.
Perché ci sono le elezioni (regionali), perché bisogna vincere e non importa se tizio è indagato. Se caio ha in casa un fucile calibro 12. Se quell'altro ancora ha abbracciato il boss...

Tano Badalamenti è morto coi suoi segreti.
Peppino no: le sue idee hanno continuato a camminare con le gambe di altre persone che, illuse pure loro, pensavano e pensano che con cosa nostra (e la camorra e la ndrangheta) non ci sia niente da spartire.
Purtroppo, la politica ancora deve compiere i suoi passi nella lotta alla mafia, per la confisca dei beni, sul voto di scambio, sulla trasparenza degli appalti.

09 maggio 2014

Il giorno delle vittime del terrorismo

Avrebbero mai immaginato di essere ricordati assieme, nella stessa giornata,Peppino Impastato e Aldo Moro?
Il primo, un giovane e illuso giornalista siciliano, figlio di un mafioso che voleva scrivere sul suo giornale che la mafia è una montagna di merda. 
Che aveva trasformato tano seduto, padrino di Cinisi, l'uomo che abitava a 100 passi da casa, in una macchietta nelle sue trasmissioni su radio out.



L'altro, lo statista, il presidente della Democrazia Cristiana, il partito del grande centro ma anche dei grandi scandali. L'uomo di Stato che lo stato decise di sacrificare in nome di una non credibile ragione di stato. Perché con i terroristi non si tratta, non si fa nemmeno finta, a meno che non si tratti di un ras dc del sud come Cirillo. Il politico del compromesso storico, che aveva difeso la DC dagli scandali in aula, mettendoci la faccia. "Il meno implicato di tutti", scriveva Sciascia nel suo libro "L'Affaire Moro".



Oggi, nella giornata delle vittime del terrorismo, stanno uno accanto all'altro. 
Aldo e Peppino. 
Sui giornali di oggi, in tanti li hanno dimenticati.
Ci sono state le celebrazioni, i soliti rituali, che tendono a trasformare gli uomini in eroi, in immaginette sacre, dimenticandosi delle loro parole e della loro vera storia.

09 maggio 2013

Da Andreotti a Moro a Impastato

Mi chiedo come faranno gli uomini delle istituzioni, che l'altro giorno hanno ricordato l'ex senatore a vita Andreotti, il condannato (prescritto) per mafia, a ricordare oggi il presidente della Dc Aldo Moro, per l'anniversario dei 35 anni dalla sua morte.
E anche, magari in tono minore poiché si tratta di una vittima della mafia, di Peppino Impastato.

Il siciliano ribelle che non voleva chinare il capo alla mafia di Cinisi, di Tano Badalamenti. Capo della cupola mafiosa di cui parla proprio la sentenza di condanna di Andreotti.

Si può essere dentro o fuori dalle istituzioni, dalle leggi, dalla Costituzione. Non si può essere un pò e un pò.
Come certi padri costituenti condannati per evasione che vorrebbero riformare lo stato.

11 settembre 2009

Cose che succedono in Lombardia

Il sindaco leghista di Ponteranica decide di togliere la targa dedicata a Peppino Impastato dalla biblioteca del comune.
Brutta cosa l'ingnoranza (vogliamo dare il beneficio del dubbio al sindaco e non parlare di mafia):
"Meglio onorare personalità locali".
Passa in modo bipartisa la legge sulla caccia in regione (il PD ha disertato l'aula), in deroga.
L'Unione Europea aveva già chiesto alla corte di giustizia, di multare l'Italia per la stessa legge che estende la possibilità di caccia a specie protette.
Chi pagherà la multa?
Si dice che la Lombardia non è proprietà di Formigoni (o della Lega): ecco, se ci fosse una opposizione, è questo il momento di farsi sentire.