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18 marzo 2024

Presadiretta –Stop ai veleni

È il più grave caso di inquinamento di una falda idrica in Europa, che coinvolge 350mila persone nel Veneto. Si tratta dell’inquinamento per PFAS da parte di dell’azienda Mitemi: ma oggi altre regioni, altri corsi d’acqua sono inquinati da PFAS, la cui bonifica ci costerà cara, non solo in termini economici.

Ma ci sono alternative ai PFAS nell’industria?

L’inquinamento da PFAS in Veneto

Il legame tra l’atomo di Carbonio e quello di Fluoro, alla base dei PFAS, è indissolubile, furono inventati ai tempi del progetto Manhattan e oggi sono usati ovunque, dalle padelle antiaderenti ai tessuti.

In Veneto la Mitemi è oggi a processo per l’inquinamento di una falda, per le mancate bonifiche: il più grande processo per reati ambientali ma, come racconta Philippe Grandjean (chiamato a testimoniare al processo), i PFAS stanno già creando danni mortali nella popolazione.

I PFAS passano dalla mamma al feto, che viene intossicato già nel grembo: le mamme nel Veneto si sono così associate per poter avere acqua pulita, sono le mamme no-pfas, che Presadiretta aveva incontrato sin dal 2016.

Chiedono alla regione la bonifica di questa zona, perché questa azienda ha avuto grandi profitti e le bonifiche sono ancora a carico del pubblico. Non solo, la fabbrica continua a sversare inquinanti nella falda.

I bambini nati qui hanno valori di colesterolo alto, problemi di diabete, problemi alla tiroide: “sappiamo di avere una bomba ad orologeria dentro”, dice a Presadiretta una mamma.

Il professor Grandjean spiega meglio i rischi dei PFAS: “queste molecole [del PFAS] non si rompono perché servono temperature di almeno mille gradi per distruggerle.. questi inquinamenti possono aumentare il colesterolo, contribuire al diabete e all’obesità, influenzano la funzione della tiroide, la fertilità, forse anche il sistema nervoso centrale. In una gravidanza possono causare aborti spontanei o un basso peso del bambino e certamente i PFAS aumentano il rischio di cancro ai reni, probabilmente anche al seno e ai testicoli e alla vescica. Perché agiscono sul sistema immunitario che ha l’importantissima funzione di eliminare le cellule disfunzionali, quindi il nostro corpo non si può difendere dal cancro.”

L’agenzia internazionale del cancro ha confermato le parole di Grandjean: una pessima notizia per le persone che queste sostanze, i PFAS, le hanno già nel sangue. E i bambini, ancora nella placenta, hanno dosi ancora più massicce.

I ragazzi dentro la zona rossa in Veneto devono sottoporsi a degli screening, in particolare per capire l’impatto sulla loro fertilità: i PFAS non solo uccidono, ma tolgono anche il futuro a questo territorio.


Servirebbe un rapporto epidemiologico completo per stabilire la correlazione tra PFAS e malattie: ancora non c’è, nonostante regione e ministero avessero lavorato assieme nel 2018, ma poi tutto il lavoro fu fermato. LA regione – racconta il dottor Crisanti – ha scelto di non vedere, per non dover prendere delle decisioni.

Ma questo disastro era evitabili? I primi studi sul PFAS erano noti dagli anni 70: gli effetti avversi erano noti, purtroppo, in base a studi sugli animali e sugli uomini. Sono studi fatti dalla 3m e dalla Dupont, condivisi alla Mitemi: la Dupont iniziò ad acquistarlo dalla 3m, ha incrementato la produzione

Ma l’inquinamento da PFAS non è limitato alla sola regione Veneto, dove i pFAS continuano a distruggere l’ambiente.

Francesco Bertola è il presidente dell’ISDE in Veneto: a Presadiretta racconta di come l’inquinamento continua ad andare avanti anche solo perché l’acqua del rubinetto viene usata per innaffiare l’orto. Ad essere inquinata non è solo l’acqua, il terreno, nel cibo.

A Monza, all’istituto del CNR che analizza le acque inquinate, hanno analizzato le acque di un pozzo di una abitazione nella zona rossa: l’acqua inquinata contamina i cibi se usata per la cottura, se usata per pulire gli ortaggi. Non c’è scampo al PFAS, anche se si abita lontano dai luoghi inquinati, perché sono tanti i prodotti realizzati con i PFAS.

Mobili trattati con PFAS, il cartone della pizza, le padelle, la tappezzeria (perché non assorbe l’acqua), nei vestiti, nelle carte da forno, la carta igienica.

Il forever pollution project, uno studio promosso da Le Monde ha rivelato che il PFAS è diffuso in tutta Europa: la mappa dello studio copre tutto il continente, la sua rimozione richiederebbe cifre enormi, sarà la bancarotta della società moderna, anche gli stati ricchi andrebbero in default.

In Italia ci sono gli inquinamenti nelle zone dove erano presenti industrie chimiche, ma ci sono tracce di inquinamento anche in Toscana.

A Pistoia nel distretto dei vivai, a Prato nel distretto tessile, a Pisa dove si lavora il cuoio a San Miniato, il distretto conciario in zona Santa Croce sull’Arno e infine il distretto cartaio a Pisa.

In tutte queste zone, in tutti i campioni sono state trovate tracce di PFAS, dove gli impianti di depurazione sono inefficaci nel filtrare queste molecole.

Giuseppe Ungherese di Greenpeace racconta del far west normativo in Italia, non esistono dei vincoli per legge per i PFAS, perché la politica ha sempre sottovalutato questo problema.

Ma anche in Europa non si sta bene: servirebbe una legge europea per vietare il PFAS in toto, ma le aziende stanno facendo pressioni per bloccare questa legge. L’Italia non sta facendo pressioni per fare questa legge, nonostante proprio nel nostro paese sia avvenuto il grave caso di avvelenamento in Veneto.

Ma l’industria continua a lavorare coi PFAS: in Piemonte la Solvay è al centro del caso di Montecastello, ad Alessandria.

Qui l’ARPA ha trovato PFAS nei pozzi della zona e nell’acquedotto: sono i fluoruri di nuova generazione prodotti dalla Solvay stessa, l’azienda sostiene che sono meno dannosi.

Il comune aveva speso 400mila euro per costruire questo pozzo che ora non può essere usato, ma l’azienda non si ritiene responsabile (spiegando di essere troppo distante dal pozzo), aggiungendo di ritenere sicuro il limite di 7 microgrammi/litro. Ma Solvay non può sostituirsi ad Arpa o ai medici: i ricercatori del CNR stanno lavorando sul caso di Montecastello non credono all’azienda e ora hanno deciso di monitorare l’acqua dei fiumi, le uova dei pesci e in generale degli animali che si muovono attorno a questa zona.

La contaminazione da PFAS è confermata anche da ARPA Alessandria: sono presenti nell’aria, nell’acqua e nei terreni anche lontani dal polo industriale. In assenza di valori limite di riferimento non c’è modo di stabilire quanto ampia sia l’area inquinata.

Questo inquinamento dell’aria e dell’acqua porta patologie al fegato, tumori renali, problemi a carico dei bambini: lo racconta a Presadiretta l’epidemiologa Cristiana Ivaldi dell’Arpa Piemonte – “mi dispiace quando si sente parlare dell’Ilva e si dice, ma come si è arrivato a questo? Si è arrivati per inerzie di anni di chi doveva controllare e non l’ha fatto, chi doveva intervenire e non l’ha fatto . A noi interessa tutelare la salute delle persone e quindi se qualcuno dice che non c’è niente, approfondiamo, se non troviamo niente non c’è problema. Io se mi fermano ad un posto di polizia e ho la coscienza pulita, non ho paura a fermarmi per farmi controllare”.

Cristiana Ivaldi aspetta il mandato della regione per proseguire l’indagine epidemiologica: ma in Piemonte come nel Veneto questa indagine manca, così le analisi sulla salute degli abitanti di Spinetta, a ridosso dello stabilimento della Solvay, arrivano da un team giornalistico belga.

Oggi contro questo inquinamento si stanno mobilitando i comitati dei cittadini, come quelli di Spinetta: sono persone arrabbiate contro le istituzioni, ma anche preoccupate perché questo inquinante c’è ma non si vede.

Chiedono lo stop dell’azienda Solvay, una legge nazionale sullo sversamento di inquinanti nelle acque dei fiumi e nell’aria.

Di fronte a certe malattie non si può far finta di niente – racconta una ragazza di Spinetta i cui genitori sono morti per tumore – come faccio a fare un figlio qui?

L’indagine epidemiologica al momento non è stata fatta – racconta il sindaco di Alessandria – perché mancano i soldi e perché non avrebbero gli strumenti.

Nel frattempo la regione sta facendo un’analisi muovendosi a cerchi concentrici, partendo dagli abitanti a ridosso dello stabilimento: come mai si sono aspettati cinque anni, però?

L’assessore all’ambiente in Piemonte spiega che già a marzo dovrebbero arrivare i primi dati, ma il tempo passa e gli inquinanti restano.

Già nel lontano 2007 uno studio europeo sospettava che la multinazionale Solvay contaminasse le acque del Po col il PFOA, il composto ora vietato in quanto ritenuto cancerogeno. Presadiretta ha rintracciato l’autore dello studio Michael Mc Lachlan: “abbiamo prelevato campioni dai principali fiumi europei e abbiamo calcolato il contributo totale di tutti questi fiumi, la quantità totale di PFOA che entrava negli oceani e abbiamo scoperto che il fiume Po contribuiva per i due terzi al totale di tutta l’Europa o, in altre parole, che c’era il doppio di PFOA che scorreva nel fiume Po rispetto a tutti gli altri fiumi che avevamo studiato tutti insieme”.
Perché il PFOA era nel fiume Po?
“Eravamo sicuri che ci fosse una fonte industriale perché i livelli erano così alti e poi abbiamo identificato Solvay come probabile fonte di queste sostanze chimiche, perché sapevamo che produceva sostanze chimiche perfluorurate per quel bacino idrografico. Solvay era un partner del progetto in cui eravamo coinvolti, così gli abbiamo scritto informandola dei nostri risultati e chiedendole di indagare. Ci hanno risposto con una lettera in cui spiegavano che la loro azienda non poteva essere la fonte della contaminazione ”

Secondo l’azienda le fonti di inquinamento erano plurime, negando le loro responsabilità: dopo quella lettera, però, Solvay non mandò altre comunicazioni a Mc Lachlan. Solvay sapeva, dunque, era già stata avvisata dei rischi nel 2007.

Nella lettera a Presadiretta Solvay scrive di voler dismettere l’uso dei PFAS. Ma la battaglia per distruggere i PFAS è lunga e costosa

Presadiretta ha visitato la centrale idrica Acque Veronesi, di Madonna di Lonigo a Vicenza, nell’epicentro dell’inquinamento per PFAS. Fornisce acqua potabile ad un bacino di 50mila persone, sono stati i primi a pulire l’acqua da PFAS installando dei filtri a carbone attivo, ricavati dalle noci di cocco. Nella centrale ci sono 20 filtri, enormi, ciascuno contiene 13mila kg di carbone attivo, che continuano a depurare le acque che continuano ad essere ancora inquinate.

Ma i filtri costano, circa 1,5 ml di euro l’anno, perché i carboni attivi devono essere cambiati spesso (una volta al mese): tutto questo è a carico dei contribuenti in bolletta. C’è poi il tema della rigenerazione dei filtri, per distruggere le molecole sul carbone (con processi che richiedono temperature molto elevate) e poterli riusare e anche questo ha un costo.

Al Politecnico di Milano la dottoressa Silvia Franz sta studiando processi alternativi per distruggere il PFAS: si studia il biossido di Titanio, per degradare i PFAS, arrivando a del materiale di scarto su cui si stanno facendo analisi per capire quanto siano ancora inquinanti.

Il tema delle bonifiche è sentito anche in Danimarca, dove Presadiretta ha visitato il più grande centro di studi sul PFAS (PFAS test center): il centro sorge accanto ad un centro di addestramento per vigili, che scaricava nel fiume le schiume dove era presente questo inquinante.
Si studia la cattura di PFAS tramite bolle d’aria presenti nell’acqua: qui lavora il professor Dondero, che sta lavorando sui PFAS a catena corta, composti più difficili da rilevare e su cui si conosce poco dei danni che possono provocare.

A Presadiretta il professor Dondero spiega che va regolato sia l’uso a breve termine, che gli impatti nel lungo termine, cosa succede nei terreni se rimane questo inquinante per anni.

Va limitato l’uso del PFAS, adesso, anche in luoghi un tempo incontaminati, come l’Artico, dove ad essere contaminati sono le persone e anche gli animali. Tutta la catena alimentare ha al suo interno i PFAS: perché le persone devono pagare questo prezzo, noi non abbiamo inquinato questi territori – racconta il dottor Grandjean a Presadiretta – ritrovato nelle isole Far Oer.

Un mondo senza PFAS è possibile: si possono fare pentole antiaderenti, giacconi repellenti all’acqua senza PFAS. Lo ha raccontato l’ultima parte del servizio: produrre senza PFAS si può, ma conviene anche.

La Pure Print produce contenitori per prodotti alimentari senza PFAS in Danimarca (che è PFAS free dal 2020): usano prodotti compostabili, come carta o cartone. Hanno cambiato produzione sin dal 2007, per rimanere sul mercato, per realizzare un prodotto sostenibile: il prodotto ha costi maggiori, ma i loro prodotti hanno una resa molto promettente.

La Coop danese, la catena di supermercati, ha fatto sparire i prodotti coi PFAS dai loro scaffali, senza aspettare che si muovesse la politica.

In Italia si stanno sperimentando pompe di calore e impianti di refrigerazione senza PFAS: i gas refrigeranti non sono pensati per essere emessi nell’atmosfera – racconta il professor Del Colle che nei suoi esperimenti sta usando gas naturali.

È quello che sta facendo la Epta Group, una azienda che si occupa di macchine per refrigerazione: anche loro non hanno aspettato la politica ma si sono mossi prima per un principio di precauzione.

Alla Daykem a Prato si stanno sperimentando tessuti impermeabili senza PFAS: le performance che stanno ottenendo sono anche superiori. Il responsabile dell’azienda è fiducioso, tra qualche anno potremmo arrivare ad un mercato PFAS free.

In Germania c’è l’azienda Vaude, specializzata nel vestiario per gli sport di montagna: i loro prodotti devono essere impermeabili.

Presadiretta ha intervistato Bettina Roth, responsabile del settore qualità di Vaude: usavano per i loro tessuti i PFAS per renderli impermeabili all’acqua che rimane in superficie e scivola via. Ora, dopo anni di ricerca, i tessuti di nuova generazione hanno la stessa idrorepellenza, ma non contengono i PFAS, ma usano una tecnologia in poliuretano: “non è vero che nel tessile ai PFAS non c’è alternativa, al giorno d’oggi non c’è motivo per continuare ad usarli, tante aziende li usano ancora perché è economico ed è più semplice”.

E i prodotti realizzati con questi tessuti funzionano in caso di pioggia, come ha testato direttamente il giornalista di Presadiretta.

Cosa aspetta l'Italia a seguire l'esempio di Danimarca e Germania, nel limitare l'uso di questi inquinanti, specie ora dove sappiamo tutti quanto è grande l'impatto sull'ambiente e sulla nostra salute?

Anteprima Presadiretta –Stop ai veleni

La puntata di stasera sarà dedicata ai PFAS, pericolosi inquinanti usati dall’industria in molti settori, dai vestiti alle padelle. Si è scoperto ora che sono arrivati nel nostro sangue: quali sono le conseguenze per il nostro organismo e come possiamo liberarcene?

Presadiretta aveva racconta della contaminazione del PFAS già nel passato: la sostanza usata ancora dalle industria (per esempio per le pentole antiaderenti ma anche l’industria conciaria) che aveva inquinato le false in Veneto nel silenzio delle amministrazioni, suscitando uno scandalo da parte delle associazioni ambientaliste (le mamme no pfas) e poi l’inchiesta della procura di Vicenza, culminata col maxi processo sul caso Miteni.

Durante il processo tenuto a Vicenza per l’inquinamento da PFAS, è intervenuto anche Philippe Grandjean massimo esperto degli effetti che questo inquinante ha sulla nostra salute.

Al processo contro la Miteni, l’azienda ritenuta responsabile dell’inquinamento e imputata per disastro ambientale e inquinamento delle acque, erano presenti molti rappresentanti delle parti civili, interessate a sentire la sua deposizione.

Ai giudici ha riportato il suo giudizio: “la mia posizione è chiara, l’inquinamento ha già avuto rispercussioni sulla salute pubblica come sappiamo dalla mortalità. L’esposizione ai PFAS su scala internazionale è eccezionale, direi addirittura scandalosa.. ”
Di fronte a Presadiretta ha spiegato meglio: “queste molecole [del PFAS] non si rompono perché servono temperature di almeno mille gradi per distruggerle.. questi inquinamenti possono aumentare il colesterolo, contribuire al diabete e all’obesità, influenzano la funzione della tiroide, la fertilità, forse anche il sistema nervoso centrale. In una gravidanza possono causare aborti spontanei o un basso peso del bambino e certamente i PFAS aumentano il rischio di cancro ai reni, probabilmente anche al seno e ai testicoli e alla vescica. Perché agiscono sul sistema immunitario che ha l’importantissima funzione di eliminare le cellule disfunzionali, quindi il nostro corpo non si può difendere dal cancro.”

La regione Veneto, il ministero dell’Ambiente e della Salute sapeva di questo inquinamento sin dal 2013: è quanto emerge dallo stesso processo dalle dichiarazioni degli esperti del CNR hanno condotto degli studi sui bacini fluviali conclusosi nel febbraio 2013 che abbracciano circa 30 comuni tra Padova e Vicenza:

«Ho iniziato a studiare i Pfas - ha detto rispondendo alle domande degli avvocati dei responsabili civili Cammarata e Scuoto, e di quelli di parte civile Ceruti e Tonnellotto - tra il 2007 ed il 2008 in seguito alla notizia di uno studio europeo del 2006. Ci sono voluti circa un paio d’anni per partire con il nostro progetto, ovverosia nel 2011. Nel Vicentino per i prelievi ci siamo fatti accompagnare da Arpav. Ma è stata nella seconda fase, quella conclusasi a febbraio 2013, che è venuta alla luce la maxi contaminazione da Pfas nelle acque superficiali coinvolgendo una trentina di comuni racchiusi tra i territori di Vicenza, Padova e Verona. Abbiamo individuato “Miteni” come principale fonte di pressione. Abbiamo indagato, per verificare eventuali altre sorgenti, anche il distretto conciario di Arzignano, ma le concentrazioni trovate sono state molto basse. Così pure per il distretto del tessile nella valle dell’Agno».

In precedenza è stato sentito il direttore tecnico di Arpav, Paolo Rocca, che ha più volte sottolineato di «non aver avuto un ruolo operativo» e, in riferimento agli anni passati, ha spesso eluso le domande degli avvocati della difesa.

Ma non c’è solo il Veneto col caso Miteni: anche in Piemonte, a Spinetta Marengo accanto allo stabilimento della Solvey, è avvenuto un inquinamento importante – lo racconta a Presadiretta l’epidemiologa Cristiana Ivaldi dell’Arpa Piemonte – “mi dispiace quando si sente parlare dell’Ilva e si dice, ma come si è arrivato a questo? Si è arrivati per inerzie di anni di chi doveva controllare e non l’ha fatto, chi doveva intervenire e non l’ha fatto . A noi interessa tutelare la salute delle persone e quindi se qualcuno dice che non c’è niente, approfondiamo, se non troviamo niente non c’è problema. Io se mi fermano ad un posto di polizia e ho la coscienza pulita, non ho paura a fermarmi per farmi controllare”.

Alcune anticipazioni del servizio sono già uscite sui quotidiani locali, dove la notizia dell’inquinamento e degli impatti sulla nostra salute sono più sentiti: dal sito Alessandria Today:

LA BATTAGLIA DI MARENGO

Alla fine di marzo dovremmo avere già i primi risultati del primo campione di persone che si sono sottoposte al prelievo”.

Ce lo dice Antonino Sottile, direttore della Sanità piemontese, nell’ambito dell’inchiesta di Presa Diretta dedicata all’inquinamento da PFAS nella provincia di Alessandria. La Regione ha appena cominciato il biomonitoraggio su un campione di abitanti delle zone limitrofe al polo chimico della Solvay. Il campione identificato dalla Regione Piemonte è per ora limitato ma, a quanto sostiene Sottile, potrebbe allargarsi per comprendere tutti gli abitanti e determinare il nesso di causalità tra malattie e inquinanti.

È proprio quello che manca per fare chiarezza sugli aumenti di malattie, ricoveri e mortalità nella popolazione di Spinetta Marengo. Nel nostro racconto parleremo della battaglia che stanno facendo i comitati della zona per completare lo studio epidemiologico pubblicato nel 2019, che doveva avere una fase conclusiva che il Comune di Alessandria, come afferma il sindaco Giorgio Abonante “non è minimamente in grado di finanziare da solo perché ha un costo molto alto”.
Nel racconto PresaDiretta ha acceso le telecamere anche su Montecastello, dove il sindaco Gianluca Penna “è stato costretto a chiudere un pozzo costato 400.000 euro, per la presenza nell’acqua del C6O4, PFAS di nuova generazione prodotto esclusivamente da Solvay“. I ricercatori dell’IRSA-CNR Stefano Polesello e Sara Valsecchi racconteranno quanto è difficile per la ricerca rincorrere le aziende sulle nuove molecole brevettate, che restano in produzione per anni e, quando si riesce a dimostrare la loro tossicità, come dice Polesello “è ormai troppo tardi” per fermare i danni della contaminazione su territorio e abitanti.

Dopo Veneto e Piemonte con l’inquinamento dei poli chimici di Mitemi e Solvay, Presadiretta racconterà dell’inquinamento da PFAS in Toscana: a Pistoia nel distretto dei vivai, a Prato nel distretto tessile, a Pisa dove si lavora il cuoio a San Miniato, il distretto conciario in zona Santa Croce sull’Arno e infine il distretto cartaio a Pisa.

Per sanare le acque nelle falde ci vorranno almeno 500 anni, sempre che si smettesse sin da ora di inquinarle: un tempo lunghissimo che dovrebbe far riflettere sulla pericolosità nell’uso dei PFAS da parte dell’industria.
In Veneto la regione ha dichiarato che, dopo aver interpellato l’Istituto Superiore della Sanità
è stata avviata la definizione degli aspetti utili all’avvio dello studio”, ovvero il rapporto epidemiologico che permetterebbe di stabilire chi ha inquinato e quando, rapporto che è atteso da troppi anni.
Le bonifiche hanno dei costi enormi, come anche i filtri per le acque inquinate: Presadiretta visiterà la centrale idrica
Acque Veronesi, di Madonna di Lonigo a Vicenza, nell’epicentro dell’inquinamento per PFAS. Fornisce acqua potabile ad un bacino di 50mila persone, sono stati i primi a pulire l’acqua da PFAS installando dei filtri a carbone attivo, ricavati dalle noci di cocco. Nella centrale ci sono 20 filtri, enormi, ciascuno contiene 13mila kg di carbone attivo, che continuano a depurare le acque che continuano ad essere ancora inquinate.

Il problema è che il tempo passa e gli inquinanti restano, già nel lontano 2007 uno studio europeo sospettava che la multinazionale Solvay contaminasse le acque del Po col il PFOA, il composto ora vietato in quanto ritenuto cancerogeno. Presadiretta ha rintracciato l’autore dello studio Michael Mc Lachlan: “abbiamo prelevato campioni dai principali fiumi europei e abbiamo calcolato il contributo totale di tutti questi fiumi, la quantità totale di PFOA che entrava negli oceani e abbiamo scoperto che il fiume Po contribuiva per i due terzi al totale di tutta l’Europa o, in altre parole, che c’era il doppio di PFOA che scorreva nel fiume Po rispetto a tutti gli altri fiumi che avevamo studiato tutti insieme”.
Perché il PFOA era nel fiume Po?
“Eravamo sicuri che ci fosse una fonte industriale perché i livelli erano così alti e poi abbiamo identificato Solvay come probabile fonte di queste sostanze chimiche, perché sapevamo che produceva sostanze chimiche perfluorurate per quel bacino idrografico. Solvay era un partner del progetto in cui eravamo coinvolti, così gli abbiamo scritto informandola dei nostri risultati e chiedendole di indagare. Ci hanno risposto con una lettera in cui spiegavano che la loro azienda non poteva essere la fonte della contaminazione ”

Ci sono alternative all’uso del PFAS nell’industria? Presadiretta ha intervistato Bettina Roth, responsabile del settore qualità di Vaude: usavano per i loro tessuti i PFAS per renderli impermeabili all’acqua che rimane in superficie e scivola via. Ora, dopo anni di ricerca, i tessuti di nuova generazione hanno la stessa idrorepellenza, ma non contengono i PFAS, ma usano una tecnologia in poliuretano: “non è vero che nel tessile ai PFAS non c’è alternativa, al giorno d’oggi non c’è motivo per continuare ad usarli, tante aziende li usano ancora perché è economico ed è più semplice”.

E i prodotti realizzati con questi tessuti funzionano in caso di pioggia, come ha testato direttamente il giornalista di Presadiretta.

A Prato il giornalista di Presadiretta Antonio Laganà racconterà una seconda esperienza positiva, quella dell’azienda chimica Daykem che nelle sue lavorazioni non fa uso dei PFAS.

La scheda del servizio:

Si possono trovare in uno smalto, negli imballaggi da fast food, persino nelle lenti a contatto: si chiamano Pfas, sostanze per-e poli fluoroalchiliche e sono stati definiti “inquinanti eterni” perché si trovano nell’acqua, nei cibi, addirittura si trasmettono di madre in figlio e per distruggerli è necessaria una temperatura di almeno 1000 gradi. “Presadiretta”, il programma di Riccardo Iacona in onda lunedì 18 marzo alle 21.20 su Rai 3, racconta questo nemico invisibile attraverso un viaggio nelle zone più contaminate in Italia e nel resto di Europa. Si parte dal Veneto, dove tutto è iniziato e dove la Miteni ha prodotto un tipo di Pfas per oltre 50 anni e ora deve affrontare un processo per disastro ambientale.
In Piemonte il gruppo chimico belga Solvay produce tuttora Pfas.
In Toscana una nuova indagine di Greenpeace conferma che alcuni distretti industriali contribuiscono alla contaminazione da Pfas delle acque superficiali. E poi nelle Isole Faroe, tra Gran Bretagna e Islanda, dove molti abitanti presentano tracce di Pfas nel sangue e dove il maggior esperto di queste sostanze, Philippe Grandjean sta conducendo una ricerca sugli effetti sul corpo umano.
Sulla pericolosità di queste sostanze si è interrogata l’Unione Europea: Norvegia, Svezia, Germania, Paesi Bassi e Danimarca hanno chiesto che i Pfas vengano vietati in blocco. L’Italia non si è pronunciata in merito, nonostante sia uno dei Paesi europei più inquinati dai Pfas. Migliaia di persone che vivono nelle zone contaminate soffrono di patologie anche mortali e l’industria sta cercando di correre ai ripari con nuove tecnologie per “vivere senza Pfas”. Ma liberarsi da queste sostanze tossiche non è facile e bonificare fiumi e terre avvelenati richiede un costo molto alto tanto che la giornalista di Le Monde Stéphane Horel ha detto: “l’inquinamento dei Pfas rappresenta la bancarotta dell’epoca moderna”.  
“Stop ai veleni” è un racconto di Riccardo Iacona, con Teresa Paoli, Paola Vecchia, Giuseppe Laganà, Raffaele Marco Della Monica, Fabio Colazzo, Matteo Del Bò. 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

03 dicembre 2019

Report – l'inquinamento della Solvay

Le leggi che regolamentano l'uso del monopattino, l'inquinamento della Solvay, la digitalizzazione mancata della pubblica amministrazione, questi gli argomenti dei servizi.


MONOPATTI-NO? di Chiara De Luca

I monopattini sono mezzi non inquinanti che però non esistono per la legge italiana: il passato governo ha avviato una sperimentazione, che coinvolge alcune città italiane.
L'ex ministro Toninelli li avrebbe equiparati alle bici, ma non in tutta l'Italia valgono le stesse leggi. Sarebbe stato meglio fare una legge che valesse per tutto il paese ed evitare storie come quelle di Torino, dove i vigili hanno fatto multe da seimila euro.

Anche a Roma sono irregolari, i monipattini: non tutte le amministrazioni sono disponibili ad assumersi le responsabilità e nemmeno il ministero ha voluto andare fino in fondo.
Serve una assicurazione? Che limiti si devono prevedere? Serve un casco? Si possono portare persone oltre al conducente?

Nemmeno Salvini e la nuova ministra hanno pensato di fare una sola circolare che valesse per tutte le forze di polizia locali.
Eppure i monopattini servirebbero ad inquinare di meno, specie in città a rischio come Torino e Milano.
Ci sono poi città come Padova dove questi mezzi sono vietati: hanno visto le criticità di altre città alle prese con la sperimentazione e allora hanno preferito aspettare.

Cosa prevede la sperimentazione: limiti di velocità, cartellonistica stradale che indichi la sperimentazione, gilet da indossare, segnalatori .. per i comuni la cartellonistica è una spesa che non si può sempre sopportare.

A Milano alcune aziende di sharing hanno cominciato a mettere per strada dei monopattini, senza rispettare l'invito del comune.
I comuni scaricano le responsabilità sul ministero, il ministero sulla UE ma l'Europa ci ha spiegato che tocca alle nazioni regolamentare l'uso dei monopattini.

Con la regolamentazione si avrebbe meno confusione, meno auto e moto per strada, meno inquinamento e poi, anche si stimolerebbe l'indotto attorno a questo mezzo.

Come è andato a finire? Latte versato

Il latte straniero costa meno, 4 o 5 centesimi: dietro il traffico di latte straniero c'è questo, il profitto, senza alcun problema di trasparenza e di sicurezza alimentare.
Perché fuori dall'Italia ci sono paesi che hanno regole meno stringenti, sull'uso di antibiotici agli animali.

La lista delle aziende che usano latte non italiano è un segreto custodito dal direttore generale del ministero della salute, temendo le ritorsioni delle aziende casearie.
Ma Report l'ha pubblicata lo stesso: lo chiedeva la magistratura, lo aveva chiesto il ministro Di Maio, la ministra Bellanova ha emanato un decreto, ora, un decreto per la tracciabilità.

Le aziende sono invece insorte, la giornalista di Report è stata accusata di fare terrorismo mediatico, le hanno augurato denunce penali ..

Così Report è andato in Molise da Valeria, una casara che produce formaggio con latte locale.
L'etichetta solo latte italiano è veritiera in questo caso, qui usano solo latte molisano, la mozzarella non sa di plastica.

Il latte straniero si usa, perché di latte non se ne produce molto, perché costa di meno.
Si da la colpa alle quote latte, che ha scoraggiato gli allevatori a continuare il loro lavoro. È anche vero che agli allevatori il latte viene pagato poco, a 30 centesimi il litro.
Ci sono allevatori come Bruno Pallotta, per curare le sue mucche, per cercarne una che si era persa, c'è pure morto, cadendo in un crepaccio.

ALLA FACCIA DEL BICARBONATO DI SODIO di Adele Grossi in collaborazione di Norma Ferrara

Il Bicarbonato si usa in cucina, per la digestione .. ma cosa abbiamo dovuto digerire in Italia per il bicarbonato?
La Solvay, la multinazionale belga lo produce in Italia, inquinando le acque, in uno scontro con le amministrazioni locali in cui spesso si è agito in deroga.

A Rosignano Solvay la spiaggia è bianchissima: la gente fa il bagno, nonostante i residui della lavorazione della Solvay siano scaricati nelle acque.
Il bianco attira i turisti, come se fossimo ai Caraibi: attorno allo stabilimento l'azienda ha costruito una cittadina, le case per gli operai e i dirigenti, un campo di calcio dedicato a Solvay come pure la chiesa.

Per produrre il bicarbonato serve acqua e sale: grazie ad un accordo coi monopoli di Stato, Solvay può estrarre il sale in esclusiva, abbiamo svenduto le saline e l'acqua del fiume Cecina.
Alla regione l'acqua la paga meno di 4 centesimi a metro cubo: Volterra e gli altri comuni rimangono perciò senz'acqua, mentre la Solvay continua a pompare.
Solvay non ha versato nemmeno tutto il dovuto alla regione, ci sono contenzioni, eppure nessuno la sta bloccando.

Mentre la balneazione viene bloccata, a seconda della stagione, che attirano turisti e cantanti.
L'acqua, secondo il ministero della Salute è eccellente, dal punto di vista batteriologico: ma nelle acque è presente del mercurio in concentrazione superiore alla norma.
Come è possibile, in un sto turistico? Si può fare il bagno in quelle acque?
All'Arpa non rispondono, il ministro Costa non può bloccare l'accesso alla spiaggia.

In 50 anni sarebbero state riversate 400 tonnellate di mercurio, nel solo 2017 Solvay ha ammesso di aver sversato arsenico, nichel e cromo.
L'acqua sul fondo è torbida, c'è una polvere bianca che contiene quei metalli presi dalla pietra e che sono tossici.

Nel 2003 è stato firmato un accordo tra regione e Solvay, per scaricare meno inquinanti: ma anziché adeguarsi il privato, si adegua lo Stato ai bisogni di Solvay (da 60 mila tonnellate si passa a 200 mila).
Il bisogno tecnologico di Solvay prevale sulla salute delle persone.

L'azienda ha pagato 50mila euro di multa, per l'inquinamento di acque e terreni, il fascicolo del processo non è stato concesso a Report, invocando un diritto all'oblio.
Ci sono poi i lavoratori che, in disparte, in modo anonimo, raccontano dell'inquinamento di diossina, per i fumi dello stabilimento.
In 10 anni ci sono stati morti per le sostante inquinanti, per mesotelioma pleurico, che in questa zona è del 300% maggiore rispetto al resto della Toscana.
E l’Inail ha riconosciuto già 69 casi di malattie e decessi legati all’amianto per i lavoratori della Solvay: 150 persone a Rosignano si sono riuniti per fare una battaglia legale contro la Solvay, vogliono sapere di cosa si sono ammalati.
Per esempio per l'esposizione all'amianto: ci sono 18 procedimenti civili, Solvay non ammette il nesso di casualità tra il lavoro e la malattia.
Eppure i numeri parlano chiaro.

Solvay spende soldi in attività di lobby, incassa soldi sugli investimenti regionali per la tutela ambientale, per svariati milioni.

Ci sono poi gli altri stabilimenti della Solvay: a Ferrara, nel quadrante est vivono persone a ridosso di terreni inquinanti dalla Solvay fino al 1998.
Arpa Emilia Romagna sapeva, ma hanno impiegato anni a collegare l'inquinamento al produttore: Solvay ora dovrà definire il progetto di bonifica, non solo nel quadrante est, ma anche in altri terreni.

Un ex trasportatore ha condotto la giornalista nelle zone dove venivano seppelliti le polveri bianche, residuo della produzione. Alcuni di questi terreni sono oggi coltivati a grano: il comune ha preso atto della scoperta della giornalista, è stata Report a ricordare ad Arpa di queste ex discariche.
Solvay è stata assolta in tribunale, per questo inquinamento, oltre ogni ragionevole dubbio.

Ad Alessandria gli abitanti sono stati convinti a starsene zitti, perché l'azienda chimica Montecatini offriva acqua gratis, acqua presa dalle falde sotto l'aria industriale.
Per contratto, firmato dagli abitanti con Montecatini, si chiedeva loro di rinunciare a ogni pretesa per danni da esalazioni e inquinamenti dovuti allo stabilimento industriale.

I lavori di bonifica sono andati avanti a rilento: Arpa si accorta in ritardo dell'inquinamento di Spinetta Marengo, dove la popolazione è stata dissetata con acqua avvelenata, anche se gratis.
Persone che si sono ammalate per quest'acqua: anche qui i processi non sono andati nel verso “giusto”, la responsabilità della Montecatini non è stata provata e ora siamo arrivati in Cassazione.

Nessuno degli enti si è preoccupato di controllare l'acqua fornita agli abitanti, mentre nei bagni dei dirigenti stava scritto “acqua non potabile”.
Oggi Solvay, subentrata, continua a fornire acqua ai cittadini, ma prelevandola non dalla falda, ma dall'acquedotto (a cui non risulta): al comune non risulta e secondo l'Arpa non è inquinata.

Ma chi controlla la situazione in questo territorio? I comuni, Arpa?
Perché gli abitanti non consegnano l'acqua per fare dei controlli?
Anche qui l'incidenza delle malattie è alta, le persone vorrebbero sapere per cosa si sono ammalate, la sfiducia nello stato è alta …

La giornalista ha poi raccontato la storia delle verifiche fatte dalla Solvay sul sito alessandrino: si sapeva dell'inquinamento dei terreni, che necessiterà di almeno dieci anni di lavoro.
Qui tra gli inquinanti ci sono anche i PFAS, ma la regione Piemonte non ha ancora fatto nulla (mentre in Veneto è partito già lo screening per i cittadini).

La regione Piemonte scarica le colpe al ministero, al ministero dicono che le regioni potrebbero già fare qualcosa. E il balletto continua.

Report è andata poi in America a raccontare l'inquinamento di Solvay: inquinamento per PFNA nelle acque, che ha portato a dei contenzioni legali tra la multinazionale e lo stato del New Jersey.

Serve stabilire il limite del PFAS, dice Costa: ma oggi sarebbe inutile, perché i PFAS (di cui sono noti gli effetti sull'interferenza endocrina) non è più prodotta dal 2013, è stata sostituita da una nuova sostanza che non inquina, il C6O4, un perfluoro alchimico, sostanza chimica e nociva.
E chi garantisce per la salubrità di questo prodotto? Gli unici studi sulla tossicità del C6O4 sono quelli della Solvay e lo stato italiano non può verificare.

Solvay ha chiesto di poter sversare nell'ambiente c6o4, deve decidere la provincia: chi controllerà su questa azienda? Le regioni, lo Stato, il ministero, l'Europa?

Solvay ha risposto a Report, spiegando che rispetta tutti i regolamenti, spesso carenti e incompleti.
Lo Stato dovrebbe controllarle, le aziende chimiche, non subirle.

02 dicembre 2019

Le inchieste di Report: la Solvay, la digitalizzazione nello Stato e le leggi sul monopattino


L'inquinamento della Solvay (l'azienda che produce il bicarbonato) e delle altre aziende del chimico, a che punto siamo con la digitalizzazione della pubblica amministrazione e, un ulteriore approfondimento sull'industria casearia e sul latte importato dall'estero.

Nell'anteprima si parla di monopattini, i mezzi a due ruote con motore che sfrecciano sulle strade e a volte sui marciapiedi.

La scheda del servizio: MONOPATTI-NO? di Chiara De Luca

Anziché una legge unitaria, che valesse per tutto il territorio, il governo Conte (1) ha deciso di attivare la sperimentazione del monopattino elettrico solo sui comuni che hanno scelto di partecipare.
Così a Torino il capo dei vigili li ha equiparato ai motocicli e sono state fatte delle multe fino a 6000 euro, più del valore del mezzo.
Il ministero dei Trasporti ha recentemente approvato un decreto che avvia la sperimentazione per i nuovi mezzi della micromobilità, primo fra tutti il monopattino elettrico. La disciplina riguarda però solo i comuni che decidono di partecipare, mentre altrove questi mezzi sono illegali. Non sarebbe meglio una legge unica per tutti?

L'inquinamento delle aziende chimiche

Come mai le spiagge di Rosignano sono così bianche, come le spiagge caraibiche?
L'inchiesta di Adele Grossi racconterà dell'inquinamento da parte delle industrie chimiche delle acque di fiumi e mari, cominciando proprio dalla Solvay, che ha uno stabilimento in Toscana.


Le spiagge di Rosignano sono bianche proprio per gli scarichi della Solvay, la multinazionale belga, per i residui del carbonato di calcio.
Ma fanno male alla salute (oltre che a colorare di bianco un intero litorale)?
Nell'arco di 50 anni, in questo tratto di spiaggia sarebbero state riversate 400 tonnellate di mercurio: davanti allo scarico della Solvay sono state raccolte delle cozze, nella loro carne sono stati trovati eccessi di arsenico, nichel e cromo.
Su questi sfondi sono stati girati film, spot, clip, per la particolarità della sabbia: proprio per questo attirano sempre più visitatori. Tutto meraviglioso anche per il Ministero della Salute che valuta queste acque “eccellenti”.
Andando un po' ad approfondire questa valutazione, si scopre che l'analisi del ministero è a livello batteriologico, per verificare se, ad esempio, è presente il batterio dell'escherichia coli.
E i metalli, segnalati da Arpa in ogni rapporto annuale?
Nell'acqua di Rosignano si trova un livello di mercurio superiore alla concentrazione massima ammissibile.
Una contraddizione, se si pensa che queste spiagge sono state trasformate in una attrattiva turistica: alla domanda della giornalista, “ma è sicuro fare il bagno in quelle acque”, i responsabili locali non hanno voluto rispondere.

Stessa domanda al ministro dell'ambiente Costa: “il ministero dell'ambiente non può dire non frequentate quella spiaggia”. E nel mentre che si dirime la questione tra ministeri e regione, le persone continueranno a fare il bagno.

A Spinetta Alessandria, in Piemonte, vicino alla città da 7000 abitanti, sorge l'area industriale ex Montedison ora Solvay: gli impianti scaricano 3000 metri cubi l'ora di residui chimici nell'acqua del Bormida, che poi entra nel Tanaro e nel Po.
In quelle acque sono presenti anche i PFAS, sostanze chimiche che in Veneto hanno inquinato falde e terreni: nonostante la situazione sia ormai nota da decenni, l'Italia non ha ancora emanato una normativa sullo scarico industriale nelle acque.
La ditta, la Solvay, è sia controllore che controllato, racconta alla giornalista un medico. E chi controlla il controllore-controllato?
Le aziende chimiche scaricano ogni anno in mare tonnellate di residui industriali, metalli pesanti potenzialmente pericolosi, spesso con l'autorizzazione in deroga del governo.

Cos'altro siamo stati costretti a digerire oltre al bicarbonato?

La scheda del servizio: ALLA FACCIA DEL BICARBONATO DI SODIO di Adele Grossi in collaborazione di Norma Ferrara
Nel solo 2017, l'industria chimica in Italia ha scaricato in mare 4,18 tonnellate di arsenico; 5,96 tonnellate di cromo; 13 tonnellate di benzene e innumerevoli altri inquinanti, spesso autorizzati in deroga dal governo. Chi doveva controllare in questi anni che le sostanze immesse nell'ambiente non fossero nocive per i cittadini e i lavoratori? Report è andata a vedere cosa c’è dietro le spiagge caraibiche di Rosignano Solvay, qual è il prezzo che paghiamo per produrre il famoso bicarbonato di sodio ripercorrendo la storia della multinazionale belga. La Solvay ha diversi stabilimenti in Italia. In Piemonte è stata condannata in appello per disastro ambientale. In questa regione sussiste anche un pesante inquinamento da Pfas, immessi nell'ambiente da Solvay. Mentre lo Stato italiano da anni discute sui limiti allo scarico di questi inquinanti, non più in produzione, l’azienda li ha già sostituiti con un'altra sostanza che da 7 anni è immessa nell'ambiente. È pericolosa? Chi la controlla?

Stato analogico o digitale?

Spendiamo ogni anno 6 miliardi di euro per digitalizzare la pubblica amministrazione, ma per accedere ai servizi solo il 40% dei cittadini usa la rete (nel resto dell'Europa la percentuale è più alta). Come sono stati spesi i soldi per la modernizzazione del paese?
Giuliano Marrucci è andato a vedere come stanno le cose: se con clic paghiamo bollette, assicurazioni, facciamo operazioni in banca, il discorso cambia quando si parla del pubblico.
Vuoi pagare la mensa scolastica online? Impossibile, si deve per forza andare alle poste a pagare il bollettino.
Fatta la coda, Giuliano ha provato a caricare sul sito della scuola il buon esito del pagamento: hai in account Google? Bene. Ma Giuliano non ha un account Gmail (e nemmeno intende farlo per pagare la mensa)
Allora si deve compilare un modulo e portarlo in segreteria, perdendo altre ore.

Altra tassa, la Tari: si può pagare solo tramite modello F24,altra fila in posta.
Vuoi rinnovare la patente? Il portale dell'automobilista non è un esempio di sito chiaro e facile. Tocca chiamare il call center anche questa volta per capire come pagare il bollettino online.
Niente da fare, va pagato di persona.
E poi ci sono le foto formato tessera e infine, dopo una settimana, la visita dal medico.
Le foto formato tessera sono state fotografate dall'addetto, per poi essere caricate sul sistema (“altrimenti il sistema non le riconosce”), i bollettini vanno pagati online perché mancano alcune informazioni..
Nemmeno la visita si può pagare in modo elettronico con bancomat o carta di credito.

Ma non è così dappertutto: Ripalta Cremasca è il comune più digitale d'Italia: la mensa si paga su un portale del comune, stesso discorso per la Tari.
Il comune di Ripalta fa parte di un consorzio di 20 comuni che da ormai 20 anni si sono creati una società informatica in house (Consorzio.it diCristian Lusardi) per fornire servizi digitali a queste piccole amministrazioni.
Il servizio del trasporto scolastico, l'utilizzo e il pagamento dei centri estivi, fino alla tassa rifiuti.
Questa a breve potrebbe diventare l'interfaccia standard con cui i cittadini si interfacciano con la pubblica amministrazione: un'App, che si chiama Io e che è sviluppata dal team digitale della presidenza del Consiglio: i cittadini di Ripalta sono quelli selezionati per sperimentarla in Italia.
Ripalta è stato anche il primo comune in Italia a migrare sul cloud: anni fa si erano spesi 100 mila euro per il datacenter, che aveva anche spese annuali.
Oggi con 25 mila euro per tutto, con una struttura professionale.
E nel resto d'Italia? Tocca fare le code ..
La scheda del servizio: STATO ANALOGICO di Giuliano Marrucci collaborazione di Giulia Sabella e Silvia Scognamiglio

Nel 2018 l’80% dei cittadini di Inghilterra, Spagna e Olanda che hanno avuto a che fare con la pubblica amministrazione, lo hanno fatto utilizzando esclusivamente servizi digitali. In Italia siamo sotto il 40%. Il fanalino di coda d’Europa, insieme alla Grecia. Eppure le risorse non mancherebbero. Basterebbe ad esempio fare come i britannici, che hanno sostituito i datacenter delle singole amministrazioni con un centro elaborazione dati centrale di ultima generazione, garantendo efficienza e sicurezza infinitamente superiori, e risparmiando al contempo oltre 2 miliardi di euro in appena 4 anni. In Italia invece aspettiamo ancora il censimento dei centri dati delle pubbliche amministrazioni che sarebbe dovuto essere pubblicato a dicembre del 2017.

Come è andata a finire? L'inchiesta sul latte (non) italiano

La scorsa settimana il servizio di Rosamaria Aquino ha mostrato i camion di latte e di cagliate che dall'estero (Germania, Spagna ma anche paesi dell'est) arrivano alle aziende italiane che producono poi formaggi “secondo la tradizione”, “tipici italiani”.
C'è il sospetto che la multa delle quote latte sia generata da una sovrapproduzione di latte mai esistita, solo per nascondere nel passato questo latte straniero.
Sembra che il mondo dell'industria casearia nasconda un segreto, come il segreto della lista delle aziende che usano latte non italiano.
Perché non produciamo abbastanza latte? Oppure perché il latte dall'estero costa meno, 4 o 5 centesimi di meno, alla faccia dell'italianità e della sicurezza alimentare?
In Italia gli allevatori devono registrare qualsiasi farmaco usato sui loro animali. Succede lo stesso in Lituania – si chiedeva il presidente di Coldiretti.
La giornalista ha aggirato il niet del direttore generale del ministero della salute, che le aveva negato la lista (perché dati commerciali .. ma la salute non dovrebbe venire prima?).

Questa sera il servizio racconterà della reazione al servizio da parte delle aziende produttrici di formaggio.

La scheda del servizio LATTE VERSATO di Rosamaria Aquino
Report tornerà sulla lista segreta delle aziende che acquistano latte straniero, andando a vedere da vicino come hanno reagito aziende produttrici di formaggio e allevatori.