Visualizzazione post con etichetta Pasquale Ruju. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pasquale Ruju. Mostra tutti i post

06 marzo 2021

Il codice della vendetta di Pasquale Ruju

 

La vendetta deve essere proporzionata, prudente e progressiva. 

Antonio Pigliaru, Il codice della vendetta barbaricina

Il codice della vendetta è il terzo romanzo dello scrittore sardo Ruju con protagonista il fotografo reporter Franco Zanna: fotografo, paparazzo, ladro di scatti che immortalano la bella vita dei vip in vacanza nella sua Sardegna, ma anche di scatti che raccontano della piaga degli incendi boschivi e del racket che sta dietro.

In questo scopriamo un altro pezzetto del suo passato, del perché ogni tanto deve abbandonarsi al “nero”, stordendosi con alcool per non riuscire a gestire il peso del suo passato.

Quando, anni prima, per una foto imbarazzante per un politico, dovette abbandonare la donna che amava, Carla, incinta della sua bambina, Valentina.

Dietro quel politico c'era una storia di corruzione, di ndrangheta, di un boss che gli aveva fatto una promessa, o abbandoni la tua famiglia, la tua donna, oppure te la uccidiamo davanti agli occhi: il giovane reporter Francesco Livio Zannargiu quella notte aveva cessato di esistere, “Il Nero era apparso nella mia vita quella notte. Il Nero, che mi aveva spinto a varcare il mare” e a diventare Franco Zanna, fotografo a porto Sabore.

Ma ora, dopo la morte del boss, Franco ha potuto riavvicinarsi a Carla e Valentina, spiegandolo loro con calma tutti i perché: perché quell'abbandono, perché quegli anni di silenzio .

Carla. Non la vedevo da diciassette anni.

«Abbiamo un po’ di cose da dirci, non credi?» domandò a bassa voce.

Lo credevo, sì. Un po’ di cose. Oh, mio Dio, pensai ancora una volta. E adesso?

E adesso è il momento di provare a recuperare tutto il passato che non c'è stato, quella parte di vita che è stata persa, gli affetti, le gioie, i dolori.

In Sardegna, nella piccola stamberga di Zanna e a casa di zio Gonario, che ora vive una vita da latitante per una vendetta consumata anni prima, che ospita la nipote Valentina.

Ma il passato è destinato a tornare a far visita a Zanna: all'aeroporto di Cagliari, dopo aver accompagnato Carla a prendere il volo per Torino, in mezzo alla folla dei turisti una persona che Zanna non aveva dimenticato

.. mi si gelò il sangue nelle vene. C’era un uomo, in mezzo a quella piccola folla. Media statura, robusto, con le spalle molto larghe.

Alfio di Girolamo, detto il catanese, braccio destro del boss Marcello Nicotra (un personaggio che avevamo già incontrato nel romanzo “Un caso comegli altri”). Che affari sporchi sta portando avanti in quel momento? Impossibile che lo stiano cercando, difficile che dopo tanti anni si ricordino ancora di lui..

Rivedere “il catanese” suscita in Zanna un desiderio di vendetta, un “sentimento atavico, omicida” per quella parte della sua vita che non ha potuto vivere.

Mentre è alle prese con questi pensieri, il fotografo Zanna deve tornare in azione: una vecchia gloria della musica pop latino americana farà un concerto per la fine della stagione estiva, a Porto Cervo, una festa con tanto di ospiti eccellenti, politici calciatori e soubrettine. E paparazzi come Zanna che dovrà portare a Irene, la sua datrice di lavoro (con cui anni prima aveva avuto una storia), qualche bella foto.

Ma alla festa succede qualcosa: il Divo, assieme alla sua bellissima fidanzata colombiana, Delicia, è stato vittima di un furto nella sua stanza presso il resort la nuova Ginestra, una struttura esclusiva realizzata sulla splendida costa da un amico di Zanna.

Non solo, in mezzo ai vai vip, politici di vecchio e nuovo corso, Zanna riconosce in mezzo alla folla proprio il catanese.

Il Catanese. Anche lui si trovava nel locale. Rabbrividii. Non ce la vedevo, quella carogna, a prendersi una serata libera per andare a sentire un concerto. Perché era lì?

Quello che all'apparenza sembra uno dei tanti furti negli alberghi dell'isola si trasformerà in un intrigo pericoloso, dentro cui rimarrà invischiato lo stesso Zanna, anche in modo inconsapevole, per colpa di una foto scattata dentro la stanza del cantante dove compare un dettaglio che non avrebbe dovuto esserci.

La bella Delicia Dolores, la fidanzata del Divo, viene uccisa in Colombia: torturata e uccisa e il corpo fatto a pezzi, come se l'assassino volesse lasciare un messaggio.

Strani personaggi iniziano ad affacciarsi a porto Sabore: una coppia di milanesi in vacanza, con cui Zanna avrà anche uno scontro e poi uomini del catanese che vengono a chiedere proprio a Zanna di quei signori milanesi. Cosa sta succedendo?

Cosa sta dietro il furto al resort? Senza rendersene conto, Zanna si ritrova dentro questa brutta storia, di traffici pericolosi e di gente con pochi scrupoli e pochi problemi ad uccidere.

Forse è arrivato il momento di portare a termine la sua vendetta contro il catanese, ma per questo c'è bisogno dell'aiuto di zio Gonario, che anni prima ha portato a termine la sua, di vendetta, votandosi così ad una vita da latitante.

«La vendetta, France’, è una faccenda seria». Parlava per esperienza, e io lo sapevo bene.

«Ci sono cose che vanno fatte» proseguì. «Dolori che non passano con il tempo. Omines de malu sambene il cui ricordo ci perseguita.»

La vendetta deve essere proporzionata all'offesa e al dolore subito e deve essere rivolta solo alla persona che ti ha arrecato quel dolore. Questo sta scritto nel codice della vendetta barbaricina, quello di cui aveva scritto negli anni cinquanta il giurista Antonio Pigliaru.

E vendetta sarà, rispettando il codice e cercando anche di salvare la pelle.

In questo romanzo si parla della Sardegna, della maledizione della sua bellezza che la rendono meta turistica per un turismo ingordo, che attira come avvoltoi anche interessi criminali, che vedono nell'isola solo terreno di conquista per speculazioni che non portano ricchezza alle persone.

Persone abituate a vivere secondo un proprio ritmo, in cui è radicato il rispetto di vecchie tradizioni, anche alcune che potremmo catalogare come riti barbari, come il codice della vendetta.

Ma sono codici e riti nati in un contesto dove lo stato, come ente amministrativo che regola la giustizia e il rispetto delle leggi, era qualcosa di lontano.

Un contesto in cui le relazioni sociali tra persone cresciute assieme, hanno un valore profondo.

Arrivati a fine lettura, nella pagina dei ringraziamenti, Pasquale Ruju ci rassicura del fatto che il viaggio assieme a Zanna (con cui si fanno compagnia da 4 anni) è destinato ad andare avanti.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Edizioni e/o

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

27 agosto 2018

Stagione di cenere, di Pasquale Ruju


Incipit
«Francesco?» 
«Sono io, ma ..» 
«Francesco, sono Carla». 
«Carla ..» 
«Lo so, è tanto tempo noi non .. insomma, volevo parlare un po' con te». 
Oh mio Dio, ricordo che pensai. E adesso?

Adesso. 
Un anno dopo. Quattro stagioni, dodici mesi, trecentosessantacinque giorni dopo, mi trovai a pensarci. Non che quella telefonata mi fosse tornata in mente di colpo, niente affatto. Non se n'era mai andata, in realtà. Era rimasta lì, piantata come un chiodo in croce. O una spina di rosa, per meglio dire. M'infliggeva un dolce dolore, quasi gradevole. Il giro quieto di una giostra che ne prevedeva altri ben più sfrenati, urlanti. Furiosi.Infernali.

Estate, stagione di vacanze, di mare e di divertimenti.
Ma l'estate è anche la stagione della cenere, quella lasciata dietro di sé dagli incendi che devastano le zone verdi, i boschi della macchia mediterranea.
Un incendio può scoppiare per caso, certo. Anche per la sbadataggine di una persona che lancia in una zona boschiva una sigaretta accesa.
Ma molto spesso, gli incendi di cui si sente parlare nelle cronache (in Italia ma anche in Grecia e nella costa occidentale degli Stati Uniti) hanno dietro un'industria: l'industria criminale dei piromani, composta da bassa manovalanza capace di appiccare incendi che distruggano una certa area e non altre; salendo su nella catena alimentare della delinquenza, per arrivare alle mafie, che controllano il business dei roghi per le loro speculazioni edilizie.
Un giro d'affari che oltre a distruggere il nostro patrimonio ambientale, causa decine di morti ogni anno.

Il romanzo di Pasquale Ruju tocca proprio questo argomento: protagonista è il fotografo Franco Zanna, un passato da fotoreporter al nord, con qualche servizio importante.
Era bravo Zanna, quando ancora si chiamava col suo nome vero, Francesco Zannargiu: fino al giorno un cui scattò una foto che non doveva essere scattata, una foto che fece saltare una mazzetta e che aveva dato fastidio ad un boss della 'ndrangheta.
Boss che, per vendetta, minacciò di fare violenza alla sua Carla, l'amore della sua vita, la ragazza di cui si era innamorato appena arrivato a Torino e da cui aveva una figlia, Valentina.
Così, per proteggere Carla, Francesco Zannargiu era scappato da Torino, aveva abbandonato le sue donne e se ne era tornato nella sua terra natale in Sardegna.

Ero fuggito, avevo abbandonato Torino per tornare in Sardegna, nel luogo in cui ero nato. Avevo cambiato nome, lavoro, abitudini. Francesco Livo Zannargiu, reporter sulla cresta dell'onda, era diventato Franco Zanna paparazzo rissoso, alcolista, sempre a caccia di coppie clandestine e vip in vacanza.

Con Carla non riesce più a parlare, da anni ormai. Portandosi dentro un senso di colpa che deve lenire con qualche bevuta, il Nero profondo.
Con Valentina, la figlia, si sente più spesso, in lunghe telefonate dove però rimane in sospeso una domanda
Perché papà?
Perché ci hai abbandonate?
La Domanda, a cui non osavo dare una risposta.

Ora Francesco è diventato Franco Zanna e per vivere scatta qualche foto ai vip che vengono in vacanza in Sardegna che vende ad Irene, la sua agente; come un “cinghiale solitario” isolato nel suo vecchio rifugio per pastori a Porto Sabore, con una stupenda vista sul golfo della Tavolara.
Un gatto senza nome che gli fa compagnia.
Una vecchia Alfa Romeo col motore truccato.
E quando gli incubi del passato tornano a fargli visita, una sbornia nel locale di Cosima, quando ripiomba nel nero.

Ma il destino ha deciso che tutta questa “normalità” deve finire, per Zanna: un incendio arriva a lambire la sua casa, fa appena in tempo a salvare le poche cose importanti (la sua canon, il computer) e mettersi in salvo.
Scampato dall'incendio (e dal muro d'acqua che un canadair gli getta addosso), il vecchio istinto da reporter lo porta a fotografare i resti del fuoco che gli ha quasi distrutto casa:

Qualcosa gridava dentro di me, forse il vecchio istinto del reporter. Dovevo scattare qualche fotografia, immagini che rimanessero nel tempo, che fossero di testimonianza. Prima di tutto per me stesso, per ricordare quel giorno e quanto ero stato vicino alla morte. E poi per i giornali. Era lavoro, comunque. Gli incendi fanno vendere bene in estate. Sono un autentico evergreen. E io mi trovato proprio in prima linea.

Dietro l'incendio non ci sono solo resti di macchia mediterranea bruciata: Zanna si imbatte nel corpo di un uomo ustionato e morente che, prima di perdere conoscenza, ha la forza di dirgli una sola parola “Carine”.

E il nome della figlia, Carine, e la persona ormai agonizzate è un misterioso uomo d'affari belga, De Wilde, legato al progetto del nuovo outlet, dietro l'aeroporto, che avrebbe portato con se posti di lavoro, affari e altre colate di cemento.
Come è morto il belga: mentre la polizia, nelle vesti dell'amico commissario Ventura, indaga, la figlia dell'uomo d'affari non ha dubbi, il padre è stato ucciso.
Era legato, per i suoi affari a pericolosi personaggi, che arrivavano anche ad usare mezzi spicci per prendersi i terreni su cui compiere le loro operazioni immobiliari.
È un problema mio. Una cosa che ho radicata dentro, come molti miei conterranei. Una cosa da maschi della Barbagia. Non ci si tira indietro di fronte ad una sfida, non senza trovarsi una brutta ferita nello spirito, che a volte non si rimargina mai. Lo avevo fatto da giovane, terrorizzato da perdere Carla.

Che fare? Accettare la proposta della ragazza, Carine, poco più grande della figlia, con tutti i rischi del caso? Oppure tornare alla sua vita da paparazzo?
È già scappato una volta Francesco, diventato Franco Zanna, e quella fuga gli è costata cara, perdere la donna che amava e la figlia.
Un'altra fuga, un'altra resa, avrebbero significato precipitare nel Nero. Senza ritorno.

Francesco Zannargiu così fa quello che sa fare veramente e che gli piace fare: cerca di capire chi si nasconda dietro l'affare dell'outlet e chi siano le persone con cui De Wilde era in affari.
Per esempio quell'italiano piccoletto che si muove con tanta disinvoltura sull'isola.

La sua inchiesta lo porta dritto dentro il business della speculazione edilizia: un'industria che usa gli incendi come arma di ricatto per rovinare la concorrenza.

«La legge non consente di costruire su terreni bruciati, anche se hanno la giusta destinazione d'uso. Ma certi speculatori hanno imparato ad aggirarla, o a servirsene contro la concorrenza».«Tuo padre avrebbe dovuto dare fuoco a un terreno?»«No, certo che no. Non di persona. Lo avevano messo in contatto con un altro mediatore, uno più addentro, per così dire, che gli fornì alcuni nomi e numeri di telefono. Gente che avrebbe fatto il lavoro per lui. Doveva solo indicare bene i tempi e i luoghi. Si trattava di lotti edificabili, pagati a caro prezzo ma ancora privi dell'autorizzazione a costruire. Una volta che fosse stata concessa sarebbe stato tutto inutile, avrebbero potuto procedere con i lavori, incendio o non incendio. Dunque se voleva danneggiare quegli imprenditori per favorirne altri, legati all'italiano, doveva individuare il momento giusto. Le poche settimane fra la richiesta di concessione dell'autorizzazione. Settimane in cui quei terreni sarebbero stati vulnerabili, per così dire...»

In forma romanzata, ma nemmeno troppo, si racconta il dietro le quinte della piaga degli incendi, quello che non vediamo e che in pochi raccontano, perché generalmente i media e i politici sono più interessati a cavalcare la prontezza degli interventi in emergenza, piuttosto che un "silenzioso e paziente lavoro di preparazione".
Dietro le fiamme ci sono i finanziamenti per le spese di foraggio degli animali che non possono pascolare, per lo stato di calamità.
Ci sono i soldi per gli appalti per costruire su certi terreni e non su altri, grazie all'intimidazione e il ricatto nei confronti di imprenditori concorrenti o degli agricoltori e degli stessi pastori, a cui viene intimato “Paghi o ti brucio i terreni edificabili”.
Stiamo parlando di una mafia, una mafia bastarda: una mafia che uccide, distrugge l'ambiente, che cresce come un tumore e che non si ferma di fronte a niente.
Ed è questo il mulino a vento contro cui Zanna si trova a cavalcare, come un novello Don Chisciotte:
«Si torna a bruciare. E s'incassa in altri modi. Ora che le droghe leggere sono legali, nella West Coast certe organizzazioni investono nel fuoco. E' uno dei business del nuovo millennio, in costante ascesa. Lo sai cosa ha detto una volta Mannarino?
"La convergenza di interessi, è questo il segreto. Sovvenzioni, assicurazioni, investimenti, posti di lavoro, appalti, percentuali. Convergenza di interessi. Dagli incendi non si butta via niente". E' un'industria, compare. Una fottuta, merdosa, industria!»

Dentro “Stagione di cenere” sono presenti tutti gli ingredienti del noir “mediterraneo”, dall'eroe con qualche macchia e molti errori da farsi perdonare, fino a zu Gonario, il bandito sardo con un suo codice etico e che si dimostrerà meno criminale di molti imprenditori in giacca e cravatta. Ma il maggior pregio è mostrare ai lettori cosa si nasconde dietro le immagini degli incendi e a comprendere tanti perché.

La scheda del libro sul sito di Edizioni e/o
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

27 aprile 2016

Un caso come gli altri, di Pasquale Ruju

Una stanza. Spoglia, pareti di cemento grezzo, l'aria condizionata insufficiente a stemperare il caldo torrido di luglio. Eppure la vedova pare non farci caso. Pallida, quasi immobile, se ne stà lì, seduta dietro un largo tavolo metallico inchiodato al pavimento. Senza dire niente, senza fare niente. Una telecamera fissata in alto, sulla parete di fronte a lei, rimanda a qualche schermo di controllo ogni suo più piccolo movimento, ogni cambio d'espressione, ogni sospiro. Cercano di capire cos'abbia in mente, là fuori. Cercano di capire perché ha fatto quello che ha fatto. Vogliono rendersi conto. Rendersi conto, già, pensa lei. Come se fosse facile. Come se fosse facile comprendere quel desiderio bruciante, invincibile .. Quel desiderio che ancora adesso ..Basta, dice la vedova a se stessa. Meglio non ripensare a certe cose. Si chiama Annamaria e ha trentasette anni. È ancora bella, anche a guardarla da un freddo monitor di sorveglianza. Belle le mani lunghe e sottili, bello il volto regolare, splendidi i folti capelli corvini, anche ridotti a macchie in bassa definizione.

Se volete capire quella che è la vita dei familiari di un boss mafioso, piuttosto che seguire le interviste di Riina a Porta a Porta, dovete leggervi questo noir di Pasquale Ruju, costruito attorno al confronto di due donne, profondamente diverse per la loro storia, per il bagaglio culturale, ma entrambe donne forti, di carattere.
Annamaria, la vedova del boss Marcello Nicotra, 'u primu (primogenito del vecchio boss Salvatore Nicotra), da una parte del tavolo della stanza, e Silvia Germano, il procuratore della Repubblica che ne sta registrando su nastro il racconto della sua vita.
Si svolge tutto in lunghi flash back che vanno indietro nel passato, il racconto, che parte dal loro primo incontro, nel piccolo paese nella Locride in cui Annamaria è nata:
Aveva undici anni la prima volta che si videro. Viveva ancora laggiù, nel profondo della Locride, in un paesino arroccato fra l'altipiano e il mare. Insieme a Caterina sua sorella minore, prendeva tutti i giorni una corriera per raggiungere una cittadina appena più grande, sulla costa, in cui tutte e due frequentavano l'istituto magistrale”.

Lei una adolescente con le sue forme da donna fatta, lui il promettente primogenito della cosca dei Nicotra, dedita allo spaccio della droga, al traffico dei rifiuti interrati nei terreni agricoli.
La loro storia d'amore, perché anche di questo stiamo parlando, nasce seguendo antichi rituali, dove si giocava tutto sugli sguardi:
Funzionava così da quelle parti. Una ragazza che non conoscevi non ti avrebbe mai guardato apertamente né tantomeno ti avrebbe rivolto un sorriso.Dovevi essere pronto, se eri così fortunato da piacerle, a cogliere quel lampo nei suoi occhi, quello sguardo fuggevole che sarebbe durato appena un istante”.

Ma Silvia Germano non è interessata solo a questi aspetti della loro vita. Sanno già tante cose degli affari della famiglia, hanno già delle informazioni. Ma ha ora bisogno da Annamaria dei riscontri, sulla rete di relazioni tra le 'ndrine e tra coloro che si mettevano al di sopra, per sanare gli attriti tra le famiglie rivali, per il bene della “Società”. Gente come il Battista:
Annamaria non fece altre domande. Era la prima volta che sentiva parlare del Battista. Un pezzo dell'altra vita di Marcello, quella di cui non bisognava chiedere, presto sarebbe entrato in casa sua.Era anche la prima volta che avvertiva nella voce di suo marito una nota di timore reverenziale, diverso perfino da quello che nutriva nei confronti di sua madre.Dunque esisteva qualcuno di cui Marcello aveva soggezione.[..]Era un uomo magro, non particolarmente alto, già avanti negli anni. Portava una giacca di velluto a coste un po' fuori moda e una camicia scura abbottonata fino all'ultima asola, senza cravatta”.

Il Battista ha in mente un progetto ben preciso per Marcello (e anche Annamaria): dovranno trasferirsi al nord vicino Torino, per seguire più da vicino tutti gli affari che le cosche stanno portando avanti in quelle zone del paese. Gli appalti, i finanziamenti a strozzo agli imprenditori, un po' di traffico di droga (usata sia per il piccolo spaccio che per oliare certi meccanismi con politici e professionisti) e sopratutto i rapporti con gli imprenditori: attraverso le memorie di Annamaria, il libro spiega in modo chiaro come sia avvenuta la penetrazione delle cosche nel tessuto sociale, imprenditoriale, politico, del nord. In modo semplice e consenziente.
Nessuna remora a stringere le mani a questi signori del sud che però si presentavano in giacca e cravatta, come uomini d'affari e, cosa più importante, avevano tanti soldi.
Soldi e voti, con cui comprarsi un posto in comune, in provincia e perfino in regione. Chissà, forse anche in Senato.
Posti da cui, gli amici eletti avrebbero poi garantito appalti e subappalti alle aziende giuste, senza farsi troppi problemi.
Buste piene di banconote avevano cambiato di mano, con discrezione. E consiglieri comunali, presidenti, sindaci, gioiosi ed energici rappresentanti del nuovo che avanza, si erano legati a doppio filo ai nuovi finanziatori. Lo avevano fatto sull'esempio di personaggi ancora più potenti, gente che comandava a Milano e a Roma. Non era sembrato vero a questi signori seduti dietro le scrivanie al cui cospetto un tempo si arrivava dopo lunghe ore in sala d'attesa, di avere accesso a fondi pressoché illimitati. Soldi facili, con cui si poteva fare tutto. Arrivare dappertutto. Permettersi di sognare perfino un seggio nella capitale, il che significava fama e fortuna, inviti nei salotti che contano, ancora più potere e denaro. C'era un lavoretto da far fare, un permesso da concedere, una pratica da facilitare? Pronti, bastava chiedere. I loro nuovi amici, così gentili e generosi, persone a modo, come non sé ne vedono spesso, si erano rivelati efficienti, organizzati, affidabili e riconoscenti. Soprattutto assai riconoscenti. Nuovi quartieri, nuove strade, capannoni, porti, ospedali venivano tirati su un po' dovunque”.

Così, mentre la crisi economica iniziava a mettere in crisi le famiglie italiane, bloccando i consumi, gli ordini delle imprese e la loro chiusura, le cosche ingrassavano. Più il paese andava male, più loro ci guadagnavano, prendendosi pure i pezzi migliori, a prezzi di saldo.
Prestiti ad usura per imprenditori in crisi.
Pacchetti di voti per politici senza scrupoli e per partiti senza elettori.

Gli affari avevano ripreso a prosperare come non mai. La cosca, tutte le cosche, sembravano nutrirsi della crisi economica che attanagliava il paese come sanguisughe appese alla carne di un animale morente. I prestiti a strozzo crescevano, cresceva il gioco d'azzardo e il consumo della cocaina, alternativa all'ansia e alla depressione offerta a prezzi vantaggiosi.
La scolarizzazione sempre più breve, unita all'immigrazione clandestina e alla mancanza di lavoro, alimentava le file dei picciotti al Nord come al Sud. Gli imprenditori facevano la fila per garantirsi finanziamenti e appoggi. E al posto dei vecchi amministratori, che si erano giocati la poltrona fra inchieste e scandali, ne erano arrivati altri, magari di schieramento opposto ma ugualmente pronti a venire a patti con chiunque pur di riempirsi le tasche.
Così andavano le cose. Nel peggiore dei modi , a guardarle da un certo punto di vista. Da un altro, invece, quello dei Nicotra, andava per il meglio”.

Un caso come gli altri si rivela un racconto della 'ndrangheta vista dal suo interno, raccontandone affari e intimidazioni, tensioni e di invidia tra le famiglie col rischio che esplodano nuove guerre. Un mondo in cui ci sono anche i rapporti familiari tra i personaggi che emergono in modo preponderante nella storia.
Perché le tensioni possono esplodere anche all'interno della famiglia, anche tra persone con lo stesso cognome, perché il destino di una persona non è scolpito nel suo sangue ..
a la forza del racconto è nel mostrare lo stesso mostro visto da due punti di vista diversi: quello di Annamaria e quello di Silvia.
Annamaria che, da innamorata, non ha voluto vedere il male, nella persona che aveva a fianco, vedendone il lui solo la quotidianità della vita di tutti i giorni.
Silvia invece, deve sforzarsi a capire, i perché dei vari omicidi e deve andare fino in fondo per fare il suo dovere.
Un racconto che infine, è anche una storia d'amore: perché è anche per amore se Annamaria è arrivata fin lì, in quella stanza grigia, di fronte al magistrato, per raccontare la sua vita e dare delle risposte, tranne quella forse più importante. Perché ha deciso di collaborare?
«Lei che cosa ne pensa?» ripete.La Germano esita, forse ha la testa altrove.(Ti proteggerò. A qualunque costo.)Poi si strinse nelle spalle.«Cosa dovrei pensare? È solo un caso Morelli».(Finché avrò vita, ti proteggerò.)«Un caso come gli altri» dice.Ed esce.Fuori c'è di nuovo il sole.

La scheda del libro sul sito di Edizioni E/O

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

23 aprile 2016

La colonizzazione del nord – da un Caso come gli altri.

Già da molti anni, famiglie legate alla Società si erano stabilite nel Norditalia. Avevamo mandato là i figli più dotati perché studiassero, perché capissero. Le regioni più ricche, con la loro rete di imprese, cooperative, industrie, appalti, erano come un frutto maturo. Non bisognava avere fretta, però. C'era da parlare, da organizzare. Da costruire. Esponenti delle 'ndrine ioniche, ma anche clan campani e in misura minore perfino siciliani, avevano preso posizione in diverse comunità della Lombardia, della Liguria e del Piemonte. Per non parlare della Valle d'Aosta, in cui le prime infiltrazioni erano avvenute addirittura negli anni di piombo.Una pesca succosa. Da addentare.Gli ambasciatori delle varie famiglie si stabilivano in un comune, preferibilmente piccolo e ricco. Si guardavano attorno, annusavano l'aria. I figli andavano a scuola mentre i padri, gli zii e i loro sodali frequentavano i bar, le sezioni dei partiti, gli studi di avvocati e commercialisti. Erano nuovi, non sapevano ancora molto su come andavano le cose lassù. Ma avevano tempo, pazienza e denaro. Molto denaro. Non sarebbero servite minacce o sparatorie da quelle parti, lo avevano capito subito. Non era casa loro. Lo sarebbe diventata, questo sì, a suo tempo, ma al momento occorreva muoversi con cautela. Mostrare la faccia cortese, quella dell'amicizia e degli affari.Il vecchio secolo era finito e in Italia le cose erano cambiate. Vecchi partiti avevano lasciato posto a partiti nuovi, i centri di potere andavano formandosi o riformandosi, regione per regione, città per città. Aveva bisogno di voti quella gente, e di quattrini. Voti? Quattrini? Le famiglie potevano procurare gli uni e gli altri. Così i loro avvocati, i commercialisti, i faccendieri fidati avevano avvicinato i nuovi eletti. Nessuna minaccia, nessuna pistola. Solo sorrisi, aperitivi, scorpacciate di funghi e polenta, qualche squillo di lusso, un tiro di polvere bianca, promesse, i primi appalti. Buste piene di banconote avevano cambiato di mano, con discrezione. E consiglieri comunali, presidenti, sindaci, gioiosi ed energici rappresentanti del nuovo che avanza, si erano legati a doppio filo ai nuovi finanziatori. Lo avevano fatto sull'esempio di personaggi ancora più potenti, gente che comandava a Milano e a Roma. Non era sembrato vero a questi signori seduti dietro le scrivanie al cui cospetto un tempo si arrivava dopo lunghe ore in sala d'attesa, di avere accesso a fondi pressoché illimitati. Soldi facili, con cui si poteva fare tutto. Arrivare dappertutto. Permettersi di sognare perfino un seggio nella capitale, il che significava fama e fortuna, inviti nei salotti che contano, ancora più potere e denaro.C'era un lavoretto da far fare, un permesso da concedere, una pratica da facilitare? Pronti, bastava chiedere. I loro nuovi amici, così gentili e generosi, persone a modo, come non sé ne vedono spesso, si erano rivelati efficienti, organizzati, affidabili e riconoscenti. Soprattutto assai riconoscenti.Nuovi quartieri, nuove strade, capannoni, porti, ospedali venivano tirati su un po' dovunque. Altre buste cambiavano di mano. Si trasformavano un vacanze tropicali, feste, belle donne, macchine sportive. E poi ville padronali, attici firmati da architetti di grido, altre feste, donne ancora più belle, cocaina di prima qualità.

Una caso come gli altri, Pasquale Ruju (Edizioni E/O).

Così racconta il libro di Pasquale Ruju, un lungo confronto tra la vedova di un boss della ndrangheta e il magistrato che ne sta raccogliendo la confessione (ma non il pentimento): come è successo che le 'ndrine entrassero nel tessuto sociale, industriale, professionale, politico del nord. Per la ndrangheta erano un frutto maturo, da cogliere, a colpi di soldi, voti e coca.
Perché questo è successo.

In Piemonte, dove è ambientata la storia, ma anche qui in Lombardia, in Brianza, come ha raccontato l'inchiesta sulla Perego strade.

21 aprile 2016

Un caso come gli altri - incipit.

È tempo che io stringa la tua vita nella mia
perché resti sempre e solo ovunque tu non sia.
Federico Sirianni, Tempo

Due donne una di fronte all'altra.
Una è la vedova di un boss della ndrangheta l'altra è un pubblico ministero che deve raccogliere la sua confessione.
Un lungo confronto tra due donne, un lungo racconto della vita a fianco del boss, la storia della penetrazione mafiosa al nord. 
Il pm che fa domande e che cerca di capire, di incrociare i dati.
E la donna, che è stata a fianco del criminale, amandolo, che racconta. Non pentita.
No, non è un caso come gli altri.

L'incipit.
Una stanza.Spoglia, pareti di cemento grezzo, l'aria condizionata insufficiente a stemperare il caldo torrido di luglio. Eppure la vedova pare non farci caso. Pallida, quasi immobile, se ne stà lì, seduta dietro un largo tavolo metallico inchiodato al pavimento. Senza dire niente, senza fare niente.Una telecamera fissata in alto, sulla parete di fronte a lei, rimanda a qualche schermo di controllo ogni suo più piccolo movimento, ogni cambio d'espressione, ogni sospiro. Cercano di capire cos'abbia in mente, là fuori. Cercano di capire perché ha fatto quello che ha fatto. Vogliono rendersi conto.Rendersi conto, già, pensa lei. Come se fosse facile.Come se fosse facile comprendere quel desiderio bruciante, invincibile .. Quel desiderio che ancora adesso ..Basta, dice la vedova a se stessa. Meglio non ripensare a certe cose.Si chiama Annamaria e ha trentasette anni. È ancora bella, anche a guardarla da un freddo monitor di sorveglianza. Belle le mani lunghe e sottili, bello il volto regolare, splendidi i folti capelli corvini, anche ridotti a macchie in bassa definizione.Tiene gli occhi fissi sul piano del tavolo e solo di tanto in tanto, forse inconsapevolmente, si tormenta le mani.Non piange. Sa che non la farà. Non darà loro questa soddisfazione.Ha davanti un microfono, collegato a un registratore. Roba antiquata ma efficiente, servita certo migliaia di volte fino a oggi.Davvero, pensa ancora Annamaria, chissà quante storie in quelle bobine. Quanti incubi, quante sofferenze. Quanti rimorsi.Presto anche lei ci aggiungerà la sua parte. O forse no. Non i rimorsi, almeno.Non ce ne saranno di quelli.


Un caso come gli altri, Pasquale Ruju (Edizioni E/O).