Visualizzazione post con etichetta Bruno Morchio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bruno Morchio. Mostra tutti i post

10 luglio 2025

La morte non paga doppio, di Bruno Morchio


Cavolaie. È questo il nome delle farfalle dalle ali bianche che in primavera disegnano nell’aria fulminee traiettorie a zig-zag che ricordano il tracciato di un elettrocardiogramma fuori controllo.

I diecimila euro ricevuti da Luigi il vecchio per risolvere una brutta faccenda in uno dei suoi bordelli (raccontata nel primo libro "La fine è ignota") non hanno certo reso Mario Migliaccio un uomo ricco. Semplicemente è salito di qualche gradino nella scala sociale: un conto in banca, un guardaroba nuovo, un’immagine meno sciatta.

Ma rimane sempre l’investigatore abusivo dei carruggi, della Genova vecchia, tra prostitute, extra comunitari e gente abituata a vivere alla giornata senza farsi troppe illusioni sul domani.

Lo avevamo incontrato per la prima volta nel romanzo “La fine è ignota”: 30 anni un soldo in tasca, il rischio di finire a dormire sotto un ponte e un lavoro precario (e mal pagato) da investigatore senza tesserino.

L’indagine sulla ragazzina morta nel bordello di Luigi il Vecchio lo aveva reso meno vulnerabile ai mali della vita ma soprattutto gli aveva permesso di strappare da quel lager Milca, la ragazzina albanese sfruttata come giocattolo per adulti pervertiti, ora ospitata in casa dell’amica Soledad.

«Il mese scorso sua cugina è rimasta vedova. Hai sentito di quel tipo che hanno trovato morto sotto le mura del forte a Sampierdarena?»

Sarà proprio Milca a parlargli di una sua amica, conosciuta a scuola, che gli parla di una sua cugina, Alina: il marito è morto, ufficialmente per overdose. Ma la moglie è convinta che sia stato ucciso.

Per la sua indagine Mario comincia a parlare con l’ispettore romano Spaggiari: si occupa di scippi e spaccio, reati dove sono coinvolti spesso immigrati da tutto il sud del mondo, ed è così che le loro strade si sono incrociate.

Ufficialmente Anton Mitrescu è morto per droga, l’indagine è stata archiviata, perché sbattersi per un immigrato con tutti i problemi che abbiamo?

Eppure, come gli racconta Alina, la moglie che ancora conserva un barlume della sua bellezza, ci sono cose che non tornano: Anton non si era mai drogato, certo beveva e picchiava pure la moglie, ma la droga mai. Negli ultimi mesi poi tornava a casa la sera stanco, dopo una giornata di lavoro in un cantiere.

Bisognerebbe capire in quale cantiere lavorava, se era in regola, se, se, se …

L’esperienza mi ha insegnato che condurre un’indagine è come mixare un cocktail del quale nessuno conosce la ricetta. Troppe variabili imprevedibili, troppi ingredienti sconosciuti.

Uno di questo ingredienti sconosciuti è proprio il caso: è infatti per un colpo di fortuna che Mariolino legge un trafiletto dove si parla di un immobiliarista che era andato dalla polizia perché aveva riconosciuto proprio questo Anton, mentre stava lavorando in un cantiere.

C’è poi un ragazzo di colore, uno di quelli venuti in Italia coi barconi nella speranza di trovare una vita migliore e che invece sono condannati a vivere da fantasma e scappare dalla polizia. Anche lui pare sapere qualcosa del morto..


In questa città, diventata un ospizio a cielo aperto popolato di vecchi che hanno lasciato la speranza nel passato, riservando al futuro le tinte fosche della confusione e della paura, il Campasso è un rione atipico..


Purtroppo nonostante le tante brutte idee, le tante ipotesi che nascono in testa a Mario, il nostro investigatore non si trova in mano niente: nulla da poter portare dall’amico nemico ispettore Spaggiari per riaprire le indagini, nulla per pensare di poter dare giustizia a questa persona morta che ha lasciato soli una moglie e un figlio.

Potrebbe finire qui l’indagine non autorizzata di Mario, prima che l’ispettore gli faccia pagare l’essersi mosso senza un tesserino e l’autorizzazione della Questura.

Prima che le persone contro cui sta andando a sbattere, nella sua indagine, non decidano di dargli una lezione.

«Lascia perdere questa storia. Per il tuo bene e per il loro» e col capo accenna alla direzione opposta della strada, dove è il portone della casa di Alina.

Mario Migliaccio però è uno di quelli abituati ad inciampare per poi rialzarsi, a prendere le botte per poi andare avanti lo stesso.

Perché c’è una verità da scoprire, anche quando questa verità potrebbe fargli perdere il suo guadagno: la morte non paga doppio – è la frase che si sente dire in un sogno forse premonitore.

«Morte paga, ma una volta sola. Se Alina si accontenta di avere una cosa e rinuncia all’altra, allora bene. Ma se vuole tutt’e due, non c’è speranza: la morte non paga doppio».

L’indagine sulla morte sospetta di Anton nasconde un mondo sommerso dove si parla di sfruttatori e sfruttati, di gente abituata a comandare potendo mettersi al di sopra e al riparo dalla legge. E di altre persone, nate dalla parte sbagliata del mondo, abituate a farsi comandare in silenzio. E a morire nel silenzio.

Ma c’è una seconda indagine che per Mario è diventata lo scopo della vita: è quella sulla morte della madre, Wanda, trovata morta nella casa dove riceveva i suoi clienti, nell’anno in cui Mario sosteneva gli esami di maturità. L’anno in cui Mario è diventato improvvisamente adulto, sbattuto nel mondo degli adulti ma lasciato indifeso. Senza una famiglia alle spalle.

La Wanda lavorava in proprio nell’appartamento di vico Indoratori dove sono cresciuto, al quarto piano di un vecchio palazzo popolare senza ascensore, e aveva un certo fiuto nella scelta dei clienti.

L’assassino della madre è sicuramente uno dei clienti della madre: non uno di quei tanti personaggi venuti dalla Wanda per cercare un briciolo di piacere, operai, studenti..

Per questo Mario ha deciso di diventare investigatore privato e sentirsi chiamare con quel soprannome che arriva dal dialetto “scotti”, ovvero “fottignin scottizoso, come dire ficcanaso sporcaccione”.

Un investigatore figlio di una prostituta a sua volta innamorato di un’altra prostituta, Fatima, che vive nel suo stesso palazzo in via Stoppieri. Con una ragazzina, Milca, che vorrebbe venire a vivere da lui. Un investigatore che ha come miglior amico un rom e che si muove nei quartieri di una Genova sospesa tra passato e futuro.

Difficile non sentire l’eco delle canzoni di De Andrè in sottofondo..

Come il precedente (La fine è ignota - Rizzoli), anche questo secondo capitolo della serie con l’investigatore Bruno Migliaccio prende il titolo a prestito da un libro: in questo caso si tratta di Double Indemnity di James Mc Cain pubblicato in Italia col titolo “La morte paga doppio.”

Libro che poi è stato sceneggiato in un film con Fred Mac Murray e Barbara Stanwyck.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

24 ottobre 2024

La badante e il professore di Bruno Morchio

C’era questa Natalia che da qualche mese frequentava il Caffè della Posta. Alle due spaccate entrava, si sedeva al tavolo d’angolo, ordinava un cappuccino con tanta schiuma, apriva un libro scritto a caratteri strani e cominciava a leggere senza dare confidenza a nessuno.

Questo La badante e il professore è un ritorno al giallo per lo scrittore ligure Bruno Morchio, autore di una fortunata serie di noir con protagonista il detective dei carrugi, Bacci Pagano.

In questo libro invece l'investigatore, se lo vogliamo chiamare così, è un ragazzetto di 12 anni, Filippo Sarzana, che vive in un piccolo paese sui colli attorno Genova che ogni settimana prende lezioni di italiano da un ex insegante di liceo, il professor Canepa.

A essere sincero, l’idea che il professore avesse accettato di darmi ripetizioni gratis perché la nostra era una famiglia disgraziata non mi riempiva di orgoglio.

A Filippo, chiamato da tutti Sarzanetto, piace andare da questo professore, una specie di istituzione in questo piccolo paese, capace di farlo appassionare ai grandi della letteratura italiana, come Ariosto e i suoi versi per Angelica, come anche le vicende del suo passato, il sessantotto, la contestazione, l'occupazione delle scuole.

Sono anche momenti di distrazione, per sfuggire alla vita familiare difficile dentro cui è cresciuto: un padre perso, caduto in tutti i sensi da un ponteggio, una madre costretta a sgobbare per far studiare i figli e una sorella maggiore, la "secchiona", che ora studia all'università.

Ma in quella casa, del professor Canepa, Filippo incontra anche la "governante" ucraina, Natalia: scappata dalla guerra nel suo paese, aveva trovato lavoro qui, come tuttofare per il professore che si ostinava a chiamarla governante e non badante.

Nonostante quell'aria dimessa, quel voler nascondersi anziché apparire, Natalia aveva qualcosa che faceva ribollire gli ormoni del piccolo Sarzanetto, "certo non era brutta, ma la sua era una bellezza sbiadita, incolore, quasi timorosa di suscitare negli altri una qualunque forma di interesse".

Ma un giorno, di ritorno da una pausa ciottolata nel bar del paese, Natalia e Filippo si trovano davanti il corpo del professore: ucciso da un colpo alla testa col busto di Leopardi.

Chi può aver ucciso questa persona stimata da tutto il paese, da cui erano passati diverse generazioni di studenti?

Filippo si ritrova di fronte, per la prima volta nella sua vita, alla morte, alla consapevolezza di aver perso, e in modo definitivo, qualcuno di importante. Non solo, per la prima volta si trova di fronte alla legge: di questo delitto si occupa il vice questore Lojanocono che, sin dal primo interrogatorio, insinua, nelle domande che pone al ragazzo e a Teresa, la sorella, il dubbio che dietro il delitto ci sia la stessa Natalia.

«Come lo chiamava?» 

«In che senso?» 

«Hai detto che gridava, cosa gridava?» 

«Il suo nome. Ripeteva “Carlo, Carlo, Carlo”...» 

«E quello era il modo in cui lo chiamava di solito?» 

«No, di solito diceva Professorecanepa..»

Anche in paese, un piccolo paese chiuso dove le chiacchiere iniziano a girare e non sempre ispirate a buoni principi, in tanti iniziano a parlare alle spalle di Natalia: eh, le donne dell'est, sono tutte uguali..

No, la sua Natalia, quella donna che gli aveva fatto delle confidenze anche intime, che gli faceva bollire il sangue, non poteva essere l'assassina.

Doveva essere lui a dimostrare la sua innocenza, non poteva lasciarla nelle mani della macchina della giustizia.

Spinto da questo anche ingenuo, ideale di giustizia, inizia così a seguire Natalia nelle sue passeggiate a Genova, la grande città. Cerca una sponda nel cronista locale, Serafino Costamagna, il Costa: un ragazzo vestito in modo "scarmigliato", uno che lavorava per il giornale locale sempre in attesa della grande notizia da seguire. 

Eccola ora servita su un piatto d'argento: la morte di un anziano signore per mano di un assassino da scoprire.

Questa indagine, che ci viene raccontata in prima persona dalla voce di Filippo, costituirà anche un suo percorso di iniziazione, spazzando via quelle illusioni che aveva fino a poco tempo prima: perché la vicenda si mostrerà più torbida di quanto immaginasse, anche l'immagine della sua Natalia verrà sporcata e non dai pettegolezzi della gente della vallata, una zona dell'entroterra genovese spogliata del suo passato industriale.

Chi ha letto i precedenti romanzi di Bruno Morchio potrebbe trovare leggermente spiazzato: in quest'ultimo si fa largo uso dell'ironia, specie per descrivere certi personaggi da "bar" che potremmo trovare in tanti paesi della provincia italiana.

Il baby pensionato che pensa di sapere tutto e che su tutto deve pontificare. Il giornalista che vive solo e la cui macchina è una discarica, chiamato gentilmente dai paesani "scorreggione".

Il razzismo latente nei frequentatori del bar. Il burbero vicequestore di polizia, con la barba sfatta e l'aria stanca.

C'è però, come in altri romanzi, penso a Dove crollano i ponti, il racconto della periferia di Genova, abbandonata a sé stessa dalla fine dell'era industriale, una zona dove non solo crollano i ponti ma anche le aspirazioni e le illusioni delle persone.

E poi c'è Genova, con i suoi tesori tenuti ben nascosti nei palazzi della borghesia bene. 

Lo ha raccontato domenica scorsa Bruno Morchio alla Passione per il delitto: diversamente dagli altri centri storici, a Genova è difficile riconosce il censo delle famiglie dentro un palazzo guardando la facciata. Bisogna andare oltre la facciate dei palazzi, cercare di varcare i loro portoni, farsi invitare dentro per ammirarne le bellezze:

«Quello che invece mi ha sempre colpito della città vecchia è il suo pudore.» 

«Il suo pudore?» 

«Esatto: è piena di bellezze, che però non si lasciano vedere. Dietro portoni che ricordano quelli di una stalla si aprono scale di marmo e pareti decorate con meravigliosi azulejos. [..]»

«Solo che, per vederle» ha proseguito, «bisogna sapere che esistono. La mia idea è che le famiglie aristocratiche avevano paura dell’invidia dei poveri e perciò evitavano di mettere in mostra le bellezze che possedevano.»

Il badante e il professore è una storia di tradimenti, di rancori all'interno della cerchia familiare, rancori e avidità. Ma anche di protezione, prendersi cura tra fratelli, capirete alla fine il perché.

Attenzione, arrivati alla fine non ci sarà una verità consolatoria ad attendervi: alla fine si scoprirà che tutti hanno ingannato e sono stati ingannati, a parte il lettore.

La scheda del libro sul sito di Mondadori e la presentazione dell'autore.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

22 novembre 2023

Le ombre della sera, di Bruno Morchio


 L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato otto anni fa, al funerale di Cesare alla Sala Chiamata del Porto; c’erano anche i suoi figli, Mario e Alessandro, due giovani marcantoni che stringevano mani e distribuivano sorrisi di circostanza..

Che cosa rimane di noi dopo che ce ne siamo andati, quando non siamo più nulla su questa terra?

Siamo come meteore, che illuminano il cielo per un attimo, per poi lasciare dietro solo una scia di polvere. No, questo romanzo di Bruno Morchio non è un trattato di filosofia, ma questa volta l'indagine del suo Bacci Pagano, più che rivolta alla ricerca di un assassino, che forse poi nemmeno esiste, è rivolta alla scoperta di sé stessi. Come nel romanzo di Patrick “Via delle botteghe oscure” ed Bompiani, dove il protagonista è un investigatore senza memoria che deve indagare su sé stesso

Gente strana, che al passaggio lascia solo una scia di nebbia che prontamente svanisce. Con Hutte chiacchieravo spesso di questi esseri di cui le orme si perdono. Nascono un bel giorno dal nulla e al nulla ritornano dopo un fugace brillio. Reginette di bellezza, gigolos, farfalle. La maggior parte, anche da vivi, non avevano più consistenza di un vapore destinato a non condensarsi mai.

Lo stesso dovrà fare Bacci Pagano, l'investigatore dei Carrugi, che un giorno si trova in studio Katia, la ragazza che al liceo aveva fatto perdere la testa a tutti i ragazzi per la sua bellezza e che poi aveva scelto come compagno Cesare Almansi, suo compagno di banco.
Erano stati grandi amici al liceo con Cesare Almansi, inseparabili, anche nell'impegno politico giovanile nonostante fossero così distanti, figlio di operai il primo e figlio di un importante principe del foro, nonché esponente della Democrazia Cristiana il secondo.

Sentimento che si era cementato anche perché il padre lo aveva difeso al processo subito a vent'anni, quando Bacci Pagano era stato trovato con un'arma in mano ed era stato accusato di terrorismo.

Come è possibile che le loro vite si siano separate per trent'anni? Certo c'era stato quel brutto episodio, la morte di Adele, la fidanzata di Cesare. Era stato proprio quest'ultimo a chiamare il vecchio compagno di banco, diventato nel frattempo investigatore, per capire chi lo stesse minacciando nel corso della campagna elettorale dove il famoso avvocato Almansi si era candidato in Senato. Ma anche questo era successo tanti anni prima: l'entusiasmo per la sua legge sulla gestione dei rifiuti si era spento nelle nebbie della palude romana. E un martedì di otto anni prima la macchina su cui il senatore Almansi stava tornando a casa da Roma, aveva sfondato il guardrail sulla A11 per andare a sfasciarsi.
Il funerale dell’amico Cesare era stata l’ultima volta che aveva visto Katia, la moglie e anche Lou, l’amante di cui tutti sapevano, di cui anche Bacci si era innamorato.
Ora Katia è li, davanti a lui a chiedergli di indagare su quella morte: una morte su cui sono già state fatte tutte le indagini possibili, sulla macchina, su eventuali manomissioni.

«.. insieme abbiamo cresciuto due figli e creduto negli stessi ideali. Come posso accettare di averlo perso senza neanche sapere perché?»
Ecco, perché? Perché quella mattina il senatore Almansi aveva deciso di lasciare Roma per tornare a Genova dove non aveva alcun appuntamento?
Ma questo è solo uno dei tanti perché a cui Bacci deve dare una risposta.

Perché, dopo al suo ritorno in Italia, Cesare aveva aspettato trent’anni prima di farsi vivo con lui?
E perché lui, una volta tornato a casa, dopo cinque anni in giro per il mondo, non aveva mai pensato di fare un colpo di telefono al suo compagno di banco, soprattutto dopo che il padre lo aveva salvato da una condanna per terrorismo?

Sono trascorsi troppi anni e, per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare come tutto è cominciato. Ricordo che era il mese di ottobre del 1968

Sono domande che costringono l’investigatore a scavare nella vita dell’amico, per far riemergere anche tante vecchie cicatrici che ancora fanno male. Perché è anche nella sua vita, che deve guardarsi: per avere delle risposte Bacci Pagano inizia una lungo viaggio (in fondo una indagine non è anche questo?) andando ad ascoltare i suoi amici, le persone che sono state accanto a questa icona, questa specie di divinità che era Cesare Almansi: una persona che, per la sua condizione sociale poteva permettersi una rettitudine e una integrità morale “che la sorte non gli ha mai scalfito”.
La moglie Katia, che ha bisogno di una risposta e forse anche di una rassicurazione sul suo ritorno viaggio improvviso, forse qualcuno lo ha voluto uccidere?

Poi Maso, il professore universitario ideatore della candidatura al Senato, che gli spiega come nonostante l’affossamento della sua legge, Almansi non si fosse sentito sconfitto.
L’amico Pertusiello, l’ex commissario ora in pensione, gli rinfaccia il suo voler fare una indagine su dei fantasmi, persone che non ci sono più.

Lou, che era stata per anni l’amante segreta di cui tutti sapevano, e che ora si è rifatta una vita, con un nuovo compagno, una nuova villa.

Come è potuto accadere che per trentatré anni hai perso per strada il tuo migliore amico?
La risposta a queste domande, a questi perché arriverà da due libri: negli ultimi mesi Cesare Almansi aveva ritrovato una certa serenità, come se la fiamma della passione politica avesse lasciato il passo ad una diversa rassegnazione. Dedicava più tempo a sé stesso e a leggere. Tra le sue ultime lettura il libro di Modiano, “Via delle botteghe oscure”:

Secondo l’autore non siamo altro che ombre e tutto quello che possiamo fare per contrastare questa evanescenza è lasciare un segno, una traccia che affidiamo agli altri, alla loro memoria…

L’altro libro, la traccia che Cesare Almansi ha voluto lasciare dietro di sé, tanto da regalarlo ad un suo amico a Roma, è il romanzo scritto anni prima che aveva al centro un brutto episodio che aveva coinvolto Almansi, un suo amico e la prima fidanzata Adele. Una storia che aveva segnato per sempre le loro vite, dove il protagonista era proprio Bacci Pagano.
L’indagine sui fantasmi diventa l’occasione per ricordare l’amico perduto, per fare i conti con le occasioni mancate, per i rimpianti. Di come le nostre vite siano tutte intrecciate: la nostra forza sta nell’impronta che lasciamo negli altri, per sopravvivere alla nostra fine quando di tutta la meteora non rimane che niente.

L’indagine senza capo né coda, senza un assassino da scoprire, fatta per cercare di chiudere i conti in sospeso con un amico che non c’è più, diventa l’occasione per fare i conti con sé stesso, con quello che è stato Bacci Pagano, cercando di immaginarsi nel Bacci Pagano che sarà.

«E allora perché hai accettato l’incarico?»
«Perché ho ceduto alla tentazione di chiudere i conti in sospeso con un amico a cui ho voluto davvero bene, un amico che non c’è più.»

Un’indagine bislacca, una caccia ai fantasmi. Una riflessione sull’amicizia, sui rapporti tra le persone, sulla propria vita quando si avvicinano le “ombre della sera”.

Ma anche una sfida, come spiega l’autore a fine libro, ai tanti scrittori che in questi anni prendono spunto dalla realtà, mentre in questo romanzo tutti i personaggi sono inventati, ma trattati come fossero veri.

La scheda del libro sul sito di Garzanti e il link per leggere il primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

07 luglio 2023

Bacci Pagano. Una storia da Carruggi di Bruno Morchio


Notte di luna

L'uomo delle affissioni comunali sputa per terra e si orbisce con l'avambaccio libero, il sinistro. Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l'ascella un lungo rotolo di carta. Mugugna qualcosa, forse impreca contro quella smisurata gigantografia che si appresta ad incollare sul cartellone con maestria da attacchino professionista.

[..] Con una manovra che rivela tutto il suo mestiere intinge la pennellessa nella colla e la fa scivolare sotto un manifesto della gigantografia, quello in alto a sinistra. Un colpo preciso ed è disteso sul cartellone come un tappeto

CINQUE PALLOTT

Complice l'uscita di questa raccolta di gialli, per La Gazzetta dello sport, ho letto questo romanzo dello scrittore genovese Bruno Morchio con l'investigatore Bacci Pagano: primo dal punto di vista cronologico, perché in realtà scritto successivamente a Maccaia, il primo in assoluto.

Questo “Una storia da Carruggi” stata una sorpresa perché, avendo letto gli ultimi romanzi col suo investigatore genovese, qui lo stile narrativo è molto diverso: tanto più nei suoi ultimi la sua scrittura è asciutta e tipicamente noir, quanto in questo lo stile è molto più descrittivo (col rischio di appesantire leggermente la lettura).

La mia impressione, da lettore, è che in questa storia ci sia dentro molto di personale dello scrittore genovese: si parla del periodo post nuovo millennio, quando il neoliberismo selvaggio cavalcava l’economia mondiale, senza che nessuno si ponesse alcun problema di controllare i mercati prima che prendessero il posto delle democrazie, che sarebbero diventate come oggi tristemente scopriamo, luoghi svuotati da ogni potere.

Sono gli anni del governo Berlusconi, tornato al governo con l’obiettivo di salvarsi dai processi e di continuare a farsi i suoi affari sulle spalle dei cittadini italiani.

Passa per un vero democratico, un liberale fino al sacrificio, avallando l’idea che la libertà è una concessione del padrone e non un diritto di tutti.

Il G8 di Genova era ancora una ferita aperta, con quell’assaggio di “sudamerica” (intesa come privazione di tutti i diritti civili) che fu per molti genovesi e per molti cittadini democratici un brutto risveglio. Benvenuti nel nuovo millennio!

Il racconto comincia con un cartello fatto appendere da una radio privata sui muri di Genova: c’è scritto “CINQUE PALLOTTOLE PER RIPULIRE L’ITALIA”. A chi sparereste, tra politici imprenditori e affini per pulire il paese?
Quello di questa radio, Radio Baba Yaga, gestita da un reduce degli anni settanta e della contestazione è un modo leggermente populista per affrontare il tema del livellamento al ribasso della classe dirigente.

Ma a Bacci Pagano, che si muove con la sua Vespa 200PX per le strade spazzate dal freddo vento invernale, tutto questo per il momento non interessa.
Sta seguendo un caso che gli è stato assegnato da donna Assunta Pellegrini, famiglia di vecchi imprenditori, che vuole controllare la fidanzata del figlio, Alma, che frequenta un po’ troppo un professore che lavora per la concorrenza, Alberto Losurdo.

A Bacci Pagano, che sulle spalle ha cinque anni di carcere per l’accusa, infondata di terrorismo, un matrimonio finito male, le storie di corna non interessano.

Ma questa vicenda si rivelerà qualcosa di più, e di peggio.

Ma anche la storia del cartellone con le cinque pallottole, che ben presto gli ascoltatori della radio dedicano ad un noto personaggio politico dell’epoca, diventa qualcosa di più.

Un ladro è entrato nella radio e ha rubato la carabina posseduta dal direttore Lagrange, che Bacci Pagano ha già inquadrato per il suo essere narcisista. Della vicenda se ne occupa la Digos, comandata da un dirigente che vede comunisti dappertutto (come quel personaggio politico di cui sopra).

Prima che qualcuno si faccia del male, usando quella carabina e scaricando le colpe sulla radio comunista e magari tirando di mezzo anche lui stesso, Bacci Pagano viene ingaggiato per un secondo incarico: deve cercare di capire chi ci sia dietro questo furto.

Il rampollo di una famiglia della borghesia genovese con una fidanzata “focosa” e una vicenda che puzza di servizi e di menti raffinatissime con al centro una carabina: nella sua indagine Bacci Pagano si muoverà nei suoi Carruggi, “un luogo dove vive l’umanità più sciroccata della città”, dove verrà aiutato dalla sua rete di informatori, tra cui Gegè, un cieco che è anche la memoria della città vecchia e nuova. E poi una ragazza che viene dalla Costa d’Avorio, costretta a far la prostituta dalle persone che l’hanno portata in Italia.

L’investigatore e la prostituta, due che in fondo fanno lo stesso lavoro, “tutti e due razzoliamo nel retrobottega della gente perbene…”.

Effettivamente dietro il furto della carabina c’è una vecchia conoscenza, lo “zoppo”: l’idea su quale sia il piano di questo personaggio, nella zona grigia dove i servizi pescano la manovalanza per le operazioni sporche, arriva a Bacci Pagano sotto forma di sogno. Un manichino, un carretto siciliano portato da due uomini con la coppola e un colpo ad abbattere l’uomo di plastica.

Anche la prima inchiesta, quella su Pellegrini Junior e la fidanzata, lo porta dentro quel mondo dell’economia dove girano tanti soldi e poche regole di trasparenza, come vuol d’altronde il nuovo modello economico mondiale. Un modello dentro cui le mafie si trovano a proprio agio e che costringerà Bacci Pagano a dove impugnare la sua pistola e sparare.

Mentre mi sollevano come un manichino marcio e mi trascinano fuori dal garage, è un altro l’odore che mi fa venire voglia di piangere o di vomitare. Inconfondibile. Quasi familiare. Quello che sento è odore di sudamerica.

Il G8 non è stato un caso isolato e nella polizia non sono solo poche mele marce quelle che considerano la divisa come una sorta di immunità per sfogarsi contro gli ultimi, le zecche, i comunisti. O gli investigatori privati che si mettono in mezzo nelle loro indagini, anche nelle loro azioni sporche. Ma per fortuna non tutta la polizia è così: non è così il capo della Mobile, il commissario Pertusiello a cui Bacci Pagano ha dato anche una mano in diverse occasioni.

C’è l’indagine, sulla guerra commerciale tra due aziende dietro cui girano troppi soldi e dove si intravede il ruolo della nuova mafia. E l’indagine su questa carabina che sta per sparare all’uomo più potente d’Italia.

Ma sullo sfondo c’è Genova, non solo la zona dei Carruggi, che visiterete coi vostri occhi portati dalla lettura delle pagine, ma anche quella che andava via via trasformandosi per la speculazione immobiliare che cacciava via dal centro gli ultimi.

C’è tanta denuncia sociale in questo libro, molto “politico”:

«Io non sono nessuno. Questo delinquente ha ragione. Sono un morto di fame che sbarca il lunario razzolando nella rumenta. E sopravvivo mangiando la vostra merda. Ma i morti che porto sulla coscienza sono tutti criminali che stavano per spararmi addosso».

Si parla di temi quanto mai attuale anche oggi, la prevalenza dell’economia sui diritti sociali, sulle regole della democrazia, che deve essere svuotata dalle regole che frenano le imprese:

«Oggi è il potere economico a dettare le regole. E le decisioni dell’economia non spettano certo ai Parlamenti nazionali. Questi sono chiamati a ratificare grandi opzioni di livello globale, assunte da persone che non occupano alcun incarico elettivo. Inoltre c’è nel mondo una resistenza ottusa a tutto questo. Per questo una guerra è inevitabile. [..] Tante guerre locali per evitare una guerra globale che farebbe terra bruciata di duemila anni di storia».

La scheda del libro sul sito dell'editore Frilli e il link sul sito della Gazzetta (della serie Noir Italia)

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

05 febbraio 2023

La fine è ignota di Bruno Morchio


 

«Quel fetente tiene un gran fiuto e non lo sa.»
«Io invece dico che lo sa…»
«Naaa, non farebbe la vita del barbone. Metterebbe a frutto il capitale.»
«Assomiglia a sua madre.»
«Seee, l’angelo del marciapiede.»
Il giovane Lozzo si crede furbo e ridacchia.
«Eh, ma la Wanda» sospira il vecchio. «Una testa fina, e che donna! Bella e calda come il sole di luglio.»

Il titolo è preso a prestito dal romanzo di Geoffrey Holiday Hall, come avvisa anche l’autore ad inizio libro: un autore che è anche un mistero vivente. Mistero come quello su cui dovrà indagare anche il protagonista di questo romanzo, primo di una nuova serie (questa la mia speranza arrivato a fine libro) con protagonista un investigatore privato che si muove nei bassifondi di una Genova che non può non richiamare i versi delle canzoni di De Andrè

Nei quartieri dove il sole del buon Dio
Non da i suoi raggi
Ha già troppi impegni per scaldar la gente
D'altri paraggi [La città vecchia - Fabrizio De Andrè]
 

Si chiama Mariolino Migliaccio ma, diversamente da Bacci Pagano (l’altro protagonista dei romanzi di Bruno Morchio) è un investigatore senza licenza e soprattutto senza soldi in tasca. Vive in una specie di monolocale dentro una pensione in vico degli Stoppieri , campa facendo piccoli lavori muovendosi per i vicoli della città, dove ha anche una sua rete di informatori, un venditore ambulante, un ragazzo rom, un madonnaro ambulante..
L’eco dei versi di Faber si fa sentire più forte quando racconta di sua madre, Wanda, una prostituta che riceveva i suoi clienti in casa, mentre il piccolo Mario faceva i compiti (da cui il soprannome fottignin scotizzoso, ficcanaso sporcaccione).
I clienti della Wanda non erano professionisti, uomini importanti: erano operai del porto, qualche studente, uomini che vivevano la fatica del lavoro di giorno.

«Anche se vive come un barbone, Mariolino Migliaccio o l’è o ciù mëgio càn da trìfole in sce-o mercôu», è il miglior segugio sulla piazza.

Nonostante l’aspetto dimesso, gli abiti che meriterebbero una lavata, come anche la sua persona, Mariolino è un buon investigatore, uno che sa usare la testa per risolvere i casi che si trova a dover gestire. Anche perché lui ha in mente un caso ancora irrisolto, che è poi la ragione per cui fa l’investigatore: qualche anno prima sua madre è stata uccisa in casa da un assassino che non ha lasciato tracce, nonostante le tante coltellate inferte sul corpo della Wanda.
Un giorno riceve un incarico importante da una boss della vecchia Genova che, nonostante l’arrivo della criminalità organizzata, italiana e straniera, ha saputo mantenere il suo posto

Luigi il Vecchio è sopravvissuto all’invasione delle mafie foreste e si è specializzato in un giro di minorenni per clienti “speciali”
Queste minorenni, provenienti dall’est e spesso anche minorenni, ricevono i clienti in una casa di appuntamenti che è un bordello di alto bordo, il Nido delle Delizie, sotto il controllo di una maitresse italiana.
Da questa “casa” è scappata una ragazza albanese, Liveta e Luigi incarica Mariolino di ritrovarla, affidandogli anche un anticipo di 1000 euro.

Non è per un qualche sentimento che vuole ritrovarla, semplicemente il vecchio boss non può permettersi di perdere nessuna delle sue ragazze, altrimenti il suo nome, il suo rispetto nel giro della criminalità andrebbe a finire male.
Mario inizia le sue indagini, finalmente con qualche soldo in tasca con cui permettersi perfino di invitare a cena Fatima, la ragazza che vive nella sua stessa pensione ma in un appartamento più grande dove riceve i suoi clienti. Un altra prostituta.
Al Nido delle delizie Mario interroga la signora che tiene a bada le ragazze, aiutata da due energumeni albanesi: Liveta se ne è scappata via una sera, dopo aver ricevuto un cliente che era arrivato alla casa per la prima volta.

Questo tizio, elegante e sovrappeso, si era presentato con in mano un biglietto da visita, firmato da un altro storico frequentatore della casa, un conte che ora è partito per un viaggio in Polinesia.

Genova, addì 23 ottobre 20**
Carissimi, Vi raccomando il mio amico Bibi, trattatelo bene. Sempre Vostro Gilberto
Dentro Il Nido delle delizie Mario incontra Milca, un’altra ragazza, albanese anche lei, sfortunata anche lei, come le tante ragazze costrette a fare questa vita

Una bambina, cazzo! Quella che ho davanti è poco più d’una bambina. Accovacciata sul pavimento e ammanettata al pesante termosifone di ghisa, nella posizione scomposta d’una bambola rotta.

Chi è l’uomo che si è presentato quella sera al bordello per Liveta? Come ha fatto a portarla via? E cosa aveva in mente questo Bibi, con Liveta? Voleva portarla via dalla casa, come l’Alfredo della Traviata?
Abbiamo detto che Mariolino, nonostante l’aspetto, che fa storcere il naso alle persone che ha davanti (sebbene non abbia l’odore del disonesto), è uno che sa usare la testa nel suo lavoro: la voce dai carrugi, fatta girare anche attraverso Anghel, il suonatore rom che gli fa da informatore, non gli riporta nessuna voce di una ragazza fatta sparire da una casa di appuntamenti.
La verità, come scoprirà Mario con la sua indagine, porta ai quartieri alti di Genova, ai professionisti della città, quelli con una vita specchiata davanti e con tanti vizi nascosti dietro. La droga, certe perversioni sessuali che puoi solo sfogare in un bordello, di fronte ad una ragazzina resa schiava che non può dirti di no.

Ma c’è un altro problema: perché Luigi ha affidato l’incarico proprio a lui? Non è che dietro questa storia ci sia dell’altro? Perché sebbene Luigi il vecchio fosse un po’ innamorato della Wanda, è pur sempre un criminale capace di farti ammazzare dai suoi sgherri senza problemi.
Specie se tu sai un segreto che potrebbe causargli dei problemi. Specie se questo segreto riguarda i suoi affari e i suoi clienti, gente che di certo non vuole apparire sui giornali e sentir spiattellati i propri vizi.
Non si tratta solo della sparizione di una prostituta, dietro questa storia c’è ben altro, una grana che potrebbe costargli la vita a Mario: per uscirne vivo dovrà escogitare un piano in cui salvare capra e cavoli, la sua vita, prendere i soldi da Luigi il vecchio e cercare di salvare anche la piccola Milca. Una bambina che ha già visto l’inferno.
Perché anche se è uno che bazzica criminali (che parlano tutte le lingue del mondo, non solo il dialetto genovese che in questo romanzo abbonda) e prostitute, Mariolino Migliazzo è uno che non sopporta le violenze contro le donne, soprattutto quelle più indifese.

«Cöse ti ne fæ de tùtte ste palanche?», cosa ne farai di tutti questi soldi? Il momento è solenne e decido di rispondere in genovese. «Domàn vaggo da o peruchê», domani vado dal parrucchiere. «Poi aprirò un conto in banca.»


Sono troppi i punti rimasti aperti alla fine di questo bel noir per pensare che non ci sia un seguito: cosa se ne farà Mariolino dei soldi presi da questo incarico? Riuscirà a scoprire chi ha ammazzato la Wanda (una pista gli arriverà grazie ad un indovino)?

Lo scopriremo spero nel prossimo romanzo della serie.

La scheda del libro sul sito di Rizzoli e il PDF col primo capitolo.

Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

15 novembre 2021

Nel tempo sbagliato, di Bruno Morchio

 

FUGHE E TRASLOCHI

Sarebbe stato facile raccontare alla polizia che Carlo Pizarro mi aveva cercato per ritrovare sua moglie. In fondo era la verità, o quantomeno la ragione che in quel pigro lunedì mattina di maggio del 1994, infestato dai cattivi pensieri e da una macaia da tagliare col coltello, lo aveva portato nel mio ufficio di piazza De Marini senza nemmeno darsi la briga di prendere un appuntamento.

Per quelli come me, che stanno iniziando adesso (con colpevole ritardo) a leggere i romanzi di Bruno Morchio col suo investigatore Bacci Pagano, può non essere facile seguire il filo della storia di questo personaggio: se il penultimo romanzo era ambientato in pieno lockdown ("Voci nel silenzio"), nel pieno della prima ondata, dentro una indagine che lo aveva portato a ritornare su una vecchia indagine del fine millennio passato.

Anche questo romanzo è un salto indietro nel suo passato, ci troviamo nel 1994 in un momento di passaggio della sua vita (appena separato dalla moglie) e in un momento di passaggio anche per la Storia con la s maiuscola, nel paese per l'arrivo del nuovo miracolo economico a seguito della discesa in campo dell'imprenditore prestato alla politica e mai più restituito. E per i cambiamenti nel mondo, l'arrivo della globalizzazione, un pezzo alla volta, con la fine dell'era industriale a Genova e anche nel paese, sostituite dal nulla, se non da una nuova economia basata sulla speculazione, sul denaro che genera denaro, sulle posizioni di rendita.

Una mattina, nel mezzo del trasloco della sua casa e del suo ufficio da piazza De Marini, dove era cresciuto sin da piccolo, si presenta il signor Carlo Pizarro per denunciare la scomparsa della moglie.

Pizarro è l'emblema di questa nuova Italia che è affacciata sulla scena imprenditoriale, un poco alla volta, puntando sulla finanza, sui giochi in borsa, uno che “aveva accumulato una cospicua fortuna giocando in borsa e la esibiva come una maschera posticcia,” per darsi l'impressione di essere uno di quegli industriali che avevano fatto fortuna nell'Italia del boom degli anni cinquanta.

Gli anni dell'emigrazione di massa, del cemento che conquistava pezzi di campagna, dell'inquinamento delle acque e dei terreni, di quell'effimera ricchezza che, gocciolando dall'altro, dalla tavola dei grandi industriali, arrivava anche sulle tavole delle famiglie della classe operaia che coi soldi dello stipendio fisso potevano comprarsi il frigo e perfino la 500.

Dopo una gita in barca ad Arenzano nel week end, la domenica mattina si era svegliato e la moglie, Myra, era sparita portandosi via le sue robe in un borsone. Un allontanamento volontario, parrebbe, e allora perché quella denuncia?

Perché Mira, nella vita precedente, lavorava in un locale notturno, il Gardenia, dove, assieme a tante altre ragazze dell'est, serviva ai tavoli mostrando in costumi succinti la sua bellezza.

Perché Myra era una bellissima ragazza nata in Ucraina (con una somiglianza con la cantante francese Sylvie Vartan), unica figlia di una famiglia borghese che l'aveva aiutata a lasciar il suo paese per trovare un futuro migliore nel belpaese: forse – spiega il marito, che l'aveva conosciuta proprio in quel locale – è stata “risucchiata” da quel mondo, lasciando intende un mondo di malaffare, di sfruttamento, dove le ragazze sono considerate carne da macello (senza rendersi conto che quella carne viene esibita proprio per persone come lui).

«Temo che abbia sbagliato persona: io sono un investigatore privato, non un patriota.»

«Dovremmo sentirci tutti patrioti, non crede?» «Fortunato il paese che non ha bisogno di patrioti.»

Dopo un'iniziale scetticismo, Bacci Pagano accetta il caso e inizia la sua indagine andando ad ascoltare le persone che erano state accanto alla moglie nella sua vita passata, e nella vita presente, da Moglie, dove Myra era riuscita a laurearsi e a conquistarsi un suo posto come ricercatrice all'università di Genova.

I night club sono locali carichi di misteri, primo fra tutti quale sia la ragione che li rende così allettanti agli occhi dei loro clienti.

Il gestore del locale lo rimanda ad un'amica di Myra, Paula Pataki, con cui Myra aveva convissuto in quel periodo, in via Merano, “là dove un tempo erano allineati i grandi stabilimenti dell’Ansaldo” oggi smobilitati come ferite aperte che ancora sanguinano: come Myra, anche Paula è una di quelle bellezze che colpiscono, di una bellezza indossata con disinvoltura però, senza preoccuparsi troppo dell'effetto che facevano sul prossimo.

Myra, quando condividevano lo stesso tetto, si preoccupava solo di studiare, per la laurea in lettere, perfino la domenica. Nessun altro pensiero, nessuno svago: dopo il matrimonio i loro rapporto si erano piano piano diradati, anche perché il marito sembrava non apprezzare quell'amicizia.

«Forse… era geloso di quello che era lei.»

«Non capisco.»

«Myra era bella, era intelligente e sapeva quello che voleva. Io credo che Carlo pativa sua forza.»

C'è un altro ragazzo con cui Myra era entrata in confidenza, in quella fase della sua vita: si tratta di un artista di strada, incontrato quando dormiva in un ostello.

Grazie all'aiuto di Gegè, un informatore della rete dei carruggi, Bacci Pagano riesce a mettersi sulle sue tracce.

Ancora una volta emerge un quadro di una ragazza bella, incantevole “era impossibile non amarla”: ma a fianco alla bellezza una forte determinazione nel voler raggiungere i suoi obiettivi, appassionata alla ricerca, allo studio, alla conoscenza.

Lo stesso ritratto che ne fa il “mentore” all'università, il professor Umberto Cevasco della facoltà di lettere (che le aveva fatto ottenere un dottorato), altro luogo pieno di ricordi per l'investigatore, dove era iniziata la sua passione politica

Ma tutto era iniziato lì, alla facoltà di lettere, dove la passione politica che mi avevano trasmesso mio padre e mio nonno, entrambi ex partigiani comunisti, mi aveva portato a scontrarmi con acrobati e sofisti della rivoluzione:

Chi è Myra Rostova? Un pezzo alla volta, nella testa di Bacci Pagano si forma un'immagine di una donna indipendente, che attraversava le relazioni gettandosi dentro ma senza lasciarsi intrappolare, di cui in tanti si erano innamorati e a cui Mira aveva anche corrisposto, in modo sincero, prima di abbandonarli, per raggiungere quel suo obiettivo legato al mondo della ricerca, come il padre.

Non era una ragazza chiusa, anche dal punto di vista sessuale: non a caso aveva basato la sua tesi di laurea sugli epigrammi erotici del poeta latino Marziale.

Perché una donna così dovrebbe scappare dal marito, da questa sua vita, apparentemente senza problemi o pericoli?

Sarà Mara, la dottoressa Mara Sabelli, psicoanalista, la sua “fidanzata” non ancora convivente, a fargli vedere quel dettaglio che consentirà a Bacci Pagano di inquadrare nel modo giusto tutta la storia, facendogli comprendere la sua difficoltà nel riconoscere i sentimenti, intrappolato nei suoi ricordi come “la zanzara nella goccia d’ambra”.

L'indagine su Myra fa da spunto ad una indagine, più personale, su un mondo in cambiamento: il mondo dei suoi ricordi che deve abbandonare, facendone una cernita nel doloroso momento del trasloco dalla casa dove era cresciuto, vicino al nonno materno Baciccia.

La trasformazione di un paese, dove l'industria lasciava il passo alla finanza e dove gli “arcigni” operai dovevano imparare al nuovo cambiamento togliendosi le tute blu e “cambiare casacca e mettersi la livrea dei camerieri e dei maître d’hotel, oppure fare come Pizarro e diventare colletti bianchi della finanza”.

Un cambiamento che Bacci Pagano non riesce ad accettare, nato in un'altra epoca, non riesce ad adattarsi a tutti i nuovi cambiamenti, compresi quelli sul volto delle città, trasformate in vetrine per vendere giocattoli, sempre lustre in nome del decoro urbano.

Perché Bacci Pagano è nato in un altro tempo, il “tempo sbagliato”, come anche il suo cliente, il signor Pizarro, cresciuto con l'ambizione di diventare anche lui uno degli industriali “patrioti” che hanno contribuito al boom, ma costretto a far soldi col mondo effimero della finanza.

Piano piano,

ma irresistibilmente

torno da te.

La mia vita

irresistibilmente

corre con te

Sylvie Vartan Irresistibilmente

La scheda del libro sul sito di Garzanti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon



25 novembre 2020

Voci nel silenzio di Bruno Morchio

 


Prologo

«April is the cruellest month.» T.S. Eliot

La telefonata è arrivata ai primi di aprile, nel mezzo del lockdown decretato dal governo per contrastare la pandemia da Covid-19.Alle dieci del mattino, dirimpetto alle finestre di casa, un sole luminoso e beffardo illuminava il prato della facoltà di architettura, bello e deserto come il giardino dell'Eden dopo il peccato originale.

Ho scoperto lo scrittore Bruno Morchio solo da poco, prima col romanzo Dove crollano i ponti, una storia di disperazione giovanile in un quartiere fuori Genova.

E ora col suo Bacci Pagano, in un giallo intenso e drammatico ambientato nei mesi del lockdown.

La consegna di non uscire di casa, contro cui qualcuno ha rivolto una discutibile indignazione, non mi è pesata. L’ho presa come un’altra prova, forse l’ultima, a cui la vita ha voluto sottopormi, quasi a testare la mia capacità di sopportazione con l’avanzare dell’età.

Si può ambientare un romanzo ai tempi del Covid: per dare azione ai personaggi, confinati in casa per le regole di contenimento della pandemia, basta aggiungere un piano temporale alla storia, come fa Bruno Morchio in questo romanzo che parla di morti e di segreti e della difficoltà nel prendere una decisione: si può raccontare una verità ad una persona sapendo che questa potrebbe non reggerne il peso?

Il tutto parte, al tempo dell'oggi, con una telefonata e una lettera che l'investigatore privato Bacci Pagano riceve da una ragazza

«Parlo con Bacci Pagano, l’investigatore?» Una voce di donna fresca e giovanile..

Si chiama Lara Tanzi ed è la figlia di un ex cliente di Bacci Pagano, Beppe Bortoli che, prima di morire per il covid, aveva scritto una lettera proprio per lui, dove si ripercorrono tutte le fasi della loro conoscenza e dove alla fine gli viene chiesto di fare una nuova indagine per lui. Nel 1998 Bortoli, ex brigatista che aveva trascorso anni di latitanza all'estero, l'aveva assunto per trovare delle prove che potevano scagionarlo dall'accusa di omicidio.

Un piccolo criminale rinchiuso in carcere lo aveva denunciato, riportando le confidenze di un altro brigatista suicida in carcere a Torino, a Le Vallette, Paluzzi.

Secondo quest'ultimo, nel 1980 aveva fatto parte di un commando di BR dove era stato ucciso un carabiniere: ma Bortoli era stato un pesce piccolo nelle BR, non aveva fatto nessuna azione e quando aveva iniziato ad avere paura di finire in trappola era scappato in Brasile, dove era tornato solo nel 1992, quando il suo avvocato (un nome importante del foro di Torino) aveva patteggiato per lui la pena.

Una ricerca dolorosa, perché lo costringe a tornare indietro con la memoria, ai cinque anni passati in carcere per un accusa falsa, negli anni migliori della propria gioventù, anni in cui per un semplice sospetto, per delle accuse solo indiziarie, potevi finire in galera per mesi, in attesa di un processo. O per colpa di una condanna sbagliata.

Dal tempo moderno ci trasferiamo al tempo passato, fine anni 90, più di un decennio dopo la fine della stagione del terrorismo rosso. Quando l'Italia passò dalla rivoluzione del proletariato a Tangentopoli per arrivare al nuovo sogno italiano:

Vorrei rispondere che la rivoluzione l’hanno fatta gli altri, visto che, dopo Tangentopoli, al potere è andata l’immaginazione delle reti Mediaset e al governo si sono insediati gli epigoni del Movimento Sociale, ..

Perché questa accusa nei confronti di Bortoli così dopo tanti anni?

Ci sono cose che non convincono Bacci Pagano in questa storia: per esempio il suicidio di Paluzzi, l'accusatore di Bortoli. Pure lui finito in cella molti anni dopo la fine della stagione del brigatismo quando si era anche rifatto una vita.

Come mai Marra, un ex brigatista pentito che oggi si è trasformato in un professionista rispettabile, lo ha accusato con tanti anni di ritardo?

Come ha fatto Bortoli a tornare in Italia, dopo anni di latitanza, senza finire in galera, patteggiando una pena mite? Certo, nel 1992 l'emergenza era la mafia, non le BR.

Non è un'indagine facile, c'è questa impressione che Bortoli non gli stia raccontando tutto, che ci sia dell'altro dietro il suo rientro dalla latitanza. Come non è facile avere a che fare con pentiti come Marra, nei cui occhi si vede ancora quel luccichio dell'ideologia malata.

O come l'avvocato Canessa, un avvocato importante, troppo per uno come Bortoli:

Più che uno studio legale questo austero appartamento nasconde una fabbrica che ingurgita clienti, macina diritto penale e civile e defeca soldi a palate.

La lettera di Bortoli, però, finisce con una richiesta ben precisa: l'ex brigatista vuole scoprire l'origine del rancore da parte della moglie, Marina, nei suoi confronti. Rancore, un vero e proprio odio, nato pochi mesi prima di morire per un tumore e pochi mesi dopo che il processo a suo carico nel 1998 lo avesse assolto.

Ora ti domanderai a quale scopo ho chiesto a Lara di recapitarti questa lettera. Quello che ti chiedo è semplice: scopri perché Marina ce l’aveva tanto con me. Rintraccia la sua amica, Tania Serao, e convincila a parlare.

Questa seconda parte dell'indagine sarà un viaggio indietro nel tempo ancora più doloroso.

Perché Marina e Bacci Pagano si erano incontrati nel lontano 1980 a Cuba, in una piantagione di zucchero, quando i giovani come loro coltivavano un sogno di costruire un mondo nuovo.

Erano trascorsi quasi quarant’anni da allora. E di Marina Tanzi, oltre alle tracce, avevo perso anche il ricordo. Non potevo certo immaginare che nel 1998, grazie a un personaggio come Beppe Bortoli, i nostri destini fossero sul punto di incrociarsi.

La voce di Lara, la figlia di Marina e Beppe Bortoli, ricorda quella della madre, una donna conosciuta in una piantagione di zucchero, dove tra loro era anche successo qualcosa, e poi dimenticata. Come aveva fatto a perderla?

Un'indagine che si sposta al tempo di oggi, un'indagine su fantasmi, che lo riporta a bar e locali chiusi da anni, quelli in cui incontrava vecchi “compagni” come Ardigò

.. reduci che avrei voluto interrogare non avevano niente da dire perché non c’erano più, o erano finiti in qualche discarica della storia. Fantasmi che esistevano solo nella mia mente

Quello in cui lo aveva trascinato Bortoli è un viaggio in un territorio dominato solo dal buio e dal silenzio, ma

Bacci Pagano riuscirà a fare luce su quel buio e a mettere in fila tutte le risposte alle sue domande: come mai Marina in quegli ultimi frenetici mesi della sua vita, avesse iniziato ad odiare Bortoli.

Quale fosse il segreto di questo ambiguo personaggio che, agli occhi della figlia appariva come un combattente, un rivoluzionario che voleva cambiare il mondo e che non aveva fatto nulla di male …

Una verità di un passato le cui ferite fanno ancora male e il cui peso dovrà Bacci Pagano tenersi addosso, “su questa schiena provata dagli anni, dalle ferite e dalla pioggia buscata nel corso di centinaia di appostamenti”.

Voci nel silenzio è la dimostrazione che si può ambientare un romanzo, un giallo, anche ai tempi del Covid. Facendo un'indagine senza quasi uscire di casa, telefonando a vecchie conoscenze del passato, ex poliziotti in pensione o guardie carcerarie con cui si era diventati (nonostante le sbarrre) amici.

E' un romanzo che tocca diversi temi: dal racconto della lotta armata da parte dei reduci di quegli anni (con riflessioni molto profonde su cosa sia stata quella stagione per molti reduci), al peso della memoria, di cui a volte ci si vorrebbe liberare.

Un racconto in cui il protagonista si mette a nudo mostrando tutte le sue vulnerabilità, come il rapporto difficile con la compagna, il dolore per quelle cose perse dietro di sé, le amicizie, gli amori, i ricordi e gli spettri del passato ..

La scheda sul sito di Garzanti

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

11 novembre 2020

Dove crollano i ponti, di Bruno Morchio

 


Tutti nel quartiere mi chiamano Blondi, ma il mio vero nome è Ramona. La mamma ripete di averlo scelto perché le ricordava una bella collega dell'Ecuador a cui era molto affezionata, ma io non l'ho mai bevuta. Le ecuadoriane hanno la pelle scura e i capelli neri e di somigliare a una come me se la sognano di notte.

La mamma lavora in una casa di riposo con la qualifica di OSS, che sta per operatrice socio sanitaria, una specie di infermiera a cui sono rifilati i compiti più sfigati, tipo portare la padella ai vecchi, lavarli e cambiargli le lenzuola..

E' il primo romanzo che leggo dell'autore genovese Bruno Morchio, famoso soprattutto per il suo investigatore Bacci Pagano, abile nel muoversi nel mondo dei carruggi di Genova.

In questo romanzo invece non c'è nessun investigatore (almeno non tra i protagonisti), non c'è un enigma da risolvere ma ci sarà invece un delitto e, anzi alla fine, ce ne saranno addirittura 43 di morti, ma questa è un'altra storia.

Quello di Morchio è un racconto dove protagonisti sono dei ragazzi che vivono in un quartiere periferico di Genova, Certosa, una ex area industriale dove ora, di quel passato, sono rimasto solo dei gusci vuoti. Un mondo, quello dei giovani, che l'autore conosce molto bene lavorando come psicologo a contatto con loro.

Ragazzi come Blondi, una quasi diciottenne che ha come unica arma per sopravvivere in questo mondo la sua bellezza, con un madre rassegnata ad una vita grigia e senza sogni. Mentre lei un sogno ce l'ha: scappare via e andarsene in Costa Rica, un paradiso dove si può sopravvivere con pochi soldi.

Come il suo ragazzo Cris, il belloccio del gruppo, tifoso della Samp, che ogni tanto compra del fumo dagli spacciatori senegalesi e qualche volta pure l'eroina.

Come Alessio, Samuel, Pablo, Ketty e Sabri. Alcuni senza un lavoro e senza nemmeno la voglia di trovarne uno.

C'è una grande desolazione dentro la vita di questi ventenni, come la desolazione lasciata dall'abbandono delle aree industriali specie nella zona dove è ambientata la storia, la valle del Polcevera, proprio vicino al ponte Morandi (che all'inizio del racconto è ancora in piedi).

Ho incontrato l'autore alla rassegna letteraria La Passione per il delitto, questo ottobre, dove presentava proprio questo libro che mi ha subito incuriosito: non solo per l'ambientazione a Genova, una città che dal punto di vista letterario conosco poco.

Ma proprio per la scelta di raccontare quel mondo di ragazzi senza sogni, che vivono alla giornata, che vedono il fallimento nella vita amara dei loro genitori, ma che non sanno costruirsi quel futuro con dentro i loro sogni.

Genitori come la madre di Blondi, che lavora come assistente in una casa per anziani e che quando torna a casa passa la serata davanti la TV.

Genitori come il padre di Cris che sperpera tutto quello che ha davanti alle macchinette di videopoker.

Quando non hai conosciuto altro che sacrifici e rinunce, finisci per schifare la vita e odiare la speranza. La bellezza e la felicità ti spaventano, non fanno per te, e il solo modo per non sentirne il richiamo è mangiare a pranzo e cena pane e rassegnazione.

L'unico sogno che tiene in vita Blondi (il “vaccino dei mali della vita”), l'io narrante di questo racconto col suo modo di parlare semplice e crudo, è quello di andarsene per sempre in Costa Rica.

L'occasione per mettere insieme i soldi necessari per il biglietto, per poter vivere i primi tempi, arriva a seguito di un piccolo inghippo in cui si è infilato il suo ragazzo. Assieme al suo compare Samuel, è andato a minacciare un piccolo spacciatore, rubandogli droga e soldi.

Bobo, questo il nome dello spacciatore (che viene chiamato negro per una forma di razzismo epidermico), viene poi trovato morto: Cris ha ora bisogno di soldi per scappare e può chiederli sono allo zio, il fratello del padre, un piccolo imprenditore con una sua falegnameria (dentro cui Cris non ha resistito che per pochi giorni).

Per spillare i soldi, Blondi è disposta a tutto. A manovrare il suo ragazzo (e usando il suo corpo, la sua bellezza di quai diciottenne) per fagli fare qualcosa di irreversibile, pur di avere quei soldi.

Senza dire niente alla madre. Senza sentir troppi rimorsi per quel piano diabolico dove tutti sono pedine del suo desiderio di fuga.

Non si uccide per denaro. E' il sogno di una nuova vita, la speranza d'una rinascita e d'un riscatto: quello sì che ripaga il rimorso ..

C'è un attimo, un momento del racconto, in cui la storia sembra prendere una direzione in cui tutti gli attriti paiono risolversi. Una nuova vita, un lavoro come tutti, una nuova quotidianità.

Mi domando se anche qui, nella valle, non sia possibile coltivare uno straccio di felicità, se anche questa normalità fatta di lavoro, orari regolari e onesto guadagno non sia preferibile a un sogno che si realizzerà solo attraverso imbrogli, menzogne e altra sofferenza.

Ma è solo un fuoco di paglia. Perché il destino sa essere beffardo, anche con persone come Blondi, una ragazza che sa cosa la gente vuole da lei, molto più matura per certi versi, rispetto alla sua età.

Una ragazza che sconta la sola pena di essere cresciuta in un mondo da cui è difficile uscire. Il suo sogno sarà destinato a crollare, proprio come certi ponti lasciati senza nessuna cura..

La scheda del libro sul sito di Rizzoli e il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 ottobre 2020

La passione per il delitto 2020 – domenica 18 ottobre: sogni infranti

Bruno Morchio

Villa Greppi a Monticello


Seconda presentazione di domenica 18, alla Passione per il delitto: moderatrice Manuela Lozza, con tre romanzi dove si parla di sogni, desiderio di fuga, di sogni e di incubi dal passato

Quello di Franco Pulcini è un romanzo scritto in modo particolare, ambientato nel mondo della musica classica, dei professori: un ambiente di intellettuali e artisti, che si immagina siano persone ineccepibili e dove invece troviamo invidie, dove i giovani artisti sono trattati come merce.

Nel conservatorio ho insegnato per 40 anni e alla Scala lavoro ancora, nonostante avessi rischiato il licenziamento per il precedente romanzo, Delitto alla Scala.

Sui bambini prodigio la penso come Visconti, è spesso roba da ruffiani: in questi anni ho visto proliferare bambini prodigio, cinesi. In questo modo la rivalità professionale è forte: ho scritto questo secondo giallo con l'ispettore Calì, siciliano con madre tunisina, ma milanese come molti altri, perché Milano lo ha accettato.

Calì per quanto persona istruita, non capisce nulla di musica e scopre quel mondo e i suoi lati oscuri poco alla volta: come il sadismo che sta dietro l'insegnamento della musica.

Dietro i bambini prodigio ci sono genitori che sfogano su di loro le proprie ambizioni. Sono le storie di Beethoven e di Mozart.

Nel caso di Calì, questi bambini sono ribelli, hanno una capacità di lettura nei confronti di certi adulti: è una storia di esibizionismo genitoriale e di ribellione, dove il commissario deve indagare in questo mondo di talenti infantili, scoprendo la storia della vittima, il professore che muore all'inizio e che sembra un mostro.

Nel libro si parla anche della Milano che accoglie ma che coltiva anche storie di gelosie e tensioni tra ragazzini che arrivano da lontano: l'autore si è inventato una lingua con cui parlano questi bambini cinesi o coreani.

Nel romanzo di Rosa Terruzzi l'acqua del lago ha un ruolo importante: è una metafora, perché la famiglia delle protagoniste è di Colico, sponda lecchese del lago di Como.

Nel 1946, alla fine della guerra, la nonna della protagonista muore scivolando in un burrone: in realtà dietro c'è un segreto e dunque qualcosa di nascosto.

Un segreto che nasconde i delitti degli ultimi mesi della guerra, di persone che si sono arricchite sulle spalle degli altri.

Storie di chi salva e di chi perde, i traditori di tutti di cui parlava Scerbanenco: segreti nascosti nelle acque del lago.

Questa non è nata con l'intenzione di scrivere una serie: volevo raccontare la storie di tre donne libere, che vivono in un casello ferroviario. Una delle donne è un ex libraria oggi diventata fioraia, nella periferia del Giambellino, assieme alla mamma e alla figlia poliziotta.

Fioraia con la passione delle indagini, in modo dilettante, ma spesso le persone parlano di più con queste persone rispetto che a poliziotti e carabinieri.

Un romanzo deve raccontare uno spaccato sociale: i libri di Rosa Terruzzi sono ambientati in un quartiere multi etnico, dove c'è la malavita, la ligera, una zona di confine.

E come scrittrice, ho voglia di raccontare la luce in quel buio: mi piace raccontare storie sui segreti delle famiglie, perché una persona apparentemente normale ha compiuto quel gesto, storie di fantasia che contengono un seme di verità.

Il romanzo di Bruno è ambientato a Genova, nel quartiere della valle del Polcevera, dove è caduto il ponte due anni fa.

Una Genova che non è i caruggi, il porto: era tempo che volevo parlare delle periferie, ha un grande significato oggi per quello che le periferie sono diventate oggi, anche dal punto di vista sociale e politico.

Quando è crollato il ponte ho avuto altre sollecitazioni, ho voluto innovare: Bruno Morchio l'ha fatto tornando ai classici, andando oltre allo schema morto – indagine – rivelazione.

Genova è una città che stenta a identificare le periferie, è l'agglomerato di sedici ex comuni con una forte identità: il processo di de industrializzazione lì ha lasciato un'enorme quantità di gusci vuoti, fabbriche vuote come la Miralanza. Aree vuote che ci parlano del passato e non del futuro: è difficile parlare del futuro nelle periferie.

Morchio ha messo come protagonisti del romanzo un gruppo di ragazzi che non lavorano, che stanno al bar, passano giornate vuote, perché la loro esistenza è schiacciata sul passato, perché il loro futuro è stato rubato.

I giovani che non studiano e non lavorano in Val Polcevera sono il 25%: è una situazione drammatica di cui la letteratura doveva parlarne.

Il romanzo è scritto in prima persona, voce narrante è quella di Blondi: un approccio difficile perché è una ragazza adolescente che ha fatto solo la terza media. Una ragazza intelligente, una istintiva capacità di capire quello che gli altri vogliono da lei, sa fare considerazioni sulla madre, che non ha più illusioni, passando le serate davanti la tv.

Con gli occhi di Blondi seguo il suo destino, che lo porta al crimine: è la società che lavora per portare al crimine, sono le pressioni sociali, la disperazione incosciente che fa sviluppare un sogno (di questi ragazzi) che in realtà è un delitto.

Nel romanzo si sente il rapporto, che manca, tra i ragazzi e i loro genitori: tutto questo ha che fare con la loro mancanza di empatia?

“E' qualcosa a cui non avevo pensato” ha risposto Bruno.

Genitori sconfitti dalla vita o assenti che portano ad una condizione giovanile deprivata da mezzi economici e di assenza di input che li aiutino nella loro crescita sessuale.

Il sogno di scappare in Costarica è il frutto di questa situazione, un fuga da un presente di disoccupazione ma anche per la ricerca di un padre ideale (quel marinaio che aveva messo incinta la madre di Blondi).