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26 maggio 2024

Report - Il 5G in Italia, la guerra sui cieli del Tirreno e i signori dei sondaggi

IL V SCENARIO Di Luca Chianca, Collaborazione Alessia Marzi, Consulenza Claudio Gatti

L’ultima rivelazione sensazionale su Ustica è quella dell’ex presidente Amato, con la pista Francese.
Ma siamo ancora al mistero, nonostante la direttiva Renzi: i documenti sono spariti, come quelli del ministero dei Trasporti. “Chi sa parli” chiede oggi Amato, che aveva seguito il caso Ustica ai tempi del governo Craxi. Dopo 44 anni sarebbe ora di avere una verità e mettere la parola fine alle tante teorie, dalla bomba al cedimento strutturale.
La sentenza di rinvio a giudizio del giudice Priore del 99 parla per la prima volta di uno scenario di guerra, dove sui cieli sopra il Tirreno erano presenti anche aerei non identificati.
Report, in collaborazione col giornalista Claudio Gatti, racconta un nuovo scenario di guerra culminato alle 20.59 del 27 giugno 1980.
Pochi minuti dopo la torre di controllo di Ciampini chiama l’ambasciata americana per capire se l’abbattimento fosse causato da una esercitazione: ma gli americani hanno sempre detto di no, non ne sapevano niente.

Report ha intervistato l’ex vice ambasciatore Daniel Serwer: nascondere l’abbattimento di un aereo a tutti i marinai a bordo della portaerei sarebbe impossibile.

Anche la pista libica va accantonata, come risulta dai documenti dei diplomatici di cui Report è venuta in possesso.
L’unica cosa su cui possiamo essere certi è che l’aereo è stato abbattuto in una azione di guerra – spiega la presidente dell’associazione vittime Daria Bonfietti.
Possiamo anche essere abbastanza certi che si sia trattato di un missile e non di una bomba, lo spiega a Report il consulente di Itavia Vittorio Russo.

Ma ci sono altre cose da mettere nero su bianco: i radar militari non hanno consegnato i tracciati ai magistrati. Dai radar di Ciampino però qualcosa si vede: sono le tracce di due aerei zombie che compiono una manovra di attacco contro l’I-TIGI, lo racconta un consulente della parte civile.
Ma anche un documento della Nato del 1997 mette nero su bianco che erano presenti, oltre a caccia Nato, anche caccia non identificati: di quale nazionalità? Secondo l’ex vice ambasciatore Serwer potrebbero essere israeliani.

Eccolo il V scenario: si basa su considerazione storiche e militari, si baserebbe su un movente, quello della sopravvivenza dello stato di Israele.
Questo scenario è stato per la prima volta tracciato dal giornalista Claudio Gatti: il giornalista è partito da un principio diverso, chiedendosi se nel passato ci fosse stato un aereo civile abbattuto da aerei militari. Era successo, ed erano operazioni condotte dall’aviazione israeliana, per esempio quando colpirono la base dell’Olp a Tunisi, facendo uso di sofisticati strumenti elettronici per scomparire dai radar.

È successo lo stesso ad Ustica?

L’avvocato Brogneri la sera del 27 giugno 1980, passando in macchina a pochi metri dallo stadio di Catanzaro vede passare un aereo militare sopra la città: il caccia aveva una sagoma a delta.

E il Mig 23 caduto sulla Sila?
Come avrebbero fatto i caccia israeliani a bucare la difesa italiana? Il signor Sebastiano Strangias riporta una seconda testimonianza, avendo visto un aereo che volava a quota bassa, sopra Bovalino, dove viene raggiunto da altri due caccia.
Sul fondo del mare è stato recuperato un serbatoio supplementare prodotto da una società americana, Pastushin: secondo quanto riporta Gatti quel serbatoio era stato venduto ad Israele.

È una pista che meriterebbe di essere analizzata dalla magistratura italiana – è la convinzione dell’ex presidente Amato.
Ma quale sarebbe il movente, perché sarebbe stata pianificata questa azione da Israele? Ci sarebbe una coincidenza di date, la vittoria alle elezioni di Begin nel 1977 che era preoccupato della fornitura di materiale nucleare per il reattore iraqeno (progetto a cui partecipava anche l’Italia).
L’Iraq aveva aperto un progetto di collaborazione con l’Italia per il nucleare civile, ma il progetto doveva servire anche per un’arma nucleare che sarebbe finita nelle mani di Saddam Hussein.
Israele e Begin erano preoccupati di questo progetto: queste bombe avrebbero cancellato Israele, tanto da convincerli di dover sabotare questo progetto.
Prima facendo saltare l’hangar francese dove si stava assemblando il nocciolo.
Poi facendo sparire un camion con dei componenti destinati al progetto iraqeno.
Poi altri attentati contro il laboratorio italiano gestito dal professor Albonetti: “sono gli israeliani, ma tu stai tranquillo” gli dicono i nostri servizi.
Si arriva poi al volo Itavia: il 25 giugno sarebbe dovuto partire da Marsiglia un carico di uranio arricchito verso l’Iraq, con un secondo volo civetta il 27 giugno.
L’abbattimento dell’I-Tigi sarebbe dunque stato un errore, avrebbero scambiato il volo italiano per il cargo francese.

In altre occasioni l’aeronautica israeliana avrebbe cercato di abbattere aerei civili per uccidere il leader dell’Olp Arafat, sempre sui cieli del Mediterraneo.
L’ex ambasciatore Senwer conferma i timori dell’amministrazione Begin nei confronti dell’uranio iraqeno, che se non fosse stato fermato li avrebbe costretti a compiere qualunque azione di sabotaggio.

Ci sono cose che non possono essere raccontate, ci sono cose che non si possono dire nemmeno in segreto, saranno portate nella tomba dalle persone che le hanno vissute”: queste le parole del portavoce di Begin. Meglio non dire, dunque. L’abbattimento di Ustica potrebbe essere stata una di queste cose indicibili.

I SIGNORI DEI SONDAGGI Di Lorenzo Vendemiale e Carlo Tecce

I signori dei sondaggi danno i numeri dei partiti: i sondaggi possono essere strumento di propaganda, per influenza gli elettori.
Secondo il professore D
i Franco il 75% dei sondaggi non sarebbe attendibile: chi sono i signori dei sondaggi? C’è Piepoli, Antonio Noto che lavorano per la Rai, la Ghisleri che lavora per Mediaset e per Porta a Porta, poi Pregliasco con Quorum. Pagnoncelli lavora invece fedelmente con Floris.
I partiti hanno i sondaggisti di fiducia e un budget di spesa: il PD nel passato ha speso fino a 500mila euro per i sondaggi, arrivando quasi ad un abuso (oggi con la segreteria Schlein si spende 70 mila euro).
La dinamica dei sondaggi è cominciata con Berlusconi che ne fece un uso spregiudicato – come racconta Luigi Crespi a Report: “il sondaggio è un gioco inutile e pericoloso”, aggiunge al giornalista di Report, ma è restio a raccontare tutti i segreti accumulati negli anni.
I sondaggi cercano di catturare le intenzioni di voti, cosa complicata oggi coi partiti sempre più fluidi: ma cosa comprano i partiti quando pagano un sondaggio?
Per fare un buon sondaggio servono fare tante telefonate, serve usare più canali di intervista (cellulare, web, computer): ma siccome costa, le società usano “panelisti” che lavorano per più sondaggi, venendo pagati. Ma i panelisti bravi possono rispondere allo stesso sondaggio con due profili diversi: mancano controlli sui campioni, gli intervistati non rispondono alle domande ma cercano solo di completare un sondaggio per passare ad un altro.
Secondo Crespi, un buon sondaggio deve costare 10mila euro almeno, se paghi di meno, significa che stai pagando solo i risultati (quelli che vuoi sentirti).

Il caso Abruzzo è un esempio di cattivo sondaggio: quelli del PD non tenevano conto dei dati dalle province.
Report si è fatta consegnare la matrice del sondaggio che ha condizionato la strategia politica del centrosinistra in Abruzzo: si tratta dell’elenco completo delle persone contattate per realizzare il sondaggio, assieme ai giornalisti era presente il professor Di Franco che le ha analizzate con un programma specializzato.
Con questo programma posso controllare le informazioni sui soggetti – spiega nel servizio il professore – “scorrendo l’elenco vedo che c’è una grande prevalenza di persone anziane .. 89 anni, 87, 85, 83 anni.. l’età media di questo campione è 65 anni, tenete presente che in Italia l’età media è tra 41 e 42 anni, qui abbiamo 20 anni in più di età media e questo non sta né in cielo né in terra..”
Per questo hanno toppato i risultati? “Essendo sbilanciato il campione sulla popolazione di elettori ultrasettantenni, proprio in quella categoria sono più forti i voti del centrosinistra.”

Ma come vengono fatti i sondaggi dal servizio Pubblico: Report ha analizzato come vengono fatti quelli di Euromedia di Ghisleri: sono sondaggi economici, ma poco credibili – spiega il professor Di Franco.
Ghisleri usa gli stessi contatti per realizzare più sondaggi venduti poi a piattaforme diverse: sono sondaggi omnibus, dove si concentrano in un unico sondaggio più committenze. La Rai ne è al corrente di questo modo di operare?
“Perché non mi chiede quanto costa il mio sondaggio?” Il punto è che si usano soldi pubblici ed è corretto sapere come vengono spesi (si tratta di 1700 euro a sondaggio, una cifra troppo basso, secondo quanto raccontava Crespi).

In Sardegna c’è stata una battaglia sui sondaggi: il candidato Soru ha minacciato la società che ne aveva realizzato l’unico fatto in Sardegna (da Bidimedia).
Bidimedia ha dato l’11% per Soru, ma era sballato sulla vittoria di Truzzu: l’errore è legato al modo in cui è stata fatta l’indagine, solo su internet.
Un altro sondaggio è arrivato ad Agenzia Nova, dove si parlava di Soru al 33%, ma era falso.
Qual è la manina dietro i sondaggi segreti pubblicati a pochi giorni dal voto? Ancora oggi non si conosce la paternità del fake, si parla di dati fatti uscire dal PD, che voleva puntare al voto utile (danneggiando Soru).

Ci sono sondaggisti che cercano la politica e che da questa vengono cercati: per esempio Masia col PD o anche Crespi ai tempi di Berlusconi, che aggiunge come i sondaggi orientati servono solo alle truppe e agli staff dei candidati.
Tecné lavora per la famiglia Berlusconi a Mediaset e nei suoi sondaggi da sempre qualche punto in più a Forza Italia: un rapporto simbiotico tanto che Forza Italia rilancia i sondaggi pagati a Tecné.

Ma il peccato è negli occhi di chi guarda - si giustifica Tecné davanti alle domande di Report.

Quorum/You Trend è la società di Lorenzo Pregliasco: in dieci mesi ha avuto ricavi alti, con costi veramente bassi, grazie all’uso della piattaforma Supermedia, che somma sondaggi fatti in momenti diversi. Ma ha una valenza scientifica?

Oggi i sondaggi sono uno strumento per condizionare la politica: nessuno controlla i sondaggi, nemmeno l’AGCOM,
occorrerebbe fare dei controlli a campioni sulle matrici che dovrebbero essere essere rese pubbliche.

La Rai ha affidato i suoi exit poll al consorzio Opinio, dietro cui si trovano tre pesi massimi del settore Piepoli, Noto e Masia: i bandi della Rai li hanno premiati rispetto alla concorrenza, diventando oggi monopolista nel servizio pubblico.

DRIZZA LE ANTENNE Di Lucina Paternesi, Collaborazione Roberto Persia

Nel 2018 si è chiusa l’asta record per le frequenze 5G, dopo cinque anni stiamo ancora aspettando la rivoluzione, perché servono le antenne sul territorio.

Le aziende avrebbero dovuto investire 4 miliardi di euro (oltre ai 6 spesi per la gara), ma il governo ha alzato i limiti delle emissioni delle antenne. Un bel risparmio per chi investirà in Italia.

Ma all’estero le aziende private hanno investito senza aspettare l’aiutino dello Stato: in Svezia Report ha mostrato come col 5G sia usato per muovere le macchine per il taglio del legname nei boschi, manovrandole da remoto.
Alla
Skogforsk spiegano che basta una buona connessione 5G, un visore per la realtà aumentata e qualche computer, per lavorare al caldo in ufficio, senza grossi rischi per la salute.
La rete pubblica in Svezia funziona bene, il servizio è fornito da Telia che ha investito diverse centinaia di milioni di euro nell’infrastruttura, eliminando il 2 e il 3G.
Quali sono le emissioni delle antenne: si passa da 24 a 35 v/m nelle città: in Svezia stanno facendo test sugli effetti delle radiazioni del 5G sull’uomo.
In Italia siamo passati dal vecchio limite di 6v/m fino a 15 v/m: i limiti tabù di cui parla il ministro Urso (che avrebbero limitato lo sviluppo del paese) fu l’ex ministro Gasparri, che però si era “dimenticato” di mettere dei limiti alle emissioni dei telefoni (che possono emettere fino a 100 v/m).
Il governo Monti aveva già eliminato le misurazioni puntuali, bypassando il vincolo della legge Gasparri: ma per far funzionare il 5G serviva alzare i limiti?

Secondo il servizio di Report no, ma tanto il governo Meloni ha alzato i limiti nello scorso decreto concorrenza.
L’innalzamento si è reso necessario perché con gli attuali limiti gli impianti italiani non erano espandibili: lo scrive il professore del politecnico Capone, in una relazione per l’associazione di categoria delle TLC.
Per soddisfare le esigenze delle aziende si sono alzati limiti – racconta a Report un antennista – senza preoccuparsi della salute dei cittadini: il ministro Urso tira fuori i limiti superiori di altri paesi, perché voi di Report non ci fermerete con le vostre lobby (ha incredibilmente detto Urso).

Ma le emissioni del 5G possono creare problemi? L’Europa segue le direttive di una agenzia privata, con dentro dei conflitti di interesse in pancia, l’ICNIRP.
Ci sono altri studi molto più cautelativi, ignorati dal professor Capone e dal nostro ministero.

In ogni caso il decreto del governo Meloni ha favorito le aziende che gestiscono le antenne, che stanno facendo profitti molto elevati in questi anni: tutto nasce dal piano Colao, che di fatto passa sopra le posizioni contrarie alle nuove antenne sui territori.
Le antenne spuntano senza nemmeno consultare i sindaci e i tecnici, come successo nel comune di Montanaro: nonostante le proteste dei cittadini, i lavori sono andati avanti, perché Iliad ha chiuso un contratto con un privato e ha portato il comune davanti al TAR.
Alla fine il progetto del privato va davanti ai piani del comune, una cosa incredibile: i sindaci hanno le mani legate a meno che si non si dotino di un piano antenne, pagando dei consulenti per questi progetti.
Le antenne sono state dichiarate dallo Stato come opere primarie per l’urbanizzazione: lo stato ha dato diversi aiutini alle aziende di TLC, togliendo vincoli paesaggistici, obblighi. Dal 2020 ci sono state 7 variazioni normative, sempre nell’ottica del semplificare i costi della realizzazione di nuove antenne, fino a consentire degli espropri nei confronti dei privati.
I comune, per le antenne piazzate su terreni che non danno reddito, ricavano solo 800 euro: sono soldi che i comuni non incasseranno più, per cui dovranno anche tagliare i servizi.

A questo siamo arrivati perché un ex manager del settore privato è diventato ministro col governo dei migliori.
A Calci si sono dotati di un piano antenne, ma ha un costo: l’unica iniziativa nella direzione di aiutare i comuni veniva dall’ex deputato Romagnoli ma, come racconta lui, è stata bloccata perché danneggiava lo sviluppo del 5G.
Oggi siamo nella situazione dove privati cittadini affittano terreni alle “tower company” per installare le antenne: ma è un affare al ribasso, perché queste aziende tendono sempre al massimo ribasso, usando anche la minaccia dell’esproprio
(nel senso comune del termine, di questo stiamo parlando).
Le lettere di esproprio non sempre partono dalle tower company, come Inwit, ma da società che stanno nell’ombra, come Phone energy di Faenza.

Ma in realtà la legge sull’esproprio parla chiaro: l’esproprio può partire solo col beneplacito dell’amministrazione locale.

Anteprima inchieste di Report - Il 5G in Italia, la guerra sui cieli del Tirreno e i signori dei sondaggi

I signori dei sondaggi in Italia, come funziona il 5G e come si pianifica l’installazione delle antenne, infine un servizio sulla strage di Ustica, l’abbattimento di un aereo civile italiano sui cieli del Tirreno la sera del 27 luglio 1980: questi gli argomenti dei tre servizi che andranno in onda questa sera.

La guerra nei nostri cieli

Il 27 giugno del 1980 l’areo DC9 IH 870 dell’Itavia decolla da Bologna con a bordo 81 persone e cinque membri dell’equipaggio. Il volo parte con quasi due ore di ritardo. Quel volo passa sopra Firenze, Bolsena, lascia alla sua destra Roma, avrebbe dovuto arrivare per le 9 di sera a Palermo. Ma dopo le 20.59 la sua traccia scompare sui radar della nostra aeronautica: le operazioni di soccorso iniziano laddove è stata lasciata l’ultima battuta radar, sul punto Condor, mentre a Palermo ai parenti dei viaggiatori viene detto che l’areo è scomparso. Di fatto l’aereo è stato abbattuto sui cieli del Tirreno, uccidendo le 86 persone a bordo. È stata il più grave incidente dell’aeronautica civile e, ancora dopo 44 anni, siamo qui ad aspettare che si faccia luce sui responsabili.
Luca Chianca ha intervistato Daria Bonfietti, presidente dell’associazione vittime della strage, chiedendole quale fossero state le sue prime sensazioni, quando si rese conto che non si trattava di un semplice incidente: “la sensazione era quella di chi quel 28 giugno a Bologna mi dissero che l’areo era dato per disperso, alle 5 della mattina, quindi capivo che nemmeno loro avevano un’idea di cosa potesse essere successo e quindi capivo che era una cosa strana ..”
Dopo ben 44 anni su Ustica ci sono state 19 sentenze e da 17 anni c’è ancora una indagine in corso sulla pista francese (tirata fuori da Cossiga nei primi anni del duemila e recentemente dall’ex presidente del Consiglio Amato). Mentre per le sentenze penali le cause del disastro rimangono sostanzialmente misteriose (rimane aperta ancora l’incredibile ipotesi della bomba), quelle civili confermano uno scenario di guerra nei cieli italiani quella notte, confermando che fu un missile ad abbattere l’aereo civile.
“[L’aereo fu] abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto ma non dichiarata, operazione di polizia internazionale contro il nostro paese di cui sono stati violati i confini e i diritti” è il giudizio di Daria Bonfietti.

Va bene lo scenario di guerra, ma quali gli attori, di quale bandiera gli aerei e, soprattutto, quale la ragione di quel conflitto sui nostri cieli?
Vittorio Russo nel 1980 era il tecnico di Itavia che si occupava delle infrastrutture, oggi a 70 ha deciso di parlare di Ustica per la prima volta: l’ipotesi del missile l’aveva messa subito in conto. A Report racconta di aver individuato subito il pezzo dell’aereo, una parte del carrello molto robusta che ha rotto tutto e ha spinto un frammento dentro la cabina. Necessariamente deve essere stato un oggetto esterno, un missile, che ha colpito l’aereo spingendo le parti strutturali robuste al suo interno verso i passeggeri.
La vicenda dell’I-Tigi è intrecciata a quella del Mig libico ritrovato (o fatto ritrovare) sulla Sila il 23 luglio del 1980. Report ha raccolto la testimonianza dell’avvocato Enrico Brogneri che, alle nove di sera del 27 giugno mentre era in macchina a due passi dallo stadio di Catanzaro vede passare sopra la città un aereo da guerra poco sopra le case.
Era forse il Mig libico?


Le ricostruzioni di quella guerra sui nostri cieli riportano il Mig accanto all’aereo civile, assieme ad altri aerei militari: lo dicono gli stessi esperti della Nato interpellati dai giudici italiani che hanno nel documento consegnato nel 1997 che, in base alle tracce radar, individua una serie di aerei britannici e di altri paesi della Nato, senza però riuscire però a risalire alla nazionalità di quegli aerei. Di sicuro c’è che in volo, quella seria sul Tirreno c’erano 5 aerei che nemmeno la Nato è riuscita ad identificare perché hanno il transponder spento.
Quale paese dentro la Nato o vicino alla Nato come la Francia azzarderebbe mai di spegnere sul territorio italiano il sistema di identificazione? È molto improbabile che sia stato un paese della Nato, secondo Daniel Serwer consigliere scientifico e vice ambasciatore americano tra il 1977 e il 1983, questa operazione avrebbe potuto essere fatta dai sovietici, gli iraniani e altri paesi del medio oriente. E qui si arriva al quinto scenario, quello di cui aveva parlato il giornalista Claudio Gatti (che è stato consulente di questo servizio) in un libro proprio con questo titolo: uno scenario che tira in ballo il Mossad e Israele:

Qualcuno in tanti anni, in punto di morte, per dar fiato ad una coscienza azzittita per anni, sostiene in soldoni Gatti, avrebbe raccontato la verità, consegnato ad un memoriale il disvelamento degli scomodi segreti di Ustica.Non in Israele. Dove tra l’altro – storicamente – c’era tutto l’interesse a “sferrare” un attacco alla Francia “collaborazionista” col regime iracheno. Saddam Hussein infatti era in possesso di armi di distruzione di massa e della bomba. La bomba nucleare che gli isreaeliani temevano fosse diretta ai loro territori. Una questione di sopravvivenza in vita di uno Stato. Una ragione che spinse il Mossad, a bombardare l’Iraq senza alcun preventivo avvertimento agli Stati Uniti d’America e al presidente Ronald Reagan. Mettendo a rischio, proprio nel 1981, una pace mondiale raffazzonata con difficoltà. E ancora incredibilmente labile. Come ebbe modo di dimostrare ancora la prima e la seconda guerra del Golfo, a partire dagli anni ’90. Claudio Gatti è testimone attento, scrupoloso di questa quinta ipotesi. “Le mie sono teorie indiziarie. Nessuna prova chiaramente, ma un quadro credibile in cui i protagonisti – lo dico ancora oggi a tanta distanza – sono tutti riconoscibili”.

Ad ogni anniversario della tragedia spuntano nuove ipotesi, nuove dichiarazioni che dovrebbero far luce sul “mistero” (che poi non è tutto mistero): l’ultima è stata quella dell’ex presidente del Consiglio Amato, lo scorso settembre (con qualche mese di ritardo) è tornato a parlare di Ustica. Luca Chianca lo ha intervistato: su Ustica ha detto che la sua vita è stata incompiuta

“Si, l’ho detto perché alla mia età ho fatto tante cose, cosa è rimasto di non fatto? Io nella faccenda di Ustica ci entrai perché nei lontani anni 80 i familiari delle vittime si erano rivolte al capo dello Stato [Cossiga], il capo dello Stato aveva girato la lettera al Presidente del Consiglio che era Craxi, io ero sottosegretario alla presidenza e il compito di lavorarci fu mio. Sono passati da allora più di 40 anni ed è rimasto un mistero, chi ha vissuto questa vicenda, allora aveva l’età che avevo io e ora ha la mia, se ha la verità dentro di sé, è ora di dirla..”
Sarebbe però, aggiungo io, ora di fare nomi, di smetterla con inviti generici.

Sul Fatto Quotidiano Marco Lillo Fatto Quotidiano Marco Lillo ha pubblicato una anticipazione del servizio dove si parla di questo "quinto scenario", che al momento non è solo poco più che una ipotesi suffragata da alcune testimonianze, che il servizio mostrerà questa sera

“Fu un aereo da guerra israeliano ad abbattere il Dc-9 sopra Ustica”

LE INCHIESTE. REPORT E IL LIBRO DI GATTI - L’ipotesi Begin. Voleva bloccare l’uranio per Saddam

A 44 anni di distanza dalla strage di Ustica escono un libro e un’inchiesta tv con documenti inediti e testimonianze esclusive che rilanciano la pista israeliana.

Ad abbattere per errore il Dc9 dell’Itavia, causando 81 morti, sarebbe stato un aereo militare israeliano che volava in segreto senza farsi tracciare. L’obiettivo della sua squadriglia sarebbe stato un altro: un aereo civile francese con un carico di uranio arricchito destinato al programma nucleare iracheno. Due giorni prima, il 25 giugno, c’era stato un primo volo decollato da Marsiglia con un carico di uranio. Gli israeliani si attendevano un secondo volo per Bagdad, previsto per il 27 giugno e non effettuato.

Report stasera dedicherà a questa pista (ipotetica ma avvincente) l’inchiesta realizzata da Luca Chianca in tandem con Claudio Gatti, il primo sostenitore di questa tesi, l’autore del libro “Il quinto scenario – Atto secondo”, edizioni FuoriScena. “Atto secondo” perché già nel 1994 Gatti aveva dedicato un libro alla pista israeliana che ora si arricchisce di documenti e testimonianze scovate in anni di lavoro.

La scheda del servizio IL V SCENARI Di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Consulenza Claudio Gatti 

Il 27 giugno del 1980 l'aereo Dc9 Itavia 870 con a bordo 81 persone parte dall'aeroporto di Bologna con quasi due ore di ritardo, direzione Palermo. Dopo le 20.59 l'aereo scompare dai radar, inabissandosi nel bel mezzo del Tirreno. Oggi, dopo 44 anni disponiamo di ben 19 sentenze. Mentre per quelle penali le cause del disastro rimangono sostanzialmente misteriose, le sentenze civili confermano uno scenario di guerra nei cieli italiani sopra Ustica, affermando che furono uno o più missili ad abbattere il Dc9. Negli anni si sono cercate evidenze sulla pista italiana, americana, libica e francese e qual è stato il risultato? La magistratura non è riuscita a cavare un ragno dal buco e quello di Ustica è rimasto un mistero. Report ha deciso di cambiare approccio, indagando se nella storia dell'aviazione fosse mai successo che un velivolo civile fosse bersaglio di un agguato aereo e si è scoperto che l'unico paese al mondo coinvolto in operazioni di questa natura è Israele. Una dettagliata inchiesta che propone un nuovo scenario attraverso testimonianze inedite ad appartenenti ai servizi segreti israeliani, comandanti e generali dell'aviazione militare dello Stato di Israele che intorno agli anni '80 hanno realizzato le più strabilianti operazioni segrete della storia dell'aeronautica. L'abbattimento del Dc9 potrebbe far parte di un tragico errore operativo, avvenuto per bloccare la fornitura di uranio arricchito che la Francia spediva con aerei civili in Iraq per sviluppare il programma nucleare di Saddam Hussein, minaccia esistenziale per lo Stato di Israele.

Il rapporto tra politica e sondaggi

Finalmente un’inchiesta che racconta del rapporto tra politica e sondaggi in Italia, dove si vota almeno una volta all’anno e dove settimana dopo settimana si pubblicano sondaggi usati spesso come arma di propaganda in un verso o nell’altro.
Ma quanto sono attendibili? Il servizio di Report parla di quanto successo in Abruzzo alle ultime regionali,
esempio di quanto un campione fatto male possa distorcere i risultati di un sondaggio. Il centro sinistra era convinto di essere in rimonta.
Lo racconta Mirko Rossi responsabile della campagna elettorale del PD: “i sondaggi sia quelli commissionati dalla nostra coalizione sia quelli che venivano pubblicati comunque confermavano ciò che si percepita, che il divario [tra le due coalizioni] andava riducendosi ”.

Ma era un abbaglio, il governatore uscente Marco Marsilio, fedelissimo di Giorgia Meloni ha stravinto di quasi 7 punti: “i sondaggi non hanno intercettato la dinamica territoriale del voto, quello che è stato il riversamento del consenso sulle province ..”
Report si è fatta consegnare la matrice del sondaggio che ha condizionato la strategia politica del centrosinistra in Abruzzo: si tratta dell’elenco completo delle persone contattate per realizzare il sondaggio, assieme ai giornalisti era presente il professor Di Franco che le ha analizzate con un programma specializzato.
Con questo programma posso controllare le informazioni sui soggetti – spiega nel servizio il professore – “scorrendo l’elenco vedo che c’è una grande prevalenza di persone anziane .. 89 anni, 87, 85, 83 anni.. l’età media di questo campione è 65 anni, tenete presente che in Italia l’età media è tra 41 e 42 anni, qui abbiamo 20 anni in più di età media e questo non sta né in cielo né in terra..”
Per questo hanno toppato i risultati? “Essendo sbilanciato il campione sulla popolazione di elettori ultrasettantenni, proprio in quella categoria sono più forti i voti del centrosinistra.”

La scheda del servizio: I SIGNORI DEI SONDAGGI Di Lorenzo Vendemiale e Carlo Tecce

Inchiesta esclusiva di Report sul mercato dei sondaggi in Italia: chi sono i padroni, quali rapporti hanno con i partiti, quali segreti nascondono, con quali conflitti di interessi lavorano. Per la prima volta un servizio giornalistico dimostra con documenti inediti come funzionano i sondaggi in Italia e come, spesso, diventano strumento di propaganda e di manipolazione della pubblica opinione. Focus sulle recenti regionali di Sardegna e Abruzzo, sulle imminenti elezioni europee e sugli exit poll nella notte degli scrutini.

Antenna selvaggia in Italia

Un confronto tra Italia e Svezia sul tema del 5G, quali investimenti sono stati fatti, come la politica ha guidato la transizione, l’installazione delle antenne per le nuove frequenze.
In Svezia, 10 ml di abitanti e 3,5 ml di abeti e betulle, il 5G prende anche in mezzo alle foreste dove le macchine per il taglio degli alberi sono guidati remotamente da un operatore con un cellulare: è frutto della ricerca fatta da un centro di ricerca finanziato in parte dal pubblico in parte da altre aziende private. Alla Skogforsk si occupano di logistica, sviluppo sostenibile e riforestazione, puntando sulle soluzioni tecnologiche innovative per uno dei settori chiave dell’economia svedese.

Tutte le macchine addette al taglio degli alberi e alla loro movimentazione sono manovrate da remoto da un operatore al chiuso dentro un ufficio: basta avere un paio di computer e una connessione internet tra la macchina e la centrale operativa collegati attraverso un’antenna 5g. E se cade la connessione? C’è un pulsante di sicurezza, come se l’operatore fosse sulla macchina, che blocca tutto in caso di necessità. Guidare la macchina al computer è come guidarla stando fuori dentro la cabina, vedi le stesse cose e ti muovi allo stesso modo, servono solo pochi minuti per prenderci la mano – spiega alla giornalista l’operatore - col visore a realtà aumentata si ha veramente l’impressione di essere in mezzo alla neve.
E invece in Italia? Il governo Meloni lo scorso dicembre ha emanato una legge che ha innalzato il livello dei limiti elettromagnetici delle antenne televisive: questa legge dovrà dare impulso all’installazione di nuove antenne per il 5G, ma di fatto, è anche un bel regalo alle TLC perché consente loro un bel risparmio nel montarne di nuove senza sforare i limiti.


Va detto che in Italia abbiamo limiti (15 v/m) più bassi tra quelli europei (per l’Europa il limite è 61 v/m). Nell’anticipazione del servizio che trovate su Raiplay si racconta di come però queste installazione siano fatte senza tener conto del parere delle amministrazioni locali: all’improvviso su un campo, su una collina spunta un’antenna camuffata da albero – è successo nell’entroterra marchigiano senza che siano posti vincoli paesaggistici all’installazione dell’azienda Iliad.
Racconta uno dei proprietari delle case vicine: “ci sono case che non hanno nemmeno l’acquedotto, però portiamo il 5G, quindi c’è questa assurdità paradossale ..”
Quando gli assessori, come a Fano, negano le autorizzazioni, arrivano i ricorsi al TAR che danno ragione alle TLC e i comuni sono costretti a capitolare e le antenne, in collina o a due passi dal mare, restano al loro posto.
La legislazione nazionale permette di passare sopra chiunque senza dare nessuna spiegazione, le aziende pagano ad un privato molto di più che ad un comune e mettono le antenne dove vogliono.
Racconta l’assessora di Fano: “capisco l’esigenza tecnologica di avere una rete moderna, ma io devo governare il territorio e ho dei cittadini che si arrabbiano, su cose su cui io ho un potere estremamente limitato.”

La scheda del servizio: DRIZZA LE ANTENN Di Lucina Paternesi

Collaborazione Roberto Persia 

Avrebbe dovuto rivoluzionare le nostre vite, ma a sei anni dalla chiusura dell’asta che ha assegnato le frequenze, che fine ha fatto il 5G? Mentre in Svezia la nuova tecnologia è entrata a far parte dell’economia del paese, a suon di investimenti milionari da parte delle compagnie telefoniche, in Italia il Governo ha deciso che per far decollare il 5G bisogna alzare i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici, da 6 a 15 V/m. Un bel favore alle compagnie telefoniche che, nel 2018, hanno versato oltre 6,5 miliardi di euro allo Stato per accaparrarsi le frequenze. L’innalzamento dei limiti sembra avere un obiettivo preciso: far risparmiare 4 miliardi agli operatori di telefonia che, altrimenti, sarebbero stati costretti a un esborso maggiore per l’ammodernamento degli impianti. Questo provvedimento è solo l’ultimo dei tanti interventi normativi che, negli ultimi anni, in nome della semplificazione, ha spianato la strada alle aziende di telecomunicazioni. Dall’eliminazione dei vincoli paesaggistici per l’installazione dei tralicci al tetto massimo di 800 euro per l’occupazione di suolo pubblico, le compagnie telefoniche hanno letteralmente preso d’assalto i territori. A farne le spese sono soltanto sindaci, cittadini e territori. Chi ci guadagna da tutta questa semplificazione?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

20 luglio 2023

La ricerca della notizia - Andrea Purgatori e la luce della verità

Ci sono giornalisti che si accontentano di fare da reggimicrofono al politico di turno e che non si lamentano se vengono rinchiusi nei vagoni del treno per una gita propagandistica a Pompei.

Ci sono poi altri giornalisti, che citando il bel film su Giancarlo Siani possiamo chiamare "giornalisti giornalisti" che non si accontentano delle dichiarazioni ufficiali, dei comunicati stampa, delle conferenza stampa del presidente del consiglio senza domande.

Sono giornalisti, e ce ne sono, che cercano la notizia, seguono le storie, senza preoccuparsi se questa notizia dia fastidio a qualcuno di potente.

Questo era Andrea Purgatori, un giornalista che, per esempio, non si sarebbe fermato al comunicato stampa sulla liberazione di Patrick Zaki da parte del regime del generale Al Sisi: Purgatori cercherebbe di capire quali altre partite si siano giocate sulle spalle dello studente bolognese.

Anche se questa ricerca della notizia, questo andare oltre la facciata della narrazione potrebbe dar fastidio.

Come poteva dar fastidio intestardirsi per non lasciar cadere nell'oblio la vicenda di Ustica: non si poteva far cadere nel dimenticatoio l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno. Quella di Purgatori poteva essere quasi scambiata per una ossessione, specie in questo paese dove l'indignazione dura meno di un orgasmo.

Purgatori ha tenuto accesso il faro della verità su questa brutta vicenda, spiegando perché le piste "consolatorie" e "assolutorie" come la bomba o il cedimento strutturale fossero false. Nonostante questo volesse dire mettersi contro i generali dell'Aeronautica, contro la dichiarazioni ufficiali della marina americana (sulla Saratoga, sugli aerei Nato in volo quella sera sul Tirreno).

Tutto questo per il solo fine del raccontare ai suoi lettori (e telespettatori) una storia credibile, reale: un dovere morale per un giornalista, un dovere che anche lo stato avrebbe dovuto portare avanti, nei confronti delle vittime.

Non è facile fare il giornalista giornalista in questo paese: è molto più facile stare dalla parte del potente, fare il reggimicrofono, sposare la narrazione ufficiale: ci sono meno problemi, meno rischi di querele o minaccia di querela. 

Non si tratta solo della cronaca giudiziaria, un tema molto caldo ancora oggi, con le vicende dei ministri Santanché o La Russa.

Mi riferiscono alle storie, che Atlantide - la trasmissione di Purgatori su La7 - aveva raccontato: come il racconto delle giornate del G8 a Genova nel luglio 2001, di cui cui oggi ricorre l'anniversario. La macellerie messicana fatta dal reparto celere della polizia alla scuola Diaz, le prove false portate dai poliziotti (con la complicità dei superiori) dentro la scuola per la narrazione governativa secondo cui nella scuola erano presenti black bloc.

La narrazione di comodo doveva essere chiara: la polizia ha semplicemente fatto il suo dovere, nella scuola c'erano dei violenti che sono stati fermati.

Eppure la verità, scomoda, era ben diversa, perché su Genova era calata la notte cilena, la notte della democrazia (il titolo della puntata di Atlantide), "una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea" come scrisse Amnesty.

Scomodo raccontare queste storie, come quelle dei rapporti tra pezzi delle istituzioni, parti dei servizi, esponenti della politica, con la mafia.

Chi ha seguito la puntata di ieri sera di Atlantide, finita a tarda notte, sulle stragi del 1993 in Italia ha chiaro il contesto: nei servizi, già andati in onda nella giornata a memoria del giudice Giovanni Falcone, si racconta il contesto di quei mesi. La strategia eversiva della mafia, suggerita da un'entità superiore che suggeriva strategia e obiettivi da colpire, la rivendicazioni della falange armata (che rimandavano a vecchi uffici dei servizi, attivi negli anni della strategia della tensione), il voler tenere sotto tensione il governo Ciampi, per preparare il terreno ad un nuovo soggetto politico..

Una verità complicata da spiegare ma ancora più difficile da ammettere: ancora oggi è tabù, per pezzi delle nostre istituzioni democratiche, parlare del G8 di Genova o dei rapporti tra stato e mafia. O del delitto Moro, delle stragi degli anni settanta.

Andrea Purgatori aveva questo coraggio, questa lucidità nel vedere il quadro d'insieme, questa capacità nel sapere raccontare queste storie. Perché un paese veramente democratico non ha paura nel cercare la verità.

27 giugno 2023

L'ora della verità - I-Tigi e il dovere della memoria

ITigi siamo noi, ogni volta che voliamo - si chiudeva con queste parole la rappresentazione teatrale di Marco Paolini su Ustica, l'abbattimento dell'areo della compagnia Itavia IH 870 sui cieli del Tirreno. Tra Ponza e Ustica.

Sono importanti queste parole: anno dopo anno abbiamo rischiato di abbandonare questa tragedia, in cui sono morte 81 persone, all'oblio, di dimenticarcene. Per questo Paoloni nel suo teatro parla di I-Tigi e non di Ustica, per non ridurre questa storia ad una sola questione geografica (come Piazza Fontana, Brescia..).

I Tigi siamo noi, dunque, come le persone salite a bordo dell'areo la sera del 27 giugno 1980 a Bologna e morte nell'esplosione in volo, perché l'aereo finì al centro di una battaglia nei cieli del Tirreno, i cieli che la nostra aeronautica avrebbe dovuto proteggere.

Ogni anno, ad ogni anniversario, escono nuovi scoop, nuove prove sui responsabili della strage che alla fine finiscono nel nulla: questa volta tocca a Giovanardi, portavoce della teoria della bomba fatta esplodere da un commando di palestinesi.

Teoria già confutata per due motivi: il ritardo nella partenza del volo da Bologna e l'aver ritrovata quasi intatta, la tazza del water.

Dunque perché si ritorna a parlare della bomba? Per distogliere l'attenzione dagli scenari di guerra che, secondo la ricostruzione del giudice Priore, hanno portato all'esplosione dell'aereo.

Guardate, dietro la tragedia di Ustica, o dei Tigi, c'è una parte della nostra storia che abbiamo voluto dimenticare: il mondo divisi in blocchi, gli scontri tra USA e la Libia di Gheddafi (quando Carter cercava di rilanciare la sua immagine con operazioni di politica estera), tra la Francia di Giscard e Gheddafi per la storia dei diamanti.

L'Italia era, come sempre, in una posizione politica ambigua, ufficialmente nel blocco occidentale ma anche in buoni rapporti con la Libia del colonnello Gheddafi, secondo l'azzeccata metafora della moglie americana e dell'amante libica.

La storia dei Tigi è una storia di verità che non si possono dire, di nastri radar spariti, di documenti persi: "non abbiamo visto niente dunque non abbiamo niente da dire" questa era la posizione dell'aeronautica, quell'areeo dell'Itavia era esploso da solo, in volo, senza nessun aereo accanto.

Ma non era vero: la verità è arrivata anche grazie al crollo del muro, quando l'Italia ngli anni novanta la posizione dell'Italia era diventata meno strategica nello scontro est-ovest.

Accanto all'aereo di linea c'erano altri aerei, i radar anche quelli della difesa avevano visto aerei che non avrebbero voluto vedere: arei militari che dopo l'esplosione volavano col trasponder spento, arei che "razzolavano" sul mare, ovvero decollavano da una portaerei.

Quelle 81 morti non hanno potuto avere giustizia: la difesa, i servizi, avrebbero dovuto ammettere del fatto che rispondevano più ad interessi sovranazionali, come quelli Nato.

La politica avrebbe raccontare agli italiani che eravamo un paese a sovranità limitata.

Sarebbe ora di raccontarla tutta questa verità (come chiede il presidente Mattarella), di mettere sulla mappa quelle bandierine, una democrazia che vuole essere credibile nei confronti dei cittadini non deve aver paura della verità.

Se posso consigliare un libro, sempre che abbiate voglia di approfondire, sempre che lo troviate ancora, A un passo dalla guerra di Andrea Purgatori, Daria Lucca e Paolo Miggiano: in forma di romanzo, racconta la battaglia nei cieli attraverso lo sguardo del presidente del Consiglio, insediatosi a capo di un governo tecnico a fine luglio del 1980.

Ingenuamente forse, sicuramente con l'obiettivo di fare chiarezza su quanto accaduto e non farsi prendere in giro (dai militari, dall'ambasciatore americano..), cerca di capire cosa è successo quella notte sui nostri cieli.

Il libro dei tre giornalisti fu scritto nel 1995, nei mesi della sentenzia di rinvio a giudizio del giudice Priore: racconta una verità, plausibile, non certa sicuramente, ma il contesto storico è ben raccontato.

In quell'estate del 1980 nel Mediterraneo si è combattuta una battaglia con aerei francesi, americani, libici. In volo c'erano anche aerei italiani (per sorveglianza?) tra cui i due piloti delle frecce tricolori Naldini e Nutarelli, morti in un incidente a Ramsteim.

Quella notte siamo stato ad un passo dalla guerra.

“Prova a immaginare di trovarti sospeso proprio al centro di questa diapositiva. Ecco: da quel punto d’osservazione faremo insieme una discesa verticale e ragionata verso la superficie del mare. In questo caso, il mar Tirreno. Esattamente fino a dove è precipitato il DC9, la sera del 27 giugno. ”

L’Ammiraglio prese una stecca da biliardo che era poggiata al muro. La impugnò, la alzò a mezz’aria in direzione dello schermo, sempre continuando a fissare la diapositiva.

“E a mano a meno che il livello del tuo punto di osservazione tenderà ad abbassarsi, si restringerà anche il campo visivo. Insomma: vedrai meno cose insieme ma più chiaramente. Forse così riusciremo a capire cosa è accaduto quel giorno … ”.

L’Ammiraglio poggiò l’estremità della stecca da biliardo in mezzo al mare tra Ponza e Palermo: lì da qualche parte doveva esserci l’isola di Ustica. Poi si voltò verso il presidente.

“.. e perché siamo stati a un passo dalla guerra”.

25 giugno 2023

Anteprima inchieste di Report – lo stato del paese, la manutenzione dei ponti, del territorio, le scorte delle mascherine

Report si occuperà del crollo del Ponte Morandi cinque anni dopo e dell’alluvione in Emilia Romagna oggi: l’Italia che non sa gestire la quotidianità, la manutenzione del territorio o dei ponti, dei viadotti, delle autostrade in concessione a privati.

Poi un servizio sulla memoria che manca in questo paese, quella che a fatica portano avanti i familiari delle vittime della strage di Ustica, infine un servizio sulle scorte delle mascherine che abbiamo comprato, durante l’emergenza

Il crollo del ponte Morandi

Cinque anni fa, nell’agosto 2019, crollava il ponte Morandi: 43 persone sono morte per colpa della cattiva manutenzione da parte del privato che ha gestito quell’autostrada in concessione.
Vi ricordate ancora i giorni all’indomani del crollo? Da una parte quelli che gridavano via le concessioni e dall’altra parte quelli che, no, basta con questo giustizialismo, dobbiamo aspettare i processi.. Ecco, oggi i
l processo ci dice che erano in tanti a sapere che quel ponte era malato: le accuse principali mosse dalla procura di Genova sono omicidio colposo plurimo, omicidio stradale e crollo doloso, il principale imputato è Giovanni Castellucci.


Ogni volta che a processo finiscono uomini legati al potere (politico, imprenditoriale..) si tira fuori la parola magica, garantismo: basta processo in piazza, basta con le gogne. E i diritti delle vittime di questa strage? E le famiglie delle vittime che hanno dovuto aspettare anni (e ancora ne dovranno aspettare) per avere forse uno spicciolo di giustizia?
Per il processo hanno montato un tendone dentro il Tribunale perché non c’erano aule capienti per i 59 imputati, il principale è Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e di Atlantia, la società dei Benetton che controllava Autostrade. Per l’accusa gli imputati pur sapendo dei problemi del ponte non avrebbero fatto nulla. A parte incassare i profitti dai pedaggi.

Danilo Procaccianti ha cercato di avvicinare l’ex AD Castellucci chiedendo conto delle accuse che gli sono mosse, l’essere un uomo senza scrupoli, ma quest’ultimo ha preferito non rispondere.
Il GIP lo ha definito come un uomo dalla personalità spregiudicata e incurante del rispetto delle regole, eppure negli anni il suo lavoro è stato lautamente ricompensato, mediamente 400mila euro al mese. Report ha scoperto un’amara sorpresa: il massimo del suo stipendio l’ha raggiunto proprio nell’anno del crollo del ponte, quando prese più di 5ml di euro.

La scheda del servizio: LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

Sono passati quasi cinque anni dal crollo del Ponte Morandi che ha provocato 43 morti. Da qualche mese si è aperto il processo che vede imputate 59 persone tra cui l'ex amministratore delegato Giovanni Castellucci che si è portato a casa 13 milioni di euro di liquidazione. Poi i Benetton si sono resi conto che forse non era il caso e glieli hanno chiesti indietro. Del processo si parla poco ma stanno emergendo fatti importantissimi: il principale è che tanti, troppi sapevano che quel ponte era ammalorato e non avrebbero fatto nulla. Per la prima volta andranno in onda gli audio originali delle intercettazioni e si ascolterà in tempo reale il racconto di quello che succedeva dalle voci dei protagonisti. Nel frattempo, ci hanno detto che Autostrade è tornata allo Stato. È veramente così?

Cosa è successo in Emilia Romagna

Cosa è successo in Emilia Romagna tra il 16 e il 17 maggio?

In due giorni ha piovuto così tanto e in così poco tempo da portare all’allagamento di intere zone della regione: ma sono solo queste le cause del disastro (ambientale, sociale, industriale) che ci costerà diversi miliardi di euro oppure c’è anche dell’altro, come l’abbandono della manutenzione del territorio?

Sulla zona dell’appennino Romagnolo sono caduti fino a 250mm di pioggia su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni non aveva mai piovuto così tanto, inondando tutta la pianura romagnola, mentre le strade in collina sono sprofondate sotto l’impeto dell’acqua.

Report è andata sul territorio colpito, come nel comune di Santa Sofia, in provincia di Forlì Cesena: “è una zona che da sempre è fragile, a livello geologico, ma nessuno ricorda qualcosa di simile, sembra un terremoto” – racconta il sindaco, di fronte all’immagine del crollo delle strade, alle fratture dell’asfalto.

Ci sono zone che hanno tenuto bene – continua il sindaco – sono quelle dove negli anni si sono fatti degli interventi: in tutta la Romagna sono state registrate più di 800 frane, ma nella regione se ne erano registrate, prima dell’alluvione, già 80mi, la. Come gli smottamenti a Predappio alta, dove la frana ha scavato il terreno sotto le case: qui gli abitanti puliscono i fossi, fanno manutenzione come possono, ma qui dalla regione e dagli altri enti non arriva nessuno.
“Nel passato, coi patti agrari si scrivevano con grande puntigliosità quelli che erano gli obblighi di manutenzione” – racconta la geografa Paola Bonora a Report – “perché attorno ad ogni campo c’erano delle canalette che bloccavano il flusso dello scorrimento delle acque.”

L’abbandono dell’Appennino spiega in parte cosa sia successo a valle: un’onda di acqua, fango e alberi partita dalle montagne ha investito tutto il territorio perché i torrenti costretti dentro piccoli canali, con poca manutenzione non hanno retto all’urto.

Emblematica la storia raccontata dal coltivatore di kiwi Ivano Gagliani: “se i fiumi sono puliti l’acqua scorre senza problemi” racconta a Luca Chianca mostrando invece la situazione del fiume che costeggia il suo campo ora sommerso dal fango. Ma non c’è stata nessuna operazione di pulizia: dopo l’alluvione di inizio maggio si era accorto che un albero era franato nell’alveo del fiume, così aveva scritto alla regione, chiedendo che fosse rimosso. Ma è arrivata prima la seconda alluvione del 16, così l’acqua è arrivata in massa dal fiume, l’albero ha fatto da diga e ha deviato l’acqua sul campo. Per il coltivatore è una perdita stimata in 250mila euro, perché andrà rifatto tutto l’impianto e tre, quattro anni di mancata produzione.

Quando ha scritto in regione cosa le hanno risposto?

Hanno risposto a lei? A me non hanno risposto..”

Report ha sentito poi la versione della regione Emilia Romagna, intervistando la vice presidente Priolo: “è evidente che in un evento come questo emerga come la frammentazione normativa non ci aiuta in questi ambiti qua: la difesa del suo è del ministero dell’Ambiente, la pianificazione e programmazione dell’Autorità di Bacino che pianifica e programma il rischio alluvione. Noi diventiamo l’ente attuatore se però il piano viene finanziato, capisce che è complicato..”.
Ed è proprio all’Autorità del bacino del Po, che deve scrivere i progetti per contrastare questi fenomeni che il governo ha tolto 6ml di euro, prima dell’alluvione. Eppure è l’ente che ha lo sguardo completo su tutto il bacino Padano, dal Piemonte al delta in Romagna.
A cosa servivano i 6 ml tolti? – è stata la domanda fatta ad Alessandro Bratti, segretario dell’autorità di Bacino del fiume Po - “oltre che alle spese di consumo dell’energia, anche per dare come successo nel passato, qualche incarico di progettazione che per noi è assolutamente importante.”
Tra i progetti da finanziare c’era anche un progetto indirizzato alle aree colpite dall’alluvione, note da anni come zone fragili dal punto di vista del dissesto idrogeologico.
Il progetto, non le opere, arriverà a costare quasi 2,5-3 ml di euro: sono finanziamenti già presenti sulla parte straordinaria, spiega il segretario dell’Autorità Bratti, che però non si possono spendere prima di luglio “se li avessi avuti prima li avrei spesi dal primo gennaio.”
Insomma, è sempre un tema di risorse da assegnare sulla base di scelte politiche: soldi che potevano essere assegnati a progetti per la messa in sicurezza e trasformazione del territorio che l’uomo ha iniziato qui ben 2000 anni fa, coi romani. Quando le paludi nel corso dei secoli sono diventate terre coltivabili grazie all’azione dell’uomo.
“La gestione del territorio, dal dopoguerra ad oggi” continua Bratti “è stata una gestione improntata sulla massima produttività in agricoltura e una fortissima urbanizzazione che sicuramente ha dato ricchezza. Oggi quel tipo di sviluppo lì, in quest’area qua, a mio parere non regge più.”

In Emilia Romagna dalla fine della guerra ben tre generazioni hanno assistito alla cementificazione del suolo che è passato da 500km quadrati a quasi 2000 km quadrati. Strade, capannoni, case.

Lo racconta l’urbanista Piero Cavalcoli dirigente della pianificazione territoriale della provincia di Bologna “quello che abbiamo prodotto noi, di cui siamo responsabili, è di aver impermeabilizzato tre volte il territorio di quello che era dai tempi dei romani. Questo è un dato spaventoso.”


In provincia di Ravenna il suo consumato tra il 2017 e il 2021 è stato di ben 331 ettari, 83 ettari l’anno, il doppio degli anni precedenti.
Nel comune di Forlì proprio nel 2021 il consumo del suolo si è attestato al 16% più del doppio della media nazionale: Report mostrerà le immagini aeree dell’Ispra dove si vedono interi campi sparire, sepolti dal cemento. Solo nell’ultimo anno l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per consumo di suolo.

La scheda del servizio: LA GRANDE MINACCIA

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Tra il 16 e il 17 maggio scorso sulla fascia dell'Appennino romagnolo sono caduti fino a 250 mm d'acqua, su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni, non aveva mai piovuto così tanto da inondare tutta la pianura romagnola. E le strade in collina sono sprofondate sotto l'impeto dell'acqua. A 20 giorni dall'alluvione Report è andata in quelle zone per capire cosa sia realmente successo e cosa ci aspetterà negli anni futuri. Ormai a causa del cambiamento climatico dobbiamo abituarci a vivere queste stagioni, caratterizzate da eventi estremi. Ma i segnali sono sotto i nostri occhi da fin troppo tempo. Lunghi periodi di siccità si alternano a violenti nubifragi. E nel resto del mondo non va meglio. Gli inviati i Report sono andati negli Stati Uniti, seguendo il corso del Colorado River, uno dei fiumi più importanti al mondo. Oggi è sull'orlo del collasso a causa della siccità che lo ha colpito negli ultimi 20 anni e la sua acqua se la stanno contendendo ben sei Stati per continuare a sopravvivere in mezzo a un deserto.

Ustica e il filo della memoria

C’è un filo che lega assieme il lavoro di Daria Bonfietti, presidente dell’associazione delle vittime della strage di Ustica, col lavoro dell’artista francese Boltansky: è il filo della memoria, quella delle persone morte nell’abbattimento di un aereo civile su cieli del Tirreno nel corso di un combattimento tra aerei militari. La memoria che deve sopravvivere all’oblio, ai depistaggi di stato, alla cattiva coscienza degli uomini dentro le istituzioni che avrebbero dovuto garantire la sicurezza di quelle 81 persone morte nella sera del 27 luglio 1980.
Anche
Teshima è un luogo che ha sofferto e ha una storia da raccontare: “ricordare di aver sofferto significa ricordare di avercela fatta”, così le persone vengono su quest’isola a lasciare il loro battito del cuore o ad ascoltare il battito del cuore di altre persone. Per mettersi in contatto con l’umano, non con una singola persona.

La scheda del servizio: L’ARCHIVIO DEI BATTITI DEL CUORE

di Alessandro Spinnato

Collaborazione Ai Nagasawa

L'arte come la verità non si trova in superficie e la si deve cercare sul fondo.” Così Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica, chiude il lungo viaggio che da Bologna l’ha portata, insieme agli inviati di Report, a Teshima, una remota isola del Giappone. Durante il racconto si incrociano tre percorsi: il viaggio di Daria Bonfietti con la sua storia personale, la tragedia di Ustica, le bugie di stato e le verità raggiunte; l’opera di Christian Boltansky, artista francese scomparso nel 2021, che della ricerca della memoria ha fatto la sua cifra stilistica e che tra le tante installazioni sparse per il mondo, ha realizzato il Museo per la Memoria di Ustica e un museo a Teshima che raccoglie i battiti del cuore di decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; infine la storia di questa isola, per decenni discarica abusiva di rifiuti tossici, oggi sede della più importante triennale d’arte contemporanea giapponese, anche grazie a uno degli uomini più ricchi del Giappone, Soichiro Fukutake, che alle telecamere di Report racconta di una vera e propria folgorazione da cui ha maturato una critica radicale a quel capitalismo che lui stesso ha rappresentato per tanti anni.

Cosa rimane del Covid

E’ quasi beffardo scoprire come, ancora oggi, stiamo pagando le mascherine prodotte dalla FCA, nonostante la produzione sia terminata: a febbraio marzo 2020 non avevamo nulla, nessun protocollo, poche linee guida, nessun dispositivo nelle scorte. E oggi, finita l’emergenza, finita la paura, stiamo stipando il materiale inutilizzato (che abbiamo comprato in emergenza in operazione poi finite sotto l’attenzione della magistratura).

La scheda del servizio: LE SCORIE DEL COVID

di Lorenzo Vendemiale

Collaborazione Carlo Tecce

Il 30 giugno chiude i battenti quella che è stata l’ex struttura commissariale Covid: è una data simbolica, perché segna la fine di un’era. Ma cosa resta dell’emergenza? Migliaia e migliaia di tonnellate di materiale inutilizzato, che oltre al danno dello spreco rischiano di presentarci anche il conto della beffa: Report ha scoperto che lo Stato sta spendendo decine di milioni di euro per conservare tutte le mascherine e gli altri dispositivi avanzati. Tra questi, ci sono anche le mascherine targate Fca, che stiamo continuando a pagare ben oltre la fine della produzione.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

27 agosto 2022

Funerale dopo Ustica, di Loriano Macchiavelli

 

Gli antefatti

La mattina del 27 gennaio 1969 a Milano faceva un freddo feroce: da tre giorni la nebbia nascondeva la città e i passanti avevano imparato a evitarsi più con l’istinto che a vista. La mattina del 27 gennaio 1969 iniziò ufficialmente la storia dell’eversione; fu il discriminante fra la contestazione,. La controcontestazione e il terrore. Fu la soglia del colpo di Stato. O il colpo di Stato.
La mattina del 27 gennaio 1969 a Milano faceva un freddo feroce quando la bomba esplose davanti all’ufficio del turismo spagnolo, in via del Don. Quasi alla stessa ora, come se l’estremismo di sinistra e quello di destra si fossero accordati, un’altra bomba esplode davanti alla sezione del Partito comunista italiano in piazza Santorre di Santarosa. In entrambi i casi la paura superò gli effettivi danni, ma è sintomatico che il primo attentato si possa considerare di sinistra, in quanto diretto contro il regime fascista di Franco, e il secondo di destra.


Funerale dopo Ustica conclude, assieme a Strage (dedicato alla bomba alla stazione di Bologna) e a Noi che gridammo al vento (dedicato all’eccidio di Portella della Ginestra), la trilogia dello scrittore bolognese Loriano Macchiavelli dedicata alle stragi che hanno segnato la storia del nostro paese: quest’ultimo, scritto inizialmente nel 1989 e la cui pubblicazione è stata via via rimandata (anche per evitare problemi legali come scrive l’autore qui), non è incentrato su Ustica (l’abbattimento dell’aereo dell’Itavia sui cieli del Tirreno nella notte del 27 giugno 1980).

Ustica, la battaglia sui cieli del Tirreno che coinvolse aerei Nato e arei libici del colonnello Gheddafi, costituisce l’ultimo atto di una guerra avvenuta nel nostro paese e cominciata in quella fredda mattina del 1969 a Milano.
Funerale dopo Ustica racconta in forma romanzata, partendo anche dalle verità storiche accertate, la guerra all’interno delle istituzioni italiane, negli anni della guerra fredda, quando una parte di esse, legata agli ambienti ultra atlantici del governo americano, decise che l’assetto politico italiano non poteva seguire la sua evoluzione naturale, c’era il rischio che l’avanzata delle sinistre potesse mettere in discussione gli equilibri di Yalta, potesse portare avanti quelle riforme di stampo progressista che avrebbero svecchiato il paese.
La storia del nostro paese è passata anche attraverso le bombe, come le bombe scoppiate a Milano e a Roma nel 1969 e a Brescia nel 1974. Bombe piazzate dentro banche o nelle piazze e addossate a formazioni di sinistra mentre in realtà erano bombe fasciste. Che dietro avevano le menti della strategia della tensione. Tutto questo per creare terrore, per creare sfiducia nelle istituzioni, per preparare il clima ad una svolta autoritaria, come in Grecia. O, molto più probabilmente, per consolidare lo status quo del potere in questo paese.
La storia del nostro paese è passata anche attraverso tentativi di colpo di Stato, segnali che una parte delle istituzioni mandava per condizionare gli assetti istituzionali, un colpetto per ricordare a chi di dovere che certe avventure politiche dovevano essere abbandonate.

Ma questa è la storia dell’Italia negli anni che vanno dal 1969 al 1980, gli anni in cui si svolte questo racconto che Macchiavelli costruisce seguendo altri canoni diversi dal saggio: Funerale dopo Ustica è una spy story, un thriller in cui vediamo muoversi questi due eserciti nascosti: da una parte esponenti dei servizi segreti, politici, uomini della finanza, alti magistrati, esponenti di spicco dell’informazione (perché l’informazione serve per creare il giusto clima nel paese, allora come oggi) riuniti attorno ad una sigla “vertice”, guidati da un uomo che non ha volto, solo una voce contraffatta, il burattinaio o il grande vecchio di queste manovre, Victor Hugo.
Il loro obiettivo? Portare il paese verso una svolta presidenziale, se non verso una forma militare di governo. Per raggiungere questo scopo non hanno alcuna esitazione nel far uccidere, da killer professionisti o dalla manovalanza presa dalla mafia o dal terrorismo rosso o nero, magistrati scomodi che stavano mettendo in luce queste trame nere (come lo è stato il giudice Eugenio Occorsio, ucciso a Roma).

Dikte, ammiraglio, funzionario ad altissimo livello dei servizi segreti della Difesa;

Bellamia, la doppia moglie dell’onorevole;

L’onorevole Furoni, ex comandante partigiano, ex aderente al Partito d’azione, ex attivista del Partito comunista italiano, ex terrorista altoatesino e infine deputato al Parlamento italiano per conto di un partito dell’arco costituzionale e difensore delle riforme sociali e politiche;

Surprisi, alto magistrato titolare di inchieste sull’eversione nera, rossa, gialla e altri variegati colori;

Penelope Giorgiani, Lope, intellettuale, sociologa di fama internazionale e strenua paladina dei movimenti extraparlamentari come supporto insostituibile della democrazia;

Victorhugo, ognuno di noi immagini chi sia e chi rappresenti;
– dottor Lucio Chiaroni, anonimo ragioniere dipendente di un’importante azienda a capitali internazionali, con scarse possibilità di carriera (almeno apparenti) e felice padre di famiglia;

Dall’altra parte altri uomini dello Stato che, diversamente dai primi, cercano di difendere le istituzioni dai nemici interni, anche loro sono uomini dei servizi, sebbene facciano parte di una unità a parte. Ma hanno imparato subito a guardarsi le spalle, ad evitare di condividere le informazioni con chi non ti puoi fidare.

– Stefano Degiorgi, geometra, capo ufficio tecnico dell’impresa di costruzioni Sassi L, sui trenta, elegante e sobrio;
– 
Il Maggiore, ingegnere responsabile della stessa impresa, capelli bianchi, sorriso aperto e comunicativo;
– 
la Signorina, segretaria tuttofare della stessa impresa di costruzioni;
– 
Mila Santini, dottoressa, ufficio amministrativo dell’impresa Sassi L.;

Al centro di questo romanzo, dentro cui troviamo doppiogiochisti, traditori, uomini addestrati per uccidere e uomini destinati ad essere uccisi da giovani, vedremo una scontro tra due cacciatori, da una parte Stefano Degiorgi, il “geometra”, che viene chiamato dal suo superiore ad un difficile compito, e dall’altra un killer dalle molte identità, dai mille volti, a cui invece il “vertice” e questo fantomatico Victor Hugo hanno assegnato una missione speciale. Uccidere il presidente della Repubblica. Portare il paese in uno stato di caos, di massima tensione. Pronto per quella svolta autoritaria, per il colpo di stato senza militari nelle strade.

Amico mio, non si conquista il mondo solo con la musica rock, con il cinema, con la televisione, con la letteratura e tutto ciò che gli sciocchi chiamano cultura. Ogni tanto un colpo di stato qua e là, aiuta molto.

Una spy story che si muove per tutta Europa, dall’Italia alla Spagna, all’Inghilterra al Belgio, fino alla Libia e al Madagascar. Un romanzo dentro cui riconosciamo l’influenza di scrittori come Forsythe e il suo Il giorno dello Sciacallo ma anche di Ellroy autore di noir come American Tabloid” e “Sei pezzi da mille”.
Nonostante la mole delle pagine, il ritmo del racconto rimane ben cadenzato, si rimane invischiati nella trama architettata dallo scrittore bolognese, che partendo dai fatti storici, ha effettuato una sua ricostruzione del filo nero di quegli anni che non ha la pretesa del saggio storico.
Ma la cornice storica, compresi gli eroi rimasti senza nome, i traditori, la manovalanza nera o rossa, i burattinai rimasti al coperto (ogni riferimento alla loggia massonica P2 non è casuale) e le vittime innocenti di questa guerra rimane. Dalle bombe del 1969 fino a quella tragica estate del 1980, culminata con i due più gravi disastri della nostra storia a cui si arriva, in un crescendo di tensione: il Dc9 dell’Italia esploso in volo, abbattuto sul Tirreno tra Ponza e Ustica e poco più di un mese dopo, la bomba alla stazione di Bologna.

Adesso veniamo al favore piccolo piccolo che concluderà il nostro rapporto. Ricordi? Molti, molti anni ti era stato chiesto di uccidere il colonnello Gheddafi. Non accettasti. Accetterai ora.

A quale funerale si riferisce l’autore, nel titolo? All’ultima vendetta che chiuderà la caccia all’uomo del tenente Degiorgi, per impedire l’attentato al presidente partigiano (che avrete anche immaginato chi sia), che avrà anche un colpo di scena degno dei migliori thriller.

Ne aveva veduti, Luis, di morti nella sua vita di militare. Mai un simile disastro. Mormorò «Ci sarà un mesto funerale per quegli innocenti». Sotto di lui si avvicinarono le montagne, dirupi, canaloni, rocce. «E ci sarà un altro funerale, dopo Ustica».

La scheda del libro sul sito dell'editore SEM

Il blog dell'autore Loriano Macchiavelli

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