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20 maggio 2017

L'assedio, troppi nemici per Giovanni Falcone di Giovanni Bianconi

Il difficile viene adesso. 
Il nome ufficiale era Stay behind, che letteralmente significa «stare dietro»; sottinteso: le linee dell'ipotetico invasore dell'Est comunista, da scompaginare attraverso la rete clandestina di patrioti addestrati a sabotare e resistere. Un'operazione imbastita dall'Alleanza atlantica a metà degli anni cinquanta, ma in Italia nessuno ne ha saputo niente- tranne pochi governanti e ufficiali del servizio segreto militare – finché il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti l'ha resa pubblica, a ottobre 1990. Chiamandola col nome «Gladio», dal simbolo della piccola spada a doppia lama contornata dal motto Silendo libertatem servo, «in silenzio servo la libertà».Da quel momento cominciarono ad inseguirsi interrogativi e polemiche, come sempre quando si intrecciano politica e trame occulte, nel paese a «sovranità limitata» imposta dagli americani. Stavolta c'era di mezzo anche la Cia e i depositi nascosti di armi ed esplosivi, quanto bastava per alimentare dubbi su possibili collegamenti con le bombe che hanno condizionato la vita pubblica dal dopoguerra in avanti.[..]Oggi però, Falcone è concentrato su altro.

Fine gennaio 1992: il libro di Giovanni Bianconi parte da questa data, fondamentale per la storia della lotta alla mafia. La data in cui la Suprema corte di Cassazione confermò le condanne in primo grado del maxi processo di Palermo.
Il processo istruito dal pool di Palermo, Caponnetto, Falcone, Borsellino, Di Lello che per la prima volta mandava alla sbarra i capi mafia e non solo i gregari, accusandoli non di singoli reati, ma di far parte di una struttura criminale unitaria e verticistica che aveva coordinato i reati loro imputati.
A 25 anni dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992, che segnò l'inizio della guerra dei corleonesi allo Stato, una sfida alle condanne del maxi, il giornalista del Corriere ricostruisce gli ultimi anni del giudice Giovanni Falcone, in un racconto che segue due binari.
Da una parte il commando di mafiosi che su ordine di Totò Riina, in un clan ristretto, organizzano la vendetta contro Falcone inseguendolo fino a Roma. Dove Falcone andò a lavorare, al ministero della Giustizia, lasciata la procura di Palermo nel 1991, continuando la sua battaglia alla mafia su un altro fronte.
L'altro binario è la storia, amara, di un giudice troppo bravo e preparato per essere premiato in un incarico direttivo.
Pochi altri magistrati come Falcone (e Borsellino) sono stati così attaccati, vittime di invidie e ingiurie da vivi, quanto idolatrati come eroi da morti.
Il libro di Bianconi non è solo una storia di un giudice, infatti: è un nodo al fazzoletto, per ricordare a tutti noi tutte le sconfitte, i bocconi amari da digerire, gli attacchi sui giornali da politici e dagli stessi colleghi delle altre procure o del CSM (il parlamentino dei giudici).

La sentenza della Cassazione del 2004, sulla strage di Capaci, li mette nero su bianco questi attacchi, questo assedio in cui Falcone fu costretto, stretto da una parte dalla mafia, che lo considerava un morto che cammina e dall'altra parte i politici che lo considerarono prima comunista, poi democristiano, poi socialista...
“Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone - certamente il piú capace magistrato italiano - fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia (anche all'interno delle stesse istituzioni), tendenti a impedirgli che assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il piú meritevole, sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi era indiscutibilmente il piú bravo e il piú preparato, e offriva le maggiori garanzie - anche di assoluta indipendenza e di coraggio - nel contrastare, con efficienza e in profondità, l'associazione criminale”.

Non aveva contro solo la mafia, che lo considerava come il suo principale nemico: contro Falcone si schierò un fronte ampio che partiva dal CSM, che bocciò la sua domanda per prendere il posto di Caponnetto, come capo dell'Ufficio Istruzione, per proseguire il lavoro contro cosa nostra, perché era un giudice troppo famoso, troppo “protagonista” per le sue apparizioni in tv e sui giornali.
Contro aveva anche quanti pensavano di usare la magistratura per le loro battaglie politiche, per sbarazzarsi di quegli esponenti della politica troppo chiacchierati, per i loro legami con la mafia.
Come Salvo Lima, a capo della corrente andreottiana della DC in Sicilia.
Fu accusato di tenere certi fascicoli nei cassetti, sui delitti politici avvenuti in Sicilia: La Torre, Dalla Chiesa, Mattarella, Reina.
Eppure Falcone aveva ben chiaro quale fosse il discrimine tra comportamenti penalmente rilevanti e comportamenti poco opportuni per un politico, ma che non costituiscono necessariamente un reato. Due questioni da tenere ben distinte: l'avvocato Galasso e l'ex sindaco Leoluca Orlando firmarono un esposto contro Falcone, accusato di essere un insabbiatore (si riferivano alle parole del pentito Mannoia, per esempio, dove parlava dei rapporti di Lima col boss Stefano Bontade): a queste accuse Falcone dovette rispondere di fronte al CSM: per imbastire un processo servono prove di reato, non bastano le illazioni o i presunti rapporti
“Bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo l'Italia, pretesa culla del diritto rischia di diventarne la tomba”

Sono valutazioni che ancora oggi tornano, quando escono sui giornali notizie di inchieste che coinvolgono politici: la distinzione tra garantismo e questioni di opportunità, la distinzione tra reato penale e comportamenti censurabili come politico:
Analisi e riflessioni che sarebbero tornate da attualità negli anni nei lustri successivi, con Falcone morto, sepolto, onorato e riverito, molte volte senza rammentare ciò che sosteneva in vita. Per esempio che per evitare l'imbarbarimento della Giustizia piegata gli interessi politici, e per evitare di fornire i politici pretesti per le loro frequentazioni sospette attraverso procedimenti penali archiviati o conclusi con inevitabili assoluzioni, fosse meglio tenere distinti due piani: una cosa sono i processi con loro regole e finalità, da rispettare sempre; un'altra le considerazioni sulla liceità o meno di certi comportamenti, che fuori dalle inchieste possono avere un diverso metro di giudizio.

Bianconi cita un episodio particolare, durante la trasmissione Maurizio Costanzo Show, in cui Orlando chiede a Falcone, con una certa malizia, come mai Lima sia ancora libero.
Nonostante le voci. Nonostante i pentiti come Giuseppe Pellegriti che avevano accusato Lima di essere il mandante dei delitto politici.
Falcone, che aveva invece incriminato Pellegriti per calunnia, rispose “Lo sapevano tutti”:
A che sarebbe servito ribadire che certe conoscenze o frequentazioni, così come affermazioni non supportate da riscontri, non sono sufficienti a imbastire un processo mentre lo sarebbero per un giudizio politico anche molto netto? E che però è magistrati spetta di fare i processi, chiedere o pronunciare condanne o assoluzioni, non elargire giudizi o considerazioni politiche?
A proposito degli ambigui legami di Lima si limitò replicare: «lo sapevano tutti».
Come dire che ce n'era abbastanza, a disposizione di tutti, per trarre conclusioni di convenienza sul piano etico e politico.

Aveva le sue idee Falcone e non si faceva scrupolo nel raccontarle, sui giornali e negli incontri pubblici, anche in televisione.
Sul famoso “Terzo livello”, ovvero la struttura superiore alla cupola, che dava ordini alla mafia:
Anche davanti al Csm Falcone dovete tornare a spiegare l'inconsistenza delle ipotesi sul cosiddetto «terzo livello»: «non esistono vertici politici che possono in qualche modo orientare la politica di Cosa Nostra.
E' vero esattamente il contrario. Il terzo livello inteso quale direzione strategica formata da politici, capitani di industria eccetera, che orienta Cosa Nostra, esiste solo nella fantasia degli scrittori, non esiste nella pratica. [..]Magari ci fosse un terzo livello! Basterebbe James Bond per toglierci lo di mezzo. Ma purtroppo non è così. Abbiamo rapporti molto intensi molto ramificati e molto complessi».Si riferiva a collusioni, convergenza di interessi, politici a disposizione della mafia.
Ma per imbastire indagini utili a scoperchiare quelle realtà ancora indimostrate sul piano giudiziario, sarebbe servito unità di intenti e un metodo di lavoro che purtroppo si seguitava a non voler applicare.
«La mafia non si può combattere a correnti alternate», ricordò Falcone.

Sul “gioco grande”, inteso come livello di indagine in cui si arriva a rischiare la vita perché si sono toccati nodo troppo delicati, per esempio nel rapporto mafia-politica (e la loro convergenza di interessi, nei voti, negli appalti) o nel rapporto tra mafia e finanza.
Sul come la mafia (e i colletti bianchi dentro la zona grigia in “contiguità” con essa) prima tenda a infangare le sue vittime, per isolarle, per poterle poi colpire.
Lo scrisse nelle ultime righe del libro “Cose di mafia”, scritto assieme alla giornalista francese Marcelle Padovani:
«… credo sia incontentabile che Mattarella, Reina, La Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui si erano impegnati. Il condizionamento dell'ambiente siciliano, l'atmosfera globale hanno grande rilevanza nei “delitti politici”: certe dichiarazioni, certi comportamenti, valgono individuare la futura vittima senza che la stessa se ne rende nemmeno conto. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande.
Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si e privi di sostegno».
Giovanni Falcone sapeva bene di essersi infilato in un gioco grande una partita cominciata a Palermo è ancora in corso a Roma ...

Non è un caso se lo stesso capo mafia, Nino Giuffrè, anni dopo davanti ai giudici, sulla campagna di delegittimazione di Falcone abbia utilizzato una metafora simile:
“... succede che la mafia piano piano mette in cattiva luce quel personaggio lo isola e quando è solo contro tutti viene ucciso”.
Isolato come Falcone, isolato come Libero Grassi, l'imprenditore palermitano che si era rifiutati di pagare il pizzo al “geometra Anzalone” e che era stato lasciato solo. Dai colleghi, dall'associazione di categoria locale, dalla politica regionale.

Soprattutto, dopo anni di esperienza a Palermo, al pool di Chinnici e Caponnetto, Falcone aveva maturato le sue idee per contrastare cosa nostra, attraversa la “super procura” antimafia, la Direzione Nazionale Antimafia, e la Dia, un corpo che aveva al suo interno polizia carabinieri e Guardia di Finanza specializzato nella lotta al crimine. A capo della DNA, il Super procuratore antimafia, posto per cui Falcone si era candidato:
“niente più inchieste parcellizzate sul territorio, quindi, né affidate a strutture inadeguate e senza esperienza, con visioni diverse tra loro, bensì una risposta giudiziaria unitaria e proprio per questo coordinata dalla DNA, incasellata presso la Procura Generale di Cassazione.
Destinata a verificare l'attività delle procure distrettuali, elaborare strategie investigative, raccogliere fornire indicazioni e gli uffici periferici, mantenere un collegamento con Governo e Parlamento per formulare indirizzi di carattere generale.
Destinata a verificare l'attività delle procure distrettuali, elaborare strategie investigative, raccogliere fornire indicazioni e gli uffici periferici, mantenere un collegamento con Governo e Parlamento per formulare indirizzi di carattere generale.
In caso di incompetenza o inerzia delle procure distrettuali, la DNA avrebbe potuto avocare le inchieste e condurle direttamente.
Una piccola rivoluzione nel segno delle esigenze individuate proprio da Falcone durante la sua esperienza investigativa, per evitare le disfunzioni del passato; prima e fare tutte la polverizzazione delle indagini.
Che però comportava un balzo in avanti talmente ampio, soprattutto nei rapporti tra potere giudiziario e potere politico, da infondere non poche preoccupazioni nella grande maggioranza delle toghe.

Queste sue idee, che divennero proposte di legge del governo Andreotti e del ministro Martelli, suscitarono enormi polemiche nel mondo delle toghe.
La perdita di indipendenza da parte della magistratura, per il rischio di controllo da parte dell'esecutivo sulle inchieste sulla criminalità organizzata.
Il rischio di minare il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale.
La perdita di libertà di indagine, da parte dei magistrati nelle varie procure nel territorio.
E l'accusa più grave di tutte: essersi venduto al potere politico, essere diventato uno strumento nelle mani dei socialisti (i socialisti della Milano da bere dei Tognoli e Pilliteri, che di lì a poco sarebbe scoppiata Tangentopoli).
Non essere più un giudice indipendente.
Va ricordato ancora: Falcone andò a Roma, a dirigere l'Ufficio Affari Penali del ministero di Giustizia (a fianco di Liliana Ferraro, Loris D'Ambrosio, Livia Pomodoro e Piero Grasso) perché aveva capito che a Palermo non avrebbe potuto più portare avanti il suo lavoro, sebbene la promozione a procuratore aggiunto.
Dovendo scegliere tra Palermo e la Roma di Martelli e Andreotti, Falcone decise di provarci: la lotta alla mafia poteva essere fatta anche incidendo sulle leggi con cui i magistrati operavano, nel loro lavoro.
Leggi tese alla specializzazione delle indagini, per cui dovevano esistere magistrati specializzati in indagini finanziarie e altri in indagini sulla droga. Per cui, entro certi limiti, è corretto che ci sia una separazione di carriere tra pm e giudici, per il diverso tipo di lavoro.
Sulla perdita di indipendenza, giova ricordare che nei corpi di polizia esistevano già reparti specializzati nel contrasto alla criminalità, come il Ros dei carabinieri o lo Sco. E carabinieri e polizia erano sottoposti alle dipendenze di ministri ed esecutivo.
Il problema secondo Falcone, resta la specializzazione e lo sfruttamento razionale delle risorse a disposizione: «Se non si riuscirà a compiere un salto di qualità sul piano organizzativo e della professionalità, imposto dalla gravità e complessità della situazione, sarà vano continuare a parlare di riforme legislative destinate a imboccare la strada delle grida di manzoniana memoria».
Leggendo le pagine de l'Assedio, sembra di vederlo Falcone, nel suo lavoro di tutti i giorni, perennemente scortato, e l'amarezza nel leggere gli attacchi di colleghi. O articoli come quello uscito sull'Unità del giurista Alessandro Pizzorusso, membro laico del CSM per conto del PDS (e MD, la corrente di sinistra si dimostrò tra le più ostili per la nomina di Falcone alla DNA):
“Martelli continua instancabile nel tentativo di svuotare il CSM. Il principale collaboratore del ministro non da più garanzie di indipendenza”.

Comunista quando indagava sulla DC di Ciancimino e Lima, poi socialista con Martelli. Falcone troppo legato a Martelli, dunque non più indipendente.
Troppi pregiudizi, troppe malignità anche gratuite contro un magistrato che aveva già rischiato la vita dopo il fallito attentato all'Addaura.
Anche da parte dei magistrati milanesi, ricorda Bianconi, nemmeno loro che stavano indagando sul psi milanese, si fidavano più di lui.
In questo clima di ostilità, di quasi solitudine, usato come strumento di battaglie politiche, Bianconi racconta gli ultimi mesi di vita di Falcone.
Alternando le pagine della sua vita romana, lo scontro tra ministero e CSM, la fine del governo Andreotti, le elezioni anticipate e il ciclone di Mani pulite.
I giochi per il Quirinale, con le ambizioni di Andreotti, per il finale della sua carriera …

Dall'altra parte i mafiosi di Riina che, anziché Roma, decidono di colpire Falcone in Sicilia: “Abbiamo trovato cose più grosse giù”, dice Riina ai suoi.
Uno dei misteri sulla strage di Capaci, ancora senza risposta.
Come ancora poco chiaro il contesto di quei mesi in cui i corleonesi, per dimostrare alle altre famiglie la loro forza, alzano il livello dello scontro.
Tagliando i “rami secchi”, quei politici che non avevano rispettato i patti, bloccando il processo in Cassazione e bloccando l'azione di Falcone al ministero.
Salvo Lima 12 marzo.
E poi il maresciallo Guazzelli, con cui si era confidato il ministro DC Calogero Mannino: “il prossimo sono io” gli aveva confidato.
Le rivendicazioni della Falange Armata, la lettera di Elio Ciolini dal carcere di Bologna in cui anticipava la stagione di attentati, le connessioni tra logge, eversione nera e i famigerati “poteri occulti” per destabilizzare l'Italia, con l'obiettivo di arrivare ad un nuovo ordine.
Dopo il crollo del muro di Berlino.
Dopo la fine dei partiti della Prima Repubblica.

Il 23 maggio 1992, alle 17.56, all'altezza di Capaci, la Croma bianca dove viaggiava Falcone viene investita dall'esplosione di 200 kg di esplosivo (procurato dalle cave e dalle bombe inesplose della guerra).
L'auto davanti della scorta salta per aria e verrà ritrovata più tardi, con dentro i tre corpi carbonizzati di Vito Schifani, Antonio Montinari e Rocco Dicillo.

Il racconto si ferma qui, con le due stragi che segnano la fine della prima repubblica, l'inizio della fine del comando di Riina in cosa nostra, la fine di una stagione della lotta alla mafia.
Un'occasione mancata.
Perché se è vero che gli esecutori della strage sono stati arrestati e condannati, la guerra alle mafie non è stata vinta.
Non solo perché la mafia ha cambiato pelle o perché nel corso degli anni i governi hanno condotto il contrasto alla criminalità organizzata a “correnti alternate” (usando le parole di Falcone).
Molte delle considerazioni del magistrato sono ancora valide: sulla separazione dei ruoli tra azione della magistratura e azioni (di responsabilità, di argine, di prevenzione) della politica e dei partiti.
Ancora oggi l'azione dei magistrati viene strumentalizzata per guerre la cui superficie si intuisce solamente.
Ancora oggi succede a magistrati, a esponenti politici o della società civile succede di ritrovarsi improvvisamente soli, nel gioco grande.

A Falcone la credibilità che i suoi stessi nemici avevano tolto, paradossalmente è stata a lui restituita dalla stessa mafia:
Nello studio della trasmissione Babele, dove presentava il suo libro, una spettatrice in studio citò la frase del suo libro per cui la solitudine precede la morte per mano mafiosa. E chiese a Falcone:
“Giacché lei è fortunatamente ancora fra noi, chi la protegge?Il giudice riuscì a reprimere un moto di stizza, e replicò con un'altra domanda: - Questo significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo paese?”


Altri post sul libro
Un vizio si trova: il maxi processo in Cassazione e il giudice Carnevale
“Lo sapevano tutti”, la distinzione tra livello politico e livello giudiziario
L'accordo politico con cosa nostra raccontato da Mannino

La sentenza della Cassazione
«Non vi è dubbio che Giovanni Falcone fu sottoposto a un infame linciaggio - prolungato nel tempo, proveniente da piú parti, gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme - diretto a stroncare per sempre, con vili e spregevoli accuse, la reputazione e il decoro professionale del valoroso magistrato. Non vi è alcun dubbio che Giovanni Falcone - certamente il piú capace magistrato italiano - fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni a opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e gelosia (anche all'interno delle stesse istituzioni), tendenti a impedirgli che assumesse quei prestigiosi incarichi i quali dovevano, invece, a lui essere conferiti sia per essere egli il piú meritevole, sia perché il superiore interesse generale imponeva che il crimine organizzato fosse contrastato da chi era indiscutibilmente il piú bravo e il piú preparato, e offriva le maggiori garanzie - anche di assoluta indipendenza e di coraggio - nel contrastare, con efficienza e in profondità, l'associazione criminale».Dalla sentenza della seconda sezione Penale della Corte di Cassazione. Roma, 6 maggio 2004.

La scheda del libro sul sito di Einaudi
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

19 maggio 2017

L'accordo politico con cosa nostra - da l'Assedio di Giovanni Bianconi

Un altro pretesto di lettura dall'ultimo libro di Giovanni Bianconi su Falcone, che parte dal maxi processo a cosa nostra, con le prime condanne all'ergastolo per i boss.
E poi lo smantellamento del pool, l'appello che sminuisce le condanne e la portata giudiziaria del processo alla mafia.
Che ad inizio 1992 approda in Cassazione dove, dicono i pentiti, doveva essere aggiustato, grazie agli appoggi politici di Riina a Roma e  nella suprema corte.
Ma le cose andarono diversamente: Falcone, per evitare che la Cassazione bocciasse nuovamente un processo per mafia per visi di forma, fece monitorare le sentenze emesse dalla Cassazione, che per reati di mafia e terrorismo arrivavano in maggior parte alla prima sezione di Carnevale.

D'accordo col presidente della suprema corte, fu decisa la rotazione delle sezioni e così maxi fu dato ad un altro magistrato, proveniente dal civile, Arnaldo Valente, la cui corte confermò l'impianto accusatorio, il teorema Buscetta e le condanne.
Le speranze di Riina furono tradite, quel "cornuto" (parole sue) di Falcone doveva pagare, ma anche quei politici che avevano tradito, i "rami secchi" da tagliare.
Il primo fu Salvo Lima.
Poi doveva arrivare Calogero Mannino, allora ministro per il mezzogiorno.
"Il prossimo sono io" aveva raccontato al maresciallo Guazzelli.
 Giovanni Bianconi riporta anche altro, su Mannino: 
Calogero Mannino, confesserà a un giornalista, dietro la promessa di non pubblicare ciò che gli stava dicendo sotto forma di intervista: «Sono un condannato a morte. Sento che sto per perdere la ragione, maledico il giorno in cui ho iniziato a fare politica ..
Per il maxiprocesso fu raggiunto una specie di accordo politico. Voi, disse Cosa Nostra, ingabbiate la mafia perdente e qualcuno marginale della mafia vincente, ma l'accordo è che alla fine di questo iter c'è la Cassazione, e la Cassazione ci metterà in libertà. Noi nel frattempo, ce ne restiamo buoni e facciamo gli affari nostri. Ma il governo non ha rispettato i patti. Andreotti, non io; Andreotti ha fatto approvare una serie di leggi repressive»
Tribunale di Palermo, sentenza del giudice dell'udienza preliminare nel procedimento a carico di Calogero Mannino, 4 novembre 2015, pp 386-387
[L'assedio, troppi nemici per Falcone, Giovanni Bianconi - Einaudi editore]  

18 maggio 2017

Lo sapevano tutti: il livello politico e il livello giudiziario delle accuse (da l'Assedio di Giovanni Bianconi)

26 ottobre 1991: a seguito dell'omicidio di Libero Grassi, Michele Santoro e Maurizio Costanzo organizzano una serata antimafia, con le trasmissioni Maurizio Costanzo Show, in onda assieme a Samarcanda.
E' la serata dello sfogo di Totò Cuffaro, ma dove Falcone deve rispondere alle accuse dell'avvocato Galasso (parte civile al maxi processo) e Leoluca Orlando (ex DC, fondatore della Rete), per il suo essersi ritirato dalla trincea del Tribunale di Palermo, per andare a lavorare a Roma, assieme al ministro socialista Martelli (nel governo di Andreotti).
Leoluca Orlando, dopo aver ricordato tutti i sospetti e le ombre attorno a Salvio Lima (che ancora accompagnava Giulio Andreotti nei suoi viaggi in Sicilia), chiede a Falcone di Salvo Lima (grande elettore della corrente andreottiana in Sicilia)
"E' con Salvo Lima che Andreotti ha visitato Bagheria - ha aggiunto Orlando - E con Salvo Lima che erano in stretto rapporto gli esattori Salvo. Perchè è ancora impunito, dottor Falcone?
Il magistrato reagì con un sorriso amaro. Come si fa quando si ripete per l'ennesima volta la stessa risposta a chi sembra non voler capire, sapendo che tutto inutile.
A che sarebbe servito ribadire che certe conoscenze o frequentazioni, così come affermazioni non supportate da riscontri, non sono sufficienti a imbastire un processo mentre lo sarebbero per un giudizio politico anche molto netto? E che però ai magistrati spetta di fare i processi, chiedere o pronunciare condanne o assoluzioni, non elargire giudizi o considerazioni politiche?
A proposito degli ambigui legami di Lima si limitò replicare: «lo sapevano tutti».
Come dire che ce n'era abbastanza, a disposizione di tutti, per trarre conclusioni di convenienza sul piano etico e politico.
[L'assedio, troppi nemici per Falcone, Giovanni Bianconi - Einaudi editore]


 

17 maggio 2017

Un vizio si trova - da l'Assedio di Giovanni Bianconi

Prosegue la lettura del libro di Giovanni Bianconi, sugli ultimi anni del giudice Giovanni Falcone.

Primavera estate 1991: stremato dall'isolamento in cui è stato costretto a Palermo, Giovanni Falcone accetta l'incarico come direttore dell'Ufficio Affari Penali presso il ministero di giustizia.
Lavorare col ministro Martelli, il socialista, che aveva fatto la battaglia per una giustizia giusta e su cui la mafia aveva dirottato i suoi voti nel 1987.
Lavorare per il governo Andreotto, capo della corrente che aveva sl uos interno il troppo chiacchierato eurodeputato Lima.

Ma, pensò Falcone, il gioco valeva la candela: da una parte le polemiche per aver abbandonato il suo posto in trincea come magistrato, dall'altro la possibilità di combattere la guerra contro le mafie su un altro campo. Ovvero, nel governo per mettere mano alle regole, per attuare quelle riforme nella lotta alla mafia che aveva in mente.
Una super procura nazionale col compito di coordinare tutte le indagini di mafia, che non dovevano essere più sparpagliate su tutte le procure ma destinate alle direzioni distrettuali.
C'è il rischio di assogettare le procure alla politica?
Forse. Ma quello che preoccupava Falcone era quanto aveva vissuto a Palermo con l'arrivo di Meli all'Ufficio istruzione, lo spezzettamento dei tronconi del maxi processo, la fine del pool, il fatto che gli venissero assegnati tanti piccoli processetti. Perché tutti devono saper fare tutto, altro che specializzazione in fatti di mafia.
Ma Falcone era anche preoccupato perché di lì a breve il maxi sarebbe arrivato in Cassazione, col rischio di vedersi bocciato il lavoro di anni per mano del giudice "ammazzasentenze", Carnevale.
Per questo il giudice più famoso d'Italia, nella lotta alla mafia, si era mosso per tempo, monitorando le sentenze della prima corte di Cassazione, che gestiva quasi tutti i processi per mafia e terrorismo che arrivavano presso la Suprema Corte.
Ma anche Totò Riina si preoccupava per il maxi processo in Cassazione, per motivi diversi:
Lo «zio Totò» l'aveva ripetuto più volte a capi e gregari: - Da Roma il processo tornerà indietro, perché quel Carnevale [il presidente della prima sez. della Cassazione, che definì Falcone un cretino] troverà qualche vizio, un qualcosa, un difetto... -E sarebbe stata la vittoria della mafia contro lo Stato. O almeno un pezzo dello Stato, quello che appoggiava «quel cornuto di Falcone».Ciò che interessava Riina era la sconfessione di quanto il giudice aveva intuito e costruito nella sua istruttoria, grazie a «quell'infame di Buscetta»: la struttura gerachica e piramidale di cosa nostra, che deliberava i delitti e dirigeva ogni decisione.Il «capo dei capi» era disposto ad accettare che per ogni singolo fatto ci fossero singole condanne, che ogni omicidio apparisse come un fatto separato dall'altro, senza collegamenti o mandanti giunti dall'alto. A lui importava smontare la teoria della Cupola, che aveva cambiato le carte in tavola con le istituzioni.A proposito dei referenti romani che dovevano occuparsi di aggiustare il processo, una volta Ignazio Salvo [grande elettore DC in Sicilia, a capo della società di riscossione crediti] ricordò a Brusca il proprio impegno per impedire che proprio Falcone andasse a guidare l'Ufficio Istruzione di Palermo. In quel caso andò bene, e lui si era rivelato affidabile. Ora avrebbe ritentato, ma non c'era più niente di sicuro..

[L'Assedio troppi nemici per Giovanni Falcone, pagina 117, Giovanni Bianconi Einaudi editore]




La Cassazione il 30 gennaio 1992 confermò l'impianto del maxi processo confermando la tesi di una mafia unitaria e verticistica le cui azioni erano riconducibili a quelle della Cupola.
Corrado Carnevale, dopo un lungo processo, è tornato in Cassazione.
La super procura si è realizzata, come la DIA.
Andreotti è stato condannato per mafia (fino al 1980), Lima ucciso dai corleonesi nel marzo 1992.
La mafia militare è stata sconfitta ma la la mafia stessa ha ora cambiato pelle. 
Le indagini sul rapporto tra mafia e politica (e in special modo per quanto riguarda la trattativa stato mafia) sono ancora tabù.
Totò Cuffaro, l'ex presidente della regione Sicilia condannato per favoreggiamento alla mafia, fa oggi lezioni di giornalismo.

14 maggio 2017

Il protagonismo di certi magistrati – da Falcone ad oggi

Magistrati che usano le inchieste di cui sono titolari per acquisire notorietà
Magistrati che fanno un uso mediatico delle inchieste, senza mai arrivare a risultati

Ad ogni inchiesta che tocca il potente di turno, si rispolverano queste espressioni usate per denigrare, ridicolizzare il pm (o il giudice) colpevole di voler disturbare il manovratore.
Bancopoli e la giudice Clementina Forleo.
Le inchieste Poseidone e Why Not e Luigi De Magistris a Reggio Calabria.
Ora il caso Consip e il procuratore Woodcock.

Ma la formula del magistrato mediatico, del giudice protagonista è stata usata anche per attaccare l'immagine di magistrati più famosi, quelli che ogni anno ricordiamo con un profluvio di retorica, vuota retorica.
Mi riferisco a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone: da morti vengono ricordati come solerti difensori dello Stato, giudici che lavoravano nel silenzio, eroi morti per mano della mafia. Non è così: da vivi non ci sono statialtri magistrati che come loro sono stati attaccati, calunniati, vituperati e non dalla mafia.
Ad attaccate Falcone e Borsellino, negli anni del pool antimafia, e successivamente quando fu smantellato per “normalizzare” la procura di Palermo, sono stati gli stessi magistrati, i suoi stessi colleghi, i membri del CSM.

«Il più capace e famoso magistrato italiano fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni ad opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e di gelosia (anche all’interno delle stesse istituzioni)»: sono parole della sentenza della Corte di Cassazione del 2004, sulla strage di Capaci.

E anche giornalisti che sfruttavano a loro piacere le parole di Sciascia o che avevano riscoperto un peloso garantismo nei confronti dei boss.
Lino Jannuzzi su Il Sabato (il settimanale di CL) del 20 gennaio 1987 quando parlava della moda dell'antimafia, dilettantesca pure.
Il Giornale di Indro Montanelli che aveva ospitato l'intervento della deputata Carulli Fumagalli (Maccartismo a Palermo del 19 novembre 1988) che attaccava “la gestione monopolistica da parte di alcuni magistrati [Falcone] che, facendosi scudo della propria professionalità, non consentono ad altri colleghi di guardare le carte”.

Un cronista del Giornale scriveva gli articolo direttamente nella stanza di Vincenzo Geraci , al CSM, nel Palazzo dei Marescialli.
Se ne accorse Fernanda Contri lamentandosene col vicepresidente del CSM, Cesare Mirabelli, noto per aver votato nei suoi quattro anni di permanenza nel suo incarico una sola volta, per eleggere se stesso e poi astenendosi per il resto. In quegli articoli c'era quindi “un ispiratore di parte, fazioso .. pagine di grande squallore” conclude Giuseppe Ayala nel suo libro “La guerra dei giusti”.

Sul Giornale di Sicilia invece venivano pubblicate lettere come la seguente:
“Per chi suona la sirena delle scorte.Sono un'onesta cittadina che paga onestamente le tasse e lavora otto ore al giorno. Vorrei essere aiutata a risolvere il mio problema che, credo, sia quello di tutti gli abitanti della medesima via. Regolarmente tutti i giorni (non c'è sabato o domenica che tenga) , al mattino, durante l'ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti d'orario) vengo letteralmente assillata da continue ed assillanti sirene di auto della polizia che scortano vari giudici ..”

E poi le lettere del corvo, l'attentato all'Addaura di cui si scrisse che era solo una messinscena, per favorire la sua nomina a procuratore aggiunto ..

“A Palermo la mafia uccide due volte: prima delegittima e isola, poi fa saltare in aria”.
Non amo molto le ricorrenze celebrative, il 19 maggio o il 23 luglio: di solito sono giornate in cui il racconto si ferma all'eroe Falcone, all'eroe Borsellino, fermandosi poco oltre.
Le sconfitte, gli attacchi alle spalle che subirono da vivi, non li ricorda nessuno: troppo imbarazzo creerebbero nello Stato, scoprire come ai magistrati più bravi d'Italia nella lotta alla mafia furono sbarrate tutte le strade.
Falcone fu bocciato all'Ufficio Istruzione, per prendere il posto di Caponnetto, a capo dell'Alto Commissariato antimafia (gli fu preferito Sica, l'uomo dei fascicoli aperti e lasciati aperti), non riuscì a farsi eleggere al CSM e infine fu bocciata la sua nomina alla Super procura antimafia, la struttura da lui voluta per unificare le azioni investigative contro cosa nostra.
Borsellino fu nominato procuratore capo a Marsala, dopo il maxi, ma questa nomina in cui a prevalere era l'esperienza e non l'anzianità suscitò tante polemiche: nei magistrati perché scardinava il principio per cui bastava aspettare e la promozione arrivava per tutti, nei politici e negli osservatori attenti del fenomeno mafioso, perché all'improvviso un magistrato che si era impegnato contro i boss veniva premiato.
Borsellino, dopo la morte dell'amico Giovanni, tornò a Palermo e si mise per mettersi a disposizione dei giudici di Caltanissetta titolari su Capaci senza essere mai ascoltato. E dovette aspettare settimane prima di vedersi affidato dal procuratore capo Giammanco un filone dell'indagine: fino a quel 23 luglio.
L'ultimo sfregio a quel magistrato saltato in aria assieme alla scorta perché aveva visto la mafia (e non solo la mafia) muoversi in diretta, per la trattativa stato mafia.



Ben vengano libri come quello appena uscito per Einaudi del giornalista Giovanni Bianconi: “L'assedio,troppi nemici per Giovanni Falcone”.

Nel capitolo “Un giudice «protagonista»” Bianconi racconta tutte le sconfitte in magistratura subite da Falcone, a cominciare dalla mancata nomina (da parte del CSM) a capo dell'Ufficio Istruzione, dopo Caponnetto:
Nel dibattito si parla dell'alternativa fra il candidato più adatto a quella poltrona per l'esperienza maturata nello specifico settore di cui si sarebbe occupato, e rispetto della regola che da sempre assicurava gli avanzamenti di carriera delle toghe «l'anzianità senza demerito». Ma si affrontò anche un'altra questione che stava prendendo piede e avrebbe accompagnato Giovanni Falcone per il resto della vita: quella del giudice famoso del magistrato simbolo di qualcosa, che appare in tv e sui giornali più degli altri. In Italia e all'estero.
Umberto Marconi, relatore della pratica, pronunciò queste frasi: «Accentrare tutto in figure emblematiche, pur nobilissime è di certo forviante pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio, pericolosa tentazione in chi si sia cinto su ben altre premesse a tanto encomiabile servizio.
Si trasmoda nel mito, si postula una infungibilità che non risponde al reale, mortifica l'ordine giudiziario nel suo complesso».Con il rischio di provocare «concreta disincentivazione nei colleghi che umilmente silenziosamente, ma con notevole impegno, abdicazione coraggio, si accaniscono nel loro lavoro».
Bisognava nominare Meli [per anzianità di servizio] anziché Falcone, insomma, per dare il buon esempio: meglio una toga normale che lavora senza troppa apparire, rispetto a una star con i riflettori puntati addosso. Come se il problema fossero i magistrati che cercano notorietà con i processi alla mafia, e non la mafia diventata famosa a forza di omicidi e stragi, a cui finalmente si era cominciato a dare qualche risposta.[L'assedio, pagine 39-40, Giovanni Bianconi Einaudi editore]

Una lettura interessante per quanti vogliano capire cosa sia stata, veramente, la lotta alla mafia negli anni 80-90. Quanti sacrifici e bocconi amari abbiano dovuto ingoiare Falcone e Borsellino (e i loro collaboratori).

E per capire chi siano stati i giuda che li hanno traditi (per favorire cosa nostra e i suoi interessi) nel mondo delle toghe e anche fuori.

03 luglio 2011

Il brigatista e l'operaio di Giovanni Bianconi



L'omicidio di Guido Rossa, storia di vittima e colpevoli

Il brigatista e l'operaio sono Vincenzo Guagliardo, operaio e membro delle Brigate Rosse, e Guido Rossa, operaio e sindacalista della CGIL alla Italsider di Genova.
Le loro strade si sono incontrate in una mattina il 24 gennaio 1979, in una strada di Genova del quartiere Oregina: “lui aveva trent'anni, l'altro quarantaquattro. Lui teneva in mano una pistola pistola 7,65 silenziata, l'altro un sacchetto dei rifiuti da gettare nel cassonetto. Lui era appostato dentro un furgone, l'altro era appena uscito di casa. Lui era pronto a sparare, l'altro stava andando al suo lavoro di operaio metalmeccanico presso lo stabilimento Oscar Sinigaglia di Cornigliano, dv'era delegato del consiglio di fabbrica per conto della CGIL, da un decennio iscritto al Partito Comunista Italiano”.
In quella fredda mattina, le loro strade si incrociano drammaticamente: l'operaio ha deciso, su indicazione del suo sindacato stesso, di denunciare un suo collega operaio che distribuiva volantini delle Br nell'azienda. Per isolare quella zona grigia all'interno delle fabbriche di operai che simpatizzava (o quanto meno, non criticava apertamente) quei terroristi che compivano attentati, atti dimostrativi, gambizzazioni, incendi.
Siamo nel 1979, e le BR hanno già avuto il battesimo di fuoco con le due morti a Padova nella sede dell'MSI (Giralucci e Mazzola), l'omicidio del giudice Francesco Coco a Genova e la strage in via Fani per il rapimento del presidente Moro (poi ucciso dopo i 55 giorni di prigionia).
La denuncia da parte di un operaio stesso di un altro operaio, Francesco Berardi, fu un atto di estremo coraggio: Rossa, sindacalista con la passione della montagna, si trovò quasi stritolato dal meccanismo giudiziario. Lasciato quasi solo dal sindacato e dai compagni, firmò da solo la denuncia, e da solo si presentò al processo.
Le Brigate Rosse lo condannarono per questo gesto (che andava a minare proprio il clima favorevole che permetteva loro di continuare a rimanere nelle industrie): doveva essere “solo” una gambizzazione, un ferimento. Invece, complice un disguido tra Guagliardo e il complice Riccardo Dura, Rossa fu colpito diverse volte a morte.

"Il brigatista e l'operaio" mette assieme queste due vite, per raccontarci due cose: la sofferenza delle vittime, come la figlia di Guido, Sabina Rossa. Che negli anni ha cercato di rispondere alla sua domanda: perchè? Perchè quelle morti? Quelle scelte così nette, che mettevano le persone e le loro famiglie in secondo piano, persone che non erano più considerate come tali, ma come funzione di un meccanismo più ampio.
Per rispondere a questo, Sabina ha voluto incontrare dopo tanti anni l'assassino del padre, oggi in regime di semilibertà, per sapere da lui.
Risposta che arriva dal racconto della vita del brigatista: figlio di una famiglia trasferitasi dalla Tunisia in Italia, a Torino.
Entrato nelle Br, per portare avanti la lotta per il comunismo e la dittatura del proletariato: è un bel confronto quello che Bianconi fa del libro. Da una parte l'operaio e dall'altra il brigatista senza alcuno scrupolo per le azioni criminali che deve compiere: effetti collaterali della sua battaglia (tanto da ritenere la morte di Rossa un errore tecnico), in nome di un ideale ritenuto valido.

Scriveva Rossa, l'operaio:
" Da parecchi anni mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici l´assoluta necessità di trovare un valido interesse nell´esistenza. Un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile dell´andare sui sassi, che ci liberi dal vizio della droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei, superuomini, chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere il meritato premio, un paradiso di vette pulite e perfette, scintillanti, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi e di ingiustizie, di un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati, e dove, su 60 milioni di morti all´anno, 40 milioni muoiono per fame. Per questo penso che anche noi dobbiamo finalmente scendere giù, in mezzo agli uomini, a lottare con loro, allargare fra tutti gli uomini la nostra solidarietà, che porti al raggiungimento di una maggiore giustizia sociale, che lasci una traccia, un segno tra gli uomini di tutti i giorni e ci aiuti a rendere valida l´esistenza nostra e dei nostri figli...."

15 febbraio 1970 lettera di Guido Rossa all'amico Ottavio, compagno di vette e scalate.

Questo invece scrivevano le Br, nella rivendicazione:

“Un nucleo armato della BR ha giustiziato Guido Rossa, spia e delatore all’interno dello stabilimento Italsider di Cornigliano. Il suo tradimento di classe è ancora più squallido e ottuso in considerazione del fatto che il potere i servi prima li usa, ne incoraggia l’opera e poi li scarica. Compagni, da quando la guerriglia ha cominciato a radicarsi dentro la fabbrica, la direzione Italsider, con la preziosa collaborazione dei berlingueriani, si è posta il problema di ricostruire una rete di spionaggio, utilizzando insieme delatori vecchi e nuovi. L’obiettivo che il potere vuol raggiungere attraverso questa rete di spionaggio è quello di individuare e annientare all’interno delle fabbriche qualsiasi espressione di antagonismo di classe”.

Non avevano capito niente, del mondo del lavoro, delle lotte per i diritti, del valore della vita. Non si rendevano conto dei paradossi della loro ideologia: “siamo arrivati al punto di di diventare carcerieri attraverso sequestri di persona , noi che dicevamo di voler liberare un'intera classe di persone” pensa oggi l'ex dirigente Br “E siamo diventati giudici che hanno pronunciato verdetti di morte, sebbene ci ritenessimo soldati e il tribunale del popolo”.

Imboccando la via delle armi “gli eversori di quarant'anni prima si sono messi sullo stesso piano del potere che volevano combattere e soppiantare. Lo consideravano ingiusto e violento, e sono diventati a loro volta ingiusti e violenti”.

Nel racconto della vita di Guagliardo, preso come riferimento per altre storie parallele di altri terroristi, si affronta il tema della scelta delle armi: era questo ritenuto il male necessario perchè la lotta armata è l'unico strumento per provare a diffondere qualche seme di comunismo nel futuro.
L'alibi della strage di stato dopo la bomba a Milano del 1969 (se lo stato usa la violenza contro i cittadini, non c'è altra soluzione che rispondere con altrettanta violenza).
Il vedere nella persona che ti sta di fronte (che sia giornalista, magistrato, poliziotto, carabiniere, dirigente di industria) non un essere umano, ma una funzione dello sfruttamento capitalista sulla classe operaia, come scrivevano nei loro farneticanti comunicati.

Il libro si articola in cinque parti:
- Vorrei parlare con Vincenzo
- Guido Rossa amava scalare le montagne
- Prima di sparare a Guido Rossa
- Dopo aver sparato a Guido Rossa
- Vorrei parlare con il giudice

La prima e l'ultima raccontano dell'incontro di Sabina Rossa con Guagliardo (l'unico dei brigatisti del commando che nel 2005 ancora in vita e che aveva scontato una pena) e la sua decisione di perorare presso il giudice la richiesta di semilibertà.
Richiesta che lo stesso Guagliardo non aveva fatto nel passato, nemmeno cercando un incontro con le vittime per chiedere scusa. Per evitare che le sue parole fossero giudicate come un tentativo di ottenere uno sconto della pena.

Il capito “del dopo aver sparato”, racconta la storia delle Brigate Rosse attraverso quella di Guagliardo, con il ricordo soggettivo di ciò che erano realmente le Brigate rosse dentro le fabbriche nei primi anni 70, e con la ricostruzione dei percorsi che hanno portato alla scelta brigatista.
Dal rapimento del sindacalista Abate della Cisnal, al rapimento Sossi, fino agli ultimi colpi in Veneto. Gli arresti e i pentimenti, il rapimento per rappresaglia di Roberto Peci e la “ritirata strategica” del 1983.
Guagliardo fu arrestato con la sua compagna Nadia Ponti (poi sposata) a Milano nel 1980. E per molti anni, è rimasto uno dei pochi irriducibili a non essersi pentito: già nel 2005 aveva ottenuto la possibilità di uscire dal carcere per lavorare in una cooperativa che compone libri per ciechi.
Dove Sabina Rossa l'aveva già raggiunto per porgli le sue domande.

Commenta Bianconi:
“Più che rimorsi, oggi Guagliardo dice di aver impianti. Soprattutto di non aver capito prima l'eterogenesi dei fini: il mezzo della lotta armata era diventato un obiettivo in sé, e i soldati della rivoluzione si stavano trasformando in qualcosa che non era migliore di ciò che intendevano combattere. L'ex dirigente delle Brigate Rosse è consapevole di aver arringato individui, per convincerli a impugnare le armi, che hanno sparato per costruire qualcosa di diverso, ma probabilmente per motivi di affermazione personale: forse uccidevano con la stessa leggerezza con cui hanno camminato sopra i cadaveri delle loro vittime, pur di uscire in fretta dalla galera e senza eccessive conseguenze per la propria esistenza.
Io no, rivendica Guagliardo. Io non ho abbandonato la violenza rivoluzionaria per abbracciare quella dello stato , che dispensa benefici e privilegi ai reclusi per motivi politici a seconda di come si comportano. Io ho rotto con le scelte passate mentre i veri continuisti sono i pentiti, che hanno proseguito la loro guerra cambiando campo e mezzi: non più le Br e le armi, ma lo Stato e la delazione ”.

Sulla medaglia d'oro per il valor civile che Sandro Pertini concesse a Guido Rossa è scritto:

«Sindacalista componente del consiglio di fabbrica di un importante stabilimento industriale, costante nell'impegno a difesa delle istituzioni democratiche e dei più alti ideali di libertà. Pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, non esitava a collaborare a fini di giustizia nella lotta contro il terrorismo e cadeva sotto i colpi d'arma da fuoco in un vile e proditorio agguato tesogli da appartenenti ad organizzazioni eversive. Mirabile esempio di spirito civico e di non comune coraggio spinti fino all'estremo sacrificio. Genova, 24 gennaio 1979.»
— Roma, 26 gennaio 1979.

Nell'aprile 2011, Guagliardo ha ottenuto la libertà condizionale dal Tribunale di sorveglianza di Roma, anche grazie alla testimonianza favorevole di Sabina Rossa, figlia dell'operaio Guido Rossa.

Il link per ordinare il libro su ibs.
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